SEZIONE TEMI SCUOLE SUPERIORI

 

 

Scuola Media Superiore Italiana  “Dante Alighieri” di Pola – Croazia

 

Petra Sterpin - Classe I Liceo Generale

Mia nona me conta                                                                                                   

 

Dino Barbaro - Classe III Liceo Linguistico

I nostri nonni raccontano … come si viaggiava un tempo                                            

 

Erika Nejić - Classe III Liceo Linguistico

Mio nonno mi ha raccontato di Giovanni Colarich                                                      

 

 

Scuola Media Superiore Italiana “Scuola media superiore italiana – Fiume” di Fiume – Croazia

 

Kristina Blecich - Classe I

I nostri nonni raccontano                                                                                           

 

Monica Marinelli - Classe I

I nonni raccontano                                                                                                    

 

Lorna Mattias - Classe I

I nonni ci raccontano                                                                                                 

 

Stella Defranza - Classe III

“I nostri veci ne conta” – “I nostri nonni ci raccontano”     

 

                                     

MIA NONA ME CONTA….

Petra Sterpin

Classe I

Scuola Media Superiore Italiana “Dante Alighieri”

Pola - Croazia

 

Chiedo spesso a mia nonna di raccontarmi qualcosa di quando era giovane. Lei lo fa in un dialetto meraviglioso ed io l’ascolto incantata. Da tutte le sue storie ho raccolto un mosaico di modi di dire, locuzioni, proverbi in dialetto polesano. Mia nonna dice che sono un contributo al recupero e alla salvaguardia della nostra lingua materna e del nostro comune lessico familiare.Alcune parole dialettali ormai purtroppo sono cadute in disuso e certi neanche le ricordano più. Mia nonna usa anche certe parole storpiate, di origine austriaca.

Per spiegare meglio il significato delle parole in modo più comprensibile, le ho contestualizzate e ho fatto seguire la traduzione in lingua letteraria.

 

1.                  El mondo xe fato a scarpete, chi se le cava e chi se le mete (Chi se le cava = muore, chi se le mete = nasce)

2.            Chi che mori el mondo lassa e chi che vivi se la passa (Quando uno muore non c’è più e gli altri si rassegnano)

3.                 Ti son sempre in sta’ montura (Sei sempre vestito allo stesso modo)

4.            Ti te ga messo in Krainzparada (Ti sei vestito elegante, storpiatura austriaca: Gran Parata)

5.           Ti son in turantos (Sei uno scemo, uno staccione.. Storpiatura austriaca derivante dal nome della barca che portava manovali bosniaci a costruire  la   diga del porto di Pola e che si chiamava THURN und TAXIS)

   6 .        No’ te manca gnanche el late de galina (Hai tutto ciò che ti occorre, sei benestante)

7.                  Ti fa la vita de Michelasso magnar e bever e andar a spasso (Fai la bella vita, non lavori)

8.                 Ti son marot (Sei ammalato)

9.                 Ti va a spenzir (Vai a passeggio)

10.             Ti ga una sbatola (Parli tanto, sei eloquente)

11.             Mostrarghe la strada a l’orbo (Fare una cosa senza scopo per qualcuno che non ne vuol sapere; come in italiamo diciamo: “Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”)

12.             Forsa e coraggio che el mal xe de pasagio (Per rincuorare)

13.             Ti son restada picia e strenta, una sgnesola (Piccola, una briciola)

14.             Co ti magni no ‘sta far tante migole (Briciole)

15.             Go de lavar tutti i crepi del pranzo (Piatti)

16.             La Candelora, se la vien con sol e bora de l’inverno semo fora, se la vien con piova e vento, de l’inverno semo dentro (Se c’è sole l’inverno finisce presto, altrimenti si prolunga)

17.             La se ga inamorà come Sant’Antonio in tel porco (Ciecamente)

18.             Ti va vestido come un satrapo (Male)

19.             No’ crederghe che el xe un sarlaton! (Uno che imbroglia)

20.             Scova nova, scova ben (In principio tutto è rose e fiori poi si scoprono i difetti delle persone)

21.             Ogni bel balo stufa! (Tutto è bello ciò che dura poco)

22.             Ti te comporti come un carneval pien de paia (Si dice di persona che esagera, che è piena di boria) 

23.              No ti son più ti de quando che ti ga montà caregheta (Si dice di persona che si è fatta una posizione e che è diventata superba)

24.              L’Epifania tutte le feste porta via e quel mato de Carneval tute quante el fa tornar!  

25.              Xe ancora fredo e ti ti son vestida come una Pasqua mata (Sei poco vestita, come fosse primavera)

26.              Santa Barbara e San Simon libereme de ‘sto ton, liberame de ‘sta saeta Santa Barbara benedetta (Si recitava quando c’era il temporale)

27.              Se febraio gavesi la forsa de genaio el iaseria la creatura in pansa de la mare ( Se febbraio non avesse solo 28 giorni per il freddo farebbe una strage)

28.              No sta cagar fora del bucal (Di uno che esagera)

29.              Se pasa meo con do’ soldi de mona in scarsela (Certe volte per non litigare è meglio tacere)

30.              Meno siori e più bori (Meno trattamenti cortesi e più soldi)

31.              No’ sta pestarme i cali (Non provocarmi)

32.              El fruto no’ casca lontan de l’albero (Come dire “Tale padre, tale figlio”)

33.              In ciesa  grande sta tanta e poca gente (Se uno ha un cuore generoso si accontenta anche di poco)

34.              Se bala drio la musica che sona (Si segue la corrente)

35.              Co ti son in balo, bisogna balar (Se hai cominciato qualcosa devi portarlo a termine)

36.              Ti sa tirar l’acqua pel tuo mulin (Sai barcamenarti, fare il tuo interesse)

37.              No’ sta far la mona! (Non scherzare)

38.              Fioi e colombi sporca la casa (Non dire certe cose davanti ai bambini che poi le ripetono)

39.              Quel che nasci in casa devi restar en famea (Come dire che i panni sporchi si lavano a casa)

40.              Ti ga le onge nere, te xe morto el gato?

41.              Ti porti el luto per el gato? (Pulisciti le unghie)

42.              Te cresi persemelo in te le rece (Hai le orecchie sporche)

43.              Ara che te cresimo! (Stai attento che ti picchio. Dal Vescovo che alla Cresima da’ uno schiaffetto)

44.              Contighela al prete che ga le maniche più larghe! (Questo dillo a chi ti crede)

45.               I lo scasa come un can in cesa! (Di uno che non è accolto bene)

46.              Pedocio refà (Uno che non è niente e si crede chissà chi)

47.              Ti son tondo come la luna (Sei scemo)

48.              ‘Sta casa xe un desio (C’è disordine)

