ALTRI TEMI PARTECIPANTI

 

ELEMENTARI – LAVORI INDIVIDUALI

 

 

                  IVONA ŠTOKOVAC                     

 Motto Giona ‘ 93   

                             

Classe VI

Scuola elementare Italiana “ Galileo Galilei “ Umago

 

 

Io amo i dolci. A me piace quando mia mamma fa il Tiramisu'.Quando vado a pranzare o cenare  dalla mia nonna sempre ,dopo aver mangiato,mi attira verso la cucina un profumo delizioso.Quando mia nonna ha tempo in cucina la aiuto a preparare qualche dolce o torta. Quando sento uscire  quel buon profumo dal forno mi viene voglia di mangiare il dolce o torta anche se non e' ancora fatto.Quando sento che mia nonna sta per preparare qualcosa di buono corro su per le scale come un razzo. Quando io festeggio il mio compleanno mia nonna prepara cose molto deliziose, che poi non resta piu' niente nei piatti perche' tutti mangiamo sempre tutto.

 

RICETTE:

 

 Torta alle pesche:in una ciotola,con un cucchiaio sbattete le uova con lo zucchero sciogliendolo bene. Aggiungete la farina,la scorza grattuggiata del limone, la vanilia e il latte. Con la Pasta Frolla foderate una tortiera lasciandola nella sua carta antiaderente. Riempite con il composto di uova e latte e unite le pesche tagliate a meta' e denocciolate, lasciandole affondare nella crema Infornate a 180gradi per mezz'ora e servite freddo o tiepido. Nelle stagioni povere di frutta fresca, si puo' utilizzare frutta sciroppata al posto della frutta fresca.

 

Zufoli al cioccolato: srotolate  la Pasta Frolla Sottile e dividetela in 6 parti. Al centro di ogni quadrato di pasta disponete le gocce di cioccolato dopo averle mescolate in una ciotola con la marmellata. Arrotolate e disponete su di una teglia foderata con la carta antiaderente che avvolgeva la pasta. Infornate a 180gradi per 20 minuti. Nel frattempo fondetae a bagnomaria (o al microonde)il cioccolato assieme al burro.A cottura ultimata ,immergete gli zufoli di pasta frolla nel cioccolato per un terzo della lunghezza e mettete a raffrweddare su di una  teglia con carta da forno.

 

Mezzalune alla ricotta e cioccolato: in una ciotola lavorate la ricotta con lo zucchero fino a che risulti liscia e lucida.Unite i tuorli d'uovo ,il cioccolato,la scorza grattuggiata, del limone e un pizzico di cannella. Srotolate la Pasta Frolla Sottile, ritagliatela in 4 parti e disponete eil ripieno nella  parte piu' larga. Arrotolate formando una mezzaluna, spolverizzete con zucchero a velo e infornate a 180gradi per 20minuti circa. Servite spolverizzando con zucchero a velo.

 MIA NONNA SA FARE ANCORA MOLTI ALTRI  DOLCI , COME PER ESEMPIO : LE FRITULE CHE SONO TIPICHE ISTRIANE.

 


 

                                 LORI BANJAC                              

Motto Lori ' 93   

                                      

Classe VI

Scuola Elementare Italiana  „ Galileo Galilei „ Umago

 

Finite le lezioni mi recai dalla nonna. La sera prima l'avevo chiamata e mi pareva triste. Le chiesi cosa era successo e lei mi rispose che si sentiva disperata perché non l'avevo visitata da parecchio tempo. Allora la mamma mi propose di andare a  visitarla dopo la scuola.

Arrivata dalla nonna ci abraciammo e le dissi:

-         Non devi sentirti male per causa mia. Ho tanti impegni e tanto da studiare- e lei mi rispose:

-         Va bene, ma ogni tanto telefonami oppure vieni a trovarmi.-

Mentre parlavamo ho annusato un magnifico odore che proveniva dalla cucina. Chiesi alla nonna cosa preparava e lei mi rispose:

-         Sto preparando il minestrone col granturco.-

Siamo andate in cucina a vedere come procedeva il pranzo. Quando ho visto che bell'aspetto ha la minestra le chiesi:

-         Nonnina, mi potresti spiegare come sei riuscita a preparare un minestrone cosi buono e di un aspetto cosi splendente?-

-         Certo cara, apri bene le orecchie:

 

Prima di tutto ti serve: 250 g di fagioli, ¾ spighe di granturco, 300 g di porchetta secca, 300 g di patate, 50 g di pasta, una carota, un aglio, un po' di pancetta

sale, pepe.

 Stupita di tanti ingredienti le dissi:

-         Nonna, e tu, come riesci a ricordare tanti ingredienti e dopo tutto anche come si prepara?-

-         Ragazza mia, quando ero piccola, mia nonna e mia mamma sapevano più ricette che io adesso. Se sapessi quante volte ho fatto e rifatto il minestrone, che neanche io so il numero.-

Il minestrone continuava a bollire e noi a parlare.

Poi la nonna mi spiegò il primo passo di preparazione-

-         Con ¾  spighe di granturco togli i chicchi, 2 spighe spezza a meta e tutto quanto metti in una pentola. Aggiungi i fagioli e la porchetta secca, la pancetta, aglio e un pochino di sale. –

Mentre la mia nonna mi spiegava, continuamente guardavo il pentolone col minestrone.

La nonna si fermò un attimo per controllare se tutto procedeva bene nel pentolone e poi continuò:

-         Riempi il pentolone fino la fine con l'acqua e lascia che bolla sul fuoco circa 2 ore. Aggiungi alcune patate tagliate a quadrattini. Cucina affinché le patate non siano cucinate e alla fine aggiungi ancora un po' di pasta e cucina ancora 15 minuti. -

Quando la mia nonna finì di parlare, io le chiesi ancora alcune mie curiosità, e poi mi avvertì:

-         Questo che adesso ti ho raccontato è per 4 persone. La cottura dovrebbe durare circa meno quasi 140 minuti. –

E poi avevo un dubbio. Ma se lei mi ha detto che questo è per quattro persone e noi siamo in tre ( nonna, nonno e io) chi ancora dovrebbe venire?-

Ma appena finita la frase sentii qualcuno entrare dalla porta principale.Era mia madre. Quando la vidi sapevo che si erano messe daccordo per tutto questo, ma non ero arrabbiata perché ho imparato come si prepara il minestrone e in fin dei conti ero felice.La nonna mi propose di fare le frittole e che mi avrebbe detto anche come si preparano e io risposi di si.

Per prima cosa devi prendere:2 uova, 3 cucchiai di zucchero, 2 sachetti di zucchero di vanilia, 12 cucchiai di farina, 0,2 dcl di yogurt, 1 sacchetto di lievito per dolci, 0,1 l d' acqua minerale, 1 cucchiaio di rum, 2 cucchiai di grappa, Sale, crosta di limone o arancia. 

Poi la mamma mi disse di non disturbare la nonna ma la nonna voleva che io la aiutassi, cosi continuai. Chiesi alla nonna quanto durava la cottura e lei mi rispose circa 30 minuti.

Poi la nonna mi spiegò come si preparava :

Nella farina aggiungi tutti gli ingredienti secchi e mischia tutto assieme. Aggiungi lo yogurt, uova, rum e grappa. Rimischia tutto dinuovo. Con la neccesità aggiungi l'acqua minerale, ma io penso che a te non ti serva proprio. Infine aggiungi la crosta di limone. Le frittole prendi con un cucchiaino e metti le a friggere nell'olio quando e caldo. Le frittole sono fritte appena quando cominciano a girare da sole. –

Finito il dolcetto ci siamo sedute al tavolo e abbiamo assaggiato il minestrone. Era buonissimo. Non avevo mai mangiato un minestrone cosi buono. Lo abbiamo mangiato tutto e alla fine siamo passati sulle frittole, erano anche loro buonissime e avevano un sapore buonissimo.Quando io e la mamma ci salutavamo dai miei nonni io replicai: -         Un altra volta mi impari a cucinare la jota!!!!!!!!!!!!!!! –

 


 

 

                 TANJA KOCIJANČIĆ                  

Motto Leone ' 93   

                           

Classe VI

Scuola Elementare Italiana „ Galileo Galilei „ Umago

 

L' altra mattina mi svegliai  scendendo le scendendo giu' per le scale, sentii un buon profumino e subito immaginai che mia mamma stesse facendo il brodetto. Corsi subito in cucina e dissi ala mamma se mi potessi insegnare come si fa a cucinarlo, e lei mi disse di si', ma prima dovevo vestirmi e lavarmi.

Dopo dieci minuti mi presentai davanti a mia mamma molto felice perché non vedevo l' ora che mi impari a fare il brodetto.

Mia mamma comincio': Tanja, non e' molto complicato ma stai molto attenta. Come prima cosa bisogna rosolare la cipolla sull' olio d' oliva, poi bisogna tagliare l' alio in piccoli pezzettini e metterli nella cipolla, quando e' quasi fatta.Poi si aggiunge la conserva di pomodoro, il tutto si mescola per un po', finché alla fine si aggiunge l' acqua. Nell' acqua si aggiunge un po' di veghete, sale, pepe, lavarno, rosmarino, prezzemolo (tagliati a pezzettini). Quando il tutto comincia a bollire si aggiunge il pesce e se hai i granchi. Alla fine si aggiunge un po' di pane grattuggiato, e un po' di vino bianco.Stavo molto attenta alla ricetta che la mamma mi diceva. Ero molto interessata, e addiritura la avevo aiutato a preparare quella pietanza prelibata.Alla fine la mia mamma mi aveva ancora detto: Tanja, se in futuro cucinerai il brodetto, ricordati che piu' pesci e piu' granchi si mettono dentro piu' il tutto sara' buono.Per pranzo avevo mangiato tre piatti di brodetto, perché era veramente squisito.

