Temi partecipanti provenienti dalla Croazia , Slovenia

– Categoria “ 1 ”

Elementari :

 

 

 

SAN  SERVOLO                                                           lavoro cumulativo   

 VI  classe 

                                                                                               Scuola Elementare Italiana – Buie

 

Valentina Dunis, Jessica Hribar, Niko Korenika, Erika Marušić, Victoria Maria Savron, Serena Sinković, Tommy Toth 

                     

 

«LE FESTE E LE TRADIZIONI POPOLARI E RELIGIOSE ALL'OMBRA DEL TUO CAMPANILE»

Le feste e le tradizioni popolari e religiose fanno parte del ricco patrimonio culturale di una comunità. Si può dire anzi che sono cultura, precisamente cultura popolare.Visto il tema del Concorso della Mailing List Histria di quest’anno, abbiamo deciso di effettuare delle ricerche riguardanti le festività e le tradizioni popolari e religiose di Buie e di Momiano d’Istria. 

BUIE

 

Capodanno (1° gennaio) – I dolci tipici di Capodanno erano lo strucolo e il pan de spagna. I bambini andavano per le case dicendo: “Bon principio dell’ano novo!” e  ricevevano la bona man (noci, arance). 

 

Epifania (6 gennaio) – Era una festa importantissima per i bambini perché la notte prima mettevano le calze appese sulla napa. Durante la notte le nonne mettevano in ogni calza uno, due soldi (perché quella volta si era poveri), qualche caramella e delle noccioline.

 

Domenica delle Palme (la domenica che precede la Settimana Santa, otto giorni prima di Pasqua) – Tutti andavano in chiesa con un rametto d’ulivo. L’ulivo benedetto si portava a casa e si appendeva al muro sopra il quadro di qualche santo.

 

La Settimana Santa – Era la settimana più importante dell’anno, dal punto di vista religioso. La gente devota si preparava alla Pasqua e andava in chiesa ogni giorno. Soprattutto si celebrava il Venerdì Santo, il Sabato Santo e la Domenica di Pasqua. Il Venerdì Santo, dalle ore 15.00, quando è morto Gesù, fino al canto del Gloria della messa di mezzanotte, non si suonavano le campane né si faceva altra musica. Si suonava soltanto el scarigato – uno strumento fatto di legno che si faceva girare.

Durante il Venerdì Santo si faceva digiuno e astinenza. Come unico pasto del giorno si mangiava il baccalà. Il Sabato Santo si preparavano i dolci per la Santa Pasqua e si cucinavano le uova. Si preparava la pinza – il panettone di Pasqua e, con lo stesso impasto, si facevano le colombe per le bambine (a forma di colomba con un uovo sodo) ed il taschin per i maschi (a forma di borsa con l’uovo sodo ed il manico per tenerlo).

Pasqua era la festa più grande, si andava in chiesa e a casa si mangiavano l’agnello e tanti dolci.

 

Lunedì dell’Angelo (Pasquetta) – Si celebrava andando in chiesa e facendo successivamente una scampagnata. Si andava in campagna con la famiglia e gli amici e si mangiavano le uova sode, i dolci e altro cibo.

 

San Servolo, patrono della Città di Buie (24 maggio) – Tutta la popolazione andava in chiesa da dove iniziava una grande e solenne processione che faceva il giro della città vecchia. Le bambine indossavano l’abito bianco della prima comunione, i bambini erano vestiti da paggetti. Per San Servolo si mangiavano i piselli (bisi), i carciofi e  i busolai.

 

Le rogazioni – Si svolgevano tre giorni prima dell’Ascensione. La popolazione passava per le strade di campagna,  guidata dal sacerdote che benediva i campi. 

 

Corpus Domini – si festeggia quasi sempre in giugno. A Buie si faceva una grande processione che percorreva le vie della città vecchia. Le bambine indossavano l’abito bianco e portavano un cestino contenente petali di fiori. Camminavano innanzi al Santissimo gettando i fiori per tutta la via.

 

Assunzione della Beata Vergine Maria (15 agosto) – La gente si recava in chiesa. Dopo la messa andava a pranzare. Si mangiava il brodo e l’arrosto. C’erano per la cittadina le bancarelle dove si potevano comperare, tra l’altro, busolai, angurie e meloni.

 

Madonna piccola (8 settembre) – Era una festa religiosa molto importante per Buie perché a Buie si trova il santuario della Madonna della Misericordia. Molti devoti vi giungevano in pellegrinaggio, soprattutto dalle località circonvicine. Al pomeriggio, in piazza, si giocava la tombola.

 

Tutti i Santi (1° novembre) – Si andava in chiesa.

 

Tutti i morti (2 novembre) – Si andava al cimitero portando fiori e accendendo candele ai defunti. Si aspettava che il parroco venisse a benedire le tombe.

 

Natale (25 dicembre) – Era una delle feste religiose più importanti dell’anno. Si andava in chiesa e a casa si pranzava mangiando carne di tacchino. Infatti si diceva: “ Per Nadal el dindio, per Pasqua l’agnel ”. Ci si scambiava dei piccoli regali e si ammirava il presepe e l’albero di pino decorato. Alla vigilia di Natale si mangiava il baccalà.

 

San Silvestro (31 dicembre) – Alla sera c’era un grande ballo per il quale la gente si preparava un mese prima. Durava fino alla mezzanotte. Si mangiavano i dolci preparati per le festività natalizie.   

MOMIANO

 

Capodanno – I dolci che si preparavano per questa festività erano i crostoli. Durante la messa veniva ringraziato Dio per l’anno appena terminato. I bambini andavano per le case a prendere la bona man cioè crostoli, nocciole, mandorle, noci…

 

Epifania (6 gennaio) – I bambini mettevano le calze sotto il camino e il giorno dopo trovavano caramelle, cioccolata, uova sode e altro. Se erano “cattivi”, trovavano carbone.

 

Domenica delle Palme (la domenica che precede la Settimana Santa, otto giorni prima di Pasqua) – A messa si portavano a benedire rametti d’ulivo. Si svolgeva la processione fuori dalla chiesa. A casa si preparavano le pinze (fatte sotto la campana).

 

La Settimana Santa – Il giovedì si commemorava l’Ultima cena di Gesù, il venerdì si adorava la croce e si faceva la Via Crucis.

 

Pasqua – A messa la gente portava a benedire la pinza e le uova.

 

Lunedì dell’Angelo (Pasquetta) – Dopo mezzogiorno veniva annunciato l’inizio del ballo all’aperto di Cremegne. Le altre domeniche il ballo all’aperto aveva luogo in altri paesi.

 

Le rogazioni – Si svolgevano in tre giorni (prima dell’Ascensione). Si partiva dalla chiesa di Merischie. Il primo giorno venivano benedetti i campi dei Merischie, il secondo quelli di Oscurus, il terzo quelli di San Mauro.

 

Ascensione – In occasione di questa festa religiosa si mangiava il finocchio con le orecchie e la lingua del maiale.

 

Corpus Domini – Si faceva la processione attorno al paese. Partecipava anche la banda paesana.

 

Assunzione della Beata Vergine Maria (15 agosto) – Dopo la messa si svolgeva la tombola in piazza.

 

Tutti i Santi (1° novembre) – Si andava a messa durante la quale venivano ricordati i Santi.

 

Tutti i morti (2 novembre) – Dopo esser stati a messa si andava al cimitero a portare fiori e lumini sulle tombe dei defunti.

 

S. Martino, patrono di Momiano (11 novembre) – La gente del paese e delle località limitrofe accorreva in massa alla celebrazione della messa. La funzione religiosa era concelebrata da più sacerdoti. Terminata la messa, per le vie del paese suonava la banda. C’era la fiera e la gente era allegra.

 

Immacolata Concezione (8 dicembre) – La messa veniva celebrata a S. Mauro.

 

Natale (25 dicembre) – Durante il Natale si mangiava il tacchino. I dolci che venivano preparati per l’occasione erano le fritole.

 

San Silvestro (31 dicembre) – Si riunivano due o tre famiglie in una casa e aspettavano attorno al focolare l’arrivo dell’anno nuovo. 

 

Persone intervistate: Rita Bubola, Margherita Brala, Maria Papo, Luigia Bonetti – Buie

                                     Dante Tulliach – Momiano.

 


 

CASTRUM  BULGE                                                       lavoro cumulativo    VII  classe

 

                                                                                        Scuola Elementare Italiana – Buie

 

Azzurra Barbo, Valentino Dussich, Nicol Marušić, Tina Pregara, Teodora Srdar Milenković, Erik Uljenik, Ilenia Vežnaver

 

 

«LE FESTE E LE TRADIZIONI POPOLARI E RELIGIOSE ALL'OMBRA DEL TUO CAMPANILE»

 

RICETTE DI CIBI E DOLCI CARATTERISTICI DELLA MIA LOCALITA’, DEL MIO PAESE

 

La scelta, da parte nostra, di effettuare questo lavoro di ricerca è stata dettata dalla volontà di approfondire le nostre conoscenze su un aspetto molto importante del bagaglio culturale della gente delle nostre località: quello riguardante le tradizioni gastronomiche.

Anche queste, a nostro avviso, vanno studiate, approfondite e soprattutto tutelate. Il nostro vuole essere un piccolo contributo che va in questa direzione. 

 

Coste e luganighe in garbo (Maria Marušić - Marussici) 

Ingredienti per quattro persone: quattro coste di maiale (essiccate), mezza salsiccia, olio, una cipolla, acqua e aceto oppure vino bianco, due uova fresche.

Bisogna soffriggere la cipolla con un po’ d’olio. Aggiungere le salsicce e le coste a pezzi e soffriggere il tutto per cinque minuti a fuoco lento. Quindi aggiungere l’acqua e l’aceto (oppure il vino) e cuocere fino a cottura ultimata. Alla fine scuotere le uova e aggiungerle al tutto con una breve bollitura. Questo sugo viene mangiato con la polenta. 

 

La polenta col sugo (Maria Marušić - Marussici) 

Ingredienti: farina di granoturco, acqua, sale, olio.

Dopo aver fatto bollire l’acqua, aggiungere il sale e la farina mescolando continuamente. Aggiungere l’olio e mescolare a fuoco lento per quaranta minuti. Rovesciare quindi la polenta su un piatto di legno e gustarla assieme al sugo. 

 

Pasta e fasioi (Virgilio Dussich, Lucia e Ines Acquavita - Buie) 

Ingredienti: pasta, fagioli, pesto di lardo, el sampin de porco.

Mettere tutti gli ingredienti in pentola (tranne la pasta) e lasciare bollire per quattro ore. Aggiungere quindi la pasta e far bollire finché non è cotta.

 

Lingua de porco e spinaze (Margherita Poccecco – Giurizzania) 

Ingredienti: sale, lingua di maiale, spinaci, olio e aglio

Questo piatto si preparava per l’Ascensione (la Sensa). La lingua del maiale si mette a cucinare in una pentola con il brodo. Quando è cotta viene cosparsa di sale. In un’altra pentola si mette l’olio, l’aglio e poi si aggiungono gli spinaci. Dopo venti minuti sono pronti. 

 

“Nadua” con la lingua de porco (Margherita Poccecco – Giurizzania) 

Ingredienti: pane grattugiato, uva secca, formaggio, uova.

Anche questo piatto poteva venir preparato per l’Ascensione. Si mescolano gli ingredienti formando dei “cilindri”. 

 

Agnel coi bisi (Margherita Poccecco – Giurizzania) 

Ingredienti: cipolla, olio, sale, pepe, agnello, rosmarino, acqua, farina, carote.

Veniva preparato per Pasqua. Si mette a soffriggere la cipolla nell’olio, poi si aggiunge l’agnello e gli altri ingredienti. Si mescola il tutto finché la carne non è pronta. 

 

Minestron (Amalia Bibalo–Antonac – Baredine) 

Ingredienti: lardo di maiale, prezzemolo, aglio, fagioli, strasade* (tagliatelle fatte a mano), acqua e patate.

Era il cibo che veniva preparato più frequentemente nelle famiglie contadine.

Tritare con il coltello caldo il lardo, il prezzemolo e l’aglio. Prendere una pentola da dieci litri e riempirla d’acqua. Passare i fagioli e tagliare a cubetti le patate. Cuocere per cinque ore. Infine mettere le tagliatelle fatte a mano nella minestra.

Risultato: un piatto saziante e completo, ricco di calorie per il corpo. 

 

Le strasade (Amalia Bibalo–Antonac  -  Baredine) 

Ingredienti: farina, un uovo, acqua tiepida.

Mescolare gli ingredienti e creare un impasto compatto. Fare in seguito una sottile sfoglia con il matterello. Tagliare in due la sfoglia e arrotolare le due parti; quindi tagliare delle fettuccine dallo spessore di circa 1-2 cm. Far bollire nell’acqua bollente per circa tre minuti. 

 

Fusi e sugo di gallina (Amalia Bibalo–Antonac  -  Baredine) 

Sugo: soffriggere la cipolla e poi aggiungere la carne di gallina e un pomodoro tagliato a cubetti. Versare un pizzico di farina per rendere il sugo più denso. Far bollire per due ore.

 

Fusi

Ingredienti: 1 kg di farina, quattro uova, un po’ di sale e acqua.

Mescolare gli ingredienti e aggiungere dell’acqua tiepida. Fatto l’impasto, stenderlo con il matterello e tagliarlo a piccoli quadretti. Con una piccola canna si dà la forma voluta. 

 

Arrosto di tacchino (Amalia Bibalo–Antonac  -  Baredine) 

Ingredienti: un tacchino, olio d’oliva, sale e un pizzico di pepe a granuli grandi, rosmarino e aglio.

Tagliare il tacchino a pezzi, salarlo e appoggiarlo sull’olio bollente. Aggiungere il rosmarino, qualche granello di pepe e uno spicchio d’aglio. Far cuocere per circa due ore aggiungendo ogni tanto dell’acqua. 

 

La titola (Elena Uljenik – Tribano) 

La titola è un dolce che si preparava il Venerdì o il Sabato Santo. Si mangiava il giorno di Pasqua, al mattino oppure il giorno dopo (Lunedì dell’Angelo). Ha la forma di una treccia con alla fine un uovo. 

Ingredienti: 6 o 7 uova, 1 kg di farina, 1/4 di litro di latte, 250 g di zucchero, 120 g di lievito, 160 g di strutto, limone grattugiato, un po’ di sale, vaniglia e un uovo.

Si mettono le uova nella farina e si mescola bene con le mani. Poi si aggiunge lo zucchero, il lievito, il latte, lo strutto, il limone grattugiato, la vaniglia e si mescola bene fino ad ottenere la pasta che si lascia lievitare. Dopo la lievitazione si modella il futuro dolce a forma di treccia, con in fondo un uovo. Quando la lievitazione è terminata, il dolce si mette nel forno ad una temperatura di 150° C per circa un’ora. 

 

I fiochi (Maria Barbo – Buie) 

Ingredienti: quattro uova (da eliminare tre bianchi d’uovo), quattro cucchiai d’olio, quattro cucchiai di grappa, quattro cucchiai di zucchero, limone, vaniglia, sale e farina.

Setacciare la farina, aggiungere le uova, lo zucchero, il sale. Mescolare poi a questi ultimi ingredienti, poco per volta, la farina. Si ottiene una pasta molto soffice. Coprire la pasta e lasciarla riposare per mezz’ora. Fare in seguito una sottile sfoglia col matterello e tagliarla a strisce larghe 2 cm. Formare dei nodi allentati con le strisce e metterli a friggere nell’olio bollente. Quando sono pronti, aggiungere lo zucchero. 

 

I busolai (Maria Barbo – Buie) 

Ingredienti: 1 kg di farina, ½ kg di lievito di birra, 18 decagrammi di olio, 25 decagrammi di zucchero, ½ litro di latte.

