SEZIONE ALTRI TEMI PARTECIPANTI

 

 

 Scuole Elementari – Lavori individuali:

 

 

 

motto I SASSI CI RACCONTANO                      Eleanor Clair Morris Giurgevich 

 

Classe VII  Scuola Elementare Italiana   “Vincenzo e Diego de Castro” Pirano

 

prof. Franca Chersicla

 

“In una soffitta scopri oggetti antichi che incominciano a raccontarti la loro storia”

 

Era un sabato. Eravamo tutti a casa, quando ricevemmo una chiamata. Era la zia. Ci comunicò che mio nonno era morto. Tutto a un tratto mi sentii invadere da una strana tristezza, perché non avevo mai conosciuto bene i miei nonni materni. Il funerale si sarebbe tenuto il lunedì seguente. Riguardo la nonna materna posso soltanto dirvi che a quel tempo era ancora viva e abitava nella casa dei pensionati, ma non la vedevo molto spesso.

Qualche giorno dopo, insieme agli altri parenti, ci riunimmo nella casa dei nonni. Mentre i miei parenti discutevano sul fatto di vendere la casa, decisi di dare una sbirciatina in soffitta. Là, trovai oggetti di ogni tipo, ma la mia attenzione fu attirata sopratutto da tre oggetti: un grande vaso di vetro pieno di pietre, un vecchio album marrone zeppo di foto sbiadite e uno zaino di cuoio tutto sdrucito. Per primo presi in mano l'album e cominciai a sfogliarlo. Dentro trovai le foto del matrimonio dei miei nonni e dei loro viaggi. Notai che eccetto le foto del matrimonio c'erano pochissime foto dove i miei nonni erano assieme. Trovai, invece, tantissime foto di posti sperduti, ma la cosa più stana era che non vidi foto di capitali o di monumenti storici famosi (le tipiche foto da turista). Questo poteva significare una sola cosa: uno dei miei nonni era una specie di scienziato o qualcosa del genere. In effetti nello zaino trovai delle lettere che confermavano il mio sospetto. Iniziai a leggerle e scoprii che mio nonno era un biologo marino. Spesso partiva per lunghi viaggi che duravano parecchi mesi. Durante le sue spedizioni scriveva lunghe lettere a mia nonna e lei a lui. Una di queste lettere riguardava degli studi effettuati in Patagonia. Lui stava conducendo delle ricerche sui batteri che crescono sulle alghe. Guardando le date e i testi scoprii che ogni tanto qualche lettera non arrivava a destinazione. Cominciai a immaginare il difficile e lunghissimo viaggio che doveva compiere una lettera a quei tempi. Poteva perdersi dovunque, affondare con la nave che la trasportava o poteva essere rubata da un ladro. Diedi poi un’occhiata al vaso di vetro. Era una boccia di quelle che si usavano per conservarvi le caramelle. Svuotai i sassi sul pavimento e notai che su ogni sasso c'era scritta la provenienza. C’erano pietre di ogni tipo: da quelle magmatiche a quelle metamorfiche, di ogni forma e colore e ognuna aveva una storia da raccontare. Alcune nascevano da vulcani, altre da sedimenti ed altre ancora da ceneri, che col passare di milioni di anni, diventavano pietre verdastre.

Tutto ad un tratto sentii la voce di mia mamma che mi chiamava e corsi giù per le scale.

Quel giorno scoprii che gli oggetti non solo possono raccontarti la loro storia, ma anche quella delle persone che li hanno conservati.


 

motto CHE AVVENTURA PAUROSA!               Matjaž Puh 

 

Classe VII  Scuola Elementare Italiana  “Vincenzo e Diego de Castro” Pirano

 

prof. Franca Chersicla

Una pagina bianca piena di… quello che vi pare”

 

Cosa scrivere su questa pagina bianca? Dopo aver riflettuto un bel po’ ho deciso. Vi racconterò …

 

Le mie vacanze estive del 2007

 

Quell’estate di due anni fa! Che spasso! Ma se non mi sbaglio… non è quella volta che… era nel 2007? Ma certo! Non le dimenticherò mai quelle vacanze. Adesso vi racconto perché…

Quelle vacanze sono state piene di divertimento, ma anche di qualche… imprevisto.

Come ogni anno i miei genitori ed io siamo andati in Dalmazia sulla penisola di Sabbioncello (Pelješac) a Viganj.

Viganj è un paesetto situato sulla costa di fronte all’isola di Corzula (Korčula). È un posto frequentato da chi pratica windsurf (come noi). Vi sono villette caratteristiche e un campeggio.

Là siamo stati un po’ più di due settimane. La più grande avventura l’ho vissuta, però, un po’di tempo dopo.

Lunedì 30 luglio alle 12, io e i miei compagni di vela, eravamo usciti in mare con gli Optimist a fare allenamento di vela. Soffiava già una bora moderata in veloce rinforzo. Il nostro allenatore ci aveva detto di dirigerci quanto più verso Salvore, in modo da avere un vento più costante; ma la sua non si era rivelata una buona idea. La bora diventava, infatti, sempre più forte. Le onde giunsero a superare i tre metri.

All’inizio non ero spaventato dal vento e dalle onde, ma più tardi iniziai a preoccuparmi. Così fece anche mio padre, che è un esperto velista, quando si accorse che il vento cominciava a rinforzare. Chiamò subito la polizia e la capitaneria di porto che ci venne immediatamente in aiuto. La motovedetta ci cercò, però, per un bel po’di tempo perché il mare sembrava una vasca da bagno piena di schiuma ed era difficile individuare le nostre piccole vele bianche.