 


 

            MARKO KODILIJA                  

             Motto Calciatore '93                      

 

Classe VI

Scuola Elementare Italiana „ Galileo Galilei „ Umago

 

 

Quando vengo a casa da scuola ho sempre una fame da lupi. Un giorno, prima di entrare in casa, da fuori ho sentito un buon odorino. Mi è venuta subito l'acquolina in bocca. «Mamma, mi spieghi come si cucuna la polenta e il sugo?».

Allora la mamma iniziò il suo racconto. «Far bollire un litro di acqua con sale, mettere la polenta e cucinarla a fuoco basso mescolando in continuazione per circa 45 minuti. Servirla calda su un piatto e tagliarla con un filo.

In una padella, rosolare su olio d'oliva una cipolla tritata. Mettere i pezzetti di carne di cinghiale, sale, pepe, un dado e alcune di alloro. Rosolare per bene con aggiunta di acqua. Versare del vino rosso, poi la passata di pomodoro e lasciare cuocere finché l'acqua si consuma e la carne diventa morbida. Se il sugo non è abbastanza denso, si mette un pò di farina sciolta in un bicchiere di acqua.».

È così che la mia mamma cucina la polenta e il sugo.

 


 

                       LISA BALANZIN                          

                                   Motto Tennis 5                                         

 

Classe VI

Scuola Elementare Italiana „ Galileo Galilei „ Umago

 

 

Ogni mattina quando vado a scuola, saluto mia mamma e le dico: ˝Oggi mangerei lasagne fatte in casa, oppure pasticcio, o gnocchi con la marmellata che mi piacciono tanto. ˝ E cosi` al ritorno dalla scuola, prima di aprire la porta di casa, sento già un profumino che mi fa girare la testa. E dopo pranzato mi dice sempre: ˝Ti è piaciuto? ˝. E io sorridendo le rispondo: ˝Cosa hai messo dentro?˝. e come al solito mi risponde:˝Niente di speciale˝. Ma io sò che quando mi dice così, qualcosa di magico ha sperimentato. Così al sabato e alla domenica cerco di stare assieme a lei in cucina. Mentre la guardo, penso che è facile a ordinare i miei piatti preferiti, però ci vuole tanta pazienza e tempo. Ma soprattutto ci vuole tanta fatica a prepararli. Cerco di aiutarla, cosi imparo tante cose. Mi dà tanti segreti che io scrivo sul mio quadernetto; come ad esempio, mi dice sempre: ˝Ricordati di aggiungere della noce moscata alla besciamella, avrà tutto un altro sapore. Non dimenticare di mettere il rosmarino al sugo o all'arrosto. Per le bistecche di maiale, due foglie di alloro e un po di vino bianco.˝

Sapori da leccarsi i baffi. Adesso vi dò una ricetta tipica istriana: LASAGNE AL TARTUFO.

Ingredienti:

 Preparazione: sul tavolo mettere la farina, le uova, il sale e l'acqua. Ottenuta la pastella, stenderla col mattarello in modo da ottenere una sfoglia e arrotolarla e tagliarla da una larghezza di 1 cm. Lasciarla ada sciugare. Intanto mettere a bollire una pentola piena d' acqua. Quando l' acqua bollirà, versare le lasagne e mescolare,aggiungere un po' di sale. Quando salgono in superficie, togliere dal fuoco e versare in una terrina con il burro, tartufo grattuggiato e parmigiano a volontà.

Cosi` ci sono dei segreti anche per i dolci. Ogni ricetta ha un suo sapore. Per fare le torte bisogna mescolare l' impasto sempre da una parte e con il cucchiaio di legno. Per i dolci il succo di limone è fondamentale, oppure grattuggiato. Un po' di rhum, e un pizzico di cannella da un altro sapore. Vi dò un altra ricetta istriana:

 

I CROSTOLI

Ingredienti:

 Preparazione: sulla tavola mettere la farina, le uova, le vaniglie, il limone grattuggiato, rhum, margherina, zucchero, mezzo bicchiere di vino bianco e un po' di sale. Impastare il tutto estendere la sfoglia e tagliarla a striscie. Fare il fiocco, e cuocerle nell' olio caldo per 2-3 minuti. Tolti dall' olio, cospargere sopra dello zucchero a velo.

BUON  APPETITO !!!

 


 

                       DEBORA MOSCARDA                   

 Motto Dede

 

Classe VIII

Scuola Elementare Italiana „ Giuseppina Martinuzzi „ Pola

 

Curiosando tra le ricette tradizionali del mio paese, quella che secondo  me è la più strana e particolare è la “polenta con le cioche” ovvero la polenta con le lumache.

Molte sono le persone che al sentire questa ricetta rimangono stupite e in  faccia gli si legge che non proverebbero mai una cosa del genere. Però ci sono anche quelle persone (e che a mio avviso sono in maggioranza) alle quali tale piatto piace molto. Infatti, ogni anno il 15 agosto, giorno di Ferragosto, si tiene  “la festa dele cioche” (festa delle lumache). A questa festa si vendono moltissimi piatti di polenta  con un biglietto della lotteria così che a fine serata viene estratto il biglietto vincente e il suo proprietario ha l’ onore di ricevere la “cioca d’ oro”.

Ah,  stavo scordando la cosa più importatnte: la ricetta. Per fare questa specialità non devono mancare le cioche, che però non sono quelle comuni reperibili negli orti o nei giardini, ma queste lumache stanno sotto terra ed escono soltanto quando piove. Si possono facilmente distinguere da quelle comuni grazie al colore, perché esse sono di un marrone scuro, quasi nero. Poi bisogna avere la polenta, il pomodoro, la cipolla, la menta selvatica, il sale, l’ acqua,il pepe e l’ olio.

Dapprima si deve preparare il sugo facendo friggere la cipolla, mettendo poi le lumache e tutti gli altri ingredienti che ho sopra elencato. Tutto ciò dovrà cuocere a fuoco lento per circa tre ore ( aggiungendo naturalmente qualche piccolo segreto di colui che lo prepara) e poi la polenta sarà pronta per essere servita a tavola. Dopo aver parlato di questo piatto mi è venuta l’ acquolina in bocca perché  è uno dei miei piatti preferiti.

Consiglio quello di provare “la polenta con le cioche” perché è buonissima. Buon appetito!

 


 

VALENTINA SLIPČEVIĆ      

Motto: Spongibob

 

Classe VIII

                                                                                      Scuola Elementare Italiana “Giuseppina Martinuzzi“ Pola

 

Il giorno delle nozze della nipote di mia madre ricordo d’essermi svegliata grazie a un buon profumino che  giungeva fino  alla mia camera da letto. Feci un balzo e mi alzai dal letto correndo  in cucina per scoprire l’ origine di quella delizia. Scoprii che ad emanare quell’aroma era un dolce dal colore dorato, in quel momento anche illuminato dal sole, e dalla forma antica e intrecciata messa in cerchio, vagamente assomigliante alla corona delle regine. Guardai incuriosita la mamma la quale mi spiegò che quello era “Il dolce degli sposi” il quale conta una lunghissima tradizione in Istria e la cui ricetta è molto povera, bastano soltanto pochi ingredienti: un chilogrammo di farina, venti grammi di lievito, tre uova, ottanta grammi di zucchero, tredici grammi di sale e sei decilitri d’ acqua. La sua preparazione è semplice:si immerge il lievito in mezzo bicchiere d’ acqua nel quale si aggiunge un po’ di zucchero e si lascia riposare per dieci minuti. Si unirà poi il lievito alla farina e allo zucchero. Il tutto dovrà  riposare per altri dieci minuti. In seguito al composto si unirà lo zucchero rimasto, il sale, le uova e l’ acqua. Dopo  mezz’ ora circa l’ amalgama verrà diviso  in tre parti allungate le quali daranno origine a una treccia. Quest’ ultima verrà poi disposta a cerchio in una teglia imburrata e spennellata con del tuorlo d’ uovo, origine del suo colore dorato. Dopo un’ ora di cottura nel forno alla temperatura di 2oo gradi il dolce è pronto.

La ricetta così è stata svelata, ma ciò che è più interessante è il modo nel quale è giunta sino ai giorni nostri: tramandata oralmente da  generazione in generazione. Infatti la sue origini sono antichissime..

Quando in paese si celebrano le nozze e gli sposi sono  in possesso del dolce in questione, la tradizione vuole che esso venga lanciato oltre il tetto della casa di modo che in questa maniera porti fortuna  ai due giovani . Se mi è permesso esprimere la mia opinione dirò che è un vero peccato buttarlo, poiché il suo sapore è buonissimo

Mia mamma non m’ ha voluto svelare tutti i segreti per prepararlo, ma uno sembra  sia chiaro: l’ atmosfera magica lo rende ottimo.

Mia nonna l’ ha preparato per molti matrimoni e sembra che l’ unica volta che il dolce non le è riuscito, la sposa abbia lasciato lo sposo. Sarà una coincidenza o il dolce porta fortuna davvero?

 


 

CHIARA JURIĆ      

Motto: Scura

 

 Classe VII

                                                                                  Scuola Elementare Italiana “Giuseppina Martinuzzi“ Pola

 

Benvenuti al ristorante “Che magnada”. Vi presentiamo il menù del giorno. Come primo una “leggerissima” minestra “de pasta e fasoi” con “luganighe”. Giusto un “ fondin” per farvi conoscere la nostra cucina. Come secondo abbiamo preparato  un piatto di “fusi col sugo de carne”. I fusi sono un tipo di pasta fatta in casa, buoni da leccarsi i baffi. Se non avete i baffi avete a disposizione un ottimo “brodeto de pese”. Prima si mangia il sugo con il pane e poi si gusta il pesce per evitare eventuali incidenti  con la lisca (filosofia di mio padre). Vi offriamo anche dei buonissimi “capuzi garbi” accompagnati dal “ brodeto”( chi ha detto che non vanno bene assieme?). Sono davvero ottimi.

