Premi Speciali anno 2016


PREMIO “ASS.NE per la CULTURA FIUMANA, ISTRIANA e DALMATA nel LAZIO”
 

motto SENTI DE PIASA    

Classe I Linda Buždon, Stefano Manzin
Classe II Antonio Biljuh, Libia Assal Divišić, Matteo Hero, Edi Jurman, Alex Mećava
Classe III: Antonio Bonazza, Michelle Delbianco, Chiara Križman

Scuola Elementare Italiana “Giuseppina Martinuzzi” Sezione Periferica di Sissano

Insegnante: Andrea Močinić

Un simpatico lavoro di gruppo dei "moredi de Sissan" che hanno ritagliato uno spaccato di vita istriana che fu ma che,
 grazie ai loro nonni, porteranno sempre nei loro cuori.

“I nostri veci ne conta”
Storia e tradizioni della mia terra nei racconti di famiglia

           Il nostro insegnante un giorno ci ha chiesto se i nonni ci raccontavano, di tanto in tanto, delle storie su com’era la vita ai loro tempi. In classe ci fu subito un gran trambusto, una vera cascata di “Nooo!”, cori di “Uffa che noia!” e altri commenti soliti per la nostra classe. L’insegnante non si scoraggiò, come sempre. Conoscendoci molto bene, sapeva che le nostre reazioni iniziali erano spesso un po’ esagerate, istintive, ma che poi eravamo sempre pronti ad ascoltare e ad interagire. È un po’ il nostro modo di funzionare come classe…

          Dopo la prima reazione, abbiamo appunto continuato ad ascoltare la spiegazione dell’insegnante. Ci ha raccontato della sua insegnante alle elementari, dei compagni, dei giochi che facevano durante e dopo le ore di lezione. Insomma, come sempre il nostro insegnante ci era riuscito ad intrappolare nella rete magica dei suoi racconti interessanti.

Il giorno dopo siamo andati tutti assieme a trovare gli inquilini della locale casa dell’anziano, dove usiamo andare ogni tanto a trovarli, cantare qualche canzone o recitare qualche poesia. Li facciamo molto felici, si vede bene, non devono neanche dircelo. Quel giorno, però, l’insegnante si era accordato con una signora utente della casa dell’anziano che ci avrebbe parlato un po’ del nostro paese, di com’era tanto tempo fa quando lei era piccina: di come vivevano, che cosa mangiavano, che cosa vestivano, ma soprattutto dei giochi che facevano. È stata un’ora molto interessante, che ci è passata in un attimo, infatti anche il piccolo Stefano ha detto: “Andiamo via di già?”. Era un venerdì e, appena tornati, prima di lasciarci andare a casa, come compito abbiamo ricevuto in consegna di dover intervistare genitori, nonni, zie, zii. Il punto era portare a scuola lunedì un bel pacco di racconti su tutti i più svariati temi che ci potevano capitare a mente, ma legati sempre al passato.

Arrivato il lunedì a scuola si poteva sentire nell’aria l’eccitazione per le informazioni raccolte. L’insegnante dovette sudare sette camice per calmarci e mantenere l’ordine necessario per riuscire ad ascoltare le storie di ognuno di noi.

Iniziò per primo Matteo, il quale ci raccontò che tanto tempo fa, quando sua mamma era piccola, si giocava a Porco duro, a Briscola, a Scinche, a Peie, a Borele, a Pegore e lupi, a Muceti e a palla. Ci raccontò che Porco duro si giocava con un sasso e con dei bastoni. Uno faceva il cacciatore, gli altri i difensori. Il cacciatore doveva gettare il sasso chiamato “porco duro” dentro un buco mentre i difensori con i bastoni difendevano i propri buchi, le “tane”. Disse che si trattava di un gioco molto interessante e che gli sarebbe piaciuto provare a giocarlo. Peccato però che non fosse riuscito a sapere come si giocavano gli altri giochi…

Continuò Chiara dicendo: “La nonna mi raccontò che le donne per le feste si facevano le trecce e le mettevano in coppa, si vestivano la gonna nera, la camicia bianca, le calze bianche e un fazzoletto ricamato.”

Antonio aggiunse che i maschi vestivano un cappello nero, un gillet, una camicia bianca, dei pantaloni neri e delle scarpe nere. Aveva sentito per gli stessi giochi che aveva elencato Matteo e voleva spiegarci che cos’erano le Scinche. “Esse sono palline di vetro che si lanciano in un buco. Si devono anche colpire le palline degli altri.” Ci spiegò anche che i Muceti erano un gioco che si giocava lanciando una pietra verso quattro o cinque sassi messi uno sopra l’altro. Chi li colpiva riceveva dei punti. Ci spiegò inoltre che la gente di una volta mangiava poco perché non avevano soldi per comprarsi cibo e mangiavano soltanto quello che c’era in casa. Le famiglie più ricche invece potevano comprare più cibo. Per le feste si mangiavano gnocchi con levero e brodo.

A quei tempi non c’erano i trattori, le automobili, e così via. Si viaggiava e si lavorava invece con gli asini e i manzi.

L’altro Antonio, invece, disse che sua nonna quando era piccola giocava con le bambole. Con gli amici giocava anche a carte e a nascondino. Il nonno invece giocava a Scinche e a pallone. La sera si sedevano sui senti de piasa. “Molti ragazzi non avevano la bici ma andavano a piedi. Mio nonno inevece aveva la bici.” disse con orgoglio. Ci raccontò ancora che non c’erano i trattori ma si lavorava con i manzi, che i suoi nonni mangiavano la polenta e anche gli gnocchi, mentre bevevano soltanto acqua e latte, niente succo. Infine aggiunse che non avevano le borse per portare i libri, ma che per portarli più facilmente li legavano con le cinghie.

Edi invece raccontò che quando sua nonna era piccola giocava alla Tria, al Marcario, al Pandolo, a Nascondino e a Ho perso la cavallina. I maschi invece giocavano anche a Sabi de maio, oltre ai giochi che avevano menzionato gli altri. Non riusciva a ricordarsi le regole dei vari giochi ed era molto dispiaciuto. Però ci raccontò che chi aveva soldi aveva il cavallo, altrimenti si viaggiava a piedi. Disse anche che si uccideva il maiale per avere da mangiare tutto l’inverno. Inoltre non c’erano trattori ma si lavorava con i manzi.

La piccola Linda ci raccontò che quando sua nonna era bambina giocava con le bambole che si faceva da sola. I capelli erano di lana, gli occhi erano due bottoni. Il resto del corpo era di roba vecchia. Giocava anche un gioco strano col pallone: il gioco si chiamava rinoceronte. Una cosa molto interessante che ci raccontò era il fatto che nessuno aveva la TV. Una famiglia l’aveva comprata e allora tutti andavano da loro a guardarla, come al cinema!

 Toccò poi a Michelle. Disse che tanto tempo fa, quando lei non era ancora nata, i suoi antenati vivevano in modo diverso da oggi. A quei tempi non esistevano i telefoni, i cellulari, i computer, le televisioni e c’erano poche automobili. Le donne lavavano i vestiti a mano perché non avevano le lavatrici. “Per andare in chiesa portavano i vestiti da festa che a me piacciono molto, sono fatti a mano.” ci disse e continuò: “Alla sera erano tutti seduti intorno al fogoler, i bambini ascoltavano attentamente le storie che raccontavano i nonni.”

L‘ultimo a parlare fu Stefano, dicendo che una volta la gente usava le candele perché la luce non esisteva. Lui aveva anche sentito dire che tanto tempo fa c’era la guerra, una cosa molto brutta perché tante persone erano morte.

Il discorso era andato avanti per un bel po’. Incredibilmente nessuno aveva sbuffato, si era alzato dal posto, aveva parlato quando non era il suo turno o è dovuto andare in bagno. Eravamo come ipnotizzati! È stato allo stesso tempo divertente, interessante ed istruttivo. Così, verso la fine dell’ora di lezione, ascoltati tutti i racconti, l’insegnante ci ha chiesto di trarre delle conclusioni dalle storie appena raccontate e di dire il proprio pensiero sulle differenze tra la vita che si faceva una volta e quella che essi facevano adesso.

“Secondo me oggi la vita è più bella.” disse Matteo. All’insegnante naturalmente questa risposta non bastava, era troppo semplice. “Oggi la vita è più bella perché è più facile di quella di una volta.” aggiunse Chiara. Era già meglio!

“Io penso che la vita prima era più difficile, ma era un poco più divertente.” Era la voce di Antonio grande che l’aveva sparata subito, anche se magari non era ancora il suo turno. Edi invece replicò: “A me piace di più la vita di adesso.” Tutti gli altri continuarono nello stesso tono. Linda disse: “La vita oggi è più facile perché abbiamo più cibo e possiamo scegliere che cosa mangiare.” Michelle, un po’ pensierosa, aggiunse: “Oggi la vita è più facile perché si lavora di meno.” Stefano, nuovamente ultimo, concluse: “Oggi la vita è più facile perché ci sono tanti più giochi.”

Si potrebbe infine concludere che più o meno tutti avevamo tratto le stesse conclusioni. La vita di una volta era alquanto più difficile: si lavorava molto e di conseguenza il tempo libero era pochissimo. Forse alcuni giochi erano più interessanti, ma oggi abbiamo tutto il tempo per poterli rispolverare. D’altra parte però possiamo essere contenti di non dover fare tanti lavori pesanti come si facevano una volta. 
 

PREMIO SPECIALE ASSOCIAZIONE “LIBERO COMUNE DI POLA IN ESILIO”


Elementari:

motto BIMBI DI SCUOLA

Diego Belci, Mauro Belci, Paolo Castellicchio, Marko Cukon, Aleksandar Ćupić, Andrea Delmonaco, Nandi Gruner Bajlo,
Hana Hubanić, Rebeka Jankulovski, Daniel Katačić, Mateo Knežević, Petra Kovačić, Fabian Matošević, Anastasia Nikiforov,
Antonio Orešković, Petra Ostović, Veronica Ravarotto, Fabian Pamić, Dorotea Sellan, Tara Sladaković, Vito Spagnolo,
Diego Sošić, Dean Suligoj Valli, Nora Šijan, Ervina Škornjak, Lorenzo Zanghirella

Classe IV a Scuola Elementare Italiana “Giuseppina Martinuzzi” Pola

Insegnante: Rosanna Biasiol Babić

 

I bimbi di Pola presentano una ricerca molto corposa sulle scuole della città, corredata dai racconti dei nonni e dalle foto alle strutture oggi funzionanti. Lavoro molto scientifico e interessante.

Tema in formato Pdf:___"L'unione fa la forza"

 

Superiori:

                                                    
motto FORMIGOLA              Elen Zukon Kolić

Classe III –Liceo Generale Scuola Media Superiore Italiana “Dante Alighieri” Pola

Insegnante: Annamaria Lizzul
 

Il tema, scritto in un corretto dialetto polesan, descrive la figura di nono Giovanin, classe 1928, nel suo rapporto con la casa natale, poco distante dalla città dove ha trovato lavoro e dimora nel dopoguerra. Dal racconto emerge il rispetto e l'amore delle tre donne di casa, moglie, figlia e nipote, per questo nonno sapiente e testardo, nonché la vitalità dell'identità istroveneta di queste terre, minacciata ma ancor sempre genuina.

"I nostri veci ne conta" - Storia e tradizioni della mia terra nei racconti di famiglia.

             La mia famiglia vivi a Pola ʃà  de due generasioni, e mi son la tersa, per questo se pol dir che semo Polesani veri, però i mii noni i ʃe lo steso ancora tanto ligadi ai loro loghi natii e le usanse che i gaveva là, sercando qualcheduna de portarla anche qua a Pola. Specialmente nono, e ben che sì, perché mi stesa considero che le origini e valori  simili sia molto importanti per ognidun.

            Mio nono Giovanin ʃe nato a Pomer, un paeseto vicin Bagnole, nel lontan 1928, vol dir giusto setanta ani prima de mi. Là el ʃe nato, cresciudo e el ga visudo fin che no 'l se ga sposà con nona e i ʃe andadi a Pola a sercar lavoro e fortuna nel dopoguera. Però, el ga là ancora la caʃa de famiglia con l'orto davanti molto simile a come che 'l iera co lui iera putel e per questo, nonostante 'l fato che 'l ga pasà l'otantina ʃà  de tanto tempo, no 'l vol eser come i sui coetanei, che preferisi o i ʃe costreti a pasar el tempo a caʃa, magari guardando la television tuto el giorno. No 'l vol darse de pati de eser pensionato e che la sua schena no ghe permeti i sforsi de un tempo. Nono no se contenta de far un salto in botega o un gireto fin el mercato co servi, maché, come diʃi nona, el devi lui far la sua e andar ogni giorno o quasi in quel benedeto Pomer a lavorar in orto come un tempo. Però, la diʃi anche che  bona de Dio che un per de ani fa el ga vendù el suo adorato „Ficio“ po' el va là con la coriera. Anche se una volta qualche mese fa el ghe ga fato, povera, ciapar quasi un colpo perché el voleva veder se el pol ancora andar solo in bicicleta fin Pomer e indrio, come che el fasseva co el iera giovane e l'andava là ogni tanto, solo co propio el doveva, per qualche diavolo.

            Naturalmente, co  el fa qualcosa a Pomer, speso el fa più dano che utile perché el insisti de far tuto coi metodi tradizionai, invese i mii genitori co i va là i sistema tuto lori coi metodi "moderni", sensa lasarghe a lui tropo lavoro, sia perché no 'l se stanchi, ma anche perché i ga paura che no 'l combini qualcosa a modo suo sercando solo de aiutar.

            De solito nono tuto trionfante el riva a caʃa de Pomer, perché el credi de eser stado molto de aiuto, e tuto orgoglioso el se loda de gaver netado la corte, meso a posto la lisiera, taiado i rami dei alberi de fruto e dele pergole, tirado fora l'erba, travaʃado el vin e altro. Ma el colmo ʃe, però, co riva mia mama a caʃa de Pomer, dopo che nono ga ʃa fato tuti sti sui lavori molto utili e gaverse roto  la schena, e la ʃe tuta rabiada perché nono ga de novo fato la sua. Sì, ʃe vero, el ga netà la corte, o meo dir, el ga butà in bidon le foie che i mii ga meso su un mucio per maʃinar con la machina e dopo butar nel ludame per rinforzar la tera. In lisiera metendo a posto i ordegni e altro, el ga dimenticà dove el ga meso cosa po' deso mama no pol più trovar nanche el sbrufador. I rami del kiwi e dei fruti che el ga taià iera propio quei che i mii gaveva lasà perché i gaveva i buti e i doveva frutar sto ano. Le erbace che el ga tirà fora, iera fiori per figura e le verdure che i mii gaveva pena piantà iera per sto ano. Per non parlar del vin che ʃe diventà aʃedo perché el ga travasà nela bote marsa che iera giusto pronta per eser butada in scovase...

            E cusì mama ogni volta continua a ciaparsela e sbarufarse con lui su cosa 'l pol far a Pomer e cosa che el ghe lasi a lori de far, ma nono, visto che el ʃe meʃo sordo, nanche no 'l senti cosa che la ghe diʃi e solo el ripeti che el ga capì, che la prosima volta el seguirà i consigli, che no 'l farà de testa sua e che ʃe tuto a posto, solo per liberarse dele sue prediche, ʃà pianificando cosa el farà co 'l anderà a Pomer  el giorno dopo.

            A diferensa de mia mama, mi capiso del tuto o quasi perché nono devi far qualcosa de "utile" co el ʃe là in paese e no scoltar i consigli dei giovani. Tante volte gavevo e go l'ocasion de ciaparme e andar con lui in coriera a Pomer e "far dano" là con lui. E nono ogni volta el me vol tramandar tuto quel che ghe gaveva a lui imparado suo nono, a suo nono el suo e cusì tante generasioni indrio. Lui el conosi tanti modi tradisionai per lavorar in general sia in orto, che in campagna, che in caʃa, sensa usar machine e altri strafanici moderni, che, come lui uʃa dir, i complica tuto quel che complicar se dà, i se rompi subito ʃmonʃendo soldi, sensa gaver el risultato volù. Riguardo l'orto, nono ʃe fisado con le lune e no 'l ghe credi a quei dela specola che, secondo lui, i sbaglia tropo speso e tuto quel che ʃe ligado col tempo de piantar tute le robe, el capisi anche sensa la tecnologia. No 'l se fida dei "miracoli moderni", ma el credi che i metodi tradisionai ʃe i meo e de questa idea no se lo pol smover. Son contenta che nono ʃe cusì testardo riguardo le "usanse agricole", anche se el clima ʃe diferente de quando lui iera giovane e no 'l se pol più fidar dei deti proverbiai sule semine che ripeteva i sui antenati. Anzi, no fa niente, mi me fa sai piaser impararli, e sicome i ʃe tuti in rima, i entra facile in zuca e dopo no se se ne libera più de sti proverbi, anzi se li recita tuto el tempo come papagai e ghe se rompi le scatole a tuti in caʃa, ma almeno no i va dimenticai...

I mii preferidi, che nono e nona speso i ripeti parlando del tempo co nono vol qualcosa piantar, incalmar  o ingrumar, oltra al solito "Roso de sera, bel tempo se spera" che se senti depertuto ʃe "Alegria de pipistrel, ʃe segnal de tempo bel!" e "Candelora, zima fora, ma se piovi e tira vento, de l'inverno semo drento". Forsi diritura veder nono e nona che i se sbarufa con i proverbi perché nono vol andar a Pomer, diʃendo che ghe piansi le povere vece vide e che ʃe ora de incalmar la sariesa bianca finalmente de novo. E invese nona la volesi che el vadi veder se ʃe tuto a posto e no ʃe vegnudi i ladri nela sua caʃeta a Promontore e se bisogna ingrumarghe i limoni propio adeso perché se no sto altro ano, secondo qualche credensa popolar, no fruterà tanto. Tuti e due sempre i se la cava su come faria i sui noni in quela ocasion e i se lamenta che „una rondine no fa primavera“, ma che va tuto in malora con sto tempo de adeso. Ala fine nono el fa lo steso de testa sua sercando de acontentar anche nona, però. El va sì a Pomer a ligar le vide coi rami dei venchi che mesi fa el gaveva meso soto tera che i resti freschi, perché cusì i lo ga imparà, ma dopo el va anche a Promontore per contentar nona, combinando però sempre una dele sue. Sicome nona ga là le ʃiʃole, el se spaca la schena per tirar via tute le pice piantine che cresi tuto torno el grande albero. E come se no bastasi per finir la "giornata lavorativa", visto che ʃe ancora bonora per tornar in cità, nono decidi de andar ingrumar un pochi de spareʃi propio là dove 'l andava de putel solo, o col nono o fin che se pascolava le vache o le pegore, perché el ʃe convinto che là ghe ne ʃe de più, anche se invese mi ghe go mostrà tante volte dove che ʃe quei più grosi e boni. Ma cusì lo ga lui imparà i sui e no 'l vol cambiar l'usansa. E lo capiso. Per lui ʃe come riviver la sua infansia, fanciulesa e giovinesa. Po' el perdi la coriera naturalmente, e fin che nona lo speta a caʃa col pranso ʃà  fredo e tuta in pensier dove el ʃe finido "sto vecio insempiado" stavolta, lui beato el speta la prosima coriera magnandose magari la fritaia fata coi sui spareʃi a caʃa de qualche vicin per pasar el tempo. O, magari, spacando in corte le noʃe del nostro vecio albero che ʃe ancora restade, propio come faseva anche suo nono tanti ani fa.

