14° CONCORSO MAILING LIST HISTRIA 2016

                                             ALTRI TEMI PARTECIPANTI: SCUOLE SUPERIORI LAVORI INDIVIDUALI E DI GRUPPO


Traccia 1: "I nostri veci ne conta" - Storia e tradizioni della mia terra nei racconti di famiglia.
Traccia 2: - Da Dante a Pinocchio e Montalbano… Individua nella letteratura italiana l’opera che più ha saputo parlare al tuo cuore e alla tua immaginazione. Traccia 3: Si è conclusa da poco l‘EXPO di Milano: tutto il mondo ha proposto le proprie eccellenze nel campo dell’alimentazione. Voi cosa proporreste per valorizzare quelle del vostro territorio?
Traccia 4: Le memorie di famiglia e le ricerche d'archivio, due metodi per risalire alle proprie origini… sapere da dove veniamo è sempre affascinante. Traccia 5: Esodo, termine che abbiamo imparato a conoscere dalla Bibbia ma che, da quello Giuliano-Dalmata agli attuali flussi migratori, sta tragicamente segnando la storia dell’Umanità.
Traccia 6: Sul nostro Mediterraneo si è avuto uno scontro secolare tra la Croce e la Mezzaluna ed in questi anni lo scontro sembra riproporsi nuovamente… ci sarà mai una via d’uscita?
_______________________________________________________________________

Lavori individuali:


           motto DI CHE REGGIMENTO SIETE/FRATELLI?                    
 Dea Car

 Classe IV - t Scuola Media Superiore Italiana Fiume
 Insegnante: Rina Brumini



Sul nostro Mediterraneo si è avuto uno scontro secolare tra la Croce e la Mezzaluna ed in questi anni lo scontro sembra riproporsi nuovamente… ci sarà mai una via d’uscita?

Sembra che la storia sia veramente destinata a ripetersi... l’eterna “battaglia” tra la Croce e la Mezzaluna sembra avvampare di nuovo e, come ogni volta, una delle due parti sembra essere più tenace dell’altra. Tutti conoscono la storia delle Crociate, le famose imprese per liberare Gerusalemme - il Sacro Sepolcro - dalle mani degli Ottomani, com’è nota pure la tentata conquista ottomana di mezz’Europa, fortunatamente fermata. Però a uno viene da chiedersi: si tratta veramente di uno scontro religioso o politico? Certamente, se guardiamo la situazione di oggi e la compariamo con quella di secoli addietro. Cambia molto in fatto di motivo dello scontro. Nel passato, il motivo delle guerre tra cristiani e musulmani era prevalentemente religioso (o così volevano far credere) perché, nelle epoche passate, la religione era il centro più importante della vita umana, sia per i cristiani che musulmani, un punto fermo, una sicurezza per l’uomo. Oggi la religione in Europa è considerata cosa privata mentre nei paesi musulmani la religione è legge.

È un dato di fatto che in ogni cesto ci sarà sempre una (o più di una) mela marcia, questa è rappresentata dall’estremismo di entrambe le parti. Sto parlando ovviamente dell’ISIS, lo Stato militante estremista islamico che sta pian piano tentando di soggiogare l’Europa e il mondo intero usando il terrorismo dell’Islam radicale. È successo più volte che questi musulmani radicali abbiano dimostrato, imbastendo attacchi sanguinolenti, che sono malintenzionati. Ricordiamoci solo del caso “Charlie Hebdo”, il giornale parigino di satira politica, dove la meta era un caricaturista francese, brutalmente ucciso nel centro di Parigi da parte di militanti dell’ISIS assieme a dei suoi colleghi perché aveva pubblicato una caricatura del profeta Maometto (l’Islam vieta il disegno e considera offensiva la rappresentazione grafica del profeta). Ricordiamoci anche del tristemente famoso attacco di Parigi un paio di mesi addietro, quando molte persone persero la vita e molte furono ferite a causa di più attacchi simultanei nella capitale. Poi c’è stato il caso della donna musulmana, in Russia, che un paio di giorni fa si è presentata nella stazione ferroviaria tenendo in mano una testa mozzata di un bambino gridando il famoso grido di “battaglia” “Allahu Akhbar”. Una scena a dir poco orrenda, ma che fa riflettere. D’altro canto, abbiamo avuto anche estremisti cristiani, ricordiamoci solamente che il Ku Klux Klan, negli Stati uniti d’America, ha compiuto delle angherie sui neri nel nome della religione cristiana. Ma qui non stiamo a parlare di religione, lo definirei più come radicalismo religioso, perché se andiamo a leggere il Corano e la Bibbia, vediamo che nessuna delle due religioni istiga apertamente alla guerra contro altre religioni, anzi ci sono addirittura delle regole molto rigorose sul come condurre una guerra religiosa, che un musulmano e un cristiano dovrebbero seguire attentamente. D’altronde ci sono state da sempre provocazioni sia dall’una che dall’altra parte. I veri credenti dell’una e dell’altra religione mai si sognerebbero di compiere atti così atroci come quelli cui assistiamo ultimamente, gli uni contro gli altri.

Sono sempre più convinta, anzi, io credo profondamente che non si tratti di uno scontro tra la Croce e la Mezzaluna, se parliamo dei nostri tempi, bensì di una lotta tra radicalismo religioso e laicismo convissuto. Convissuto perché sappiamo bene che l’Europa ha tanti abitanti di fede musulmana, che convivono pacificamente con i loro vicini cristiani, un esempio molto valido sono le università in Italia, dove convivono nelle case dello studente ragazzi e ragazze di ogni religione e razza, senza accopparsi a vicenda per motivi di religione e fede. Oppure la mia città, Fiume, che ha da sempre lo status di crogiuolo di religioni e culture o, addirittura, il microcosmo della mia scuola dove cristiani, musulmani, cinesi, ebrei e chi più ne ha più ne metta, studiano le stesse materie e si battono per gli stessi voti da amici. Ed è proprio questo l’esempio da seguire, perché si è anche dimostrato nella storia che si può convivere senza conflitti in armonia, come succedeva in Spagna nell’Ottavo secolo in poi (che a quell’epoca era conosciuta come Al-Andalus), dove ben tre religioni, ebraica, musulmana e cristiana convivevano in pace e serenità fino alla Reconquista dei re Spagnoli, che dovettero rovinare tutto. E tutto daccapo. È come un cerchio, un circolo vizioso, che va avanti a ruota libera e non trova via d’uscita, una cerchia infinita che cambia solo modalità.

Tornando ad oggi, lo scontro tra le due religioni si è riacceso solo per degli estremisti dell’ISIS che mostrano di non attribuire alcun valore alla vita umana, e che purtroppo riescono ad infiltrarsi tra gli immigrati siriani, al cui sodo assistiamo come a un’agonia infinita, che tentano solamente di avere una vita migliore in Europa e sfuggire agli orrori della guerra nel proprio paese. È triste, ma molti di loro verranno tacciati e discriminati per via degli atti terroristici di pochi invasati. Ciò non solo non è giusto, ma dimostra che bestia l’essere umano possa essere.

Dopo secoli di progresso tecnologico e umano non siamo riusciti ad abbattere queste barriere che impediscono alle nostre menti di progredire, di andare avanti e di lasciarci il passato alle spalle, di dimenticare ciò che ha fatto soffrire in tante occasioni l’umanità, e che continua a farlo oggi, nel XXI secolo. Ho visto un’immagine che mi ha fatto riflettere molto su questa cosa. L’immagine illustrava l’Europa e parte del Medio Oriente, e sulla prima foto c’era la data dell’anno 1100 con l’Europa marcata in giallo con su scritto “Troppo impegnata con la religione”, e il Medio Oriente marcato in blu con su scritto “Troppo impegnato con la scienza”. La stessa immagine riproposta con però l’anno 2015, dove l’Europa è ora in blu, mentre in Medio Oriente in giallo. E ciò dimostra che il fanatismo e il radicalismo religioso non finiranno mai, si sposteranno solamente da una religione all’altra, un andirivieni di follia e caos istigati da una interpretazione molto sbagliata dei libri sacri di una e dell’altra religione. Ci sono stati molti dibatti accesi riguardanti questo tema in TV e nei media, e sono d’accordo con quelli che dicono che i militanti radicali, siano musulmani o cristiani, non rappresentano le loro rispettive religioni, bensì le sfruttano come scusa per seminare il terrore e il panico.

Vorrei concludere dicendo che ci sono certe cose nella vita che ci fanno dimenticare quello che tutti dovremmo essere, e cioè esseri umani e, in fin dei conti, fratelli. Non dovremmo scannarci a vicenda per delle sciocchezze antiquate come la religione. Abbattiamo questa ultima barriera che ci impedisce di progredire e di andare avanti insieme, uniti, verso un futuro migliore, positivo e pacifico, dove conflitti del genere non esistono e dove non c’è morte né caos. Abbiamo dimenticato di essere umani, e ci lasciamo prendere da cose che da tempo non hanno importanza. La spiritualità è un bisogno degli uomini e gli uomini la coltivino. Ma la religione dovrebbe essere una cosa privata, e comunque non dovrebbe influenzare il comportamento di un individuo verso un altro che non ha lo stesso credo. Dobbiamo impegnarci di più a lavorare per raggiungere questo traguardo, che non è così impossibile da raggiungere se lavoriamo uniti.


motto LUNA                            Anna Rosso

 Classe I Ginnasio “Antonio Sema” Pirano
Insegnante: Dora Manzo

ENTREMO IN CANTINA

Xa davanti la porta dela cantina te se rendi conto che drento xe qualcosa de interesante. La porta larga a tre ante. La sinistra fissa col cadenaso interno per verzerla in caso de bisogno, con soto in canton un buzo lasdo posta pe' el gatto perche se sa che in cantina oltra al vin se tegniva anca formento, formenton zgranado e altro. El gatto in cantina tegniva un poco de ordine con i sorzi.
La porta de mezo co' la cluca se la verzeva se te serviva de andâ ciô solo qualche picolesa. Se te serviva piu` posto allora te verzevi anca la porta de destra che la iera incardinada co' quela de mezo e a sistema armonica te la verzevi e fracavi fra el muro e 'l struco.
Bon, deso semo in cantina. No xe che la sia tanto granda ma ai tenpi che iero ancora in braghe de biznono in sta cantina se faseva 80 etolitri de vin. Alora tento de spiegâ la sistemasion de drernto in cantina.
A manca el mastelon che serviva pe' la vendema dove stava drento un quindize brente de ua. Sto mastelon serviva anca pe' fâ l'azedo co' le raspe dopo gaverle strucade. Piu` vanti iera el cratel picio dove iera de solito el vin bom. Piu` vanti ancora iera el tinaso piu` grando de vintisinque etolitri. In sto tinaso vegniva fato boî el mosto. Dopo quando el mosto iera diventadi vin e iera tenpo de travazâ, vardando senpre che la luna sia bona, a sto tinaso se ghe meteva el capel, voio dî se ghe meteva el covercio.
Se capisi che se trasformava de tinaso in bota. 'ora se travazava el vin dove el madurava. Taca a sto tinaso iera un altro tinaso un poco piu` picio che serviva come disinpegno, pe' i travazi. In fondo alla cantina iera un altro cartel dove se travazava el vin dalla bota granda co ne restava poco. Dute ste bote le stava su una piana.
In canton de destra in fono ala cantina iera do bote grande dove stagionava el vin. Sora de una iera un tamizo fato de striche de tavola che serviva pe' zgranâ la ua nera ˝el refosco˝. Po iera una piria de rame pe' travazâ el vin. Drento iera un toco de carbon che se tigniva in piria co se travazava el vin nero. Sul travo del sofito iera inpiradi un per de ciodi grosi dove stava impicade le gome pe' tirâ 'l vin fora dele damigiane. Oltra ale gome gera impicado anca 'l feral a petrolio una sezola e dele saine. Soto la piana in una caesseta se tigniva le spine pe' le bote, i spinoti, do martei, un co' 'l canaleto che serviva pe' bati i serci de le bote, una ciave inglese e 'l provin pe' misurâ 'l sucaro del mosto.
A destra dela porta de entrata iera el struco betonado al pavimento. Me par che sora iera invidada una targheta co scrito ˝Matteo Skull-Fiume˝. Visin el struco se trovava le brente co 'l sercio de tortisoni con la recia dove vegniva ficadoo el portaro per pode' portar la brenta sula spala. Le damigiane le iera la visin inpaiade con vera paia de formento. Per lavorâ col struco ghe iera anca una podena che saria un picia masteleta co do recie e l'ornela che xe un picio recipiente de legno con una recia sola.
In cantina ghe xe senpre un odor propio de cantina. Te devi nazarlo pe' capirlo.

Bona cantina.
 

motto CANZONE                           Lara Jušić Azzan -

 Classe II - a Scuola Media Superiore Italiana Fiume
Insegnante: Emili Marion Merle


 L'opera italiana che più ha saputo parlare al mio cuore e alla mia immaginazione

ADRIANO CELENTANO

“Il ragazzo della via Gluk”

“Il ragazzo della via Gluk” è la canzone italiana che più mi ha toccato il cuore... Adoro la musica sia essa italiana, croata o straniera, e le melodie e i testi delle canzoni mi fanno sempre distaccare dal mondo e dalla quotidianità per dare un po' di spazio alla mia immaginazione.

Adriano Celentano, conosciuto e apprezzato cantautore italiano, si presentò a Sanremo del 1966, per la prima volta con questa sua magnifica canzone. Sfortunatamente il pubblico e la giuria di allora non apprezzarono la canzone tanto che essa venne eliminata già alla prima serata. Ora però, a distanza di diversi anni dalla prima uscita del “Il ragazzo della via Gluk“, essa è diventata una delle canzoni che rappresentano maggiorente la carriera dell'autore e il patrimonio musicale italiano. Attraverso quest'opera Adriano ci introduce diversi elementi della sua adolescenza. Esempi ne sono appunto la via Gluk, ossia la stessa via in cui l'autore abitava e trascorreva le sue giornate giovanili; cit. “passano gli anni, ma otto sono lunghi“, è un verso che si riferisce al tempo passato dall'inizio della sua carriera musicale. Nel testo della canzone, Adriano parla di un ragazzo, suo amico, nel quale lui stesso si rispecchia; questo giovane è costretto a lasciare la sua casa di campagna per andare a vivere in città, cosa che però non desidera. Si vedono poi due opposte considerazioni che possono riferirsi allo stato d'animo travagliato dell'autore che attraverso il testo analizza i lati positivi e negativi della situazione. Da una parte Celentano pensa che la vita in città sia una buona occasione perché è certo che lì sarà tutto più facile e cit. “là troverai le cose che non hai avuto qui“, mentre in risposta c'è comunque l'animo legato all'infanzia e ai ricordi di essa cit. “qui sono nato e in questa strada ora lascio il mio cuore“. Cit. “quel ragazzo ne ha fatta di strada“, Adriano ormai è cresciuto, ha terminato i suoi studi e ha dato vita alla sua fiorente carriera, cit. “ma non si scorda la sua prima casa“; ormai è in grado di provvedere a se stesso e può ricomprare la sua vecchia casa piena di ricordi. Dimentica però un elemento molto importante, il ragazzo ritorna nel luogo da lui tanto amato, ma della casa e dei suoi vecchi amici non c'è più traccia... il tempo ha cambiato tutto... cit. “quella casa in mezzo al verde ormai dove sarà”. Attraverso la sua canzone, Celentano, già allora ha visto ciò che sarebbe successo al mondo moderno, cit. “perché continuano a costruire le case e non lasciano l'erba”. In così poco tempo sono avvenuti molti cambiamenti che hanno stravolto la vita di tutte le persone che hanno dovuto adattarsi a questo mondo in eterna evoluzione, non sempre positiva. Non c'è via di scampo, ci si deve adeguare, altrimenti si viene rigettati, come sarebbe successo a lui. L'autore infine si chiede cit. “se andiamo avanti così chissà come si farà“; e tutt'ora noi stiamo continuando a cercare di “migliorare“ il nostro mondo, però non ci rendiamo conto che lo stiamo solo rovinando.

Celentano è stato un visionario.

Questa canzone per me ha diversi significati, tutti quanti veramente profondi: attraverso una metafora l'autore ci espone i suoi dilemmi più intimi e mette in luce i problemi. Con un testo così semplice l'autore unisce diversi concetti, comuni e profondi, amalgamandoli uno all'altro e hanno dà vita a diverse emozioni di gioia, tristezza, nostalgia, tensione, delusione, e anche ad un po' di speranza. Oltretutto io ho vissuto una buona parte della mia vita in Italia e in un certo senso mi rispecchio nella sua storia, nei suoi dubbi... questa canzone mi fa sempre ripensare ai ricordi che ho collegati alla mia vita precedente. Davanti a me ho ancora molta strada da fare e come quel ragazzo anch’io un giorno tornerò a rivedere i luoghi della mia gioventù... saranno ancora lì?



motto ERNESTO MEIS                           Enea Dessardo

 Classe IV - a Scuola Media Superiore Italiana Fiume
Insegnante: Emili Marion Merle

Sul nostro Mediterraneo si è avuto uno scontro secolare tra la Croce e la Mezzaluna e in questi anni lo scontro sembra riproporsi nuovamente … ci sarà mai una via d’uscita?