Se gradite un dessert abbiamo preparato delle “fritole”: leggere, con pochissimo olio, sostanziose e saporite. Nel caso non vi piacesse l’uva passa, potete gustare delle deliziose “palacinche” farcite a seconda dei gusti che possono variare dal cioccolato fino alla marmellata o alle noci. Non ultimo e da trascurare il ripieno al formaggio dolce.

Per cena abbiamo pensato di farvi gustare  un’ opulenta “jota”, ottima nel caso abbiate tanta fame, ed ancora più buona se l’ accompagnate al pane raffermo (teoria di mia nonna, cresciuta durante la guerra: “Magna pan! Magna col pan! Magna col pan…)

Non siete ancora sazi? Un po’ di “pinza” è quello che fa per voi ( Non siamo sotto Pasqua? Che c’ entra?)

Speriamo che abbiate gradito la nostra cucina e che non vi lascerete scappare una vacanza da favola nel nostro ristorante. Vi faccio presente che è gestito da una tredicenne e per ogni sicurezza portatevi una buona scorta di camomilla contro eventuali mal di pancia.

 


 

 ROBERTA SANDRI      

 Motto: Beta

 

  Classe VIII

                                                                                 Scuola Elementare Italiana “Giuseppina Martinuzzi“ Pola

 

Mi sveglio la mattina presto, guardo l’orologio e vedo che è ancora troppo presto per alzarmi. Non sono stata svegliata da un rumore o dall’abbaiare del cane, ma dal profumino che arriva dalla cucina. Mi alzo mezza addormentata e vado a vedere cosa sta cucinando la mamma per pranzo. Lo sapevo, solo una cosa può avere un odore così buono: gli gnocchi. E invece della mamma trovo la nonna e le chiedo se posso aiutarla. Lei accetta prontamente, dicendomi che “l’acqua per le patate la xe sul fogo e la sta per boir e quando che le patate sarà fate faremo un paston con lore e la farina e ti ti li farà rodolar che i vegni bei”.  Finito il mio compito la nonna mi dice: “ Ara che deso che i xe tuti bei fati bisogna butarli in acqua che i se cusini, se no ti li vol magnar crudi!”

Una volta cotti ci abbiamo versato sopra dell’ ottimo sugo. Solamente la nonna lo sa fare così.

Ho parlato degli gnocchi perché sono ottimi e anche facili da fare. Questo piatto di solito lo mangio alla domenica quando la nonna viene da noi. Provatelo!

 


 

 MIA BONAŠIN      

Motto: Aquila

 

Classe VI

                                                                               Scuola Elementare Italiana “Giuseppina Martinuzzi“ Pola

 

Sto sbirciando in cucina, come di solito amo fare. Sul tavolo trovo un foglio e noto degli ingredienti: chissà a cosa serviranno? Niente titoli ma trovo scritto: farina, uova, zucchero, latte, burro, zucchero vanigliato, sale e ammoniaca. Ammoniaca? Ma non si prepara niente con l`ammoniaca, serve per pulire!

         Arriva la nonna portando gli ingredienti e io le chiedo che cosa stia preparando. La nonna, senza indugiare, mi risponde che farà dei biscotti. Posa sul tavolo tutti gli ingredienti, compresa una bottiglietta il cui contenuto mi è sconosciuto. Prendo la bottiglietta e la annuso, quindi chiedo: ˝Ma che cosa devi pulire, nonna?˝. Lei, con una risatina, mi risponde che avrebbe fatto dei biscotti. ˝Biscotti con l`ammoniaca?˝ chiedo stupita, ˝nonna, hai intenzione di avvelenare la famiglia?˝. Mi risponde che questi biscotti vanno preparati secondo un`antica ricetta istriana, che prevede l`uso di ammoniaca speciale, che si trova in farmacia.

          Seguo attentamente la procedura: prima di tutto mescola le uova con lo zucchero e io di nascosto ci infilo un ditino per assaggiare…uhm, buono! Lei, nel frattempo, sta mescolando in una terrina latte, sale, zucchero vanigliato, burro e ammoniaca. Questo composto invece non lo assaggerò… Poco dopo aggiunge la farina e mescola tutto assieme, creando un composto omogeneo che bisogna lasciare riposare per una decina di minuti. Muoio dalla curiosità di sapere il nome di questi biscotti, Si chiamano cukerančići cioè zuccherini!

         La nonna cosparge di farina la grande tavola di legno dove comincia ad allungare con il matterello un pezzo dell`impasto fino a farlo diventare sottile sottile. Ora entro in scena io: devo tagliare la sfoglia seguendo le istruzioni della nonna. Ritagliati i futuri biscotti, lei li posa su di un grande vassoio e li inforna. Il mio compito non è ancora finito. Mi manda dal nonno a prendere un po` di grappa...altro mistero. ˝Non sapevo che la nonna bevesse alcolici˝ riflettevo stupita. Lei, invece di berla, la versa in un piatto fondo e dopo aver tirato fuori dal forno i biscotti, li immerge nella grappa per poi passarli nello zucchero.

         Ed ora non rimane che assaggiarli… Non avrei mai detto che da questi ingredienti così strani uscissero dei biscotti così gustosi e buonissimi!

 


 

 MELANIA DURAS      

Motto: Mare nostrum    

          

                                                                                                     Classe VI

                                                                              Scuola Elementare Italiana Giuseppina Martinuzzi Pola

 

          Gallesano è un piccolo paese conosciuto per le usanze, i costumi, i riti ma soprattutto per i piatti tipici. Tra i piatti più rinomati si deve ricordare la ricotta, un formaggio fresco da sempre presente sulle tavole dei gallesanesi. Nel lontano passato erano molte le famiglie che possedevano greggi e pertanto la produzione del formaggio e della ricotta era maggiore. Nella nostra epoca sono poche le famiglie che producono la ricotta, ma nonostante ciò rimane sempre un latticino molto prelibato e ricercato. La ricotta non si deve considerare un vero e proprio formaggio perchè si ricava dal siero, cioè dal latte che rimane dopo aver fatto il formaggio.

           E la polenta con le cioche? Questa polenta cucinata con le lumache viene mangiata molto spesso dai miei paesani. Ogni anno ad agosto si organizza a Gallesano una sagra dove gente di tutta l`Istria vi partecipa per assaggiare questo piatto tipico. Bisogna naturalmente lasciare spurgare le cioche per tre giorni per poi dopo cucinarle e lavarle nel sale. Dopo l`operazione di pulizia, si deve tirarle fuori dal guscio con un ago per poi cucinarle di nuovo. Dopo si prepara il sugo nel quale si aggiunge pure una pianta aromatica, la brusola (la menta) e appena dopo viene cucinata la polenta.

            Per Pasqua era consuetudine che venisse fatta in casa la pinza, una sorta di pane dolce fatto con frumento, uova, zucchero e aromi naturali. All' interno del dolce si metteva sempre un uovo bollito che poi veniva regalato ai bambini che lo coloravano con le foglie della cipolla.

             Sulle tavole dei gallesanesi non mancava mai un buon bicchiere di vino novello. I nostri nonni affermavano che il loro era uno dei vini più pregiati dell`Istria.

Anche i minestroni incontravano i gusti degli abitanti, da quelli semplici di verdure o legumi, a quelli speciali, come la jota.

             I piatti tipici di Gallesano sono molti e anche se certe ricette si sono disperse nel lontano passato, mia mamma cerca sempre di attenersi ai principi tradizionali della nostra cucina, cosa che farò anch'io quando diventerò adulta.

 


 

 ANDREA ROŽAR    

   Motto: Patroclo

 

    Classe VI

    Scuola Elementare Italiana Cittanova

 

Vicin ai fornei con mia nona

Me go sentà un giorno con mia nona e ghe go domandà come i faseva el pan una volta. Ela la me ga spiegà che lori i lo faseva de due tipi: quel bon pan bianco fato dala nona o dala mama, o quel gialo messo a cusinar soto la senera.

Mia nona me ga racontado anche altro: che le fritole, i crostoli, i buzolai se li preparava per le feste e per far contenti i fioi. Co la iera picia come mi la andava pascolar i ciuri che per le feste i li magnava. Quando i mazzava i porchi vigniva aiutar anche altri parenti, mia nona e suo fradel no i vedeva l'ora che i fasi al più presto le luganighe. Uno dei minestroni che ela la magnava de più iera la iota, con i capuzzi garbi e la crodiga o la panzeta. La roba più strana a mi e poco piacevole xe el brodo brustolà. Se cusinava anche le patate in tecia , con el late dele armente se faseva el formaio. Molto spesso se faseva la polenta che la  vegniva cusinada nela caliera e dopo svodada su una tavola de legno, la polenta sfamava tuta la  fameia.

Mia nona me ga dito che quando la xe vegnuda più granda la faseva le torte de ciocolata per i parenti: le torte fate in casa con amor e tanta pasiensa, no come adesso che se le ordina in botega. Una volta i iera contenti anche con poco e tuti i se voleva più ben.