Io mi trovavo verso il centro del golfo di Pirano con altri due ragazzi. Gli altri, invece, erano molto vicini a Salvore con l’allenatore e non riuscivano a tornare. Anch’io ho dovuto lottare tanto con le onde per ritornare a Fornace, da dove ero salpato.

Infine riuscimmo tutti a salvarci, ma per un pelo. A terra, dove mi aspettavano i genitori, ho saputo che quelli che erano vicino alla costa frastagliata di Salvore, avevano perso tre barche: una era affondata e le altre due erano andate a sfracellarsi sugli scogli. Per fortuna la capitaneria di porto era arrivata in tempo!

Beh… lo ammetto, ho avuto una fifa tremenda! Ma l’importante è che noi tutti siamo ritornati a riva sani e salvi.

Anche se mi piacciono le avventure estreme, preferirei non averne più di così pericolose!


 

  

 

 motto BALLA NELL’OSCURITÁ DELLA NOTTE, CANTA ALLA LUCE DEL MATTINO     

 

 

Tia Musizza Glavina  - 

 

Classe VII   Scuola Elementare Italiana  “Vincenzo e Diego de Castro” Pirano 

 

prof. Franca Chersicla

 

“Una pagina bianca piena di… quello che vi pare”

 

Stralci di diario

Paura, dolore, tristezza… sono gli aggettivi giusti per descrivere la mia vita.

Mi chiamo Bashir e ho da poco compiuto sedici anni. Vivo in Israele e,  come tanti miei coetanei di questo martoriato paese, ho un passato doloroso alle spalle, tanto  doloroso che sento il bisogno di condividerlo con qualcuno.

Avevo tre anni quando scoppiò la guerra tra Israele e Libano. Mia madre Hyam, mia sorella Bahira mio fratello Shavid ed io eravamo a pranzo quando abbiamo sentito bussare alla porta. Era il colonnello che era agli ordini di mio padre. Mio padre era allora un generale dell’esercito israeliano. Il colonnello, di solito uomo molto sereno e sorridente, quel giorno non lo era affatto. Quando ho visto la sua faccia ebbi un brutto presentimento che ebbe ben presto conferma:  mio padre era caduto in un cruento scontro. Da quel triste giorno mia madre si impegnò per non farci mancare nulla, nonostante ciò la figura paterna ci mancava molto. La vita attorno  a noi continuava come se nulla fosse. La guerra continuava  a imperversare e continuava a mietere vittime.

Mia sorella e mio fratello frequentavano il liceo classico. Shavid, dopo la perdita di nostro padre, decise di iscriversi all’accademia militare in una piccola cittadina non lontano da casa nostra. Bahira, dopo aver finito il liceo, decise di diventare infermiera. La scomparsa di nostro padre aveva influito molto sulle loro decisioni. Un giorno, io avevo dodici anni, nostra madre Hyam uscì per andare al mercato e non fece più ritorno. Qualche tempo dopo, in una fredda e piovosa mattina d’autunno mio fratello prese un mezzo pubblico e andò a scuola dove aveva da sostenere un esame. Sull’autobus c’erano cinque libanesi. Avevano nascoste addosso  due bombe e le fecero esplodere. Nessuno si salvò. Mi ricordo perfettamente le ultime parole che mio fratello mi aveva detto:

“ Qualunque cosa ci succeda dobbiamo restare sempre uniti”.  L’unica persona  di famiglia rimastami era mia sorella. Lei frequentava la scuola, lavorava come infermiera in un ospedale e  studiava. Alla fine della giornata era distrutta dalla stanchezza, ma non mi voleva far pesare troppo il brutto periodo che stavamo affrontando. Guadagnava tanto da poter comprare qualcosa da mangiare e pagare tutte le bollette.
Io sono riuscito a passare tutti gli esami e ieri ho avuto un colloquio con il colonnello  che era stato amico di mio padre. Gli ho chiesto di poter entrare nell’esercito  perché è mia aspirazione prendere il posto di mio padre. Egli mi ha risposto  che sono ancora un ragazzino e che dovevo fare ancora tanta esperienza e frequentare l’accademia militare. Nel frattempo, per guadagnare qualche soldo, la mattina lavoro in una stazione di servizio e al pomeriggio aiuto un vecchietto in campagna. Mia sorella ed io ci siamo trasferiti in una casa più piccola e modesta. Mi piace molto. Un giorno festivo abbiamo deciso di sbizzarrirci con i colori. Abbiamo tinteggiato tutte le pareti con colori vivaci. Su alcune pareti mia sorella, che è molto brava nel disegno, ha dipinto delle stupende figure.

Il lavoro alla stazione di servizio mi piace abbastanza e sono molto felice perché ho un bellissimo rapporto d’amicizia con Ghada. L’ho conosciuta un anno fa quando andavo in biblioteca. Sceglievo un libro e lei si è messa a parlare con me e mi ha proposto di leggere un libro che mi è piaciuto tantissimo. Da quel giorno abbiamo stretto un’amicizia molto intensa che forse è qualcosa di più. Sono contento, inoltre, perché Bahira frequenta il mio migliore amico. Ne sono contento perché so che è in buone mani.
……

Cinque anni dopo.
Ho da poco compiuto 21 anni e sono felice perché mi sono sposato con Ghada e abbiamo due magnifici figli. Da quando li ho visti nascere ho cambiato idea e non ho più voluto fare il generale come mio padre. Non voglio che anche loro perdano, come me, il padre in tenera età.