49.              Sotto la Defunta … (Al tempo dell’Austria)

50.              El parla in cif (Parlano in italiano, non in dialetto)

51.              El parla in cicara (Parlano in italiano, non in dialetto)

52.              Bianco e rosso come un pomo (Persona sana)

53.              Go tirà la pension (Ho incassato la pensione)

54.              Xe passà la guardia del radicio (Guardie civiche che multavano)

55.              Ti me conti la storia dell’orso! (Una cosa saputa e risaputa)

56.              Xe nati i pulisini! (Sono nati i pulcini)

57.               Me contento de do patate col sal (Vivo con poco)

58.              Me contento de pan e scivola (Vivo con poco)

59.              Ti vol saver ti quel che no’ so gnanche mi che son batesado (Come dire sono più vecchia e saggia)

60.              Ogi sa più l’ovo che la galina (La gioventù vuole saperne di più degli anziani)

61.              Lingua de serva – lingua de vaca (Di persona che offende e parla male degli altri)

62.              Ti ti comandi là che pisa le galine! (Cioè in nessun posto)

63.              La se gua’ el beco (Di persona che parla tanto)

64.              Muso duro, bareta fracada (Di persona immusonita)

65.              Fraca boton, salta macaco ( Di cosa che viene eseguita immediatamente)

66.              Parla i giudici che no ga la barba e le galine che fa i ovi de dopopranzo (Sputano sentenze coloro che non capiscono nulla)

67.              Tasi che ti son una cogometa (Ti credi chissà chi ma non capisci niente)

68.              Se ti magni feza te crescerà le tete (Con il lievito ti crescerà il seno)

69.              El vecio iera cimberle (Era ubriaco)

70.              El ga ciapa’ la s’cinca (Si ubriacato)

71.              El ga una simia (E’ ubriaco)

72.              Che nova, mona (Vorrei proprio vedere)

73.              Ti magni come un ladro! (Mangione, ingordo)

74.              Ti son sensa fondo! (Non ti basta mai)

75.              In mancansa de gransi xe bone anche le sate (Se non si può avere di meglio, bisogna accontentarsi)

76.              Salute e bori (E’un buon augurio di abbondanza)

77.              Salute e bori e pochi lavori! (E’un buon augurio di abbondanza)

78.              A mi salute, a mio marì lavoro (Per star bene in famiglia)

79.              Se va avanti cusi’, magneremo ghele (Ossia saremo in miseria)

80.              Saltar quatro piati svodi per ciapar un pien (Far di tutto per ottenere qualcosa)

81.             Meo tre fie putane che l’mascio general! (Per dire che le femmine sono di più aiuto per la madre)

82.              Me ciapa el futer (Ho una rabbia)

83.              Go una fota (Ho una rabbia)

84.              Butar el manigo drio la manera (Non prendersela a cuore)

85.              Go tanti strafanici (Cose vecchie senza valore)

86.              Va sul mus! (Ma va là)

87.              Una strada gragnolosa (Una strada sassata)

88.              Caganero! (Una persona che parla a sproposito)

89.              Ti ga semola in testa! (Non capisci nulla)

90.              Son andado a Canfanaro con la ferata (In treno)

91.              Te fraco come un musato! (Ti schiaccio come un moscerino)

92.              Minestra de formenton (Minestra di pannocchie)

93.              La jota in tavola (Il pranzo in tavola)

94.              La boba pronta (Il mangiare preparato)

95.              Gaver fogo in te’l cul (Avere fretta)

96.              Gaver pevere in te’l cul (Non avere pace)

97.              Gaver l’elica in te’l cul (Essere veloce)

98.              Essere peverina (Essere maliziosa)

99.              Ti ghe ne conti cento per un soldo (Dire bugie)

100.         Te conso  do’ per le culate (Ti do una sculacciata)

101.         Te dago una sanca (Ti do uno schiaffo)

102.         Te dago una trisca (Ti do uno schiaffo)

103.         Te crostolo come un bacalà (Ti picchio per bene)

104.         Go le buganse (Ho i geloni)

105.         Gaver la pieracota in leto (Scaldarsi i piedi)

106.         Ti ga ciapà un susin? (Hai preso un pugno?)

107.         Se faceva la lisia in lisiera con l’acqua de la stagnada (Si faceva il bucato in liscio con l’acqua  del calderotto)

108.         Pasava el consapignate (Lo stagnino che riparava le pentole)

109.         Parla, parla ma mi te stagno presto (Io ti faccio tacere subito)

110.         I gaveva una grande stanzia (Un podere)

111.         El camina con le crosole (Con le stampelle)

112.         I sta tuti quanti sotto un criel (Sono così piccoli che stanno tutti sotto un setaccio)

113.         Tamisa sta farina (Setaccia la farina)

114.         Go prontà el levà! (Ho preparato il lievito)

115.         Meo una bala che una malatia (Meglio una sbornia …)

116.         Ti ga le rece fodrade de persuto? (Non vuoi proprio sentire?)

117.         Meti tuto in tel cufer! (Nel baule)

118.         Ingrumite le strase! (Vattene)


 

I NOSTRI NONNI RACCONTANO….