 


 

    MANUEL KORLEVIĆ      

 Motto: Achille

                                                    

Classe VI

                                                                                            Scuola Elementare Italiana Cittanova

 

In cusina con la nona

Come ogni setimana che se rispeti mia nona me fa la sua minestra con i fasioi. Me piasi guardarla come la la fa, anche perché se senti dei boni odorini che i me ciama in cusina.Per prima roba la ciol la tecia e la impinissi de aqua, dopo la buta una cichera piena de fasioi dentro.La va in sofita e vado anche mi con ela, la taia un toco de panzeta e un altro de luganiga e per contentarme la me taia due fetine de parsuto che me piasi tanto:per questo ghe coro drio. E savè che bon!

Tornemo in cusina de novo e la nona la meti nela minestra anche la panzeta e la luganiga e anche le patate pelade e a tocheti pici. Lala lassa che la boji per due orete. Meza ora prima de magnarla la meti la pastina fata a man : farina e un ovo. Quando la xe pronta se senti un odor inconfondibile.

La me svoda un caziol de minestra in piato e la me da una feta de pan, tenero dentro e incrostolì de fora. 'Sto pan lo fa la mia bisnona sul fogoler, soto la "sripgna".Mi magno sempre due piati, ma ghe ne magnaria ancora, ma dopo me faria mal la panza per tre ore

 


 

     MAURO STANIŠA     

Motto: Gelsomino notturno

                                              

Classe VIII

    Scuola Elementare Italiana Cittanova

 

In cucina con la nonna

Cucinare, il divertimento più grande al mondo! Io sono un ragazzo che ama moltissimo stare tra i fornelli: la mia specialità sono le crespelle con la marmellata.

Un giorno decisi di rimboccarmi le maniche e di aiutare la nonna a preparare il pranzo. Siamo andati al supermercato per comperare 1' occorrente necessario: il nostro preciso obiettivo erano gli gnocchi con il ragù, che non ho mai cucinato da solo e che quel giorno avevo intenzione di mettermi all' opera tentando la sorte.

Prima di tutto la nonna mi elencò i vari momenti della cottura.Sembrava talmente semplice che , senza pensarci due volte, iniziai con il ragù.

Misi nella pentola un po' di cipolla con 1' olio affinché si rosolasse pian pianino e aggiunsi dopo un po' la carne aromatizzata a puntino.

Tutto stava andando meravigliosamente bene e chiamai la nonna che mi confermasse ciò che pensavo e che ...vedevo. Allora misi le patate con la buccia a bollire:mi stavo avvicinando all'  ultima fase della mia ardua impresa culinaria.Alle patate cotte e pelate aggiunsi la farina, due uova e del burro, e impastai con cura. In men che

non si dica gli gnocchi galleggiavano tranquillamente nell' acqua bollente e...oplà fumanti e appetitosi sul tavolo, pronti per essere mangiati!

 


 

 DONATELLA ŠORIĆ    

   Motto: L’aiutante

                                                 

   Classe V

                                                                                             Comunità degli Italiani Lussinpiccolo

 

Ogni anno per la vigilia di Natale mia zia fa le frittole Lussignane. Quest'anno ero proprio io che sono andata ad aiutarla. Ho «rubato» la sua ricetta, e cosi eccola:
-     1 kg di farina: gettare su 3/4 della farina, messa in un recipiente, l’acqua bollente, 10 dkg zucchero,  limone e arancia a pezzetti,  1 noce muschiata grattugiata,     uva secca,  pinoli, noci, mandorle,  1 uovo,  acquavita (una mezza tazzina di caffé),  su 1/4 di farina rimasta mettere un cucchiaino di bicarbonato.
Sbattere tutto bene e friggerle sull'olio caldo.
    Quest'anno ero solo l'aiutante, ma l'anno prossimo credo che anche le mie frittole saranno buone come quelle di mia zia.

 


 

 SIMONA ORLIĆ      

Motto: Frittole

                                         

Classe V

Comunità degli Italiani Lussinpiccolo

 

Alla mia mamma piace molto fare i dolci ed anche a me. Un giorno di pioggia, quando non sapevo cosa fare, ho preso il quaderno con le ricette della mamma. Era interessante leggere tutte quelle ricette, ma ho pensato che sarebbe ancora più bello fare un dolce e cosi ho cominciato a cercare qualcosa di interessante. E ho trovato! Ho detto alla mamma: "Mamma, facciamo le frittelle del litorale? Non sarà difficile, io ti aiuterò!"

 La mamma ha subito accettato la mia proposta e ha guardato nel quaderno gli ingredienti per vedere cosa deve comprare. Ha detto: "Abbiamo la farina e lo zucchero, però devi andare a comprare il lievito, le mandorle, il limone e un po' di uvetta secca."

Subito mi sono vestita e anche se fuori pioveva sono corsa a comprare quello che ci mancava per le frittelle. Tornata a casa la mamma ed io abbiamo subito incominciato a lavorare. Per prima cosa abbiamo mescolato il lievito con un po' di farina in acqua tiepida e abbiamo lasciato lievitare. Poi, quando ha lievitato, l'abbiamo aggiunto alla farina che già prima era preparata sul tavolo. Con ancora un po' di acqua abbiamo cominciato a impastare tutto. Naturalmente, l'impasto ha fatto la mamma che ha più forza e più pratica di me. Però, io ero attenta e guardavo tutto quello che faceva perché volevo imparare. Nel frattempo io dovevo grattugiare il limone. Quando l'impasto era compatto, ho cominciato ad aggiungere un po' di acquavita, un po' d'olio, le mandorle, la scorza di limone e l'uvetta secca. Ho detto alla mamma: "Sarà buonissimo!"

 Adesso si doveva lasciare lievitare tutto questo. La mamma ed io ci siamo sedute e mamma mi ha mostrato ancora delle altre ricette interessanti che aveva scritto sul quaderno e mi diceva:  "Questo è la ricetta preferita della nonna, questa ricetta l'ho imparata dalla zia.. ." Ma io non vedevo l'ora di cominciare a friggere le frittelle e ancora di più di assaggiarle! Finalmente, l'impasto era quasi del tutto lievitato. La mamma ha messo scaldare l'olio e poi ha preso l'impasto in mano e con un cucchiaio nell'altra mano ha cominciato a fare le frittelle e a friggerle. Quando erano fritte ho preso lo zucchero in polvere e lo ho messo sulle frittelle.
Tutta la casa profumava ed io avevo una grande voglia di mangiarle.
E così, anche se quello era un giorno di pioggia e non potevo uscire con le amiche, ero contenta di essere a casa e cucinare con la mamma. Così ho anche imparato a fare le frittelle del Litorale e invito anche voi di provare questa buonissima ricetta!

 


 

 MARKO ŽIVKOVIĆ     

  Motto: Olito

 

    Classe V

   Comunità degli Italiani Lussinpiccolo 

 

Durante le feste natalizie si preparano tanti dolci ma quelli che mi piacciono di più sono i "Crostoli" e le "Frittole". Quando la mia mamma comincia a preparare gli ingredienti anch'io mi metto al lavoro e cerco di aiutarla facendo attenzione a non combinare malanni. A lavoro finito la mamma mi premia con un piatto di crostoli fritti solo per me. In cucina c'è sempre anche la mia nonna che mi racconta del suo tempo e mi fa spesso ridere. Questa volta, per Carnevale, mi ha raccontato di un dolce che si preparava quando lei era giovane; è l' OLITO.
Ecco la ricetta:
Ingredienti: farina, zucchero, fichi secchi, uvetta, buccia di limone, mele tritate, un po' di olio, sale, latte.
Si mescolavano tutti gli ingredienti in un impasto denso e si aggiungevano 100 grammi di grasso di pecora. L'impasto veniva infilato nel budello di pecora ben lavato e rivoltato, si cucinavano le estremità con il filo e si bolliva per un'ora e mezza. Si tagliava poi a rondelle e si serviva o caldo o freddo. Questo dolce si usava nei villaggi dove allevavano le pecore.

 


 

MILICA ŽIVKOVIĆ    

   Motto: Daleko je sunc

Classe VII

                                                                                     Scuola Elementare “Njegoš“ Cattaro – Montenegro

 

Cattaro la vecchia città marina,turistica,e comerciale…

 

            Una delle città più belle del Mediterraneo è sicuramente Cattaro. La sua bellezza si può  esprimere nei monumenti bei protetti,nei parchi puliti e ordinati,nei magnifici edifici come le chiese,i palazzi,le cattedrali e i castelli.

       Stando davanti alla vecchia città potete ammirare le bellissime forti mura che la circondano. Le mura sono costruite nel periodo dei Nemanjići e Mlečani.Sono alti venti metri e larghi dieci metri. Sulla città si innalza l' antica fortezza sul monte di San Giovanni.Le busticioni rappresentano una parte molto speciale della architettura dell'Europa.Questa città ha subito multi danni nelle guerre e in tutto questo periodo da quando è costruita.Ma dalle altre cose che sono rimaste possiamo parlare della bellezza e ricchezza di quel tempo

.A Cattaro appartiene anche il golfo che si può vedere di fronte alla città. Il golfo di Bocche di Cattaro per la sua bellezza si considera tra le più interessanti attrazioni del Mediterraneo. Cattaro è ricco di monumenti del periodo del Rinascimento e del barocco e penso che proprio per questo lei abbia un enorme significato nascosto.Le caratteristiche della città sono le piazze e le curve vie. Come già sapete,Cattaro ha tre porte: "La porta sul mare", "La porta sul fiume" e "La porta di Gurdić". Entrando alla parte principale possiamo vedere la grande piazza delle armi sulla quale si trovano molte preziosi e antiche costruzioni come l'incompiuto palazzo del periodo del rinasciemento.Vicino all palazzo si trova l'orologio del periodo del barocco con la piramide di pietra che prima rapresentava il polione di vergogna.È molto bella la piazza perché oltre a queste construzioni c'e' anche il palazzo Pima con la più lunga terazza sulla costa.