Si mescolano lievito, un po’ di farina, zucchero e un po’ di latte, lasciando lievitare. In una grande pentola si mettono la farina, i tuorli d’uovo, lo zucchero, l’olio, il rum, sale e vaniglia. Si mescola col latte e si aggiunge il lievito che si è lasciato lievitare. Poi si lascia che lieviti il tutto. Quando è pronto, si svuota sulla tavola. Si fanno delle ciambelle che vengono messe negli stampi. Dopo aver lasciato lievitare per dieci minuti, si mettono nel forno. Quando sono pronti, vengono bagnati col vino bianco e cosparsi di zucchero. 

 

Pan de spagna (Stefania Mocibob Brajko – Baredine) 

Ingredienti: un limone grattugiato, dieci uova, dieci cucchiai di zucchero, vaniglia, lievito.

Dopo aver messo tutto in un contenitore, sbattere per mezz’ora. In seguito aggiungere dieci cucchiai di farina. Impastare. Lasciare dieci minuti in un posto caldo in modo che possa lievitare. Fare una forma e mettere in un forno per un’ora. 

 

La pinza (Stefania Mocibob Brajko – Baredine) 

Veniva mangiata per Pasqua.

Ingredienti: 2 kg di farina, quattro uova, un bicchiere di zucchero, un bicchiere di latte, 20 decagrammi di lievito, un po’ di sale, un bicchiere di olio, un limone o un’arancia, vaniglia.

Dopo aver impastato tutti gli ingredienti, il pastone deve venir messo in un posto caldo affinché possa lievitare. Poi si mette in forno per un’ora. 

 

Le fritole con le suche (Virgilio Dussich, Lucia e Ines Acquavita - Buie) 

Ingredienti: zucca gialla, mele, noci, uva passa, cacao, zucchero, grappa, rum, vaniglia, buccia di arancia e limone, pinoli, farina.

La zucca gialla e le mele vengono cotti finché perdono l’acqua, poi si impastano le noci, l’uva passa, il cacao, lo zucchero, la grappa, il rum, la vaniglia, la buccia di arancia e di limone, i pinoli. In seguito si aggiunge la farina. Si mescola il tutto 15 minuti sul fuoco. In seguito tutto l’impasto viene rovesciato sulla tavola. Quando l’impasto si raffredda, con un cucchiaio si fanno delle palline che si friggono nell’olio.

 


 

STELLA                                            Dionea Sirotić 

  III classe 

                                                                      Scuola Elementare Italiana – Buie, sezione periferica di Verteneglio     

 

 Le feste popolari e religiose all'ombra del tuo campanile.

Sono Dionea e vi faccio conoscere le feste e le tradizioni popolari e religiose del mio paese.

San Rocco si festeggia il 16 agosto. San Rocco era nato da una ricca famiglia di Montpellier, in Francia.

Ogni anno la statua lignea del Santo viene portata in processione dalla chiesa di San Rocco sino alla chiesa di San Zenone. Per la festa di San Rocco si mangia il brodo, i fusi, l'arrosto di tacchino, i crauti e i dolci.

Il dodici aprile si festeggia il patrono San Zenone. Ogni anno nel mese di giugno si tiene la festa della Malvasia Istriana, una festa che riunisce i viticoltori della zona, si assaggiano e si valutano i vini nelle due cantine: Otium e Lapi.

Alla vigilia di Natale si celebra la Santa Messa alla mezzanotte per la nascita di Gesù. Il giorno di Natale si mangia il brodo, l'agnello, i cappucci e il pandolce.

Il giorno di Carnevale si fa la sfilata delle maschere per le vie del paese. Camminando per le vie di Verteneglio ti puoi fermare per le case dove ti danno delle arance, uova, salsicce, mele e pere. Molti bambini si vestono da maschere italiane, mangiano delle frittelle e crostoli.

A Pasqua mangiamo le pinze con le uova. Si va alla Santa Messa. Dopo la Messa si aprono le uova di Pasqua e si mangia la colomba.

 


 

DOLCE  FANCIULLA                           Gloria  Vale 

            V  classe 

                                                                                    Scuola Elementare, sezione Italiana – Dignano

 

Festività di San Biagio

 

Per tutti dire S. Biagio è dire Dignano d'Istria. Pensare Dignano è come pensare S.Biagio. La prima cosa che può attrarre il turista che arriva a Dignano è sicuramente l'alto ed elegante campanile della cittadina, uno dei più alti se non il più alto dell'Istria. Poi, se ci si avvicina ad esso, si rimane meravigliati anche dalla semplice ma maestosa facciata del Duomo. Il duomo di S.Biagio è una costruzione inaugurata nel 1800. E' conosciuto soprattutto per la collezione d'arte sacra, per le reliquie, le mummie, gli arredi sacri, preziosi libri antichi, ed è perciò orgoglio dei dignanesi e meta quotidiana di turisti.

Le statue che adornano le sommità del Duomo, rappresentano un gruppo di Santi al cui centro c'è S.Biagio che regge con la sinistra il rastrello ( " el grapedon " ), e con la destra la spada strumento del suo martirio.

Secondo la tradizione Biagio nacque in Turchia. Diventò vescovo, si mise a curare e portare sollievo ai sofferenti. Si raccontano molti moracoli che egli avrebbe operato come ad esempio quello in cui aveva salvato un bambino che non riusciva a respirare a causa di una spina che gli si era conficcata in gola mentre mangiava pesce. Egli lo salvò dopo aver recitato alcune preghiere. S. Biagio fu perseguitato, incarcerato e condannato a morte per decpitazione. Fu martirizzato il 3 febbraio 316. Ed è proprio il 3 febbraio che si festeggia S.Biagio come Patrono di Dignano.

In questa data S.Biagio è ricordato oltre come Patrono, anche come protettore della gola. Infatti, alla fine della messa, c'è il tradizionale rito dell'unzione della gola,che tutti i credenti aspettano con impazienza, sperando che S.Biagio protegga loro dalle malattie, soprattutto da quelle della gola e delle vie respiratorie.

Mia nonna raccontava che 50 anni fa e più, in occasione della festa di S.Biagio a Dignano si disponevano delle bancarelle in piazza e lungo la via Calnova, oggi via Merceria. S. Biagio era una festa molto importante alla quale partecipavano non solo i cittadini di Dignano ma anche tantissima gente dei paesi vicini.

Oggi è rimasta la tradizione di festeggiare S.Biagio. Alla messa solenne partecipano molti credenti, e molti di noi scolari, accompagnati dalle nostre insegnanti. Alla festa del patrono non c'è solo il parroco di Dignano, ma anche molti sacerdoti e vescovi che vengono da molte parti della Croazia. Alla messa partecipa anche il coro misto della C.I. di Dignano che esegue brani classici ed altro. Il Duomo di Dignano è dedicato a San Biagio e, come pure il campanile sono un vero orgoglio per i dignanesi ( bumbari ) e hanno ispirato molti di essi ( poeti e non ).

Così è successo a un dignanese che, stabilitosi a Milano, preso dalla nostalgia per il suo paese natio canticchiava una canzone che fa così:

 

" O mio caro e bel S. Biaso

che ti domini Dignan

mi te vardo alzando el naso

e te vedo fin del Pian".

 

Ecco ora dei versi dedicati alla festa di S.Biagio che descrivono le tradizioni del passato:

 

" ... La festa de S.Biagio

sul Corion eretto:

La cesa piena de zente d' ogni raza

Chi s'inzinocia

tutti con gran rispeto,

Chi fa su e zò la spola,

Per onzerse la gola

Con stò miracoloso oio benedeto,

El stesso zorno

Anca gran fiera in piaza:

Banchetti pieni d'ogni ben per tutti,

Tece, naranse, gioghi, bale de strassa,

Fiaschi de vin che colmi,

I torna svodi..."

 


 

MAGICI  RICORDI                              Lorenzo  Biasiol 

                                                         V  classe                                                           

                                                                                       Scuola Elementare, sezione Italiana - Dignano

 

I racconti di mio bisnonno

 

Era un pomeriggio qualunque e non avendo niente di meglio da fare sono andato a trovare mio bisnonno che abita proprio nella casa accanto alla mia. Mio bisnonno ha 84 anni, è un vecchio che non riesce a stare mai fermo, deve sapere sempre tutto e dare consigli a tutti, perchè: " A je fato do guere mi! ". Infatti era in cantina che dava consigli a mio padre su come mettere le botti del vino che " el veva pena travazà ". Devo confessare che a me è sempre piaciuto aiutare mio padre nei lavori in cantina o in camapgna. Appena posso vado molto volentieri con lui in campagna. Forse sarà per l'amore che mi ha trasmesso mio bisnonno  per la terra o per la vitalità che lui emana quando racconta di quando era bambino e aiutav il suo babbo. Dopo aver finito di dare consigli  siamo andati fuori a " sentarse zouta la pergola a ciapà 'n po' de aria". Ed ecco che cominciò con uno dei suoi racconti...

...Una volta se scominsiava a vendimà ... dopo Sant'Eufemia, il 16 settembre. I contadini però già  una decina di giorni prima preparavano " le bouto " ( le botti ), " el cavecio " ( il tino ), le " brente e le brentole " ( le bigonce ), la " sgranadoura " ( la sgranatrice ), "la tina" ( era una botte conica, come un tino al contrario che seviva per pigiare l'uva con le gambe per farla fermentare), " el stroucolo " ( il torchio ), " el caratel " ( la botte grande), " el carateleito " ( botte piccola che si metteva orizzontalmente), " le fòrfese de podà  par i zornaderi " ( le cesoie per i lavoratori a giornata), "la ciada "( contenitore basso per contenere le vinacce), " la masteleta " ( tinozza di legno ) e i " canteri " ( travi di legno per far appoggiare le botti).

Per le strade davati alle cantine c'erano decine di botti capovolte messe " a stagnà " ( a stagnare con l'acqua). Sulla botte capovolta si versava dell'acqua e poi se le copriva con un sacco di juta affinchè il legno si imbombasse cioè si riempisse di acqua.

Quando l'uva era ben matura i contadini preparavano i carri mettendoci sopra " el caratel " e affinchè posasse bene e non si rovesciasse si toglievano quattro o cinque " rodele " ( ridole parti delle sponde a rastrelliera ) per far appoggiare bene la botte, el caveicio, la sgranadoura, le brente e le brentole, e nelle besase ( la bisaccia ) si portava le forfese,l'acqua, il vino e la merenda. Una volta caricato tutto sul carro i tacava i anemai e i ghe metiva el comato. Tutto era pronto per andare 'n piantada a vendimà. Di solito era il padrone che sgranava l'uva e due o tre giovani portavano le brente, mentre tutti gli altri vendemmiavano.

 

Noi fioi ghe judavimo a vendimà, ma poi se stufavimo presto perchè ne piasiva couri par la tera, a zogase a scondise o saltà a voiltra le mazere. In piantada de me nono a jera na granda fighera e mi me rampigavi 'n sima e despoi cantavi pioun che podivi:

 

"In mezzo al mar zi na funtanela,

chi bivo de quel acqua se 'namura."

" Sto Carneval che se maridaremo,

le boti del bon vin le spinaremo ".

 

Quando le botti erano piene, purtroppo, bisognava tornare a casa per svuotarle. Per quel giorno la vendemmia era finita, ma tutti erano allegri e felici, perchè il giorno dopo sarebbero tornati a vendemmiare in un'altra piantada, a cantare, a chiacchierare e a mangiare pan e formajo e sardelini saladi. La vendemmia non è mai stata considerata un lavoro, ma una tradizione, un divertimento e un'occasione per stare insieme.

 


 

 

 PENSIERINO                                      Giada  Forlani 

  V  classe 

                                                                                              Scuola Elementare, sezione Italiana – Dignano

 

La festa tradizionale di Santa Fosca

 

L'alto " campanile " che domina la mia città copre con la sua ombra un territorio molto antico dove le case e la gente esistono da secoli, dalla preistoria. Gli antenati della sente dignanese hanno costruito case, strade, piazze, volti e tante chiese creando una città dove tante tradizioni resistono ancora. Hanno dissodato i campi e costruito le " masiere " ( muretti a secco ) e le " casite ". Hanno piantato olivi e viti. Tra i campi sul territorio sono sorte anche numerose basiliche. Una di queste è quella dedicata a Santa Fosca che si festeggia il 13 febbraio da tempi remotissimi.

 

Sul libro " Civiltà istriane " ho letto un passo che dice:

" Santa Fosca, località dell'agro dignanese dove è ubicata una basilica preromanica a tre navate ricca di antichi affreschi benedetti e altari lignei. Il pellegrinaggio processionale alla basilica di S. Fosca, con la messa solenne si svolge tuttora la domenica seguente il 13 febbraio, con grande partecipazione di dignanesi e di gente dei dintorni, con festa popolare sul sagrato dove si imbandiscono fino all'imbrunire tavolate da campo per il tradizionale assaggio della " fritada con le luganighe "

 

Santa Fosca è una festa tradizionale dignanese che risale a molti secoli fa. Si festeggia ogni anno il 13 febbraio, quando si organizza la messa nella basilica che ha tre navate e bellissimi affreschi. Quest'anno c'è stata una celebrazione solenne perchè sono finiti i lavori di restauro e di ricostruzione. Nella Basilica c'è anche un altare ligneo che viene decorato con una statuetta raffigurante S. Fosca, la quale era una giovane martire cristiana.

C'è sempre tanta gente che viene a pregare perchè la Santa protegge dalle malattie delle ossa e delle articolazioni. Si racconta che un tempo venivano appesi ai muri stampelle, ingessature e altri oggetti ortopedici donati come voto dalle persone che S. Fosca aveva guarito.

Dopo la messa tutta la gente si raccoglie sul prato, accende i fuochi per preparare il piatto tradizionale: la " fritada con le luganighe " aspettata da tutti. Dopo le preghiere si mangia, si beve e si canta in allegria. La tradizione religiosa è diventata col tempo una festa popolare che si svolge sul sagrato del Santuario di S. Fosca, un monumento di arte sacra molto importante e conosciuto in tutta l'Istria.

La festa è un esempio di come la tradizione popolare e religiosa si è conservata per secoli all'ombra del mio " Campanile "

 


 

 

 ROSSONERO                                      Eric  Ušić

                                                                 VI  classe                                                           

                                                                                             Scuola Elementare, sezione Italiana – Dignano

 

Dignano è conosciuta per la sua capacità di saper conservare e custodire gelosamente le sue tradizioni. Ed è proprio per questo che usi, costumi e tradizioni riescono a resistere al logorio del tempo e ancor oggi affiorano raccontati dai personaggi del suo passato, ma anche del suo presente, dalla viva voce dei tanti nonni dignanesi.

Io ho scelto alcune che mi sembravano interessanti.

 

SAN BIAGIO

E' la festa del patrono principale della nostra cittadina che si celebra il 3 febbraio. Il Santo veniva invocato contro il mal di gola. In questo giorno si usava ungersi la gola con l'olio benedetto. Al mattino si assisteva alla Messa solenne e la gente veniva da tutti i paesei dei dintorni ad assistervi e ad ungersi la gola. I bambini si divertivano ad andare sulle giostre e comperavano "pistacci, dateri, mandorlato, mandole brustolade, crocanti, fighi secchi..."

Le donne correvano a casa ad ultimare il pranzo che quel giorno era il seguente: " fusi ", " capussi garbi con le luganighe " e si facevano anche i dolci. Al pomeriggio la banda suonava in piazza e si tenevano dei concerti nelle chiese o in teatro.

A Dignano la festa di San Biagio ha dato origine ad un proverbio sulla buona o cattiva riuscita dell'anno agricolo.

 

 

                 SE SAN BIASO VIEN RABIOSO         

                                       EL PORTA ANO BON                                

 

                 MA SE 'L VIEN COL SOL BRILOSO                       

               SARA' UN ANO 'SSAI SBUSON.

 

  

 

 

 

 

 

 

 

CARNEVALE

E' la festa più allegra dell'anno. Di solito ci si mascherava il martedì grasso.Nel pomeriggio le maschere andavano per le case e la gente offriva loro vino e " grostoli ".Ci si vestiva in due modi: col travestimento da orso con la pelliccia di lana da pecora oppure ci si vestiva da donna. Non esisteva una maschera specifica, caratteristica del luogo. I dolci caratteristici erano i " grostoli ".

