SCUOLE ELEMENTARI 

 

 LAVORI DI GRUPPO

 

motto demoghela

 

Dea Valiđić, Eni Kresina, Elena Honsić, Sara Gržinić

                                                         

Classe V

Scuola Elementare italiana “Bernardo Benussi” Rovigno

 

GRUPPO DI STUDIO DEL DIALETTO ROVIGNESE

 

“La pisca de l’anièlo”

 

Libera interpretazione di un antico canto narrativo istrianoancora in auge tra la popolazione autoctona rovignese.

 

introduzione:

 

Molti sono i canti narrativi legati alla tradizione orale rovignese con le varianti più strane, che si possono incontrare viaggiando a mezza vela tra realtà e fantasia. Noi alunne della quinta classe ne abbiamo trovata una che ci è piaciuta e l’abbiamo interpretata a modo nostro. (Alleghiamo in coda il canto narrativo originale nelle versioni più disparate trovate dallo studioso Giuseppe Radole.)

 

         A gira oûna vuòlta oûn pascadùr ca sa nunìva Giani. El vìva oûna batanuòla, parìcio scardìla e viciuòta, ma istìso el ∫ìva ùgni sira a pascà cun gila. El vìva una gran fidoûcia in quile quatro tuòle ca el sa ris’civa anche a largo; a ga vulìva poûr giutà la famìa ca nu vìva altre intràde, pìsi, pìsi e pìsi, gira el magnà da ùgni giuòrno.

         Oûn da quisti giuòrni el ∫ì ∫eî a pascà ca doûti a ga di∫ìva da rastà in tièra, ma loû el nu uò vulìsto sinteî ningoûn e el sa uò truvà a largo, in mar vièrto, ca el sil gira davantà niro inpigulà da nembi inbarbuiàdi e piòva ca Deîo la mandìva. El vento uò tacà a sufià, e li onde parìva cavài mati. La batàna gira màsa dìbula par quil mar ingiabanà e la imbarchìva aqua a doûta fuga e prièsto a Giani g’uò tucà butàse in quil mar, doûto oûn spiumàso.

        

         A miteîna el gira su la “cugulièra” da Monto, doûto stramanà da la mari∫àda da la nuòto, ma ancùra veîvo. Pàsa da là du’ surièle, Giulgèta e Biansifiore, e li uò soûbito ciapà Giani par li man, ∫utascàio, e strasinà el  ∫ùvano cume oûna pièl da gata a ca∫a suòva a rente da’l mar.

 

         Quando ca el pascadùr uò vièrto i uòci, veîste li du’ muriède, el s’uò da treînco inamurà da Giulgeta e gila da loû. Biansifiore la gira oûn mondo gilù∫a parchì la sa gira anca gila inamuràda da Giani. Du’ vuòlte la uò tantà da butà a monte∫iògo i apuntamenti ca i dui inamuràdi i sa dìva, la sa fìva malàda e cuseî i nu sa pudìva incuntrà, ma veîsto ca uramài l’amur gira davantà grando, chi la sa inpènsa gila, da invalinà su sor prima da li nùse.

 

         A la vigeîlia da li nùse, la ga fa pruvà oûna fita da tuòrta invalinàda a Giulgeta e la boûta l’anièlo da la nuveîsa in mar. A gira oûna mageîa ligàda a sta muòrto: Giulgeta la pudìva salvàse nama ca sa Giani la varàvo ba∫àda cun doûto el suòvo grando amùr. Giani, ca’l nu sa pudìva dà da pàti da veî pièrso el suòvo grando amùr, el caminìva soûn e ∫ù par la reîva in duve ch’el viva incuntrà el grande amùr da la suòva veîta...

 

         In quil el sento oûna bù∫ dal mar ca cantulìva oûna cansòn:

 

Bièl pascadùr del mare, bièl pascadùr del mare, vignì a pascàre in qua. Ma ì caioû l’anièlo, ma ì caioû l’anièlo, vignìmalo a pilgià...

 

         Giani da treînco el uò capeî ca gira Giulgeta ca lu ciamìva par deîghe da salvàla, el sa uò butà in mar visteî, cume ca’l gira, e sìrca, e sìrca el uò truvà l’anièlo. Biansifiore ca viva capeî el gran ben ca i sa vulìva, la lu uò mandà a daghe el ba∫o magico a Giulgeta; loû el ga uò mìso l’anièlo al deî, e’l ga uò dà oûn ba∫o sui labri ancùra tìvadi...e...

 

         Giulgeta la s’uò ∫vilgià prièsto-soûbato e i sa uò anco dulòngo spu∫à.

 

         Biansifiore, pinteîda, la s’uò mìso a girà el mondo in sìrca da oûn muriè ca la spu∫o.

 

         La stuòria da Giulgeta e Giani ∫ì fineîda ben e parìci fiòi uò inpineî da aligreîa quila ca∫a... e Biansifiore? I di∫arì...

         La uò purasiè girà el mondo in largo e in tondo, ma a la feîn la uò catà anca gila el spù∫o ca ga ∫ìva ben.

 

 

                   E meî ch’ì giro là cun oûn pidiseîn i m’uò butà qua!

 

                                                        Viva!

 

   

Traduzione in lingua italiana 

La pesca dell’anello

 

Libera interpretazione di un antico canto narrativo istriano ancora in auge tra la popolazione autoctona rovignese.

 

C’era una volta un pescatore che si chiamava Gianni (Giani). Lui possedeva una piccola batàna, ma anche se era parecchio vecchia e malandata, ci andava comunque ogni sera a pescare. Aveva una grande fiducia in quelle quattro tavole, tanto che si arrischiava ad uscire pure in mare aperto; bisognava pur aiutare la famiglia che non aveva altre entrate; pesci, pesci e pesci era il menù di ogni giorno. Uno di quei giorni andò a pescare mentre tutti gli dicevano di rimanere a riva, ma lui non volle ascoltare nessuno; così successe che si ritrovò in mare aperto con un cielo, annerrito come la pece, di nuvoloni arrabbiati e di pioggia che Dio la mandava. Il vento si levò di colpo e le onde sembravano cavalli imbizzarriti. La batana era troppo debole per quel mare indiavolato; imbarcava acqua a più non posso e ben presto Gianni si dovette buttare nel mare tutto coperto di schiuma.