Vivo in una casa spaziosa con un grande giardino. Mi sono trovato un lavoro simile a quello di mio padre, ma a  differenza  di lui io non vado a combattere,  ma rappresento l’armata israeliana e sono contento di questo. Nel tempo libero mi dedico al volontariato e mi occupo dei numerosi  bambini rimasti orfani.
C’è però un fatto che mi inquieta. Bahira e il mio migliore amico Majid, che è diventato suo marito, sono andati in vacanza in Italia. Sfogliando il giornale ho letto che là c’è stato un forte terremoto Di loro due non ci sono notizie. Sarebbe proprio ingiusto che perdessi la mia unica sorella e il mio miglior amico.

 .....................

Due mesi più tardi.
Mia sorella e Majid sono tornati dall’Italia. Li avevano trattenuti in ospedale perché avevano delle ferite abbastanza profonde. Ora stanno bene. Domani è il compleanno di mia sorella e abbiamo deciso di farle una festa a sorpresa.
Sono contentissimo della mia vita, perché, anche se ho avuto un passato che vorrei dimenticare, vivo un presente che non vorrei mai scordare.

 


 

motto TUTTO PER UNA PALLA                          Naska Kvarantan  - 

 

Classe VII  Scuola Elementare Italiana “Vincenzo e Diego de Castro” Pirano

 

prof. Franca Chersicla

 

“Una pagina bianca piena di… quello che vi pare”

 

Era una fredda e nuvolosa giornata d'autunno.  Il vento soffiava forte, il cielo era coperto da nuvole grigie e il sole era scomparso del tutto.

Nella via, accanto a quella dove abitava Jennifer Taylor, una gracile bambina di sette anni, c'era una casa disabitata già da molto tempo. La casa era grande, grigia, vecchia, mezza diroccata e piuttosto misteriosa. Davanti all'abitazione si poteva osservare un cortile pieno di croci che sembrava un cimitero. Nel mezzo del cortile si innalzava un albero da cui pendeva un'altalena, tanto che pareva che nella casa vivesse una bambina o un bambino.Tutti avevano paura di quel luogo inquietante e lugubre e nessuno aveva il coraggio di entrare nemmeno nel cortile.

Un giorno Jennifer giocava da sola con una palla nei pressi di quello spettrale cortile. La palla le scivolò dalle mani e andò diritta dentro la casa. La bambina, curiosa, seguì la palla e si ritrovò in una stanza buia, piena di ragnatele e di pipistrelli che ricoprivano tutto il soffitto. Ad un tratto sentì la voce di una bambina, forse il fantasma che custodiva la casa. Spaventata, Jennifer si mise a correre lungo uno stretto e buio corridoio che finiva in un salotto. Sul tavolo c'era un foglio con un messaggio che diceva che chiunque avesse messo piede in quella casa sarebbe stato maledetto per sempre. La bambina terrorizzata corse subito fuori a dire a sua madre che cosa le era successo, ma la madre non le credette, così andò  a raccontarlo agli amici, ma nemmeno loro credettero al suo racconto.

Il giorno seguente la bambina, andando a scuola, si slogò una caviglia. Rientrata a casa, si mise a giocare con Ginger, il suo gatto. Il povero animale cadde dal divano e si ruppe la testa. Da allora le disgrazie non le diedero più tregua.

La peggior disgrazia, però, accade undici anni dopo, quando la ragazza compì 18 anni. Infatti, durante la festa per il suo diciottesimo compleanno lei inspiegabilmente morì. A nessuno era chiaro il motivo della sua morte, ma a nessuno venne in mente che fosse morta a causa della maledizione lanciatale dal fantasma della bambina della casa misteriosa.

La povera ragazza perse la sua preziosa vita solo a causa di una palla di plastica.


 

 motto IL FANTASMA DEL BALDACCHINO          Lara Pirjevec 

 

 Classe VIII Scuola Elementare Italiana “Vincenzo e Diego de Castro” Pirano

 

prof. Franca Chersicla

“Una pagina bianca piena di… quello che vi pare”

 

Era una notte buia e tempestosa. Sembrava quasi che il cielo e le nuvole volessero inghiottire  il mondo intero. Sulla collina vidi un vecchio castello in rovina, e così cercai riparo per la notte. Raggiunsi il portone, presi in mano il batacchio e bussai ripetutamente. Sembrava che nessuno l’avesse toccato per millenni; il portone era di uno sbiadito color rosso ruggine ed era pieno di ragnatele. Mi guardai intorno. Scorsi dei grandi vasi di pietra allineati lungo la parete settentrionale contenenti degli alberi ormai rinsecchiti. La loro presenza mi diede un senso di solitudine e malinconia. Bussai di nuovo. Cominciò a piovere.