 

La ricetta dei " crostoli "

 Ingredienti: 500 gr. di farina, 40 gr. di burro, due cucchiai di zucchero, vino bianco ( quanto prende ), 2 uova, olio per friggere.

Esecuzione: preparare la farina a fontana e mettere al centro una presa di sale, lo zucchero, il burro fuso e quindi impastare tutto mettendo anche del vino bianco. Lasciare riposare per un po' l'impasto, poi riprenderlo e tirarlo a sfoglia con il mattarello, poi con il coltello e la " rondellina " merlata ritagliare delle strisce. Annodarle a mo' di fiocco e farle friggere in olio bollente a fuoco alto. Alla fine spolverizzare i " grostoli " con zucchero a velo.

 

Ecco alcuni proverbi e detti di carnevale a Dignano:

 

"NADAL DEL BEL PAN

PASQUA DEI BEI DRAPI

EL CARNEVAL DEI MATI"

 

" CARNEVAL NON STA ANDAR VIA

TE FAREMO UN BEL CAPOTO

OGNI PUNTO UN SCAPELOTO

CHE TE POSSI FULMINAR.

CARNEVAL NON STA ANDAR VIA

TE FAREMO UNA VELADA

OGNI PUNTO UNA SASADA

CHE TE POSSI FULMINAR"

 

 

SANTA LUCIA

                    Si festeggia il 13 dicembre. La leggenda dice che S.Lucia si era tolta gli occhi,   li aveva messi in un recipiente per mandarli a un suo pretendente. Così gli fece capire che doveva togliersela dalla mente.

Alla festa di S.Lucia a Dignano, ma  soprattutto lungo la " Calnova ", c'erano tante bancarelle con ogni sorta di merci.  

                   Alla mattina si assisteva alla Santa Messa che si svolgeva nella chiesa della Santa,  un po' fuori città.

 

In uso erano alcuni proverbi:

" AL DEI DE SANTA LUSEJA

ZI LA PIOUN PEICIA ZORNADA

CH'A SEJA.

( IL GIORNO DI SANTA LUCIA E' IL GIORNO PIU' BREVE CHE CI SIA )

 

"DE SANTA LUZIA A NADAL

CRESSI EL GIORNO UN PIE' DE GAL "

(DA SANTA LUCIA A NATALE LE GIORNATE SI ALLUNGANO UN POCHINO) 

 

    Ecco un canto tradizionale che si cantava nel periodo di carnevale:

 

" MAMA MIA GO VISTO L'ORSO

CHE DORMIVA SULE SCALE

E MAMA MIA XE CARNEVALE

CHE LAVORI CHI CHE VOL..."

 

Due feste d'agosto:

 

SAN LORENZO:

Si festeggia il 10 agosto, con il caldo, perciò con grande partecipazione polare. San Lorenzo era uno dei protettori di Dignano ( con San Biagio e San Quirino).

Questa festa presentava un'indimenticabile fiera. I commercianti quel giorno non pagavano le tasse e accorrevano in tanti ad offrire ogni mercanzia. Oggi  questa data è stata scelta come festa del Comune di Dignano.

 

LA FESTA DEI BUMBARI

E' la festa più conosciuta di Dignano e si festeggia in agosto. E' una vera sagra popolare. Durante la festa si fanno le gare con gli asini e si preparano i carri allegorici.

Ci sono tante bancarelle, di sera ci sono i concerti in piazza e ci si diverte tutta la notte.

 


 

           AMICI                                                 Alessandra  Manzin 

  VII  classe 

                                                                                    Scuola Elementare, sezione Italiana – Dignano

 

Le tradizioni del mio paese

 

Dignano si distingue per le sue tradizioni: La maggior parte di loro sono quelle religiose. Pure oggi come tanti anni fa la gente partecipa con entusiasmo alle feste popolari e religiose anche se si festeggiano diversamente.

Voglio ricordare i modi con i quali i nostri nonni festeggiavano alcune feste tradizionali:

 25 dicembre - Il Santo Natale lo festeggiavano in famiglia quando tutti si riunivano nella casa dei propri genitori. A Messa si andava alla vigilia di Natale quando a mezzanotte si festeggiava la nascita di Gesù. Il presepe della chiesa era molto più grande e più ricco di quello di oggi. Il dolce tradizionale natalizio era come oggi " le frittole ".

1° gennaio - Il Capodanno: era una specie di compleanno di tutti. I bambini andavano dai parenti a fare gli auguri e ricevevano la " bona man " ( soldini ): In questa occasione si preparavano i " crostoli ".

6 gennaio - L'Epifania: veniva detta la " festa dei regali per i bambini ". Come i tre re Magi che portavano dei regali a Gesù, così i genitori regalavano qualcosa ai loro figli ( dolci, soldi, alcuni giocattoli).

2 febbraio - La Candelora: il giorno prima di San Biagio si andava a Messa. Esisteva un proverbio legato a questa giornata:

 

Se la vien con piova e vento

dell'inverno semo dentro.

Se la vien con sol e bora

dell'inverno semo fora".

 

3 febbraio - San Biagio: è una festa religiosa per onorare il Santo Patrono di Dignano. La Messa inizia ancora oggi alle 11 e il parroco ungeva la gola alle persone per proteggerle dal mal di " stagione ". Nella piazza si organizzava una grande fiera dove si vendevano molte cose: gli animali, la frutta, i gelati e pure alcuni giocattoli.

13 febbraio - Santa Fosca: la gente andava con i carri e gli asini fino alla Basilica di Santa Fosca, fuori Dignano, tra Barbariga e la nostra località, dove si effettuava la Messa e dopo attorno alla Chiesa, sui prati la gente preparava le uova con le " luganighe " su fuochi di campo improvvisati. Tutti si divertivano mangiando, cantando e scherzando all'aria aperta. C'erano pure dei venditori di frutta. 

Verso la fine di febbraio ( un martedì) si festeggiava il CARNEVALE. Era una festa molto buffa ecosì la chiamavano la festa dei " matti ". Per mangiare la gente preparava il più grande pollo che aveva. I dolci tradizionali erano i crostoli. Per questa occasione si faceva un grande carro allegorico che veniva portato in giro per le strade di Dignano.

Durante la QUARESIMA non si doveva mangiare la carne. Un solo giorno in mezzo alla Quaresima detto CARNEVALETTO, c'era il permesso di trasgredire e di mangiarla, poi... niente fino a Pasqua.

Pasqua chiamata " festa dei bei drappi " ( vestiti ), perchè la gente per quella occasione si cuciva i vestiti nuovi. Il venerdì prima di Pasqua c'era una grande processione che passava per la Calnova. Le donne preparavano le pinze ( focacce ).

15 agosto - Ferragosto: detto pure l' ASSUNZIONE. La gente andava a Messa, dopo di che tutti andavano con i carri al mare.

11 novembre - SAN MARTINO: era ed è ancora la grande festa del vino novello . I dolci tradizionali erano i pampagnacchi fatti col miele.

 

La ricetta:

1 kg di farina, 1 kg di miele, 1 kg di mandorle, 20 dl di olio, 1/4 di zucchero, 1/4 di cioccolato, sale, noce moscata, acquavite.

 

A novembre c'era la Madonna della Salute, festa religiosa. Il corteo della gente andava camminando fino alla chiesa seguendo la banda. Nella chiesa veniva effettuata la Messa,il giorno seguente era il giorno di Santa Cecilia, la protettrice della musica.

 

 


 

   CLAY                                                   Lea  Lešić 

  VII  classe 

                                                                                      Scuola Elementare, sezione Italiana – Dignano

 

Le tradizioni del mio paese.

 

Le tradizioni della vetusta Dignano vanno pian pian scomparendo, ma le persone anziane che ancor oggi vivono si dimostrano una fonte inesauribile di ricordi, di esperienze e di conoscenze che con grande amore cercano di tramandare a noi giovani. Anche se il progresso ha portato la scomparsa di tante usanze e tanti momenti di vita, per fortuna, alcune tradizioni si sono mantenute vive ancor oggi.

E' stata proprio nonna Francesca, la mia bisnonna, a raccontarmi della vita intensa e briosa che si svolgeva nel passato nella nostra Dignano e di come le feste animavano la vita nelle nostre contrade: Natale, Capodanno, Epifania, " San Biaso " ( patrono di Dignano), Carnevale e Pasqua.

 

Il Natale era una festa da trascorrere in famiglia. la famiglia si riuniva a tavola e se tutti non avevano posto, le donne e i bambini mangiavano ai margini, sul piano del “ fogoler “ o sulle “scagnele “ che erano poste intorno alla stanza. Sul “ fogoler “ c’era il “ suco “ ( ceppo ) più grosso e più secco che ardeva, regolato dalle cure del più anziano della famiglia. Sul “ suco de Nadal “ il più vecchio di casa, prima di sedersi a tavola, versava una cucchiaiata di tutti i cibi e bevande per renderlo più scoppiettante e quasi partecipe della gioia della famiglia. Ad una data ora, la gente si riversava nelle strade per andare in chiesa. L’allegro vociare si risentiva anche quando ritornavano a casa.

 

Forse ancor più allegra era la festa del Capodanno. Riscaldati dal grosso ceppo che ardeva sul “fogoler” si aspettava l’Anno Nuovo in compagnia giocando alle carte, alla tombola, al cù-cci e alla girella (sulle cui facce c’era scritto se i giocatori dovevano pagare o prendere ) e si rideva a crepapelle. Specialmente i bambini erano felici perchè per Capodanno andavano dai parenti, conoscenti e santoli a fare gli auguri e dicevano:

 

“ BON ANO E BON PRINSIPIO

CIOLE’ LA BORSA IN MAN

E DEME LA BONAMAN “

 

Nelle vie si sentivano le espressioni augurali che le persone si manifestavano e ovunque risuonavano allegri canti.

Nella serata del 6 gennaio, cioè l’Epifania, per le contrade andavano tre bari canterini “ i cesoti “ con un “ feral “ in mano visitavano case dei conoscenti e cantavano dei “ tre re “

 

“ NOI SIAMO I TRE RE

VENUTI DALL’ORIENTE . . . “

 

Venivano loro offerti i crostoli e il moscato.

Così l’allegria si trasformava in vera baldoria l’ultimo giorno di Carnevale. Bambini e adulti si travestivano e si divertivano da matti. Muniti di bastone andavano per le vie e anche nelle case dove ricevevano uova, salsicce, crostoli ... Non mancavano gli scherzi, i balli nelle cantine, i veglioni.

Veniva organizzata la sfilata dei carri allegorici. Su un carro si mettevano “ el bel “ in una gabbia e per scherzo gli davano da bere con un vaso da notte. Altri erano mascherati da zingari e tiravano un asino sul quale erano appese le  “ bezase “ nelle quali mettevano i bambini. Altri tiravano arancee i bambini si gettavano all’impazzata per prenderle. Fortuna che “ a Carnevale “ ogni scherzo vale.

 

La Pasqua era una festa speciale. La tradizione voleva che a Pasqua si mangiasse al mattino il caffè e per merenda la frutta con le salsicce e le uova lesse. Per il pranzo il brodo precedeva il piatto forte, “macaroni col gal “ che venivano seguiti dal “ moscato “. Le donne preparavano le caratteristiche “ pinze “ e le “ pupe “ e cuocevano le uova che venivano colorate con le foglie d’ortica o di cipolla messe a bollire. I bambini quindi le mettevano in un angolo e cercavano di centrarle con un soldo. I più capaci tiratori, si conquistavano così molte uova sode tra l’ammirazione dei coetanei.

 

I Dignanesi erano molto attaccati alla religione e perciò festeggiavano tutti i santi più importanti e in particolare San Biagio che è il protettore di Dignano da cui la chiesa ha preso il nome. Per san Biagio la via principale era piena di bancarelle. Da metà corso fino alle “ stanghe “ ( il passaggio a livello del treno ) c’era una lunga fila di banchi, tutti zeppi di varia merce. Queste bancarelle erano la gioia dei bambini che non finivano mai di correre da bancarella a bancarella più a curiosare senza ascoltare i genitori e rischiando poi di prenderle.

 

A San Giovanni tutto il paese era illuminato da grandi fuochi che ogni contrada accendeva. Questi falò erano di fascine di legna, carta e frasche che servivano per bruciare le streghe. I ragazzi più grandi saltavano oltre il fuoco con il rischio di finire dentro. Per non bruciarsi i capelli se li bagnavano con l’acqua; ma succedevano ugualmente delle disgrazie ogni tanto.

 

Un tempo ogni festa era un’allegria, un’attrattiva che richiamava usi e tradizioni, che ingaggiavano tutti dalla famiglia alla contrada, dalla contrada al paese. Oggi, molti aspetti di questa vita, pur appartenendo al passato, si ripropongono come manifestazioni di interesse folcloristico.

  

 


 

         FAMIGLIA                                 Aleksandra  Pavlica

VII  classe 

                                                                                         Scuola Elementare, sezione Italiana – Dignano

 

Festa delle " cuxine "

La festa delle " cuxine " si fa nel mese di luglio. La organizza la Società Turistica. Ci sono alcuni candidati che fanno la gara di chi farà la miglior minestra, che è uno dei vecchi piatti istriani. C'è anche la giuria che decide chi è il vincitore. Durante questa festa ci sono molti abitanti di Fasana e molti turisti che sono molto interessati ad assaggiare le pietanze.

Il profumo della minestra attrae tutti. Dopo più di un'ora, quando la minestra è finita, la giuria decide chi è il vincitore. Allora tutti si spingono per ricevere il piatto di minestra, mangiarla e poi ... criticare.

Anche se hanno già cenato a casa, mangiano con appetito perchè la minestra è buonissima e gustosissima. I cuochi sono felicissimi perchè la minestra sparisce presto, anche se loro non riescono a provarla. Mentre si mangia c'è della buona musica, un'orchestrina, che suona e accompagna le chiacchiere, anche per tutta la notte.


 

                 G  64                         Andrea  Blašković 

  VII  classe 

                                                                                       Scuola Elementare, sezione Italiana – Dignano

 

 

LE TRADIZIONI E LE FESTE DI DIGNANO

 

Voglio iniziare questa mia carrellata tra le feste di Dignano con il Natale per continuare poi con le principali feste dell'anno.

 

A NATALE

si usava andare in chiesa alla mezzanotte. Prima però si faceva una grande cena e sul focolare si metteva un grosso " soco " di legno che doveva durare fino al mattino seguente. Questo lo si faceva per riscaldare Gesù Bambino. Nel frattempo le donne preparavano " le fritole ", un dolce tipico  della nostra località. Finita la cena tutti i parenti si riunivano intorno alla tavola mangiando le fritole ancora calde, cantando canti natalizi e così allegramente aspettavano la Santa Messa della mezzanotte.

 

L'ANNO NUOVO

Questa festa nel tempo non ha avuto grandi cambiamenti. Si aspettava la mezzanotte preparando una cena più ricca del solito. Allo scoccar della mezzanotte ci si scambiava gli auguri. Al mattino i bambini andavano dai parenti a chiedere la " bona man " cioè un regalino sia in denaro che in qualche frutto secco. Ognuno dava quello che aveva, certe volte però si rimaneva pure male, perchè... forse si aspettava qualcosa in più.

 

L'EPIFANIA

La giornata dell'Epifania era considerata la Festa dei bambini perchè si metteva la calza sotto la " napa ". Il mattino seguente dentro si trovavano uno o due dolci, qualche caramella o qualche frutto.

 

SAN BIAGIO

Questa festa è sentita ancora oggi qui da noi perchè è la festa del patrono. Anni fa venivano tanti pellegrini e si mettevano bancarelle lungo tutta la Calnova fino al piazzale della chiesa di San Biagio. Una particolarità è che la banda di Dignano suonava in piazza dopo la Messa.

 

CARNEVALE

Questa festa non è cambiata, ci si veste in maschera e si fanno i " crostoli " un dolce tipico di Dignano.

 

SANTA FOSCA

Questa è una festa religiosa, particolare per Dignano ed è rimasta invariata nel tempo. Presso il santuario di Santa Fosca fuori Dignano si fa la " fritada " con le

" luganighe ". L'unica cosa che è cambiata è che prima vi si andava col carro mentre ora con la macchina perchè la basilica si trova in aperta campagna.