La mattina dopo, Gianni si ritrovò disteso sulla spiaggia  ciottolosa (Cuguliera) di Monte (Rovigno vecchia), mezzo tramortito dalla tempesta della nottata appena passata, ma ancora vivo. Passarono di là due sorelle, Giulgeta e Biansifiore (Giuglietta e Biancifiore) e, visto il giovane, e dato che abitavano lì vicino al mare, lo presero per le mani e lo portarono a casa loro come se si fosse trattato di una pelle di gatta. Quando il giovane aprì gli occhi, viste le due sorelle, di colpo s’innamorò di Giulgeta, e lei pure di lui. Biansifiore era molto gelosa perché si era invaghita pure lei di Gianni. Due volte tentò di rovinare gli appuntamenti che i due giovani avevano architettato, e, fingendosi ammalata, tratteneva la sorella; ma visto che l’amore sbocciato era grande, si mise in testa di avvelenare la sorella prima delle nozze.

Alla vigilia della cermonia, fece assaggiare un po’ di torta avvelenata a Giulgeta e buttò l’anello nunziale in mare. C’era però un incantesimo legato a quella morte: Giulgeta sarebbe stata salva se Gianni l’avesse baciata con tutto il suo amore. Gianni, che non si rassegnava di avere perso il suo amore, camminava su e giù per la riva sulla quale aveva incontrato il grande amore della sua vita... In quel momento sentì una voce dal mare che cantava una canzone: “Bel pescatore del mare, bel pescatore del mare, venite a pescare in qua, mi è caduto l’anello, mi è caduto l’anello, venitemelo a pescare...”. Gianni intuì che era la voce di Giulgeta che lo chiamava per salvarla, si buttò subito in mare e… cerca, cerca… trovò l’anello nuziale. Biansifiore, che aveva capito quanto fosse grande il loro amore, lo mandò a dare il bacio magico a Giulgeta. Lui allora le mise l’anello al dito, le diede un bacio sulle labbra ancora tiepide e... Giulgeta si svegliò di colpo. Si sposarono immediatamente. Biansifiore, pentita, si mise a girare il mondo in cerca di uno sposo. La storia di Giulgeta e Gianni ebbe il lieto fine e diversi figli avrebbero riempito di allegria quella casa.

E Biansifiore vi chiederete...?

Ha girato parecchio il mondo, in largo e in tondo, ma alla fine ha trovato anche lei lo sposo che cercava. 

Ed io, che mi trovavo là… con un calcio mi hanno rimandato qua!

Ciao!

 

 

In allegato le pagine originali della raccolta di CANTI POPOLARI ISTRIANI  di Giuseppe Radole

Biblioteca di “Lares” Firenze Leo S.Olschki – editore,  MCMLXVIII  Volume XXVIII pag. 104-105-106

 

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motto le tre grazie

Anna Buić, Petra Bajić, Borna Zeljko

 

    Classe VIII a

Scuola Elementare Italiana “Giuseppina Martinuzzi” Pola

 

C’era una volta: scrivi una favola che abbia come protagonisti i personaggi peculiari della tradizione della tua terra

( ad es. il pescatore, il contadino, il marittimo, l’operaio ecc...)

 

Giovanni viveva sulle montagne dell'Istria settentrionale, in una piccola casetta che non si notava neppure grazie a tutti gli alberi e i cespugli che la circondavano.  Viveva con la figlia, essendo sua moglie morta  molti anni prima, lontano dal villaggio, poiché non aveva mai amato troppo la compagnia. Oltre agli alberi, attorno alla sua abitazione,  c'erano campi molto vasti, ma il terreno era inutilizzabile; solo una minima parte fruttava cibo, e solamente se lavorata a lungo, con perfezione e pazienza. Oltre a quei terreni, Giovanni possedeva anche delle  pecore, che sua figlia Caterina portava al pascolo ogni giorno in  cima alle montagne.

Doveva  camminare per più di due  ore fino  al più vicino paese per prendere  dell'acqua. La loro vita era difficile, ma Giovanni sperava sempre e pregava per un miracolo. Una mattina Caterina si svegliò un po' più tardi; era inverno e faceva molto freddo.

Andò al paese, prese l'acqua, tornò a casa a prendere le pecore e si avviò verso il sentiero impervio e inospitale che ogni giorno doveva percorrere. Mentre camminava ed osservava la croce che si era fatta da sola dal legno di quercia, una pecora si perse. Caterina non si allarmò, diede un' occhiata alla foresta e la pecora tornò belando, come se qualcosa l' avesse tirata.

Caterina era una strega. Una strega dai capelli lisci, fluenti, rossi come il sangue e lunghi fino alle ginocchia. Si occupava pure di magia nera, ma non aveva mai cercato di migliorare la sua situazione economica. La sua pelle era bianca come  il latte, il  suo sguardo cupo e profondo, che ti spaccava per metà e ti guardava dentro. Sua madre le aveva insegnato la  magia quando lei  era ancora una bambina innocente. Nel corso della sua giovane vita aveva camminato per  le montagne e cercato nuovi ingredienti per le sue pozioni, li dove giacciono le ombre; aveva voluto vedere nel futuro, e ci era riuscita, ma delle  volte non era  per  niente interessante e neppure appagante. Fu allora che cominciò a cercare „la vittima", un pescatore, un contadino, un  principe, non era importante, l'importante era che egli fosse  la pioggia nel deserto, il fantasma nella sabbia, il primo di innumerevoli  grida. Aveva cercato per molto tempo; con i suoi occhi verde smeraldo aveva fatto il giro del mondo, aveva visto le cose più strane, popoli diversi, usanze e culture che non poteva capire; ma non aveva mai dato un' occhiata alla sua terra. 