Aspettai a lungo la risposta, ma niente, così entrai. All’improvviso sentii una forte brezza fredda che mi mordeva fino alle ossa. Chiusi la porta pensando che fosse il giro d’aria, ma non cambiò nulla. Entrai in un corridoio strettissimo. Notai una sedia sgangherata, corrosa dai tarli e ricoperta di muffa. Sul davanzale di una finestra spiccava un vaso con un amarillis appassito. Mi avvicinai al vaso e mi avvidi che quello che sembrava un fiore era in realtà una mano in carne ed ossa. Mi spaventai a morte e corsi in una stanza vicina. Quasi mi si fermò il cuore quando vidi su un letto nero, in mezzo a una stanza disadorna e poco illuminata, un vecchio che sembrava morto. All’improvviso si girò ed io, pur spaventato a morte, gli chiesi se potevo restare lì per la notte. Per tutta risposta lui mi fece cenno di seguirlo. Il suo sguardo era malinconico e mi accorsi che gli mancava un occhio. Mi faceva rabbrividire il suo modo di camminare, strano e zoppicante. Mi condusse fino a una stanza buia dove notai un baldacchino rosso sangue e tante foto di uomini e donne ritratti mentre stavano dormendo in quel letto. Il copriletto era rosso sangue e la testata rigata di crepe. Il materasso era vecchio ma comodo. Mi guardai intorno per ringraziare il signore, ma era sparito, così mi misi a letto e mi addormentai.

Sognai dei morti che ballavano intorno a me nel fuoco: alcuni erano solo ossa, altri avevano ancora pezzi di carne e pelle e altri ancora erano interi e pallidi come un lenzuolo. All’improvviso si accese una luce rossa e bianca, mi librai in aria, sembrava che potessi volare, poi mi resi conto che stavo diventando sempre più pallido poi quasi trasparente. Allora rividi il signore che mi aveva condotto al baldacchino: era un fantasma! Mi accorsi che gli stavano crescendo un paio d’ali bianche. Egli accennò un sorriso, mi ringraziò  e mi spinse via. Mi svegliai di soprassalto e capii che gli avevo donato la pace eterna. Ora avrei dovuto aspettare il prossimo temerario visitatore del castello per trovare a mia volta la pace eterna.


 

motto LA BAIA DELLA STREGA                       Alex Zigante  -

 

  Classe VIII  Scuola Elementare Italiana “Vincenzo e Diego de Castro” Pirano

 

prof. Franca Chersicla

 

“Una pagina bianca piena di… quello che vi pare " 

 

Era una notte buia e tempestosa. Gli Edgard e i Salis, due antiche e potenti famiglie erano in guerra da secoli per ottenere il dominio su una bellissima baia. I Salis erano in due: madre e figlio. Gli Edgard, invece, erano in quattro: madre, padre e due figli. Si diceva che i Salis fossero stati grandi e potenti stregoni. Gli Edgard erano persone molto malvagie e molto perfide. Durante una battaglia gli Edgard avvelenarono un giovane dei Salis e la madre per vendetta gettò su di loro una maledizione. «Ascoltatemi molto attentamente! Io mi vendicherò. Fra mille anni sulla vostra famiglia cadrà una terribile maledizione. Il mio spirito vi perseguiterà finché non morirete tutti» e all’improvviso divampò una potente fiammata in cui lei bruciò. Gli Edgard non credettero alle sue parole e non ci diedero peso. Costruirono una casa sulla baia e dominarono su quella baia per centinaia di anni. Dopo mille anni in quella casa ci vivevano gli ultimi discendenti degli Edgard. Il padre Allan, il figlio maggiore Rick e il figlio minore Todd erano delle persone che si davano molte arie e dicevano di avere sangue nobile e di essere dei grandi guerrieri. Ma la cosa della quale si vantavano di più era che in passato avevano sconfitto una strega. Una sera, Rick disse che sarebbe andato a fare una passeggiata fino alla baia. Durante la passeggiata sentì una voce che lo chiamava dalla baia: era la voce di una donna. Egli vide una donna bellissima con i capelli neri e con un vestito bianco. La donna lo chiamò e lui si avvicinò piano piano come se fosse sotto l’nflusso di un incantesimo. Rick le volle dare un bacio, si avvicinò e, mentre glielo stava dando, gli occhi della donna diventarono rossi come il sangue ed il ragazzo prese fuoco. Rick non riusciva a spegnere il fuoco. Si gettò nell’acqua dove emise un grido disumano e morì. Allan e Todd erano terrorizati a morte dalle urla di Rick e poi sentirono una voce molto acuta e inquietante che diceva: «Ancora due vittime e porterò a termine la mia vendetta». Allan e Todd rimasero senza fiato. Tod era talmente terrorizzato che saltò sulle spalle del padre. Raggiunsero la baia e videro lo scheletro di Rick che stava ancora bruciando in mare. Non avevano mai visto una cosa così agghiacciante in tutta la loro vita. Quella notte non riuscirono a dormire dalla paura. La mattina seguente andarono in città a comprare armi e sbarre per difendersi. La notte successiva, dopo essersi coricato, Todd sentì una voce che lo chiamava. Uscì e si avviò verso la baia. Lì vide anche lui, come suo fratello, una donna e le volle dare un bacio, ma per fortuna il padre si accorse che era uscito. Andò subito alla baia e vide la donna. Si accorse che la sua voce incantava le persone e così si mise dei tappi nelle orecchie. Corse subito da Todd e cominciò a sparare alla ragazza. Ella emise un grido molto acuto e bruciò. Il padre chiese al figlio: «Stai bene?» ed egli rispose di sì e poi il padre proseguì: «Quella non è una donna, ma un fantasma che sta cercando di eliminare la nostra famiglia. Vieni, torniamo a casa, ti racconterò la storia».Tornarono a casa e Allan si mise a raccontare: «Mi è stato detto da mio padre e a lui da suo padre e così via fino a mille anni fa, che la nostra famiglia aveva combattuto contro un’altra famiglia per la proprietà di questa baia. Loro erano stregoni e gettarono una maledizione su di noi. Non ci credevamo, ma ora siamo in un mare di guai». Allan diede a Todd dei tappi per le orecchie. All’improvviso la terra cominciò a tremare. Allan e Rick erano molto spaventati. La casa subì dei forti scossoni. Sembrava come se qualcuno li avesse sollevati. Ad un tratto la casa precipitò. Allan esclamò: «Ė la fine.» La casa finì in macerie. Allan era morto: un asse di ferro gli aveva trafitto il cuore. Todd era inorridito dalla paura. Dopo un paio di minuti nella terra si aprì una voragine che arrivava fino all’inferno. Il fantasma della donna uscì dal baratro: nelle sue mani teneva le anime del fratello e del padre. Todd raccolse un asse di ferro che stava a terra suolo e si scagliò contro il fantasma. Quando Todd lo toccò, divenne di pietra.