Propio me interesa se anche mi, co sarò a 'vanti coi ani,  gaverò voia de far tute ste robe e propio cusì come che mio nono me serca de imparar e no me importerà del mal de schena se gaverò fato qualcosa de bon nel modo antiquado, ma "giusto" secondo mi. Basta voler, e se fa tuto!

Chi sarà, vederà!

 

PREMIO SPECIALE “ISTRIA-EUROPA”

motto MARIUCCIA 1997                 Chiara Kalebić

Classe IV Liceo Generale Scuola Media Superiore Italiana “Dante Alighieri” Pola

Insegnante: Annamaria Lizzul

Originale l'impostazione del racconto che ci fa conoscere attraverso una sequenza di immagini la storia e le tradizioni della nostra terra:
- primo filmato: la scuola ieri e oggi; - secondo filmato: la vita in famiglia; - terzo filmato: la cucina tradizionale. La regia, la sceneggiatura e l’attrice principale, la nonnetta, sono degni di un premio Oscar. L'ottimo uso del dialetto rende il racconto di un passato che ci appartiene, ancor più suggestivo e genuino.

"I nostri veci ne conta" - Storia e tradizioni della mia terra nei racconti di famiglia.

 ‘’ Ciao noneta, come ti me sta?’’
‘’Eilà bela, ciao. Ah, ti sa, come al solito, un fià de mal de osi, ma del resto son come nova. E ti, come iera a scola, qualche bel voto?’’
‘’Ma niente de novo, ti sa sempre lo steso anche là. Coro via deso che go un mucio de robe de far e son anche afamada come un lupo, se vedemo più tardi. Baci.’’
‘Baʃeti stelina.’’
E cusì ogni giorno tornada de scola come prima roba el ‘’must’’ ʃe  andar a saludar i noni, perché se no guai. E po ogni tanto quando go un bic de tempo torno volentieri nela sua picia ma sempre calda e acogliente caʃeta, perché ʃe l’unico logo dove abandono la realtà moderna che me circonda de ogni parte, e ogni volta me par de far un viagio nela storia. I mii noni, in special modo mia nona, ʃe  sempre pronta a contarme una dele sue storiele dei tempi co la iera mula. Qualche volta la torna ala sua infansia, altre volte i ricordi la porta al tempo dela sua scola media e altre ancora la preferisi contarme dela vita in famiglia. Me acuciolo vicin de ela, e comincia el nostro viagio in drio nel tempo. E ogni volta sul viso vedo spuntarghe un soriso dolce che ela nanche la se acorʃi de gaver stampado in viso, el sguardo svola via in altri tempi e vai, scominsia un film in bianco e nero de un’epoca a mi cusì lontana e poco conosuda.

Film no.1: La scola ieri e ogi

‘’Guarda cara che mi se legio, o vedo­ in television e sopratuto se sento parlarte dela scola de ogi, torno in drio nel tempo, e più che penso, più capiso che le robe ʃe cambiade, ma cambiade per ben! Guarda che noi no podevimo miga presentarse a scola vestidi in modo poco decente, machè! No ghe ʃe mai saltado in mente a nisun. Sempre maiete che coverʃi le spale, e cotole o braghete soto i ginoci, e ogi... ah, ogi vedo qua, no vedo là, maie trasparenti, braghe sbregade… el mondo sta cambiando, altro che. E po sì! Sto prii.., pirr.., sto orecin che ti te ga meso a  metà recia, dimentico sempre come lo ciamè voi giovani, uh, se i te vedeva con qualcosa del genere, no i te faseva entrar a scola prima de gaverlo cavado, su questo ti pol scometer. Per non parlar po’ del risponderghe mal ai maestri, o mancarghe de creansa, ti savevi in anticipo cosa te spetava: una bachetada opur un “masagio” in un canton, inginociado su un mucio de sal per un bel po de tempo no te lo risparmiava nisun. Ma da l’altra parte go l’impresion che lo steso  ne iera un fià più facile. Quando mai ne capitava de gaver scola fina le tre de dopopranso, come par eser una roba normale ogi? Mai. E no parlemo po de sta matura che ve tartasa. Ai nostri tempi iera una roba completamente diferente. Gavevimo de scriver un compito bel lungo e elaborado e gavevimo tanto tempo, sensa però dover far tuti sti esami che ve toca a voi. Ti sa cosa che penso ancora, forsi sbaglio, mai se sa, ma mi me par che noi come compagni de clase ierimo tanto più unidi, sarà forsi perché vivendo tuti in paese e no gavendo come andar a scola che a pie, pasavimo tanto tempo insieme e ierimo come una picia famea, se le contavimo e se divertivimo insieme come mati. In quei tempi i gioghi se li inventavimo noi, i muli se intrateneva con un balon de fuʃbal, e noi mule invese a giogar con le pupe fate a man oviamente, opur, una volte cresude, pasavimo ore e ore a far lunghe e piaʃevoli ciacolade. Voi invese, go come l’ impresion, se più insempiadi con sta tecnologia e pasè tanto tempo davanti al lop.., lap.., de novo no me ricordo come se ciama quel comuter che ti ti ʃtrasini dapertuto. Insoma, tanto tempo perso davanti a tuti sti schermi, e poco a far amicisie sincere e vere. Che ti pensi ti, esagero forsi, o ti la pensi come mi?
‘’(Tra mi e mi: Se magari podesi dir che la penso diversamente!) Purtropo ti ga più che ragion, ti sa, deso ʃe, diʃemo, moderno far amicisie virtuali, ʃe la posibilità de parlarse e vederse per pochi soldi tramite el comuter, e sempre più giovani sta trascurando le do ciacole in un bar, un pasegiada visin al mar o una sera in cine, con ore e ore spese davanti a uno dei tanti schermi che ne sta rendendo s’ciavi. E ti sa cosa ʃe  la peʃo roba, che se ti te ‘’isoli’’ dal ‘’mondo virtuale’’, ti te isoli dal mondo in general perché ogi giorno te ʃe squaʃi imposibile viver senza un smartphone, almeno nela nostra società. Ti sa cosa che dario per poder viver, almeno per un poche de ore, la tua gioventù quando tablet, smatphone, PC e tutte le posibili invensioni del XXI secolo iera una roba astrata almeno quanto ogi la vita su un altro pianeta.

‘’Capiso, sì, cosa ti vol dirme, ma guarda che nanche la nostra vita no iera tuta rose e fiori, stela mia.’’

Film no.2: Vita in famiglia

‘’ Ma dime, in famiglia come se la pasavi, che tipo de raporti gavevivo tra i muri de caʃa?’’

‘’ Ah, la vita iera bastansa dura, ti sa. Serca de imaginarte una vita sensa auti, sensa machina per lavar la roba o i piati, sensa television, fon per i cavei, telefono, e serca po de imaginarte la stesa vita, sveiarse ogni matina e sentir el galo, far chilometri e chilometri per rivar a scola col sol che spaca le piere o la piova che casca a mastele magari sensa un’ombrela e portando per ani le stese scarpe, tornar a caʃa  e iutar a netar la stala e andar a dormir al tramonto del sol. Dura la iera, per debon, ma se strusiavimo, e deso poso dirte che dopo tuto gavemo visudo un’infansia no semplice, ma serena sì. Ti devi saver che mi son nata al tempo della Seconda Guera, e squasi tuti i omini delle nostre parti andava coi partigiani per combater i fasisti, perché l’Istria iera parte de l’Italia a inisio guera, cusì se capità anche con mio papà. Prova solo a pensar ala vita de mia mama alora, con un marì lontan de caʃa, con due pici fioi de tirar su, procurar de magnar, de vestir e star drio  la caʃa. Tante preocupasioni la gaveva, no ghe le auguro a nisun, ma ti vedi che el mondo no ga ancora imparado niente con tute le robe brute che capita ancora ogi. Ma bon… ghe la gavemo fata. Fortunatamente mio papà ga sopravisù ala guera, el ne ʃe  tornado a caʃa, gavemo continuà a viver la nostra vita sercando de dimenticar la guera, ma le conseguense se sentiva, come ti pol imaginar. Mama e papà iera bastansa severi con noi fioi, ma no solo i mii, iera cusì. I raporti iera diversi de quei che gavè ogi voi con i vostri genitori, meno amichevoli, più rispetosi. In caʃa iera sempre tanto de far, bisognava iutar a cuʃinar, netar, andar in stala con le bestie e altro, no gavevimo tropo tempo per schersar e divertirse a caʃa, ma lo steso ghe go volù un gran ben ai mii, e ancora deso ghe ne voio, perché so quanti sacrifici i ga dovù far per tirarne su sani e contenti.

‘’ Mama mia, par quasi imposibile ste robe che ti ti me conti, par robe de un film, e invese guarda là…’’

Film no.3: La cuʃina tradisional (la mia pelicola preferitissssima)

‘’ Ma dai ricordime, please, dei tui pieti preferidi, anche el modo de magnar devi eser stado tanto diverso de ogi, scometo!’’

‘’ Ecome, e più san e sostansioso dirio mi. Se lavorava tanto e perciò iera fondamental eser ben mesi e gaver forsa, cusì noi mulete se davimo tanto de far torno el fogoler. Te gaverò ʃa contà dela specialità del mio paese, Galisan: le cioche. Sentir parlar de una pietansa con solo le cioche, a qualchedun ghe se podesi girar el stomigo, ma se ti ti savesi quanto lavor ʃe drio un sugo de cioche, e che gusto special che el ga inultima! Dopo la piova andavimo tuti a grumar i boboli, bisognava lavarli per più de dieci volte con el sal e una volta pronti, cuʃinadi drio la riceta de famiglia e in fine dopo ore de lavoro i iera pronti per gustar servidi con la polenta. Pensa che ancora ogi esisti in paese la festa dele cioche. Ma no sta pensar che magnavimo solo sta roba, fasevimo tante paste in caʃa dela tradision istriana: qualche volta i fuʃi, altre i gnochi, altre ancora i pljukanci. Per noi fioi, che ierimo mati per i dolci, se preparava speso i crostoli o le fritole, specialmente per le festa. Ti sa, alora no iera boteghini in ogni canton, ma se usava roba genuina, quel che se trovava in paese, perciò tanti piati se basava su patate, late, ovi e farina, e el resto iera roba de stagion, no come ogi che se magna magari fragole in pien inverno e mandarini in primavera.
Iera proprio altri tempi, quante robe che ga cambiado de quando che iero giovane mi, chi gavesi mai dito.’’

‘’Me ʃe vegnudo debolesa, demo a magnarse un bocon, dai nona.’’

‘’ Andemo, andemo.’’ 

Ʃe  cusì che mi torno indrio nel tempo con le storie de mia nona, le scolto tanto volentieri perché ʃe  per de bon come farse un film in testa, ma meo, tanto meo, perché quando che ti sa che storie interesanti le ga visude gente a ti cara, te ciapà el cuor e tanto de più. E per questo dovemo darghe quel che i se merita ai nostri cari noni, perché ʃe lori quei che ne pol spiegar meo chi che semo, de dove vegnimo e quale ʃe le nostre radise. I ga tante storie piene de picolese interesantisime che i se tien dentro e solo i speta de condividerle con qulchedun che ga voia de scoltarli, e questi doveriimo eser noi. Mandemo remenghis per mesa oreta tuta la tecnolologia, femo contenti i nostri noni che ga el cuor pien de amor per noi e no vedi l’ora de pasar un fià de tempo insieme contandone magari storie dela loro vita che li riporta indrio nel tempo. Par facile! Provemo?

Saria pecà ris’ciar de perder una parte de noi che ne apartien.

 PREMIO SPECIALE ASSOCIAZIONE “LIBERO COMUNE DI FIUME IN ESILIO” :

Elementari:

motto PIX                 Petra Vidak

Classe VIII Scuola Elementare Italiana “Gelsi” Fiume

Insegnante: Ksenija Benvin Medanić

 

Con affetto sincero e con amorevole ammirazione, l’autrice descrive il proprio nonno, narrandone le vicissitudini e sottolineandone le qualità. Rimarchevole è la capacità espressiva che caratterizza questo lavoro scritto correttamente e con proprietà di linguaggio nel dialetto fiumano.

 "I nostri veci ne conta" – Storia e tradizioni della mia terra nei racconti di famiglia

El mio bisnono me conta

          Guardo el mio bisnono. Figura smunta e smilza. Le mani, come el mosaico,  segnade de sgrafi. Cavei pochi e bianchi. Viso incartapecorido, come una vecia pergamena. I sui otantasete ani ga lasà segni su tuta la sua figura, trane che in tei oci. Due oci celesti, vivi, espresivi, fondi e acesi. Oci de un che ga venti ani. I oci xe el specio del’anima e el mio bisnono ghe xe la prova vivente.

          Con nota de nostalgia in te la voce, me sta contando dei tempi pasadi: “ Xe inutile dir de quanto le robe xe cambiade, secondo mi  in pegio. Xe inutile contar de sta tecnologia che xe entrada in te le nostre vite scompensando tuto! Nisun se guarda più, nisun parla più...”

Ogi ascolto del periodo del dopoguera che el xe sta molto dificile per el mio bisnono. La fame e la miseria le se gaveva  infilado dentro la pele de ognidun. Molti xe anche morti de fame. La farina, el zucaro, la carne, la ciocolata era magnari che non se arivava trovar nanche pagandoli a peso de oro. Paolo, el mio bisnono, guadagnava traficando col cafè. Con quei pochi soldi che el becava, el comprava  polenta.

 El me conta che la polenta già ghe vegniva fora dele orece. La magnava ogni giorno. Ma, el me dixe anche che la era mile volte più dolce dei fruti che magnemo ogi.

In quel modo se viveva alora.  Nonostante tuto, el mio bisnono xe contento de gaver visù in quel particolar momento. In primo logo perché el ga imparà a eser grato de quel che ’l ga e perché el ga imparà come aiutar el prosimo. El ga imparà guadagnar col proprio sudor, col proprio impegno e con la propria testa.

Tute queste xe doti meravigliose, ma ai giorni d’ogi ghe se vol impegno per   trovarle in te la gente de ogi. In realtà noi ogi butemo via enormi quantità de magnari, senza badar che milioni de persone anche ogi more de fame, specialmente dove i paesi non xe svilupadi, come in Africa. Ma non ocoremo andar così lontan…quanti senzateto se pol trovar sule nostre strade de Fiume! Basteria dar el pan e tuto el resto che avanza sia in te le boteghe che nele nostre case,  a chi ga bisogno. Ogni picio gesto pol diventar enorme. Per lori e per noi. Ma perché sofermarse al pan se asieme poderimo cambiar el mondo?

Mi go fortuna perché el mio bisnono me ga imparà quai che xe i veri valori. Noi due gavemo un raporto special. Son fortunada de gaver vicin de mi una persona che me pol  dar tanto , con amor senza limiti, che sa  farme rider con i oci  precisi ai sui, strengerme forte e sempre pien de comprension. Me sento così sicura quando son vicin de lui, el me fa restar senza fiato con le sue storie che me piaxe ascoltar, col suo soriso, con la sua incredibile forza, sempre positivo, anche se la sua vita non la iera facile per niente.

            Spero de diventar un  giorno come lui e,  tanto per cominciar,  gavemo i  stesi oci..!       

Superiori:

                                                                
motto OREO             Leo Barić

Classe III – m Ginnasio Scientifico – MatematicoScuola Media Superiore Italiana Fiume

Insegnante: Gianna Mazzieri Sanković


Con frasi essenziali ed appropriate il candidato ha saputo esprimere l' amore per la nonna che rimane vivo nella sua memoria come una " piccola luce ad olio accesa di continuo, una luce che non cesserà mai di bruciare"

.

I nostri nonni ci raccontano

Se qualcuno dovesse domandarmi qual è la cosa della mia vita che mai e poi mai vorrei perdere, la risposta sarebbe semplice: la memoria. La memoria con tutti i suoi ricordi belli e brutti. I periodi felici durano un attimo e di loro resta solo un vago ricordo impresso per tutta la vita nella nostra anima, questo, nel ripensarci, ci fa sorridere.

A volte, quando non ho niente da fare, intraprendo un breve percorso tra i miei ricordi. Talvolta mi capita di piangere, altre volte mi capita di ridere; ma solo quando penso alla nonna piango e rido allo stesso tempo. Lei era capace di generare in me le più belle emozioni del mondo. Con il sempce soriso mi faceva concepire quanto era bella la vita e mi rendeva felice di essere al mondo.

Accomodata su una vecchia seggiola di legno con le mani deformate dall'artrosi, la mia nonna paterna, donna incrollabile e piena di fantasia, gesticolava nel narrare la sua vita. Attorno al tavolo rotondo nel soggiorno, noi, i nipotini, e la nonna ci radunavamo frequentemente. In quei momenti, nonna Erica accennava un sorriso dando così inizio alla vicenda. Eh, quando ricordo il giorno del matrimonio con il vostro nonno.." diceva soddisfatta. Ogni volta quando menzionava questo avvenimento, mi mettevo a ridere dentro me stesso, non potendo immaginare il nonno e la nonna insieme da giovani. Mio nonno, piccolo, grande uomo; piccolo di statura con baffi allungati che spianava fissando pensierosamente un punto all'orizzonte, ma grande per la sua lealtà, la fedeltà, l'amore e i principi. La nonna continuava spesso il viaggio riportandoci alcuni eventi riferibili alla guerra. Si ricordava del suono imprevisto e terrificante della sirena per l'avvicinamento di aerei nemici. Allora riuniva i suoi figli mettendoli al sicuro, passando al riparo tutto il tempo necessario per star tranquilli.