 Quella terra che non conosceva affatto bene, non l'aveva  mai studiata, poiché l'odiava. L'odiava perché lei  era l'unica strega dell'Istria. Conosceva soltanto quelle  montagne, dove aveva fatto ore di cammino solitario, facendo strisciare i propri vestiti lunghi e vecchi, ma neri e lucidi come le piume di corvo, in cerca di radici di stella alpina da mescolare con sangue di capra per farne una sostanza che distruggesse le piantine di patate di suo padre. Le piaceva fare scherzi  del genere, perché  poi doveva inventare una pozione per far tornare quelle piantine, e almeno non si annoiava.

Le montagne circostanti erano un posto magnifico, incantato e pieno di segreti. Caterina però conosceva quelle  montagne come il palmo della  sua mano.  Quanto  ci aveva giocato  da piccola, quante volte si era persa in quei boschi che ora erano come fratelli, quante volte si era spinta troppo in là ed aveva rischiato di cadere in fossati e burroni. Le spigolose pietre, le crepe nell'arido terreno, le conosceva tutte a memoria, erano loro che l'aiutavano ad orientarsi e a trovare quelle erbe e quelle radici che le sarebbero servite.

Quel giorno, accompagnando le pecore, Caterina pensava a sua madre, a ciò che le aveva insegnato e al compito che le aveva dato : trovare „la vittima". Ma non le aveva mai spiegato dove cercare. Guardando le pecore disubbidienti che le facevano saltare i nervi, Caterina capì che non doveva far altro  che cercare nella sua terra. Era così arrabbiata con se stessa per non averlo capito prima, che bevve una pozione che teneva sempre nella tasca per situazioni del genere. Si piegò in due, cadde sulle ginocchia e cominciò a gridare dal dolore. Le pecore impazzirono e corsero via; Caterina, tra un crampo e un altro, le chiamò indietro con forza. I suoi occhi erano rossi dal dolore, ma lei godeva, se l'era meritato. Quando la pozione smise con il proprio effetto,  Caterina si alzò e mandò le pecore a casa. Esse si misero „in fila per uno" come formiche e sparirono. Caterina aprì le sue ampie ali nero carbone che teneva nascoste e volò fino alla cima alla montagna. Chiuse gli  occhi e vide un  giovane  pescatore, circa della sua stessa età e capì subito che era riuscita nel suo intento, aveva trovato la vittima.

Marino  aveva  sempre amato il  mare.  Era un  giovane dai  capelli chiari, molto gentile e simpatico. Non era mai triste o arrabbiato, il mare lo faceva felice più di qualsiasi altra cosa. Non desiderava essere ricco e potente, gli piaceva fare il pescatore. Qualcuno lo credeva pure matto, poiché andava per mare con una piccola barchetta anche durante le tempeste, dicendo che i pesci lo proteggeranno. E poi parlava con i gabbiani, chiedeva loro come fosse il vento in mare aperto. Quelli che non lo credevano matto, pensavano che i gabbiani gli rispondessero veramente. Quella mattina  era rimasto  a pulire le reti. Soffiava un bel scirocco che  gli

intricava i capelli;  il sole scintillava in tutto il  suo grandioso splendore. Marino sorrideva, come sempre tra 1' altro: lo spettacolo che gli si parava davanti, il cielo azzurro, il mare che luccicava sotto i raggi del sole, le barche dei pescatori  in lontananza,  e gli alberi dell'isola vicina che muovevano piano  le chiome al vento,  lo  rendeva felice. Ma d'un tratto calò l'oscurità su quel paesaggio che a Marino sembrava perfetto, le reti gli scivolarono via dalle mani e lui fu risucchiato da una forza che sembrava essere molto più forte di lui.

Caterina rimase  lì per molto tempo,  il docile  e  confortante velo  della notte iniziò  ad avvolgerla, la luna diventò regina e il freddo si fece sentire, ma alla ragazza questo importava ben poco,  guardava  il giovane  indaffarato che  cercava  in  tutti i  modi  di  resistere alla magnetica forza che lo attirava, ma lei sapeva che era impossibile. I  suoi capelli si mossero leggermente al venticello  che iniziava a soffiare. Caterina  sussultò, non si era resa conto di quanto tardi fosse, si alzò  e di malavoglia lasciò andare il giovane che cadde a terra sfinito. Si girò e spiegò le sue nere  ali. Volò  a casa pensando a come sarebbe stata fiera sua madre se

fosse stata viva.

      Atterrò dietro ad un enorme pino  ed entrò in giardino. Suo padre corse alla porta e la guardò con un'espressione preoccupata. Caterina gli sorrise e  gli chiese scusa per aver fatto tardi. Quella notte andò  a  letto  presto  e fu tormentata da sogni strani. Sognò il giovane pescatore.

      Il  mattino seguente si svegliò più presto del  solito  e di buon umore. Sbrigò tutte le faccende, andò al paese e  tornò in tempo per portare al pascolo le  pecore. Lungo il cammino per i boschi non si fermò mai e camminò spedita fino al pascolo più alto e lì lasciò le pecore, dando loro l'ordine di  non  allontanarsi. Spiegò le sue superbe e bellissime ali e volò sulla cima della montagna dove  il giorno  prima aveva trascorso momenti indimenticabili di felicità ed euforia. Chiuse gli occhi e raggiunse il ragazzo.

      Era un giorno  così bello,  Marino non avrebbe potuto  sperare  di meglio.  Il pesce avrebbe abboccato facilmente, forse sarebbe rimasto in mare più a lungo. Effettivamente era da un po' di tempo che non aveva pescato un pesce bello grosso, anche le lenze fremevano dal desiderio di andare in mare aperto  per più di un giorno e  i gabbiani  avrebbero potuto raccontargli  le  loro magnifiche storie. Ne era affascinato,  quante volte aveva desiderato di avere le ali e poter volare via con i gabbiani per vedere tutti  i mondi che loro gli descrivevano. Molte, innumerevoli volte si era spinto in mare aperto  durante la bora impetuosa, sperando che essa  lo portasse via con sé, ma era tornato  a casa sempre deluso, fradicio e con un bel raffreddore. Quel mattino  il  mare era calmo, l'immenso manto blu si protendeva davanti a lui promettendogli una bella e indimenticabile giornata. Ad un tratto sentì che qualcosa lo  stava attirando verso posti  a lui sconosciuti,  posti ignoti. Girò  la testa e cercò di individuare la sorgente  di quella forza magnetica. Il suo sguardo andò a  posarsi sul Monte Maggiore, così cupo, così misterioso. Era da lì  che proveniva la forza, doveva  andarci, qualcosa lo stava chiamando.