Andando sulla parte destra arriviamo all museo di nautica nel quale si trova la ricca collezione delle vecchie armi di guerra nelle quali hanno partecipato i navigatori di Cattaro.Nel museo si trova anche Lipidarium,la collezione di monumenti di pietra e tante altre cose che sono come testimoni della storia della città.Poi andando dritto arriviamo alla cattedrale di San Tripun che oltre a essere la piu bella della città,questo santo è anche il protettore di Cattaro.Questa cattedrale è finita dopo tante ricostruzioni nel 2003.Ma San Tripun ha anche molte fresche del XIV secolo che hanno una inapprezzabile fortuna.Cattaro è anche stato primo ad avere la scuola media e adesso ha anche la facoltà nautica e di turismo.Molti famosi nomi provengono da Cattaro come Ivo Visin, Vita Kotoranin,la famiglia Buća e altri.Questa città ha cinque leggende dalle quali tre sono del suo origine.Ma non basta solo leggere o parlare di questa bellissima cità perchè per viverla dovete visitarla.

 


 

 KRISTINA RADONJIĆ   

    Motto: Kim

                                                   

    Classe VII

               Scuola Elementare “Njegoš“ Cattaro – Montenegro

 

Una delle cose che attrae di più i turisti stranieri è la nostra cucina tradizionale. Penso che il mio paese dovrebbe sviluppare di più questa parte del turismo. Molti piatti Mediterranei sono famosi in tutto il mondo come gli gnocchi,le zuppe con i frutti di mare molti tipi di insalate ecc.Un giorno mentre facevo le pulizie del soffitto in casa ho trovato un vecchio baule di mia nonna. Ho pulito la polvere e l' ho aperto. Il baule era pieno di vecchi documenti che all' inizio non pensavo che avessero una grande importanza ma guardando un po’ meglio ho visto che erano ricette dei piatti preferiti di mia nonna. Ho preso tutte le ricette e le ho portate in cucina.C'erano molti piatti interessanti e vecchi ma che si preparano ancora, perchè la tradizione non muore mai.

Di tutte le ricette lette la più bella é sicuramente il pesce con le patate in sugo. Avevo tanta voglia di preparare qualcosa così ho deciso di provare la nuova ricetta.

Prima dovevo preparare e pulire le patate, poi le ho messe al forno venti minuti. Ho preso il pesce dal frigorifero e lo ho messo dieci minuti in acqua per togliere il giaccio e le ossa. In un piatto ho messo le patate e le ho coperte con il sugo preparato in casa. Il pesce finito l' ho messo in un altro piatto e  l' ho coperto con un limone per avere in gusto più bello. Ho messo le uova a bollire cinque minuti e le ho messe intorno al pesce. Con il pesce e le patate in sugo ho preparato una insalata con la verdure del giardino. E cosi il pranzo era pronto.

Quando i miei genitori sono tornati a casa si sono sorpresi. Hanno detto che il piatto l’ho fatto benissimo e che sono orgogliosi di me ma loro non si immaginano nemmeno che il piatto è solo un’altra grande ricetta della mia vecchia nonnina.

 


 

Medie Superiori – Lavori individuali:

 

 

 ALBERT MERDŽO     

  Motto: Phoenix

                                               

Classe I Ginnasio Generale

Scuola Media Superiore Italiana Fiume

 

Gli antichi mestieri

 

L'Istria e e le zone quarnerine sono terre antiche che custodiscono inestimabili tesori d'arte, d'artigianato e vetuste tradizioni. Tra quest'ultime vanno annoverati gli antichi mestieri che per secoli hanno rappresentato una parte significativa pure nell'economia di queste terre. Purtroppo, con la progressiva tecnologizzazione dei processi di lavoro, l'abilità e la manualità umane hanno ceduto il posto alla macchina e alla produzione industriale.

Sono parecchi i mestieri antichi che nella vicina Istria stanno man mano decadendo o che comunque, sono già scomparsi, mentre per secoli hanno fatto parte della storia economica e culturale della penisola. L'arrotino, il carbonaio, il carraio, il fabbroferraio, lo scalpellino, i calafati, lo stradino sono solo alcune delle antiche attività artigianali delle quali vorrei trattare in queste righe.Per secoli e secoli, un mestiere di fondamentale importanza per la vicina Ciceria, quanto per la stessa città di Fiume, è stato quello del carbonaio. Egli era colui che produceva il carbone da legna. Questo lavoro consisteva nel tagliare gli alberi dei fitti boschi della Ciceria ammucchiandone i rami fino a formare delle piramidi. Queste venivano coperte di muschio e terra e sotto veniva acceso il fuoco. La legna si consumava a poco a poco, ma non bruciava e in una settimana circa si trasformava in carbone. Le piramidi dovevano essere custodite giorno e notte per impedire che bruciasse la legna sistemata dentro. Gli arnesi usati erano: scuri, accette, picconi, gerle, sacchi. Il lavoro veniva praticato dalla primavera all’autunno.

Il carbone veniva portato con gerle o con sacchi nei vari paesi, e pure a Fiume; in seguito era venduto e utilizzato come combustibile.

Secondo la mia opinione, credo che da un lato, sia un bene che questo mestiere sia caduto in disuso, in quanto i boschi rappresentano un ambiente naturale più prezioso che mai, del quale non si può abusare all'infinito.     

 Con il progressivo abbandono dell'uso del secolare mezzo di trasporto, il carro, anche il mestiere di carraio, ovviamente, viene vanificato. I carrai erano degli artigiani molto apprezzati e di primaria importanza, la cui abilità emergeva in modo particolare nella costruzione delle ruote, il cui cerchio metallico (che racchiudeva la struttura lignea) veniva applicato a caldo, cioè mentre era ancora rovente e duttile, in modo da poterlo fare aderire perfettamente. Penso che questo lavoro dovesse esigere sicuramente molto impegno in quanto i carri dovevano essere in grado di circolare per le strade bianche dell'Istria, spesso in cattive condizioni.

Sempre ricollegandoci alle strade e alla loro manutenzione, non possiamo non parlare degli stradini istriani, i quali avevano il compito di sminuzzare, ognuno per un determinato numero di chilometri, le pietre ai bordi della strada, riducendole a ghiaia o “ierina”, con la quale si riempivano le buche e livellavano le superfici delle strade.*                        

Secondo me, richiedeva molta resistenza e forza fisica, ed inoltre rappresentava un'attività di importanza basiliare per i collegamenti e l'economia istriana.

Ovviamente anche i cavalli, gli asini e i buoi di traino non si usano più, e per cui pure l'attività di fabbroferraio, altra attività di primaria importanza è quasi scomparsa. Egli, produceva attrezzature per i lavori nei campi quali: falci, falcetti, forconi, zappe, pale, rastrelli.                                                                                       

Un altro aspetto dell'economia istriana che vorrei nominare era rappresentato dalla produzione di calce viva che avveniva grazie alle "calchere". Queste erano delle fornaci nelle quali si cuoceva la pregiata pietra istriana (di cui è costruita più di mezza Venezia) per ricavarne la calce.

Sullo spiazzo antistante veniva accatastata la legna tagliata nel bosco e ricoperta di terra.

Il fuoco, appiccato alla catasta da un'apertura praticata alla base del rivestimento, in difetto di ossigeno consumava le parti più volatili del legno lasciando intatto il carbone, utilizzato in seguito per scaldare le pietre accumulate nella "calchera".

            Poi c'è pure lo scalpellino che lavorava, decorava e collocava blocchi di pietra utilizzata per abitazioni, sentieri e marciapiedi, oggetti ornamentali quali ad esempio fontane, colonne, architravi. Si devono all'opera degli scalpellini le decorazioni e i fregi di tanti antichi palazzi istriani in stile gotico-veneziano e barocco, gli elementi decorativi nei cimiteri, nelle splendide ed antiche chiese, come pure le tantissime cornici in pietra, le cosiddette "erte", che racchiudevano anche le finestre delle abitazioni popolari.

Nell'Istria costiera, un'attività d'importanza vitale, per lungo tempo è stata quella dei calafati, costruttori di imbarcazioni e in particolare delle battane, barche a fondo piatto che rendeva possibile la navigazione in fondali anche molto bassi. Particolarmente apprezzate sono state le battane rovignesi.

Tutti questi antichi mestieri rievocano un mondo antico, un mondo affascinante, ricco di tradizioni e umanità, un mondo nel quale il rapporto tra l'uomo e il lavoro era diretto e non mediato dal tramite tecnico. Tutto era affidato alle mani dell'uomo e al suo ingegno. Ciò mi fa venire alla mente immagini pittoresche di paesi illuminati dal sole mattutino, gente che va a lavorare nei campi e una vita sana e felice, a contatto con la natura. Mi rendo conto, però, che in realtà la situazione non è sempre da idealizzare e, che fin dai tempi antichi, è stato necessario lavorare duramente per poter sopravvivere. Comunque, il lavoro in quanto tale rappresenta un valore ed è giusto e importante ricordare e tramandare tutte le sue tappe, tutto il suo lungo cammino storico, retaggio di memoria e civiltà dell'umanità.