A volte, una lacrima appariva sul suo viso, la guardavamo attoniti, la sua voce traballava. Il triste pensiero volava a suo fratello, morto in guerra durante il ritorno a casa. Per rendere la cosa ancor più grave, la notizia della sua morte veniva data con la restituzione della borsa in tessuto contenente i suoi indumenti. Alla famiglia non fu nemmeno detto quale fosse stato il posto dove morì il loro figlio e fratello. Alla nonna, rimasta figlia unica, non rimaneva che piangere di fronte alla sua foto, unita ai vari cimeli di guerra del nonno, davanti ad una piccola luce ad olio accesa di continuo, una luce che non avrebbe cessato mai di bruciare, come il dolore presente nel cuore della nonna.

Il viaggio proseguiva a volte con i racconti del duro lavoro quotidiano, tra la terra e gli animali. Tutti a casa avevano un compito ben preciso: chi ad occuparsi delle faccende di casa, chi nel campo lavorando la terra e curando gli animali. La casa sta ancora lì, nello stesso posto in cui stava anni e anni fa, quando la nonna era bambina. Nella sua stanza usavamo dormire insieme a lei, io e i miei cugini, per farle compagnia e ricordarle i tempi lontani. Non potrò mai scordare la nenia che la nonna ci raccontava ogni sera prima di andare a nanna: "Dormi, dormi bel bambin, vien dal monte un uccelin. Una stella vien dal mar, sul tuo capo vuol brillar, …" anche se non riesco a ricordare gli ultimi versi della filastrocca che per me rimangono un'incognita. Me ne dispiace un sacco.

Altre storie che sicuramente non dimenticherò mai sono i racconti e consigli riguardanti le i valori da osservare nelle condizioni di vita moderna, valori custoditi gelosamente nella mia memoria con un segno, una chiave per migliorare il mio prcorso e modus vivendi.

Me la ricordo la nonna, seduta sulla sua sedia o sul divano o all' ombra della casa, già "infastidita" delle mie continue richieste quando stavamo da soli; non volevo giocattoli o caramelle, ma solo le sue storie umili ispirate al mio mondo bambino. Amavo la sua voce. Se solo avessi potuto racchiuderne un po' in una bottiglietta per ascoltarla ogni sera prima di dormire. Sulle note della sua voce ho imparato a sognare. Sono convinto che al mondo esistano delle persone che s' incontrano una sola volta durante il percorso della vita: la nonna faceva parte di questo ristretto numero di persone. Per quel breve periodo di tempo in cui le nostre vite si sono incontrate, è riuscita a offrirmi l'affetto e ad insegnarmi a donarlo agli altri.

La nonna per me era un motivo d'onore, narrava le sue storie a tutti, grandi e piccini; ci indirizzava verso le cose più belle della vita, ma anche quelle brutte, per poter stare attenti in futuro. Stuzzicava le nostre curiosità con parole ignote in modo da farcele cercarle sul dizionario. Col passare degli anni, il ricordo della sua immagine sbiadisce nella mia mente, ma rimane sempre ben chiaro il suono della sua voce con la quale m'insegnava il rispetto verso il prossimo.

PREMIO SPECIALE “FAMÌA RUVIGNISA”

Vengono assegnati i seguenti premi:
Elementari:

motto MARE                   Valentina Morožin

Classe VII Scuola Elementare Italiana “Bernardo Benussi” Rovigno

Insegnante: Doris Ritossa

Si possono visitare tante belle città ma quando si è nati tra le calli, i pini ed il mare c’è un unico posto capace di far balzare il cuore: Rovigno!

SPESSO VI È PER OGNUNO UN LUOGO SPECIALE, IN GENERE DOVE SI È NATI E VI SI È TRASCORSA L'INFANZIA. QUAL' È IL CANTUCCIO CHE PARLA AL TUO CUORE?

Il mio cantuccio
Di solito quando chiedete ad un adolescente quale sia il suo posto speciale nel mondo, state certi che risponderà con il nome di una grande metropoli, tipo Parigi, Londra, Amsterdam, Los Angeles eccetera. Io sono una persona appassionata di viaggi, ma devo dire che non c'è città come la mia Rovigno. E' semplicemente unica.
Quando viaggio riesco a cogliere nuove sensazioni, ma non esiste sensazione più bella di quella che provo quando ritorno a casa. Sento il cuore esplodere di felicità, come se avessi dei piccoli fuochi d'artificio colorati che creano uno spettacolo pirotecnico nel petto. Ho le farfalle nello stomaco, sono stanca del viaggio ma ho comunque voglia di andare a passeggiare tra le viuzze della città vecchia.
La verità è che puoi essere a miglia di distanza dalla tua città, puoi viaggiare per tutto il mondo ma non ci sarà mai un posto come casa. Ho molti ricordi legati a questa cittadina sul mare che sembra essere uscita da una fiaba.
Quando ero piccola mio nonno mi portava spesso a Punta Corrente e mi raccontava storie di tempi lontani, che sembravano essere uscite da un altro mondo. Ci sedevamo sugli scogli e lasciavamo che la bora ci cullasse e ci portasse in quella che sembrava un'altra realtà. Per non parlare del mare... ogni volta che ci vado mi sento così bene, mi sento a casa. Il mare è bellissimo, ti travolge, ti fa venire voglia di buttarti e nuotare anche se è inverno e ci sono 4 gradi.
Quando mi trovo vicino al mare o per le calli della mia Rovigno, io sorrido ai miei problemi adolescenziali, che talvolta mi sembrano quasi delle montagne di difficoltà. Grazie a questi bei luoghi mi sento di nuovo serena. Qui si sono svolti episodi della mia vita che non dimenticherò mai.
La mia vita è qui...vicino al mare.

 

motto SORRISO          Gaia Banko

Classe VII Scuola Elementare Italiana “Bernardo Benussi” Rovigno

Insegnante: Luciano Sugar


Ci sono tante belle città nel mondo, belle per carità... ma per chi come la nostra Gaia, ha sentito il profumo di Rovigno c’è solamente una città a cui far ritorno: quella all’ombra del campanile di Sant’Eufemia.

Spesso vi è per ognuno un luogo speciale, in genere dove si è nati e vi si è trascorsa l’infanzia.
Qual' è il cantuccio che parla al tuo cuore e spiega perché.

Profumo di… Rovigno
Al giorno ď oggi, tutti vanno nelle grandi città. Londra, Parigi, Madrid, Tokio, New York… Perché ? Hanno bisogno di vedere le cose da un'altra prospettiva, hanno bisogno di sentirsi liberi di nuovo. Però, sembra come se abbiano perso dei ricordi, piccoli tasselli e quello che vogliono è solo essere famosi ed avere soldi. È strano, ma così dimenticano il luogo dove sono cresciuti, dove hanno iniziato la loro vita e dove hanno vissuto le loro prime avventure. All'improvviso puntano verso il cielo, salgono con l'ascensore e si credono chi sa chi. Io sono una persona che ama viaggiare, ama vedere il mondo e conoscere persone. Ma, la cosa più importante è che non dimentico mai la mia Rovigno.
Mi piace pensare che lei sia sempre lì con me, che mi osserva dal suo piccolo, quasi invisibile posticino che le grandi città oscurano e mi sorride. Ed ogni volta che ritorno da un viaggio, lei mi accoglie come se fosse la prima volta ad avermi vista. Solo chi ha provato almeno una volta a sentire la mancanza della propria città, a tornare là e a venir inondato da un calore magico, può capirmi. È una cosa che si scatena da dentro e tu non la puoi controllare.

Ti rendi conto di sentirla quando sudi, parli continuamente di lei o semplicemente le sorridi come fosse una persona e credi di essere sciocca. Casa è sempre casa. Questa frase contiene dentro sé qualcosa, non so di preciso cos' è, ma ogni volta che la sento, mi accelera il battito del cuore, mi emoziona e mi fa andare avanti sapendo che ovunque io vada, la mia città, i miei cari e tutti i momenti sia quelli belli che brutti che ho vissuto assieme alle persone che amo sono con me, nel mio bagaglio.

La cosa bella del mio paese è che non è tanto grande e non ha molti abitanti. E sono proprio quelli indimenticabili momenti in piccoli luoghi a fare la differenza da quei grandiosi con tanta gente in una discoteca famosissima a New York o in un pregiato centro commerciale a Pechino. Qua, semplicemente una tazza di caffè al bar di un tuo familiare con la tua migliore amica, una partita di pallavolo della tua squadra preferita seguita dal vivo assieme a tutti i tifosi, una passeggiata con la famiglia in riva al mare al tramonto, un' arrampicata su un albero altissimo con vista su tutte le isole e uno sguardo al mare infinito può cambiare la tua giornata e
renderti felice come niente. Seppure la mia Rovigno è piccola, ci sono tante cose di lei che ancora mi affascinano: il profumo di una fetta di torta di una pasticceria o quello del pane appena sfornato, l' odore di quelle vecchie botteghe nella città vecchia, il vocio dei stanchi pescatori mentre riparano le reti sulle loro batane, il rumore delle onde del mare che si infrangono sui vecchi scogli, gli innumerevoli e colorati dipinti alle mostre ď estate, le urla spensierate dei bambini durante un gioco, la vista dal campanile di Santa Eufemia… Sono tutte cose che ora documento e che quando sarò più grande ricorderò perché si sa, la vita è come andare sulle montagne russe, ci sono gli alti e i bassi e bisogna fare un lungo percorso durante il quale si provano tante emozioni. Noi possiamo solo scegliere se viverle gridando ed avendo paura o se viverle tutte ď un fiato godendocele al massimo. Se non si prende nota di tutto quel che ci accade, si perde il senso del vivere.

 

motto RU∫ANI 

Nathan Berto, Manuel Bilajac, Marco Bosazzi, Aleksandar Fatorić, Serena Funcich, Lara Kercan, Alizee Kesbi, Leandro Malusà, Michele Mottica, Nicole Oblak, Gaia Paljuh, Alberto Pokrajac, Federico Šuran, Matteo Venier

Classe VIII Scuola Elementare Italiana “Bernardo Benussi” Rovigno

Insegnanti: Luciano Sugar, Vlado Benussi, Gianfranca Šuran, Stellina Garbin

Una bella sfilza di detti e proverbi rovignesi che fa sempre bene risentire visto che sono il succo di una saggezza distillata nei secoli: bravi!

 Modi de dir… e de pensar

Rouvigno pien d'insigno, spaca el saso cun un ligno

I modi di dire, ed i proverbi, sono frutto della saggezza popolare, ovvero della cosiddetta “filosofia popolare”. Fanno parte della cultura di un popolo e quindi sono molto importanti per capire la loro indole.
Abbiamo voluto intervistare il nostro maestro Vlado Benussi per farci indicare un modo di dire che caratterizza il rovignese di un tempo.

Ecco cosa abbiamo scoperto dell’indole dei nostri “vecchi”…
Rouvigno pien d'insigno, spaca el saso cun un ligno
"Rovigno piena d'ingegno, spacca il sasso con un legno". Non esiste espressione idiomatica che descriva meglio l'indole degli abitanti di questa cittadina portuale.
Le particolari e complesse vicende storiche, politiche e sociali che hanno interessato tutta l'Istria nel corso dei secoli hanno condizionato notevolmente il carattere della popolazione rovignese, forgiando un'indole fiera, impulsiva e a tratti diffidente.
Nel carattere del Rovignese troviamo un forte (quasi primordiale) attaccamento alla Terra natìa, alla Santa patrona e alla proprietà materiale che venivano percepiti come i veri e propri pilastri sui quali poggiava la sopravvivenza e il futuro delle nuove generazioni. Tale era, ed è tutt'ora, il morboso, disperato, attaccamento alla tradizione e alla sapienza popolare che nei tempi passati quando capitava che qualcuno si staccasse dal paese e andasse a cercare fortuna altrove, esso venisse aspramente criticato, e per molto tempo se ne parlava con tono di scherno. Nonostante ciò non mancano nella storia rovignese personaggi illusti che, per il loro ingegno o per la loro intraprendenza, abbiano portato onore alla loro città natale.

L'artigianato e il lavoro:
La caratteristica più spiccata dell'antico Rovignese è quella essersi auto attribuito una forte onestà e dingegnosità, virtù che non smetteva mai di lodare ed apprezzare. Molte sono le espressioni idiomatiche riguardanti „el mastèr“ (il mestiere) e l'onore che ne derivava, come ad esempio l'artigiano, la sarta o il calzolaio che, sebbene non fossero benestanti, erano sempre richiesti ed apprezzati. Tutt'altra fama avevano
mestieri „da intellettuali“ come ad esempio l'avvocato, che veniva scherzosamente deriso per la sua capacità di produrre solo parolee non fatti tangibili.
Il mestiere rappresentava una vera e propria classe sociale, ed appartenere ad un determinato gruppo sociale significava esercitare, perfezionare ed eventualmente tramandare, una professione di padre in figlio.

- Rouvigno pien d'insigno, spaca el saso cun un ligno.
- L'urdigno el nu val senza l'in∫igno.
- L'in∫igno el val pioun ca l'urdigno.
- La pignata de l'arti∫an, sa nu la buio ancui, la buiaruò duman.
- Ago e strassita mantien la puivarita.
- Caligher cripa da fan; teira curamo, denti da can.
- Se nu fuosso el giesso e 'l stouco, el marangon saravo cougo.
- Cu creica, guanta.
- I avucati uò la buca granda.

Pascaduri e Sapaduri
Il mare e la pesca:
L'orgoglio nei confronti del proprio mestiere portava spesso ad aspre rivalità fra le varie categorie professionali. Così un giovane pescatore doveva scegliere una sposa che appartenesse al suo stesso ceto sociale; mentre i matrimoni „misti“ venivano criticati e mal visti.
Stessa cosa dicasi per un giovane che per una ragione o l'altra decidesse di rompere con la tradizione familiare e cambiare mestiere, e anche se esercitava la nuova professione con maestria, non veniva mai riconosciuto come un bravo pescatore o agricoltore.
Ne consegue l'abbondanza di modi di dire molto coloriti che spesso consigliano il mantenimento dello status quo, la coesione sociale e in generale la coerenza („buobe con buobe, suri con suri“, „Ceicio el nu ∫i par barca“).

- Cul siruoco li sipe ven a la mareina.
- ∫aniestra in fiur, spari in Ponta da Cru∫.
- Da ∫anier, a val pioun ouon pion ca oun samier cul paron.
- Siruoco ciaro e tramuntana scoura: ghietate in mar e nun iebi pagoura.
- Punenton e garbinasso i fa stà cul cor in scasso. (sussulto)
- Piova da mar enpio el bucal, piova da tiera enpio la scudiela.
- Louna triessa, marinieri in peie; louna in peie, marinieri triessi.
- Amur, pulenta e meignule li ∫i tri ruobe tinare.
- Ceicio el nu ∫i par barca.
- Anca i stronsi navaga cul biel tenpo.
- Segondo el vento, a sa navaga.
- Barca in fondo, a nu ga curo siessula. (gottazza, sassola – in legno)
- Quil ca ∫i, a ∫i in barca.
- Via∫i longhi scourta li paghe.
- Buobe con buobe, suri con suri. (VS Moglie e buoi dei paesi tuoi)
- Cu sa dascouro, a nu biegna ∫ei da trasto in sinteina.

L'agricoltura:
Da questi modi di dire emerge la figura del rovignese dedito al lavoro che disprezza lo spreco e l'ozio. Le espressioni idiomatiche scandiscono il passare delle stagioni e dettano il ritmo delle azioni rituali dell'agricoltura. Ogni mese è caratterizzato da un'attività particolare e le celebrazioni religiose si intrecciano alle feste legate alla natura in un connubio armonioso. La presenza della rima e di elementi molto riconoscibili di queste espressioni permisero agli anziani di trasmettere il loro sapere in modo arguto e divertente; e questa saggezza si è impressa in modo indelebile nella mente delle giovani generazioni. Grazie alle utili indicazioni degli antichi proverbi, l'attento rovignese era capace di riconoscere i presagi nefasti di un anno di magra o le sorti dell'imminente vendemmia.
Il lavoro era sempre fonte di orgoglio, vanto e soprattutto guadagno e non c'era spazio per gli oziosi, che venivano bacchettati ed ammoniti. È così che nascono espressioni come „chei fa el bagno d'agusto nu bivo musto“, che hanno la funzione di scoraggiare l'indolenza ed invogliare al lavoro; senza tuttavia cadere negli eccessi. Infatti un altro detto recita „l'omo da vein el nu val oun quatrein“.

- Par Sant'Ufiemia scuminsia li vandime. (16 settembre)
- Chei fa el bagno d'agusto nu bivo musto.
- Oun guoto da bon vein fa curaio e fa morbin.
- Da san Martein sa inbuta el vein. (el mosto se fa vein)
- Un culpo al sercio, un culpo a la boto.
- L'omo da vein el nu val oun quatrein.
- Sant'Antonio Abà; ciù la sapa e va a sapà. (gennaio)
- ∫uta la nio, pan.
- ∫uta la nio a crisso el pan, ∫uta la giassa a sa cripa da fan. (inverno)
- Marso souto, gran par douto.
- Ano da gierba, ano da mierda. (per la pioggia primaverile: piante rigogliose ma poco frutto)
- La Maddalena, la nu∫iela piena. (luglio)
- Louio a sa bato el gran, el sapadur sa uò cavà la fan.
- Li armente sa leiga par i cuorni, e i omi par la lengua.
- Fava e buoba ∫i douto ouna ruoba. (VS Sa nu piovo in frasca, piovo in giagia – jaja / interferenza linguistica)

Il tempo (legato al lavoro):
La particolare posizione geografica di Rovigno la rende una località particolarmente soleggiata ed adatta a molte attività reditizie, sono tuttavia frequenti i maltempi che con la loro violenza sferzano lo scoglio sul quale sorge la città.
È la totale mancanza di controllo nei confronti dei fenomeni naturali che ha fatto sì che si sviluppasse una grande quantità di modi di dire legati alle previsioni del tempo.
In una società in cui le condizioni climatiche mutevoli giocavano un ruolo cruciale nella pesca e nell'agricoltura era di grande importanza saper riconoscere in tempo i segnali di una tempesta imminente, o le prime avvisaglie di un inverno particolarmente rigido, e di conseguenza correre ai ripari.
Ancora una volta il tempo è scandito dalle feste religiose, e un ruolo di prestigio in queste pratiche superstiziose è quello della luna e delle sue fasi.
- Garbinasso, quil ch'i cato i lasso.
- Piova da burein, piova sensa fein.
- Guoba a punente, louna carsente; guoba a livante, louna calante.
- La Madouna de la Candaluora: sa la ven cun sul e bora, de l'invierno i semo fora; se la ven cun piova e vento, de l'invierno i semo drento.
- De Santa Lucia a Nadal crisso el giorno un piè de gal; da Nadal a Pasquita li ∫urnade crisso de oun'urita; da Pasquita a la Candelora el giorno el se slonga un'altra ora.
- Russo da sira, bon tenpo sa spira; russo da miteina, la piova ∫i visseina.
- Cu el sul a la sira va in saca, el tenpo va in vaca.
- Cu la louna uò el sircio, ganbia el tenpo.
- Cu fiureisso la ∫anestra, i spari∫i ∫i boni pioun ca la maniestra.