      Era fatta! Finalmente si era deciso ad ascoltarla.  Caterina era fuori di sé dalla gioia. Erano passate circa due ore da quando se ne stava lassù ad osservare quel ragazzo, così giovane, così bello, eppure doveva ucciderlo, era quello il suo compito. Perché doveva farlo? Ora lo sapeva, «la vittima» era l'unica  persona che poteva distruggere le streghe, lo aveva capito guardando dentro l'animo di quel ragazzo e intravedendo in lui quell’ immenso potere che avrebbe potuto

sterminare lei e tutta la stirpe delle streghe. Era dunque per questo che parlava con gabbiani e pesci. Eppure di quale colpa si era macchiato Marino? Soltanto di essere nato sotto la stella sbagliata. Chiuse gli occhi e vide il ragazzo abbandonare la barca,  le reti, il suo mondo  ed avviarsi verso quel monte che gli sembrava così distante. Passarono circa quattro  giorni e Caterina non aveva smesso di attirare a sé il ragazzo, giorno e notte. Gli lasciava giusto la libertà di dormire e mangiare, niente altro.  Caterina era vittima di un forte dubbio: per quanto fosse convinta che il  suo compito fosse privo di vie di uscita, nel suo profondo sapeva di non poter uccidere il  giovane uomo, non  ne aveva il  coraggio. Ogni giorno lo osservava ed ogni giorno le  sembrava sempre più bello. Il quarto giorno Marino arrivò ai piedi del Monte Maggiore.  Caterina iniziò a farlo  salire lungo i ripidi ed impervi sentieri. Vedeva la sofferenza nei suoi occhi a causa dei piedi feriti, ma non poteva lasciarlo andare. Si alzò di scatto dal letto e corse fuori di casa per perdersi nel bosco.

      Giovanni stava giusto lavorando alle piantine, quando Caterina uscì  di  corsa,  non riuscì a proferire parola che già si era persa tra gli alberi. L' uomo non si preoccupò più di  tanto, era abituato  a vedere sua figlia correre nel bosco, era lì che andava a riflettere. Correndo, Caterina pronunciò delle parole magiche e subito diventò invisibile. Spiegò le ali e si diresse verso il punto dove  aveva fermato il ragazzo. In mano teneva il pugnale argentato che avrebbe dovuto uccidere il povero giovane.  Amare lacrime rigavano  il suo  pallido e bellissimo volto, contorto in una smorfia di dolore. Non le servì molto per arrivare nel posto dove stava seduto il ragazzo, giusto vicino ad un ruscello nel quale stava pulendo le ferite dei piedi. Caterina si avvicinò  a Marino e scoprì se ne era innamorata. Alzò il  pugnale che

scintillò  al sole, ma le mancò il coraggio. Si fermò di  scatto, si chinò sul ragazzo, baciò leggermente i suoi capelli color rame e sussurrò una formula magica che le rubò quasi tutte le energie.  Con gli ultimi  sforzi si trascinò nel bosco, alzò il pugnale e se lo  piantò giusto  in mezzo al petto.  La  magia cessò e Caterina cadde  sul suolo secco circondata dal suo stesso sangue.

      Successe tutto in un istante. Marino stava giusto curando le ferite dei suoi piedi e stava pensando agli amici che aveva lasciato, ai gabbiano che lo stavano aspettando per raccontargli i loro racconti, quando quella forza misteriosa scomparve. Si guardò attorno, il bosco era cupo e triste, gli uccellini non cinguettavano, neanche il vento soffiava, era come se tutto si fosse fermato, come se tutto il monte fosse in lutto per qualcosa o qualcuno. Automaticamente anche Marino sentì la tristezza salirgli nel cuore,   si alzò, ma si sentiva diverso. Era come se conoscesse la storia di ogni crepa di quella terra, della sua terra, era come  se fosse vissuto da sempre lì,dalla sua creazione: l'Istria, la sua casa, non aveva più segreti per lui. Ora era un sapiente, era la memoria stessa della sua antica e meravigliosa terra. Ma tutto ciò non gli bastava, desiderava  varcare i confini, reali e immaginari dalla conoscenza. Voleva di più e così viaggiò, conobbe nuove terre, nuovi porti, nuove usanze e altri uomini. Fu un nuovo giovane Ulisse. Nessuna terra però gli sembrò  bella  quanto l'Istria, la sua bella Istria che gli aveva fatto da culla quando era ancora bambino, che gli aveva insegnato l'arte della pesca, che amava così tanto...

       E così, un bella mattina primaverile, raggiunse l'Istria, le sue montagne e i ruscelli che si mostravano in tutta la loro bellezza. E il suo mare. E i suoi amici gabbiani. Finalmente capì che 1' unico paese a cui poteva voler bene era l'Istria. Si girò per andare verso la sua casetta a salutare i genitori e, di sfuggita, volse uno sguardo verso il Monte Maggiore, così cupo e triste e nel contempo orgoglioso ed eterno, come le genti che lo abitavano.

       E Caterina, la  strega istriana? Beh, le streghe non  muoiono mai, e Caterina divenne una capra gialla dalle corna e dagli zoccoli rossi, che ogni giorno, all' alba,  appariva superba sulla cima della montagna. È per questo motivo che la capra simboleggia l'Istria, proprio per il suo buon cuore, ma la gente non lo sa.