 

*Il riferimento è relativo a una testimonianza di M. Simonovich

 


 

 ANA KOVAČEVIĆ      

Motto: Nicki

                                              

Classe I Ginnasio Generale

    Scuola Media Superiore Italiana Fiume

 

Il fascino del nostro paese ha sviluppato abitudini e una cultura che però,nonostante sia una delle più belle e originali dell'Europa, oggi non vive più nello stesso modo. Si passa al modo di vita più adatto ai nostri tempi, si dimenticano le bellezze della nostra terra, non si vive più. Tendiamo a trattare solo i nostri affari e a dimenticare che viviamo in un mondo affollato di gente come noi. Abbiamo appreso un pessimo modello di vita che non solo ci allontana dai nostri più cari ma ci allontana anche da noi stessi. La vita è diventata frenetica e automatica: ogni giorno ci occupiamo delle stesse cose e lo facciamo non perchè lo vogliamo fare ma perché abbiamo già imparato a svolgere certe cose automaticamente.

 

La comunicazione diventa uno scambio di messaggi tramite telefonini e e-mail; anche gli affari oggi si possono trattare tramite internet. Siamo tutti diventati abbagliati dalla tecnologia di oggi e non osserviamo nemmeno cosa ci hanno lasciato i nostri antenati. Sembra che la nostra cultura e la nostra storia siano divenuti stranieri, non li conosciamo più. Poche persone si occupano della valorizzazione delle attività del nostro paese. Dove sono spariti quei tempi in cui si viveva di artigianato artistico, della lavorazione del legno e dell'argilla, dell'apicultura, dell'artigianato, dell'arte che ormai è solo passato? Nel ventunesimo secolo non abbiamo ancora imparato di non dover dimenticare. La produzione del vino, l'agricoltura, la produzione del formaggio, stanno però riprendendo il proprio cammino. Anche la pesca sta rifiorendo, le attività agroalimentari attestano la loro necessità, specialmente oggi che il turismo si dimostra non solo fonte di guadagno ma anche la possibilità di scoprire le attività dimenticate per mostrarle ai turisti.

 

 Fiume è una città multinazionale, dove non solo vive gente proveniente da tutte le parti del mondo ma vi troviamo rinchiuso qui tutto il mondo. C'è tutto ciò di cui necessitiamo per andare avanti. Negli ultimi tempi la costruzione navale si è sviluppata. Nel passato abbiamo combattuto con le navi e siamo stati sempre così vicini al mare. Oggi Fiume (come pure altre località dell'Adriatico) è una città molto conosciuta nel mondo per la costruzione delle navi. Ne vediamo arrivare allo scopo di riparo ogni giorno da tutte le parti del mondo al "Viktor Lenac", allo "Scoglio Olivi",al cantiere "Tre maggio". Questo è anche un'attività da valorizzare perché, assieme al turismo fa conoscere la Croazia a tutto il mondo.

 

C'è poi l'agriturismo in Istria con il quale valorizziamo il nostro cibo, ma cerchiamo anche di mangiare quello che abbiamo prodotto da soli, non solamente introdurre da altri paesi. Di agriturismi ce ne sono sempre di più, ma ormai è molto difficile svolgere un lavoro simile. L'agriturismo promuove molti valori positivi: ad esempio le persone che visitano questo tipo di turismo sono famiglie, amici, parenti, e in questo modo riescono ad avere un po’ di tempo per passare assieme. Le persone che svolgono e gestiscono un loro agriturismo privato sono anche famiglie e in questo modo lavorano pure loro assieme. Come, durante la settimana, trascuriamo i nostri amici e anche se stessi, trascuriamo anche un modo sano di mangiare. Siccome il lavoro che si svolge non ci lascia tempo, il modo migliore, ma non il più sano, per mangiare sono i panini e le pizze. Infatti a Fiume ci sono moltissimi fast food che offrono un pasto veloce ed economicamente accettabile.

Per esempio il fast food nei pressi della mia scuola è sempre affollato di ragazzi che vengono lì a mangiare durante il riposo. Non si può essere più  sicuri di cosa si mangia e se sia sano, e tutto questo perché non si ha più tempo per vivere. Anche per questo l'agriturismo è un modo perfetto per mangiare sano e avere tempo per non dover mangiare in fretta. Siamo tutti coscienti di avere una vita dove non sappiamo più cosa conta di più e cosa meno; e la nostra salute è una di quelle cose che dovrebbero stare al primo posto sulla nostra lista.Non parliamo poi delle malattie che sono la conseguenza di questo frenetico modo di vita e del nostro disinteresse.

 

In Istria si promuove anche l'allevamento: non va dimenticata la produzione di vino, specialmente sviluppata sull'isola di Veglia e in Istria. La produzione di formaggio e olive, nonché prodotti mediterannei sulle isole: a Pago, ad Arbe e a Cherso.

Nessun'attività artigianale è però abbastanza forte da comprimere le altre, infatti oggi non c'è artigianato che sia più valorizzato di un altro. Il fatto può essere negativo il che significa che non siamo capaci di valorizzare il nostro passato; ma può anche essere osservato dal lato positivo perché vuol dire che  abbiamo avuto un passato dove ogni attività ha potuto svilupparsi allo stesso modo, e che oggi valorizziamo anche noi allo stesso modo. Nonostante ci sembra di non vivere più allo stesso modo, anche perché non lo facciamo, le cose "piccole" vivono ancora. Vivono attraverso le grandi fabbriche che, non rendendosene conto,continuano a fare quello che abbiamo avuto da sempre, continuano a produrre, a far vivere il nostro passato. Non perché si vuole continuare la tradizione ma perché è l'unica cosa che siamo capaci di fare bene e di essere orgogliosi di quello che facciamo. Le cose piccole vivono anche negli individui che il loro lavoro lo fanno da soli: guidano la produzione di formaggio su Arbe, o l'agricoltura di olive sull'isola di Veglia. A volte lo fanno per rivivere il passato e proseguire la tradizione dei propri avi, a volte per sopravvivere, ma qualunque sia il vero motivo è così che vive il nostro passato lo facciamo vivere noi.

Non viviamo però allo stesso modo, nessuno lo fa, perché è impossibile farlo, ma viviamo come possiamo e come ci è permesso vivere-indubbiamente non come prima. E perché cambiarlo se è anche questo parte di noi. Dobbiamo imparare a sfruttare meglio le nostre possibilità e a fare ciò che facevamo nel passato, non per frenare il progresso tecnologico ma proprio perché il passato è parte di noi, del nostro essere ed esistere su un determinato territorio.

 


 

 FRANKO NAČINOVIĆ      

Motto: Articolo

                                                      

Classe I Ginnasio Generale

                                                                                          Scuola Media Superiore Italiana Fiume

 

Il carro istriano

 

Un giorno mentre cercavo su internet che cosa scrivere per il mio tema di italiano trovai un tema che parlava dei carri istriani e che disse che il mestiere è un mestiere che sta morendo che ci sono sempre meno persone le quali si intendono di questo mestiere.

Cercando un po' di più trovai un tipico tipo di carro istriano che era utilizzato maggiormente nella zona di Rovigno. Questo carro è specifico perché in lui si intrecciano diverse tecniche di costruzione che, a quanto pare, hanno avuto inizio nell' civiltà persiana e che poi tramite i Greci, Celti, Etruschi e Romani giunse fino ai giorni nostri sempre migliorato da queste civiltà. Siccome il carro, come tutti oggetti in legno senza protezione, era soggetto a un precoce deperimento, soprattutto a causa del marciume, non sono giunti fino a noi dei carri che avessero un' età secolare. Tutt'alpiù, negli anni '80, si potevano vedere ancora dei carri costruiti nei primi anni del '900. Ma la maggior parte dei carri ancora efficenti erano di costruzione più recente. È interessante rilevare che il tipo di carro realizzato dagli ultimi carrai rovignesi era un veicolo pittosto leggero e non troppo ingombrante, in quanto doveva potersi muovere e manovrare nelle anguste calli della città vecchia.E, talvolta, addirittura era possibile levare il timone. La tecnica di costruzione e la struttura del carro rovignese grossomodo non si discostavano da quella degli altri carri a quattro ruote che troviamo in tutta l' Istria sud-occidentale. Succede, pure, che alcuni degli elementi costruttivi del carro agricolo non si trovano nel carro usato dai pescatori. Un' evidente differenza nella costruzione si poteva notare nella parte anteriore, dove era innestato il timone. Le palàstre potevano congiungersi nella linguièla, per un innesto divaricato del lungo timone, oppure essere disgiunte, le cosìddette ganàse, per lasciare che il timone si infilasse tra loro a baionetta.

Il timone veniva fissato tramite un perno passante detto spiruseîn del timon o anche macaròn.

In ambedue le tipologie di carro c' era una traviersa da li scale, travesa della mezzaria, che, essendo poggiata e fissata sulla congiunzione tra soûra e palìdaga, o alla sola parte centrale della palìdaga, irrigidiva tutta la parte posteriore del carro. Il carro agricolo si differenziava da quello dei pescatori anche per il tavolato, le spondine, le quattro aste infilate alle estremità dei cuseini e altre diversità in funzione dell' uso che se ne doveva fare. Oggi sono in uso pochissimi carri e che non sono tirati da buoi ma da sempre più spesso da trattori. Oggi i carri sono esclusivamente a quattro ruote (anche nel passato il tipo a due ruote era scarsamente diffuso). La lunghezza varia da due e mezzo a quattro metri e la larghezza è circa un metro e mezzo o due. La costruzione del carro nella forma più antica era interamente in legno, senza congiunture o rinforzi in ferro.

Tipologicamente anteriore era la ruota a croce, che invece dei raggi aveva quattro pertiche conesse a doppia croce in modo da inquadrare nel centro il mozzo. L' arcaica ruota a disco non risulta sia stata più in uso nel Novecento.