            …COME SI VIAGGIAVA UN TEMPO

 

2° PREMIO Categoria Scuole Medie Superiori Italiane

motivazione: Divertente. Le fotografie sono lo strumento per evocare ricordi e suggestioni, ma qui non ci si limita a sfogliare un album. Nel sereno e talvolta allegro commentare sorgono vivide le storie di un tempo: è impossibile non ricordare quel viaggio del fratello . . . . .  senza ritorno  . . . .  quanti ce ne furono a quel tempo . . . Tenero il ricordo d’amore della nonna per il marito, come i racconti del nonno, “Sopra loro si apriva l’immensità del cielo trapunto di stelle e la luna vegliava su quel mondo calmo e silenzioso” “Così si apriva il sentiero per un viaggio nel cosmo attraverso la fantasia . . . .

 

Dino Barbaro

Classe III - Scuola Media Superiore Italiana “Dante Alighieri”

Pola - Croazia

 

A volte mi piace sedere con mia nonna davanti al suo vecchio album di fotografie. E si apre un mondo a me sconosciuto ed estraneo, dove posso, anche se solo per un attimo, immergermi nei suoi ricordi dell’infanzia e della giovinezza. In tal modo posso “provare” le tristezze, le gioie, le delusioni dei miei nonni, provare le emozioni di tutti i loro viaggi. Purtroppo mio nonno non è più tra noi, la mia nonna si sente orgogliosa di raccontarmi anche di lui e si rallegra per il mio interessamento.Questo librone, un album di fotografie di vecchio tipo, è per la nonna una fonte di ricordi. Quando lo sfoglia si vede passare davanti tutta la sua vita. Ah, ecco qui una fotografia di quando i nonni viaggiavano in autobus diretti in Ungheria. Questa è una delle loro ultime fotografie scattate insieme. Questa fotografia è sufficiente per aprire una strada nei ricordi di mia nonna e la induce a raccontarmi di come viaggiavano al suo tempo. La carenza di strade, che hanno sempre avvicinato la gente, rendeva scarse le possibilità di viaggiare. Oltre a ciò erano rari i mezzi di trasporto, pochissimi avevano un automobile o denaro per usufruire dei pochi mezzi pubblici allora disponibili. Perciò a volte la gente si serviva della bicicletta. Siccome una volta mia nonna, pedalando, era caduta dalla bicicletta, promise a sè stessa di non salirvi mai più. 

C’è una foto del fratello della nonna. E segue il ricordo doloroso e cupo dell’arrivo di camion militari che prendevano gli uomini del paesello e li conducevano in un lungo viaggio senza ritorno. Mia nonna si ricorda di un grande e oscuro camion che inghiottì suo fratello maggiore, un giorno che avrebbe voluto dimenticare. 

Uno dei viaggi che i miei nonni facevano regolarmente era quello che li conduceva verso il paesello dei miei bisnonni. Si partiva la mattina presto per arrivare alla stazione ferroviaria e si viaggiava col treno fino alla stazione più vicina al paesello. Poi si continuava per circa cinque chilometri, fino ad arrivare alla casa dei miei bisnonni. Penso che sarebbe stato divertente spiare i miei nonni e i loro figli quando, durante l’inverno, tutti incappucciati camminavano per i sentieri boschivi per arrivare al paesino. Nei ricordi della nonna sono rimasti i viaggi di ritorno dal paesino, il buio della sera, la fatica e la paura. Nel silenzio della notte giungevano alla stazione ferroviaria semilluminata e si sentivano sollevati perché viaggiare in treno a quel tempo era quasi un lusso e suscitava curiosità soprattutto nei bambini.

Ed ecco una fotografia, che ritrae mio nonno militare in marina, sui bastimenti e sulle mass-navi. La nonna mi racconta che il nonno ha viaggiato lungo tutta la costa italiana e ha visitato molte belle città. Mi ricordo anch’io che il nonno spesso raccontava con entusiasmo del piacevole incontro con suo cugino, anch’egli militare in marina. La cosa interessante del racconto era che i due si incontrarono per puro caso in una città del Sud Italia, lontano dal loro paese natio.

 In un’altra fotografia, che la nonna mi mostra, vedo il nonno, ancora marinaio, con lo sguardo rivolto verso il mare. Sembra guardasse con nostalgia  verso l’amato paese natio.

 Un’altra fotografia raffigura il nonno nella sua piccola barca, che lui curava ed amava. Gli piaceva alzare l’ancora con la famiglia, remare allegramente con i figli, fino alla spiaggia di Rovigno, dove era accolto dai parenti. Alla sera, quando la notte lasciava il giorno per occupare le case col suo silenzio la famiglia tornava contenta a casa.

 La nonna ad un certo punto si mette a ridere e mi mostra la fotografia di bambini seduti su un carro trainati da un asino. Il carro veniva usato per trasportare il grano. Sui sacchi di grano sedevano i bambini e si divertivano nel “terremoto” del carro, mentre i nonni andavano a piedi. Il sentiero era sassoso, campestre o boschivo. Si sentiva il canto degli uccellini che divertiva tutta la famiglia e invitava a cantare anche i bambini. Il canto si sentiva lungo il sentiero del bosco finchè il buio non oscurava tutt’intorno. Allora il silenzio regnava sul resto del loro viaggio.

 Durante le lunghe e calde serate estive il nonno stendeva una coperta sul prato caldo davanti alla casa. Chiacchierando allegramente, egli si stendeva sulla coperta tra le sue due figlie.

Sopra loro si apriva l’immensità del cielo trapunto di stelle e la luna vegliava su quel mondo calmo e silenzioso. Così si apriva il sentiero per un viaggio nel cosmo attraverso la fantasia di mio nonno. Si tenevano stretti a quel “tappeto volante” per viaggiare e visitare ogni pianeta e ogni stella. Al nonno piaceva tanto fantasticare di quelle cose.