Acume – Spirito e Saggezza popolare
La ricchissima tradizione legata alle espressioni idiomatiche rovignesi tratteggia un carattere sanguigno, ma non crudele. La vita rovignese scorre con ritmi serrati ed intensi, e la popolazione tiene molto alle proprie consuetudini.
Una di queste è „el spàcio“, il luogo di ritrovo e socializzazione più importante dell'universo maschile in cui si passa il tempo in occasioni festive, di sera o durante i frequenti maltempi.
La controparte femminile degli spàcci sono le piazze. Qui le donne venivano a conoscenza delle novità che accadevano in città e giocavano con grande spirito di competizione la tombola.
Se gli uomini potevano sembrare introversi o comunque di poche parole, le donne rovignesi compensavano questa mancanza con un'animata partecipazione alla vita cittadina: ogni avvenimento doveva essere opportunamente commentato (e, ovviamente, criticato) dalla popolazione femminile. Tutte dovevano dare la propria opinione e, se l'argomento non riguardava una ricorrenza troppo triste, le donne trovavano sempre un appunto mordace e malizioso da fare.
È necessario far notare la presenza, anche in momenti di sventura, di uno spirito canzonatorio e bonario tipico degli abitanti di Rovigno. Questa vena sarcastica e gioviale è insita nell'animo rovignese e anticamente veniva applicata a tutti gli ambiti che potessero toccare la suscettibilità della gente, per punzecchiare e scuotere, ma senza mai cadere nel cattivo gusto.
Testimonianza di ciò non sono solo i simpatici modi di dire, i proverbi o gli aneddoti, ma soprattutto i soprannomi coloriti che venivano affibbiati alle famiglie in base ai motivi più disparati, ma sempre e comunque con un'origine umoristica o canzonatoria.
Tanta era l'energia e la vivacità delle discussioni e delle baruffe rovignesi, ed ogni divergenza o torto veniva risolto pubblicamente in piazza, con grande divertimento del resto della popolazione che faceva contemporaneamente da pubblico e da giuria.

- Omo giudeissiu∫, pruvierbiu∫.
- Chei nu va dreio de l'u∫ansa, el ∫i sensa criansa.
- Muorto mei, un fulmino a chi riesta.
- Cul grassie a nu sa magna, na sa conpra capuoti.
- A ∫i pioun giuorni ca luganaghe.
- El sparagno ∫i el preimo vadagno.
- A dei siura Agni∫e: sacundo el vadagno a sa fa li spi∫e.
- Tanti peici fa oun grando.
- Sparagna sparagna, el diavo magna.
- L'uossio ∫ì el pare da douti i veissi.
- L'omo in∫ignu∫ nu moro puovarito.
- Cu ∫i el tenpo dei feighi, a nu sa cugnusso nè parenti nè ameissi.
- Ruoba del cumun, ruoba da ningoun.
- La carta sa lassa screivi.
- De l'aria a sa veivo e de l'aria a sa moro.
- Saco vudo el nu sta in peie.
- Chei nu magna, uò magnà.
- Chei va in lieto sensa sena, douta la nuoto el sa ramena; e duopo avise ramanà, el n'uò na durmei, na magnà.
- El mal ven a leire e el va veia a onse.
- Chei vol vi oun cuorpo san, peissa spisso cume oun can.
- Mal de piele, saloute da budiele.
- Chei magna fa∫uoi, ∫briga ninsioi.
- La lento: ti na magni oun graniel, e ti na caghi sento.
- Ouna man lava l'altra, e doute dui el mou∫o.
- Mal nu fà, pagoura nun avì. (Se non fai del male, non devi avere paura)
- Mierda manda, mierda spieta.
- A nu biegna ∫eighe dreio a uogni musca ca ∫bula.
- Bati Bati, a sa rompo anca el fiero.
- A nu val insarà la stala duopo ch'el puorco ∫i scanpà. (VS Barca in fondo, a nu ga cuoro siessula)
- Spin∫ame ch'i vago, teirame ch'i viegno.
- Uogni padissa intu 'l coul spen∫o avanti.
- Voia da lavurà saltame aduosso: lavura tei paron, ca mei i nu puosso.
- Dagalo veivo, ca muorto el ga scanpa.
- L'uò el beio intu 'l coul.
- Fioi e culonbi spurcheussa li ca∫e.
- Cu i peici faviela, i grandi uò favalà.
- Anca i ramanai magna busulai.
- Scuva nuva, scuva ben.
- Par la cal a sa consa la suoma.
- Chei c'uò tenpo nu spieto tenpo.
- Deio dei: gioutate tei, ca i ta gioutariè anca mei.
- Sa taca, taca; e sa nu taca, niecio.
- Mou∫o douro e barita fracada.
- El ma e el muò i gira fradai.
- Biato chei uò oun uocio intu 'l pai∫ dei uorbi.
- Chei ruvaro nasso, ruvaro moro. / Andar baul e tornar cason.
- El ruvaro n'uò fato mai naransi.
- Chei nasso bies'cia, bies'cia cripa.
- Chei nasso samier, senpro el grituleia.

I modi di dire dunque ci comunicano varie cose del popolo che li usava e li usa ancora oggi. Attraverso i proverbi possiamo capire le credenze del popolo nel passato, ma anche il linguaggio che usavano, i mestieri che facevano, l’indole che avevano.
Dunque: I modi de dir dei nostri veci ne di∫i che:
- el rovignes ∫e un personagio ru∫ano, col Mou∫o douro e la barita fracada.
- ma el ∫e anche un Omo proverbioso, ovvero giudizioso.
E noi gavemo imparado che:
„Chi non va drio de l'u∫ansa, el ∫e sicuro sensa creansa.“


I PEÎCI RUVIGNÌ∫I 

Lara Apollonio, Elian Djerdj, Dorotea Gorski, Lana Jeremić, Letizia Turcinovich

Classe V Scuola Elementare Italiana “Bernardo Benussi” Rovigno

Insegnanti: Vlado Benussi, Suzana Benussi Gortan

Deliziose poesiole in rovignese su conte e giochi... saranno tutta farina del loro sacco??? Non so... anche se penso che i loro bravi insegnanti ci avranno messo più di uno zampino, ma per mantenere il nostro bel dialetto, va più che bene.

 

∫ioghi…gèri, ancùi e duman
( Giochi… ieri, oggi e domani )

NOTA:
Per la trascrizione del dialetto rovignese, ci siamo valsi della grafia adottata dalla sezione etnografica della Comunità degli italiani di Rovigno presente nel “Vocabolario del dialetto rovignese” di Antonio e Giovanni Pellizzer. ( edizione: 1992 )

Segno grafico: valore fonico:
“s” “s” sorda ( se, sempre, questo) ( in tutte le circostanze )

“∫” “s” sonora ( casa, rosa, sgelo ) ( in tutte le circostanze )

“eî” - “oû” pseudo dittonghi da leggersi come unica vocale mista dei due suoni.

Per rendere più scorrevole e verosimile la lettura, sono state accentate le parole che potrebbero dare adito ad eventuali dubbi di accento.
La lettura del testo proposto in lingua italiana, è solo una mera traduzione letteraria che riesce solo in parte a creare l’armonia dei suoni del dialetto.

LA POÛPA DA BIÈCO
I va cuntariè de l’amur grando
d’oûna mare puòvara.
Meî i son la mare da quila
puovarita da∫grasiàda da Goûci
ca doûti ga reîdo dreîo
par quil ru∫aguoto da poûpa.
Doûte li peîcie da cuntrada
li uò oûna poûpa da butiga
ma mièa feîa nuò.
Par fala cuntenta i ga iè fato,
cun oûna cuòtula tacunada,
oûna poûpa da bieco malin∫anbàda.
I siè ca nu la ∫ì biela
ma la ∫ì piena de’l mièo amur.
Quando ca ti la vardi,
ti senti cume ca bato stu cor.
I faravi da doûto par cunprà
oûna poûpa da vitreîna
cun li scarpite brilanti
e’l visteîto pien da camoûfi
e sensa l’udur da naftaleîna.

La bambola di pezza
Vi racconterò dell’amore grande / di una madre povera. // Io sono la madre di quellq / poveretta disgraziata di Guci / derisa da tutti / per via di quel pezzo di bambola. / Tutte le bambine della contrada / hanno una bambola di bottega / ma mia figlia no. / Per accontentarla le ho fatto, / con una gonna rattoppata, / una bambola malcombinata. / So che non è bella / ma è piena del mio amore. / Quando la guardi, / senti come batte questo cuore. / Farei di tutto per comperarti / una bambola di vetrina / con le scarpette brillanti / e il vestito pieno di merletti / e senza l’odore di naftalina.

EL MIÈO SUGNO
L’oûnica ruoba ca oûna peîcia brama
a ∫ì oûna vira poûpa.
Ma meî i nu la iè.
In man i tiegno nama ca oûna strasita,
a sa pol ciamala poûpa?
Nuò, nama cu ti ta scondi ∫uta el lièto.
I la vardo e i ciapo pagoûra da gila.
Meî i sugno oûna poûpa
cu’l visteîto cialièste,
i cavìi tinari,
li scarpite cume li ru∫ite da li feste.
Invise gninte,
ma tuca stà in canton,
a vardà li altre ca ∫iòga,
e a ma ven oûn magon.
Nu li ma vol rente
e i riesto sula in scundon.
Li uò pagoûra ca li suòve poûpe
ciapo pagoûra da la mièa…
Ca dasparasiòn!

Il mio sogno
L’unica cosa che una bambina desidera / è avere una bambola vera. / ma io non ce l’ho. / In mano tengo soltanto uno straccio, / si può chiamarla bambola?/ No, soltanto se ti nascondi sotto il letto. / la guardo e mi spavento. / Io sognavo una bambola col vestitino celeste, / i capelli teneri, / le scarpette come delle rosette per le feste. / Invece niente, / devo rimanere nell’angolino, / a guardare le altre che giocano,/ e mi viene un magone. / Non mi vogliono accanto / e rimango da sola nascosta. / Temono che le loro bambole / si impressionino alla sua vista…/ Che disperazione!

LA POÛPA DA STRASA
Nui peîcie da Andruniela
i stemo ben da scarsiela:
I vemo visteîti da loûso,
par nui e par li poûpe da butiga.
La Goûci,
oûna puòvara dasgrasiada,
la va cun stu strafaneîcio in man
in geîro par la cuntrada.
La la ciama poûpa,
ma ∫ì oûna strasa scarabuciàda!
A ∫ì oûn grupo da biechi vieci
da su mare.
I nu la vulemo tra i peîe,
ca la vago a ∫ugà sula
su quila viecia scala da pera.

La bambola di pezza
Noi bambine di contrada Andronela / stiamo bene di casa: / Abbiamo vestiti di lusso / per noi e per le nostre bambole di bottega: / Guci, quella povera disgraziata, / va in giro con quello straccio in mano / per la contrada. / La chiama bambola, / ma è uno straccio scarabocchiato! / È un groviglio di pezze vecchie / di sua madre. / Non la vogliamo tra i piedi, / che vada a giocare da sola / su quella vecchia scala di pietra.

NUI SIGNEMO FIOI
Signemo peîcie
ma purasiè daspatù∫e.
Di∫emo li conte foûrbe
e i femo li malisiu∫e.
I vemo li poûpe da butiga
parchí li nostre mame uò schei.
Nu vulemo la Goûci
a ∫ugà cun nui
cun quila suòva poûpa palàda,
quila strasa ramisa,
scarabuciàda cu’l lapis cheîmico:
Ma ca buca! Ca uòci! Par carità!
Li nostre poûpe ciaparavo pagoûra
cunpena sintila “favalà”.

Noi siemo bambine
Siamo piccole / ma parecchio dispettose. Diciamo conte furbe / e facciamo le maliziose. / Abbiamo
le bambole di bottega / perché le nostre mamme hanno soldi. / Non vogliamo la Guci / con noi a giocare / con quella sua bambola calva, / quello straccio riciclato, / scarabocchiato con il lapis chimico: / Ma che bocca! Che occhi! Per carità! / Le nostre bambole si spaventerebbero / al solo sentirla “parlare”


I ∫IÒGHI
I ∫ughemo par divarteîrse,
nu vulemo ∫iòghi da radagà.
S’i nu vemo cun cuòsa ∫ugà,
invantemo a la ∫vièlta chi fà.
A sa pol ciù oûna bala, i dadi,
oûna poûpa da strasa…
S’i nu vemo gninte
i truvaremo qualcuosa partièra.
In puoche paruole,
i u∫aremo la fanta∫eîa e l’in∫igno:
cu’i ligni i faremo…
cu’i sasi i faremo…
cu’i tapi i faremo…
cuseî i sa divartiremo.

I giochi
Giochiamo per divertirci, / non vogliamo giochi da baruffanti. / Se non abbiamo con cosa giocare, /
inventiamo alla svelta cosa fare. / Si può prendere una palla, i dadi, / una bambola di pezza…/ Se non abbiamo niente / troveremo qualche cosa per terra. / In poche parole, / useremo la fantasia e l’ingegno: / con i legni faremo… / coni sassi faremo… / con i tappi faremo… / così ci divertiremo!


∫UGHEMO
I vivemo in tenpi mudièrni, nui peîci,
Nu’ sa ∫iòga pioûn fora dasculsi
cu’i ameîghi.
Sa rièsta a ca∫a a vardà li televi∫ioni,
i ∫ioghi li femo cu’i strasoni!
I nostri nuòni ∫ughiva: el pàndolo,
el soûrlo, li s’ceînche…
Nui ∫ughemo cu’l cunputer, cu’l tablet
e cu’l telefuneîn.
Ma pansando oûn può
a saravo meo sta cu’i ameîghi
par la cal dasculsi a ∫ugà
balena scondi e altri vièci ∫iòghi
ch’i vemo squa∫i da∫mantagà.

Giochiamo
Viviamo in tempi moderni, noi piccoli, / non giochiamo più fuori scalzi / con gli amici. / Si rimane a casa a guardare le televisioni, / i giochi si fanno con gli straccioni! / I nostri nonni giocavano: Il pandolo, / il surlo (trottola), le biglie… / Noi giochiamo col computer, il tablet / e col telefonino. / Ma pensandoci un po’ / sarebbe meglio stare con gli amici / per strada scalzi a giocare / a nascondino e altri vecchi giochi / che abbiamo quasi dimenticato.

Superiori:

BATANA VER1                Laura Verdnik

Classe II Liceo Generale  Scuola Media Superiore Italiana Rovigno

Insegnante: Patrizia Malusà Morožin

Se non ci fossero i nonni bisognerebbe inventarli. Leggendo il tema sembra quasi di poter vedere la brava Laura ascoltare con occhi incantati i racconti del nonno, sia quelli dei tempi belli su come ha costruito la sua battana, sia quelli tristi dei tempi di guerra.

I nonni raccontano...

 Tra i numerosi aneddoti che sono solita sentire alle cene di famiglia o nelle giornate trascorse con i nonni ce ne sono alcuni che vorrei raccontare. Il primo tra questi riguarda la costruzione di una batana nel magazzino di casa.

Il mio bisnonno di mestiere faceva l'idraulico, ma aveva molti passatempi e attività legati al mare e alla pesca. I suoi antenati (nonno e padre) erano pescatori e possedevano un „batel“, cioè un peschereccio. Così anche mio bisnono Pino decise di costruirsi una batana per andare a pescare. Decise di costruirla nel magazzino interno di casa di circa venti metri quadri, che è situata nella via principale di Rovigno, la Carera, ma la batana era lunga circa quattro metri e mezzo. La progettò da solo, procurò il legname e costruì la batana. Impiegò circa un inverno per terminarla. Il varo si svolse davanti alla Fabbrica Tabacchi, dalla zattera del Club di Canottaggio (che si trovava al posto delle odierne banche Hypo e PBZ) e a bordo c'erano undici persone: „sete grandi e quatro fioi“, tutti in una piccola batana.

Un altro di questi racconti riguarda il bisnonno Piero e una sua fotografia. Questa è una di quelle piccole curiosità, un dettaglio, che però, come tutti i dettagli, viene ricordato dalla famiglia e tramandato con orgoglio. Piero „consava“ (riparava) le reti in riva davanti al vecchio cinema Roma; mentre lavorava un fotografo lo immortalò e la sua immagine finì in uno dei calendari degli anni sessanta.

Ci sono però anche degli episodi meno allegri che risalgono al periodo della seconda guerra mondiale. Uno di questi narra la vicenda dei famosi volantini di propaganda partigiana. Durante l'occupazione tedesca era pericoloso avere alcun collegamento con la resistenza. La mia trisnonna faceva parte di un gruppo che aiutava e sosteneva i partigiani. Distribuivano pure dei loro volantini di propaganda, che dovevano venir custodititi da qualche parte. Decisero di nasconderli sotto le lastre di pietra della cisterna di casa nostra. La loro determinazione era più forte della paura. Fortunatamente non furono mai scoperte.

Però il più triste tra i racconti inerenti alla guerra riguarda la razionalizzazione del pane. Il mio bisnonno ricorda ancora con gran tristezza che sua madre teneva il pane sotto chiave e ne dava loro solo due fette al giorno. Era costretta a farlo affinché ce ne fosse abbastanza per tutti, ma agli occhi di un bambino non era comprensibile.

Ma l'episodio più tragico in assoluto riguarda il mio nonno materno e l'influenza che la guerra ha avuto sulla sua vita. Infatti la sua vita venne sconvolta completamente quando aveva soltanto cinque anni e suo padre venne portato via da dei soldati davanti ai suoi occhi. L'accaduto determinò il suo carattere e il suo futuro. Essendo l'unico maschio di casa diventò capostipite della famiglia e maturò molto più velocemente del dovuto.  Quando crebbe un po', vedendo sua madre lavorare duramente, volle fare qualcosa per aiutarla e così marinò la scuola per andare a lavorare come panettiere e guadagnare qualche soldo in più. In fine venne pure sgridato per questo fatto e vedendo sua madre triste e arrabbiata giurò che non l'avrebbe fatta soffrire mai più.