A seconda della necessità il carro può essere modificato con l' aggiunta di strutture accessorie. Il piano di fondo è in genere formato da vimini fittamente intrecciati o da alcune tavole longitudinali. Per il trasporto del fieno si innestano due sponde laterali simili a scale scalèr, formate da due lunghe aste unite da sottili e radi pioli trasversali. Per caricare diversi generi di prodotti agricoli (come patate, granoturco,letarne e ghiaia) si possono accostare alle sponde a scala delle fiancate di legno pieno, oppure si usa porre sulla struttura del carro una grande cesta zaia munita di apposite impugnature. Per portare pietre o legname si usa accorciare il carro avvicinando i due carelli al timone di collegamento e montare un pianale robusto, o anche collocare direttamente i materiali sullo scheletro del carro. Per il trasporto dell' uva si pongono come piano di fondo due tavole sagomate in forma di arcate contrapposte, munite di alcuni blocchetti di legno che fungono da fermi per i tini e le botti. Uno degli ultimi se non l' ultimo è Giuseppe Bartoli.Infine, il mestiere del carraio era molto difficile e a quanto pare pregiato perché era molto difficile fare un carro come quello e secondo ciò che ho trovato nella mia ricerca pare che tutti i negozi dei carrai erano costruiti vicino quelli dei fabbri.

 


 

    MARTA MOČINIĆ      

 Motto: Ramona

                                              

Classe I Ginnasio Generale

Scuola Media Superiore Italiana Fiume

 

GALLIGNANA (Gračišće)

 

palača Solomon iz 15.st.       

 

 

     Tra colli e campi coltivati sorge la piccola cittadina di Gallignana (Gračišće). Questo paesino pittoresco, uno dei più antichi abitati nel cuore dell'Istria, è il luogo natìo di mio nonno. Da piccola andavo spesso con i genitori a Gallignana a visitare mio zio Vittorio, uno dei pochi abitanti rimasti, oppure il cimitero dove riposano i miei bisnonni materni. Osservavo sempre questo luogo così misterioso, incantato, abbandonato e circondato da muraglia. Il tempo sembrava essersi fermato e il misterioso silenzio che governava veniva rotto ogni tanto dal canto di qualche uccellino in cerca di bricciole. Ogni anno tornando vedevo ancora un'altra casa ridotta in macerie e i campi intorno sempre più incolti e trascurati. Ma anche allora mi bastava uno sguardo verso la piazza principale, con la chiesetta di S. Maria e il palazzo Salomon in stile veneziano, per capire che Gallignana aveva conosciuto nel passato tempi migliori. Nei ricordi degli anziani tornavano immagini di feste, fiere, di giovani che si promettono amori e si danno i primi baci sul muretto. Tutto questo lo vedevo anche negli occhi di mio nonno che, con nostalgia, mi mostrava i luoghi più cari della sua infanzia.

Purtroppo mio nonno ci ha lasciati sei anni fa. E proprio in questi ultimi sei anni Gallignana ha vissuto cambiamenti meravigliosi che a lui sicuramente farebbero tanto piacere. È incominciato tutto quando una delle poche famiglie rimaste, non potendo vedere scomparire questa cittadina medievale, ha deciso di aprire una locanda , per l'appunto „Marino“. Questa famiglia coraggiosa,offrendo i vecchi sapori genuini, puri e riconoscibili del luogo è riuscita ad accogliere ospiti da tutta l' Europa.

In questo posto gradevole e familiare , ogni giorno dell'anno,si possono gustare i fusi, le minestre, i tartufi, il prosciutto, il formaggio di pecora, la „supa“ fatta con il Terano rosso o la Malvasia del luogo. Tutto prodotti riconoscibili, ricchezze che la terra fertile istriana offre quando viene apprezzata e lavorata con amore ed impegno.

Questo è stato solo il primo passo, ma di anno in anno ce ne sono stati degli altri. Ogni settembre si organizza la Festa del vino e in primavera una grande fiera dove si possono acquistare specialità del luogo; dall'acquavite, al miele, al prosciutto e tanti prodotti artigianali. La „Via dei Vini“ è il luogo d'incontro degli intenditori che votano ogni anno per la miglior qualità di vino. Le piccole viuzze vengono pulite e restaurate. La più interessante è la stretta via degli artigiani, un tempo dimenticata, dove oggi operano di nuovo falegnami e scultori. Oggi si sente più spesso il rumore dei passi sul selciato e le grida dei bambini quando giocano nei cortili. Ai numerosi visitatori, specialmene d'estate, vengono aperte le porte delle chiesette di S.Eufemia, S.Antonio, e la chiesa parrocchiale di S. Vito. Continua così a mantenersi quel sapore misterioso che gli abitanti ci hanno lasciato in eredità. Ecco, una piccola cittadina ormai fantasma è risuscitata.

La gente del luogo ha capito che quello che oggi, in questa società consumistica, si cerca sono i vecchi sapori, sapori puri, tradizionali e riconoscibili. Gallignana ha saputo offrirli a tutti quelli che vogliono apprezzarli.

È diventata un luogo piacevolissimo che offre non solo paesaggi verdeggianti e collinari ma anche tradizione, folclore, cultura , gastronomia e tanta ospitalità.

D'estate chi vuole lasciare le spiagge affollate e il caldo del litorale è sempre il benvenuto in questo luogo ancora intatto, dall'aria pura e fresca.

Sono contenta che il paese nativo di mio nonno negli ultimi anni ha conosciuto questo grande „revival“.

TRA COLLI E CAMPI COLTIVATI C'È UNA CITTADINA CHE PER ORA NON HA INTENZIONE DI MORIRE.   

 

                    

    La chiesetta di S.Maria                        Paesaggi collinari                         Palazzo Salomon    

 


  

 DORA KOMNENOVIĆ      

 Motto: Pinia

                                                      

 Classe III Ginnasio Generale

Scuola Media Superiore Italiana Fiume

 

E' ormai tradizione che, verso la fine del mese di novembre, la mia famiglia si rechi all'uliveto di mia nonna, nei pressi di Zara. Ogni volta che ci vado, lungo la strada posso ammirare i fruttiferi campi coltivati, i grandissimi vigneti, per non parlare delle vaste superfici rimaste incoltivate, la maggior parte delle quali e' stata abbandonata nel corso della guerra patriottica. L'uliveto non e' grande, ma e' particolare in quanto si tramanda in famiglia da generazione in generazione, «nel bene e nel male». Infatti, mia bisnonna, rimasta vedova nel corso della Seconda guerra mondiale, ha dovuto affrontare, assieme ai suoi sei figli (tra i quali c'era mia nonna), l'orribile poverta' e le carestie del dopoguerra. Ma non solo; nemmeno prima la situazione era tutta rose e fiori, basta pensare agli orribili sconvolgimenti politici , economici e sociali, avvenuti nel xx secolo.

E' grazie all'uliveto (mio nonno ci ha lavorato per un breve periodo di tempo)che i miei nonni si sono conosciuti e hanno cominciato a frequentarsi. Trasferitisi a Fiume, si sono sposati, mantenendo un profondo legame affettivo con la terra natia e con l'uliveto. Al mantenimento di quest'ultimo partecipiamo ormai  un po' tutti. Ecco quanto ho imparato:

Innanzi tutto, non si dimentichi che si tratta di una pianta assai longeva (puo' vivere anche diverse centinaia di anni) di antichissime origini asiatiche. Infatti, le sue radici affondano in Medio Oriente dove l'ulivo viene inserito nel codice babilonese di Hammurabi nel 1760 a.C. In Italia apparve nel 600 a.C. portato da coloni greci e coltivato per primi dagli Etruschi. I romani avevano classificato cinque categorie di olio che poi trasportavano in tutto il Mediterraneo su apposite navi di fondo piatto con apposite anfore. E sono: l'«OLEUM EX ALBIS ULIVIS» , un estratto da ulive verde chiaro; il «VIRIDE» , l'estratto da ulive che stanno annerendo; il «MATURUM», l'estratto da ulive mature; il «CADUCUM», l'estratto da ulive cadute spontaneamente dall'albero e raccolte in terra; il «CIBARIUM», l'estratto da ulive colpite da parassiti, destinato agli schiavi.

I barbari con il crollo dell'impero romano, pretendevano di poter pascolare le greggi in ogni luogo procurando grande danno all'agricoltura. L'ulivo sopravvisse grazie alle abbazie che l'utilizzavano anche per i sacramenti.

Nel Medioevo vi fu un forte impulso alla diffusione dell'ulivo, regolametato da leggi severissime. L'uliveto veniva dato ai contadini attraverso un contratto detto «laborandum» garantendo loro parte del raccolto.

Per quanto riguarda l'Italia, gia' a partire dal 1228, troviamo menzione dell'olio di oliva delle Marche, quando alle navi marchigiane che approdavano alla riva di Ferrara veniva chiesto un pedaggio chiamato «ripatico», consistente in venticinque libbre d'olio. Lo stesso «ripatico» veniva chiesto alla Puglia, ma all'olio marchigiano veniva dato un valore maggiore come confermato nei regolamenti commerciali di Venezia (1263) che vendevano l'olio «de Marchia» ad un prezzo maggiore tenendolo separato dalle produzioni delle altre regioni.

Nel 1600 il panorama italiano si andava sempre piu' caratterizzando con l'impronta forte e dolce degli uliveti. Nel 1900 Re Umberto vieto' l'abbattimento degli ulivi sul suolo italiano; legge ancora vigente su gran parte del territorio italiano.