 

PASQUA

Questa è forse l'unica festa che non è cambiata per niente, cioè ha mantenuto le tradizioni di una volta. Si va a Messa e poi si pranza con i parenti. In tavola come dolce tipico si trovano le " pinze ", le " pupe " e la " colomba ".Le pinze erano per gli adulti, le pupe per le bambine, mentre la colomba per i bambini.

 

SAN GIOVANNI

Questa festa è molto particolare e ormai non si festeggia più. L'usanza era che i ragazzi il giorno prima di San Giovanni raccoglievano fasci di legna secca e facevano i " monti ". La sera si accendeva il fuoco e si faceva a gara chi lo farà più grande. La particolarità era che i più coraggiosi saltavano oltre il fuoco.

 

LE ROGAZIONI

Questa non è proprio una festa ma è una preghiera affinchè i raccolti della campagna siano abbondanti. Queste preghiere duravano tre giorni. Si visitavano tutte le chiese dei dintorni di Dignano, come Santa Lucia, Santa Domenica, San Francesco, Sant'Antonio, San Michele, San Quirino, Santa Margherita, Santa Fosca e San Tommaso. La processione aveva in testa i parroci e a seguirli c'erano tanti bambini e qualche persona adulta. I ragazzi prendevano cibi e bibite che legavano dentro ad un tovagliolo. Il tovagliolo era appeso su un paletto di legno che veniva portato in spalla.

 

L'IMMACOLATA

Questa festa si festeggia il 15 agosto. E' una festa che con il passare del tempo ha acquisito più importanza, perchè la gente che con l'esodo ha lasciato queste terre viene in vacanza e quel giorno ci si ritrova tutti in chiesa.

 

LA MADONNA DELLA SALUTE

Questa ricorrenza non è più sentita come una volta. Prima la gente faceva il pellegrinaggio a piedi fino alla chiesa della Madonna della Salute con in testa la banda. Sul luogo c'erano molte bancarelle e si usava comperare castagne arroste elesse. Per la banda il comune offriva " le trippe " in sugo.

 

Ho lasciato per ultima la festa di CORPUS DOMINI: Ascoltando i racconti di mio nonno mi è rimasta particolarmente impressa. Una volta in molte vie di Dignano si facevano gli altari appositamente per questa festa e ogni contrada cercava di farlo al meglio. Sulle finestre si mettevano i copriletti bianchi e il quadro di Gesù. Dalla chiesa di San Biagio partiva la processione. La gente sapeva dove sarebbe passata e ricopriva i bordi delle vie con i fiori, in maggioranza " spatole ". Il parroco camminava in testa alla processione, sotto il baldacchino portato da quattro uomini, con in mano il Santissimo coperto dal suo mantello. La processione si fermava ad ogni altare e si pregava mostrando il Santissimo, infine si ritornava di nuovo fino alla chiesa.

Questa tradizione non si fa più. per questo giorno si va solamente in chiesa.

 

 


 

                                           A  CARNEVALE  OGNI  SCHERZO  VALE                    lavoro cumulativo 

  V  classe 

                                                                                     Scuola Elementare Italiana San Nicolò ”  - Fiume  

 

Ana Nikšić, Vivien Balint, Dorotea Kundić, Isabel Antony, Sanela Graca

 

 

IL CARNEVALE FIUMANO

 

         La tradizione del carnevale nella nostra regione risale alla preistoria, ed e' diventato oggi una forma tradizionale di divertimento. Infatti, sin dai tempi piu' antichi, le maschere cacciavano le forze del male e festeggiavano l'arrivo della primavera, il risveglio della natura e della vita.

Gia' un secolo fa, a Fiume si festeggiava il carnevale: venivano organizzate sfilate di maschere e balli a cui partecipavano i nobili austriaci ed ungheresi, le principesse russe, i baroni tedeschi, conti e contesse provenienti da tutta Europa. A teatro venivano organizzate le feste dei fiori e la grande platea si trasformava in podio.

            Nel 1982 la Comunita' turistica di Fiume organizza la prima sfilata a cui partecipano solo tre gruppi mascherati. Allora nessuno immaginava che il carnevale sarebbe divenuto cio' che e' oggi: migliaia e migliaia di maschere si riversano ogni anno sul Corso fiumano, carri allegorici, divertenti e colorati, rimbombanti di musica, dalla Croazia e dall'estero, sfilano per ore e ore, e la gente, allegra e sorridente, attende con ansia l'ultimo gruppo, che per tradizione, e' sempre quello degli scampanatori dello Halubje, i cosiddetti Zvončari.

            Il carnevale internazionale di Fiume e' diventato ormai una manifestazione conosciuta in tutto il mondo e nel 1995 la nostra citta' e' diventata membro dell'Associazione internazionale della Citta' europee del Carnevale.

            Ma, quali sono le caratteristiche del carnevale fiumano? Innanzitutto gli scampanatori, che arrivano dai paesi circostanti e che si distinguono per alcuni dettagli nell'abbigliamento, per il modo particolare di camminare e per le peculiari campane. Indossano teste terrificanti, animalesche, che si costruiscono con le pelli degli animali – capre e pecore -, magliette alla marinara, pantaloni bianchi. Le loro spalle sono coperte da pelli di capra ed attorno al collo portano dei fazzoletti rossi. Attrono alla cintura portano delle campane, grandi o piccole, che fanno suonare con un movimento particolare del corpo. Nelle mani tengono un'ascia o un bastone con una botte. Alcuni gruppi si distinguono dagli altri: per esempio, gli scampanatori di Mučići e Zvoneća portano dei copricapi fatti di fiori di carta crespa, quelli di Žejane invece creano dei cappelli con lunghe strisce multicolori.

            Naturalmente il simbolo del carnevale fiumano e' il moretto. Si dice che provenga da Venezia, ma la leggenda legata al moretto fiumano risale al XVI secolo, quando i Turchi arrivarono alla piana di Grobnico ed il loro condottiero fu ucciso, si diedero alla fuga. Le donne di Fiume e dei dintorni che, durante la battaglia avevano pregato per la salvezza delle loro case e dei loro uomini, fecero un sospiro di sollievo quando la terra inghiotti' i nemici, di cui rimasero solamente i turbanti. In quell'occasione, gli uomini fecero creare degli orecchini con le teste di moro ed i turbanti da regalare alle proprie donne. In ogni famiglia fiumana i  moretti divennero un pezzetto obbligatorio della dote da dare alla figlia che andava in sposa, e passavano da generazione in generazione.

            Oggi, il moretto sta a capo della sfilata carnascialesca e simboleggia non solo la citta' di Fiume, ma la manifestazione del carnevale in quanto tale.

           Ma come i fiumani festeggiano il carnevale? I nonni ci raccontano che, dopo la seconda guerra mondiale, quando nessuno aveva voglia di far festa, i bambini, allegri per natura, i costruivano le maschere usando bastoni, paglia, cartoni e tutto cio' che riuscivano a trovare; si recavano poi nelle case per tirar su il morale della gente, che, per ringraziarli, regalava loro quello che aveva. I bambini ballavano, cantavano e si divertivano ed almeno per qualche giorno, cercavano di dimenticare la fame e la poverta'.

            Oggi invece il carnevale e' una vera e propria festa. I bambini si svegliano presto, fanno delle feste nei cortili o nei campi vicini alle loro case, ascoltando musica, ballando e scherzando. Dopo aver pranzato si mascherano e poi suonano ad ogni porta e ricevono qualche cioccolata, frutta, caramelle, uova. Al pomeriggio, poi, si ritrovano e si dividono il bottino, giocano a tombola con le proprie famiglie. E' una festa vera e propria, condita da «fritole» e «crostoli», cosparsi di zucchero a velo e ricche di uvetta le prime e croccanti e profumati i secondi. L'ultimo giorno di carnevale, poi, ci si ritrova tutti in piazza per mettere al rogo il pupazzo, Messer Carnevale, dopo avergli fatto un vero e proprio processo. Cosi' la festa finisce, e tutto ritrorna alla normalita'.

            Il carnevale e' sicuramente una delle manifestazioni piu' importanti, piu' divertenti e piu' colorate della nostra citta'. In quei giorni, tutte le cose brutte si dimenticano, i problemi vengono messi da parte e rimane solo la gioia e la bellezza della vita. Magari fosse sempre cosi'!!

 


 

 GRILLO                                                Kris  Dassena 

 III  classe  novennale 

                                                                              Comunità degli Italiani Dante Alighieri ” di Isola d’ Istria

 

NADAL  A  CASA  MIA

 

A casa mia la festa de Nadal se la senti. Ah, sì che se la senti, e come! Cosa? Volè saver come? Va ben! ‘Deso ve conto mi come.

‘Na setemana prima che ‘rivi Nadal me papà xe xa duto in ansia. El xe nervoso par i preparativi. El vol che sia fato duto a puntin. Ah, dovesi vederlo e sintirlo. Prima de duto a scominsia con le domande. El ghe ne fa una drio de l’altra. No ‘l ne dà gnanca el tempo de risponder:

-          Se andade in piasa a comprar l’alber fresco, picio e bel? Oh vardè che no voio miga quel finto, eh!

-          Se andade a ingrumar el mus’cio?

-          Gavè comprà el bacalà?

-          Se ricordaremo de meterlo in smoio in tempo?

-          Dove xe le balete, i lustrini e le lucete de l’ano pasà?

-          Dove xe duto quel che servi par far el presepio?

-          Dove fasemo l’ albero sto ano?

Po’ el se ferma.

No, no ste pensar che le domande xe finide. El meti la man in scarsela, el sbisiga un momentin dentro e ‘l tira fora un foio. A ghe dà una ociada e a taca ‘vanti:

-                        Quando scominsemo a preparar el bacalà?

-                        Vemo duto quel che ‘cori?

-                        In quanti saremo a sena la visilia de Nadal?

Adeso savemo che bisogna darghe soto. Duti dovemo lavorar cusì che duto sia pronto in tempo. Scominsia la spartision dei compiti.

Par prima roba andemo in sufita a cior el scatolon con dentro le robe de Nadal.

Mi e me mama femo l’albero, ghe metemo su le balete, i lustrini e soto de lu un poco de mus’cio. Dopo papà meti le lucete parché lu ga più esperiensa.

Mi sola preparo el presepio e lo faso come che voio mi. Puso la grota e soto meto la Madona, San Giusepe, el Bambin Gesù, el museto e l’ armenta. Un fià più in là meto qualche piegora e un pastor. Par far un lagheto meto el specio picio che me mama tien in borseta. Duto ‘torno meto un ninin de mus’cio e anca un fià de vata che pari neve. Più in là meto in fila uno drio de l’altro i tre Re Magi. Xe un lavor longo e cusì, par farme pasar prima el tempo, canto una canson.  Me la cantava me nona co iero più picia:

“La sera di Natale è nato un bel bambino

rosso, bianco e tutto ricciolino.

La neve cadeva

cadeva giù dal cielo

Maria col velo copriva Gesù.

Fai il bravo mio  bambino

che adesso ti prendo, latte ti dò,

ma pane non ne ho.”

 

‘Riva la visilia de Nadal. Me papà xe duto indafarà in cusina a sbater el bacalà. Ma fra una sbatuda e l’altra, ogni tanto se lo senti brontolar e rabiarse. Ghe scampa anca qualche bruta parola. Ma mi no me preocupo. So xa cos’ che nasi. Ogni ano xe la stesa storia. Me papà se rabia parché el bacalà ghe bevi masa oio de oliva. L’oio xe caro e lu volaria consumarghene de meno.

Quando che xe pronto el bacalà, mama la scominsia a preparar le verse e la frisi i caramai che magnaremo par sena. Intanto papà va in cantina a cior legni par in stua. Me papà disi sempre che la note de Nadal el fogo no devi mai distudarse. El devi ardir duta la note. Xe una tradision che dise che se el fogo se distuda, vien a mancar el paron de casa. E cusì me papà ogni ano fa de duto par tignir el fogo vivo. Dopo sena prontemo par andar in cesa. Scoltemo la Mesa e preghemo par i poveri e i maladi. Vardemo el presepio e dopo tornemo a casa. Oramai son stanca morta e vado drita in leto. Penso a cosa che trovarò doman matina soto l’albero de Nadal. De colpo me pasa el sono. Son in grando pensier. Come farà Babo Natale a vignir xo par el camin se me papà fa fogo duta la note? Ma son sfinida e me indormenso subito. Sicuro a se ‘rangiarà, come che ‘l fa ogni ano.

 

 

Eco, cussì se pasa la festa de Nadal a casa mia. A me papà ghe piasi far la festa come che la faseva i sui noni e bisnoni. La nostra xe una bela festa de fameia. ‘Riva i parenti e se divertimo duti insieme. Quando che sarò granda continuarò a far la festa in sto modo. Cusì podarò portar ‘vanti le tradisioni de me papà, le vece tradisioni istriane.

 

 

                                                                                                         

 

 


 

VIVA  LE  FESTE                                Sara  Resanovič Bevitori 

  IV  classe  novennale 

                                                                                Comunità degli Italiani Dante Alighieri ” di Isola d’ Istria

 

 

EL CALENDARIO XE PIEN DE FESTE

 

Ah, le feste! Questo xe propio un argomento che me piasi ‘sai. I dir che le feste xe sempre bele per duti, ma per noi fioi po le xe una mana.

Per saver come che i se la spasava una volta nele giornade più bele de l’ano go fato longhe ciacolade con me mama, con me nona che la xe fiumana e con una sua amica che invese la xe isolana. Le me ga imbotì de notisie, tanto che ‘deso me xe anca dificile meter duti sti dati un drio l’altro. Ma una roba la go capida ben: una volta i se saveva divertir ‘sai più de noi e ghe bastava poco e anca gnente per eser contenti. I usava l’alegria, la fantasia e l’amicisia, robe che noi sfrutemo poco e mal e che invese le xe ‘sai importanti.

Anca se sul calendario podemo trovar feste in duti i cantoni, mi me go deciso de partir del mese indove che ghe ne xe ingrumade de più, che saria dicembre. Cusì scominsio con la festa de San Nicolò che ‘riva el sie de sto mese. Per questo santo se canta anca una cansoneta che scominsiava cusì: “San Nicolò de Bari, la festa dei scolari...” Questa xe una festa tanto spetada ancora ogi de noi fioi che continuemo le tradisioni istriane. Ala sera del sinque, cioè del giorno prima, se serca el piato più grando che xe a casa e se lo meti intun posto ben in vista per San Nicolò. Savè come che xe: San Nicolò xe vecio e chisà se a vedi ben? Fato sto lavor se ghe dà un baseto a mama e a papà e se va a dormir. In leto, boni e siti, se spera de trovar ala matina del giorno dopo sto grando piato pien de robe bone. Se ghe sbrisa po, magari anca qualche sogatolo. Digo “se ghe sbrisa” perché so che per tradision in sto piato andaria solo fruti sechi o de stagion e qualcosa de dolse. Ma solo per i pici boni, eh! Savè che una volta se i fioi i no iera boni i se becava carbon? Ma carbon vero, savè? Quel per far fogo. Pensè, poveri fioi! Che delusion e che disperasion!