La storia umana è stata, fin dai suoi tempi più primitivi, caratterizzata da conflitti motivati da ragioni materiali ed economiche. Può darsi che nel nostro travagliato passato qualche conflitto religioso o culturale “sincero” ci fosse stato veramente, ma in quasi la totalità delle situazioni, le guerre mosse nel nome degli dei o in difesa dell’identità di un popolo avevano finalità ben diverse da quelle dichiarate. Dalle crociate medievali fino alle varie guerre scatenate in giro per il mondo nel nome della democrazia, non è cambiato quasi niente: sia i casus belli, che il vero motivo dei conflitti, sono rimasti gli stessi.

È da questo ragionamento che si è sviluppata la mia idea riguardo allo scontro tra la Croce e la Mezzaluna nel Mediterraneo. Per carità, la differenza religiosa è stata un ottimo elemento catalizzatore tanto nel passato quanto nel presente, ma rappresentare il conflitto tra Occidente e Oriente come un mero scontro tra Cristianesimo e Islam è tanto sbagliato quanto riduttivo. La ragione più ovvia per questa tesi sono i tanti punti in comune tra le due religioni: sia gli uni che gli altri adorano l’unico Dio di Abramo e, se i Cristiani celebrano Gesù come Dio, i musulmani lo venerano come profeta e onorano anche sua madre Maria. Inoltre, uccidere qualcuno nel nome del proprio dio è un metodo poco efficace per dimostrare la bontà del suddetto. Aldilà della logica tradizionale tuttavia, è la logica del guadagno quella che in passato ha sempre prevalso sulle differenze religiose: nell’Impero ottomano i cristiani potevano vivere benissimo finche pagavano lo Jizya (l’imposta per non musulmani), e per secoli la Repubblica di Ragusa ne è rimasta dipendente a suon di tributi. Per non parlare dell’accordo durante la Prima guerra mondiale tra la Gran Bretagna e le tribù arabe che in cambio dell’indipendenza accettarono di attaccare i propri fratelli di religione. Non dimentichiamoci inoltre che il più numeroso paese musulmano è l’Indonesia, che si trova vicinissimo ai paesi buddisti dell’Indocina e alla cristianissima Australia, ma che non è in conflitto con nessuno. Per introdurre il vero motivo del conflitto sul Mediterraneo, aggiungo un interessante dato statistico: la religiosità dell’individuo è inversamente proporzionale al suo stato sociale e al suo livello di benessere.

La città di Fiume è stata per quattro anni stato libero, e anche durante il periodo di dominazione ungherese aveva lo status di corpo separato. Finché i suoi abitanti potevano godere dei benefici che tale status portava e la città era in salute dal punto di vista economico, Fiume era un mix vincente di nazionalità e religioni diverse: Italiani, Croati, Tedeschi, cattolici, ebrei, protestanti, che si sentivano prima di tutto fiumani. Le differenze contavano poco e tutti vivevano in pace. Tuttavia, con l’arrivo del Regno d’Italia (che dava molta più importanza a Trieste come porto nell’Adriatico settentrionale) prima, e del secondo conflitto mondiale e della Jugoslavia (che era un paese povero e distrutto dalla guerra) dopo, improvvisamente le nazionalità e le religioni divennero di nuovo importanti e portarono all’uccisione e all’esodo di un grande numero di Italiani ed Ebrei. La tragedia di Fiume ha purtroppo confermato qualcosa che si sapeva già in precedenza: gli scontri nascono e la gente inizia a odiare chi è diverso quando svaniscono le condizioni per vivere una vita decente.

Lo scontro tra la Croce e la Mezzaluna ha sicuramente una via d’uscita. Per vari motivi storici (non bisogna dimenticare che l’Europa ha tenuto sottomessi il Nord Africa e il Medio Oriente per un bel po’ di tempo) e culturali (dopo il nostro passato da colonizzatori, noi Europei siamo diventati uno dei popoli più misericordiosi e aperti al prossimo al mondo) dobbiamo sentirci in obbligo di aiutare il prossimo a rialzarsi e permettergli di ricostruirsi una vita dignitosa. Appena lo faremo in modo efficace, vedremo molto presto che le differenze religiose vengono meno quando si ha tutti la pancia piena.
 


motto FRATELLI                          Lovre Marjanović

Classe II - a Scuola Media Superiore Italiana Fiume
Insegnante: Emili Marion Merle
 

Sul nostro Mediterraneo si è avuto uno scontro secolare tra la Croce e la Mezzaluna e in questi anni lo scontro sembra riproporsi nuovamente… ci sarà mai una via d'uscita?

Lo scontro tra i cristiani e i musulmani dura sin dal medioevo. Le prime battaglie furono le crociate, le cosiddette ''Guerre sante'', combattute per il controllo della città di Gerusalemme. Bisogna porsi una domanda: è possibile nominare una guerra ''santa'' considerando tutte le sue tragiche conseguenze? Durante le crociate si combatteva in nome di Dio, ma in realtà, è corretto considerarlo una figura divina, misericordiosa se vuole la morte degli ''infedeli''? Le guerre, infatti non furono combattute per volontà divina, ma per gli intersessi dei capi religiosi che, in nome di Dio, promettevano il perdono dai peccati a chi era disposto a combattere per la propria fede. Oggi la situazione non è granché cambiata, però è usata una tecnica molto efficace: la paura. Entrambe le parti in questione mostrano scene tra le più violenti per spaventare la gente, perché in questo modo le azioni della stessa popolazione diventano più prevedibili e controllabili. Mi permetto di fare un esempio recente che riguarda la situazione in Germania; anche se lo stato è una delle principali potenze mondiali e Merkel una delle donne più potenti al mondo, il partito politico della Merkel è al momento sfavorito nelle gara elettorale dell’anno prossimo proprio a causa dell'accoglienza degli immigrati in Germania. I politici approfittano delle situazioni per interessi propri e non badano agli interessi della popolazione, agli immigranti che fuggono dalla propria terra per non essere brutalmente uccisi; alla fine a pagare le vere conseguenze sono gli stessi immigrati che non riescono a oltrepassare i confini chiusi. Tutto il mondo ha parlato dei recenti attentati di Parigi e di Bruxelles dove centinaia di persone sono state vittime innocenti. I media si sono approfittati degli attacchi per diffondere la paura tra la gente europea e americana. Ogni settimana a causa dello stesso conflitto nei paesi arabi del Vicino Oriente muore lo stesso numero di persone, o di più, ma nessuno ne fa una tragedia. Dopo il 13 novembre, il 90% dei profili di Facebook nella Croazia, Italia e di tutta Europa e di tutta l’America era colorata di rosso, bianco e blu, colori della bandiera francese, per dimostrare solidarietà alle vittime di Parigi. La propaganda però non riguarda le vittime musulmane della Siria, della Libia, dell’Afganistan... Non solo, ma si costruiscono barriere di separazione tra gli stati per impedire alle persone che scappano dagli stati islamici di entrare in quelli europei.

Secondo me, è possibile paragonare le due religioni a due fratelli. Essi sono cresciuti insieme e ad entrambi sono state insegnate le stesse regole di vita e comportamento, però i due le interpretano in maniere diverse. Tra loro non si cerca di parlare, ma l’uno vuole convincere l’altro quanto le sue ragioni siano più giuste, e viceversa. Da questa discordia origina una lite che dura da troppo tempo: non importano più le origini che li accomunano, ma le loro differenze … Perciò non credo ci sia una via d'uscita, almeno fino a quando ci sarà chi trae profitto dal conflitto.
Non è difficile manipolare o creare pregiudizi tra il popolo e convincerlo magari che è l’altro il malvagio e la causa dei suoi mali. Un aspetto della natura umana è l’avere paura di ciò che non si conosce, il che non fa altro che aggravare la situazione.

Bisogna conoscere prima di giudicare. La nostra nazionalità, la religione, il sesso, la nostra origine e la razza non determinano chi siamo, a determinarci sono soltanto le nostre azioni.
 


motto MARE 2                          Karlo Žakula

Classe II - a Scuola Media Superiore Italiana Fiume
Insegnante: Emili Marion Merle
 

“Si è conclusa da poco l'EXPO di Milano: tutto il mondo ha proposto le proprie eccellenze nel campo dell'alimentazione. Voi cosa proporreste per valorizzare quelle del vostro territorio?“

Mi ricordo bene dell'ultimo giorno della prima classe delle medie, quando andai a Milano con i compagni di scuola a visitare l'EXPO. Quel giorno mi rimase nella mente per la varietà dei cibi visti, di numerose culture, di modi di vestire diversi e per tutti gli altri fattori che dimostrano in realtà, quanto noi uomini siamo uguali e differenti allo stesso tempo. L'EXPO fu un evento straordinario. I miei amici ed io fummo vittime di tantissime meraviglie esposte in quell’occasione. Quello che però non vidi, e che mi deluse profondamente, erano i rappresentanti del mio paese, il guardiano del mare dei Balcani, la Croazia. Mi chiesi perché le acque del nostro mare, il paradiso di ogni tipo di pesce, non faccia parte di una manifestazione che appositamente celebra il cibo. Il mese scorso parlai con un pescatore esperto venuto dalla Sicilia. Mi disse che per quanto lui avesse provato a pescare nel mare siciliano, non è mai riuscito ad ottenere pescati così ricchi come qui nell’Adriatico.
Io il pesce lo mangio spesso; e sarebbe strano se non lo mangiassi – sono nato a Fiume … una città sul mare! Fiume possiede un mercato aperto di media grandezza. In mezzo al mercato è situato un edificio alto e ampio, nel quale si vende “tutto il ben di Dio” pescato nel mare. Ogni volta che ci entro vedo davanti a me una megalopoli in miniatura. I banchi sono ogni mattina provveduti di pesce nuovo e fresco, pescato il giorno stesso. C'è tanta gente che ammira la compattezza, il colore azzurro e l'odore del mare non ancora svanito di quel pesce. Calamari, polpi, sardele, scampi, orate … sarebbe bastato trasportare la pescheria fiumana e avremmo sicuramente fatto bella figura all’EXPO!
La Croazia ha poi tante altre cose da offrire. Con un clima mediterraneo e la grande varietà del suolo il nostro paese potrebbe essere uno dei gioielli dell'agricoltura biologica dell’Europa. Gli olivi che crescono sotto un clima perfetto e nelle vicinanze del mare sono tra i più pregiati al mondo. Il prosciutto messo ad affumicare sotto un sole pazzesco delle coste dalmate potrebbe essere emblema di gastronomia esclusiva e di originalità.
Se ci si muove verso la parte occidentale della Croazia (e sto parlando dell'Istria), ci si imbatte in un prodotto molto prezioso, l'oro della cucina – il tartufo. Questo è un fungo sotterraneo, di aspetto simile alla patata; un elisir per il suo sapore meraviglioso. L'Istria è ricca di tartufi bianchi, che sono anche i più preziosi. Essi competono con quelli delle regioni italiane di Alba e Piemonte. Questa delizia gastronomica può combinarsi con la pasta, il pesce, la carne e persino il cioccolato. Si raccolgono in autunno e d'inverno, e visto che sono i funghi sotterranei, quasi sempre si va nella raccolta con dei cani a olfatto sviluppato
La Croazia è il paradiso terrestre gestito male, purtroppo …
Immagino una grande tenda blu in mezzo all'EXPO, riempita di numerosissimi acquari contenenti infinite specie delle creature acquatiche. Un' Atlantide riaffiorata in mezzo all'EXPO a mostrare al mondo cosa davvero nasconde il nostro paese. Mi viene da paragonarlo a un bebè, a una piccola creatura con enormi capacità da sviluppare, ma solo se gestito bene da noi genitori prendendoci cura del bambino e insegnandogli come rispettare la propria bellezza e come usare la propria intelligenza.
Concluderei dicendo che il terreno croato, sia quello litorale che quello continentale, è un ecosistema grandissimo che potrebbe essere presentato all'EXPO dieci volte da capo, e all’undicesima ci sarebbe ancora qualcosa di nuovo da offrire. Il fine dell'EXPO è proprio quello di presentare la varietà di culture, abitudini e modi di vita; farci vedere quanto variopinto è il nostro pianeta, accettare le differenze, perché non ci si smette mai di sorprendere. La gastronomia non include solo l'atto del mangiare, ma il modo di vita.
Facciamo dunque vedere al mondo il sudore e il sorriso del pescatore che si è svegliato alle cinque di mattina per tirare su le reti dal mare Adriatico e rubare le sue ricchezze. Immortalare il momento in cui lui stesso sta sul bordo della barca, mentre i primi refoli di bora combattono contro i suoi capelli e il sole che nasce dall'utero del Velebit o del Monte Maggiore fa brillare il suo pescato.
Questa è casa mia.

 


motto CARPE DIEM 2                    Alana Martinović

                                                            Classe III – a – Ginnasio Generale Scuola Media Superiore Italiana Fiume
                                                                                        Insegnante: Gianna Mazzieri Sanković

Da Dante a Pinocchio e Montalbano... Individua nella letteratura italiana l’opera che più ha saputo parlare al tuo cuore e alla tua immaginazione

La letteratura italiana è una delle più ricche al mondo. Ci ha dato grandi lavori di Dante, Petrarca, Ariosto, Manzoni. Le loro opere ci parlino ancora oggi. Personalmente penso che le opere italiane non possano esser messe a confronto con nessun altro tipo di letteratura perché ogni nazione ha un certo gusto. I miserabili non sarebbero gli stessi se Victor Hugo fosse stato un inglese, tanto quanto Guerra e pace non esisterebbe se Tolstoj avesse avuto origini tedesche. Il paese di nascita ci definisce e, in un certo senso, è responsabile della nostra formazione. Recentemente ho preso in mano I canti di Leopardi e ne sono rimasta impressa. Le sue poesie sono tutte molto malinconiche e attraversate da un forte sentimento di non appartenenza. Avevo sentito parlare di Leopardi ancora prima, però solo poco tempo fa ho scoperto la grandezza della sua genialità e la profondità della sua miseria. Ci sono autori con i quali senti una connessione al primo momento e per me Leopardi è uno di questi. Dal primo momento che ho letto A Silvi” o anche L’infinito mi ha mosso qualcosa di profondo nel cuore. L’eterna O natura, o natura, /perché non rendi poi quel che prometti allor?/ Perché di tanto inganni i figli tuoi?” si può ricollegare proprio al periodo dell’adolescenza dove si perde l’illusione di un mondo perfetto e si deve affrontare il mondo reale che è tutto eccetto un bel sogno. Io sto vivendo questo periodo transitorio e perciò i versi in questione hanno un significato personale. Il risveglio dal sogno giovanile non turbato dalle sofferenze e inquietudini della vita deve avvenire, prima o dopo. Non è mai facile però la vita continua e il tempo non risparmia nessuno.

Un altro passo che mi è piaciuto molto è Nobil natura è quella che a sollevar s’ardisce gli occhi mortali incontra al comun fato, e che con franca lingua, nulla al ver detraendo, confessa il mal che ci fu dato in sorte, e il basso stato e frale. Da questo passo emerge la nostra insignificanza e la piccolezza davanti a qualcosa di molto più grande. C’è verità in questi scritti di un poeta romantico della prima metà del 1800. Leopardi non c’è più adesso, custodito dalla fredda terra ha trovato la fine delle sue fatiche. Nonostante ciò, la sue parole sopravvivono perché contengono un valore universale. Sono parole sublimi, dove il dolore esistenziale si trasforma in bellezza grazie alla dolcezza dei versi. È chiaro che la Musa abbia dato a Leopardi un talento eccezionale. Leopardi cercava la felicità ovunque andava, ma “la tristezza non era nei luoghi, era nell’anima sua, ed egli la portava con sè ovunque andasse, profonda, cupa, immedicabile.”[1] La sua malinconia è una delle più forti che io abbia mai incontrato. Credo che sia così acutamente espressa perché Leopardi era un’anima sensibile. Le anime sensibili si sentono spesso aliene e tristi in mezzo alla gente che non capisce la loro sensibilità. Queste persone vedono il mondo fino ai minimi dettagli, dalla gloria alla miseria. Leopardi era più incline alla miseria. “La felicità è un intervallo tra un male e un altro.” Disse Leopardi e in un certo senso ha ragione. Anche io credo che la felicità sia presente in momenti rari, in attimi fuggenti, in certi momenti della vita. È proprio per questo che la apprezzo di più. Se tutto il male venisse rimosso, come riconoscerei il bene? Se la notte diventasse giorno, il giorno continuerebbe ad esistere? D’altro canto, potrebbe essere anche il contrario. Qualcuno potrebbe dire che il male sia un intervallo fra una felicità e un’altra. È vero anche questo. Tutto dipende da come uno percepisce il mondo. La scelta sta nella persona.

Quello che mi ha insegnato Leopardi è forse un po’ contradittorio. Leggendo della sua vita difficile, dei suoi tormenti e agonie ho capito che tutti noi siamo vittime del tempo in cui viviamo, ma c’è vita. C’è vita in questa umile esistenza, c’è respiro, c’è possibilità di felicità. Un momento di gioia può compensare una continuo travaglio di dolori umani. In fondo è la coscienza del dolore che ci spinge alla ricerca della felicità. In momenti di difficoltà le rimembranze dei momenti di beatitudine ci aiutano a superare meglio la situazione difficile nella quale ci troviamo. Dopo la pioggia viene sempre il sole.