L'ulivo ha assunto una certa importanza anche nella mitologia: una leggenda lo vuole nato

da una disputa tra Poseidone ed Atena che si contendevano il protettorato di un citta' greca. Si affidarono quindi alla scelta del popolo; Poseidone dono' un bellissimo cavallo in segno di forza, coraggio e guerra, Atena pianto' nel terreno la sua lancia dalla quale germoglio' una pianta dai cui frutti sgorgava un liquido dorato. La dea promise a quanti li avessero mangiati che avrebbero per sempre odiato la  violenza. Il popolo scelse l'olivo che, da allora, e' simbolo di pace, lavoro e serenita'. Alla citta' diede il nome di Atene. Ho letto che nell'antica Grecia la quantita' di olio consumata in media per ogni cittadino era di 55 litri l'anno, 33 per l'igiene personale, 20 per condire gli alimenti,  3 per  illuminazioni e lubrificazioni di ingranaggi, 2 per riti, e meno di un litro per i medicamenti. Non basta per' soffermarsi all'antica Grecia: l'ulivo era presente anche nella cultura degli antichi Egizi- questi deponevano dei ramoscelli d'ulivo sulle tombe dei faraoni nel 1400 a.C. circa. La storia continua poi anche con la simbologia cristiana che vede l'ulivo quale simbolo di pace (finito il Diluvio Universale, una colomba porto' a Noe' un ramoscello d'ulivo).

Si stima che esistano, solo per la produzione di olio, 800 milioni di ulivi, delle quali 700 milioni si trovano nel bacino del Mediterraneo.

L' olio di oliva costituisce il condimento base della cucina delle zone costiere di molti paesi mediterranei, e appunto anche di quella zaratina. Inoltre quello che conta e' che questa cucina, tipicamente mediterranea, e' assai pregiata all' estero. Non di rado nelle  citta' costiere dell' Istria e della Dalmazia vengono offerte come souvenir ai turisti delle bottigliette o altri recipienti contenenti olio d' oliva prodotto artigianalmente, oppure dell' olio eterico di lavanda e rosmarino di cui cui va molto fiera l'isola di Hvar (Lesina). Questo prodotto va poi offerto nei cesti riempiti di fichi secchi e altra frutta, nonche' miele nelle zone attorno al Velebit. Concludiamo che la gastronomia costituisce una grande fetta della torta dell' offerta turistica croata, anche se forse non sufficientemente usata ovvero presa in considerazione.

L' ulivo puo' raggiungere altezze superiori ai 20 m, ha un tronco tozzo, contorto e spesso screpolato e scavato. La chioma e' rada e leggera, sempreverde, le foglie sono piccole, lunghe e strette, di consistenza coriacea, traslucide e di colore verde cupo sulla faccia superiore e bianco argentato su quella inferiore. L' oliva e' una bacca carnosa (drupa), ha una buccia di colore verdastro prima e nero-violaceo poi a maturazione completata. La polpa e' oleosa (la quantita' di olio cresce al progredire della maturazione), saldamente aderente al nocciolo legnoso, durissimo, rugoso, contenente uno o due semi anch'essi oleosi. Le olive impiegate per la produzione di olio vengono raccolte in anticipo rispetto alla completa maturazione, quando contengono una concentrazione di sostanza che puo' raggiungere il 30 % del peso. La raccolta viene fatta nei mesi tra novembre e gennaio in modo da ottenere un olio leggero e poco acido, di buon sapore e non troppo forte. Si considera che da una spremitura di 100 kg di olive si producono circa 20 litri di olio.

Non posso fare a meno di alcuni dati tecnici riguardanti la raccolta delle olive e la conseguente estrazione dell' olio:

Si hanno numerosi sistemi di raccolta, ma i fondamentali sono quello manuale e quello meccanico. Mi limitero' a parlare della prima che  puo ' essere effettuata o staccando le olive a mano dalla pianta facendole cadere a terra, dove precedentemente e' stato messo un telo, o scuotendo manualmente i rami in modo che le olive si stacchino o cadano sul telo, oppure passando con un grosso pettine tra i rami (e' il metodo da noi usato). C'e' poi la bacchiatura ossia il percuotere i rami con lunghe pertiche di legno fino a far cadere le olive sul terreno, o, infine, raccogliere da terra solo le olive che vi sono giunte «naturalmente» (raccattatura). I magazzini per raccoglierle devono mantenere una temperatura compresa tra gli 8 e i 10 gradi in un ambiente areato, e le olive non devono essere ammucchiate in strati superiori ai 12  cm per evitare che si schiaccino le une con le altre. La loro permanenza nei magazzini non deve possibilmente superare la settimana se sono olive perfettamente sane, i due giorni se presentano ammaccature. Prima di essere portate al frantoio devono essere pulite da eventuali rametti o foglie (a volte con un vero e proprio lavaggio).

L'estrazione dell'olio inizia con la  FRANGITURA (o molinatura) che consiste nella frantumazione delle olive e dei noccioli in modo che la polpa, rompendosi, permetta l'estrazione dell'olio. Il metodo tradizionale ancora oggi eseguito e' quello delle molazze ossia due grosse ruote di granito, che, ruotando sopra un grande piatto anch'esso di granito, schiacciano le olive. Si procede poi alla GRAMOLATURA, un rimescolamento della pasta ottenuta per ridurne il volume, ma soprattutto per separare l'acqua dall'olio unitisi (emulsionandosi) nel corso della frangitura, per passare all'ESTRAZIONE, ossia la divisione della pasta gramolata tra olio, acqua di vegetazione detto mosto e parte solida chiamata piu' propriamente sansa.

L' ultima fase dell'estrazione dell'olio e' la decantazione, infatti esso non e' ancora pronto essendo un «olio di mosto» composto da olio, acqua e vegetazione piu'  residui solidi. Con la decantazione si mette l'olio in appositi contenitori dove  tendera' a galleggiare sull'acqua di vegetazione ed i residui si poseranno sul fondo. Dopo ventiquattro ore si effettua un travaso che si ripetera' dopo due o tre giorni, e ancora dopo cinque o sei giorni. Oggi pero' si tende a usare dei separatori centrifughi che agiscono sulla differenza di peso specifico tra le sostanze.

In base alla durata del suo  periodo di stagionatura, l'olio puo' essere classificato cosi':

Olio novello- sino a quattro mesi dall'estrazione, si caratterizza per un gusto spiccato fruttato quasi piccante

Olio fresco- sino a otto mesi, ha un sapore meno intenso, e' piu' limpido, armonicamente fruttato.

Olio giovane- sino a dodici mesi, ancora piu' armonico del precedente.

Ed ora un po' di consigli di mia nonna su come riconoscere la QUALITA' DI UN OLIO:

Per capire la qualita' dell'olio bisogna guardarlo, odorarlo ed assaggiarlo. Innanzi tutto dobbiamo sapere che essa dipende dal tipo di olive usate, ognuna ha un sapore proiprio, dal clima dei luoghi in cui vengono coltivate. Altri fattori riguardano il trattamento delle olive dopo la raccolta (se non vengono portate subito al frantoio si rischia di far guastare l'oliva con conseguente sapore di «muffa» per l'olio che se ne ricava) ed il modo in cui lo conserviamo in casa. L'olio infatti va conservato in ambiente non troppo illuminato (meglio se buio) e fresco, il sole infatti oltre  a schiarirlo, peggiora il suo sapore. Guardando la bottiglia in controluce possiamo notare la limpidezza, che si ottiene grazie alla filtrazione, ma molti produttori, soprattutto artigiani, preferiscono non filtrarlo per renderlo piu' aromatico, in questo caso il risultato torbido risulta essere un pregio che pero' accorcia la durata della qualita' dell'olio nel giro di pochi mesi. Attenzione pero', perche' l'opacita' dell'olio puo' essere data anche da una cattiva filtrazione che rende scadente il prodotto. Oltre alla limpidezza, occorre osservare la densita' dell'olio che pero' non e' indicatore di qualita' ma soggettiva del gusto del consumatore. Molto importante e' poi l'aspetto olfattivo che deve essere provato piu'volte, ma in tempi diversi per non dare all'olfatto di abituarsi al tipo di odore. In quanto all'aspetto saporifero, si ricorre alla degustazione che deve essere fatta espirando dal naso per percepire meglio il gusto e gli aromi.

Tutte queste storie mi fanno venire l'acquolina in bocca...Ci pensa mia nonna con la sua favolosa ricetta...

 

Spaghetti all’ aglio, olio e peperoncino

Mettete a bollire l'acqua, almeno 1 litro per ogni 100 gr di pasta , ma non salatela subito. A bollore dell'acqua buttate gli spaghetti (per quattro persone basteranno 400 gr) e agitateli subito con un forchettone per evitare che la pasta si incolli, salate e lasciate cuocere. Mentre gli spaghetti cuociono, mettete 5 cucchiai d'olio extra vergine in una padella con 1 o 2 spicchi di aglio schiacciato e un cucchiaino di peperoncino tritato o due piccole papriche; soffriggere per 3-4 minuti per estrarre i profumi e il piccante. Per evitare che l'aglio diventi troppo biondo e il peperoncino si bruci spegnete il fuoco. Quando gli spaghetti saranno al dente scolateli e buttateli subito nella padella del soffritto bollente, aggiungete un po’di prezzemolo fresco e mescolate bene. Servite subito.

 Rileggendo un po' il tutto, ho notato di essermi limitata all'aspetto alimentare, senza alcun riferimento a quello cosmetico e alle grandissime possibilita' che l'ulivo offre in questo campo...E di questo mi curo io, magari tra qualche anno...

 Spero che questa esposizione abbastanza concisa abbia reso almeno in parte i “segreti” di questa splendida pianta “onnipresente” che e’ l’ulivo e che aiuti al lettore ad apprezzarla di più, come ho imparato io grazie all’uliveto di mia nonna.   

 

FONTI:

- l’album di famiglia, libri e testimonianze della nonna (colgo l’occasione per ringraziarla), internet