 “Eh, bei tempi erano quelli!” dice la nonna con una vena di malinconia. Le si stringe il cuore, al pensiero del tempo che muta tutto, uomini e cose.

Queste fotografie rappresentano un mondo ancora vivo per lei; per me sono solo motivo di interesse, ma per i miei figli poi … mi sembra già di vederli sorridere con estranea indifferenza quando guarderanno le fotografie. Per loro saranno solo immagini di persone di tempi già lontani e un po’ strani.

 Ecco, così viaggiavano i miei nonni. Si sono stancati a causa delle migliaia di chilometri che hanno percorso. Chissà quanto mondo immenso non sono riusciti a raggiungere, ammirare e vivere. Perciò oggi mia nonna fa un curioso salto in Internet o in una Enciclopedia Geografica Multimediale e continua a viaggiare per il mondo.


  

MIO NONNO MI HA RACCONTATO DI GIOVANNI COLARICH

Erika Nejić

Classe III

Scuola Media Superiore Italiana “Dante Alighieri”

Pola - Croazia 

Quand’ero piccola, mi piaceva moltissimo sedermi accanto a mio nonno ed ascoltare le sue storie, come del resto piace a tutti i bambini.

Ogni volta ne aveva una nuova; parlava sempre dei suoi bei tempi, di come fosse sopravvissuto alle due guerre e delle altre sue numerosissime avventure.

Ricordo un giorno particolare di circa un anno fa, quando mi disse:

“Eh, bella mia, te ne ho raccontate tante di storie, però ho tralasciato forse una delle più importanti. Adesso vorrei raccontarti una storia un po’ singolare, è un po’ lunga, ma ne abbiamo tutto il tempo.

Non so se ti ho mai accennato ad un certo Colarich, Giovanni Colarich di Siana, il rione che io da bambino ho abitato.

Ebbene, vorrei parlartene adesso, poiché credo che questo personaggio abbia anche un po’ fatto la storia di Pola e tutti ne parlavano negli anni Venti e Trenta.

Eravamo nel primo dopoguerra ed io avevo allora all’incirca otto anni. Sono passati fin troppi anni e molte cose le ho dimenticate, però mi ricordo benissimo di uno strano personaggio che in quel periodo terrorizzava i tranquilli abitanti di Pola. Me lo ricordo perché mio padre ne parlava spesso.

Ma chi era esattamente Giovanni Colarich? Ti chiederai.

Un giornalista, se ben ricordo, lo definì a quei tempi, “la primula rossa dell’Istria”, per l’abilità straordinaria di sfuggire alle “grinfie” della polizia e di ricomparire, qua e là, improvvisamente, nei posti più strani.

Ricordo di quando, in piena latitanza, fece una visita al Corriere Istriano, il quotidiano di Pola, si fece intervistare dal capo redattore e subito dopo si dileguò rapidamente. Egli fu soprattutto un uomo dalla vita sbagliata, solo più in là riabilitata quando, riacquisita la libertà, decise di mettere una pietra sopra il passato e di ricominciare”.

La storia  iniziò ad intrigarmi e così cominciai a chiedere di più. Tra una tirata di fumo e l’altra, mio nonno continuò il suo racconto.

“Era il 1949. Colarich aveva allora 49 anni e ne aveva trascorsi già una ventina nelle patrie galere, da Ventotene, a Porto Azzurro a Volterra, ovunque veniva “comandato”, insomma.

Circostanze fortunate però lo favorirono e così nel 1949 fu rimesso in libertà, per effetto di uno scambio tra prigionieri italiani e jugoslavi.

Ricordo inoltre che, dopo la sua scarcerazione e il suo rientro a Pola, era molto benvoluto dalla gente del suo rione, la Grega, dato che aiutava tutti, nel limite del possibile. Vorrei però raccontarti, non dell’uomo buono che divenne dopo, bensì di quello che so del “Colarich bandito”, degli anni Venti.

La gente, allora, era terrorizzata alla sola idea di incontrarlo, si tappava a casa e, solo qualcuno, fra i più audaci, arrivava a sporgere il capo da una persiana quando Colarich passava. Dormiva di qua e di là, là dove lo portavano i passi, dove capitava. Di solito si spostava ed agiva di notte, mentre di giorno riposava. Non era mai a corto di idee, alcune delle quali anche originali.

Ad un cero momento, con i carabinieri e la polizia alle calcagna, decise che l’unico posto sicuro, per dormire, era il cimitero. D’accordo con il custode, si intrufolava abilmente in qualche sepolcro e lì passava la notte, per niente turbato da quell’insolita dimora. Diceva, infatti, che i morti non si muovono, non parlano, non disturbano, quindi dove trovare un posto più sicuro di quello? Agiva sempre nei modi e nelle circostanze più impensate, al sicuro da ogni sorpresa, e la faceva sempre franca. Polizia e autorità erano preoccupate, si davano da fare, le escogitavano tutte, ma andavano sempre a vuoto.

In Giovanni Colarich non c’era nulla di scontato o di prevedibile: agiva di giorno come di notte, da solo o in compagnia, nei luoghi e nei posti più impensabili. Era un uomo audace, furbo e intelligente e spavaldo: ecco perché era imprendibile.

Ad un certo momento però, capì che doveva andarsene e lasciare Pola. Non sapeva dove andare e Trieste fu la prima città che gli venne in mente. Trieste era una grande città, dove ci si poteva celare con maggior facilità, e di là poi magari scappare nel Friuli, nel Veneto o chissà dove. Pola ormai non faceva per lui, era diventata una trappola dopo le accuse mossegli per otto-nove omicidi, dei quali in realtà era stato artefice di uno solo. Decise così di lasciare il suo nascondiglio e, a notte fonda, raggiunse Dignano. Da lì, prese il treno e partì alla volta di Trieste.