 

motto FARFALLA                       Ani Čudina

                                                                Classe III – a – Ginnasio Generale Scuola Media Superiore Italiana Fiume
                                                                                            Insegnante: Gianna Mazzieri Sanković

Da Dante a Pinocchio e Montalbano… Individua nella letteratura italiana l’opera che più ha saputo parlare al tuo cuore e alla tua immaginazione

Di solito le letture scolastiche, scelte dalle professoresse, non mi piacevano tanto,le leggevo soltanto per leggerle. Spesso non mi impegnavo nemmeno a capirle più in fondo perché non ero affatto interessata al tema. Io personalmente preferisco i libri gialli e le storie reali della vita quotidiana. Due anni fa, quando mi era assegnata la lettura d’obbligo di Italo Calvino intitolata Il sentiero dei nidi di ragno pensavo fosse una lettura noiosissima siccome si trattava di un romanzo neorealistico in cui prevaleva la narrazione realistica del periodo bellico presentata in una chiave semifantastica, in quanto gli eventi descritti vengono narrati attraverso il punto di vista di un bambino.
A giudicare dalla copertina posso dire che purtroppo non mi aveva attirato,ma quando mi sono messa a leggere, era una cosa completamente diversa. Non pensavo mi sarebbe piaciuto tanto già dall' inizio.
Siamo in Italia, durante il periodo della Resistenza, in un piccolo paese ligure della Riviera di Ponente. Pin è un bambino ligure di circa dieci anni, orfano di madre e con il padre marinaio irreperibile, abbandonato a se stesso e in perenne ricerca di amicizie tra gli adulti del vicolo dove vive, e dell'osteria che frequenta dove viene preso in giro da tutti: Pin è canzonato a causa delle relazioni sessuali che la sorella prostituta, la Nera di Carrugio Lungo, intrattiene coi militari tedeschi; provocato dagli adulti a provare la sua fedeltà, Pin sottrae a Frick, un marinaio tedesco amante della donna, la pistola di servizio, una P38, e la sotterra in campagna, nel luogo, sconosciuto a tutti, in cui è solito rifugiarsi, dove i ragni fanno il nido. Il furto sarà poi causa del suo arresto e dell'internamento in prigione. Qui entra a contatto con la durezza della vita di carcerato e con la violenza perpetrata da uomini su altri uomini.

Qui, già dall’ inizio possiamo capire che si tratta di un romanzo complesso, ci sono molti personaggi, tutti collegati fra di loro in qualche momento, in qualche modo. Mi è sembrato orribile immaginare un ragazzino del genere, lasciato da parte della sua infanzia e coinvolto nella vita degli uomini adulti, pieni di odio e tristezza. Però, nonostante la situazione, le azioni narrate sono proprio quelle, brulicanti di tedeschi, prima come alleati dell'Italia poi come nemici inferociti dall'armistizio di Cassibile, dove si svolsero sanguinosissimi combattimenti tra partigiani e nazifascisti. Qui si svolge la prima parte del libro, in cui Pin si trova ancora dalla sorella: la locanda degli adulti del vicolo, la casa di Pin, il luogo in cui lavora e le abitazioni di tutti gli altri personaggi del romanzo. Il tema è anche molto strano, secondo me tratta di un bambino che cerca di appartenere a un gruppo ma infine sembra stare meglio da solo, in un sentiero del quale nessuno sapeva all' inizio.
Era il suo luogo sicuro e penso che ciascuno di noi abbia un posto dove si sente a casa, un luogo senza pregiudizi ed è molto importante essere capaci di stare da soli. Il narratore del libro è esterno e il libro è narrato in terza persona. Calvino sceglie di raccontare e descrivere i fatti e le paure di una guerra visti dal “basso”, da chi non può nulla nei conflitti eppure è costretto a farvi parte: l'ottica è quella di un bambino. Dietro lo sguardo un po' spaesato di Pin c'è la vicenda biografica di Italo Calvino che, giovane universitario di estrazione borghese, lascia gli studi ed entra nella Resistenza, vive a contatto di operai, gente semplice, condividendo la vita partigiana ma facendo parte di un altro mondo. Purtroppo anche oggi, la gente è spesso incarcerata dalle situazioni e dalle persone circostanti. Leggendo il libro mi sono segnata una citazione importante :
« Forse non farò cose importanti, ma la storia è fatta di piccoli gesti anonimi, forse domani morirò, magari prima di quel tedesco, ma tutte le cose che farò prima di morire e la mia morte stessa saranno pezzetti di storia, e tutti i pensieri che sto facendo adesso influiscono sulla mia storia di domani, sulla storia di domani del genere umano. »
Ogni nostra scelta influirà sul nostro futuro e su quello altrui, non si dovrebbe pensare mai che le nostre azioni saranno dimenticate perché come è stato detto servono per scrivere una storia, la storia della nostra vita. Se sarà bella o brutta dipende dall'individuo oppure anche dal destino, per chi ci crede. Pin non ripone fiducia in quelle persone così diverse da lui, infatti non rivela a nessuno di loro il suo posto magico e segreto, il sentiero dove fanno il nido i ragni. È un personaggio sospeso tra il mondo dei grandi, nel quale cerca di entrare, e il mondo al quale appartiene, ma nel quale non ha mai voluto identificarsi. Pensa che nel mondo dei grandi lui potrà trovare un grande amico sincero al quale confidare il suo segreto. Quindi alla fine mi sono sorpresa capendo che tutto il libro si è basato sulla ricerca di un amico vero. Non è questo che stanno cercando tutti?

 


motto FORMICA                         Petra Duhović

 Classe III – a – Ginnasio Generale Scuola Media Superiore Italiana Fiume
Insegnante: Gianna Mazzieri Sanković


Da Dante a Pinocchio e Montalbano. Individua nella letteratura italiana l'opera che più ha saputo parlare al tuo cuore e alla tua immaginazione.

Nel passato in Italia c'erano tantissimi letterati e intellettuali ma soltanto uno di loro, la stella più brillante in mezzo a tutte le altre, è degno del titolo di padre della letteratura italiana: è Dante Alighieri. Le sue opere sono attuali anche oggi perché riportano una serie di morali che dovrebbero insegnarci come creare un domani migliore. Tra le numerose opere che ha scritto quella che mi ha colpita in modo particolare è la Vita nuova.

La Vita Nuova è un insieme di sonetti e poesie collegate in prosa dedicate a Beatrice. Dante la incontra per la prima volta a nove anni e in un' altra opportunità la incontra nell'ora nona di un giorno. Non si può fare a meno che notare la simbologia del numero tre che indica la Santa trinità. Anche il nome Beatrice, in latino BeatrIX, contiene il numero nove, che nel medioevo simboleggiava la perfezione e il miracolo. In questa opera Dante descrive perfettamente il suo amore per lei. È un amore ideale, per Dante non contano tanto i fatti concreti quanto il loro significato spirituale e simbolico. Per lui un solo saluto che lei gli rivolge porta alla beatitudine eterna: „Mi salutò e molto virtuosamente, tanto che me parve allora vedere tutti li termini de la beatitudine“. Lei produce in lui un rinnovamento spirituale. Dante descrive Beatrice come un angelo puro, come una donna perfetta e ideale. Lo fa in un modo glorioso: „Quando a li miei occhi apparve prima la gloriosa donna de la mia mente, la quale fu chiamata da molti Beatrice, li quali non sapevano che si chiamare.“ Dante la descrive nei minimi dettagli, infatti il suo vestito è a due colori: sanguigno (colore il quale Dante chiama nobilissimo perché indica la dignità più alta) e bianchissimo (colore angelico che indica la purezza e l'amore).
L'amore che Dante prova per Beatrice è spirituale e lo paragona al sistema geocentrico, la Terra rappresenta il suo amore per Beatrice intorno al quale ruotano tutti gli altri valori. Questa è la ragione perché, secondo me, la Vita nuova è la sua opera più speciale. L'amore che lui descrive è elevato, porta alla salvezza ed è forse l'unica via per l'uscita della selva oscura. La differenza tra la sua percezione dell'amore e degli altri autori contemporanei è cruciale, non si tratta più di una donna come persona terrena, si tratta piuttosto di un angelo.
I miei compagni considerano la mia scelta dell'opera strana, insolita, ma io credo che sia per lo più originale. Credo che l'amore sia il valore più importante nella nostra vita e il modo nel quale Dante lo descrive mi lascia a bocca aperta. Le parole che usa per descrivere ciò che prova vengono scelte con la massima attenzione e sono in perfetta armonia. Leggendole sembra che formino una vera e propria composizione musicale, e usandole ottiene dai lettori la reazione voluta. Mi amareggia il fatto che nel presente non esiste più, o esiste raramente, un amore spirituale di questo tipo. La gente oggi sfrutta l'amore e lo pratica come se fosse una routine. Non esiste più un amore soltanto spirituale, anzi, questa parte dell'amore sovente sparisce e rimane soltanto il rapporto corporale. Raramente esiste, almeno tra la gioventù, un amore spirituale nel quale le persone non si comportano nel modo da „usa e getta“. Questo mi fa porre una domanda: ma, alla fin fine a che cosa serve l'amore? Soltanto per accontentarsi fisicamente o dovrebbe esserci qualcosa di più profondo? Nell'amore le persone dovrebbero esserci sempre l'una per l'altra, nel bene e nel male, non soltanto se la ruota della fortuna è rivolta alla fortuna. Dall'amore spirituale si può creare un rapporto speciale dove coloro che si amano si aiutano, si rispettano, e condividono le proprie emozioni. Le persone che non amano in un modo spirituale non si rendono conto di ciò che stanno perdendo. Eventualmente si renderanno conto che cosa vale nella vita. Sono sempre più frequenti le relazioni nelle quali le persone non si accontentano ma non ne sanno la vera ragione. Purtroppo anche i divorzi sono sempre più comuni e ciò mi rattrista.
Sì, è cambiato il contesto storico e le persone non sono più come quelle di una volta. Anche la vita media si è allungata. Ma se un rapporto è sincero, durerà fino alla morte perché riesce a sopravvivere anche i conflitti e le tentazioni più gravi. Anche questo è uno dei vari motivi per i quali la Vita nuova è la mia opera dantesca preferita. Mi affascina il modo nel quale Dante ama Beatrice anche se lei non gli ha rivolto niente di più che un semplice saluto.
Un altro problema legato all'amore è la superficialità delle persone. La maggior parte di esse cercano negli altri soltanto l'aspetto fisico che li accontenterebbe. Ciò mi rattrista da morire perché io , a questo punto, starei piuttosto da sola per tutta la mia vita. Non trascorrerei mai una parte del mio tempo, che vola ed è prezioso, con una persona affetta da una malattia nuova, tipica per il nostro secolo: la superficialità. A tale punto mi pongo la domanda: ma quando invecchio, e la bellezza svanirà, che fine farà il nostro amore? La risposta a questa domanda decidetela voi, perché è un discorso a parte.

L'amore è un sentimento strano. Uno non può scegliere di chi innamorarsi, l'amore non può essere corrotto, accade per caso, ma l'amore che Dante prova per Beatrice è quello che ognuno di noi vorrebbe sentire almeno per un secondo. La ragione fondamentale per la quale la Vita nuova è la mia opera preferita è l'amore spirituale che raggiunge il suo apice e io posso sentire questo amore, almeno per un secondo, soltanto leggendo questi versi perfetti.

 

motto FRAGOLA                      Alba Bukša

 Classe II – m - Ginnasio Scientifico – Matematico Scuola Media Superiore Italiana Fiume
Insegnante: Gianna Mazzieri Sanković

Da Dante a Pinocchio a Montalbano... individua nella letteratura italiana l'opera che più ha saputo parlare al tuo cuore e alla tua immaginazione

Il romanzo che più mi ha colpito e che più mi è piaciuto è quello di Paolo Giordano, „La solitudine dei numeri primi“ . Dopo averlo letto avevo tanto da dire ma mai l'ho potuto commentare con qualcuno. Alice e Mattia sono due bambini, poi due ragazzi, poi un uomo e una donna, segnati dalle cicatrici del passato, soffrono dentro e fuori. Così simili per l' incidente che li ha segnati per tutta la vita, vicini l'uno all'altra con i pensieri e con le cicatrici, due storie separate eppure uguali, due primi gemelli, vicini, ma mai abbastanza. Non riescono mai a toccarsi davvero, forse perché si sentono divisi da un ostacolo invisibile. Questo loro sfiorarsi li fa sentire meno soli, ma fra di loro si sovrappone sempre una distanza che li allontana, e li fa sentire soli per sempre. È difficile scrivere qualcosa su questo romanzo, sai che cosa provi ma non lo sai spiegare. Già quando si incontrarono per la prima volta videro l'uno nell'altra la propria tristezza e qualcosa che soltanto loro provavano. Si riconobbero negli occhi (malinconici) di quella persona che stava di fronte a loro, che forse non sembrava infelice per gli altri. Si capirono sin dal primo sguardo.
Nel libro si vede la solitudine che molte persone provano durante la vita. La causa di quella di Mattia è la scomparsa della sorella, che gli impedisce di amare liberamente. Lui diventa incapace di seguire le proprie emozioni e fa del male a sé stesso. Il suo autolesionismo lo allontana dalla gente, non ha alcun interesse per le interazioni sociali, però ha qualcuno che lo capisce, Alice. Lei invece è segnata da una caduta sugli sci da piccola che la rende zoppa e ciò la porta all'anoressia. La loro amicizia è particolare, vivono entrambi una vita autonoma, soli per sé stessi e poi, ogni volta, tornano a cercarsi. È sempre Alice a prendere l'iniziativa, è lei che cerca di tirarlo a sé, non riuscendoci ogni volta. Il loro rapporto a volte consiste in silenzi, pensieri mai espressi e frasi non dette, ma rimangono comunque sempre insieme, almeno nei pensieri. Mattia è intelligentissimo, si iscrive a matematica, mentre Alice sviluppa una passione per la fotografia. Entrambi seguono quello che vogliono e che gli piace fare, e ciò li allontana. Le passioni li allontanano fisicamente, ma sia noi che loro sappiamo che saranno sempre vicini l'uno all'altra. Anche se magari non sono vicini quanto vorremmo noi oppure quanto lo vorrebbero anche loro. Appunto perché diversi, c'è sempre qualcosa che li accomuna. Si danno sostegno e si capiscono. La loro è una vera prova di forte amicizia, o anche di amore. Purtroppo proprio la consapevolezza di essere diversi dagli altri non fa che aumentare le barriere che li separano dal mondo fino ad essere completamente isolati. Durante il racconto, mentre i due personaggi crescono, crescono anche i loro pensieri. Ma non sono soltanto i loro pensieri che si complicano, anche i nostri, quelli dei lettori, maturano con loro. Mentre i personaggi diventano adulti, anche i loro problemi aumentano, o almeno così lo credono loro.
Credo che sia proprio questo che li ha portati ad uno stato di solitudine molto grave. Secondo me, se invece di pensare alle cose negative si fossero concentrati a continuare e a svolgere una vita normale, come le altre persone, il romanzo non avrebbe un finale triste e loro sarebbero felici.
Tutto ciò mi ha portato a pensare quanto noi in realtà siamo felici e viviamo una vita regolare senza accorgercene. Al mondo ci sono tante persone che, proprio come Alice e Mattia, sono sole, inclini all'autolesionismo e alla depressione. Forse una delle idee di Giordano era proprio quella di farci pensare a noi stessi, alle nostre vite e alle persone che ci circondano. Alice e Mattia sono diversi, ma non sono costretti ad esserlo. È una decisione che entrambi hanno voluto prendere ma che non era necessaria. Potevano diventare individui forti, con un carattere che soltanto le persone speciali hanno e, invece, gli incidenti e coloro da cui erano circondati li hanno cambiati per sempre in modo negativo. È giusto però che la storia sia andata in questo modo perché così Giordano ha mostrato, a differenza degli altri romanzi con personaggi perfetti, una parte del mondo a cui poche persone pensano oggigiorno. Ha parlato finalmente di come la vita non sia perfetta e ideale per tutte le persone ed è ciò che dovremmo vedere tutti. Tra tutte mi è rimasta impressa la parte del libro di loro adolescenti, siccome anche io lo sono.
Mi ha disturbato quanto siano vere tutte le cose che ha scritto mentre li maltrattavano a scuola, perché, purtroppo, tutto ciò accade veramente. I due protagonisti restano personaggi unici e soli, proprio due numeri primi.
Rimasero purtroppo due rette parallele che non si toccheranno mai.
Con quest'opera ho percepito veramente come due incidenti possano cambiare la vita, come una sola cosa possa alterare tutto il mondo. Proprio i due incidenti che sono capitati ad Alice e Mattia segnarono per sempre due esistenze.

Fra le tante emozioni che mi ha fatto provare questo libro, una di quelle è l' idea che al mondo esistano persone speciali e che questa „qualità“ le rende sole.


                                                                       motto PANDA                                       Dharma Dana Grubišić

Classe III – a – Ginnasio Generale Scuola Media Superiore Italiana Fiume
Insegnante: Gianna Mazzieri Sanković

Esodo, termine che abbiamo imparato a conoscere dalla Bibbia ma che, da quello Giuliano-Dalmata agli attuali flussi migratori, sta tragicamente segnando la storia dell’Umanità.