Questa baia è conosciuta ancora oggi come la baia dell’inferno.


 

motto LA MIA POLTRONA                                  Cindy Smajdek Bennetsen  - 

 

Classe VIII Scuola Elementare Italiana “Vincenzo e Diego de Castro” Pirano

 

prof. Franca Chersicla

“Una pagina bianca piena di… quello che vi pare”

 

Era una sera di fine ottobre. Fuori nevicava e avevo acceso il caminetto. Volevo sedermi sulla mia poltrona, ma invece di adagiarmi comodamente finii per terra. Essendo quasi al buio, non avevo notato che la poltrona era stata spostata. Non capivo perché e da chi fosse stata spostata, dato che quel giorno la cameriera si era presa un giorno libero. La rimisi al suo posto. Qualcuno suonò il campanello e mi avviai verso la porta. La aprii e mi trovai davanti dei bambini mascherati da vampiri che chiedevano dolci perché quella sera si festeggiava Halloween. Diedi loro  caramelle e biscotti e se ne andarono. Ritornai in salotto e mi accorsi che, nuovamente, la poltrona non era al suo posto. Che strano! Mi chiesi se il fatto che quella sera succedevano fenomeni strani nella mia abitazione, fosse in qualche modo legato a Halloween.

Dovete sapere che allora io vivevo in un vecchio castello un po’ fuori città. Qualcuno diceva che una volta vi abitassero streghe e maghi.

Stupita, mi sedetti sulla poltrona senza collocarla al suo solito posto. Cominciai a guardare le lingue di fuoco nel cammino: era meraviglioso. Piano pianino mi si chiusero gli occhi. Dopo un po’ di tempo senza nemmeno accorgermene, mi addormentai sulla poltrona. Sognavo di viaggiare seduto comodamente in poltrona, vedendo il mondo. In verità la poltrona si spostava tutto il tempo, mentre io pensavo di sognare. Mi svegliai in un posto strano; non sapevo dove mi trovassi. Mi alzai dalla poltrona. Sentii una musichetta provenire da una stanzina. Seguii la musica e arrivai in una grandissima sala dove tutti erano vestiti da strega o mago.  Il posto mi sembrava strano, ma molto famigliare, come se ci fossi già stata in precedenza molte volte.

Io sapevo che i mobili e gli oggetti non si muovono da soli, eppure mi sembrava che la poltrona mi seguisse . Quando entrai nella sala, dove tutta la gente ballava, rideva, chiacchierava, mangiava,..., tutti si fermarono e anche la musica cessò. Mi guardavano come se fossi un’aliena. La poltrona scomparve nel nulla. Vennero verso di me. Mi sollevarono e mi portarono al centro della sala. Vidi un grande pentolone come quello che si vede spesso nei film. Mi lanciarono in aria e pensavo che sarei finita nella pentola, invece, la poltrona mi salvò la vita. Mi addormentai di nuovo. Sta volta quando mi svegliai mi ritrovai di nuovo a casa. La poltrona era al solito posto. All’inizo pensai  di aver sognato tutto, ma poi mi alzai e sentii una vocina provenire dietro la mia schiena: era la poltrona. Dire che ero stupita è dir poco. Per un attimo il mio cuore si fermò. La poltrona mi spiegò che tutto ciò che avevo pensato di aver sognato era  realmente accaduto. La poltrona mi raccontò anche che lei mi aveva dovuto portare nella strana sala che mi era parsa familiare perché sennò l’avrebbero distrutta.