Colarich fu catturato solo dopo una furibonda lotta con i carabinieri e i poliziotti. Era ormai in trappola.

La notizia si sparse fulminea in città, a Pola, nel resto d’Italia e all’estero. Per lui si aprivano le porte del carcere che fra alterne vicende, si sarebbero riaperte solo nel 1949 per una fortunata coincidenza.

Dal giorno del rilascio, quell’uomo cambiò profondamente. Iniziò a dedicarsi agli altri e diventò un grande altruista. Si dedicò pure allo studio della fisica e della medicina, dandosi da fare per giovare in qualche modo agli uomini, proprio quelli che una volta aveva offeso e pure odiato”.

 Per tutta la durata della storia ero rimasta là, accanto a mio nonno, senza batter ciglio e, devo ammettere, che il suo racconto mi aveva intrigato molto.

Concluse così: “Ho voluto raccontarti questa storia acciocché tu sappia come un uomo possa cambiare nel corso degli anni.”


 

I NOSTRI NONNI RACCONTANO

Kristina Blecich

Classe I

“Scuola Media Superiore Italiana – Fiume”

Fiume - Croazia 

É arrivato da poco il nuovo anno, il 2003 e, ancora una volta, tra razzi, botti e petardi. La mia cittá, specialmente alla sera, aveva un aspetto meraviglioso, decorata con addobbi luminosi, multicolori, splendenti. Anch' io ho aspettato l' arrivo del nuovo anno: abbiamo fatto festa in casa con amici e parenti. A mezzanotte, quando le sirene hanno incominciato a suonare, prima mi sono affacciata alla finestra e poi sono uscita in balcone per vedere i fuochi d' artificio e sentire lo scoppio dei botti.

Incurante dell' aria pungente e dei continui richiami dei miei: -Vieni dentro! Fa freddo! Chiudi la porta!- me ne stavo col naso in aria e a bocca aperta, estasiata. A me fa un effetto incredibile vedere quella meravigliosa colata di forme infinite e di mille colori!

A Capodanno, dopo una bella dormita, sono scesa dai nonni per abbracciarli e far loro gli auguri. La nonna aveva giá preparato per me e per mio fratello, due grosse mele nelle quali erano conficcate tantissime monete e monetine. Erano kune, lipe, ma anche tanti piccoli e piccolissimi euro e qualche lira… ormai fuori corso. Ho chiesto alla nonna quale significato avesse questa mela e lei mi ha raccontato in lungo e in largo l' antica usanza fiumana della 'bonaman'.

A Capodanno, ha cominciato a narrare la nonna, a Fiume e in tutta la nostra regione, c' era l' usanza della 'bonaman'. É praticamente una strenna 'in contanti' e riceverla il primo giorno dell' anno nuovo, porta bene, é un augurio di buona fortuna, non soltanto per chi la riceve, ma anche per chi la offre. Ha continuato ancora la nonna dicendomi che una volta, tanti anni fa, a Fiume, moltissimi negozi rimanevano aperti, addirittura, il primo giorno dell' anno perché aspettavano la visita di netturbini, postini, incassatori vari e mendicanti, comunque dovevano essere di sesso maschile, che venivano per fare gli auguri di «buon principio e di buon proseguimento». I negozianti, naturalmente, li ricompensavano con una lauta mancia, la 'bonaman' appunto.

Anche i bambini a quei tempi, peró ancora oggi nei paesi limitrofi, da soli o a gruppetti, andavano di casa in casa, da parenti e da amici, tenendo in una mano «el pomo dela bonaman». Venivano accolti con gioia, con piacere e non c' era nessuno che li mandasse via in malo modo. Tutti, secondo le proprie possibilitá, conficcavano nella mela dei soldini e venivano ricompensati, oltre che con gli auguri, anche con qualche piroetta.

La nonna mi ha recitato anche una simpatica filastrocca che i bambini canterellavano entrando nelle case:   

                

                                                           L' ano novo

                                                           ecolo qua!

                                                           No ghe vol ciacole

                                                           ghe vol soldini.

                                                           Aprí le borse

                                                           fora i quatrini!

                                                          Salute, bori

                                                           gnente dolori

                                                           e deme

                                                           la bonaman!


I NONNI RACCONTANO…

Monica Marinelli

Classe I

“Scuola Media Superiore Italiana – Fiume”

Fiume - Croazia

Quella domenica mattina, i nonni sono venuti da me a Vežica, per portarmi a fare una lunga passeggiata per Fiume, ricordandola com'era una volta.

Arrivati a Scoglietto, i nonni hanno iniziato a raccontarmi i loro ricordi della vecchia Fiume. Proprio a Scoglietto iniziava la stazione dei tram, infatti, le automobili erano molto rare (a S. Nicolò, dove viveva mio nonno ce n'erano soltanto tre); la maggior parte delle persone si spostava a piedi o con il tram. Oggi è difficile immaginare la vita senza le macchine, eppure una volta si camminava anche per chilometri per uscire la sera a divertirsi. Iniziamo la nostra passeggiata lungo la via della Fiumara che è accostata al Canal Morto, il porto naturale della città. Parallelo a questo scorre il fiume Eneo (Recina), il quale fungeva da confine tra Fiume e Sušak, anche se oggidì il lato oltre il fiume fa parte della città. Inoltre l'Eneo era molto importante per la produzione di carta e per i mulini.

Si arriva così alla Piazza Scarpa, l'odierna Piazza Jelacic, dove i contadini vendevano legna da costruzione e da ardere. Per di più non c'era la fontana che oggi abbellisce la piazza. Proseguendo per la via si scorgeva di sera il bellissimo tramonto del sole che andava a nascondersi dietro al monte Maggiore. Oggi però non è possibile vedere questo panorama a causa della costruzione del centro commerciale "Grandi magazzini" che intralcia la visuale.