Le migrazioni dei popoli sono iniziate da 1,8 a 1,3 milioni di anni fa e risalgono fino ad oggi. Sia gli uomini che gli animali migrano per motivi diversi, ma sempre con lo scopo comune a tutti: trovare condizioni di vita migliori. Il termine „migrazione“ non è del tutto definito, comunemente si indende per questo termine uno spostamento di una persona o un gruppo di persone da un luogo ad un altro, all'interno dello stesso paese oppure verso un paese straniero. Esistono diversi tipi di migrazioni da quella clandestina a quella per trasferirsi dai paesi freddi a quelli caldi, ma senza dubbio la più attuale è quella dei profughi. Quando la migrazione interessa intere popolazioni costrette ad abbandonare la loro terra in seguito a guerre o per sfuggire a regimi politici oppressivi, allora si parla di “profughi”. Questo è il caso, ad esempio, della migrazione massiccia dei Siriani che sono costretti a lasciare le loro case e tutto quello che hanno a causa della guerra islamica.
La situazione attuale dei continui profughi che stanno arrivando in Europa, sperando di trovare un posto di pace ed armonia, è molto complicata da definire, capire e infine risolvere. Le opinioni sono divise tra: quelli che non accettano affatto le migrazioni e quelli che accolgono e cercano di aiutare e facilitare la vita delle persone sfortunate. Ho sentito moltissime persone dire:“ Perché non restano a combattere per il loro paese?“ E questo mi fa veramente arrabbiare. Come possono dire una cosa del genere? Dobbiamo essere consapevoli che la stessa cosa poteva e potrebbe succedere a qualsiasi popolo, paese o persona inclusi noi stessi. Forse un giorno saremo noi costretti a scappare dal nostro posto preferito dove ci incontravamo con la persona amata, scappare dal bar dove abbiamo conosciuto il nostro migliore amico, dalla scuola che frequentavamo, dal parco dove andavamo quando pensavamo che nessuno non ci capiva e che tutta la vita sta per crollare. Questi profughi sono persone come noi. E' facile dire che di sicuro ognuno di noi rimarrebbe a combattere per il tuo paese, ma sono sicura che trovandosi in questa situazione sarebbero pochi quelli che ricorrerebbero al rischio di perdere la vita per il proprio paese. Non si dice mica per niente che „tra il dire e il fare c'è in mezzo il mare“.
Inoltre un paio di anni prima della mia nascita il nostro paese si è trovato in una situazione simile. Pure qui c'erano tante persone che erano forzate ad abbandonare tutto a causa della Guerra patriottica.
Purtroppo ci sono dei fattori che fanno ancora più complessa tutta questa faccenda . All'inizio di questo grande casino ero convinta che tutti devono essere accolti e ben curati, poi andando avanti la vicenda si complicava sempre di più fino a far cambiare idea persino alle persone più razionali e pronte ad accettare le persone. Innanzitutto, l'Europa fisicamente non è in grado di accettare un numero di persone talmente elevato. Già la crisi esiste e non c'è lavoro, e allora, come trovare un posto di equilibrio per tutti se ancora migliaia di persone si stanno recando verso la „promessa“ Europa? Il secondo problema sono i vandali che esistono in ogni popolazione e che non mostrano rispetto e gratitudine anche se vengono ben accolti. Vedendo il comportamento di queste determinate persone moltissimi vengono alla conclusione che tutti sono maleducati e pericolosi in un certo modo. Questo non è sicuramente vero in quanto la maggioranza delle persone è composta da bambini, donne e uomini completamente innocenti e vittime della crudeltà umana.

Alla fine mi domando se sarà mai possibile fermare la sofferenza umana e far fine una volta per tutte con le guerre che fanno nascere tutti questi problemi?
Sfortunatamente non ho la risposta a questa domanda e non posso fare tanto. Posso solo sperare, e pertanto spero sinceramente che un giorno questo pensiero si realizzerà per davvero: „Un giorno faranno una guerra e nessuno vi parteciperà.“ (Carl Sandburg)
 


                                                                                                 motto CHANCHEN             Jelena Penko

Classe III – a – Ginnasio Generale Scuola Media Superiore Italiana Fiume
Insegnante: Gianna Mazzieri Sanković

Esodo, termine che abbiamo imparato a conoscere dalla Bibbia ma che, da quello Giuliano-Dalmata agli attuali flussi migratori, sta tragicamente segnando la storia dell’Umanità.

Ricordo ancora oggi il giorno quando ho dovuto salutare i miei amici e le mie amiche di Parma per ritornare alla mia città natale, Fiue. All’inizio non è riuscito a colpirmi così tanto questo drastico cambiamento, ma appena ritornata a casa ho iniziato a piangere perché solo allora ho compreso la situazione e questa mi ha colpita. Senza accorgermene anche una parte di me sarebbe rimasta lì. Tutti dicono che è più facile andarsene quando si è bambini perché questi, tanto, non si ricordano di niente e hanno ancora un’intera vita davanti a loro Secondo me è proprio l’opposto, essendo stato questo, ad oggi uno dei momenti più tristi della mia vita. Oggigiorno mi sento bene nella mia città e mi ritengo una ragazza piuttosto felice ma ricordandomi e parlando dei giorni trascorsi lì mi sento sempre felice e triste allo stesso tempo. Il trasloco della mia famiglia era dovuto a ragioni private e di lavoro ma comunque è stato uno grande shock che ancor oggi riesce a scuotermi.
Ciò che io ho provato non è niente in confronto a quanto dolore gli esuli non solo del nostro territorio, ma anche, più recentemente, quelli dei paesi Arabi hanno provato e provano ancor oggi. L’esodo è ancor oggi un grande punto di domanda non solo per me, ma anche per i miei coetanei e non è affatto giusto. Per quanto tragico, contraddittorio, difficile, è una parte della storia della nostra umanità e noi, in quanto esseri umani abbiamo il bisogno di informare gli altri uomini di quello che succede. E’ noto che se qualcosa è già successo nella storia si ripeterà quindi per prevenire eventi tragici dobbiamo essere consapevoli del loro ruolo nel passato. Purtroppo ancora oggi non ho mai visto in un libro di storia indirizzato alle scuole nel quale è spiegato l’esodo e il suo ruolo, neanche uno. Ma per quanto siano importanti i dati storici quello che secondo me è più importante sono le testimonianze degli esuli stessi. C’è un bisogno di trasmettere e di raccontare le proprie esperienze e i propri ricordi perché credo che le memorie e le emozioni che una persona prova riescano a dare più senso e spiegazioni di qualsiasi dato storico. Certo, i libri spiegano i grafici, i dati, gli avvenimenti più grandi e distruttivi ma possono tralasciare un’enorme parte che è di estrema importanza. A volte non a tutti interessano le statistiche e non ci fanno troppo caso se le leggono così perché c’erano nel giornale; le persone rimangono colpite dalle sensazioni e dalle emozioni che per quanto siano crudeli devono essere bombardate in faccia per comprenderne la realtà. Sono sicura che parlare di certe cose è difficile e spaventoso ma è appunto questa la ragione per la quale devo spiegare ai miei amici ginnasiali che cosa sia l’esodo e quando sia successo; per la mancanza di comunicazione e per questa paura che ancora oggi tormenta molti. Non voglio incolpare nessuno ma voglio in qualche modo spronare un po’ tutti a parlarne e a comunicarne con gli altri in modo da comprendere e capire meglio cosa sia in effetti successo. Come quello che è successo dopo la guerra in Croazia, così oggi molti immigrati stanno lasciando la propria patria per trovare una vita migliore e un posto dove vivere. Un posto da chiamare, forse un giorno, casa. Ho sentito molte opinioni e spesso molti si dicono contrari a queste immigrazioni e soprattutto non vogliono che gli immigrati vengano nel nostro paese. Per quanto sia crudele e ingiusto dover prendere una terra, un posto che milioni di persone considerano casa lo è altrettanto il doversene andare lasciando tutto dietro senza più voltarsi. Io considero sia almeno giusto accogliere a braccia aperte queste persone. La nostra terra ha dovuto sopportare una grande migrazione dove uomini, donne e bambini hanno dovuto lasciare ogni singola cosa per rimanere ciò che sono, ciò che sentono di essere, per rimanere italiani; eppure sento ancora persone criticare quelli che se ne vanno perché ci sono continui bombardamenti e situazioni che mettono questa povera gente in pericolo di vita.

E mi chiedo: è davvero questa la direzione nella quale la nostra società sta andando? È davvero questo il modo in cui vogliamo segnare la nostra umanità? Siamo predestinati ad essere in qualche modo modellati come persone dalla nostra terra e dal nostro paese, che riesce a renderci in qualche modo ciò che siamo. Come fanno queste persone a dire chi sono se lasciano la loro terra e forse non ci ritornano mai più? Come faranno a chiamare casa una terra sconosciuta? Come faranno a chiamare proprie le acque, il cielo, la flora, la fauna, se non la considerano terra propria?
Purtroppo sento lo stesso per strada. Sento la gente criticare e sparlare di questa gente. Se fossero a conoscenza della nostra storia credo che la loro opinione cambierebbe e muterebbe almeno un po’. Ad essere sincera io ero una di queste persone, però ho cambiato il mio modo di pensare grazie alla consapevolezza di ciò che è accaduto durante l’esodo e non solo. Mia mamma è originaria della Bosnia e da piccola ho saputo che è dovuta andare via ma non ne facevo troppo caso. Un giorno però le ho chiesto di spiegarmi un attimo cosa era successo e come mai è andata via. Lei ha iniziato a parlare e a spiegarmi la guerra in Bosnia e come la sua casa è stata bruciata e bombardata. Di come lei doveva scappare con tutta la sua famiglia. Mi raccontava di come tre giorni era rimasta senza mangiare o bere, di come alcuni giorni stavano dentro ad una fabbrica abbandonata e da lì si spostavano in un’altra. La sua voce e la sua testimonianza mi hanno colpito così tanto che quando ne parlo mi viene sempre da piangere. Ma il culmine è stato quando un giorno le ho chiesto di mostrarmi una foto di quando era piccola visto che tutti dicono che le assomiglio. La sua risposta era: “Io non ho alcuna foto, sono state tutte bruciate”. La sua risposta secca, quasi senza emozione mi ha colpito un sacco e mi ha fatto capire come non solo le sue foto ma anche la sua felicità, i suoi ricordi, la sua infanzia sono state bruciate e sepolte dalla guerra e dalla distruzione. Il non sapere e l’ignoranza dei fatti riesce a seppellire tantissime cose quanto la stessa guerra. Ed è questo quello che io ho cercato di spiegare: l’importanza del conoscere, del sapere, del capire. Non tutti hanno vissuto durante il periodo dell’esodo ma posso scommettere che quasi tutti abbiamo avuto nella nostra vita una grande separazione da ciò che associamo come la nostra terra, il nostro paese, la nostra patria.
Nella mi famiglia posso dire che di esperienza di allontanamenti dalla propria terra ce n’è stata a partire da mio nonno per finire a me. Ho vissuto 9 anni della mia vita in Italia e lasciarla è stata una delle cose più difficili che da bambina ho dovuto sopportare. Se per me è stato difficile lasciare una terra nella quale ho trascorso soli 9 anni non riesco ad immaginare il dolore che qualcuno poteva provare lasciando la terra dove ha vissuto tutta una vita, coltivandoci la propria memoria e la propria famiglia.

Un luogo in cui è riuscito a lasciare il proprio segno per infine vederlo spazzato via, così, da un giorno all’altro, nel vedere questa terra diventare una nuova terra, che non poteva più chiamare propria.


                                                             motto PENSIERO POSITIVO                      Nara Garropoli

                                                 Classe III – a – Ginnasio Generale Scuola Media Superiore Italiana Fiume
                                                                             Insegnante: Gianna Mazzieri Sanković

Esodo, termine che abbiamo imparato a conoscere dalla Bibbia ma che, da quello Giuliano-Dalmata agli attuali flussi migratori, sta tragicamente segnando la storia dell’Umanità

La parola “esodo” è un grecismo religioso che indica “l’uscita”, “l’atto di andare via” ed è il titolo che i traduttori greci del Vecchio Testamento diedero al secondo libro del Pentateuco dove sono narrate le storie del popolo ebraico che lascia l’Egitto. Il titolo “Esodo” definisce al meglio l’opera, essa infatti, si sviluppa attorno ad una “uscita” materiale, sociale spirituale: del popolo ebraico oppresso dalla potenza egiziana. Quando parliamo di esodo però, non pensiamo solamente a quello biblico ma anche a tutte quelle migrazioni di massa che hanno avuto luogo nella storia. Pensiamo per esempio all’esodo a noi più vicino, quello Giuliano- Dalmata. I giuliani dell'epoca chiamarono «Esodo», tale spostamento, per sottolineare che un intero popolo, con le sue tradizioni e i suoi affetti, era stato cacciato dalla propria terra. La maggioranza dei profughi si stabilì in Italia, soprattutto nelle provincie di Trieste e Gorizia. Molti altri esuli invece non trovando posto sul territorio nazionale, presero la via dell'emigrazione, principalmente verso le Americhe, la Nuova Zelanda e l’Australia. Questi mutamenti costituirono un momento di frattura nella storia dell'area alto-adriatica. A venir meno infatti fu una presenza che risaliva all'epoca della romanizzazione e che prima di allora non venne mai lesa dai precedenti cambi di sovranità riguardanti i territori della parte Venezia Giulia. Ma veniamo ai giorni nostri.

In gran parte d’Europa stiamo assistendo a un degrado sociale, infatti si è tornati ad alzare muri con lo scopo di respingere i rifugiati e i migranti. Il tutto sta portando ovviamente ad aspre tensioni politiche e sociali. Ma diversamente da quello che possiamo pensare noi in quanto cittadini europei, il Medio Oriente è la parte del pianeta più direttamente coinvolta dal momento in cui è proprio questa parte del territorio che sta assorbendo un numero notevole di persone in fuga. Si tratta di Paesi con economie molto più deboli rispetto a quelle europee, come Iran, Libano, Egitto e Turchia . Soffermiamoci un attimo sul perché di tali fughe e da che cosa scaturisce tanta ostilità verso queste persone in cerca di un futuro migliore. Esiste un profondo divario fra il Nord e il Sud del mondo, che trova riscontro in un dato di fatto: i Paesi ricchi, equivalenti ad appena il 15-20% della popolazione mondiale, consumano il 75% delle risorse del pianeta; quelli poveri, che rappresentano la parte restante della popolazione, utilizzano soltanto il 25% di quanto si produce sulla Terra. Il pianeta continua a essere dominato da poche potenze ricche che schiacciano i tanti dimenticati Paesi poveri. La condizione di povertà spinge milioni di persone a muoversi dalle regioni povere del Sud del mondo verso quelle del Nord industrializzato. L’imponente flusso migratorio che è in atto da qualche decennio, favorisce l’incontro tra culture diverse e fa assumere alle città occidentali connotati “cosmopoliti”. Non sempre le società occidentali sono pronte a confrontarsi con la “multietnicità”, nel senso che spesso sono sprovviste di legislazioni e di strutture adeguate per accogliere una massa crescente di persone: in questi casi l’incontro tra individui di etnie diverse non viene visto come un’opportunità di arricchimento e di scambio, ma piuttosto come un’emergenza, che giunge a scatenare ingiustificate forme di razzismo e intolleranza. Gli emigranti cosiddetti “qualificati” sono coloro che hanno un titolo di studio, che sanno già fare un lavoro ma che non hanno la possibilità si svolgerlo nel loro Paese. Ci sono poi i cosiddetti emigranti “non qualificati” cioè tutte quelle persone che non hanno un titolo di studio o una preparazione al lavoro, ma decidono ugualmente di partire per migliorare la loro condizione economica. Secondo l’alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, l’organismo dell’ONU che si occupa di assistere i rifugiati nel mondo, i profughi nel mondo superano i 19 milioni. Ma chi sono i profughi? I profughi sono le vittime indirette della guerra, persone costrette ad abbandonare il loro Paese per sfuggire ai conflitti o alle persecuzioni che purtroppo spesso li accompagnano. Accampati in rifugi di accoglienza o costretti a vivere in tendopoli, queste persone vengono sradicate dalla loro terra di origine.

Ritengo inumano che continuino a esistere conflitti di questo tipo. I politici e le persone che ci governano dovrebbero pensare innanzitutto al bene e alla salvaguardia delle persone e in secondo luogo alle banche e a tutti gli investimenti economici che purtroppo hanno il predominio nella nostra società.


                                                                           motto VENERE                   Sara Chelli

                                             Classe III – a – Ginnasio Generale Scuola Media Superiore Italiana Fiume
                                                                          Insegnante: Gianna Mazzieri Sanković

I nostri nonni ci raccontano

Ricordo molto volentieri i giorni della mia infanzia, soprattutto quelle lunghe giornate invernali, le serate trascorse a casa, al caldo, seduti tutti accanto al camino a raccontarci tutto ciò che avevamo vissuto durante la giornata o ad ascoltare i racconti dei nonni. C'erano anche quelle belle serate primaverili, quando il tepore dell'aria ci dava la possibilità di spalancare le porte e a metterci seduti in giardino. Erano momenti in cui il nonno era impegnato nei lavori in orto ed allora era la nonna a intrattenerci con i suoi racconti del passato.