Queste sono quelle storie che infondono tristezza in chi le ascolta, ma la mia famiglia riesce a trovare anche il lato comico delle situazioni tragiche quali la guerra. Difatti il mio trisnonno Piero raccontava che durante la prima guerra mondiale aveva uno schioppo con la baionetta che, diceva, era più alto di lui. Di conseguenza non poteva portarlo ma lo trascinava, e si vantava del fatto che in sette anni di guerra non aveva sparato neanche un colpo.

Le emozioni presenti in questi racconti sono quelle che li rendono davvero speciali. È sempre piacevole farsele narrare, perchè credo che, anche se a volte non abbiamo voglia di ascoltarle, esse siano un modo bello e originale per tramandare le tradizioni e far vivere i nostri avi attraverso esse. Sono anche il miglior modo per trascorrere il tempo con i nonni ai quali fa sempre piacere venir ascoltati. I nonni ti arricchiscono con il loro sapere e danno sempre qualche saggio consiglio. I nonni sono davvero delle persone speciali, da loro si può imparare molto e mi ritengo fortunata ad averli ancora accanto a me.  

 
PREMIO SPECIALE “REGIONE ISTRIANA” 0SPECIJALNA NAGRADA “ISTARSKA ŽUPANIJA”

 Scuole con lingua d’insegnamento italiana situate nel territorio della Regione Istriana
 – Škole s nastavom na talijanskom jeziku, na području Istarske županije
- Categoria “a“: Elementari – Lavori individuali
-Kategorija “a“: Osnovne škole – Individualni radovi

motto PORTO L’ISTRIA NEL CUORE      Nicolas Sodomaco

Classe V Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Umago
V. Razred Osnovna Škola “Galileo Galilei” Umag

Insegnante: Marianna Jelicich Buić Nastavnica : Marianna Jelicich Buić

Deliziosa poesiola dedicata all'Istria scritta con freschezza e sincerità, molto gradevole.

Prekrasna pjesmica posvećena Istri, odiše svježinom i iskrenošću, vrlo lijepa

Istria tera mia

 Go deciso de scriver una poesia

sul'Istria, la tera mia.

Chi vien qua no va più via

perché dell'Istria i ga nostalgia.

La gente qua la trova de magnar

perché l'Istria ga la tera e el mar.

La tera xe fertile, se pol coltivar

el mar xe rico, se pol pescar.

La gene nata in questa tera

i vol la pase, no la guera.

Mio nono xe vero istrian

lui magna prosuto col pan

el bevi gapa e vin

in cantina el canta col visin.

Noi semo gente de compania

però 'iutemo anche chi xe in carestia-

chi xe vegnù a casa mia

mai a man svode no xe andà via.

Ma de grande el mondo voio girar

tante robe veder, altre imparar

e quando el mondo conoserò

in Istria mia tornarò.

 

Elementari – Lavori di gruppo:

                                                                      Osnovne škole – Grupni radovi:

motto I MOREDI

Classe II -II.R azred:  : Philip Paretić, Leonardo Močibob
Classe III -III .Razred:  Deni Piutti, Antonella Drandić, Evan Paljuh, Dorian Macan

Comunità degli Italiani Valle - Zajednica Talijana Bale

Insegnante - nastavnica: Miriana Pauletić

I moredi, in un dialetto particolare emozionalmente efficace e coinvolgente, raccontano momenti dell'anno e di vita dando il sapore d'altri tempi in cui il lettore si immerge piacevolmente.

Na posebnom dijalektu, učinkovito i zarazno, I Moredi prepričavaju životna i godišnja doba ostavljajući okus nekih prošlih vremena, u koje čitatelj rado utone.

 Tema in formato Pdf:___"Le tradizioni del tuo paese"


Superiori – Lavori individuali: Srednje  škole - Individualni radovi:


motto SEPO6                 Salvatore Napoletano

Classe I – Liceo Scuola Media Superiore Italiana “Leonardo da Vinci” Buie
I. Razred - Opca gimnazija Talijanska srednja škola "Leonardo da Vinci" Buje

Insegnante - nastavnica: Daliborka Novello
 

Dal racconto traspare la capacità di presentare una pagina di storia complessa in maniera chiara e concisa, insieme alla consapevolezza di vivere il presente in un paese senza guerre.

Iz pripovijetke proizlazi sposobnost predstavljanja jednog kompleksnog povijesnog trenutka na jasan i jezgrovit način, uz svijest o življenju sadašnjosti u zemlji bez rata.

I nostri veci ne conta

Ѐ una cosa risaputa che man mano che gli anni passano le persone invecchiano e amano raccontare storie o aneddoti sul loro passato. Storie di vita vissuta che di solito sono simpatiche storielle che li hanno visti protagonisti o che sono successe ai loro cari. Mio nonno Armando Degrassi, non è certamente l’eccezione. Lui è del 1938 ed ama definirsi buiese DOC, anche se da molti anni ormai risiede ad Umago. Ama molto leggere e soprattutto raccontarmi storie sulla Buie di un tempo. Ama rievocare luoghi e persone che oggi non ci sono più.
Devo ammettere che dalle sue storie imparo moltissimo. La scorsa settimana però la storia che mi ha raccontato era ben diversa dalle altre. Stavo seduto sul divano e alla TV si vedevano immagini della guerra in Siria, di tutti quei morti e feriti. Quando con le lacrime agli occhi disse: “Vedi, la guerra distrugge cose, città e i sogni di moltissime persone. La guerra cambia gli animi delle persone e distrugge famiglie, divide fratelli.”
Poi mi raccontò questa agghiacciante storia. Era il 2 ottobre del 1943. Mio nonno aveva soltanto cinque anni, e per lui come per molti abitanti del Buiese quella viene ricordata come una delle giornate più tristi. Le truppe tedesche avanzavano su tutto il territorio, rastrellando  ogni villaggio, bosco e campagna. I partigiani antifascisti venivano uccisi o fatti prigionieri e con loro quelli che li aiutavano nella lotta antifascista.
Mio nonno abitava a Buie con i suoi genitori. Per la paura sua mamma lo aveva mandato assieme allo zio Augusto a Juri, piccolo villaggio non lontano da Buie. Tutta la gente si era rifugiata nei boschi e così fece anche mio nonno con suo zio. Le persone erano piene di terrore, i bimbi piangevano mentre nelle vicinanze si udivano gli spari. I tedeschi stavano rastrellando i boschi vicini e molte persone innocenti furono uccise oppure portate a Trieste nel campo di “San Sabba”.
Fortunatamente mio nonno e suo zio non furono trovati. Lo zio Augusto che aveva servito l’esercito italiano dopo quel fatto si arruolò nella resistenza antifascista. Da partigiano ha combattuto nel Gorski Kotar, dove venne ucciso in battaglia. Il suo nome, Antonini Augusto, si trova inciso sulla lapide a Plovania tra quelli che persero la vita combattendo. L’altro fratello di sua mamma si chiamava Giovanni. Non fu partigiano anzi la sua scelta fu opposta. Qualche mese dopo il maggio del 1945 venne prelevato da casa dai partigiani e venne rinchiuso nelle carceri di Buie. Sua sorella Maria, cioè la mamma di mio nonno, assieme a quest’ultimo andava a trovarlo nel carcere ogni sera, portandogli da mangiare. Questo durò diversi giorni, finché una sera quando vennero non c’era più. Alle domande inerenti alla sua fine le guardie carcerarie non rispondevano. Il tempo passava e nessuna risposta arrivò. Poi si seppe da una guardia carceraria che tutti i carcerati furono gettati nella foiba di Pisino.
Da parte del padre, mio nonno, aveva un fratello di nome Pietro, era un antifascista, partigiano che faceva parte della resistenza a Buie. Un giorno i fascisti (questo nonno Armando lo ricorda benissimo) entrarono in casa dei nonni a Buie, che si trovava vicino al cimitero vecchio, chiamato anche San Martino. Passarono dicendo che avrebbero ucciso i nonni e bruciato la casa, se il partigiano Pietro non si fosse arreso. Dopo qualche giorno lo zio Pietro si arrese. Venne portato a Trieste nella risiera di San Sabba, più tardi venne portato in un campo di concentramento in Austria, dove morì. Il suo nome Pietro Degrassi figura sulla lapide, accanto agli altri partigiani morti in quella lotta, a Buie vicino alla Chiesa della Madonna.
Ecco, questa è la tragedia di due famiglie vicine. Una storia che mio nonno non dimenticherà mai ma credo neanch’io, perché devo dire che mi ha colpito profondamente facendomi capire l’atrocità della guerra e di quanto sono fortunato.

 

Superiori - Lavori di gruppo: Srednje škole – Grupni radovi:

motto I NIPOTINI

Marianna Benčić, Ivana Brčić, Gabriele Kovačić, Martina Jerman, Toni Fabris,
Rocco Fernetich, Massimo Pincin, Lia Ravalico, Leila Ravalico, Sani Stabile

Classe II – Liceo Scuola Media Superiore Italiana “Leonardo da Vinci” Buie
II.Razred - Opća gimnazija Talijanska srednja škola “Leonardo da Vinci” Buje

Insegnante - nastavnica: Tamara Tomasich

 

Come si viveva una volta nel racconto dei nonni, dalla prima colazione all'alba ai lavori nei campi, per concludere come si era iniziato, ovvero in tavola in cui le donne accoglievano i lavoratori dei campi: altri tempi !!

Iz prepričavanja djedova i baka doznajemo kako se nekad živjelo, od doručka u zoru do radova u polju te na kraju ponovno za stolom sa ženama koje su čekale povratak radnika spolja: to su bila druga vremena!!!

 “I nostri veci ne conta” – Storia e tradizioni della mia terra nei racconti di famiglia

“I nonni stringono le nostre mani solo per un po’, ma il nostro cuore per sempre ”cit.

Casa e campagna

La giornata iniziava già alle tre del mattino, quando le donne si alzavano per preparare la prima colazione e la merenda per gli uomini. Queste erano composte di solito dal pane appena sfornato, dal latte e la panna del latte e per i più abbienti anche il formaggio. Dopo ciò gli uomini si recavano nei campi e i bambini più fortunati potevano andare a scuola, per qualche ora. Le donne che rimanevano a casa, avevano il compito di occuparsi degli animali: mungere le mucche (ovvero smolzer le armente, che avevano ognuna il proprio nome, come Viola, Legra, Stella, Rosa, ecc...), portare al pascolo le pecore, le capre e le mucche (che poteva essere lontano anche diversi chilometri da casa ), raccogliere le uova, pulire le stalle, nutrire i maiali con le pomie boide in caliera (ovvero gli avanzi di cibo come buccie di patate venivano bolliti in un recipiente di rame sul fuoco).
La giornata degli uomini iniziava verso le cinque del mattino con una colazione nutriente e in seguito partivano alla volta dei campi. Ogni stagione portava un lavoro diverso. La vita dei campi era dura e faticosa e includeva diverse colture ma le piu impegnative erano l’uva, l’oliva, il grano, l’orzo e il frumento.

La vigna

A settembre, dopo la vendemmia venivano fatte le “brazde” cioè solchi in cui veniva inserito il letame, che rimaneva chiuso lì fino in primavera.
A febbraio c’era la potatura: se la vite aveva il tronco grosso le venivano lasciati due rami uno da ogni parte, altrimenti solamente uno che veniva fissato su dei fili di ferro. Questi rami avevano più o meno la stessa lunghezza. Ogni ramo veniva tagliato dopo il quarto o quinto ocio. Dopo la potatura la vite “piangeva” per circa una settimana.
Successivamente quando la vite iniziava a germogliare ci si svegliava presto e si andava in vigna ancora con la rugiada per dare alla vite lo zolfo per evitare la peronospora. Dopo, la vigna andava zappata e in maggio quando i germogli erano ormai grandi bisognava darle “l’acqua” cioè il verderame per la prima volta. Il verderame veniva preparato con il 20% di calce spenta e un chilo di polvere di verderame.
Se l’anno era piovoso, la vite veniva trattata più volte con lo zolfo, altrimenti con più verderame, anche fino a cinque volte.
Con un po’ di fortuna senza l’arrivo della tempesta (grandine) a settembre si vendemmiava.

La vendemmia

Prima di andare a vendemmiare bisognava pulire e disinfettare per bene la cantina, preparare le botti di legno che dovevano venir portate tutte fuori dalla cantina per testare la tenuta stagna delle botti, se approvate, ritornavano in cantina. Due botti rimanevano sul carro durante la vendemmia. Quest ultimo era tirato da due buoi che una volta arrivati in vigna lasciavano il carro in cavidagna (prato vicino al campo),venivano liberati e lasciati pascolare. L’uva veniva raccolta nelle brente, brentele (tipici secchi in legno), e secchi di latta e successivamente messa nelle botti. Quando le botti erano colme il carro veniva portato davanti alle porte della cantina. I boscarini (buoi istriani) venivano riportati nella stalla. L’uva veniva scaricata e su una botte veniva preparato un macinino in legno nel quale veniva versata. All’interno del macinino l’uva veniva pigiata e lasciata a riposo per uno o due giorni finché il mosto iniziava a boir cioé a fermentare. Fermentando tutti i raspi (resti del grappolo) venivano a galla e con un forcal(il forcone) venivano riportati sul fondo perché il mosto non diventi aceto. Questo lavoro si rifaceva più volte al giorno. Dopo quattro o cinque giorni il mosto veniva travasato in un'altra botte però senza raspi. Il mosto rimaneva lì fino a San Martino (11 novembre) quando diventava vino e perciò veniva travasato in botti più grandi e chiuse dove vi rimaneva fino a marzo. I resti (vinazze) venivano utilizzati per fare la trapa (grappa) distillandoli nel lambico (alambicco). I resti venivano fatti bollire e la grappa doveva avere un grado alcolico dai 45 ai 55 gradi.

Il grano

La semina (a mano) del grano si faceva dalla fine di ottobre fino agli inizi di novembre. La preparazione del campo per la semina del grano su effettuava con i buoi (manzi) che trainavano spesso una aratro di legno. Dopo questo, si spargeva il grano a mano e lo si copriva con l'erpice (grapa) sempre trainato dai buoi. A fine marzo, inizio di aprile si estirpava l'erba a mano oppure con l'aiuto di minuscole zappette. La raccolta si faceva nel mese di luglio, venivano usate delle apposite falci dette "sesole" e si falciava (sesulava) le piante molto in basso per ottenere più paglia. Il grano falciato si ammucchiava in piccoli mucchi e lo si legava e si ottenevano i cosiddetti "sbalzi", con otto o dieci sbalzi si formava le "crozete". Al termine di questo lungo lavoro al quale partecipavano molti falciatori (sezolatori) le crozete si caricavano sul carro trainato dai buoi e lo si portava a casa. Dopo ciò si aspettava le trebbiatrice (macchina che separava i chicchi dalla paglia e dalla pula) e così si otteneva il grano.
Il grano veniva maccinato con il mulino a pietra, che aveva una grande ruota di pietra chiamata penestrin che veniva fatta girare in cerchio per macinare il grano e ottenere così la farina.

La tavola

La giornata delle donne continuava in cucina. La preparazione del pranzo consisteva nelle minestre che non dovevano mancare. Un’usanza dei nostri luoghi era quella di fare la minestra con l’osso del prosciutto, ma lo stesso osso veniva passato di famiglia in famiglia, finché non perdeva del tutto il suo gusto. Un’altra pietanza che non doveva mancare mai era la polenta, con poca farina si sfamava un’intera famiglia. La forma della polenta, dopo una lunga cottura (dalle due alle tre ore) nella caliera, mescolata con un mestolo di legno, veniva versata su una tavola di legno e poi, una volta leggermente raffreddata,veniva tagliata a pezzi con un filo.

La carne e il pesce erano presenti solo durante le grandi feste. Lo stesso valeva per la pasta, che si faceva in casa, alla cui preparazione partecipavano tutte le donne di casa e qualche volta anche le vicine. La pasta più usata erano i fuzi che venivano fatti con l’impasto molto sottile, tagliato a quadretti e arrotolato uno ad uno su di un bastoncino.

Gli uomini, ritornati per il pranzo, si sedevano a tavola, le donne dovevano togliere loro gli scarponi e mettergli le ciabatte (le pianele). L’ora del pranzo era sempre alle 13 per gli uomini, le donne potevano mangiare solo dopo che loro avevano terminato il pranzo. Dopo aver pranzato, gli uomini riposavano per un breve periodo, chi su tre sedie allineate e chi all’ombra del morer (albero della mora). In seguito ritornavano al lavoro nei campi fino a che la luce del sole lo permetteva. La giornata terminava con una cena leggera a base di insalata, uova lesse e avanzi del pranzo. Molte volte gli uomini giocavano a carte con i giochi tipici dei nostri luoghi come briscola, tresette, scopa, manaza, mora, bela, ecc... Nei giorni di festa, i più giovani andavano al ballo nelle case di cultura o nelle piazze, percorrendo a piedi lunghi tragitti. Si usciva alle 18 e si doveva rientrare al massimo alle 22.

Questa è in breve la storia che con passione ci hanno raccontato i nostri nonni, emozionandoci vedendo la luce nei loro occhi nel rivivere attimi di vita passati.
Ringraziamenti:

Questo lavoro è stato reso possibile grazie ai nostri nonni, che vogliamo ringraziare:
Gino e Andrina Circota, Pina e Antonio Ravalico, Jolanda Fabris, Nada Pokrivač, Livia Persel, Nadalina Prodan, Mariuccia Benčić, Silvano e Marija Stabile, Nelo e Milica Pincin

 

Scuole con lingua d’insegnamento croata situate nel territorio della Regione Istriana -

 Škole s nastavom na hrvatskom jeziku, na području Istarske županije

 

Categoria “ b “ Elementari - Lavori individuali -  Kategorija “ b “ Osnovne škole – Individualni radovi

motto CHI NON RISICA NON ROSICA                          Anamarija Bukovnik


Classe VI b - VI b Razred Scuola Elementare Osnovna  Škola“Ka
štanjer” Pola -

Insegnante - nastavnica: Alda Trbojević

L’autrice nel seguire i suoi sogni, la sua fantasia creativa, dimostra una grande sensibilità verso gli altri nell'augurio per se stessa di una vita felice e serena

Prateći svoje snove i kreativnu maštu, autorica pokazuje veliku osjećajnost prema drugima, nadajući se sretnom i mirnom životu.

Che cosa voglio fare da grande... 