Entriamo ora nella città vecchia, alla quale il nonno è molto legato, infatti egli ama passeggiare per le viuzze strette che formano un vero labirinto. Notiamo alla nostra destra il Duomo, la chiesa più vecchia di Fiume. Recentemente sono stati scoperti dei mosaici medievali che la città ha intenzione, in futuro, di esporre al pubblico. Vicino al Duomo ci sono gli unici resti delle mura che circondavano la città vecchia.

Visitata la chiesa, per la via del Duomo, ci avviamo verso quella di S. Vito. Questa è intitolata ad uno dei santi protettori della città, i martiri Vito e Modesto. Vicino alla cattedrale c'era e c'è il castello delle carceri che è stato costruito per difendere la città dai nemici. Oggi invece contiene le prigioni e il tribunale.  Scendendo poi, per la Piazza delle Erbe (oggi Piazza Kobler), si arriva alla parte più importante della città di Fiume: la Torre Civica. Questa era l'entrata nella città vecchia, attraverso un ponte di legno gettato sopra il fosso colmo d'acqua, si entrava direttamente nella piazza principale. Da quando è stato messo l'orologio veniva anche chiamata la "Torre dell'orolojo". Su di questa troviamo lo stemma di Fiume: l'aquila bicipite appoggiata su di un recipiente dal quale scorre l'acqua. Sotto lo stemma era scritto il motto "INDEFICIENTER" (= inessiccabile, inesauribile). Mia nonna racconta che la Torre era il principale punto d'incontro dei cittadini di Fiume.

Giunti sul Corso, che è la parte più interessante per me, il nonno mi raccontò delle sue passeggiate con gli amici. Andavano sempre per il corso e tal volta nelle birrerie e in circolo. Il Corso era ogni giorno attraversato da centinaia di persone e si incontrava sempre qualcuno con chi parlare. Il teatro è anche un edificio culturale molto importante per la nostra città. Inaugurato nel 1885, con il suo volume domina la piazza antistante. Infatti, quando vado a trovare i nonni, sulla parete del soggiorno mi impressiona sempre il manifesto dell'inaugurazione del teatro comunale con la prima rappresentazione: Aida. Nel parco davanti al teatro si trova la statua di un Fiumano, il compositore Ivan nob. Zajc, del quale il teatro porta il nome. Il nonno andava spesso a guardare i diversi spettacoli, e siccome non aveva il denaro necessario per pagare il biglietto "in poltrona", stava sempre in piedi a guardare un intero spettacolo.

Passeggiando per la riva ci siamo soffermati a guardare le navi e a mangiare un panino, e il nonno immerso nei suoi ricordi, si accorse di quanto era cambiata. Infatti prima, le navi riempivano l'intero porto tanto che alcune rimanevano fuori in attesa di un posto libero.

Dopo un breve ristoro proseguiamo la nostra gita, passando davanti alla chiesa dei Cappuccini e continuando per la vecchia Via Deak. Arriviamo così alla fabbrica dei tabacchi, dove lavoravano principalmente donne. La fabbrica dei tabacchi, infatti, dava lavoro a molte madri di famiglia che dovevano lasciare in custodia i propri bambini ai parenti, per guadagnare un po' di soldi da vivere. Denominate tabacchine, erano il tema di molte poesie e canzoni.

Scendendo poi, si arriva alla stazione ferroviaria, che è stata aperta al traffico il 2 gennaio 1891. Una volta era il principale centro di comunicazione perché collegava Ljubljana con l'Austria e Zagabria con l'Ungheria. Oggi la ferrovia non è di tale importanza.

Dopo aver fatto il giro completo della stazione ferroviaria siamo giunti all'ospedale di Fiume Fratelli Sobol, che era stato costruito come Accademia di Marina.

Arriviamo così al giardino pubblico di Fiume situato a Mlaca. Mentre una volta era abbellito con aiuole fiorite, alberi tagliati ad arte, piante di stufa, viali e piante d'alto fusto, oggi di tutto ciò è rimasto ben poco; la maggior parte del parco è stato occupato dalla scuola Podmurvice, dai campi da gioco e da alcune abitazioni. C'erano inoltre tre portoni che venivano chiusi al tramontare del sole e talvolta il nonno doveva correre da una parte all'altra per uscire dal giardino. Nella parte alta del parco si trova ancor oggi la scuola "Civica elementare maschile" l'odierna Gelsi. Questa è stata frequentata dal mio bisnonno, successivamente da entrambi i nonni, poi da mio padre e in fine da me.

I nonni mi hanno portato poi, fino all'entrata della fabbrica Torpedo ex siluruficio, dove lavorava il mio bisnonno. Mi ha mostrato inoltre il posto dove lui portava il pranzo al padre. Questo era una cosa caratteristica del tempo, infatti le donne portavano sempre il mangiare ai loro mariti.

Siamo arrivati al termine della nostra passeggiata che mi ha fatto vivere un giorno degli anni quaranta. Facendo questa gita turistica ho imparato i nomi di molte vie e piazze, le caratteristiche della vita di una volta, le differenze tra la città odierna e quella di prima. Siamo infine tornati al punto di partenza rivedendo la nostra città colorata d'arancio al tramonto.


 

I NONNI CI RACCONTANO

3° PREMIO Categoria Scuole Medie Superiori Italiane

 motivazione: anche qui la nonna racconta alla nipotina la Fiume di una volta, quella dello struscio in centro, dei bagni allo stabilimento "Nettuno" o al "Riviera", dei pomeriggi passati al cinema con le amiche a sognare le avventure impersonate dalle dive dell'epoca, insomma il piccolo universo pieno di aspettative di una fanciulla in fiore in una città ricca di divertimenti. In questo mondo di sogno fa però bruscamente comparsa la guerra con i bombardamenti, i rifugi antiaerei, le privazioni ed in cui la fine del conflitto, invece di riportare all'idilliaca situazione così ben delineata nella prima parte, avrà come tragica conseguenza gli anni dell’esodo: "La città si spopolò. Tantissimi fiumani iniziarono il cammino della speranza lasciando un vuoto incolmabile nel cuore di quelli che rimasero. In città venne gente nuova e diversa. Nulla fu più come prima".