 

 

motto Zara

                                                                Zorka Djaković, Suzana Djorić

 

 Classe VII – 2

Scuola Elementare “Njegoš” Cattaro/Kotor, Montenegro 

 

C'era una volta ...                                               

     Quando io era piccola ho amato ascoltare le favole. Mia nonna mi raccontava belle favole. Una delle mie più belle e questa:
  "In un villaggio, in un castello ha vissuto il re. Lui era impudente e avaro e perché questa la sua moglie e i suoi bambini gli hanno lasciato. Lui ha sempre pensato che ha ragione,e in generale lui non interessano altre opinioni .Lui è stato brutale verso i suoi operai. Da lui hanno lavorato contadini e poverini. Lui ha avuto una piccola camera in cui ci stavano molti soldi. Il re non poteva prendere i bicchiere d'acqua da solo,tutti dovevano servigli. Il re sempre ha gridato a loro,e loro non potevano dire niente. Tutti gli operai hanno vissuto nelle piccole case costruite di alberi. Loro hanno lavorato tutto il giorno e tutta la notte, e per grandissimo lavoro loro guadagnavano  pochissimi soldi. Un giorno da lui è venuto un operaio e gli ha detto che lui non vuole lavorare per il re, perché lui è impudente e che da ne monete non può alimentarsi. Il re si è sentito offeso, perché gli ha mai in sua vita  ha parlato cosi. Nei seguenti giorni nessuno ha cominciato lavorare. Tutti sono stati in piedi in cortile e loro portano tavole a cui è scritto che loro vogliano più monete. Il re è stato triste,è andato in sua camera a lungo ha riflettuto. Alla fine lui ha preso il sacco con le monete,e tutto ha ripartito a operai e contadini. Loro sono stati fortunati e loro sono venuti a lavoro. Il re è stato fortunato, perché loro gli hanno affezionato. Il re ha più tardi pensato a sua famiglia. Lui ha preso la sua nave e lui è andato a prendergli.. Lui ha viaggiato per giorni e notti. Una notte è cominciato un grande temporale. Il cielo è stato ricoperto con le nuvole nere .Le onde hanno portato la nave vicino il vortice. Il re ha chiamato aiuto .Lui è andato a letto e si è addormentato. Quando lui si è svegliato non ha creduto che era vivo.
  Quando è venuto alla costa lui ha visto la sua famiglia. Si è salutato con loro,e gli ha promesso che  sarà più buono. Loro gli hanno perdonato e insieme sono tornati al castello. Tutti vivevano felicemente, il re non era più avaro" .Dopo questa favola,io dormivo dolcemente.



 

 

 

 

motto due amici di Cattaro

Kristijan Petrović, Ilija Baldić

 

                                                          Classe VII – 3

Scuola Elementare “Njegoš” Cattaro/Kotor, Montenegro

 

Scienza,cultura ed attualità,quale è il personaggio che meglio rappresenta il mio paese.   

      

Vorremo presentarvi la persona che,in un modo migliore representa Montenegro,nella scienza,cultura e nello sport.

        Questa persona e’Krunoslav Subotić.E’ nato a Cattaro,dove ha finito la scuola elementare e la scuola secondare.Come il giovane ha giocato il pallanuoto nel club Primorac,e dopo in club belgrado Partizan dove ha vinto il titulo di campione europeo due volte.Ma la sua cariera di sport e’stata solo una introduzione e base per una piu’ sucessiva cariera scientifica.A Belgrado lui ha finito due facolta’:La facolta’di Electtrotehnica,della fisica nucleare e la facolta’di matematica,della stessa cattegoria e la facolta’di matematica,della stesa cattegoria ed e’diventato il dottore delle science.

      Il dottore Subotić e’il padre dei tre bambini,e anche un gran pianista.

      Lui ha detti che le famiglie devono avere i bambini,qualli meritano una opportunita di essere educati in giusto e migliore.Insieme con il gruppo russo e americano di scienze,chamato „Vinči“,nei labaratori a Dubino,lui unisce il colmo della educazione umana e inventi di techologija come il primo e il piu’ importante dottore del sistema periodico e i nuovi elementi chimici da tanti anni.Krunoslav Subotić ha scoperto nuovo elemento del sistema periodico.Quello elemento nuovo e stato fatto con la unione dei due altri elementi.Per scoprire quel nuovo elemento ci e’voluto un mese e il nostro dottore e scientifico ha affermato che scoprirlo era come cercare un ago in un pagliaio.

       Comunque,il suo „cervello“ e anche con l’aiuto dei altri scientifici ha riustito di scoprire quel nuovo elemento.Questa espedizione e’ molto costosa e per farla funzionare e suacedere bisognava spendere due milioni d’euro.

       Quello che questo progetto fa anche piu’ interessante e’che il progetto ha riunito le piu’grandi force potenti nel mondo.Quelle sono Russia e America, e bisogna anche dire che non hanno una comunicazione e relazione cosi buona.

       Con i suoi lavori publicati giro il mondo era anche il professore della fisica nucleara nell’ Universta’ in Michigan e nella labaratoria americana.

       Lui representa Montenegro nella luce migliore come un padre perffeto e stupendo,un scientifico ottimo,come il dottore della fisica nucleare,il giocatore di pallanuoto che ha vinto il titulo di campione europeo due volte,e anche come un pianista straordinario.

 

 

 motto m1231                                      

Milena Krivokapić, Ina Brkanović

 

                                                          Classe VII

Scuola Elementare “Njegoš” Cattaro/Kotor, Montenegro

 

 

Le tre sorelle

 

La piccola citta' di Prcanj, che si trova nella Bocca di Cattaro e' caratterizzata della storia di tre sorelle. Questa storia ci e' stata detta dalle nostre nonne, e noi le ascoltavamo con l'attenzione. Ma, come tutte le storie che si raccontano da una generazione ad altra, anche questa e' stata cambiata un po', ma la base della storia e' rimasta la stessa. 