Sì, va ben, ma basta dimostrar un poco de bona volontà e diventar presto boni perché dopo un per de setimane riva un’altra festa. Xe Nadal, la festa più granda per noi Cristiani. Ai tempi co  me nona iera picia duti faseva el presepio. Se andava a ingrumar el mus’cio nei posti umidi. Co la carta scura se costruiva le montagne e coi fili de argento se faseva i fiumi. Per ultimo se sistemava le pice statuine. Quela volta no rivava ancora Babbo Natale e anca l’albero de nadal a no iera tanto conosù. L’amica isolana de me nona, siora Anita, me ga contà che in ciesa a Isola el primo vero presepio xe sta fato dopo la prima guera mondial. Xe sta el paroco Mons. Muiesan che lo ga fato preparar e a iera belisimo. La me ga dito anca che per i primi alberi de nadal no se usava l’abete, ma se andava per le campagne a cior un alberel de ginepro. Me mama invese se ricorda che per sta festa se andava in cantina a cior le scatole de scarpe indove che iera salvade le “bale de nadal”, fra el bombaso, acioché no le se rompi. Là iera anca i ornamenti coi lustrini e el speron, per fracarlo sula punta de l’albero. E po se impicava su caramele, biscoti col buso in meso, qualche ciocolatina picia e sotil. Ma sti dolceti i no restava fina a Nadal, perché i fioi li faseva sparir asai prima. Adeso a casa nostra se prepara l’albero e ala vigilia se magna pesi. El pranso de Nadal, indove che xe riunida duta la famea, scominsia sempre col brodo come una volta. Vardemo de oservar el deto che disi: “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”. Go savù anca che i fioi che stava nele campagne de Isola i gaveva l’abitudine de andar per le case. Cantando una picia canson i faseva i auguri de Nadal. La gente li ripagava con mandole, caramele, ma qualche volta anca con una sbatuda de porta in muso. Poco mal, tanto dopo pochi giorni xe de novo festa. Finisi l’ano e scominsia quel novo. El primo giorno de l’ano po se domandava la bonaman ai parenti e qualche volta ai amici de casa. I soldini vigniva mesi in musina e salvai. Sta tradision però xe andada bastansa persa perché noi fioi de ‘deso, se gavemo bisogno de qualcosa, ghe disemo ai nostri genitori e lori farà de duto per contentarne.

Giusto un mese dopo de San Nicolò ‘riva la Befana, ciamada anca Pifanìa. San Nicolò e la Befana se someia come festa. Xe solo la diferensa che per el primo se meti el piato e per la seconda invese se impica una calsa longa soto el camin o soto la napa. Anca la Befana porta fruti sechi e dolci, opur carbon ai pici cativi.

Ingrumando informasioni su le nostre tradisioni, go conosù anca certe date che gavevo sintù parlar ma che a mi le me diseva poco o gnente. Una de queste ‘riva 40 giorni dopo la nasita de Gesù e xe la Madona Candelora che la casca el do de febraio. La xe ciamada cusì pervia dela benedision dele candele e vigniva fata anca una procesion. Po ognidun portava a casa le candele benedide. I le salvava per impisarle  quando che iera grandi temporai, per scasar via el pericolo.

Se disi che “la Pifania dute le feste la scova via, ma po ven quel mato de carneval che a le torna a portar”. El carneval esisti ancora ma a xe asai curto. ‘Deso se mascheremo solo do o tre giorni, con vestiti bei, costosi. Una volta invese, in questa ocasion, i se divertiva un mese intiero. Anca se i mascheramenti iera improvisai, no mancava de sicuro l’alegria e la voia de divertirse. Questa iera anca la stagion de le fritole e dei crostoli caldi. Mi credo che adeso la festa de carneval dura poco perché se se vardemo un poco ‘torno vedemo che xe tanta gente vistida de carneval in ogni momento de l’ano. La diferensa xe solo che per carneval se buta coriandoli e serpentine.

Finida la baldoria, eco le Ceneri e la Quaresima e dopo 40 giorni finalmente riva Pasqua con le pinse, le titole, i ovi duri piturai e ‘deso anca le colombe e le tante sorprese nei ovi de ciocolata. 

Per i Isolani el Lunedi de l’Angelo, cioè per  Pasqueta, iera una granda festa. Una festa che xe ancora restada nele tradisioni dela nostra gente. Voio dir de quei che xe restai e de quei che xe andai via, ma no masa lontan. Se va duti al Santuario de la Madona de Strugnan. Adeso ‘rivemo là coi auti, ma una volta i andava a pìe opur co’ le barche. Se se rampiga fina al punto più alto indove che xe una granda crose e de la se mola la procesion. Po’ xe la mesa.

 

 Qua xe Strugnan. Quela co’ la giaca bianca e i cavei curti xe me mama che la ‘iuta a far i panini intanto che i altri xe a scoltar la mesa. Una volta le famee portava una coverta o una tovaia e dopo la funsion sacra i se meteva sul prà davanti del santuario. I tirava fora de la borsa pinse, titole, ovi duri e un poco de moscato o refosco per i omini e i stava in compania. Adeso coi auti saria ‘sai pratico portar una coverta e tante bone robe de magnar per far un picnic. Nisun però se meti sul prà, ma duti magna in pìe el rinfresco che ghe vien oferto. Pecà! Saria ‘sai più bel star insieme, sentai per tera a magnar, rider e schersar.Mi penso che xe meio che me fermo qua, anca se de feste ghe ne xe ancora tante: la Madona del Carmine, l’Asunta, San Mauro e San Donà patroni de Isola, la tombola citadina che i Isolani faseva per beneficensa e tante altre.

 

Dopo gaver masinà dute ste feste go capì una roba asai importante. Le feste xe vere feste solo se se xe in bona compania. La festa devi eser divertimento e no servi tante robe. Ma in questi tempi moderni ne manca el più. Ne manca la voia de andar d’acordo, de star insieme, de aiutarse, de divertirse. El calendario xe pien de feste. Dovemo solo imparar a comportarse come che faseva la gente de una volta.

 


ARLECCHINO                                      Massimiliano  Bevitori 

  V  classe  novennale

                                                                          Comunità degli Italiani Dante Alighieri ” di Isola d’ Istria

 

RICORDI DE CARNEVAL

I giorni de festa xe i più bei de l’ano. I grandi xe convinti che gavemo trope feste, ma per noi fioi ghe ne xe sempre poche. Che bel che saria ‘ver sempre vacansa e solo i giorni de festa andar a scola. No saria miga mal, no xe vero? Ma sicome che noi fioi no podemo far le legi, alora dovemo contentarse de quel che, come che se dir, ne “pasa el convento”.

Dute le nostre feste xe sempre ligade a tradisioni e a mi, che son curioso, me piasi scoltar come che i se la spasava una volta e come che i se divertiva. Cusì son andà de me nona Stefi, la mama de me papà. Ghe go domandà de parlarme del Carneval de una volta. Che go dito se la se ricordava qualcosa de quando che la iera sovena. La ga pensà un momento e dopo ghe xe vignui inamente do fati dei sui carnevai fiumani. Sì, parché me nona xe nata e visuda a Fiume fina che no la se ga sposà.

La me ga contà che la iera ancora picia: la varà avù sete o oto ani al masimo. Iera Carneval e la gente vardava de divertirse, ma in giro iera tanta miseria. Anca la sua famea iera ‘sai povera. Cusì so mama, che saria me bisnona, ga pensà de divertirse guadagnando. La se ga meso le braghe imbiecade e una giaca vecia de me bisnono, la se ga fracà un capel in testa e la se ga piturà do bei mustaci. Me nona e so fradel la fisava sensa capir cosa che la voleva far e indove che la pensava de andar. Ma so mama iera decisa. La ghe ga dito ai fioi de star boni che la saria tornada presto. La ga controlà che duto sia a posto e co le sue amiche la xe andada fora in maschera. Quela volta iera tradision de andar per le case e cusì ga fato anca la mama de me nona co le sue amiche. Dopo tante ore la xe tornada a casa con un pianer pien de luganighe e de ovi. Me nona e so fradel i se ga meso a rider co i ga visto duta sta mercansia. Me bisnono invese a iera el più contento e co la mama de me nona ga pusà sula tola sto pianer a ga dito serio: “Oh, finalmente podaremo magnar una bona fritaia”.

Finì de contarme sta storiela de quando che la iera picia, ghe xe vignù inamente un altro Carneval. Sta volta però la iera più granda. Iera el 1946 e me nona stava ancora a Fiume. Ela e le so amiche Nerina, Dini, Rosina e Anita, contente che finalmente iera finida la guera, le ga deciso de vistirse in maschera. Me nona gaveva un kimono, Nerina iera vestida de contadinela, Dini de coga, Rosina de cocinela e Anita de fungo. Per ‘rivar al balo le doveva pasar duta la cità. La strada iera ‘sai longa e cusì le ga deciso de pasar oltra la ferovia. Le sine però iera piene de neve, ormai sporca. Quando che le xe ‘rivade al balo le se ga inacorto che le gaveva i vestiti duti sporchi. Povere, le se gaveva procurà bei costumi e le sperava de ciapar el primo premio. Ma in quei stati che le iera i no ghe ga dà gnanca el premio de consolasion.

Mi digo che le sarà restade bastansa mal, ma me nona, ricordando quel Carneval la me ga dito che  lo steso le se gaveva divertì un mondo.

“Te vedi” la me ga dito “ierimo poveri ma savevimo divertirse e ierimo contenti con poco.” E po la ga dito ancora:”Quando che se xe giovini xe duto bel. Picio mio, aprofita fina che te pol. Gioga, divertite fin che no te ga pensieri. I ani pasa tropo presto e quel che xe perso xe perso.”

Sta ultima sua frase la me ga fato pensar, perché co la me la ga dita i sui oci iera un poco tristi. Alora, per tirarla un poco su ghe go saltà adoso e la go basada. Cusì el soriso xe tornà de novo sul suo viso.

 


 RONDINELLA                                     Victoria  Bižal 

  V  classe  ottennale   

                                                                                Comunità degli Italiani Dante Alighieri ” di Isola d’ Istria

 

 

LA BEFANA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Befana, detta anche Epifania “che tutte le feste porta via”, si festeggia il 6 gennaio e con lei si concludono anche le feste natalizie. Non si sa precisamente la sua origine, ma una leggenda racconta che un giorno i Re Magi, che erano diretti a Betlemme per onorare la nascita di Gesù, bussarono alla porta di un’anziana signora. Con sé avevano i loro doni da offrire al Bambino. Dato che non conoscevano la strada, chiesero gentilmente alla vecchietta se poteva aiutarli, magari accompagnandoli fino alla stalla dove era nato il figlio di Maria. Lei però rifiutò e lasciò che i tre Re Magi in difficoltà. Difatti essi giunsero a destinazione appena il 6 gennaio, cioè dodici giorni dopo la nascita del Redentore. Qualche giorno dopo però la vecchia signora si pentì di non essere andata anche lei a portare dei doni a Gesù. Mise dei regalini in un sacco e si mise in cammino. Purtroppo però non lo trovò più nella stalla. Perciò si dice che questa donna, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio va in giro per tutte le case dove abitano i bambini, per lasciare dei doni. 

La Befana viene descritta come una vecchia e brutta signora, magra, con un fazzoletto in testa. Ha un grande naso, le gambe sono molto secche e spesso viene raffigurata con le calze e le scarpe rotte e con un grosso pollicione che sbuca fuori dalle calzature. Viaggia a cavallo di una scopa con sulle spalle un grosso sacco. Pur essendo così diversa dal pacioccone Babbo Natale, ben vestito, che viaggia su una bella slitta trainata dalle renne, questi due personaggi hanno molte cose in comune. Entrambi viaggiano di notte, hanno un sacco colmo di doni che portano ai bambini buoni, lasciano carbone ai bambini cattivi ed entrano nelle case attraverso il camino. Cambia soltanto il posto dove lasciano i regali: Babbo Natale li mette sotto l’albero e la Befana dentro a una calza sotto il caminetto o sotto la cappa del camino.

 

 

 

Una volta la Befana portava ai bambini buoni frutta secca, caramelle e altri dolci.

Ora i tempi sono cambiati e nelle calze si trovano spesso dei giocattoli e altri oggetti costosi.

La Befana rimane ancora un personaggio molto importante per tutti i bambini e in Istria

 era presente molto prima di Babbo Natale. E proprio l’arrivo di Babbo Natale l’aveva messa

un poco in crisi, ma poi si è ripresa. Oggi non possiamo pensare a un 6 gennaio senza di lei,

 senza questa brutta ma tanto buona vecchietta.

 

 


 

MEMENTO  AUDERE  SEMPER                    Eleonora  Cvetkovič 

                                                                                                               VII  classe  novennale

                                                                     Comunità degli Italiani Dante Alighieri ” di Isola d’ Istria

 

LA VITA SEMPLICE DEI NOSTRI NONNI

 

Sono una ragazzina di dodici anni e, come tutte le mie coetanee, amo lo sport, la musica e naturalmente LE FESTE. Quest’ultime sono le mie preferite e quando arrivano sono la persona più felice di questo mondo. Mi piacciono tutte e i giorni di festa cerco di trascorrerli sempre nel miglior modo possibile.

Mancavano pochi giorni alla Pasqua. Era un lunedì e la nonna mi chiese se per il fine settimana sarei stata libera. Le risposi subito di sì perché con lei mi trovo molto bene e ci capiamo alla perfezione. Avevo già intuito: avremmo trascorso assieme le vacanze pasquali. Infatti le mie supposizioni erano esatte. Mi propose di trascorrere con lei la vigilia e il giorno di Pasqua. Saremmo andate alla Messa e poi in quei due giorni saremmo andate un po’ in giro con la macchina, avremmo fatto qualche passeggiata e mi avrebbe cucinato qualche intingoletto e magari anche qualche dolce. Sì, l’idea mi piaceva proprio tanto e accettai subito, ben volentieri. Mi diverte sentirla parlare e raccontarmi le sue storie di quando era giovane. L’ascolto volentieri e con molta curiosità. Le cose del passato che lei mi racconta, anche se sono vecchie, per me sono sempre delle novità e ascoltandola imparo molte cose.

Quei due giorni si sono svolti proprio così: passeggiate, messa, giretti in macchina e chiacchierate in cucina. Approfittai per chiederle come festeggiava la Pasqua quand’era piccola. Lei sospirò e si mise a pensare. Ma non le veniva in mente proprio nulla di particolare. Ma io conosco la nonna. Prima dice così, ma poi dalla sua bocca escono sempre dei raccontini interessanti. Paziente mi accomodai su una sedia e attesi che la nonna finisse di cucinare e... di pensare. Nel frattempo la guardavo incuriosita come si destreggiava fra pentole e fornelli.

Ad un certo punto, dopo circa una decina di minuti, la nonna si mette a ridere. Era arrivato il momento giusto. Qualcosa se l’era ricordata. Aspettai ancora un attimo ed ecco puntualmente arrivare il ricordo. E cominciò il racconto...

Nel paesello istriano in cui viveva da piccola c’era un contadino che aveva un bel forno a legna e, quando c’erano le feste, tutte le massaie portavano lì i loro dolci per cuocerli nel miglior modo possibile. Era la vigilia di Pasqua e in paese tutte le donne avevano preparato “pinze” e “titole”. Queste ultime hanno la forma di una treccia con inserito un uovo sodo e venivano preparate specialmente per le bambine. Per i bambini invece davano all’impasto la forma di un uccellino, sempre con inserito un uovo. La ricetta era nota a tutti, ma ogni signora aveva un suo piccolo segreto per far sì che questi dolci riuscissero più gustosi e avessero una buona levatura. Prima di proseguire con il racconto la nonna mi spiegò che quasi tutte erano famiglie povere. Soltanto qualcuno poteva permettersi qualcosa di più. Ma a volte quel qualcosa di più può anche far fare delle brutte figure. La nonna si mise di nuovo a ridere, anche perché lei non faceva certo parte di quelle famiglie che potevano permettersi lussi. Dunque, la vigilia di Pasqua, tutte si recavano al forno di questo contadino e a turno infornavano “pinze”, “titole”, “uccellini” e spesso anche il pane. Le poche signore ricche però facevano una magra figura. Convinte che mettendo una quantità di burro maggiore il risultato sarebbe stato migliore, abbondavano nella quantità. Ma si sbagliavano di grosso. La pesantezza del grasso non permetteva all’impasto di levare e i loro dolci uscivano dal forno con uno spessore massimo di sei centimetri. I dolci delle famiglie povere invece avevano una levatura doppia: dodici centimetri e anche più. Le donne povere del paese erano molto orgogliose del loro lavoro e se la ridevano nel vedere la faccia delusa di quelle benestanti.