 

Lorna Mattias

Classe I - “Scuola Media Superiore Italiana – Fiume”

Fiume - Croazia

 

È un vero piacere ascoltare mia nonna quando parla di Fiume, di com’era un tempo. Perché lei è una fiumana vera, come lo erano sua mamma e sua nonna ed è un’appassionata della storia della città che ama più d’ogni altra cosa. I racconti di vita vissuta sono passati di generazione in generazione scrivendo pagine di una storia interessante, intensa di avvenimenti. Soprattutto speciale per coloro che hanno trascorso i propri anni più belli nella Fiume di allora che, grazie al mare e alla favorevole posizione geografica, poteva stare al fianco dei più noti centri europei.

 

Fiume si sviluppò intensamente circa due secoli fa quando divenne un enorme cantiere. Sorsero allora palazzi, teatri, alberghi, fabbriche, istituti scolastici, mercati cittadini…Mia nonna ripete spesso che bisogna nutrire un senso di gratitudine verso tutte quelle persone, di provenienza diversa, che ci hanno lasciato un patrimonio inestimabile. Le chiese di Fiume poi, di data ben più remota, sono dei veri e propri gioielli – la cattedrale di San Vito, il Duomo con il campanile pendente, ma forse fra tutte la più interessante è la chiesa dei Cappuccini perché ha una storia particolare. La sua costruzione durò ben trent’anni, con intervalli, però non è mai stata portata a termine. È rimasta senza il campanile, che secondo il progetto doveva fungere da faro.

Io abito in via Dolac e qui si trova la nostra scuola. Come non parlare di questa via? Mia nonna racconta che i suoi citavano spesso un nome illustre – Giovanni Ciotta. Con la sua nomina a sindaco di Fiume iniziarono imponenti lavori di urbanizzazione della città. Con l’apertura della nuova Dolac venne offerta all’industriale inglese Robert Whitehead, fondatore del Silurificio dove si producevano i micidiali siluri, di investire parte del suo ingente capitale. Il ricco imprenditore ingaggiò allora l’architetto Giacomo Zamattio, quale autore dei progetti, di dimostrare il suo talento nella costruzione di case d’abitazione. Sorse qui, fra gli altri palazzi, la famosa Casa veneziana che fu un tempo la dimora dello stesso industriale. Mia nonna sa qualcosa del Silurificio perché nel periodo tra le due guerre suo zio Serafino era marinaio a bordo dei natanti che andavano al recupero dei siluri in prova.

I ricordi di un’infanzia e di una giovinezza trascorsi a Fiume sono fatti anche di piccole cose. Mia nonna parla con gioia del mare, dei primi bagni, che da bambina faceva al bagno “Nettuno” dove si divertiva a giocare con la sabbia tiepida. È qui che la mamma le ha insegnato a nuotare anche se lei, per ironia, non è mai riuscita a stare a galla.

Più tardi è diventato in voga il bagno “Riviera” , con il suo ruscello dall’acqua quasi gelida da dove i ragazzi si gettavano in quella calda del mare. E il trampolino, chi non lo ricorda? I tuffi a rondine dei più spavaldi e a “panzada” dei meno esperti. Al ritorno, sia che uno prendesse il tram o andasse a piedi, si prendeva il gelato da Fontanella – un piccolo cono costava venti centesimi, quello più grande trenta e la famosa conchiglia cinquanta centesimi! Le ho chiesto se fosse molto o non tanto. Non ricorda, però mi ha detto che allora c’era una canzone molto famosa – “Se potessi avere mille lire al mese…”.

Le domeniche erano giornate particolari. Si indossavano gli abiti migliori e dopo la messa si andava a passeggio per il centro. Alla pasticceria “Piva” si compravano delle ottime paste, oppure da “Sari” in Cittavecchia le squisite “patatine”. Al pomeriggio si andava al cinema. Sempre alla prima rappresentazione, perché l’aria era più pulita. A Fiume c’erano molte sale cinematografiche: dal Teatro Fenice alla Sala Roma, dal Centrale all’Odeon…A quell’età mia nonna e le sue amiche preferivano i film d’amore, con attrici come Alida Valli o attori come Amedeo Nazzari e Vittorio de Sica, ma andavano a vedere anche i film comici.

Ai ragazzi che avevano allora dodici o qattordici anni l’inizio della guerra non sembrava una cosa mostruosa. Piuttosto una brutta avventura che sarebbe presto finita. Ma non fu così. Nel linguaggio comune entrarono termini nuovi – rifugi antiaerei, fortezze volanti, coprifuoco, sfollamento…I viveri venivano a mancare e, come ricorda la nonna, le cose che si mangiavano non avevano alcun sapore. C’era però una gallina nel piccolo pollaio che ogni tanto dava un uovo e allora per pranzo si faceva la “frittata”. Alle volte purtroppo l’uovo tardava ad uscire…Anche la fame ha fatto la sua parte.

L’infuriare della guerra sconvolse uomini e cose. Poi, la calma…apparente. Dopo la fine delle ostilità vennero gli anni dell’esodo. La città si spopolò. Tantissimi fiumani iniziarono il cammino della speranza lasciando un vuoto incolmabile nel cuore di quelli che rimasero. In città venne gente

nuova e diversa. Nulla fu più come prima


 

  

"I NOSTRI VECI NE CONTA…” – I NOSTRI NONNI CI RACCONTANO…”

1° PREMIO Categoria Scuole Medie Superiori Italiane

motivazione: Autentiche le considerazioni di una diciassettenne per il prezioso contributo dei ricordi della nonna. Significativo il finale: “ . . . .  guardando la foto di una mia coetanea capisco che tutto ciò che è successo sono emozioni e sensazioni ancora vive, che possono ancora rattristare, rallegrare o venir condivise e quasi dimentico che la ragazza della foto ha dato vita alla mia mamma, che poi l’ha data a me e io spero di non essere la fine della catena  . . “

 

Stella Defranza

Classe III - “Scuola Media Superiore Italiana – Fiume”

Fiume - Croazia

 

Ogni famiglia media è composta da due genitori e uno o più figli. I figli crescono, si sposano, hanno altri figli e in questo modo si susseguono gli anni e i decenni, lasciando le persone nella loro convinzione di vivere in un periodo unico, mentre in realtà fanno parte di un ciclo che si ripete all` infinito e che è comunemente chiamato «storia».