La domanda che mi fanno spesso le persone che conosco e' che cosa mi piacerebbe fare da grande.Io non conosco ancora la risposta perche' ho sempre voglia di fare e di essere qualcos' altro. Spesso sogno ad occhi aperti e penso a quando diventero' grande. Mi piacerebbe diventare un' atleta o forse una cantante famosa conosciuta in tutto il mondo. Sarebbe bello e interessante lavorare anche in una pasticceria, vendere tanti gelati dai gusti piu' svariati,torte, dolci, biscotti e altre delizie. Gnammi! Quando le persone entrano in pasticceria mi sembrano di buon umore e felici. Sono sempre molto sorridenti e io amo vedere le persone felici. Alcune persone mi dicono che potrei fare il medico ma io rispondo di no perche' non mi piace quando le persone sono ammalate, soffrono e sono tristi, altre mi incitano a diventare un banchiere. Non ci penso nemmeno e' troppo noioso.
Quando saro' grande vorrei fare un lavoro che mi rendera' felice che mi dia gioia e soddisfazione. E' difficile pensare adesso a che cosa vorrei fare da grande perche' mi piacciono tante cose, sono brava in tutto quello che faccio, forse potrei diventare una brava professoressa di storia e geografia. Beh, si vedra?!
Amo anche la musica, mi piacerebbe diventare una violoncellista. Non sarebbe male fare la parrucchiera, fare le messe in piega alle signore con i capelli corti, lunghi, ricci, lisci,ondulati,neri, biondi,rossi, ribelli... Che meraviglia la creativita'!  Anche lavorare in polizia non dovrebbe essere poi tanto male, stare dalla parte del giusto, ma diventare presidente della Repubblica sarebbe il massimo della vita.Per ora non mi posso decidere, sara' una scelta molto difficile.
Di una cosa sono pero' piu' che sicura. Quando saro' grande e avro' le idee piu' chiare, nonostante tutto crescere si deve, io vorrei rimanere per sempre un po' bambina. Vorrei avere sempre il sorriso sulle labbra e con il mio sorriso trasmettere a tutti tanta felicita' e buon umore , indipendentemente dal lavoro che faro'. Nella vita e' importante fare quello che ti piace e che ti rende felice e io quando decidero' cosa fare da grande ascoltero' di sicuro il mio cuore.

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Elementari - Lavori di gruppo: NON ASSEGNATO - Osnovne škole – Grupni radovi: NAGRADA NIJE DODIJELJENA


Superiori – Lavori individuali - Srednje škole – individualni radovi:

motto IZBJEGLICA 12345                  Ania Tuljak

 Classe II Liceo Linguistico  – Collegio di Pisino  II. Razred Pazinski Kolegij – Klasična Gimnazija

Insegnante - nastavnica: Sandra Sloković

In questo lavoro viene affrontato, con buona proprietà di linguaggio e spunti interessanti, il tema delle migrazioni. L'autrice lega in un unico filo le migrazioni storiche, come quella degli ebrei dall'Egitto, quella dei giuliano dalmati e quelle odierne, trovandone i punti in comune e giudicando anche in modo negativo l'operato dei media.

Uz dobro poznavanje jezika i zanimljiv povod, ovaj je rad posvećen temi migracija. Autorica spaja u jednu nit povijesne migracije poput židovske migracije iz Egipta, one istarsko -dalmatinske te današnje. Tu pronalazi zajedničke točke te daje negativnu ocjenu ulozi medija.

Esodo, termine che abbiamo imparato a conoscere dalla Bibbia ma che, da quello Giuliano-Dalmata agli attuali flussi migratori, sta tragicamente segnando la storia dell’Umanità.

 Un grande filo spinato di illusioni 

                Da quando la storia ebbe inizio ci furono molte migrazioni. Il genere umano si spostava sempre verso luoghi migliori più pacifici e con delle migliori condizioni di vita. L´essodo come termine lo si conosceva già nelle antichità di qui il più noto fu l´esodo egiziano che venne appunto descritto dalla Bibbia. Inoltre molte onde migratorie hanno caraterizzato le due guerre mondiali e quella che in Croazia si sentì maggiormente fu quella di Giuliano-Dalmata nel ventesimo secolo dopo la Seconda guerra mondiale.

                Dopo quel tragico eveto non si manifestò più, una cosa del genere fino ai giorni d´oggi. La crisi migratoria che scosse l´Europa nell' ottobre del 2015 sta ancora avendo luogho anche se in numeri di gran lunga inferiori di quelli registrati all´inizio delle migrazioni. Gli immigranti contavano oltre i 100 000 al giorno, almeno quelli che passavano dalla Croazia. Gente triste, senza nessuno al mondo, hanno lasciato le proprie case a costo di sopravivere alle pene della guerra che si è scatenata nella loro propria terra. C´erano molti bambni,donne incinta che percorsero chilometri e chilometri pur di vivere, scappando dalla morte, lasciando tutto ciò che avevano di più caro al mondo, qualcuni anche le proprie famiglie. Molti di loro non ci riuscirono e durante il viaggio il loro „viaggio“ si concluse. Molti dei paesi europei rifiutarono di aiutare le vittime disperate che la guerra aveva costretto a lasciare il proprio paese. Misero il filo spinato sul confine e rafforzarono le pattuglie di poliziotti e della sicurezza. Altri paesi invece, anche se in crisi economica, aprirono dei rifugi per poter dare ai fuggiaschi un posto al caldo e al coperto per passare le notti. Molti avevano voglia di aiutare quella gente bisognosa che sicuramente era riconoscente di aver ricevuto una mano per continuare a sperare in un domani migliore. I media oggigiorno racontano molte sorie e storielle che ci creano un grande mondo d´illusioni che in fine ci offre una percezione distorta della società. Non è mia intenzione giudicare nessuno, neanche i paesi che hanno deciso di chiudere i loro confini, o meglio i loro cuori, a delle persone disperate senza casa ne beni, ma comunque credo che nella nostra società si parli troppo di aiutare il prossimo però quando c´è vramente bisogno allora ci si volta le spalle l´un l´altro per pura paura.

                 Non parlo di razzismo ne di intolleranza, parlo soro della sconsideratezza degli uomini. Hanno considerato solo quello che era meglio per loro, cioè „lasciamoli in pace e saremo lasciati in pace“ , ma nessuno di loro non ha considerato che quando si aiuta ad un certo punto si ha altretanto bisogno di essere aiutati...

 Superiori - Lavori di gruppo: NON ASSEGNATO - grupni radovi:NAGRADA NIJE DODIJELJENA
 

Premio Partecipazione - Nagrada za sudjelovanje:

motto LERDEX OKMAR            Luka Ražem, Marko Tešija

Classe V - c Scuola Elementare “Vidikovac” Pola - V - c. Razred Osnovna Škola “Vidikovac” Pula

Insegnante - nastavnica: Andreina Palaziol

 

Un lavoro succinto dedicato alle tradizioni istriane che cita cucina, balli e strumenti musicali tipici, senza dimenticare i preziosi dialetti istroveneto e istrioto coltivati ancora nei paesini. Speriamo che il gruppo il prossimo anno partecipi ancora con l'approfondimento su queste tematiche molto interessanti.

Sažet rad, posvećen istarskim tradicijama koji obuhvaća kuhinju, plesove i tipične muzičke instrumente, bez izostavljanja vrijednih dijalekata istarskog i istriotskog koji se još uvijek prenose u malim selima. Nadamo se da će sljedeće godine grupa ponovno sudjelovati te da će produbiti ove vrlo zanimljive teme.

Quali sono le tradizioni del tuo paese che ancora oggi sono seguite? 

          L' Istria ha moltre tradizioni. Una di queste sono i balli folcloristici istriani. Ancora oggi nelle scuole i ragazzi frequentano il folclore come attività libera. I balli vengono presentati in varie manifestazioni. Oltre il folclore, in Istria è ancora vivo il dialetto locale di origine veneta ed istriota. Il dialetto si parla soprattutto nei paesini.
            L' Istria ha anche una grande tradizione culinaria. La cucina istriana è ricca di ricette tipiche. Sono molto popolari gli gnocchi con il sugo e come dessert i crostoli e le frittole.
Non dimentichiamo gli strumenti musicali istriani, che si suonano ancora nelle scuole di musica, come la fisarmonica, il „mih“ (una specie di piva) e le sopele o „roženice“.

             La gente in Istria si preoccupa di preservare le tradizioni, gli usi ed i costumi della propria terra.

 

motto MAGO PASTICCIONE                   Kora Macan

Classe II – a Scuola Elementare Dignano Sezione croata -  II - a. Razred Osnovna Škola Vodnjan Hrvatsk o odjeljenje

Insegnante: Cristina Demarin

Si tratta di un disegno fantasioso e ben costruito che accompagna la descrizione dei tempi dei nonni quando mancava tutto e la vita era semplice e rustica ma felice.

Radi se o dobro osmišljenom crtežu punom mašte koji prati opis vremena iz vremena naših djedova kad nije bilo ničega, život je bio jednostavan i rustikalan ali sretan.

 

PREMIO SPECIALE “UNIONE ITALIANA”:

Elementari:

 


 

motto I MAGHI DEI LAVORETTI       
           
Lovro Asić, Chiara Bonassin, Elisabetta Borghetti, Ivano Capolicchio, Anika Cetina, Marco Drandić, Enzo Kutić,
Simone Marsetič, Massimo Piccinelli, Eleonora Privrat, Marilena Privrat, Patrik Šarić, Vid Šarić


Classe IV Scuola Elementare Dignano – Sezione italiana

Insegnante: Cristina Gambaletta Anjoš

I bambini narrano e fotografano con gli occhi e le parole dei nonni le calde atmosfere della cucina dignanese: ottimo espediente per parlare delle loro tradizioni.

Tema in formato Pdf: "La_cusina_dei_noni"

Superiori:

motto DUE POZZI COME OCCHI                   Jnes Conte -

Classe III – m - Ginnasio Scientifico – Matematico Scuola Media Superiore Italiana Fiume

 Insegnante: Gianna Mazzieri Sanković

La storia d'amore vissuta dai nonni, cui fa da sfondo la Storia col suo bagaglio di dolore e violenza, si fa racconto commosso e partecipe, che ridà vita al passato e un senso al presente.

„I NOSTRI VECI NE CONTA“-storia e tradizioni della mia terra nei racconti di famiglia

  A volte mi chiedo a cosa serva trascorrere delle ore sui libri, a leggere righe, sfogliare pagine e imparare date su date..ma è così che si studia la storia? Sapere tutte le date, gli attentati, quale stato per primo ha dichiarato guerra..saranno davvero queste cose imparate a memoria a farci imparare la storia? Personalemente posso dire che i racconti più belli che mi sono rimasti impressi non sono quelli che iniziano con „c'era una volta..“ ma con „ai miei tempi..“; già proprio così, non ci sono racconti più emozionanti di quelli che può raccontare un nonno al proprio nipote; racconti di una vita così lontana dalla nostra, una vita dalla quale non si può fare altro che imparare. E quando, tra anni, tutte le date e le pagine lette andranno nel dimenticatoio, saranno questi racconti a rimanere impressi nelle menti e nei cuori.

„Vieni qui piccola mia, siediti sulle mie gambe che ti racconto una storia..“ iniziava così la mia domenica pomeriggio di qualche anno fa. Era ormai una tradizione, o forse un'abitudine, non so, ma so per certo che mi piaceva guardarlo immergersi nei suoi ricordi, con quegli occhi stanchi, di un colore grigio intenso. La nonna mi diceva sempre che erano quei due occhi vispi ad averla fatta innamorare, ma io non capivo molto, perchè a me quegli occhi parevano tutto tranne che vispi, anzi, mi sapevano di un colore un po' triste, insomma, due occhi che ne avevano passate tante. Era bello sedersi sulle sue gambe ed ascoltare quella storia che avevo sentito più volte, ma che ogni volta mi lasciava qualcosa di nuovo.
 A mio nonno non piaceva molto ricordarsi dei momenti brutti, ma diceva anche che quelli erano parte della sua vita e che senza questi non sarebbe stato ciò che era; amava invece parlare della prima volta che ha visto la nonna, ogni volta ripeteva la stessa frase „la vidi e me ne innamorai subito, quant'era bella, Dio se era bella!“ e in quel momento gli si illuminavano gli occhi e sembrava anche a me di scorgere quel colore acceso e vispo di cui parlava tanto la nonna.
Mio nonno era un uomo forte, uno che già all'età di 12 anni ha dovuto togliere la veste di ragazzino e mettersi i panni di un uomo per mandare avanti una famiglia, con una madre, 5 fratelli e sorelle e con un padre che è venuto a mancare troppo presto. Mi diceva sempre che suo padre gli è mancato molto, ma non lo dava a vedere, lo faceva per la mamma e per i fratelli più piccoli. In quanto „uomo“ di casa ad un'età molto precoce, ha dovuto lasciare la scuola, che già allora era solo di un paio di anni, e ha portato avanti le redini del padre.
Mi raccontava delle sue giornate, di come sua madre lo svegliava alle 4 del mattino e 15min dopo era già nei campi, e così fino a mezzoggiorno, quando poi la mamma gli portava una ciotola con qualcosa di caldo e pranzava. Ma il suo pranzo, non era come la tavola che apparecchiava la nonna, „questa tavola non c'era neanche alle feste, altro che tutti giorni“ diceva indicando la tavolata sparecchiata da poco, e io gli chiedevo „e al tuo compleanno?“ con quegli occhi interessati e fissi a guardare le immagini che percorrevano i grigi pozzi; „il mio compleanno, e chi sapeva quand'era il compleanno. I tempi erano diversi, piccola mia, ora si preoccupano tutti di quale telefono ricevono come regalo, a noi il dilemma era se riuscivamo a portare a casa un piatto caldo“..e così continuava raccontandomi dei suoi lunghi anni dell'adolescenza scopliti da queste monotone e faticose giornate, e ogni tanto ci buttava dentro qualche anneddotto per rendere la storia più piacevole e divertente.
Il momento che mi affascinava di più era l'incontro con la nonna, e a quel punto della storia, anche lei smetteva di lavare i piatti e si sedeva, gli prendeva le mani e lo guardava in silenzio, senza dire una parola, ma non sapendo che la sua espressione e i suoi occhi dicevano già tutto. Il nonno diceva sempre che l'arrivo della nonna nella sua vita è stato come una folata di vento in un giorno d'agosto, o come il colore nella tv in bianco e nero, insomma una vera e propria svolta.
Il loro cammino però non è stato tutto rose e fiori. La nonna apparteneva ad una famiglia borghese benestante, il nonno invece da una famiglia di campagna tutt'altro che benestante. A quel punto non mancava mai la mia domanda: „ma se vi siete piaciuti da subito perchè questo era un problema?“, „non era nostro il problema, ma delle nostre famiglie..o meglio, i genitori della nonna non la volevano dare ad un contadino che non le poteva garantire una vita stabile“ lui rispondeva così. Quella era una delle frasi che mi rattristivano di più, mi immergevo così tanto in quei racconti che dimenticavo il fatto che effettivamente la loro storia si era conclusa con un  lieto fine e che ora erano lì insieme a me.
Ad un certo punto i suoi occhi diventavano lucidi, faceva un grande sospiro e ci metteva un po' a riprendere la storia. Era come se stesse riprendendo tutte le informazioni nella memoria e le stesse rielaborando per farne una storia meno triste di quella che effettivamente lo era. E me ne accorgevo perchè spesso cambiava qualcosa e si dimenticava di aver detto l'opposto la volta prima. Era come se mettesse un velo su quell'orribile guerra, per farla sembrare come un film istruttivo dal quale si può trovare qualche insegnamento o qualcosa di positivo, anche se nulla di ciò vi poteva essere. La guerra non gli insegnò niente, lo segnò solo. E questi segni si sentivano nella sua voce tremante. Una volta mi chiese quali pensieri si affioravano nella mia testa pensando alla parola guerra, e io risposi armi e morti. Lui mi disse che ciò era la copertina di un libro dal titolo guerra, ma come in ogni libro l'importante è il contenuto e così dietro quella semplice copertina fatta di due parole, dietro vi era paura, sofferenza, speranza, pianti, urla e terrore.
Quando scoppiò la guerra, lui aveva 17 anni e dovette arruolarsi. Durante quegli anni l'orrore schiacciava i ricordi delle giornate precedenti, che anche se dure, rispetto a queste erano oro. Diassette anni sono troppo pochi per poter passare le feste di Natale lontano dalla famiglia e per di più al fronte, sono troppo pochi per avere in mano un'arma e dover togliere la vita ad un padre, o magari ad un ragazzino della tua stessa età solo perchè è tuo 'nemico'. Che poi il nonno non aveva nemici, perchè  lui amava la vita, nonostante le sofferenze passate e non gli piaceva stare in discussione con nessuno. Venne preso dalla sua monotona quotidianità e catapultato in una realtà che non è mai così reale finchè non la si vede con i propri occhi. E fu proprio questa perenne malinconia che velava gli occhi del nonno da ormai tanti anni, quella malinconia di chi ha visto il mostro negli occhi: la guerra.
In quegli anni capì il senso della vita. Non è facile convivere con la costante paura se riuscire a sopravvivere, se riuscire a vedere per un'ultima volta i tuoi cari. Non è facile vedere i tuoi compagni morire davanti ai tuoi occhi e non poter far niente, oltre a restare impietrito e pregare Dio che non ricapiti più e che non capiti a te. Non è facile rimanere a digiuno per giorni e non poter dormire tutta la notte in una caverna, perchè si devono fare i turni di guardia, o anzi, non dormire proprio. La verità è che loro alla loro età non sapevano neanche chi fossero Hitler, Mussolini, l'Austria e quant'altro..erano solo nomi sentiti da qualche generale o su una delle poche radio che vi erano. I protagonisti delle guerre, purtroppo non erano questi grandi nomi che si preoccupano di  nominare i libri, ma lo erano quelle povere persone alle quali nessuno si preoccupava di far sapere cosa stava accadendo, ma che sentivano solo bombe e spari e da un giorno all'altro vedevano i loro figli essere presi e portati, chissà dove, chissà perchè e chissà come e vivere nella speranza di poterli riabbracciare.
La guerra non è come viene raccontata nei libri, non è un „ti dichiaro guerra“ a farla scoppiare, è la crisi, la fame. Mio nonno mi diceva sempre che nella vita ci sono due insegnamenti che puoi cogliere dalle persone: ad essere come loro e a non essere come loro; e l'unica cosa che gli aveva insegnato la guerra è stata proprio a non essere come loro, a non essere un uomo senza cuore e senza pietà, anche se, quello lo sapeva già e non c'era bisogno della guerra per comprenderlo. Fondamentalmente la guerra nasce per creare scompiglio, senza sapere che poi alle persone innocenti che subiscono, non crea solo scompiglio, anzi lascia un segno indelebile che porteranno per sempre.
E' come un tatuaggio, dura per sempre, solo che per il tatuaggio il dolore lo senti solo mentre lo fai ed è sulla pelle, mentre un'esperienza come la guerra la senti nelle ossa, nel cuore, sulla pelle e non fa male solo quando la stai attraversando, fa male sempre.
              La guerra comprendeva la gran parte del racconto, ma poi, arrivato ad un punto in cui il ricordo lo sentiva così vivo, faceva una risata e diceva „anche le cose brutte però hanno una fine..“ e passava a raccontare altro. Mi parlava così dei Natali, e delle tradizioni che si usavano in famiglia e che invece ora sono un po' passate. Alla vigilia infatti, si usava che il più grande della famiglia prendesse un pezzo di pane, lo immergesse in un bicchiere di vino e poi, dopo aver fatto tutti una preghiera, spegnesse la candela facendo gocciolare il vino dal pane sulla fiamma. Questi erano i momenti che rendevano i bambini felici, non lo scartare i regali, perchè non c'erano. Mi raccontava ancora dei giorni pre-pasquali quando le sue sorelline si divertivano a decorare le uova e a colorarle per poi abbellirci la casa il giorno Pasquale e mangiarle dopo il pranzo, e diceva che erano molto più buone delle uova di cioccolato che ci sono ora.  