Quando nella famiglia Bucca sono nate tre bambine, il loro ricco e felice padre ha deciso di fare una casa per loro. In questa casa potranno vivere tutte le tre sorelle con i loro mariti, cioè, quando verra' il tempo, i tre futuri generi del padre. La casa e' stata costruita sulla più bella parte della costa e da là si può vedere tutto il golfo, la montagna Lovcen, dove e' morto il nostro famoso scrittore e sovrano Petar I Petrovic Njegos, e anche Cattaro. Le tre sorelle nel frattempo, sono diventate tre bellissime ragazze, che non si potevano trovare in questa regione. Ciascuna di loro e' stata bella nel modo suo. La maggiore era la piu' intelligente. La seconda sorella aveva una sua bellezza interiore e la minore e' stata la piu' bella delle tre sorelle. Non esisteva nessun giovane che li piaceva. Le tre sorelle hanno passato la loro gioventu' rispettando le regole, avendo soltanto un cielo di piombo sopra di loro e il mare infinito, ma, ad improviso, e' venuto un giovane straniero. Lui, ha svegliato nel loro tutti i loro desideri e tutte le passioni nascoste. Il momento quando l'hanno visto le sorelle nobili hanno detto: "Questo e' l'unico e vero uomo per me". L'hanno detto silenziosamente, per se, non sapendo che le stesse cose hanno dette le altre due sorelle.

La casa e' stata gia' chiamata la casa di tre sorelle. Jerko e' stato un giovanotto amato da tutte le tre ragazze. Ma Jerko amava soltanto la minore - Rina. Lui veniva sempre, quando aveva occasione, con la sua piccola nave a Prcanj, a vedere la sua amata Rina. Lui e' stato Italiano, un navigatore, che veniva spesso in Bocca di Cattaro, ed e' stato famoso per la sua bellezza, come tutti i giovani Italiani. Quando Rina ha visto che le sue sorelle si sono innamorate di stesso giovanotto, ha deciso con le sue sorelle di dimenticarlo. In una notte di stelle, Jerko e' venuto dalla sua amata Rina, ma lei gli ha detto con pieta' del accordo di tre sorelle, e gli ha chiesto di non venire piu'. Lui e' venuto dopo con la sua nave che portava il nome di Rina. Jerko guardava dal mare la casa che la gente ha chiamato "la prigione dell'amore". Le sorelle hanno rinunciato al loro amore e si sono chiuse nel silenzio della loro casa. 

Un giorno, dopo aver perso tutta la speranza, Jerko e' andato a un lungo viaggio da cui non e' mai lontano, dove si sono successe tante brutte cose. il dolore ha unito le sorelle, che hanno cominciato a pregare per Jerko, l'hanno chiamato con il suono della cetra. Lui non li poteva sentire, perche' i morti non si alzano dalla tomba. Questo suono  e' stato familiare ai cittadini di Bocca di Cattaro e indicava tristezza. Gli anni sono passati, ma le sorelle hanno perso ogni speranza, ma la morte ha bussato anche alla loro porta. Filomena e' morta prima e le sue ultime parole erano:"Jerko, vita mia, ti amo" le altre due sorelle hanno chiuso con pietra la sua finestra, perche non poteva piu' guardare dalla finestra il mare. Le altre due sorelle speravano ancora, credevano che verra' finalmente il loro giovanotto a cui pensavano sempre. Dopo e' morta anche Graziana, con le stesse parole sulla bocca. E' rimasta solo Rina che ha chiuso con la pietra anche la sua finestra per non guardare piu' il mare. Lo stesso e' successo anche a Rina un girono, ma non c'era nessuno che poteva chiudere la sua finestra. 

Anche oggi, questa casa, con le due finestre chiuse e una finestra che e' anche oggi aperta, parla di amore sfortunato di tre sorelle di Prcanj. La casa, triste e abbandonata. e' un simbolo di Prcanj, e' un posto oggi che attira molti turisti. 

Si crede che, dalla finestra che e' ancora oggi aperta, nelle notti di forte vento, apparisca Rina e dice:"Jerko, caro stai attento, ti aspetto, tu sei mio amore, Rina"

 

 

 

 

 

 

 

 

motto tre sorelle             

Nina Drakulić, Katarina Borozan, Tamara Borozan

 

                                                          Classe VIII – 4

Scuola Elementare “Njegoš” Cattaro/Kotor, Montenegro

 

Questa e la storia di San Trifone- il protettore di Cattaro. . .

Tanto tempo fa alcuni mercanti Veneziani, viaggiando verso est erano sbarcati nella Kampsada, nella piccola Frigia, il posto del beato martire Trifone. Dalle varie storie sentite, hanno scoperto che quello era il posto dove si trovava il sacro corpo di San Trifone. Quasi subito hanno deciso di prenderlo e con tutto il dovuto rispetto di portarlo con loro sul veliero.
Volevano portarlo nella loro patria come hanno portato anche il corpo dell'Evangelista.
Tutto andava bene, finche per sbaglio non erano arrivati nella città di Cattaro, quando loro pensavano di essere sbarcati a Venezia. Volevano proseguire a Venezia. Volevano proseguire ma il tempo non glielo permetteva. Poi hanno capito che restare in quella città era la volontà del beato martire.
Non sapendo cosa fare hanno chiesto aiuto al Santo Padre.
Anche dopo la preghiera, il cielo ha risposto ancora con suoni e fulmini. E’ stato allora quando hanno capito che Cattaro era la citta` giusta per adorare il beato martire San Trifone.
Avevano deciso di portarlo dentro le mura della citta`, ma come sempre la volontà del santo è stata decisiva. Si era fermato subito sulla porta della citta` il più anziano dei marinai si era arrabbiato e ha cominciato a dire parole offensive.
Il martire lo ha punito unendogli bocca ed orecchie. Però la gente con la preghiera chiedeva di guarire il povero marinaio se no, non lo avrebbero adorato.
Un cittadino, un certo Andreaci Saracenis, uomo di grande merito, aveva regalato ai marinai molte cose costose.
E’ stato proprio lui che ha costruito la chiesa in onore del beato martire trofone. Da allora fino ad oggi, circa 12 secoli, San Trifone e considerato il santo protettore di Cattaro !