Ma ai bambini non importava molto di questa rivalità tra le donne. Per loro l’importante erano i dolci e se proprio non riuscivano alla perfezione, pazienza. Potevano ugualmente fare delle scorpacciate con le bontà pasquali. Anche per questo forse si usa dire “Felice come una Pasqua”. Sì, i bambini di una volta si accontentavano con poco ed erano sempre contenti con quello che riuscivano a ricevere. Altro che noi, piccoli viziati, abituati ad avere di tutto e lo stesso non siamo mai contenti, perché vogliamo avere sempre di più. Noi non ci rendiamo minimamente conto di come era la vita una volta, di che cosa succedeva un secolo fa. Ma che dico? La mia nonna non è così vecchia. I suoi racconti saranno più o meno di cinquant’anni fa e per noi sembra quasi l’età della pietra. Invece dovremmo conoscere molto di più la vita del passato, perché la mia nonna dice sempre che il tempo passa velocissimo. Con i suoi ricordi mi fa sempre capire che è giusto sapere per poter giudicare. Lei dice sempre che le esperienze delle persone anziane non devono andare perdute, perché fanno parte della storia e delle tradizioni di noi istriani. La nonna è una persona molto saggia e io starei sempre in sua compagnia.

È grazie a chi è nato e vissuto prima di noi, ai genitori, ai nonni, ai bisnonni... se oggi possiamo avere tutto quello che abbiamo. Le loro esperienze sono preziose e dovremmo ascoltarli più spesso per imparare e non dimenticare. Forse così potremmo vivere in un mondo migliore, più allegro e meno complicato.

 


  

FAGIOLINO                                       Martina  Čoh 

 VIII  classe  ottennale

                                                                                Comunità degli Italiani Dante Alighieri ” di Isola d’ Istria

 

LA FESTA DE SAN MARTIN

No par gnente me xe vegnù in suca de scriver el tema su la festa de San Martin. Mi ghe tegno 'sai a sta festa. No, no, no ste pensar che me piasi el vin. Xe che son ligada a sta sornada par una question duta mia e po parché xe una vecia, ma tanto vecia tradision de la mia gente, insoma una festa che la riva de parte de me nona. Par San Martin fasemo una grande festa, ansi una granda sagra come che la xe ciamada in Istria, o par meio dir a Zumesco.

L'undese de novembre xe la festa del vin e noi  ogni ano la festesemo a casa de me sia. Par dir el vero la festa la fasemo sempre de domenega, che saria la prima domenega dopo l'undese.

De matina andemo in cesa e finida la Santa Mesa andemo in simitero. Pusemo i fiori su la tomba dei nostri parenti, inpisemo i lumini, se fasemo el segno de la crose e preghemo par i cari morti. Subito dopo tornemo a casa, parché ne speta el prete par benedir la cantina, ansi le bote de vin. I veci dise che par San Martin el mosto diventa vin e che el bon Signor ghe devi dar 'na man. Sto sorno se devi far el primo travaso de vin.

Eco. Finide ste prime cerimonie religiose, scominsia la vera festa.

Le done xe dute drio el spacher a finir de cusinar. I omeni va sul campo de boce a sogar fin che no vien l'ora de pranso. In sto modo i  pol ciacolar e scambiarse do parole su come sarà bon el vin sto ano.

In dopolavoro noi mule, ma anca i muli, organisemo una picia festa solo par noi. Gavemo una tola piena de dolsi, de aranciate e scoltemo la nostra musica. Gavemo tante robe de contarse. Eh sì, parché con i parenti che vien de lontan e con duta la sente del paese se vedemo solo par San Martin. In tun ano se cresi, se cambia e se ga tante idee nove de contar. Esperiense che ga fato ognidun  intel so paese. 

Dopopranso andemo sul balidor a sogar ala mora e a briscola e tresete. Ma no podemo star in pase, parché i omeni devi gaver sempre la bocaleta piena de vin. E po, co i scominsia a sigar, bisogna alsar i tachi e farse una camenada.

La sera 'riva presto e dopo cena se trovemo duti in dopolavoro: pici, grandi, sovani e veci. Duti porta, intuna sesta, qualche roba bona par meter su la tola. I più veci del paese i se meti in un canton con in man un violin e 'na armonica. Deso sì che 'riva el più bel. Se fasemo 'na cantada, un balo e 'na magnada de boni dolsi: crostoli, potise, biscoti de dute le forme, perseghi e torte. I grandi anca 'na bevuta. Xe vecia usansa che par mesanote se taia la torta e se fa un brindisi par augurarse un bon San Martin e par ogni contadin  un bon travaso de vin.

Oramai xe tardi, sai tardi. Par noi e par duti quei che semo rivadi de lontan xe vegnuda l'ora de tornar a casa.  A noi, che semo i più visini, ne speta tre bone ore par rivar a Isola. Serti nostri parenti riva de l'Italia e ghe servi ben sinque e sie ore par tornar a casa. Se strensemo ancora 'na volta  la man, se basemo e se auguremo de tornar de novo sto altro ano. E duti spera che Dio ghe daghi sempre salute e forsa par rivederse tra dodise mesi.

Ancora na volta sin, sin e bon San Martin.

 


 

CORPO  ESTRANEO                            Francesca  Frlić 

 V  classe

                                                            Scuola Elementare Italiana “ Vincenzo de Castro ” Pirano,  sezione periferica di Sicciole

 

LE FESTE E LE TRADIZIONI POPOLARI E RELIGIOSE ALL' OMBRA DEL TUO CAMPANILE   

 

Nella mia citta' ci sono parecchie figure di un forte cavaliere che uccide un drago. Si tratta  di S. Giorgio, il protettore della citta' di Pirano. C’e’ il quadro sotto i portici, c’e’ un altorilievo sul pilone portabandiera in piazza Tartini e c’e’ una grande statua di legno  nel Duomo.

Tra pochi giorni ci sara’ la festa di S. Giorgio e si preparano molte manifestazioni.

Ma perche’ a Pirano festeggiamo questo santo? 

La leggenda narra che nell’ antichita’ un drago emergeva dal mare in cerca di cibo. Un giorno volle prendersi una bella fanciulla piranese. Il drago cattivo minacciava di bruciare tutta la citta’ e cosi’ la figlia di un nobile fu portata sulla riva del mare. Rimase li ad aspettare e in quel momento passo’ da li S. Giorgio, le chiese perche’ piangeva e rimase con lei. Dopo un po’ dal mare usci’ il drago. San Giorgio prego’ Dio e si avvento’ sul drago ferendolo con la sua lancia. Costrinse il drago a buttarsi ai piedi della fanciulla  e gli mise una catena al collo. Il re regalo’ a S. Giorgio immensi tesori, ma S. Giorgio li diede ai poveri. 

C’e’ un’ altra storia interessante che parla del santo a Pirano. Nella notte fra il 20 e il 21 luglio 1343, sul golfo e la citta’ si abbatte’ un terribile uragano con fulmini e tuoni paurosi. Due pescatori si trovavano in mare e a loro apparve S. Giorgio e li tranquillizzo’. Immediatamente la bufera spari’ e la citta’ fu salva. La notizia fu diffusa dai due pescatori. I cittadini costruirono una grande chiesa. Fu consacrata il 24 aprile del 1344. Da allora Pirano celebra il suo santo patrono. Pero’ lo celebra sia il 24 aprile  che il 21 luglio, data dell’ apparizione. 

In passato in onore del santo, il 24 aprile si svolgeva una grandissima processione dove venivano mostrati molti oggetti preziosi. Il piu’ bello e’ il S. Giorgio sul cavallo che trafigge il drago e la principessa che tiene al guinzaglio il bestione. Alla processione partecipava anche la banda e diversi gruppi di cittadini chiamati “confraternite”. Ogni confraternita aveva il suo tipico colore. I gioielli ora sono esposti nella sagrestia del Duomo. Passando per le vie benedicevano il mare, il sole, le reti, la terra. Per la festa di S. Giorgio si preparava la grande processione, che partiva dal Duomo. Per l’ occasione il duomo era rimesso a nuovo, festoso, ricco, pieno di fiori. Ora invece il Duomo e’ chiuso perche’ lo stanno riparando e ci vorranno tantissimi anni. 

Tra pochi giorni sara’ la festa di S. Giorgio e Pirano organizzera’ una grande festa. Venerdi’ e sabato ci saranno i tornei di “pandolo”, un gioco antico. Sabato suonera’ la banda, sfileranno le majorettes e ci sara’ il mercatino dell’ antiquariato e la messa per S. Giorgio. Domenica mattina in piazza Tartini ci sara’ la benedizione della statua d’ argento, una piccola processione e di nuovo la messa. Ci sara’ anche l’ apertura del “Festival del salinaro” e io vi partecipero’ con una gita in barca fino alle saline di Sicciole, per ricordare i piranesi che lasciavano la citta’ per andare a passare l’ estate a lavorare nelle saline. Credo che mi divertiro’ molto perche’ Pirano e’ bellissima vista dal mare con il suo Duomo e con il suo campanile.

 


 

FRITTOLA                                          Ištvan  Tapai 

  VI  classe

                                                                            Scuola Elementare Italiana “ Giuseppina Martinuzzi ” – Pola

 

SUONA SUONA CAMPANILE

 

Dal nostro campanile che maestoso s'innalza nel bel azzurro ciel, che veglia su tutta la città ci giunge il suono delle campane che tante volte ci annunciano le bellissime ed attese feste, che con le loro tradizioni, tramandate dai nostri avi le rendono ancora più attraenti, ve ne racconto qualcuna, da noi c'è qualche ricorrenza per festeggiare.

 

31 DICEMBRE - 1.mo GENNAIO

Per questo invitante cenone le nostre donne preparano il brodo di pollo nostrano, pasta fatta in casa, tacchino arrosto, crauti con salsicce, le lenticchiee anche se non mi piacciono devo mangiarle che secondo una credenza popolare portano soldi, le butto giù perchè poi seguono i dolci di tutte le specie e di tutte le forme.

Per tradizione sulla tavola con la tovaglia rossa e candele non devono mancare mai i buzzolai, i parpagnacchi ed il croccante. Si mangia, beve e canta, così in allegria si passa dall'anno Vecchio a quello Nuovo. Dopo la mezzanotte si va ad augurare ai vicini di casa e ai parenti. Per primo nelle case deve entrare un maschio perchè dicono che se varca la soglia una donna porta sfortuna ( povere donne ). Quando entriamo noi bambini diciamo così: BUON PRINCIPIO DELL'ANNO CI DARESTE LA BONA MAN?

Loro ( perchè porta fortuna ) ci regalano dei soldi che noi accettiamo volentieri ( magari fosse più volte all'anno l' Anno Nuovo ...)

 

FEBBRAIO

Arriva il matto CARNEVALE. Va tutti in maschera, si mangiano i crostoli e i crafen ( che fatica). Io e i miei amici ci mascheriamo e muniti di cesto andiamo in campagna,  bussando alle porte diciamo così: Un po' di uova, un po' di pancetta per 'sta bella mascheretta, e se ci darai, fortunato sarai.

Le uova le riponiamo nel cesto e le salsicce e la pancetta le leghiamo sul bastone , con tutto questo, arrivati a casa, facciamo una grande frittata.

 

MARZO - APRILE

Din-Don-Dan suona il nostro campanile ci annuncia la più bella festa: La Pasqua.

Il Venerdì Santo si mangia il baccalà e le sardelle salate. Sabato Santo noi coloriamo le uova. Ma pasticcioni come siamo c'è il colore dappertutto. La mamma non ci sgrida perchè nell'aria regna un'atmosfera di pace. Le uova, le pinze, lo scalogno, e il sale li portiamo in Chiesa a benedire. La mattina di Pasqua per prima cosa dobbiamo mangiare lo scalogno col sale benedetto, perchè dicono così i nostri vecchi. Si ha un buon alito per tutto l'anno ( ma questo giorno di sicuro no).

L'allegria non manca, continua con tutti i parenti che mangiano l'agnello arrosto, pinze e colombine. Le scorze di uova benedette non si gettano via. La nonna sparpaglia tutto attorno alla casa perchè lei dice che tiene via topi e serpenti ( anche se ogni tanto ne  vedo qualcuno )La Pasqua procede benissimo e tutti siamo entusiasti. Non per niente si dice: " Contenti come una Pasqua".

 

MAGGIO - GIUGNO

Suonano le campane, arriva Corpus Domini e l'Ascensione, si va in Chiesa, si fanno le processioni, e come sono belle le nostre vie, piene di altarini, di addobbi, e per terra pieno di petali variopinti.

 

29 GIUGNO

Ecco un'altra festa tradizionale. San Pietro, immancabile in piazza, si fa la fiera, si vende tutto: cianfrusaglie, palloncini colorati che ogni tanto scappano di mano ai padroncini e vanno a fare visita al nostro campanile, e poi canti e balli folcloristici che durano fino all'alba, una festa indimenticabile.

 

15 AGOSTO - LA MADONNA GRANDE

Per questa festa quasi ogni anno si va al Santuario di Tersatto

 

8 SETTEMBRE - LA MADONNA PICCOLA

Il campanile ci chiama alla messa e poi via a casa a mangiare il buon pranzo e il dolce tradizionale, cioè il pandispagna.

 

OTTOBRE

Si fa la vendemmia ed i bei grappoli dorati vengono messi nelle botti nelle cantine. L'odore di mosto profuma tutta l'aria e per le calli si canta così: SI RIEMPIE

LA TINA - DENTRO E' MEDICINA, MEGLIO IN OSTERIA CHE IN FARMACIA.

 

NOVEMBRE

Arrivano i Santi! Il nostro guardiano suona di nuovo. Da noi si dice campanisare, echeggia nell'aria una melodia. Ora si mangiano le fave dell'orto, le fave sono dolci dal sapore di mandorle e chi ne fa le scorpacciate gli servono le fave di fuca ( purgative )

 

DICEMBRE - NATALE

Suona, suona campanile è arrivato Natale, noi addobbiamo l'albero, facciamo il presepe le massaie preparano il pranzo e fanno a gara chi farà le più buone frittole

( le frittole xe come le donne, se no le xe tonde no le xe bone ). Quando alla mezzanotte si va in Chiesa puzza tutto di frittole, di baccalà, di verze, di acquavita

( puzza pure il prete ), ma che bella festa, si prega perchè è nato il Bambin Gesù. Anch'io prego e ringrazio Dio di essere felice e di avere una famiglia unita e non come tanti bambini che non hanno niente.

 


 

MANDARINA                                      Chiara  Jurić 

 VI  classe

                                                                               Scuola Elementare Italiana “ Giuseppina Martinuzzi ” – Pola

 

Le feste e le tradizioni popolari e religiose all'ombra del mio campanile

 

«Nona, nona, speta un poco, vien qua e sentite con mi. Contime un poco come che iera ai tui tempi per Nadal, intendo dir, quando che ti ieri picia.»

«E, cara mia, non iera facile, a quei tempi, iera guera e miseria, non se podeva far tuto quel che vien fato ogi.»

«Ale, ale nona, contime un poco come che iera!»

«Va ben. Dixemo che quela volta iera presapoco cusì: Per la vigiglia de Nadal, mi e la mia famiglia, fasevimo l'albero; un picio alberel che andava a taiar mio papà drio de le barache, dove che iera subito el bosco.

Sul albero impicavimo caramele involtisade in tel argento, le balete colorade, le candele e in cima metevimo la belisima punta de mia mama. Soto l'albero fasevimo el presepio. Con le carte fasevimo le grote, con el muscio l'erba.

 Iera tuto un traficar, tanti preparativi. No iera come ogi che in botega ti compri el presepio de plastica e ti lo buti soto l'albero.

Soto l'albero la mama meteva caramele, nose, trapole varie e dopo, vigniva tuti i fioi del vicinado a festegiar con noi. El nostro giogo principale iera la tombola, bel giogo, che non costava tropo e ti te divertivi el dopio.

Per sena gavevimo el bacalà e le verze. Le fritole no doveva mancar. Quele le iera in abondanza e le faseva mia mama. Noi se contentavimo con poco, non ne serviva tuti sti intrighi che ga sta mularia de ogi.»

«Va ben, nona, ciapa  un bicer de acqua, e rinfreschite la gola, se no qua ti me mori; e cusì gaverio più dano che utile.»