Ascoltando le storie che quotidianamente mi vengono raccontate dai nonni e dagli zii, mi  sono fatta l’idea che debbano essere sicuramente entrate a far parte non solo nel mio cervello e nel mio cuore ma persino nelle mura della casa. Il bello di tutti questi ricordi che i miei nonni si preoccupano di rendere ancor  sempre vivi e colorati è di entrare nel profondo del mio essere, tanto che a momenti non sono sicura se sono stata io a viverli oppure è stata la mia nonna.

Sfogliando un album di fotografie in un pomeriggio grigio e piovoso, ho sentito un po’ di nostalgia dei tempi passati. Sembrerà paradossale che una ragazza di appena diciassette anni senta nostalgia di tempi che ormai esistono solo su rare fotografie sgualcite o libri di storia, eppure a volte succede.

Analizzando la causa di questo sentimento, ho concluso che una delle cose che mi mancano e che i miei nonni alla mia età avevano, sono i sogni.

Con poco sforzo posso avere tutto ciò che desidero, però in realtà non desidero niente in particolare.

Spesso la nonna mi racconta del clima che regnava in casa quando lei era bambina; era un clima apparentemente di paura della guerra, però la famiglia era unita e anche se si faceva fatica a trovare da mangiare, si passavano delle belle serate a parlare e a conoscersi meglio, cosa che più non accade. La nonna aveva i capelli lunghissimi (proprio come me ora) e giocava con la sua amica a teatrino, con le bambole o con le biglie.

D’estate si andava al mare, dove i ragazzi trascorrevano tutto il giorno a tuffarsi, nuotare e divertirsi, senza neanche portarsi appresso gli asciugamani. La sera le ragazze passeggiavano per il Corso e incontravano le prime simpatie sotto alla vecchia torre dell’orologio.

Quando la mia nonna andava a ballare era costretta ad indossare scarpe strette e scomode, che però non sono mai riuscite a guastarle la serata.

In tempo di guerra gli uomini ascoltavano di nascosto la radio inglese per tenersi informati sulla situazione nel resto d’Europa, mentre le donne si preoccupavano di far stare i bambini in silenzio.

I giovani avevano un grande rispetto delle persone anziane o disabili, non osavano mai disubbidire o mancare di rispetto ai genitori e davano del «lei» persino ai loro nonni.

Anche l’aspetto della città  era diverso.

Attraversando il ponte di Susak si entrava in Jugoslavia e spesso la mia bisnonna portava la nonna dall’altra parte del confine dove abitava la nonna della mia nonna, e in questo modo si assicurava che fosse al sicuro dai bombardamenti e che non fosse d’impiccio quando bisognava prepararsi in fretta e furia e correre verso il rifugio antiaereo.

La maggior parte degli edifici dell’inizio del secolo scorso non esistono più. Neanche la Zitavecia  non ha mantenuto l’aspetto di allora; a parte qualche casa, la chiesa di San Vito e l’arco romano, il resto è stato rimpiazzato da centri commerciali, gelaterie e negozi di abbigliamento. La torre dell’orologio è stata restaurata e la Piazza delle erbe ha cambiato nome e non ospita più neanche una di quelle bancarelle piene di frutta e ortaggi, alle quali era dovuto il suo nome.

Ritornando all’album di fotografie del quale avevo iniziato a parlare, mi hanno colpito molte fotografie che ne fanno parte. All’inizio ci sono alcune foto dei miei bisnonni davanti alla casa distrutta dalle bombe e che a momenti cade a pezzi. Mi ritengo fortunata di aver conosciuto la mia bisnonna. Non ha avuto una vita facile, però è sempre riuscita a mantenere la calma e il suo volto severo, anche se io non me la ricordo tale.

In un’altra foto, la mia preferita, mia nonna è abbracciata alla sua amica del cuore e sorride al fotografo in tutta la bellezza dei suoi diciotto anni. Anche se non poteva uscire da casa dopo le nove, a causa del «coprifuoco» imposto dalle madri, dal suo volto traspare la spensieratezza e la felicità di poter passeggiare in riva al mare in una giornata di sole.

Sono tante le storie che ogni giorno mi vengono raccontate dai miei nonni, però non ho voluto riportarle tutte quante e anche se avessi voluto, dubito che ci sarei riuscita.

Sono passati tanti anni da quando queste foto sono state scattate, Fiume da italiana è diventata iugoslava e poi croata, però in casa mia risuona ancora il dialetto fiumano che è l’unica lingua che sapevo parlare fino ai tre anni.

Ho ritenuto che le fotografie possano provare che tutto ciò che ci viene raccontato non sono storie inghiottite dal vortice del tempo; guardando la foto di una mia coetanea capisco che tutto ciò che è successo sono emozioni e sensazioni ancora vive, che possono ancora rattristare, rallegrare  o venir condivise, e quasi dimentico che la ragazza della foto ha dato la vita alla mia mamma che poi l’ha data a me e io spero di non essere la fine della catena.

Per me i nonni hanno un’importanza grandissima, sono una fonte di sapere e esperienze che io non riuscirò mai ad usare abbastanza, mi aiutano a non dimenticare le nostre origini per non perdermi in un futuro ancora incerto.