Non so perché i nonni amino raccontare la loro vita vissuta. Chissà, forse perché, stanno finendo di scrivere il libro della loro vita e vogliono che, noi nipoti, si vengano a conoscere le loro esperienze o forse perché desiderano trasmetterci un po' della loro saggezza. La nonna ci raccontava sempre le storie della sua infanzia, forse perché quelle erano le più serene. Allora, io bambina, non mi rendevo conto quanto fossero importanti e affascinanti i suoi racconti, ma comunque, li ascoltavo sempre con estremo interesse, anche perché, la sua voce dolce e melodiosa era come se mi portasse in un mondo tutto nostro. Mia nonna è una persona fantastica e, come tutte le nonne del mondo, voleva assolutamente rendermi forte, consapevole che la vita avrebbe richiesto anche a me tanto impegno, tanto coraggio e altrettanta determinazione. Voleva farmi crescere trasmettendo in me tutta la forza che avrei dovuto tirar fuori, nei momenti in cui, sarebbe stato necessario. Non mi diceva mai come comportarmi quando le prove della vita sarebbero state impegnative, ma continuava a ripetermi:“Ricorda che io ci sono e ci sarò e tu abbi cura di te!“ Solo adesso mi rendo conto che la nonna non narrava soltanto i fatti, ma includeva anche i suoi sentimenti e le sue sensazioni. Mi era stata concessa l'opportunità di sentire davvero il calore dell'ambiente e degli avvenimenti da lei descritti.

Ascoltando i sui racconti ho scoperto cose davvero interessanti: un mondo differente da quello in cui noi, viviamo oggi. Era un mondo diverso dal nostro, un mondo in cui predominavano i sentimenti e soprattutto, lontani da tutte le fonti che ci bombardano con notizie di tutti i tipi, si aveva tempo per elaborare le esperienze quotidiane e di discuterne in famiglia. Sì, era un mondo non molto ricco di averi, ma ricchissimo di sentimenti. Era senz'altro un mondo migliore, pieno di felicità, onestà, rispetto per la famiglia e per le persone con cui ti rapportavi giornalmente, tanto diverso da quello odierno, quando la comunicazione è diventata completamente virtuale. La nonna mi raccontava che la vita era molto più semplice, perfino le cose più piccole, erano fonte di felicità per i bambini, che non avevano molto rispetto a quello che noi abbiamo oggi, ma sapevano valorizzare profondamente le cose.

La nonna, da piccola, viveva con la famiglia in un villaggio che contava non più di cinquanta abitanti. Vivevano in una casa molto piccola, posta su una collina, con una magnifica vista sul Campo di Krbava. C'erano poche stanze, i pavimenti erano di legno o non c'era il pavimento affatto. Alcune famiglie del villaggio non potevano permettersi nemmeno un pavimento del genere, bensì la pavimentazione consisteva in terra battuta. Alcune case erano così piccole che, in una stanza dormivano più persone, ma in questo modo potevano risparmiare le spese del riscaldamento a legna. L'unica fornitura d'acqua erano i pozzi, nei quali le donne andavano a prendere l'acqua ogni mattina. I servizi, poi, erano situati fuori casa. La nonna mi raccontava che intorno alla sua casa c'era un giardino molto grande,nel quale trascorreva molto tempo con i suoi fratelli. Avevano anche un piccolo orticello dove venivano coltivate tutte le verdure e tutti gli ortaggi che usavano ogni giorno. Davanti alla casa c'era una stalla ombreggiata da due grandi noci, nella quale ci stavano cavalli, pecore, asini, maiali, galli, oche, pulcini, lepri e tacchini. La nonna, a quel tempo, trascorreva le giornate aiutando la mamma nei lavori domestici assieme ai suoi fratelli e alle sue sorelle. Gli uomini allora, lavoravano nei campi,dall' alba fino al tramonto. Trascorrevano lì, quasi tutto il giorno. Il compito delle donne era quello, invece, di badare ai figli e alla casa. Era anche tradizione che il pranzo fosse fatto dalle donne e portato in un cesto agli uomini, in campagna. Doveva essere portato a mezzogiorno in punto, e si mangiava all'ombra di un albero. I bambini andavano a scuola. Una scuola piccola e modesta. Le classi erano miste e molto numerose. Per ogni classe c'era un solo maestro. Gli insegnanti erano più severi rispetto a quelli d'oggi e punivano in modo tale che, se fosse avvenuto oggi sarebbero stati senz'altro denunciati al tribunale. Richiedevano estrema disciplina e rispetto, in caso contrario potevano persino picchiarli sulle mani. La nonna ricorda che una sua insegnante li colpiva persino con le chiavi. Invece dell'attuale zaino, si usavano delle cartelle fatte di cartone, di legno o di pezza. In classe si scriveva con la piuma (penna) che veniva immersa nell'inchiostro. All'inizio delle lezioni si faceva il controllo della pulizia delle mani, del collo e delle orecchie. Era d'obbligo indossare il grembiule nero, con il colletto bianco. A quel tempo le automobili erano rare, le possedevano soltanto i pochi ricchi che c'erano intorno. L'unico mezzo di trasporto era la bicicletta. La nonna, i suoi fratelli e le sorelle dovevano alzarsi molto presto la mattina perché per raggiungere la scuola dovevano camminare più di un'ora. Ho scoperto anche che i genitori erano molto severi, specialmente quando si trattava di lasciare i ragazzi fuori a divertirsi. A nessuno era concesso di restare fuori casa dopo il tramonto. Uno dei principali divertimenti per i giovani era quello di stare all'aperto, correre sui prati assieme agli amici. L'unico telefono del villaggio si trovava alla posta. Si divertivano molto alle nozze, mentre durante i funerali avevano l'usanza di bere tanto da provocare scontri che finivano con botte. In queste occasioni, i giovani avevano l'opportunità di stringere nuove amicizie, ballare e cantare. La famiglia della nonna, ossia la mia famiglia, era molto religiosa in quel tempo. Si andava in chiesa ogni domenica. Non era l'era della tecnologia avanzata: avere una radio era un lusso. Le famiglie si univano in casa di quelli che la possedevano ed ascoltavano le trasmissioni tutti insieme. Allo scoppio della guerra la vita idillica cessò, la mia famiglia dovette andarsene, come tutta la gente del villaggio e dei villaggi circostanti. La bisnonna materna non è mai più tornata. Dicono che sia morta di tristezza per la perdita di suo marito e per la lontananza dal suo luogo natio. Al giorno d'oggi, mia nonna e sua sorella, ritornano ogni estate lì, in quella vecchia casa con tanti ricordi, una casa che una volta faceva parte di un villaggio, che ormai non esiste più.

Noi oggi viviamo in un mondo molto differente. Forse i nostri nonni non avevano tanto, erano molto meno esigenti ma erano molto felici. Credo che noi oggi dovremmo essere grati per le cose che abbiamo, perché forse così potremo trovare quella felicità che loro scoprivano nelle piccole cose. Una felicità semplice che ci sta davanti, e che noi, accecati dalle luci del moderno, non riusciamo a vedere.

 


motto QUADRO ROSSO             Elisa Bellesi

 Classe III – a – Ginnasio Generale Scuola Media Superiore Italiana Fiume
Insegnante: Gianna Mazzieri Sanković

 Le memorie di famiglia e le ricerche d'archivio, due metodi per risalire alle proprie origini…sapere da dove veniamo è sempre affascinante

Da piccola amavo passeggiare nel bosco con i miei nonni paterni. Per giungere al bosco dal paesino in cui mia nonna tutt'ora vive dovevamo percorrere un sentiero impervio, in salita, immerso nel verde delle colline marchigiane, nel giallo del grano e, in estate, ci accompagnavano i girasoli. Per me quella salita era come un' ascesa verso un mondo temporalmente lontano ma assolutamente reale e quasi tangibile: l'infanzia e la giovinezza dei miei nonni.
Mentre camminavamo ci imbattevamo in vecchie rovine, stalle, pozzi, vasche, mulini, piccole chiese di campagna quasi divorate dalla natura. Ricordo paesaggi completamente incontaminati, che sembravano essere stati dimenticati dalla potenza distruttiva tipicamente umana.
Mentre salivamo e i polmoni si purificavano di un'aria estremamente ossigenata e fresca, i miei nonni parlavano delle loro vite, che ad un certo punto si sono fuse in un' unica esistenza saldata dall'amore. Mia nonna mi mostrava la grande vasca dalla quale si dissetavano le sue pecore quando, a dieci anni, le portava al pascolo, mentre mio nonno mi indicava i campi disseminati di viti ai quali si recava con i suoi amici a rubare qualche acino d' uva e, ridendo, diceva che l'uva rubata aveva un sapore migliore di quella comprata.
Quasi giunti al bosco, tra i rami e le liane faceva capolino la rovina di un piccolo tetto, davanti al quale mia nonna si fermava sempre per qualche secondo: il suo sguardo diventava elegiatico ed il suo capo si chinava, nelle giornate più emotive una lacrima le percorreva lentamente il viso, una piccola goccia di pianto piena di ricordi. Mio nonno non diceva mai niente, mentre io osservavo curiosa e inconsapevole; poi continuavamo la nostra passeggiata. Io capivo che quel tetto era importante e lo osservavo attentamente, ma non aveva nulla di particolare, ai miei occhi appariva identico alle altre rovine che incontravamo per strada, eppure mia nonna si faceva silenziosa, e si fermava. Dopo molti anni scoprii che quella era stata casa sua, che abbandonò assieme al resto della famiglia per trasferirsi in paese. Mi raccontò che di fianco alla casina c'era una capanna che utilizzavano a mo' di stalla e che sotto a quel tettuccio ci vivevano in cinque, ognuno aveva il suo letto, nessuno la propria camera.
La cosa più affascinante in assoluto era il bosco: buio, freddo, silenzioso, il bosco appariva vivo grazie a mio nonno. L' unica rovina che si trovava nel cuore del bosco era stata casa sua, il luogo in cui gli caddero i denti da latte e dove imparò a tagliare la legna. Ancora giovane, dovette scappare dalla casa nel bosco: un giorno qualunque, giunsero i nazisti, trovarono quel gioiello nascosto, lo occuparono e cacciarono a suon di colpi di fucile l' intera famiglia che vi abitava. Così la casa divenne una base nazista.
Io i nazisti li concepivo come degli uomini cattivi e onnipotenti e quindi immaginavo che i genitori dei miei nonni fossero degli eroi che, nel loro piccolo, li affrontavano con coraggio. Non ho mai conosciuto i miei bisnonni ma per me erano sicuramente dei modelli da seguire.
Oggi non so se fossero veramente degli eroi, ma sono certa che erano persone forti, povere, semplici, ma estremamente impavide.
Mio padre mi parla spesso di loro, rappresentanti di quell'Italia che lavorava giorno e notte per sfamarsi, povera ma audace, incolta ma morale.
Di una ben differente classe sociale faceva invece parte il mio bisnonno paterno: pugliese, benestante, era un commerciante che, approdato a Fiume per lavoro, si innamorò di una ragazza croata.
Quando si conobbero lei aveva poco più di sedici anni e presto ebbe mio nonno. Seguirono due fratelli, pochi anni dopo. Poi il pugliese dovette partire e mio nonno non lo rivide mai più.
È bastato un solo uomo per cambiare radicalmente la mia famiglia: egli ha portato l'Italia nella mia famiglia paterna, scatenando una reazione a catena: il primo ad appassionarsi alla cultura italiana è stato mio nonno, che ha trasmesso questo interesse a mia madre che a sua volta ha deciso di sposarsi, appunto, con un italiano, intrecciando ulteriormente due culture così geograficamente vicine eppure così differenti.
Credo che le origini influenzino sempre, direttamente o indirettamente, la nostra personalità, la nostra storia, la nostra vita: esse sono un libro iniziato che prendiamo in mano diventando scrittori della vita, artefici del nostro destino e che un giorno passeremo ai nostri successori.

Rinnegare le proprie origini vorrebbe dire ripudiare il proprio sangue, la propria essenza, coloro che ci hanno reso possibile la vita, perché in fondo esse sono le radici che definiscono il nostro essere.

 

motto JACKIE                  Ivi Maria Dragicević

 Classe II – m - Ginnasio Scientifico – Matematico Scuola Media Superiore Italiana Fiume
Insegnante: Gianna Mazzieri Sanković
 

Si è conclusa da poco 'l EXPO di Milano: tutto il mondo ha proposto le proprie eccellenze nel campo dell'alimentazione. Voi cosa proporreste per valorizzare quelle del vostro territorio? Nel 2015 si è svolta a Milano l' Esposizione Universale Expo con il tema „ Nutrire il Pianeta,Energia per la Vita“.Si tratta di un grande evento che ha unito i paesi, le istituzioni e i cittadini di tutto il mondo. L'Expo si pone l' obbiettivo di sensibilizzare le nuove generazioni sul tema dell' alimentazione. L' alimentazione è il tema principale del nostro pianeta e porta con sè molte problematiche. Oggi notiamo una cosa assurda, i paesi sviluppati gettano ogni giorno enormi quantità di alimenti mentre i paesi sottosviluppati soffrono la fame. Tutti noi dobbiamo interrogarci sull' alimentazione e sulla produzione dei vari alimenti e proporre varie soluzioni. Non dobbiamo dimenticare mai la nostra cultura e tradizione alimentare ma bensì svilupparla.
Siccome l' Expo era a Milano abbiamo deciso di visitarlo. Passeggiando tra i padiglioni di vari stati ho appreso molto sulle altre culture e sui popoli di tutto il mondo. Ognuno ci illustrava le sue eccellenze e tradizioni alimentari.

All' Expo abbiamo iniziato il nostro percorso dal Decumano, per poi scoprire i vari padiglioni fino all' albero della vita. Sono stata attratta molto dal padiglione dell' Iran,della Russia e del Brasile. Il Brasile aveva una rete sospesa sulla quale si poteva camminare. Ogni paese ci offriva le proprie eccellenze culinarie. Le cucine emanavano odori di spezie, frutta,carne, dolci. Il padiglione americano ci illustrava una storia agricola, era circondato da una fattoria verticale piena di piante,quali rosmarino,basilico e altre. Davanti c' era un enorme camion dal quale servivano pietanze e bevande regionali americane. Nel padiglione dell'Uruguay ho mangiato il miglior filetto di carne e ho assaggiato anche altre specialità alla griglia. Mentre eravamo a tavola una presentatrice ci illustrava con il suo tablet il percorso della carne. Tutti i capi bovini sono completamente tracciabili. Vengono allevati a cielo aperto e nutriti nelle praterie, non vengono nutriti con ormoni. L' Uruguay ha sviluppato una produzione intelligente e naturale di carne bovina.
Ho visitato tutti i padiglioni ed ho appreso molto sulla cultura dei vari paesi. Mi spiace che la Croazia non ci fosse. Credo che l' Expo era un occasione unica per mostrare a tutti le nostre eccellenze. Noi possiamo vantarci di molte regioni diverse tra loro, ognuna con la sua cucina tipica e tradizionale da far scoprire a tutti. Purtroppo la Croazia non ha trovato necessario promuoversi in questo modo e per conto mio ha perso tanto, perche all' Expo c' erano milioni di persone di tutto il mondo.
Io valorizzerei il territorio proponendo la bellezza dei nostri luoghi, il nostro mare e tutti i benefici che ci offre. Viviamo in un territorio che va valorizzato e presentato. Il cibo nella nostra regione è uno dei migliori, mangiamo molto pesce e i nostri scampi del Quarnero sono unici. Ogni regione da noi ha la propria specificità, dal tartufo al prosciutto oppure al kulen e altre ancora. I nostri alimenti sono genuini e sani . Per valorizzarci ci vorrebbe una strategia di mercato e di promozione.


motto ARCOBALENO              Nia Sciucca

Classe II – m - Ginnasio Scientifico – Matematico Scuola Media Superiore Italiana Fiume
Insegnante: Gianna Mazzieri Sanković

SUL NOSTRO MEDITERRANEO SI È AVUTO UNO SCONTRO TRA LA CROCE E LA MEZZALUNA ED IN QUESTI ANNI LO SCONTRO SEMBRA RIPROPORSI NUOVAMENTE…CI SARÀ MAI UNA VIA D’USCITA?

Vorrei iniziare dicendo che sono atea, non perché ne sia fiera o perché questo sia qualcosa che mi definisca ma semplicemente perché per me è importante accennare che non sto dalla parte di nessuno, non appoggio e non difendo né gli uni né gli altri, ma questo tema mi coinvolge anche se in maniera indiretta.

Gli scontri causati dalla religione sono sempre stati presenti nella storia dell’umanità da quando la religione si è dispersa in rami diversi. Nella nostra terra, nel Mediterraneo gli scontri sono stati in maggior parte quelli tra i musulmani e i cristiani. La domanda che mi pongo è: perché? Ci sono in realtà delle differenze così grandi tra di loro? Io credo proprio di no. Sono entrambi fatti di carne e ossa, tutti crescono, respirano, provano gli stessi sentimenti e le stesse emozioni. E poi alla fine finiscono tutti nello stesso modo, sia loro cristiani o musulmani, questo non c’entra niente. Sì, certo che hanno una cultura diversa e anche una mentalità diversa ma questo è veramente un motivo valido per fare la guerra? Invece di combattere non sarebbe meglio imparare gli uni dagli altri, trarre vantaggi da queste piccole differenze, educarsi? Se solo fossero disposti ad ampliare la mente e ad ascoltare quello che il prossimo ha da dire, forse si risolverebbe tutto, ma sinceramente mi viene il dubbio.
Ancora un’incertezza è questa: appartenere a una religione è veramente qualcosa che definisce le persone? Se qualcuno ti chiede chi sei non credo proprio che gli rispondi con io sono cristiano oppure io sono musulmano, piuttosto gli risponderai dicendo il tuo nome, il tuo mestiere dicendo qualcosa sul tuo carattere. Perché allora la società bolla le persone in base alla loro religione? In questo modo si crea solamente una serie di pregiudizi gli uni sugli altri senza conoscersi in realtà. Conoscere la persona che si ha davanti per il suo carattere e per il modo in cui reagisce nelle varie situazioni vale molto di più che crearsi un’opinione di quella persona in base alla sua religione. Un’altra domanda che mi viene in mente è: le guerre tra la Mezzaluna e la Croce sono causate solo da motivi religiosi oppure c’è sotto anche qualcos’altro? Secondo me si è combattuto pure per la voglia di dimostrarsi. Credo sia piuttosto chiaro che sia cristiani che i musulmani abbiano voluto avere e ancora vogliono i territori più vasti e preziosi e le ricchezze più belle che possano avere per la sola ragione di sentirsi più potenti e valorosi degli altri. Così si diventa sempre più assetati di potere e si vuole sempre di più. Infatti, ci sono stati momenti nella storia nei quali i due popoli hanno iniziato a convivere, ma l’avidità, forse il maggior difetto della natura umana, ha frantumato in mille pezzi quello stato di armonia che si era creato. La vera ricchezza non sta nell’essere capaci di sottrarre bensì nel saper donare e nell’essere coscienti di quando sia il tempo di lasciar andare.