«Ah, che bona sta acqua, però, mai più fresca come a quei tempi. Quela volta non la iera inquinada come ogi, la iera molto più fresca e sana.»

«Va ben. Adeso continua con el discorso.»

«Dopo de sena, tuti noi fioi cantavimointorno del albero con l'iniziativa de mio papà, che iera musicista e el sonava tuti i strumenti a fiato. Insieme cantavimo «Tu scendi dalle stelle», e dopo, mio papà tacava a cantar «Astro del ciel»» in tedesco e el finiva con «Viva la Vergine». Finida la sena, i canti e i soni, andavimo tuti a dormir contenti e felici, e no come sti fioi de ogi che i resta svei fin la matina tardi. Dopo, pel giorno de Nadal, de matina andavimo a mesa, e dopo gavevimo el pranso de Nadal dove se riuniva tuta la famiglia.

Per l'ano novo ierimo a casa e spetavimo la mesanote con i parenti e i amici, e de matina ghe auguravimo a tuti bon ano.»

«E i foghi artificiai?»

«Ma dai! Non iera ste robe ai mii tempi, anzi picia mia, lasa star ste porcherie!Se quela volta saria esistide ste robe, la polizia ne le gaveria subito ciolte, e no come ogi che i lasa che la mularia ghe le tiri in testa ala gente!»

«No fasevi festa per i tre re?»

«Ecome, fia mia, fasevimo un grande pranzo e dopo cantavimo e balavimo.

Andavimo anche a mesa a pregar. Naturalmente, non iera la tavola imbandida, ma iera come che podevimo, perché noi se contentavimo de poco.»

«E dopo le vacanze non andavi a scola?»

«Andavimo sì, a scola. Ma non iera come ogi. Prima de vignir a scola, tutti se metevimo el traverson, col bel coleto bianco incolado. Quando che vignivimo a scola, la maestra ne controllava le mani, per veder se le gavevimo sporche. Se ti le gavevi sporche ti becavi con la bacheta per le mani. No ti fasevi monade a scuola, come  voi, perché  la bacheta per le mani, te poso dir, che faseva mal. Mi penso che le maestre a scuola ve soporta fin tropo. Se saria come ai mii tempi voi sarii tuti blu de lignade.»

«Grazie nona de gaverme contado tuto questo, adeso si che gaverò cosa dirghe all'insegnante domani!»

«Dighe, dighe, picia mia, cusi che sapi tuti, che a quei tempi, anche se in povertà e miseria, ierimo tuti conenti e felici, forsi anche più de voi ogi. Ah, quei iera veramente bei tempi!»

 


 

CLEMENTINA                                     Debora  Moscarda 

 VII  classe

                                                                              Scuola Elementare Italiana “ Giuseppina Martinuzzi ” – Pola

  

Le feste e le tradizioni all'ombra del mio campanile

 

Anche se piccolo, a Gallesano, il mio paese, non mancano sicuramente le tradizioni che si sono tramandate da padre in figlio fino ai giorni nostri.

Tali tradizioni, abbiamo modo di vederle in molte occasioni, anche se certe in realtà si sono ormai estinte a causa del grande cambiamento di vita degli ultimi cinquant'anni.

Le tradizioni sono tutte interessanti e particolari, ma quelle che mi hanno colpito maggiormente sono legate al periodo natalizio, al carnevale e al rito del fidanzamento.

Esse non vengono eseguite come un tempo, anche se cercherò di descriverle come avvenivano una volta grazie all'aiuto dei miei nonni.

Natale

Durante l'Avvento, la Messa si svolgeva nelle prime ore del mattino affinché tutti potessero parteciparvi. Questa Messa veniva chiamata «Messa dell'Aurora» e, nonostante l'orario un po' insolito, la chiesa era sempre moto affollata.

In questo periodo nelle case veniva fatto il presepe e molto di rado anche l'albero di Natale. Nel focolare ardeva un grosso ciocco, «el soco», il quale avrebbe dovuto durare per otto giorni.

Durante la Notte Santa venivano svegliati anche gli animali per ricevere una doppia razione di biada e, nell'attesa della Messa di mezzanotte, si giocava a carte e si narravano fiabe e leggende ai bambini.

Il giorno di Natale era un giorno molto atteso e in quell'occasione tutto il paese si recava in chiesa. I bambini non trovavano molti regali sotto l'albero, ma solamente delle mandorle, delle caramelle, delle arance e dei «busoladi», cioè delle ciambelle fatte in casa.

Anche se di modesto valore, tali doni rendevano molto felici i bambini.

Maggio

La sera del 30 aprile era tradizione che il giovane innamorato donasse alla fanciulla che amava un ramoscello verde o fiorito, «el majo», sul quale erano appesi dei doni, tipo cioccolatini, caramelle e un biglietto sul quale stavano scritte delle proposte. Durante la notte il ragazzo si recava sotto la finestra della ragazza, la quale, il mattino seguente leggeva il biglietto, comunicando il contenuto ai propri genitori. Se questi accettavano le dichiarazioni il giovane poteva entrare in casa. In caso contrario egli doveva attendere il maggio successivo per ritentare di conquistare la propria amata e la sua famiglia.

Carnevale

L'ultimo giorno di carnevale i gallesanesi si travestivano con delle semplici maschere fatte in casa e tutto il paese era in festa. Nel pomeriggio le maschere sfilavano lungo la via principale e il re del carnevale stava seduto su una sedia, simile ad un trono, e veniva portato in spalle dai suoi amici. Di sera tutto il paese si «buttava»nelle danze e le donne facevano una frittata gigantesca. Il giorno seguente era il primo giorno di Quaresima e in quell'occasione ai piccoli venivano donati «le fritole e i grostoli», dolci gallesanesi.

I gallesanesi fanno molte altre feste e le più tipiche sono «la festa di Gallesano» e quella delle «cioche». La prima ha luogo verso gli ultimi di luglio e in tale occasione la gente si riunisce per ballare e mangiare carne alla griglia fino a tarda notte.

La seconda festa si tiene il quindici agosto, il giorno della Madonna, e si basa su un piatto tradizionale gallesanese «polenta e cioche» (polenta con le lumache).

Durante la serata molti sono quelli che comprano i biglietti della lotteria e alla fine della festa viene estratto un biglietto che al fortunato vincitore porterà la «cioca d'oro». A tale festa partecipa tutto il paese, ma anche molti turisti, specialmente i gallesanesi che vivono all'estero e che d'estate ritornano all'ombra del campanile del loro paese natio.

 


 

PRIMA  MARMOTTA                           Sandi  Blekić 

                                                                                                                       IV  classe

                                                            Scuola Elementare Italiana “ Giuseppina Martinuzzi ” – Pola, sezione periferica di Gallesano

 

IL NATALE A CASA MIA

 

   A casa mia, ogni anno, faccio un presepe alcuni giorni prima di Natale. Lo faccio sempre con tutta la famiglia. Mi diverto perché mio papà inventa sempre una battuta  su ogni statuetta. La stalla la metto di regola al centro e di lato, con la sabbia, faccio una stradina; ricopro il terreno circostante con molto muschio. L’albero arriva sempre al soffitto e sui suoi rami ci metto molti addobbi. Questo lavoro mi riempie di gioia.

   Alla vigilia di Natale vado in chiesa e resto fino a tardi. Quando torno a casa, nella calza trovo un regalo. Questo mi è un po’ strano, perché ricevo il regalo con un giorno di anticipo, ma provo ugualmente una felicità immensa. Sono però ancora più felice , perché passo un altro Natale con la mia famiglia.

 

AL BALLO MASCHERATO

 

   Al  mio paese ogni anno si festeggia il  Carnevale. Questa volta non sono andato al ballo mascherato per i bambini , ma ho fatto gruppo con gli adulti. In sala non c’erano solo adulti, ma anche bambini di tutte le età .

   Il nostro gruppo era formato da undici  persone  e per i costumi ci siamo ispirati alla fiaba di Aladino. Ci siamo preparati tutto da soli: la lampada, le scarpe, le spade, il forziere con lucchetto. Il giorno della festa eravamo più che pronti, prontissimi. Quando siamo entrati in sala da ballo , i musicisti hanno iniziato a suonare. Abbiamo ballato per ore ed ore, non ci reggevamo più in piedi. Poi finalmente l’ora della premiazione è arrivata: era veramente tardi. Il conduttore annunciò i posti: ce n’erano sei. Quando stava per dire chi era arrivato al primo posto, noi non eravamo ancora stati chiamati sul palcoscenico e pensavamo di non essere entrati in classifica. Invece è successo l’incontrario: siamo arrivati primi e abbiamo preso il premio più ambito, il prosciutto. 

   Siamo ritornati a casa con tanta voglia di mangiarci quel prosciutto, però vista l’ora tarda abbiamo preferito  rimandare ad un’altra occasione.

 


 

 SECONDA  MARMOTTA                     Riccardo  Verk 

                  IV  classe

                                                         Scuola Elementare Italiana “ Giuseppina Martinuzzi ” –Pola,  sezione periferica di Gallesano

 

LA VENDEMMIA

 

Nel nostro paese la vendemmia è quasi una festa e se non si hanno i propri vigneti , si aiutano gli amici a raccogliere l’uva. E’ stato così anche per noi che quest’anno siamo andati dai cugini. Da casa siamo partiti alle ore otto e siamo arrivati in campagna verso le nove. Ci siamo messi subito a raccogliere l’uva; tagliavamo i grappoli con le cesoie o con la roncola. Mio papà, mia mamma ed io tagliavamo insieme. Eravamo sempre i primi a finire. Matteo, Luca  ed Alessandro, mio fratello, stavano sul trattore e vuotavano i secchi nel tino. Quando il tino era pieno andavamo a vuotarlo e a macinare l’uva. Dopo tanto lavoro è arrivata l’ora di fare merenda: con le cassette abbiamo improvvisato il tavolo e con i secchi le sedie. Mangiavamo pane, salame, uova e formaggio. Finito di mangiare siamo passati all’altra campagna e mentre vendemmiavamo, un signore quasi mi tagliava un dito. Al pomeriggio abbiamo fatto ritorno e siamo andati in cantina a pranzare. Restava ancora da pigiare l’uva . E mentre i grandi facevano questo lavoro, noi piccoli, giocavamo.

Alla sera abbiamo fatto ritorno stanchi, ma felici di aver passato una bellissima giornata in campagna. 

 

IL MIO PRESEPE

 

 A casa nostra siamo tre fratelli: Alessandro, Giada ed io ed ogni Natale ognuno di noi fa il proprio presepe. Io dentro alla stalla metto: Gesù bambino, la Madonna, S. Giuseppe, il bue l’asino e i cagnolini. Invece di fuori metto: il pozzo, un uomo che porta i pesci, un altro  che porta l’acqua e un terzo che spinge la carriola.

Mio fratello lo fa  simile al mio, ma con meno personaggi.Mia sorella  Giada, che è piccolina, vuole fare anche lei il presepe e lo fa nel deserto con i cammelli.

Così ,ogni anno il presepe più bello è il mio, e penso che anche quest’anno sarà così.

 


 

 TERZA  MARMOTTA                          Andrea  Demori 

                                                                                                                          IV  classe                                                           

                                                            Scuola Elementare Italiana “ Giuseppina Martinuzzi ” – Pola,  sezione periferica di Gallesano

 

SONO STATO A VENDEMMIARE

 

Un, venerdì,  alla fine di settembre, quando sono tornato da scuola, ho pranzato e sono andato nel vigneto a vendemmiare. La mamma e i nonni, con le forbici , tagliavano i grappoli e li mettevano nelle brente che portavano verso il trattore, dove mio zio macinava l’uva. Macinava con un attrezzo chiamato “sgranadora” e i chicchi andavano a finire nella botte. Alla fine siamo andati a mangiare da mia nonna: prosciutto, formaggio e pane fatto in casa.

 

LE OLIVE DI MIO NONNO

 

Martedì, 16 novembre, era una bellissima giornata per raccogliere le olive e così ,tutti noi della famiglia ,siamo andati nell’uliveto di mio nonno. “Gli  scaloni” , lunghissime scale di legno fatte a mano da mio nonno, gli abbiamo appoggiati  sui vecchi ulivi per poter raggiungere i rami più alti.

Intorno al collo ci siamo messi dei sacchetti speciali cuciti da mia nonna. Questi sacchetti sono speciali in quanto la nonna ci ha infilato il fil di ferro che li tiene sempre aperti. Dentro a questi sacchetti raccoglievamo le olive piccole e nere ,e quando erano pieni li andavamo a vuotare nel sacco più grande, che si trovava sul trattore. Il sacco pieno di olive lo abbiamo portato in cantina dove  la nonna le pulirà prima di farle arrivare al “torcio”.

 


 

 QUARTA  MARMOTTA                       Paola  Bonassin 

                                                                                                                           IV  classe

                                                                 Scuola Elementare Italiana “ Giuseppina Martinuzzi ” – Pola, sezione periferica di Gallesano

 

LA VENDEMMIA

 

In una bella giornata di sole siamo andati a raccogliere l’uva. Quella mattina abbiamo preparato: il tino, la” sgranadora”, i secchi, le brente, le forbici e siamo partiti.

Mia sorella aveva molta fretta di raccogliere l’uva. Nel vigneto c’erano molte api. Appena arrivati, tutti quanti ci siamo messi a cantare: “Com’è bella la vendemmia”. Quando abbiamo finito la prima parte, abbiamo fatto merenda: prosciutto e formaggio e per ultimo il caffè. Alle quattro del pomeriggio abbiamo fatto ritorno a casa. Eravamo felici di aver raccolto tanta uva , ma ancora di più  se pensavamo che il giorno seguente si ricominciava.

 

IL MIO PRESEPE

 

A casa nostra, a Natale,” facciamo” l’albero e sotto mettiamo il presepe. Il mio presepe ha la stalla con dentro la Madonna,  S.Giuseppe, Gesù bambino, il bue e l’asinello. Fuori c’è un alberello addobbato, che in cima ha la stella cometa illuminata da una lampadina. A me  piace fare il presepe, invece mia sorella appende sull’albero una statuina che a me non garba; allora la tiro via.

 


 

 SORPRESA                                          lavoro cumulativo 

  VIII  classe 

                                                                             Scuola Elementare Italiana “ Bernardo Benussi ” – Rovigno

 

 

Mihael Bernè, Daniela Bišić, Stefano Dandolo, Beatrice Džaja Giuricin, Mateja Herak, Paolo Kalebić, Arianna Kresina,

Sara Krizmanić, Maurizio Matić, Angela Poljak, Lara Popović, Marino Poropat, Roberta Poropat, Roberta Preden,

Mauro Stuparich, Anna Tiani,

Mara Ugrin, Matteo Usich, Roberto Venier, Mauro Žilović

 

LA  PASQUA

 

Tra le varie feste e le numerose tradizioni popolari e religiose, all’ombra del nostro bel Campanile di sant’Eufemia, abbiamo deciso

 di occuparci della PASQUA. Sì, proprio della Pasqua!

Una motivazione specifica non c’è stata, ogni festa ci sembrava interessante.  Nel corso del lavoro, però, ci siamo accorti che spesso

 pensiamo di saperne molto di più di quanto in realtà sappiamo, quindi abbiamo imparato anche qualcosa di nuovo.

          Ci siamo divertiti molto soprattutto nelle conversazioni con i nostri nonni, originali e decisamente unici nel loro genere, per noi vere e

             proprie fonti di sapere.    In classe, poi, il confronto con le varie informazioni raccolte è stato molto interessante.

   “Miscelando il tutto” ed arricchendolo con le foto appositamente scattate nelle nostre case, proprio durante la Pasqua appena passata,

 abbiamo ottenuto il lavoro che vi proponiamo nelle pagine seguenti.  

 

   La Pasqua a Rovigno

 

Durante gli anni tristi e poveri della II Guerra Mondiale, che propagava timore, distruzione e morte e nel dopoguerra fino ad oggi, la nostra bella cittadina di Rovigno, che si trova sulla costa  dell'alto Adriatico, festeggiava la festa della Pasqua con sorrisi e tanta voglia di fare e soprattutto di stare assieme, anche presso le famiglie più povere.