Mi raccontava di tutto e dalle sue parole percepivo il volermi mettermi al riparo da quel mondo tanto bello quanto crudele.

I nonni sono il patrimonio più grande che possediamo, quotidiana fonte di affetto ed esperienza, di cuore e di amore.  

 

PREMIO SPECIALE

“COMITATO PROVINCIALE di GORIZIA dell’ASSOCIAZIONE NAZIONALE VENEZIA GIULIA e DALMAZIA”

 

motto KUNG FU PANDA

 Matteo Anić, Angela Benčić, Carla Bernardis, Ea Maria Cerovac, Martin Codiglia Vidach, Brando Damiani,
Ramona De Andrea Ladišić, Arlen Fakin, Rebecca Huzjak, Robert Kodilja, Mari Krajcer, Rocco Lakošeljac, Lea Laković,
Ema Marin, Ivano Markovec, Antonela Nrecaj, Arsen Rotar, Veronika Kristina Penco, Ariana Šoštarić,
Noah Tomašić Tomazin, Nicoletta Visintin, Sara Želimorski, Marco Žužić

 

Classe II Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Umago

Insegnante: Ilenija Anić

 

I ragazzi, di seconda elementare, ben indirizzati dalla insegnante, sono andati alla ricerca di usi, costumi e tradizioni della propria terra, scoprendoli dalla voce dei nonni e con la visita alla propria città; hanno dimostrato un grande entusiasmo e rielaborato con grazia un gradevole, ampio e documentato lavoro di gruppo.

 

Tema in formato Pdf: "I nonni ci raccontano la nostra città, Umago e le sue tradizioni"

 

PREMI GIURIA

A insindacabile giudizio della giuria, si è ritenuto di dover dare un riconoscimento agli elaborati seguenti per aver lodevolmente partecipato al concorso.


PREMI GIURIA offerti dalla Mailing List Histria

motto PAN BRUSTOLA’                      Anna Klarica

Classe V II Scuola Elementare Italiana “Vincenzo e Diego de Castro” Pirano

Insegnante: Romina Križman

“I NOSTRI VECI NE CONTA” – Storia e tradizioni della mia terra nei racconti di famiglia

Mia nona tante volte la me conta de come la famiglia se preparava per le feste. No jera come ogi, che basta andar in botega e se trova de duto. Deso, xa un mese prima de la festa, se pol comprar quel che ‘cori. Una volta invese, me dixi me nona, i giorni prima de la festra prima de duto se doveva preparar la casa, se netava e se lavava le coltrine perché per la festa doveva eser duto pronto e ben neto.

A casa nostra le feste più grandi jera Nadal e Pasqua. Anca la domeniga per i mii noni jera festa: se se trovava dopo la mesa, se pransava e dopopranso se ciacolava e cantava duti in compagnia. I omini xjogava a briscola, a tresete o a boce; le done lavando i piati e disbratando le stava atente ai fioi.

Nona sempre conta de come la sua famiglia se preparava per Pasqua.
Lori i gaveva el forno fora, e sua mama la cuxinava i dolci per dute le vixine de casa. Mama Rosa (mia bisnona) gaveva tre fioi: mia nona jera la più granda. Per lori la cuxinava sempre i ovi e la li piturava con le scorze de zivola e ghe preparava le titole con la pasta de le pinze. Anche per i sui nipoti nona Rosa ga continuà a colorar i ovi, con le bustine, fasendoghe le decorasioni con le etichete. Me nona dixi sempre che jera bel colorar i ovi, anche se le etichete tante volte le se rompeva. I ovi coloradi sula tavola per Pasqua i fazeva sempre bela figura.

Dopo de pranso, co i omini se andava sul salario a xjogar un xjogo che chi rivava impirar el soldo butandolo in tel ovo coto, lo vinseva.

Nona Rosa, un do giorni prima de Pasqua, la preparava l’inpasto perle pinze con l’afior, che la lo comprava in mulin a Gorgo, e coi ovi de le galine de casa. La lasava lievitar l’inpasto e intanto la preparava el fogo in tel forno che la gaveva fora de casa. Co el forno jera quasi pronto, rivava le vixine de casa con le pinze de meter rostir, perché in pochi, a Spidugola, gaveva el forno. Co el forno jera bianco, nona Rosa spostava i bronsi, col cortel la fazeva una croxe su le pinze lievitade e la le meteva rostir. Duto el monte profumava de pinza! Le siore spetava che le pinze se rosti, i fioi xjogava vizin el forno perché i spetava che nona Rosa la lo verzi e che con le pinze la tiri fora le titole per lori.
Nona Rosa la preparava un pignatin con acqua e suchero e con una strasa la ontolava le pinze pena che la le tirava fora del forno. Cussì le pinze le diventava bele lucide per portarle in tavola.

El giorno de Pasqua duti i parenti andava a mesa e dopo se se trovava a pranso dove no mancava mai el brodo de galina de casa, e drio el rosto de carne con patate e capusi. El pranso finiva con un toco de pinza per duti, ma no mancava mai una feta de strucolo e i ovi coti.

 

motto SALICE                    Matteo Pasinato

Classe II - Liceo Comunità degli Italiani Crevatini

Insegnante: Maria Pia Casagrande

Sul nostro Mediterraneo si è avuto uno scontro secolare tra la Croce e la Mezzaluna ed in questi anni lo scontro sembra riproporsi nuovamente... ci sarà mai una via d'uscita?

Si narra che tanto tempo fa vi fu un uomo, chiamato Mosè, che ricevette la benedizione divina. Divenuto messia il suo compito era quello di liberare gli Ebrei, un popolo a lungo oppresso sotto il dominio egizio. Ma per far ciò dovette chiedere il consenso al faraone di quel tempo. Egli, non volendosi sottomettere alle richieste di un semplice uomo, rifiutò la sua preghiera. Ne consegue che Dio punì la superbia del faraone con le dieci piaghe d'Egitto che ricordiamo tutt'oggi. Fu però I ‘ultima di queste, ossia la morte dei primogeniti Egizi, che fece cambiare definitivamente idea al faraone.
Cosi Mosè lasciò L’Egitto alla guida del popolo ebraico, diretto verso la Palestina terra promessa dal loro Dio. Furono però inseguiti dall'esercitò del faraone, che Mose sconfisse alle sponde del mar Rosso grazie all'aiuto divino, riuscendo a dividere le acque per far passare il popolo Ebraico e poi inondare l'esercito egizio. Dopo quarant'anni di viaggio il popolo sotto la guida del profeta giunse a destinazione. Purtroppo Mosè morì prima di poter entrare nella terra promessa.
Molto tempo dopo, sotto il dominio dell'antica Roma, apparve un nuovo profeta Si trattava di Gesù di Nazareth e f in seguito definito come il 'figlio di Dio". Egli professava un credo che col tempo divenne noto come Cristianesimo. In poco tempo questa nuova fede si diffuse e le gesta di Gesù arrivarono fino a Roma.
 Dato che la nuova fede che si poneva in contrasto con il politeismo fino ad allora adottato in tutto I ‘impero, il procuratore della Giudea - Ponzio Pilato fu incaricato di giudicarlo. Dal suo operato in quella situazione la scena che più si è impressa nella coscienza collettiva è il suo atto di lavarsi le mani", cioè di chiamarsi fuori da quella faccenda spinosa. Cosi furono i sacerdoti a farsi carico dell'onere di giudicare il miscredente. Egli cosi condannato alla crocefissione, fu così che morì il secondo profeta che aveva osato sfidare un impero.
Nel settimo secolo d. C., ai tempi della grande migrazione dei popoli e dopo la caduta dell'impero Romano d'occidente, quando nello scenario europeo cominciavano ad imporsi i Franchi, nella lontana Arabia qualcuno gettava le basi per una nuova grande fede. Il nome del terzo profeta era Maometto, il quale in qualità di mercante aveva viaggiato molto ed era venuto a contatto con I ‘ebraismo ed il cristianesimo per poi creare una terza fede, ossia l’ Islam. Questo nuovo credo riuscì a riunire tutte le tribù arabe, fino ad allora divise, in un unico popolo. In breve I ‘esercito arabo prese possesso della penisola iberica. Furono però sconfitti nel 732 d. C. da Carlo Martello nella battaglia di Politreis.  Tempo dopo suo nipote, Carlo Magno, istituì la marca spagnola sancendo così definitivamente il confine tra le due religioni.
Svariati secoli dopo, ai tempi delle crociate, più precisamente nel 1099 d. C, l'esercito cristiano prese possesso della città santa Gerusalemme sterminando gli arabi di credo islamico che vi vivevano. Verso la fine del secolo successivo, nel 1187 d. C, però l'esercito arabo sotto la guida del sultano Saladino riconquistò la città santa. E' interessante notare che, al contrario dell'esercito cristiano, Saladino risparmiò i credenti di fede cristiana che vivevano a Gerusalemme. Questa sua decisione per la prima volta dall’ inizio delle crociate destò nel popolo cristiano un dubbio: e se gli adepti dell'islam non fossero dei barbari spietati senza scrupoli?
Sapendo ciò non stupisce che uno dei maggiori meriti delle crociate fu proprio una maggiore apertura commerciale da parte dell'Occidente nei confronti dei popoli mediorientali. Nel tredicesimo secolo Osman I., a capo di una tribù di oguz, diede inizio alla dinastia degli Ottomani. Questa apparteneva a quei gruppi turchi che avevano conservalo un sistema di vita legato al nomadismo nelle regioni attorno alla Sir Darja ed in Asia minore. Questi avevano accettato l'Islam ma avevano conservato alcuni aspetti solitamente tribale, come la presenza degli sciamani - ovvero persone che attraverso l'eccitazione dei sensi riuscivano a raggiungere la trascendenza e di conseguenza risolvevano i problemi delle persone.
I Turchi Ottomani si sono poi stabiliti in Bitinia, regione confinante con I' impero di Nicea nel quale la fede predominante era il cristianesimo. Fino alla fine del tredicesimo secolo gli Ottomani costituirono un piccolo principato pronto all'assalto militare dei territori cristiani. Presto divennero un punto di raccolta per tutti quei gruppi turchi che erano insofferenti del controllo mongolo e selgiuchide. Questi gruppi preferivano dar battaglia ai cristiani piuttosto che combattere tra di loro per il dominio territoriale.
Nel quattordicesimo secolo le ostilità tra questi gruppi furono acuite dalla distruzione dello stato selgiuchide e la paralisi di quello degli Ilkhani. Ne consegue l'esaurimento delle forze militari turche e mongole. In questo scenario il popoloso e forte principato ottomano apparve ai Turchi il simbolo di una ripresa espansionistica. Al contempo I ‘impero bizantino è incapace di tener testa alla nascente forza turca, questo offre agli Ottomani la possibilità di prendere possesso dei rimanenti stanziamenti bizantini nella penisola anatolica e persino quelli della penisola balcanica.
L'arma più potente di cui disponevano i Turchi Ottomani era il nazionalismo turco che erano riusciti a creare dipingendo i popoli cristiani come nemico comune di tutte le tribù turche. Othaman, dopo aver preso il controllo della Bitinia, cercò di favorire la tendenza tribale alle razzie, incutendo cosi terrone ai sovrani bizantini. Suo figlio Orkhan costrinse I ‘imperatore di Costantinopoli a concedergli in moglie la figlia Teodora, dando così inizio all'espansione turca in Europa nel 1354. Ne consegue che nei secoli successivi I' impero Ottomano fu fortemente influenzato dalla tradizione cristiana, al quale contribuì già Teodora stessa. L'impero Ottomano divenne così un fulcro nel quale coesistevano la cultura islamica e quella cristiana.
Nel frattempo sulla penisola iberica era in atto la Riconquista spagnola volta a scacciare i popoli ambi dal territorio cristiano. La guerra durò mezzo millennio e la caduta di Granada ultima fortezza araba in territorio cristiano, sancì la fine di un’era. I Cristiani avevano finalmente riconquistato i propri territori, ma non è tutto oro quel che luccica, visto che oltre ai fedeli islamici espulsero anche gli Ebrei.
Su questi ultimi ci soffermiamo per un istante. Agli arbori del sedicesimo secolo entrò in circolo il denaro sotto forma di banconote, oltre che quello monetario fino ad allora in uso. Va da se che la quantità di denaro in circolazione aumentò esponenzialmente. Così si pose il problema della gestione dei soldi.
La Chiesa in quanto istituzione di natura religiosa non poteva gestire il denaro ritenuto impuro. Tuttavia il denaro è un male necessario perciò qualcuno doveva pur farsene carico. E chi può esserci di più appropriato di un appartenente ad un'altra fede? Fu così che gli Ebrei di tutta Europa cominciarono a gestire il denaro, venendo osteggiati dai Cristiani- i quali, paradossalmente, erano proprio coloro che il denaro glielo davano in gestione.
Quasi in contemporanea, per buona parte del XIV secolo, la sede della chiesa cristiana fu spostata da Roma ad Avignone. Si trattò di una specie di dimostrazione di forza da parte del re francese Filippo il Bello volta a intimorire il papa. Diciamo che questo tira e molla tra potere temporale ed ecclesiastico andava avanti fin dai tempi di Enrico IV e Gregorio VII - rispettivamente imperatore del Sacro Romano Impero e papa. ln quell'occasione il papa dimostrò palesemente quale dei due poteri avesse più influenza. Ciononostante i battibecchi tra regnanti europei e papi si prolungarono per svariati secoli. Il prima menzionato lasso di tempo è chiamato "La schiavitù di Avignone". Quando la sede fu riportata a Roma però si pose il problema della nomina papale. Da una parte c'erano l'Italia centrosettentrionale, la Germania, I’ Ungheria, la Polonia, I’ Inghilterra e più tardi si unì anche il Portogallo - questi sostenevano la nomina di Urbano VI. Dall'altra invece c'erano Francia, Scozia, Savoia, Angioini di Napoli e i due regni di Castiglia e Aragona - questi invece a sostegno di Clemente VII. La crisi fu poi risolta con la nomina di un terzo papa Giovanni XXIII. Tuttavia la faccenda non finì lì. Questa crisi rese lampante quanto la Chiesa fosse immischiata nelle questioni mondane e quanto fosse grande I’ influenza che esse avevano su quest'ultima. Il fatto era che in quel periodo era in atto una specie di "crisi economica" che però allora la Chiesa non fu in grado di gestire in modo appropriato, identificandola invece come una specie di crisi spirituale.
Questo quesito fu in seguito ripreso da Martin Lutero. Le sue riforme possono essere interpretate come una risposta spirituale alla grande angoscia del medioevo, la più allarmante fu la scissione della chiesa cristiana che diede forma alla chiesa anglicana nel 1534 d. C. come conseguenza dell'atto di supremazia di Enrico VIII. Lutero volle minimizzare l'importanza dei peccati umani e dello sforzo per superare la tendenza verso il male, ponendosi unicamente quesiti riguardanti il peccato originale e sul decadimento dell'uomo. In sostanzialmente Lutero sembra ricercare un rapporto di maggiore intimità con Dio stesso. Fu cosi che, nella notte di Ognissanti, affisse le 95 tesi sulle porte della chiesa di Wittenberg.
Queste sue idee innovative furono la scintilla che fece scoppiare la guerra dei contadini agli arbori del XVI secolo. Anche se le cose non sono mai così semplici. In quel periodo c'erano divergenze politiche dovute alla decentralizzazione della Germania e il contrasto di potere tra i singoli principi; la chiesa tedesca di allora era in disaccordo con I ‘autorità romana; infine la nascente borghesia urbana, conscia della propria influenza economica, cercava di ottenere una maggiore autonomia politica.
A tutto questo si sommò la nuova mentalità rinascimentale degli umanisti che prendeva piede nelle città stato italiane. In breve tempo i dogmi della chiesa cristiana furono messi in discussione, visto che si andava formando !a mentalità scientifica moderna che si basa su dati empirici, cioè su prove fisiche. Ed è proprio questo il punto focale della crisi della Chiesa: se Dio esiste, come possiamo provarlo? – fu la domanda alla quale il potere ecclesiastico fu costretto a dare una risposta.
Ma questa è per sua natura una domanda retorica, anche se in effetti i pensatori dell'epoca provarono a dare comunque una risposta. Basti pensare a Giordano Bruno, il quale identificò Dio come la rappresentazione spirituale della Natura che ci circonda. Per tutta risposta la Chiesa lo fece bruciare sul rogo. Molto noto è anche il caso di Galileo Galilei, scienziato che fece progredire l'astronomia e introdusse nuovi metodi scientifici. Era un sostenitore della teoria copernicana e del sistema eliocentrico. Fu ammonito dalla Chiesa, la quale gli chiese di ritirare le proprie affermazioni pubblicamente. Anche se egli lo fece, questo non significa che accettasse le accuse mosse a suo grado, lo dimostra la celebre frase "Eppur si muove". Oltre a questa frase però Galileo ci lascia ancora la sua opera più importante ossia "Il dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo"
L'inquisizione culminò in un massacro perpetrato dalla Chiesa romana nei confronti di coloro che venivano da lei identificati come miscredenti, ossia persone che con le proprie idee potevano in qualche modo minare l'autorità ecclesiastica. La situazione della Chiesa nei secoli successivi si stabilizzò, ma al contempo il potere temporale diveniva dominante nello scenario politico del Vecchio continente. Si vennero a creare svariate scuole di pensiero, e altrettanti furono i filosofi a rappresentarle. E' interessante prendere in esame uno dei pensatori più importanti del XIX secolo, Friedrich Nietzsche. Lui asseriva che Dio fosse morto -ma da cosa derivava questa sua ipotesi?     
Egli riprendeva in parte I’ idea dell'uomo rinascimentale, ossia qualcuno che riesce a comprendere e porsi in relazione con il mondo sulla base di dati e concezioni empiriche. In pratica I’ uomo, potendo usufruire del potere della conoscenza, non ha bisogno di cercare rifugio o consolazione nel misticismo o nelle superstizioni. Ma come identificare questo nuovo essere umano? Nietzsche definì l’uomo moderno come "superuomo", appellativo che venne sfortunatamente in seguito ripreso dai nazisti che ne cambiarono completamente il significato-
Un'altra teoria di Nietzsche è quella "dell'eterno ritorno", la quale si basa sul presupposto che ciò di cui necessita I’ essere umano in quanto tale ritorni eternamente. Secondo Nietzsche Dio stesso è stato posto fuori dall'eterno ritorno e ne è conseguita la sua morte - proprio perché il "superuomo" non necessita più di una divinità"
ln questo scenario filosofico prendeva forma la crisi dell’ impero Ottomano. Nel 1912 e 1913 nella penisola Balcanica ebbero luogo due guerre che vennero poi chiamate “guerre Balcaniche". i popoli a lungo sotto il dominio turco diedero forma alla Lega Balcanica, di cui facevano parte il Regno, di Bulgaria, la Grecia, il Regno di Montenegro e il regno di Serbia. Questi regni nutrivano interessi espansionistici nei confronti dei tenitori ancora sotto il dominio Ottomano. Grazie alla mediazione russa gli stati della Lega Balcanica riuscirono a siglare vari accordi, che diedero però inizio alla seconda guerra balcanica. In seguito I ‘espansione serba nella regione sotto il controllo Austro - Ungarico fece sì che I’ impero Austriaco e la Germania identificarono la Serbia come un pericoloso alleato della Russia che da decenni a quella parte aveva interessi strategici in quella regione, che nutre tutt'ora.
Era questo lo scenario politico nel quale avvenne l'assassinio di Francesco Ferdinando nel giugno del 1914 e che portò inevitabilmente allo scoppio della Prima guerra mondiale. Questa si può definire come 'una guerra di cavalleria", basti pensare alla "tregua di Natale" del 1914. I soldati si limitavano ad eseguire gli ordini, anche se alcuni ricorrevano ai più disparati trucchi pur di non andare al fronte, come ad esempio lo spararsi ad un piede e rimanere a casa oppure cercare di intossicarsi lievemente al fine di venire ricoverati. La guerra terminò quattro anni più tardi, nel 1918. Dopo il conflitto gli imperi a lungo consolidati nello scenario europeo – ossia austro-ungarico, russo, ottomano e tedesco si frammentarono in nazioni minori. Questo sconvolgimento geo - politico causò una specie di senso di smarrimento negli stessi vincitori della guerra, i quali si videro costretti a far fronte alle nascenti instabilità politiche. Durante la guerra gli alleati avevano promesso al popolo arabo uno stato indipendente dall'impero Ottomano, a patto però che si ribellassero. Gli Arabi cominciarono la rivolta nel 1916, riuscendo a spianare la strada dell'esercito alleato oltre il Sinai e Gerusalemme fino a Damasco. Nonostante ciò quando venne il momento di onorare la propria parte dell'accordo i Britannici preferirono dividersi i territori mediorientali con gli alleati Francesi. Istituirono cosi lo stato del Libano, della Siria, della Giordania, dell'Iraq, di Israele e della Palestina senza però tener conto dei confini etnici che intercorrevano tra i vari popoli.
Questi avvenimenti influenzarono anche lo scenario economico su scala globale, il che si palesò martedì 29 ottobre del1929 con il crollo della borsa di Wall Street * noto anche come "martedì nero". Con questo iniziò la Grande depressione, una grave crisi economica e finanziaria che sconvolse il mondo. Si può dire che questa crisi terminò nel settembre 1939 con lo scoppio della Seconda guerra mondiale. Il fautore di questo nuovo fu la Germania, messa in ginocchio dalle pesanti sanzioni di guerra che era stata costretta a pagare. Ebbe cosi inizio una guerra di cattiveria", che coinvolse per la prima volta anche la popolazione civile, distruggendo il concetto stesso di guerra fino ad allora noto. Lo sterminio graduale del popolo ebraico ed i campi di concentramento ne sono la più vivida rappresentazione. Questo massacro non poté che culminare in una tragedia di proporzione immane, quale fu I’ utilizzo della bomba atomica nell'attacco a Hiroshima e Nagasaki.
Dopo la fine della guerra gli alleati si trovarono a dover chiedere ammenda al popolo Ebraico, vista la passività con la quale si erano approcciati alla politica hitleriana prima della guerra. Decisero così di dichiarare Israele come stato ebraico, dando così inizio a migrazioni di massa Questo sconvolse del tutto l'aspetto demografico di quel territorio, dando inizio ad altri scontri come quelli che erano avvenuti dopo la fine della Prima guerra mondiale.
Soffermiamoci però per un momento sul popolo ebraico. Prima dell’inizio della persecuzione nazista negli anni precedenti allo scoppio della guerra, la quasi totalità degli Ebrei europei si stava assimilando lentamente, cercando di lasciarsi dietro le proprie origini. I lunghi secoli, anzi millenni, di persecuzione avevano causato nella coscienza ebraica un odio verso di se, un desiderio di rigetto verso le proprie origini e la propria storia. I più anziani erano angosciati da questo, sentendo che il "segreto ebraico", ossia le tradizioni millenarie, andavano perdendosi nello scenario culturale europeo. I loro figli percepivano questa loro sofferenza, facendosene carico a loro volta rendendosi però conto che quel loro desiderio di preservare la propria storia non era altro che un'utopia senza futuro. Da un giorno all'altro però si videro nuovamente discriminati per questa loro identità storica, e in seguito anche braccati come bestie solo per via della propria fede. I sopravvissuti, privati della propria fede e dei propri affetti, si videro costretti a riconciliarsi con quella loro identità che per così tanto era stata la causa delle loro sofferenze. Ma come avrebbero potuto? Si erano lasciati alle spalle il proprio 'io", rinnegandolo e persino odiandolo ed ora erano costretti a riconciliarsi con esso. Il dolore era acuito proprio dal fatto che per secoli l'Ebreo aveva cercato in tutti i modi di trovare una via di mezzo tra il rigetto e l'accettazione delle proprie origini. Se avesse scelto tra uno dei due estremi di certo la sua sofferenza sarebbe stata minore. Ora non sapeva chi era, chi doveva essere, perciò la tragedia di questa condizione è indescrivibile.