Questa sarebbe una via d’uscita se solo le persone fossero in grado di capirlo. Però noi viviamo in una società nella quale alla fine conta solo il successo, conta solo arrivare al potere e realizzare l’obiettivo nonostante quanto scorretto e immorale possa essere e senza contare le vite che sono state rovinate nel tentativo di raggiungerlo. Quindi la mia risposta alla domanda “Ci sarà mai una via d’uscita?” è no. La società non cambierà e neppure gli uomini forse perché hanno paura di farlo o forse perché sono tanto ingenui da credere che tutto stia andando a gonfie vele. Hanno avuto l’opportunità di imparare dalla storia e quindi di creare un mondo migliore, ma hanno deciso di buttare tutto all’aria. Dall’antichità ai giorni nostri ci sono stati troppi scontri tra la Mezzaluna e la Croce per definirli come sbagli, perché uno sbaglio ripetuto più volte diventa una decisione volontaria. Quindi si trova nella volontà umana l’istinto di giudicare, condannare e combattere che ormai è diventato un processo del tutto naturale e spontaneo. Naturalmente nessuno nasce con pregiudizi, ma crescendo si è costretti ad adeguarsi alla società e a vedere il mondo come tutti altrimenti si rischia di rimanere esclusi. Non si nasce con il sentimento dell’odio ma, con il passare del tempo se lo sviluppa inconsapevolmente. Un problema degli uomini è che agiscono senza pensare troppo, non riflettono su quali siano realmente le cause e quanto dannose possano essere le conseguenze, la loro mente è offuscata dai discorsi delle loro guide politiche e religiose e i loro pensieri sono tutto un disordine, un caos.

 Questo rende facile alle personalità più forti che approfittano dello scontro tra musulmani e cristiani di muovere le due popolazioni come delle marionette per realizzare i loro scopi. La tregua tra Croce e Mezzaluna si può instaurare, anche se non durerà per sempre, però credo proprio che non potrà mai essere chiamata con il nome di pace perché è difficile lasciare alle spalle tutti questi anni di discordia. Sia i musulmani che i cristiani sentiranno sempre il peso che la guerra gli ha portato e proveranno un sentimento di disprezzo nei confronti degli altri che il tempo non riuscirà a lenire. Prima o poi uno stimolo esterno attiverà negli uomini una specie di odio che farà crollare lo stato di equilibrio e si tornerà alla situazione iniziale. Le guerre tra cristiani e musulmani non si concluderanno, ma gireranno sempre in cerchio con lo stesso modo monotono e un giorno sia gli uni che gli altri si sveglieranno chiedendosi perché stiamo combattendo? Cosa ci ha portato a questa situazione? Invece che cercare una risposta, loro continueranno a combattere.



                                                                                  motto MELI RV3                    Melissa Bobicchio

 Classe II – Tecnico Fisioterapista Scuola Media Superiore Italiana Rovigno
Insegnante: Patrizia Malusà Morožin
 

Da Dante a Pinocchio e Montalbano... individua nella letteratura italiana l'opera che più ha saputo parlare al tuo cuore e alla tua immaginazione

"Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: considerate se questo è un uomo che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un sì o per un no."

Sono queste un paio di frasi tratte dal libro di Primo Levi "Se questo è un uomo". La sua è un'opera scritta tra il 1945 e il 1947, nella quale racconta ciò che ha vissuto in un campo di concentramento satellite di Auschwitz durante la II Guerra Mondiale.
Nonostante io abbia letto numerosi libri, ho trovato che questo è riuscito a trasmettermi molte più emozioni in confronto a qualsiasi altro. Ricordo bene che la prima volta che lo lessi, riuscì a malapena a finirlo, dato che a ogni pagina che giravo, sentivo un peso sempre più grande sul cuore: anche se è teoricamente e praticamente improbabile e impossibile, riuscivo in un certo senso ad immedesimarmi in quel suo racconto ed ero in grado di creare un'immagine riguardante tutto ciò che leggevo e in quel momento compresi che nonostante la storia vera e propria, potevo trovare anche l'allegoria del mondo moderno. Il tema principale è sicuramente la testimonianza di Levi della sua prigionia, però possiamo anche interpretarlo come quell'allegoria piena di metafore e situazioni varie che potrebbero rispecchiare il comportamento dell'attuale società umana e dei cambiamenti che sono accaduti (o che sono in procinto di accadere) in essa.
Ad esempio, ogni prigioniero giunto al campo riceveva un numero che andava a "cancellare" la sua vera identità. Nel nostro mondo questo può simbolizzare la globalizzazione che sta rendendo tutto e tutti schiavi delle abitudini; abitudini che rendono un uomo anonimo e di conseguenza insignificante, perché ha dimenticato quel suo "essere" che lo rendeva unico e speciale; abitudini che ci rendono schiavi e noi, ingenuamente, continuiamo a seguire la folla e a fare ciò che la maggioranza definisce come "adatto e utile", dalle piccolezze di ogni giorno come vestiti, telefoni, oggetti personali fino ad arrivare a cambiare del tutto una persona e il suo temperamento.
Un altro punto di vista può essere legato alla vita vera e propria nei campi di concentramento o lavoro. L'unico scopo era sopravvivere e quindi si doveva apprezzare e conservare tutto ciò che si aveva e che occorreva per poter resistere più a lungo in quei luoghi come vestiti caldi, posate, cibo, scarpe ecc. Questo mi ha fatto pensare alla povertà nel mondo e a tutti i paesi sottosviluppati dove la gente lavora per poco o niente, dove i bambini devono intraprendere una vita da "furfanti" e rinunciare così alla propria infanzia e ai propri sogni per poter sfamare e mantenere la propria famiglia, dove un pezzo di pane o qualsiasi altro oggetto utile per la vita quotidiana viene conservato come il più grande e prezioso dei tesori.

"Considerate se questa è una donna, senza capelli e senza nome, senza più forza di ricordare... Vuoti gli occhi e freddo il grembo, come una rana d'inverno"

A parte il fatto che può essere interpretato in questo modo, mi sono anche piaciuti i collegamenti con la "Divina Commedia" di Dante. Sono infatti presenti durante tutto il libro vari parallelismi tra le due opere. Già dall'inizio possiamo notare che il viaggio fino al campo può essere paragonato all'attraversata dell'Acheronte fatta da Dante per arrivare all'Oltretomba, proseguendo poi fino all'Inferno vero e proprio con la scritta che dava il "benvenuto" alle anime (nel caso del libro di Levi si tratta della scritta posta sopra al cancello di Auschwitz) facendo capire loro che difficilmente troveranno la via di uscita e che torneranno alla vita che avevano prima di arrivare la. È possibile scorgere la similitudine tra il Limbo e l'infermeria Ka-Be, grazie alla quale i prigionieri riescono ad avere un po' di sollievo dalla straziante quotidianità del campo in caso di infortuni.
Questo libro mi ha affascinato molto e mi ha anche rapito notevolmente, inducendomi a vedere prospettive diverse riguardanti la società, il modo in cui viviamo e il bisogno di avere la coscienza di ciò che sta succedendo attorno a noi per evitare guerre, conflitti e stermini di massa, come succedeva per l'appunto durante la II Guerra Mondiale, e per creare in questo modo un mondo nel quale la vita può essere goduta a pieno, rispettando gli altri, cercando ogni giorno di mantenere un equilibrio con tutto e tutti, impegnandosi a non dimenticare gli errori del passato affinché non ne vengano commessi di nuovi, o ancor peggio, ripetuti quelli già dimenticati.
Spero quindi vivamente che prima o poi tutti cominceranno a dare importanza a quello che accade attorno a noi, attuando così il cambiamento che vogliamo vedere, magari utilizzando anche un libro che saprà arrivare al cuore della persona che lo leggerà, proprio com'è successo a me in questo caso, perché un libro riesce ad accontentare l'immaginazione di tutti, basta volerlo ascoltare col cuore invece di leggerlo solo quando qualcuno è costretto a prenderlo tra le mani, giudicandolo solo dalla copertina e da un paio di appunti e commenti, senza concedergli quella possibilità di insegnare cose nuove oppure di motivarci e incitarci a ragionare su cose che credevamo inutili, mediocri ed insignificanti.
Vorrei inoltre ringraziare questo libro per essere stato a mia disposizione e il suo autore, che mi ha permesso di leggere e conoscere la sua storia e che mi ha concesso di usare la mia immaginazione per poter dare anche un significato personale a ciò che ho letto, senza porre limiti alla mia mente e di conseguenza frenandola, allontanandomi da eventuali pensieri e opinioni che potevo avere a riguardo.

"Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore: Stando in casa, andando per via, coricandovi, alzandovi: Ripetetele ai vostri figli. O vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi"

Primo Levi, Se questo è un uomo


motto ALEBEN2                        Alessio Benussi

                                                                    Classe II – Liceo Generale Scuola Media Superiore Italiana Rovigno
                                                                                           Insegnante: Patrizia Malusà Morožin

Si è concluso da poco l’expo di Milano: tutto il mondo ha proposto le proprie eccellenze nel campo dell’alimentazione, voi cosa proporreste per valorizzare quelle del vostro territorio?
Il mio paese non ha preso parte All’ EXPO 2015, ed io credo che sia un vero peccato perché la Croazia avrebbe avuto tanto da mostrare: diverse culture, cucine, regioni e tradizioni e sarebbe stata una bella cosa esporre tutto questo al mondo intero. La Croazia è diventata la meta ideale nel mondo: vengono visitate soprattutto le città istriane e dalmate, e questa manifestazione avrebbe fatto moltissima pubblicità, così le persone avrebbero potuto assaporare il gusto della mia terra.
La mia Istria è ricca di bellezze uniche nel loro genere, ma i turisti la visitano soprattutto per le sue peculiarità gastronomiche, per i suoi piatti tipici, per il pesce fresco, per il suo olio e il suo vino, per il prosciutto istriano, per i fuzi e gli gnocchi. I ristoranti della mia Rovigno d’estate sono strapieni di turisti che non vedono l’ora di gustare le prelibatezze del nostro mare, ma tutte queste delizie del mio paese rimarranno purtroppo riservate ai suoi visitatori, visto che non c’è stata la possibilità di promuoverle all’Expo.
Io ho avuto il piacere e la fortuna di visitare l’Expo proprio due settimane prima della chiusura, e devo dire che la visita è stata veramente interessante. A dire il vero mi aspettavo qualcosa di diverso, credevo che in un padiglione avrei potuto assaggiare le specialità di un dato paese, invece nei padiglioni c’èra più tecnologia che altro, se si volevano assaggiare i piatti tipici dovevi andare al ristorante e mangiare lì. Il che era un po’ costoso, c’èrano molti televisori che riproducevano videoclip che riguardavano l’alimentazione, quindi credo che almeno per conto mio, poter assaggiare le cose così di passaggio sarebbe stato un fattore che avrebbe attirato più gente.
Un altro problema è che in una giornata era impossibile visitarlo completamente perché per ogni padiglione c’erano ore di coda e ti serviva molto tempo per fare il giro completo.
Quindi non c’è tanto da commentare, a parte il fatto che se il tema era l’alimentazione bisognava basarsi su quello e non unire il tema dell’alimentazione e quello della tecnologia, perché forse se le cose fossero state più semplici avrebbero proprio colpito nel segno.

 

                 motto ONIRO 21                     Adamandia Sofia Pashalidi Koželj

               Classe IV – Liceo Generale Scuola Media Superiore Italiana “Dante Alighieri” Pola
Insegnante: Annamaria Lizzul
 

Esodo, termine che abbiamo imparato a conoscere dalla Bibbia ma che, da quello Giuliano-Dalmata agli attuali flussi migratori, sta tragicamente segnando la storia dell’Umanità.

La parola esodo deriva dal greco EXO da cui EXODUS, una parola importante, all'apparenza semplice ma il cui significato è molto profondo nel senso che abbraccia più tematiche collaterali molto complesse quali nazionalità, identità, territorio d'insediamento, emigrazione. Nel corso della storia molte persone di nazionalità diversa da quella del popolo maggioritario hanno vissuto la tragedia dell'esodo perché non riuscivano più a convivere e condividere lo stesso territorio.
Esodo evoca un senso di insicurezza dovuto a distinzione etnica, linguistica o religiosa ed ogni esodo è preceduto da una moltitudine di domande che colui che deve affrontarlo si pone, domande che non sempre trovano risposta.
Ci sono varie forme di esodo ed ognuna ha la propria storia: possiamo distinguere la migrazione forzata e l'esodo volontario. Al primo è sottoposto un numero più o meno alto di cittadini costretti a lasciare il territorio del proprio insediamento a causa di pressioni o violenze di tipo diverso; il secondo è motivato, invece, dal sogno di iniziare una vita migliore (vedi l'emigrazione in America).
Quando si parla di esodo è necessario prendere in considerazione la situazione politica, storica e culturale di un paese perché spesso una minoranza vive in territorio „altrui“. Se è difficile determinare i confini geografici, è ancora più complicato definire quelli culturali, decisamente deprecabili e le migrazioni più frequenti avvengono proprio in realtà territorialmente vicine.
Ancora oggi ci affascina l'esodo degli Ebrei guidati da Mosè, il profeta prescelto da Dio, e che è riuscito – nonostante l'incertezza dell'esito dell'avventura – a convincere il suo popolo a seguirlo nonostante fino a quel momento avesse già sofferto molto perché costretto alla schiavitù dal potere egemone egiziano.
Questa storia è straordinaria perché ci fa capire che l'esigenza di un popolo di avere la propria terra è straordinaria, tanto da spronare gli Ebrei stremati dalla stanchezza, a superare tutte le disumane difficoltà trovate sul loro cammino alla ricerca della terra promessa, simbolo di casa, pace, sicurezza, tranquillità.
Immaginiamoci ora che qualcuno bussi alla nostra porta e pronunci queste parole: „Se accettate la cittadinanza turca, potete restare qui; se vi dichiarate greci abbandonate tutto e andatevene ad Atene!“ Quest'ordine, purtroppo fu rivolto a mio nonno e a mia nonna quando ancora bambini vivevano a Costantinopoli – Istambul. Era il 1922 e tutti i Greci dovettero abbandonare le proprie case, i propri beni, la città in cui risiedevano da sempre le loro famiglie, e con grande sofferenza dovettero ricominciare una nuova vita ad Atene.
Per loro non fu facile superare quel momento perché si sentivano doppiamente stranieri: da una parte non venivano considerati „puri„ Greci e, dall'altra, trattati da rifugiati.
Bisogna riandare un po' indietro nel tempo, agli anni precedenti lo scoppio della Guerra e trovarsi a Smirne – per il suo fascino un pezzo di paradiso in terra, e dove Greci e Turchi vivevano in piena armonia, imparavano a convivere e venivano rispettate le loro diversità. Infatti a Pasqua e Natale i Turchi andavano a far visita ai cattolici e celebravano insieme le festività. Per le ricorrenze musulmane, i Greci si univano a loro; Turchi e Greci presenziavano assieme alle varie cerimonie. Ma arrivò la guerra e deteriorò tutto e, infatti, qualche giorno dopo il paese si svuotò completamente, i bambini non ritrovarono più i loro coetanei, i vicini di casa si resero conto che le abitazioni dei loro amici erano state abbandonate.
Il mondo dovrebbe prendere esempio dalla Smirne di allora, città che rispettava le differenze culturali e ne faceva tesoro.
Oggi ci sono pure grandi tensioni dappertutto ma specialmente in paesi limitrofi. Un esempio di esodo non così lontano nel tempo è quello degli Istriani avvenuto per ragioni politiche a guerra finita. Dopo l'esodo il numero di appartenenti alla popolazione italiana era drammaticamente diminuito.