 

 



 

motto principesse

Milica Pavićević, Sara Ivanović, Sonja Milivojević, 

  Milica Tomović, Sara Cerović

 

                                                          Classe VII – 3

Scuola Elementare “Njegoš” Cattaro/Kotor, Montenegro

 

                                            La favola della maravigliosa porta

 

        C’era una volta in citta di Cattaro un ricco uomo.Tutti hanno pensato che lui era felice,pero’ no perche’ non ha avuto nessuno con chi potrebbe dividere sua ricchezza.Lui ha vissuto nella lussosa casa nel Cattaro.Quando ha sentito che sua morte e’ vicina lui ha annunziato la notizia che dice che nella sua casa c’e’ una segreta camera con la meravigliosa porta.Quello che aprira’ questa porta ereditera’ tutta sua ricchezza.Ancora, realizerà suo grandissimo suono.Si sapeva dove e’ questa porta pero’ non come si apre.  Arivava la gente da tutte le parti del mondo per aprire la porta, pero’ nessuno non ha riuscito.Unico aiuto per aprire la porta era indovinello che diceva:

       „Fuoco l’ha fucinato,fuoco gli aprira“.

           Un giorno e’ arrivato al Cattaro giovane fabbro.Quando ha sentito della storia della maravigliosa porta il fabbro e’ andato a provare aprirla.Quando e’ arrivato ha visto quel messaggio. Nessuno ha saputo che significa quel messaggio,pero’ questo giovane fabbro si e’ ricordato della storia del suo nonno.La storia parla delle chiavi che sono battute con il fuoco del dragone.In Cattaro era un dragone che viveva nella grotta.Il fabbro ha deciso di sentire il suo cuore e lui e’ andato a grotta.Il viaggio per la grotta era rischioso e faticoso ,ma e’ valsa la pena.

             Quando il giovane fabbro e’ entrato nella grotta ha visto il dragone.Il dragone ha dormito.Il fabbro ha cercato al dragone e ha cavato il piumo dal sua testa.Con il piumo lui ha solleticato il dragone al suo naso.Allora,il dragone ha cominciato starnutire e ha vomitato il fuoco.Con l’aiuto del fuoco di dragone il giovane fabbro ha battuto la chiave.

               Con questa chiave,fabbro e’ ritornato a casa con la maravigliosa porta.Lui e’ arrivato fino la porta e l’ha aperto.Il giovane fabbro era molto felice.Tutta ricchezza era sua, pero’ non solo ricchezza,a lui ancora ha realizzato il suo grande sogno, la’ c’era bellissima ragazza.

                Il giovane fabbro e bellissima ragazza, piu’ tardi sua sposa,con la tutta ricchezza vivevano felici moltissimi anni.

        

 

                                                                                  

motto tre amiche             

Maša Šakotić, Jovana Gojković, Milica Soković

 

                                                           Classe VIII – 4

Scuola Elementare “Njegoš” Cattaro/Kotor, Montenegro

 

 

LA  LEGGENDA  DI  TRE  SORELLE

 

     Molto tempo fa,nella famiglia di Bucia,sono nate tre bambine. Il loro padre,un uomo ricco che era felice per avere tre principesse,ha deciso di costruire una casa a Prcanj,un posto piccolo vicino a Cattaro, perché le ragazze,quando cresceranno,potessero viverci insieme ai loro sposati. La casa era costruita sulla parte più bella di spiaggia,da dove si distende la vista molto carina su tutto il golfo. La montagna di Lovcen e la città di Cattaro. Il padre non rimpiangeva i soldi che ha dato per la costruzione di questo insolito edificio,volendo dare alle sue bimbe un regalo più bello possibile.

     Nel frattempo,le sorelle Bucia sono cresciute e diventate tre più belle donne giovani da queste parti del golfo. La sua famiglia stava dicendo loro che non si affrettassero a sposarsi,perché erano molto ricche e belle e molti uomini si interessavano di loro. Così sono state sole per lungo tempo,perchè nessuno riusciva ad accendere il fuoco dell’amore e passione nei loro cuori.

     Un giorno è successo qualcosa di molta importanza per loro tre. A Prcanj è venuto un bel navigatore,Jerko.Quando Filomena,Graziana e Rina l’hanno visto,si sono innamorate cotte di lui e hanno detto,tutte e tre,ognuna per se:”Questo e l’uomo per me,l’unico che potrei amare.” Le parole non sono cadute dalle loro labbra,però sono rimaste tra i muri della loro casa che la gente chiamava “Tre sorelle”. In quel momento nessuna di loro non ha neanche pensato che le altre due si sono innamorate dello stesso ragazzo. E Jerko..A lui è piaciuta solo Rina. Sempre quando aveva tempo libero,veniva con la sua piccola nave a vedere la sua bella Rina. E mentre lei stava con suo fidanzato,le altre due stavano gelosissime..

     C’erano tanti momenti quando Graziana e Filomena rimpiangevano il loro maledetto destino e il giorno quando si sono innamorate di quel ragazzo.

     Quando Rina ha scoperto che le sue sorelle sentivano per Jerko lo stesso che sentiva lei,ha deciso di lasciarlo,perché non poteva guardare la loro disperazione. Gli ha detto la sua decisione e tutte e tre si sono messe d’accordo di passare il resto della loro vita nella sua parte della casa. Jerkoè venuto dal viaggio e Rina gli ha detto che cosa hanno deciso. Anche lui era triste,però non poteva fare niente. Ogni giorno veniva e si fermava davanti alla loro casa che adesso veniva chiamata “La prigione dell’amore”. Le sorelle lo guardavano dalle finestre,preoccupate e innamorate,e lui guardava loro. Se avessero detto una sola parola,se gli avessero dato un solo segno,sarebbe venuto subito. Però, il voto che hanno dato è rimasto più forte della passione.

     Un giorno, quando ha perso tutta la speranza, Jerko è andato in viaggio con la sua nave e non è tornato mai più. E là,in lontananza è morto. Le sorelle pregavano per lui ogni giorno,lo chiamavano con il suono delle loro cetre,ma lui non poteva sentirle.