La Pasqua, oltre ad essere una festa religiosa importantissima per la cristianità, è pure una

tradizione,diffusa sia fra i religiosi che i non.

Era, da sempre, una buona occasione per socializzare, divertirsi, festeggiare, assaporare un

po' di dolci ed avere un piatto più sostanzioso sul tavolo di casa.

Inoltre, era il momento opportuno per indossare indumenti e scarpette nuove e soprattutto per portare un po' di sorrisi, speranza e allegria nelle famiglie.

I nonni ricordano, che per l’occasione, venivano sempre proiettati dei bellissimi film e quindi si andava al cinema con le “morose” (fidanzate).

Le vecchie e maestose campane, dal monte, dall'alto dei 63 m. circa del campanile, suonavano per rallegrare l'atmosfera ed i cuori di tutti i rovignesi.

I bambini, tutti contenti, tingevano le uova con colori ottenuti in modo naturale: ad esempio, il color verde si otteneva bollendo le "erbe di campagna",

il marrone più o meno scuro con le bucce delle cipolle ed il rosso con la barbabietola.

Un metodo molto carino per rendere le uova ancora più belle era quello di legarvi attorno dei fiori o delle foglie, di chiuderle ognuno in una calza

(ovviamente pulita!!!) e appena dopo immergerle nell’acqua a bollire con le varie verdure coloranti. L’effetto finale era ed è che l’uovo si

colora, mentre l’immagine del fiore rimane bianca e ben visibile: una vera e propria opera d’arte!

  Le uova colorate facevano e fanno ancora oggi bella mostra di sé nei cestini, nelle terrine o nei piatti come centro-tavola della festa.

 

  
 

 Gli uomini erano indaffarati a preparare gli agnellini, che più tardi venivano cucinati                 

 dalle donne. A Rovigno, nei tempi passati, le tavole dei pescatori erano meno fornite

 che quelle dei contadini. I pescatori erano più poveri ed avevano meno possibilità.

 

 Infatti, chi viveva in campagna, aveva animali domestici, uova e verdure fresche.

   Per la festa affettavano pure la “spaleta”, ossia la parte anteriore del maiale.

Sulle tavole dei pescatori, allora, non mancavano prodotti di mare.

I dolci erano uguali per tutti: la "pinza" che era un tipo di pane dolce e la "pignola",

 per i bambini, dolce intrecciato con delle strisce della stessa pasta della pinza che

al termine racchiudeva un uovo sodo.

  La domenica delle Palme si andava in chiesa a benedire i ramoscelli di olivo,

 che venivano poi tenuti in casa, come segno di pace e speranza fino all’anno successivo.

  Il venerdì ed il sabato precedenti alla Pasqua, i cosiddetti giorni santi, si stava a digiuno ed appena alla domenica, dopo il suono delle campane si poteva   mangiare. La Pasqua portava felicità, allegria e spensieratezza, anche se in alcuni periodi della storia, per poco tempo! 

Una tipica domenica pasquale dei nostri nonni

 

Al mattino si entrava in Chiesa con tutta la famiglia per assistere alla Santa Messa.

Finita la sacra funzione tutti andavano a passeggio lungo le vie e le rive rovignesi per “acontentar l’ocio”, cioè per vedere le varie simpatie o i fidanzatini.

Di solito ci si fermava al “Mlječni” (Bar-latticini), in Piazza del Ponte, per un caffè; oppure, una sosta, anche tradizionale, si faceva al Caffé "Vecia Batana"

 per bere qualcosa in compagnia e per approfittare di fare qualche “ciacola”, ovvero quattro chiacchiere con amici e conoscenti.

Dopo di che si rientrava a casa per il pranzo, che per l'occasione, ognuno cercava di preparare al meglio a seconda delle possibilità.

 

Un pranzo pasquale rovignese poteva consistere in: 

·brodo di carne, ·pasta con il sugo, ·arrosto d'agnello, ·“tieste e pinini”*, ·frittata con le "scalogne" (scalogno)**.

 

*”Tieste e pinini” 

INGREDIENTI:   testa d’agnello (tagliata in due), zampe d’agnello (dal ginocchio in giù) ripulite dalla pelle, trippa d’agnello, budella d’agnello (ben pulite),  cipolla, pepe, sale, prezzemolo, un po’ di brodo di carne 

           PREPARAZIONE: I pezzi della testa e delle zampe si avvolgono con le budella formando come dei piccoli salami.

                                            Questi involtini vengono cotti nel sugo preparato con tutti gli altri ingredienti. 

** La frittata con lo scalogno, in alcune famiglie, era proposta tradizionalmente, anche come merenda del mattino, in altre la variante

erano gli asparagi oppure le salsicce di maiale.  

 

Dopo il pranzo, si mangiavano i dolci tipici*: 

·La " pinza " 

INGREDIENTI: 4 uova, 20 dag. di zucchero, 15 dag di lievito sciolto nel latte,  1 kg. di farina, 10 dag di burro,

un po’ di rum, 1 buccia di limone grattugia,  1 bustina di vanillina. 

PREPARAZIONE: Mescolare tutti gli ingredienti in un bell’impasto omogeneo.

  Lasciare lievitare per ben due volte.Impastare ancora una volta, formare una bella pagnotta  rotonda, inciderla sulla sommità con dei tagli a forma di croce e cuocerla    nel forno caldo.

 

·La "pignola" o “dresa” (in dialetto istro-veneto significa “treccia”)

 

Era ed è un dolce dedicato ai più piccoli.

Il pastone assomiglia a quello della “pinza”, forse un pochino più dolce.

Ha la forma di una treccia, nella parte finale (più larga) si sistema un uovo sodo fissato  con lo stesso impasto a forma di croce e come ornamento

simbolico si usa infilare un piccolo rametto di ulivo.

                                                                

 

 

    Oggi potremmo aggiungere come dolci tipici, sempre   per la gioia dei bambini, le piccole uova di cioccolato

                     e quelle più grandi con la sorpresa.

            Tradizione pasquale ormai diffusasi anche da noi negli

                    ultimi anni, come in molti altri paesi d’Europa.

 

 

 

Al pomeriggio, i bambini giocavano (e non solo, ma anche le mangiavano) con le uova colorate in precedenza e si divertivano in vari modi.

Uno di questi, era quello di mettere un uovo ad una certa distanza, ben appoggiato ad un muro; lo scopo era quello di colpirlo con una moneta.

        I giocatori potevano essere tanti. Chi riusciva a romperne il guscio, o ancora meglio far sì che la moneta rimanga infilata nell’albume, si prendeva

         tutte le monete gettate dagli altri partecipanti e anche l’uovo.

  Un altro gioco interessante, a due a due, consisteva nello sbattere un uovo contro l’altro e vinceva la sfida chi riusciva a rompere il guscio dell’uovo

 avversario; in tal caso entrambe le uova erano sue.

 


 

 ESTATE  ‘ 93                                       Ivona  Štokovac 

  V  classe 

                                                                                   Scuola Elementare Italiana “ Galileo Galilei ” – Umago

 

 

"Le feste e le tradizioni popolari e religione  all'ombra  del tuo campanile". 

( SAN PELLEGRINO)

 

San Pellegrino  è  il protettore di Umago. La chiesetta di San Pellegrino è stata costruita  prima del XII secolo, a Giubba. All´interno c'è un'immagine del Santo. Secondo la tradizione, nel mare davanti alla chiesa, durante le basse maree, è visibile la sua impronta. Si racconta che sia rimasta lì quando, per la prima volta, ha posto piede su questa terra per annunciare il Vangelo. Nel 1830 sotto l'altare furono rivenuti i resti di ossa. Si suppone che in questo luogo sia avvenuto il suo martirio. Le fonti dicono che il Vangelo è stato portato in questi luoghi dalla città di Aquileia. Il vescovo di allora inviò i suoi diaconi anche in Istria quindi si ritiene che l'Istria abbia conosciuto molto presto la religione Cristiana. Così anche il diacono Pellegrino giunse da Aquileia sotto l'impero di Diocleziano. Egli predicava nella zona di Sipar e Umago. Durante la persecuzione dei Cristiani fu arrestato e torturato con il fuoco e poi gettato nel carcere, condannato a morte fu decapitato in riva al mare e nei pressi di Punta Rosazzo il 23 maggio del 303 (secondo alcuni nel 290). Umago ha anche un compatrono che è San Nicefano. Nella chiesa parrocchiale si conservano le sue reliquie. Un'altra leggenda narra che la nave nel 827 trasportava il corpo di San Marco. Da Alessandria a Venezia, a causa della forte Bora si è dovuta rifugiare nel porto di Umago. Gli abitanti hanno reso onore alle reliquie con una solenne processione da allora. Secondo la tradizione si svolgeva ogni anno nella festa di San Marco. La processione per ricordare la sosta delle sue reliquie nel porto locale. Questi sono i racconti che ci sono stati tramandati dai più vecchi.

Oggi la festa di San Pellegrino è una tradizione che si celebra ogni anno al giorno di Pasquetta. Allora si organizza un pic-nic con giochi popolari come per esempio il tiro alla fune, con musica, tornei sportivi e intrattenimenti. In questo ci piace ricordare le tradizioni di una volta per tenerle vive.

 


 

JAMES  BOND                                    Marco  Codiglia 

 V  classe      

Scuola Elementare Italiana “ Galileo Galilei ” – Umago

  

Le feste e le tradizioni popolari e religiose all'ombra del tuo campanile

 Sulla strada che da Umago porta a Buie, si trova un paese: case raggruppate in pietra calcarea, con pergolati e orticelli.

È Petrovia, il mio paese. Il suo centro è una piazzetta dove sorge la chiesa romanica dedicata  a  San Stefano, protomartire del XVII sec. Costruita nel 1647. Verso Umago si trova il cimitero di San Pietro Damiano con grandissimi cipressi e l'omonima piccola chiesetta risalente al 1890. Oggi Petrovia è una borgata agricola il cui territorio si sviluppa a nord verso la valle dove scorre il torrente Potocco. Ora li turismo ha fatto sorgere diverse  trattorie e nuove case sono state costruite attorno al paese che conta 650 abitanti circa.

Due sono le festa che si festeggiano a Petrovia, una religiosa, l'altra popolare.

Per quanto la parrocchia e la chiesa siano dedicate a San Stefano, che si festeggia il 26 dicembre, la festa religiosa più importante e più festeggiata del paese è quella della Madonna del Rosario che cade la prima domenica d`ottobre. Fino a non  molti anni fa, la festa religiosa si festeggiava con la messa grande seguita nella processione che faceva il giro di tutto il paese. Per l'occasione, le donne mettevano sulle finestre le lenzuola bianche. Oggi invece, dopo la messa si fanno tre giri attorno alla chiesa con canti e preghiere dedicate alla Madonna.

Il Carnevale, e soprattutto il funerale del Carnevale, è l'altra festa popolare del mio paese. È un'antica tradizione molto sentita che continua nel tempo, a cui partecipa tutto il paese. Inizia di domenica, dove un gruppo misto di abitanti si maschera e va a fare il giro delle case di Petrovia e delle stanzie attorno raccogliendo uova, vino e "luganighe". La tradizione vuole che i partecipanti siano mascherati da contadini, da vecchi e da sposi. Gli abitanti aspettano con ansia l'arrivo delle maschere che suonano, ballano e cantano portando tanta allegria per le case. Il mercoledì è il grande giorno, quello del funerale del Carnevale. Una lunga preparazione vede partecipare ogni anno un nutrito gruppo di abitanti che si riuniscono per decidere il tema a cui dedicare la satira che di solito è su base politica e culturale. Non appena è stato trovato il tema, inizia l'organizzazione. Si preparano i costumi. Questa preparazione dura un mese abbondante e il mercoledì la piazza di Petrovia si riempie di gente sia del posto che dei paesi vicini. Dopo due ore di risate e di avvenimenti si brucia il Carnevale che segna la fine della festa. Segue la grende frittata con le uova raccolte la domenica e poi il ballo nella sala. Questa festa tradizionale fa sì che  Petrovia sia conosciuta in buona parte dell'Istria e fa rendere fiero ogni abitante di essere petroviano.

 


         

     MAX  ‘ 94                            Nensi  Toncich 

V  classe 

Scuola Elementare Italiana “ Galileo Galilei ” – Umago

 

LE FESTE E LE TRADIZIONI POPOLARI E RELIGIOSE ALL'OMBRA DEL MIO CAMPANILE

 

Io vivo a Schiavonia, un villaggio piccolo vicino ad Umago. Qui a Schiavonia non ci sono delle festivita`. Vicino al mio villaggio c'e` Madonna del Carso. La leggenda dice che quando la Madonna tornava dalle compere nel caldo estate, passo` dalle mie parti stanca da svenire. Finalmente vide un bosco con un grande rovere verde che dava ombra da tutte le parti. Si mise sotto di esso a riposare. Si addormento`. Quando si sveglio` era riposata, cosi` volle ringraziare il rovere facendo che restasse sempre verde anche nelle stagioni fredde. Questo rovere esiste ancora oggi situato un chilometro a Est per la strada principale dal villaggio della Madonna del Carso.

Dopo questo avvenimento il 15 agosto si festeggia la Madonna Grande andando in chiesa. Dopo la messa i giovani hanno il torneo di calcio e i piu` vecchi si divertono con il torneo di bocce. Quando si avvicina la sera si aprono le danze e si comincia a consumare le specialita` moderne della nostra gastronomia. Il ballo e i fiumi di birra e vino proseguono fino la mattinata seguente.

 


 

SPIAGGIA  ‘ 94                                   Lisa  Balanzin   

 V  classe

                                                                            Scuola Elementare Italiana “ Galileo Galilei ” – Umago

 

LE  FESTE  E  LE  TRADIZIONI  RELIGIOSE  E  POPOLARI ALL'  OMBRA  DEL  TUO  CAMPANILE 

Io vivo a Umago e il patrono della mia cittá è San Pellegrino. Di feste ce ne sono tante: dal Santo Natale, alla benedizione delle palme, dove si parte dalla chiesa di San Rocco, si percorre tutta la via Garibaldi per arrivare alla chiesa ˝Assunzione della Beata Vergine Maria˝.

Poi arriva la Pasqua dove ogni anno c'è la tradizione di portare a benedire il pane dolce detto ˝pinza˝, lo scalogno, le uova sode e il prosciutto cotto. Tornando dalla messa si fa merenda assieme alla famiglia, cosí siamo benedetti tutto l'anno.

Dopo la Pasqua arriva la Pasquetta e si va a San Pellegrino a festeggiare. Ci sono incontri di comunità e di giovani; c'è un po' di tutto. Di mattina si prepara il pesce, i calamari, le sardelle, le cozze, gli asparagi, le patate in insalata, ali di pollo e anche i čevapčići. C'è di tutto. Subito di mattina un gruppo di persone va a preparare tutti i giochi, perché ci sono anche incontri sportivi e si preparano le bancarelle. Tutto si svolge all' aperto vicino al mare sempre sperando che il tempo non faccia scherzi. A Seghetto tutto il giorno si gioca a bocce. A San Pellegrino intanto ci sono gli incontri di pallavolo. Tutto viene organizzato nei minimi particolari, tutto alla perfezione, la gente arriva da ogni parte, italiani, triestini, sloveni, perfino turisti. 

Il pic-nic inizia verso le due, la messa si celebra alle quattro. L' apertura della giornata inizia con la banda d'ottoni di Babici e arrivano sempre degli

 ospiti: i cori, i balli folcloristici ecc. Ci sono vari giochi, come tiro alla fune, corsa coi sacchi, pisarondole, l'albero della cucagna, spicar l'uovo ecc. Il bello è che tutti sono contenti e soddisfatti. Si mangia, si balla, si gioca, ci si diverte. Penso che è la festa tradizionale, popolare più riuscita. Ogni anno ha un successo immenso. Forse bisognerebbe incontrarsi più spesso, divertirsi di più, almeno per un giorno, non pensare a niente e rilassarsi nella calda atmosfera primaverile.