La tragica conseguenza dell'esodo è che non c'è l'opportunità di ritornare al passato ma solo la possibilità di provare a mantenere vivo e rafforzare quello che ci è rimasto: il ricordo. Si vive, perciò, un'esistenza malinconica tentando di preservare con grande tenacia ogni minimo particolare legato al passato.
Dovremmo ricordarci sempre che la tolleranza ci facilita la vita e ci rende più felici ed invece le vicende storiche si ripetono, purtroppo inevitabilmente, ma noi non ci dobbiamo permettere si ripetano crudeltà e intolleranza. Abbattiamo, quindi, i confini e diamo una mano a quelli che ci chiedono aiuto perché un giorno noi stessi potremmo trovarci nella loro stessa situazione. Immaginiamo di essere bloccati noi ad un confine perché nessuno vuole aprirci il proprio.
 


motto DANTE                    Tobia Vidos

Classe II – Liceo Generale Scuola Media Superiore Italiana “Dante Alighieri” Pola
Insegnante: Luana Moscarda

 Da Dante a Pinocchio e Montalbano…Individua nella letteratura Italiana l’opera che più ha saputo parlare al tuo cuore e alla tua immaginazione

Ambientato in un paesino immaginario della Liguria, Ombrosa, questo romanzo è narrato da Biagio, fratello minore del protagonista: si racconta la storia di un giovane barone, Cosimo Piovasco di Rondò, primogenito di una famiglia nobile “momentaneamente” in decadenza. Sto parlando de “Il barone rampante” dell’autore novecentesco Italo Calvino, e pensandoci bene, è proprio questa l’opera italiana che ha parlato al mio cuore e alla mia immaginazione lasciandomi impresse importanti lezioni di vita. La vicenda principale del romanzo ruota attorno al litigio tra Cosimo adolescente e suo padre, per un rifiuto da parte del giovane di mangiare un piatto di lumache. Questo fatto, indurrà infatti il ragazzo a salire su un albero del giardino di casa per non scendervi mai più. Cosimo sale sugli alberi all’età di dodici anni sino ai sessantacinque e la sua vita si svolgerà sempre sugli arbusti, prima del giardino di famiglia e, in seguito, nei boschi del circondario, collegati per “via vegetale” alla dimora del barone in Francia.
La storia di Cosimo, un po’ strana e “bizzarra”, rispecchia la sua volontà di distacco nei confronti della realtà, quasi fosse un’ idea di rifiuto delle regole preconcette e di tutto ciò che deve essere associato alla cosiddetta “normalità”.
Leggendo questo romanzo d’avventura ho capito innanzitutto che non occorre per forza dipendere da altre persone, ma si può sopravvivere e “vivere” anche da soli. Sono molte le persone al giorno d’oggi soggette ad altre, si lasciano influenzare nelle decisioni che dovrebbero essere legate strettamente al singolo e tutto ciò non va bene. Questo fatto, lo riscontriamo soprattutto nei giovani che cambiano il loro stile di vita e si adeguano ai compagni: si inizia a bere e a fumare per essere accettati dal gruppo, per poter entrare nel mondo degli adulti.
L’altro aspetto importante riscontrato nelle vicende di Cosimo e il “saper vivere da soli”. Le persone dovrebbero essere capaci di arrangiarsi nella vita quotidiana e non essere influenzate e aiutate a dismisura dagli altri anche in cose insignificanti e banali. I consigli di amici e parenti sono sempre i benvenuti, ma la decisione sta al singolo.
“Il barone rampante” presenta inoltre la vita in Natura, la più bella cosa che possa esistere! Tutti noi oggi usiamo “aggeggi” elettronici ed informatici che a nostro avviso ci facilitano l’esistenza (in parte sarà anche vero), ma allo stesso tempo ci dimentichiamo dell’invenzione più meravigliosa del Creato, Madre Natura. La stiamo distruggendo noi uomini del XXI secolo con l’inquinamento e il surriscaldamento globale, senza renderci conto delle ripercussioni che ne avremo in futuro.
L’ultima lezione di vita tratta dal libro letto è che la vita sa essere a volte tragica, pregna di eventi tristi e grigi. Il malumore però passa e i momenti sgradevoli si scordano presto grazie alla forza più forte al mondo, l’amore dei nostri familiari, parenti ed amici. Con l’amore si riesce a sconfiggere qualsiasi ostacolo, perché come affermò Giordano Bruno “un’unica Forza, l’Amore, lega e dà vita a infiniti mondi”.
 

      motto LODE AL SOLE                  Alessandro Bose

Classe III Liceo Generale "Leonardo da Vinci"
insegnante Fiorella Biasiol

Mio nonno racconta
Che stress...ogni giorno una provetta o un'interrogazione! Questa scuola mi fa impazzire, più che una palestra che ci prepara alla vita mi sembra una corsa ad ostacoli con troppo spirito competitivo e di rivalsa nei confronti degli altri.
La fa facile mia madre quando dice che il cervello va esercitato più di qualsiasi muscolo per poter essere funzionale e operativo. Io adoro seguire i documentari sulla natura, mi interessa la storia, però fare il pieno di nozioni non fa per me.
Quando mi vengono questi pensieri neri e alquanto pessimisti sulla scuola c'è un solo antidoto che mi può aiutare...sì, devo proprio andare dal nonno. Il mio caro nonno Bruno agisce su di me come un toccasana o meglio ancora un'iniezione di ottimismo, coraggio e voglia di vivere.
Beato lui, alla soglia degli ottant'anni è sempre di buon umore, pronto alla battuta, sempre in compagnia dei suoi amici a giocare a briscola e tressette e a ricordare i ..bei tempi passati". Lui ha sempre tanti racconti e ricordi che racconta con piacere. Mi dispiace non avere il tempo per ascoltarlo, ma oggi metto da parte i miei giochi elettronici e gli faccio compagnia.
Appena mi vede non serve dirgli niente, mi conosce bene e subito mi chiede: "Alessandro, cosa te ga ogi che te vedo un poco preocupado?
..Nono, domani go la provetta de matematica e la prof non schersa miga, ghe vol eser preparadi".
Il nonno è subito pronto a difendere la professoressa e ribatte: ,,Beato ti, te ga la posibilità de studiar. ai miei tempi dopo ia quinta elementare se andava a lavorar per darghe un aiuto alla tamiglia e prima de mi, ai tempi de mio pare, jera ancora peso!"
..Ma nono almeno non te dovevi romperte la testa con gli integrali".
Mio nonno che fin da giovane si è rimboccato le maniche e ha lavorato duramente flno ad un paio di anni fa, inizia a raccontarmi.
,,Te vedi Alessandro, la vita adeso xe complicada, non vojo dir de no, però a voi giovani non ve manca niente. Tuo bisnono, nato nel 1905 invese el xe restà orfano de picio con altri due fradei e una sorela. Suo papà xe morto combattendo in Montenegro durante la prima guerra mondiale. Tanti giovani de Umago xe andadi in guerra e purtroppo diversi de lori xe morti. La guera xe una brutta roba e come i ga scrito in un museo la servi solo per farne capir che bisogna
evitarla. La mamma invese ghe xe morta subito dopo e cusì suo zio Tommaso, fradel de mio nonno el ga ciolto in affidamento i quattro nipoti.
Lui jera proprietario della bottega in via Roma a Umago, el vendeva un poco de tutto. ma soprattutto orologi e biciclette, e in più el sonava la lìsarmonica durante i matrimoni.  Per via della crisi del dopoguerra e per mantener i quattro nipoti el ga doludo vender parte della terra della famiglia ma almeno cusì el ga fato diventar grandi tuo bisnonno Antonio, e i miei zii Alfredo. Orlando e Maria. In quei tempi moriva tanti fioi e anche adulti, non jera de magnar come ogi e tuti jera piu trascuradi e deboli."
..lvfa nonno che storia triste, cusì non te me fasi tornar el bon umor!,,
,,Ma Alessandro mi te go contà questo per farte capir che la vita xe bellissima anche nelle difficoltà e che bisogna lotar per poderle superar. Cosa te vol che sia un compito de controllo de matematica, basta studiar, far un poco de esercizi e son sicuro che andarà tutto ben e così andaremo a festegiar con due porsioni de porchetta rosta...
Ringrazio il nonno per i suoi consigli e per avermi raccontato la storia dello zio Tommaso che anche in tempi difficili si era preso in affidamento i quattro nipoti orfani e li aveva cresciuti con tanto amore e affetto superando tutte le difficoltà.
Andando verso casa rifletto su quello che hanno in comune le varie generazioni della mia famiglia nonostante le differenti epoche e situazioni di vita. Trovo presto la risposta a questo quesito: ad accomunarci è il sentimento di affetto, lo stesso che lo zio Tommaso ha dimostrato per i nipoti, un sentimento di amore intramontabile che unisce i membri della mia famiglia.
Dovrò averne cura e tramandarlo alle generazioni che verranno.
 

 motto OMBRA                     Evelin Jakac

Classe III Liceo Generale "Leonardo da Vinci"
insegnante Fiorella Biasiol

Mio nonno racconta tra mistero e magia

Una sera, mentre stavo guardando la televisione assieme al nonno, iniziò a piovere e, ben presto dalla cucina udimmo i primi tuoni che, accompagnati dai lampi, squarciavano il cielo infrangendosi a terra.
Ad un tratto la luce si spense, e noi restammo da soli, immersi nel buio. Il nonno allora si alzò immediatamente e, a tastoni, iniziò a cercare una candela. una volta presa, l,accese poggiandola  al centro del tavolo. La fiamma, che si liberava da quel cilindro giallastro, ardeva vivace, cancellando il buio che la circondava.
,,E deso, cosa fazemo?" Gli chiesi, guardandolo. ,,Deso, fin che non vegnarà de novo la luce, pasaremo el tempo come se fazeva una volta, quando non esisteva ancora tutte ste diavolerie modeme'" Mi rispose allegramente. ..
E come?" Domandai perplessa. -.Te devi saver che quando mi iero picio, la sera i veci ne contava, a noi fioi, le legende del nostro paese... Mi rispose' ,,veramente?! Anche mi voio saverle! contimele!" Esclamai desiderosa di ascoltarle.
,,Alora, ghe ne ze tante, ma una de quele che me ricordo ze la legenda dell'Orco.,. Disse versandosi nel bicchiere un po' di vino. Una volta assaggiato, continuò: ,,Durante la vendemia la gente, dopo gaver lavorà per tutto el giorno, se radunava in tele cantine, dove i pasava el tempo scherzando e bevendo. In questo periodo dell'anno se credeva che, de note vegniva l'orco in paese, e come el caminava per le vie el lasava le sue impronte per terra. Se qualchedun, tornando casa, el meteva per sbaglio el suo pie su quel dell'orco, el perdeva la propria lucidità, cominciando a vagar per tuto el paese. una volta sorta I'alba, l'orco tornava in tela sua caverna e I'incantesimo finiva. In quel momento, tutti quei che i iera stadi sull'orma dell'orco, i se sveiava
non ricordando niente della sera prima.
" Dopo aver terminato il suo racconto, riprese il bicchiere tra le mani, bagnandosi la bocca. ,,che legenda interessante.,, Dissi sorpresa nel scoprire che, anche il mio paese custodiva racconti magici, come quelli che amavo leggere da bambina.
 ,,Ma te sa anche altre?" Domandai ad un tratto. ,,Come no!,, Esclamò lui. ,,Ze anche quela sulle streghe e me par de ricordarme una sui fantasmi." continuò strizzandogli occhi, volendo quasi riportate alla luce un ricordo, chiuso da troppo tempo nel cassetto della propria infanzia.
,,Quala te vol sentir per prima?,. Mi chiese dopo una breve pausa. ,,quela sulle streghe." Risposi immediatamente. ,
,Bon, alora." Iniziò poggiando sulla tovaglia il bicchiere  che teneva tra le mani. ,,Se contava che, oltra all'Orco, durante la vendemia, in paese vegniva
anche le streghe. Lore però le preferiva fermarse sulle crozere, spetando la gente che tomava a casa dalle cantine. Quando qualchedun gaveva la sfortuna de fermarse su un incrocio, le streghe, vedendolo, lo circondava e, con un incantesimo, ghe fazeva veder delle robe che non esisteva."
,,Tipo le allucinaziori?" Gli chiesi interrompendolo. ,,Si, brava, qualcosa del genere." Mi rispose adagiando lievemente il capo in segno affermativo.
,,lnsoma, sta de fatto che ste persone, guidade da ste strane visioni le caminava per tuta la note, perdendose. Quando sorgeva I'alba, le streghe, abbandonando le crozere le rompeva I'incantesimo, e la gente una volta lucida pensava de eser stada manipolada dalle streghe."
Terminò guardando la candela che intanto si stava consumando. ,,Ma la ze quasi uguale a quela dell'Orco!" Affermai stupita. ,,Sì, le ze sai simili. Ma sinceramente non so perché. Mi, quando iero fiol, i me le contava cusì." Mi rispose facendo spallucce.
 ,,Bon, contime deso quela sui fantasmi." Continuai impaziente, non ascoltando le sue ultime parole.
,,Questa legenda me la ga contada tanti anni fa mia mama. Ela la me diseva che in tei boschi viveva fantasmi e spiriti, che solo de notte però i se sveiava.
Quando qualchedun pasegiava col scuro davanti ai boschi i spiriti se moveva tra i rami dei alberi per veder chi ze e quando i individuarva la propria vitima i comiaciava a zlongarse e zlongarse verso de lui come longhe ombre scure. Ad un certo punto, queste creature spaventose, le se trovava sotto le sue gambe e in quel momento, dopo gaverlo involtizà con dei tentacoli i lo trascinava in tel bosco."
 Mi disse guardandomi negli occhi. Io, rimasta sorpresa da questa parte del passato a me sconosciuta, decisi di fargli una domanda, aspettando con impazienza una sua risposta:
,,Ma nono ti te credi in tute ste robe?" ,,Ovio che no, ma tanti anni fa, quando la gente non gaveva un'istruzion la credeva in tutto quel che ghe se contava, spiegando la magior parte delle situazioni, come opera della magia. Ogi, grazie al progreso, queste legende le vien considerade assurde, in quanto ze fazile darghe una spiegazion logica ai vari avvenimenti.
Secondo mi, però ze giusto ricordarle e tramandale in quanto le fa parte del1a nostra cultura e, come tali, non bisogna mai dimenticarle."

All'improvviso la luce si accese e la televisione ritornò ad ardere. I1 film che stavamo guardando, era giunto alla fine, ma a me non importava, anzi ero felice di non averlo visto. Spostai lo sguardo sulla candela, della quale non era rimasto quasi niente. Decisi allora di tirarla verso di me e, dopo aver fatto un respiro profondo, vi soffiai sopra, spegnendo la fiamma.
Con questo mio gesto chiusi definitivamente il piccolo varco che si era aperto fra me e quel magico passato.


                                                                                             motto URSULA                   Tamara Ljesar  

   Classe II  Ginnasio Cattaro/Kotor, Montenegro

   Insegnante: Valerija Jokić

Da Dante a Pinocchio e Montalbano… Individua nella letteratura italiana l’opera che più ha saputo parlare al tuo cuore e alla tua immaginazione.

Oggi e difficile trovare una persona che davvero si intende in arte. Anche nel mare d’arte, non tutti possono avere ottima conclusione in mezzo della grande arte, come lo facevano l’italiani una volta, l’hanno lasciato come un pezzo della tradizione.
Da piccola ho cominciato ad interessarmi in arte, ho cominciato con in ballo da quattro anni, e con sei anni mi sono iscritta nella scuola di musica. La prima volta con il primo concorso esperta in arte nel principale ruolo, e tante altre cose. Posso dire che sono cresciuta con l’arte, e una corsa speciale nella mia vita. Tutte queste arti sono belle in un loro modo, me nessuna non era completa per me, ci mancava sempre quel poco per essere soddisfatta.
Sensazione completa e piena, la prima volta l’avevo sentite con dodici anni. Avevo l’occasione di esibirmi nell'opera di Verdi « Suor Angelica » nel ruolo dell piccolo angelo che portava in paradiso. Da tanto che l’amore tra me e tra l’altre. Ho cominciato ad esplorare la mia nuova ossessione. Scopro il suo passato, presente, e piano ho cominciato a realizzare il suo futuro. Mi innamoro dei fatti che hanno fatto gli compositori italiani.
Triste o felici l’arte aveva in se sempre una nota che andava nel cuore i Vivaldi, Rosini, Cavalli a tanti altri sono diventati la mia materia nell' istruzione di musica nella scuola « Vida Matjan ». Il lavoro sulle opere forse mi stancano la mente, ma loro riempiscono la mia anima e mi fanno sentire meglio, mi fanno sorridere.
Con l’arte l’Italia mi rientra nel cuore e qualche volta ho la sensazione che gli sentimenti del compositore entrano in me. Con questo mi ringrazio con loro.
E l’importante è che adesso mi sento completa in tutti i modi , e che mi sono proprio meritata gli applausi che ricevo alla fine 

 

  FIORDALISO                         Jelena Kovač  
 
    Classe IV – g – 2 Scuola Media Superiore “Mladost” Teodo/Tivat, Montenegro  
Insegnante: Tamara Božinović

Da Dante a Pinocchio e Montalbano... Individua nella letteratura italiana l’opera che più ha saputo parlare al tuo cuore e alla tua immaginazione

Tutti noi mentiamo o abbiamo mentito almeno una volta nella vita.
Fin da quando siamo piccoli i nostri genitori ci insegnano a non dire le bugie, ma nonostante ciò ogni tanto succede che le diciamo per proteggere noi stessi da qualcosa oppure qualcuno che amiamo.
Ogni genitore dovrebbe far leggere Pinocchio ai loro figli, in modo che quest’ ultimo non dicano mai le bugie e siano sempre sinceri. Il libro racconta infatti di un bambino (burattino) che ha la cattiva abitudine di dire bugie ma che alla fine della storia imparerà quanto è importante essere onesti e dire sempre la verità. Questi valori sono secondo me molto importanti e Collodi ha dato agli italiani qualcosa di cui essere orgogliosi. Inoltre sono sicura che questa bellissima storia rappresenta una lezione importante al mondo intero.
Tutti noi infatti dobbiamo sentire il messaggio di Collodi e cercare di non mentire mai ed essere sempre sinceri.
„Le bugie, ragazzo mio, si riconoscono subito! Perché ve ne sono di due specie: vi sono le bugie che hanno le gambe corte, e le bugie che hanno il naso lungo.”
-Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio

                                                                         motto SPECIALE 54321                Mia Belci

                                                                              Classe IV – Liceo Classico Collegio di Pisino – Liceo Pisino
                                                                                       Pazinski Kolegij – Klasična Gimnazija Pazin
                                                                                                      Insegnante: Sandra Sloković

Sul nostro Mediterraneo si è avuto uno scontro secolare tra la Croce e la Mezzaluna ed in questi anni lo scontro sembra riproporsi nuovamente… ci sarà mai una via d’uscita?