La poltrona si poteva muovere, parlare e poteva trasportare quelli che vi si sedevano nel futuro o nel passato. Lei mi aveva salvato la vita perché si era fidata di me e perché aveva capito che ero una persona di buon cuore. Ero spaventata e perciò andai presto a letto. Mi addormentai subito. Il giorno dopo mi svegliai perché sentii provenire un urlo dal salotto. Saltai giù dal letto e corsi in salotto. Vidi la poltrona distrutta, tutta la stoffa era stata tagliata. Ero dispiaciuta perché la poltrona era diventata un’amica, ma nel contempo ero terrorizzata. Portai il giorno stesso la poltrona da un tappezziere che le riparava a regola d’arte. L’aveva riparata, però, non era riuscito a togliere un chiodo che stava proprio in mezzo al sedile della poltrona. La portai a casa. Era già sera. Andai in cucina e ritornai vidi la poltrona saltellare per il salotto. Era contentissima. E anch’io andai a letto contenta, ma il giorno dopo quando mi svegliai e entrai nel salotto, mi accorsi che la poltrona era scomparsa. Il giorno stesso mi recai a fare una passeggiata nel bosco. Vidi una strana forma che si muoveva. Era la mia poltrona. La raggiunsi. Lei mi spiegò che era scomparsa perché sennò dal passato sarebbero venuti le streghe e i maghi per ucciderla. Adesso che era scomparsa dalla casa confidava non l’avrebbero più trovata. Una strana notte sentii urla strazianti provenire dal bosco. Capii subito che era la mia cara poltrona. Sapevo anche che era meglio non andare nel bosco a cercarla perché sarei morta anch’io. Un giorno di primavera avevo aperto la finestra per arieggiare la stanza da letto. Dalla finestra entrò, portato dal vento, un pezzo di stoffa. All’inizio non sapevo cosa potesse essere, ma poi mi venne in mente che era parte della stoffa che aveva ricoperto la tappezzeria della mia poltrona.

L’incubo finì. Ero triste per la poltrona, ma anche felice perché sentivo che non mi sarebbe successo più niente di strano o pericoloso. Decisi comunque che nel periodo di Halloween sarei rimasta sempre fuori di casa con i miei amici.

 


 

motto IL FANTASMA GRATO                           Ainhoa Liyariturry Apollonio  - 

 

Classe VIII Scuola Elementare Italiana “Vincenzo e Diego de Castro” Pirano

 

prof. Franca Chersicla

 

“Una pagina bianca piena di… quello che vi pare”

 

Una notte buia di un lontano inverno stavo seduta accanto al fuoco. Non si sentiva null'altro che il crepitio della legna che bruciava nel caminetto. II mio sguardo era fisso nelle fiamme che si alzavano e allargavano a seconda di come bruciava il legno.

L'aria odorava di quercia bruciata. Un filino di fumo, che ogni tanto scappava dal caminetto, si diffondeva nell'aria della stanza.

Me ne stavo seduta sulla poltrona da un bel pezzo e cercavo di trovare la voglia di alzarmi per andare a dormire, però il caldo ed il danzare delle fiamme davanti ai miei occhi mi teneva inchiodata alla poltrona. Fuori, il silenzio era assoluto. Era cominciato a nevicare di pomeriggio e tutto era avvolto da un mantello bianco, anche i soliti rumori venivano soffocati dalla neve.

Ad un tratto il silenzio si interruppe, e sentii dei passi sulla neve. Per un attimo mi irrigidii nella poltrona, poi di scatto mi alzai e mi affrettai alla finestra. Non riuscivo a vedere nulla all’esterno a causa della luce della stanza che si rifletteva sui vetri. Mi feci scudo con la mano e appiccicai il viso al vetro freddo. Riuscii a vedere un’ombra che scivolava accanto al muro della casa e poi si perdeva tra le ombre degli alberi. Senza pensarci due volte mi misi gli stivali, presi la giacca dall'attaccapanni e cercai la torcia. Quando la trovai, aprii la porta con cautela e mi misi a seguire i passi sulla neve. Senza accorgermene mi inoltrai nel bosco. Non vedevo nessuno, perciò decisi di tornare a casa. Quando mi girai le mie orme non c'erano più: la neve caduta le aveva coperte. Tutto ad un tratto la torcia si spense: le batterie erano scariche. Fui presa dal panico, non sapevo cosa fare. Poi con calma tentai di ricordare la strada per tornare a casa, però tutto attorno a me era buio. Allora capii che se andavo a caso mi inoltravo ancora di più nel bosco. Tutto ad un tratto sentii un ululato che proveniva dalla mia destra. Mi vennero in mente le storie di lupi e di orsi che mi raccontava sempre mia nonna aggiungendo immancabilmente: "Non andare mai da sola nel bosco perché ci sono tantissimi animali pericolosi". Aggiungeva pure che se mi fossi persa nel bosco di notte. dovevo provare a guardare le stelle e dirigermi verso la stella polare, e se l'avessi seguita prima o poi sarei arrivata a casa.

Io ci provai, guardai in alto però le stelle appena si intravedevano a causa delle nuvole. Dopo un paio di minuti riuscii a riconoscere la stella polare e decisi di seguirla. Camminai per circa un quarto d'ora ed arrivai a casa.

Nel momento in cui vidi la mia casa il sangue mi si gelò nelle vene. Tutte le luci erano spente tranne quella di camera mia. Sentivo, la paura attraversare il mio corpo, ma mi feci coraggio e decisi di entrare in casa. Presi la mia racchetta da tennis e mi avviai verso la mia stanza. Aprii la porta di colpo, ma non vi trovai nessuno. Feci il giro di tutta la casa, però la casa era vuota. Poi mi affacciai alla finestra, e sulla neve c'era la scritta " SEGUIMI  ". Io ero terrorizzata e non sapevo cosa fare. Dopo aver riflettuto a lungo decisi di andare nel bosco all'alba. Quando sorse il sole mi incamminai verso l'interno del bosco. Vidi la figura di un uomo dondolarsi dal ramo di una quercia. Era un impiccato. II suo viso era candido e le sue labbra erano di un rosso scuro quasi violaceo. Non potevo guardare quell'uomo, non ce la facevo.