     Anche se gli anni sono passati molto velocemente  le sorelle speravano ancora che un giorno lui apparisse in tutta la sua bellezza. Non si sono nemmeno accorte che la vecchiaia è venuta,e la morte ha bussato alla porta. Filomena è morta prima. Le sorelle hanno chiuso la sua finestra con le pietre. Non c’era nessuna ragione per lasciarla aperta sul mare, perchè non c’era più nessuno che potesse guardare da essa. Graziana e Rina hanno continuato ad aspettare. E sperare.. È venuto il giorno della morte di Graziana. Anche lei voleva che la sua finestra fosse chiusa. E Rina l’ho fatto. È rimasta solo una finestra aperta,quella dalla quale Rina guardava il mare,sedendosi accanto e aspettando. Alla fine è morta anche lei. Non ha accolto il suo caro.. Poiché era l’ultima vivente della famiglia,nessuno ha chiuso la sua finestra.     Ora,la casa di Tre sorelle sta in piedi da sola sull’ingresso a Prcanj .Essa è una evidenza della storia incredibile di tre sorelle e la loro amore infelice per lo stesso ragazzo. La gente dice che nelle notti con il vento forte,che si chiama scirocco,alla finestra aperta apparisce Rina che sussurra : “Jerko,caro,guardati..”

 

 

 

motto le ragazzine                

Jelena Kovačević, Andjela Kiković, Dijana Kašćelan

 

                                                            Classe VIII – 3

Scuola Elementare “Njegoš” Cattaro/Kotor, Montenegro

 

C’ERA UNA VOLTA…

       C’era una volta un contadino che viveva in un piccolo villaggio vicino a un bosco denso. Lui coltivava il suo campo tranquillamente e aveva tanta frutta e verdura,però il suo amore più grande era il suo giardino con i fiori bellissimi che si trovava dietro la sua casa. In quel giardino c’erano tante piante,tanti fiori,tanti colori e profumi. Lui scendeva nel suo giardino,si godeva ad annaffiarlo ed a piantare nuovi fiori. Tutti nel villaggio lo amavano perchè era una persona semplice,buona e generosa. Ogni domenica portava alle signore del villaggio un mazzo di fiori dal suo giardino. Ogni domenica il mazzo era diverso e tutte le signore lo aspettavano impazienti.

      Ma una domenica il contadino non è venuto. Tutti erano preoccupati e meravigliati. Hanno deciso di andare a trovarlo alla sua casa. Quando sono arrivati hanno trovato un disastro. Tutto il giardino dei fiori era distrutto .Il povero contadino era disperato,piangeva e non voleva parlare. La gente ha capito che qualcosa o qualcuno ha rovinato il giardino. In un angolo del giardino hanno visto un buco. Dal buco è uscito un grande serpente magico che gli ha detto che è stato egli a distruggere il giardino perchè il contadino ha dimenticato di portarlo a casa sua cioè lassù in montagna dove c’era il sorgente. Il serpente era molto brutto, pesava 80 chili ed era lungo 12 metri. Gli uomini del villaggio hanno deciso di portarlo a casa sua vicino al sorgente su in montagna. Gli sono voluti tre giorni e tre notti per portarlo lassù. In questi tre giorni non hanno ne dormito,ne mangiato. Erano stanchissimi quando sono arrivati al posto. Là il serpente gli ha ringraziato e quando lo hanno messo sulla terra il serpente si è trasformato in una bella ragazza. Tanti anni fa una vecchia strega l’ha incantata perchè le dava il fastidio la sua bellezza e la sua bontà. I contadini erano felici per quello che è successo. Hanno deciso di portare la ragazza di nuovo al villaggio.

     Quando sono tornati hanno visto che il giardino del contadino era come prima,con tanti fiori e profumi. La ragazza è restata a vivere con il contadino e l’ ha aiutato a prendersi cura del giardino. Da quel tempo tutti vivevano felici e contenti,sempre con un mazzo di fiori ogni domenica.

 

motto l’ultima canzone di lei 

Ana Buzdovan, Nikoleta Savić

 

Classe VIII – 4

Scuola Elementare “Njegoš” Cattaro/Kotor, Montenegro 

 

 

Madonna dello Scapolare 

 

    Dopo una grande tempesta nel golfo della Bocche di Cattaro,il mare si è calmato. Era una giornata perfetta per i pescatori. I noti pescatori di Perast,i fratelli Martesici cercando una frotta dei pesci, hanno notato un oggetto che illuminava con un strano splendore emergendo dal mare azzurro.Presto hanno cominciato a remare e hanno visto che ciò era l’icona della Madonna.

    L’incontro tra i pescatori e l’immagine sacra è accaduto vicino all’isola di San Giorgio. I pescatori religiosi hanno tolto il cappello,hanno detto la preghiera al Dio e alla Madonna e hanno portato l’icona con sè. In quel momento il mare si è tranquillizzato e il cielo si è schiarito. Ai pescatori l’icona rappresentava tutto,una cosa che non si poteva paragonare con nient’ altro nella vita.

    La gente di Perast hanno compreso questo come la provvidenza del Dio e il desiderio della Madonna che le sue immagini sacre si domiciliavano qui per sempre.

    La gente nobile,i famosi capitani,padroni dei molti velieri si sono messi d’accordo di estendere la piccola isola e di costruire la chiesa nell’onore della Santa Maria della Vergine. Hanno cominciato a condurre e  affondare le navi vecchie e dopo costruire un argine con le pietre.

    La gente di Perast,dopo questo,non ha smesso I propri lavori,bensì i noti marinai volessero costruire una chiesa degna della propria stima e della stima della Madonna. Presto è stata costruita la chiesa della Madonna dello Scapolare. Come hanno cominciato allora,ancor oggi è rimasta l’abitudine di portare le pietre intorno l’isola artificiale per rinvigorirla e assicurarla.

    La gente di Perast ha promesso di adempire il proprio dovere fino a quando esisterà la città, cioè per sempre!