Mi sono arrampicata sull' ultimo piano di un grattacielo – sola. Dove ho l'impressione di toccare il cielo, dove non vedo pianti, delusioni, facce impaurite, tragedie, dove ancora si sente l'aria di pochi giorni fa quando vivevamo relativamente sereni dove la paura esprimeva eventualmente un' emozione attuale ma non paura del futuro. Ma realmente che cosa è la paura? C'è chi ha paura del buio e delle cose che nasconde, c'è chi ha paura della morte, della velocità, della folla, di essere abbandonato, c'è, chi ha gli incubi degli esami di matematica e chi è terrorizzato da ragni e topi, chi ha paura di non aver chiuso la porta di casa, c'è chi ha paura della felicità, e chi ha paura della paura.
Il catalogo della paura può essere infinito, ma adesso questo catalogo ha una pagina principale la quale tratta la paura di vivere. Che cosa succede su questo mondo mi chiedo? Seduta sull' orlo del grattacielo, l'occhio mi scampa su una finestra dove intravedo una famiglia a pranzo, poi un po più giù due anziani che tranquillamente guardano la televisione, e poi a destra un ragazzo che studia per avere un futuro. Perché tutta questa gente deve aver paura del domani? Posso solo immaginare cosa pensano le persone che fino ad ora combattevano con una malattia e finalmente ce l'hanno fatta, di donne le quali da anni cercavano di rimanere incinta e finalmente ci sono riuscite, queste persone a causa dei grandi sbagli della nostra società hanno paura del domani. Tutti facevano finta che niente di simile alla Prima o la Seconda guerra può succedere di nuovo, ma le basi di questa società sono molto scarse, i pregi e i valori che si reputano giusti sono sbagliati e ci portano a ciò che adesso succede: il terrorismo alle grandi migrazioni.
Troppo spesso, abbiamo la tendenza a vivere separatamente, lontani gli uni dagli altri, come entità incapaci di interagire e comunicare. Nascono barriere che talvolta o spesso ci isolano, e i discorsi non vanno oltre la mera superficialità, in altre parole si assiste ad un processo di deumanizzazione, in cui i sentimenti, i pensieri e le intime sensazioni sempre meno frequentemente sono condivise con il prossimo. A volte si cammina a testa bassa, immersi nei nostri cupi pensieri che ci impediscono di guardare negli occhi e sorridere alle persone che incrociamo. Le auto ci hanno portato lontano dal marciapiede e dalle persone, la televisione ci ha inchiodati nel salotto di casa, invece di spingerci fuori a vedere il mondo e conoscere realtà differenti dalla nostra. E i computer stanno facendo lo stesso. Ciò da cui dobbiamo guardarci è la tendenza a focalizzarci su noi stessi a discapito del prossimo. L’inclinazione verso l’egoismo e l’individualismo a svantaggio della solidarietà e dell’aiuto nei confronti di chi ci è vicino.
Fermiamoci un momento, dunque, proviamo a respingere i concetti di egoismo e di avidità per concentrarci sul prossimo, per fare del bene agli altri. Non il prossimo mese, oggi. La storia dell'uomo è stata segnata sin dai suoi inizi dall'affermazione di un senso di solidarietà e di disponibilità verso gli altri. Ad esempio, già nel VII secolo, inizia la predicazione di Maometto, la Zakat (l'elemosina) è uno dei 5 pilastri dell'Islam: l'assistenza ai poveri, quindi, diventa un dovere che sarà sempre praticato nel mondo musulmano. In Giappone sin dal 700 è diffusa la pratica di atti di beneficenza operata dai nobili o dai monaci nei riguardi dei poveri e degli ammalati, a Costantinopoli Alessio feci costruire il primo grande orfanotrofio. Nel 1462 nascono nel centro Italia, nelle piccole e medie città, i Monti di Pietà, per rispondere alle esigenze di credito dei poveri. Il primo apre a Perugia ed è gestito dai frati francescani Minori. Nel 1570, nasce a Venezia, su iniziativa degli ebrei veneziani e delle autorità della città lagunare, un nuovo tipo di istituto benefico, destinato ad aiutare i bisognosi, intendevano venire a risiedere a Venezia. Nel 1846, Don Giovanni Bosco, sacerdote torinese, apre, nella periferia della città, il primo oratorio per accogliere quattrocento ragazzi delle famiglie più povere. Egli ha un'idea moderna di educazione e fonda le scuole professionali per preparare i giovani al lavoro. Alla fine del XVII secolo San Vincenzo de Paoli fonda l'ordine dei Fratelli e delle Sorelle della Carità: diffusi in tutto il mondo curano e danno sollievo ai poveri e agli orfani. Tutto ciò ci dimostra che l'uomo da sempre era pronto a fare del male al prossimo ma fortunatamente c'erano e ci sono persone le quali ci dimostrano che si sopravvive di ciò che si riceve, ma si vive di ciò che si dona. Se aiuti gli altri, verrai aiutato. Forse domani, forse tra un centinaio d’anni, ma verrai aiutato.
La natura deve pagare il debito,è una legge matematica e tutta la vita è matematica. Perciò lotta, combatti con tutte le tue forze per quello che nella vita vale la pena di essere vissuto, lotta per le cose che ami, fino in fondo e con tutte le tue forze, paure! Fallo fino che hai fiato! Non rinnegare mai i tuoi principi e valori almeno che non li cambi per dei migliori, perché nessuno non è forte da farti manipolare e cambiare te stesso.
L'unica cosa che posso dire, come ragazza adolescente la quale di vita non sa chi sa cosa, ma sono certa che la vita è una fetta di andamenti e che il bene si da in silenzio tutto altro e un palcoscenico. Fa si che anche i momenti difficili si formino in opportunità, dipende tutto da quanto riusciamo ad essere centrati in volontà, amore e speranze e empatia per il tuo prossimo. Dobbiamo aiutare alla gente di avere la liberta che e una delle cose principali che mancano in questa situazione tragica, perché privarsi della libertà equivale a mortificare la propria essenza dell'essere. Cerchiamo di fargli adoperare la fantasia, i sogni, le illusioni.
Forse con i pensieri riuscissimo ad ammettere l'infondata sicurezza di esistere siccome le anime più forti sono quelle temprate dalla sofferenza. I caratteri più solidi sono cosparsi di cicatrici perché in queste situazioni essi solo in grado di abbandonare le loro fragilità perché tutti si chiedono che cosa e la speranza, è amare, e amare è dar da mangiare a chi ha fame, vestire chi è nudo, accogliere lo straniero, visitare il carcerato…
Da piccola mi è stato insegnato come andare d'accordo con gli altri, e ciò che è basico per evitare queste situazioni, come ottenere approvazione, come far che gli altri a te siamo utili e non dannosi, entrare in questa spirale significa perdere la propria libertà e vivere in un constante giudizio verso gli altri. Invece alla soluzione di tutto ciò che succede si arriva liberandosi della paura e del giudizio altrui. E quando si arriva a questo, la capacità di creare, di lavorare, di approvare, di valorizzare e in questo modo si diventa punti di riferimento i quali non sono sbagliati come i punti di riferimento che abbiamo oggi giorno. Sto guardando il grigio delle notizie sui media, il grigio della parete accanto, il grigio dell' asfalto, il grigio della gente, nemmeno un sorriso, forse tornerò domani qui, dove ancora posso vedere un po' di colore, un blu scarso del cielo d'oggi, ma comunque e colore, forse un colore sbiadito come anche la voglia di vivere e combattere di questo mondo.
Sinceramente dopo questo tema sto diventando cosciente che dovrò partire da me stessa perché neanche io non avevo moltissime occasione di fare volontariato, da un paio di tempo ho il piacere di dedicare il mio tempo in un' associazione che è una casa di riposo dove ho imparato a relazionare con gli anziani in un modo molto semplice, ho capito che hanno solamente bisogno di sentire che qualcuno si interessa a loro, di vedere persone attive e gioiose pronte ad ascoltare i loro ricordi di una vita ormai passata. Ci sono stati momenti molto difficili perché vedere chiaramente la sofferenza di queste persone molto malate rende difficile mantenere un atteggiamento sereno e spensierato, quello necessario per donare un po’ di gioia. Ascoltarli, stargli vicino, cantare con loro, fargli compagnia o semplicemente fare sentire la nostra presenza rendeva queste persone diverse, migliori e mi ha fatto capire che c’è tanta gente sfortunata che vive in una vita di dolore e sofferenza e comprendere che con poco potevo farli sentire importanti e amati. La gioia più grande per me era vedere come mi dimostravano la loro gratitudine per avergli fatto compagnia, a volte semplicemente con un gesto affettuoso altre con oggetti fatti da loro. Il punto pricipale di capire che la compassione non è una relazione tra il guaritore ed il ferito. È un rapporto tra eguali. Solo quando conosciamo la nostra stessa oscurità possiamo essere presenti nel buio degli altri ed essa diventa reale quando riconosciamo la nostra comune umanità.

 

 Lavori di gruppo:

                                                           motto LE TRE M              Matilda Vassalli, Morgana Vassalli, Maya de Matteo

                                                                           Classe I – m Scuola Media Superiore Italiana Fiume
                                                                                                Insegnante: Emili Marion Merle

Sul nostro Mediterraneo si è avuto uno scontro secolare tra la Croce e la Mezzaluna ed in questi anni lo scontro sembra riproporsi nuovamente… ci sarà mai una via d’uscita?

Ci sono tanti motivi per il quale inizia una guerra, uno di questi è sicuramente la religione. Da quando l’uomo ha memoria gli scontri tra persone di diversa etnia sono sempre esistiti.
Ma che cos’è la religione? E soprattutto, vale veramente la pena far guerra in nome di un Dio che dovrebbe professare solo amore e solidarietà verso il prossimo? Nel corso degli anni si è riscontrata una rivalità tra due delle più estese religioni al mondo: l’islam e il cristianesimo. Analizzandole, però, possiamo osservare che hanno molte cose in comune come, per esempio, il messaggio che entrambe vogliono portare: l’amore verso il prossimo.
Innanzitutto, proviamo a fare un quadro generale di queste due religioni; entrambe nacquero più o meno allo stesso modo: un uomo come tanti porta la parola di un Dio tra la propria gente, dichiarando di essere il figlio del Salvatore e divulgando un messaggio di pace e di fede.
Nel corso dei secoli, però, le persone hanno voluto interpretare le parole del proprio Dio a modo loro, ignorando il fatto che un tempo “l’unico e il solo” che potesse prendere delle decisioni fosse Dio stesso. Nelle storie dei due profeti di queste religioni apparentemente diverse, inoltre, si possono ritrovare vari personaggi che si ripetono e si inseriscono nelle vite di entrambi; per esempio l’Arcangelo Gabriele, apparso in primo luogo come messaggero a Maria annunciandole che avrebbe portato in grembo il figlio di Dio, e poi, a Maometto dicendogli di divulgare la parola di Dio. In più, entrambe le religioni aspettano ancora il ritorno del loro profeta.
La domanda quindi sorge spontanea, perché è iniziata una guerra che dura da quasi millequindici anni tra due religioni così simili tra di loro? Tutto iniziò nel sedicesimo secolo d.C. con l’inizio delle Crociate quando dei soldati cristiani invasero e attaccarono il territorio dell’Anatolia, l’odierna Turchia, chiamata anche “la Terra Santa”. Tali guerre avvennero per scopi espansionistico-religiosi e il loro intento fu di piegare con la forza e convertire al Cristianesimo le popolazioni del posto; di conseguenza ciò provocò tantissime vittime da entrambe le parti. Dopo l’ultima crociata (la nona) ci fu una tregua tra le due religioni ma si instaurò anche una tensione che dura tutt’ora. Infatti, dai rimasugli di questi scontri, alcuni fanatici ed estremisti islamici fondarono, nel 1999, un gruppo terroristico chiamato ISIS. Col passare degli anni questi terroristi si rafforzarono e attirarono seguaci e simpatizzanti dagli stessi principi e ideali, tanto da iniziare ad addestrare persone a morire per Allah. Ebbero seguito così gli attacchi terroristici.

Il primo attacco si verificò l’11 settembre 2001 a New York fu e furono prese di mira le Torri Gemelle. Più di tremila persone innocenti alzatesi quel martedì mattina per andare a lavoro, in un normale giorno come qualsiasi altro. Non sapevano ancora cosa sarebbe successo nel corso di quella mattinata, mentre svolgevano i propri compiti pensando a quando la sera sarebbero ritornati a casa ad abbracciare la propria famiglia. Ma ciò non successe; alle otto e quarantasei di quel giorno, un aereo colpì la Torre Sud provocandone un incendio all’interno e facendola diventare un ammasso di fumo. E mentre ancora la gente per strada disperata cominciava ad allarmarsi sempre di più alla visione di quella tragedia, un altro aereo si schiantò dritto sulla corrispondente Torre Nord. Le persone all’interno, terrorizzate e in preda al panico cominciarono ad affacciarsi alle finestre per provare a respirare aria fresca. Molti di loro decisero di gettarsi dall’edificio pur di cercare di scappare a quell’inferno che si stava velocemente propagando tra gli uffici e soffocava la gente disperata, inducendola ad un gesto così estremo. Fu dopo qualche ora che la Torre Meridionale crollò su se stessa, seguita poi dalla sua gemella, terminando così quella strage che non sarà mai dimenticata.
Da quel giorno, la paura e il terrore si diffuse tra la gente, incapace di credere che persone che professavano la parola del Salvatore della Mezzaluna avessero potuto provocare la morte di così tante anime innocenti.
E dopo ben quattordici anni, quando ormai si pensava che la tregua fosse tornata a regnare sulle due religioni, il 13 novembre 2015 altri estremisti islamici tornarono a terrorizzare la gente per le strade di Parigi, urlando “Allah è grande” con in mano fucili e pistole pronti ad uccidere ogni persona che non conoscesse il Corano, e facendo strage di innocenti.
Poi, martedì 22 marzo 2016 un altro attacco colpì la città di Bruxelles, la città simbolo dell’Unione Europea, dei trasporti e dei viaggi. Vennero colpiti l’aeroporto e la metropolitana con quattro esplosioni che provocarono tantissime vittime e altrettanto terrore.
Adesso gli attacchi sembrano terminati, ma l’ISIS continua a minacciare la nostra quotidianità e la tranquillità che dovrebbe regnare in ogni persona e in ogni famiglia, come anche in un autobus o in metropolitana. Non dovremmo andare in giro guardandoci intorno e scrutando ogni persona come se potesse letteralmente esplodere da un momento all’altro. Non dovremmo arrivare a discriminare ogni donna col burka e ogni uomo di colore solo perché probabilmente sono mussulmani, normali mussulmani che professano e credono nella loro religione e che non farebbero male a nessuno. Non dovremmo arrivare ad aver paura di uscire di casa per fare la spesa o di andare a divertirci una sera in un pub o ad un concerto. Nessun essere umano dovrebbe provare tanta inquietudine a stare vicino ad altri esseri umani, non è giusto.

Sin da piccoli ci hanno insegnato che siamo tutti fratelli, ma quale persona ucciderebbe il proprio fratello? E, soprattutto, quale Dio vorrebbe tanto dolore?
 

motto TIANIS                            Tijana Bojanić, Ana Odalović

Classe IV – g – 2 Scuola Media Superiore “Mladost” Teodo/Tivat, Montenegro
Insegnante: Tamara Božinović

I nostri veci ne conta

Cʼè un posto speciale nella mia città dove ogni tanto passo il tempo con una persona molto importante nella mia vita. Mio nonno. E il posto è la panca sulla riva del mare,che dà sul nostro bellissimo golfo di Tivat. Parliamo del più e del meno per ore.
Una volta mi ha raccontato un fatto molto interessante sullʼ isola che si trova in fronte al nostro posto speciale. Isola di San Marco. E invece una volta si chiamava San Gabriele e lì erano sistemate le persone contaminate dalla peste. Secondo la leggenda cʼera anche il lazzaretto per quelle persone sfortunate. Prima di quel epoca, lʼisola era anche famosa per il nome Stradioti. Il nome deriva dal greco Stradiotes che significa soldato. Soldati proteggevano questa isola dai pirati e dai nemici che venivano da ogni parte.
Adesso lì si trova olivetto che secondo la legenda i soldati lʼhanno fatto piantare nel segno di gratitudine. Mio nonno da giovane ci andava spesso a raccogliere le olive. Purtroppo,ora è piuttosto devastato.
ʺAvrà mai un ruolo così importante in futuro, chissàʺ­si chiede mio nonno mentre lasciamo il nostro posto speciale nel crepuscolo.