Corsi subito in paese e dissi tutto quello che avevo visto. La gente non mi credeva, perciò li accompagnai sul luogo. Quell'orrenda visione era ancora lì. Coloro che mi avevano accompagnato si affrettarono a rimuoverlo. Quando mi girai mi sembrò di vedere tra gli alberi la stessa ombra che avevo intravisto la sera prima nel mio giardino. Istintivamente mi avvicinai, ma lì non c'era più nessuno. Quando il mio sguardo cercò le orme per terra vidi scritto sulla neve "GRAZIE".  Capii tutto...


 

LA MORTE DEL POVERO IMPRENDITORE JOHNSON                          Daniel Konestabo 

 

Classe VIII Scuola Elementare Italiana  “Vincenzo e Diego de Castro” Pirano

 

prof. Franca Chersicla

 

“Una pagina bianca piena di… quello che vi pare”

 

 Era una notte buia e tempestosa e i fantasmi festeggiavano felici danzando e cantando nella casa più abbandonata, più buia e squallida del paese, illuminandola tutta. Festeggiavano perché qualcuno era morto come del resto facevano sempre perché, dopo esser passati a miglior vita, questo era l’unico divertimento loro rimasto. Era morto un ricco imprenditore che stava appunto facendo il suo discorso d‘addio al corpo tramutandosi in puro spirito: - Addio mio corpo orrido - diceva rivolgendosi a quello che un tempo era stato un bel corpo - Addio mia miserevole vita mortale, benvenuta immortalità! - e così dicendo diventò luminoso e trasparente.

- Benvenuto nella nostra piccola comunità fantasma. Siamo onorati di averti fra di noi - disse la morte , il capo dei fantasmi.

- Oh, anch‘ io sono felicissimo di essermi finalmente unito a voi nella più totale libertà fantasma.

- Propongo un brindisi - disse Lord Alfred, uno dei fantasmi, anche se in realtà i fantasmi non potevano brindare e quindi il rito era solo simbolico .

- Bravo lord Alfred , CIN CIN – esclamarono gli altri fantasmi all’unisono.

Fui svegliato all’improvviso da un tuono fortissimo. Mi spaventai e pensai fra me: – Sembra la fine del mondo, - ma dopo pochi secondi mi riaddormentai. Il mattino seguente mentre stavo andando a scuola sentii il fornaio dire al postino: - Ne hanno preso un altro.

 – A chi è toccato stavolta?- chiese il postino incuriosito.

- Al povero imprenditore Johnson.

- Ma era vecchio, aveva 60 anni.

 – Sì, ma era in perfetta salute.

Sì, hai ragione - concluse l'altro.

Cos’era questa storia? chi aveva preso chi? Assorto in questi inquietanti pensieri andai a scuola e lì pensai a tutt’altro. Quando tornai a casa sentii i miei genitori parlare pensando che non ci fossi.

- Il corpo è stato ritrovato?

- No – rispose mio padre e aggiunse - usano sempre la stessa tecnica, stregano la vittima e …

A quel punto non ce la feci più e rivelai la mia presenza tossendo. Mio padre ammutolì e mia madre mi chiese come era andata a scuola guardando mio padre con ansia, aspettandosi una mia domanda che però non arrivò. Mi rifugiai in camera mia e iniziai a riflettere mentre Einstein, il mio Jack Russel terrier, mi si avvicinava.

- Mio signore, chi uccidiamo stasera?- chiese Frankie alla Morte con un tono mieloso.

Non so cosa ne pensi Johnson, anzi Lord Johnson, perché noi fantasmi siamo tutti dei Lord – domandò la Morte rivolgendosi al neo fantasma.

 - Non so, rispose il neofantasma - magari un’allegra famigliola, ma lasciamo vivere i bambini che senza genitori moriranno comunque, HE HE HE.

- Sì, ma chi? - chiese impaziente la Morte.

 - Miao

- OH, ecco Frankenstein, vieni tesorino vieni. Il mio adorato mi ha suggerito la famiglia Peterson, che ne dite? - chiese la Morte.

Sì, - concordarono tutti eccitati i fantasmi presenti.

- Frankie raduna tutti gli altri. Si parte … e portate due paia di catene.

Noo - gridai svegliandomi di soprassalto. Era già buio e i fantasmi sarebbero entrati in azione molto presto; bisognava preparare un piano di difesa e subito.

Ma come si combattono i fantasmi? Ne ero certo, dovevo parlare col professor Headeache, ma non c’era tempo. L’ unica era telefonargli: -Yes, rispose il professore.

- Sono Fred Peterson. I fantasmi uccideranno i miei genitori, deve aiutarmi.

- Oh, my God! E tra quanto attaccheranno?

-Tra mezz’ora circa - risposi.

- Abbiamo così poco tempo? Credo però di farcela. Ci vediamo a casa tua. Click. Il professore aveva riattaccato.

Impaurito aspettavo in silenzio l’arrivo della morte o del professore mentre i miei genitori erano ignari del pericolo che ci sovrastava, che incombeva su di noi.Ad un tratto la tv si spense insieme alla luci, le finestre si spalancarono e senza bussare ecco entrare una persona avvolta in un nero mantello accompagnata da mille lucine… i fantasmi che l’accompagnavano. Si sentì l’urlo agghiacciante dei miei. Anche se solo e disarmato esclamai in tono beffardo: - Eccomi morte, sono qui pronto a combatterti a mani nude, pur sapendo a cosa vado incontro.