Negli anni'60 del secolo precedente ebbero inizio le insurrezioni degli ex stati coloniali dell'Africa che nel nuovo contesto sociale che andava formandosi cercavano di ottenere la libertà a lungo agognata. In alcuni stati la libertà è stata raggiunta in modo pacifico, in stati come I’ Algeria, l'Angola o il Mozambico invece ci sono stati conflitti armati. Il colonialismo del passato ha ceduto il posto ad una collaborazione economica tra gli ex stati coloniali e i colonialisti, detto in soldoni si tratta della stessa cosa solo sotto una luce diversa Al giorno d'oggi viene definito come "neocolonialismo", basti pensare al Commonwealth con al comando l'Inghilterra. Proprio quest'ultima è il maggiore fautore degli scontri in Medio oriente. Basti pensare che Winston Churchill delineò i confini tra Turchia, Iraq, Iran, Libano e Siria con un righello senza tener conto degli effettivi confini etnici che intercorrono tra questi popoli.
In contemporanea aveva inizio la Guerra fredda tra Stati Uniti e Unione sovietica, che usavano varie zone calde del mondo come scacchiera sulla quale misurare le proprie forze. Basti pensare a Che Guevara che combatteva in America latina oppure alla Corea che fu divisa in due proprio dallo scontro tra il comunismo ed il capitalismo. Le conseguenze di questa lotta di potere è oggi visibile nella Corea del Nord dove il dittatore Kim Jong-un ha instaurato un regime dittatoriale e fa il bello e il cattivo tempo nel proprio paese. In questi giorni il consiglio dell'ONU ha sanzionato la Corea del Nord, al che il dittatore ha ordinato il lancio di razzi in mare. Basti pensare poi all'India, stato a lungo conteso dalle potenze coloniali, che ancora oggi serba rancore nei confronti dell'Occidente, cosa che si palesa dall'inchiesta riguardante I ‘arresto dei marò.
Ricollegandoci al discorso della Guerra fredda, si può portare alla luce I ‘annessione della Crimea alla Russia. Il che non è dovuto ad un improvviso scoppio di patriottismo nella popolazione locale, ma più al fatto che in Crimea c'è una parte consistente della flotta militare russa. E questa flotta dovrà pur sbarcare da qualche parte. Seguendo i fiumi che attraversando I’ Europa orientale si arriva nel Mar Nero e poi è necessario attraversare lo stretto di Bosforo e Dardanelli che danno sul Mediterraneo. Fin dal XIX secolo quella è stata una zona di interesse strategico per la Russia e lo è tutt'ora. L'abbattimento dell'aereo russo da parte della Turchia non è altro che I ‘ennesimo pretesto per cercare uno scontro politico ed eventuali risarcimenti.
Ritornando sul piano della religione, 1a Nigeria in pratica è divisa in due: la parte settentrionale di credo islamico e la parte meridionale cristiana. A Gerusalemme, la città santa, c'è un muro che divide Ebrei e Mussulmani. A Sarajevo, nella stessa piazza sorgono la chiesa ebraica, quella cristiana, mussulmana e luterana ed è interessante notare che dopo la messa tutti i credenti indipendente dalla religione vanno a bersi un caffè tutti insieme.
Ora tomiamo alla domanda iniziale: ci sarà mai una risoluzione?  
Dostojevski ne "I fratelli Karamazov" ha inserito una storia chiamata "Il grande inquisitore". Questa racconta dell’ ipotetica seconda venuta di Gesù Cristo nel KV secolo e che come dice la leggenda la sua sola presenza bastava a curare i malati. Ironicamente fu arrestato su ordine dell'inquisitore locale e portato in cella, dove I ‘inquisitore gli disse che in realtà era l'essere umano stesso a non volere che esista un Dio, indipendente dalla religione che lo venera.
Ma ora cerchiamo di approcciarci al discorso da un punto di vista più terra- terra. Da sempre I'essere umano ha messo in primo piano le proprie necessità ed i propri desideri, facendo tutto ciò che avrebbe portato alla realizzazione di quest'ultimi. La religione, che paradossalmente ha avuto un ruolo secondario in questo tema è nata come una spiegazione dei fenomeni naturali. In seguito le persone hanno constatato che la stessa è in grado di manipolare le masse, e consci di ciò hanno deciso di sfruttarlo per ottenere i propri scopi - siano essi di natura politica o militare.
In questo tema ho cercato di illustrare a grandi linee tutti gli avvenimenti di natura religiosa più noti della storia per dare la possibilità al lettore di crearsi una propria opinione conscio di ciò che si cela dietro questi fatti. Onestamente non conosco la risposta al quesito che presta il nome a questo scritto,-ma forse c'è un'ultima cosa che posso citare per concludere - si tratta della parabola dell'elefante.
C'era una volta un re che fece riunire delle persone che erano cieche sin dalla nascita nella piazza centrale, dove c'era per I’ appunto un elefante. Il re disse loro di tastarne la superficie e dire co* pensavano che fosse. Uno di loro, toccando la gamba ipotizzò che si trattasse di una colonna; un altro, toccando la proboscide asserì che fosse un serpente; quello che toccò la testa disse che si trattava di una caldaia; quello che toccò la coda invece disse che si trattava di uno scacciamosche.
Questa storia racchiude in se I’ essenza delle guerre a sfondo religioso. Tutti i credenti del mondo, seppur da lati diversi, sono in contatto con lo stesso elefante ed è nel momento nel quale riusciranno a capirlo che tutte le guerre in nome di questa o quella divinità avranno fine.

 

 

PREMI SIMPATIA

LIBRI PER I BAMBINI DELLA PRIMA CLASSE:

Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Umago

Insegnante: Gabriella Grbeša

- Alex Umberto Mologni, Mattia Garrasi, Enea Grbac, Nikolina Savić, Astrid Sodomaco, Manuel Vižintin, Nicol Brajko,
Leonela Gegač, Emma Vojnić, Roko Nadal, Luka Kozlović, Lukas Prodan, Gabriel Korenika, Chiara Zdunić, Maximilian Levaj,
Elianna Maria Vuch, Noel Bernich, Matteo Fabac, Vito Bojić Baksa, Stephanie Bufardeci, Letizia Sironić, Haris Posavljak,
Leonardo Šetić, Sara Calcina, Marko Karalić, Elis Pincin.

 
 

Scuola Elementare Italiana “Bernardo Benussi” Sezione Periferica di Valle

Insegnante: Ines Piutti Palaziol

- Petra Barbieri con il motto GIACCA DI PELLE
Anche se sono femmina da grande voglio essere un pompiere. Mi piacerebbe essere il capo per aiutare i bambini e le altre persone che hanno bisogno di aiuto. Salirei con le scale al secondo piano e con l'acqua spegnerei il fuoco. I pompieri sono amati da tutti.

Teo Zonta con il motto POLIZIOTTO 5
Io da grande sarò un poliziotto. Catturerò tutti i ladri e sarò il migliore di tutti. Andrò in giro per il mondo, cercherò i cattivi e li castigherò. Fermerò tutti quelli che vanno veloci in macchina e poi dovranno pagare 600 kune. Quando io sarò poliziotto i ladri non ci saranno più.


- Denise Bissi Licul con il motto LUPO 1
Io voglio fare la poliziotta. Quando ci sarò io tutto andrà benissimo. Controllerò le case della gente e catturerò i ladri che andavano in banca a rubare i soldi. Dirò ˝Basta!˝ e loro mi ascolteranno. Quando ci sarò io non ci saranno più soldi per loro. Nessuno mi scapperà. Quando sarò poliziotta avrò un ufficio perfetto. I muri saranno viola e un coniglietto molto bello di nome Blublu' sarà il mio animaletto da compagnia.

- Nola Butković con il motto LEONE 6
Io da grande voglio essere una parrucchiera come mia zia. Il mio salone però non sarà a Pola come il suo ma sarà a casa mia a Valle. Sarà blù e giallo e a tutti quelli che verranno da me regalerò un giocattolo.

 

- Noam Karapandža con il motto TOPO TO
Da grande farò il pilota di Formula 1. La mia macchina si chiamerà Speed Sessantacinque e sarà di colore rosso.  Durante le gare avrò un po' di paura ma vincerò sempre. Avrò una grande casa a Rovigno e tre figli.


E agli stessi nel lavoro di gruppo con il motto:
IL BRANCO DEI 12
con gli insegnanti Ines Piutti  Palaziol e Romana Paretić
 

Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Sezione Periferica di Bassania

Insegnante: Loretta Giraldi Penco

- Aurora Brosolo con il motto AURORA

"I nostri veci ne conta" – Storia e tradizioni della mia terra nei racconti di famiglia.
La mattina di Pasqua, la mia nonna si alzava e faceva colazione assieme alla sua famiglia, dopo tutti andavano alla Santa Messa.
Il pranzo era a casa, in famiglia; si mangiaava il brodo, l'agnello e il tacchino e come dolce c'era lo „strucolo de pomi“, la pinza e la „titiza“ (treccia) con l'ovo duro.

 

- Lana Taljak con il motto PORCELLANA

Il nonno mi racconta che era molto felice quando era Pasqua mentre lui era bambino. Lui e i suoi fratelli cercavano per i campi dei fiori e foglie per metterli sulle uova e poi avvolgerli nella garza, per dopo metterli a colorare nel grande pentolone con l'acqua e le bucce di cipolla.
Le uova, dopo una ventina di minuti, erano colorate in rosso: erano bellissime.
Le uova le coloravano pure con le ortiche che diventavano verdi.
A lui sono rimaste in mente pure le trecce di pane con l'uovo che per loro era come a noi oggi ricevere le uova di Pasqua.
Lui e la sua famiglia andavano la mattina di Pasqua a messa con le ceste piene  per benedire il cibo e poi , ritornati a casa, facevano una buona colazione.

- Leo Laganis con il motto LEOPARDO 2

Mia nonna,  quando aveva la mia età,  portava al pascolo i tacchini, assieme alla sua amica. Un giorno hanno litigato e, a prendere le botte erano i tacchini. Ognuna picchiava quelli dell'altra. Un tacchino ha preso un colpo più forte ed è finito in pentola. Dopo hanno fatto la pace.

- Noemi Paulović con il motto ARCOBALENO 2

LA  MIA  BISNONNA  MI  RACCONTA:
La mia infanzia era un po' burrascosa perché era il tempo della guerra; la seconda guerra mondiale. Ricordo dei fatti non belli: avevo 5 anni e con la mia nonna andavamo in un fosso dove pensavamo di non aver paura e stare in riparo;  si sentivano  gli apparecchi sopra di noi.
Però ricordo un fatto bellissimo; la fine della guerra era del 1944 e tutta la gente gridava: „ È la fine della guerra!“  e tutti eravamo felici e contenti.
 Poi ricordo bene quando sono venuti i partigiani cantando in croato: „…vogliamo fabbriche, vogliamo terra,  ma non la guerra.... e altre canzoni partigiane.
Finalmente sono andata a scuola fino in quarta classe e mi sono divertita tanto giocando „te la gà“, „bater sconder“, “ il quadrato“ ,“ am salam“, „ la corda“, „ le manete“,  facendo le pupe de paia de formenton.
Facendo i cestei coi venchi in patoco con le mie quattro amiche che ancora adeso semo amiche e gavemo presto 80 anni. Fasevimo gli amleti con una piera lisa cusinar e da parte due piere più grande giogavimo le vetrine e  la casetta.
Se fasevino le collane con i stropacui, e con in testa la corona; fasevimo le careghete, ierimo sempre sereni e felici, contenti de quel poco che gavevimo.
La mia infanzia da sei anni ai dieci jero una bambina felicissima e contenta dal nostro xiogar e volerse ben. A 11 anni andavo a portarghe,  ogni giorno, el pranzo a me papà in Maccalè insieme a altre quindixe done che portava el pranzo ai so' maridi, parché quela volta se lavorava soto i signori.
Oggi la gioventù non è come noi che eravamo a quattordic'anni mia mamma mi ga messa in fabbrica delle sardelle perché non era altri lavori per noi. Un lavoro umiliante ma felici perché al mese portaavimo a casa i soldini.

 

Dalmazia in Croazia, individuali:

 Corsi d’italiano della Comunità degli Italiani di Zara

Insegnante: Ivana Radović

- Lora Kolega, Bajlo Tončica, Ivano Parić, Marija Karuc, Lara Lukin