- Molto coraggioso , ragazzo mio, ma io non sono qui per te, bensì per i tuoi genitori.

- Se vorrai uccidere loro, dovrai uccidere anche me.

 - E sia, ragazzo, l’hai voluto tu. Io sono stato clemente a concederti di vivere, ma se tu non vuoi… E a quel punto la Morte brandì una lunga ascia. Chiusi gli occhi e pensai: - Meglio così. Intanto i miei genitori piangevano e gemevano.

Accadde in pochi istanti. Un rumore di passi e un lamento di dolore. Aprii gli occhi e rimasi sbalordito dalla scena che mi si presentò davanti agli occhi. Il professore aveva colpito la Morte con il raggio blu della pistola che teneva in mano. Che sollievo! Proprio al momento giusto. Dopo aver gemuto a lungo la Morte sparì lasciando dietro di sé una lunga scia di fumo. E io esclamai felice :- È finita!


 

motto IL CHUPA – CAPRA           David Brec 

 

Classe VIII Scuola Elementare Italiana  “Vincenzo e Diego de Castro” Pirano

 

prof. Franca Chersicla

 

Una pagina bianca piena di… quello che vi pare”

 

Era una notte buia e tempestosa. Lionel e Prince, ritornando da una gita in campagna, si persero nel bosco. Tuonava, pioveva forte e faceva freddo, perciò si nascosero in una grotta nel bosco. La grotta era umida, buia e Prince disse a Lionel: -Ho tanto freddo e altrettanta paura!

Lionel gli rispose: - Non aver paura perché ci sono io con te. Questa notte dormiremo nella grotta, saremo al riparo dalla pioggia!

Si ricordarono della leggenda raccontata dal nonno . La leggenda raccontava che c'era un animale di nome Chupa - capra che saltava addosso agli umani e succhiava loro il sangue. Quell’animale si trovava proprio in quel bosco. Per questo motivo Prince aveva tanta paura.

Mentre stavano cercando di dormire, Prince si accorse che c’era qualcuno altro nella grotta oltre a loro. Prince svegliò Lionel e gli disse:- Lionel, Lionel qualcosa si è mosso!

Nello stesso istante tutti e due si ricordarono dell’animale descritto nella leggenda raccontata dal nonno. Videro le impronte che assomigliavano a quelle di un animale. Ad un tratto dal buio sbucò un animale che saltò addosso a Prince. Era proprio quel Chupa - capra descritto dal nonno. Prince, dalla paura, comincio a urlare, piangere e, tremando, gridò:  - Oh Lionel, ti prego salvami, non voglio morire!

Lionel si ricordò di avere un coltello nello zaino. Nel frattempo Prince era svenuto e quella bestia sarebbe riuscita a succhiargli tutto il sangue, se Lionel non le avesse conficcato il coltello nella schiena. II Chupa - capra, cadde a terra ed in un attimo scomparve avvolto da un fumo grigio. Lionel svegliò Prince ed esclamò: -Siamo salvi!

Prince ringraziò Lionel per averlo salvato. Proprio in quel momento smise di piovere e i due ritornarono a casa. Raccontarono al nonno la loro disavventura, ma non erano certi se l’avessero sognata oppure fosse loro realmente accaduta.


 

 

 motto SE NON SI SCRIVE PERCHÉ SI PENSA, È INUTILE PENSARE A FIN DI SCRIVERE  

 

     Debora Jankovič  - 

 

Classe IX b   Scuola Elementare Italiana “Vincenzo e Diego de Castro” Pirano

UNA PAGINA BIANCA PIENA DI… QUELLO CHE VI PARE 

Un foglio bianco. Una biro nera. La mano che scorre e compone frasi di storie da narrare. Il foglio che si riempie di colori. Una corrispondenza di lente armonie. Armonie scritte sulle pagine dei giorni. Momenti, vissuti sul filo dei pensieri. Per conoscere, per conoscersi. Nel silenzio dei luoghi che abito, nella lentezza di una candela che si consuma in attimi sospesi tra luce e buio. Nell’abbandonarsi al viaggio... sottile desiderio di riprendere in mano il tempo… di nutrire piccoli germogli di luce,sottovoce.

Un foglio bianco e una penna, basta questo per ammaliare...

L’inchiostro scivola leggero sulla pagina: aumenta il passo, corre, è un folle privo di controllo, poi d’improvviso si blocca e mette un punto all’incanto.

La carta rimane, invece, lì, ferma e impassibile, nell’attesa di essere macchiata di nero, sporcata di pensieri, inevitabilmente e indelebilmente.

Eppure la mente non riesce a capire. Tenta di inseguire ogni movimento della mano, ogni lurida parola, ogni scricchiolio della penna. Il segno insudicia e, come rapito, scompare nel nulla, lasciando parole che sanno di promesse.

L’estasi fa emergere emozioni, che alla lettura sembrano altre; tanto profonde da non riconoscerle: ti leggono nell’anima, ti scrutano nel cuore, ti penetrano intensamente, senza volerlo. I ricordi affiorano in preda al panico, l’amore diventa dolore e comincia a puzzare di silenzio e finzione, l’immaginazione colora e aggiunge confusione a confusione.

La scrittura manifesta qualcosa di inaspettato, non voluto, cancellato, divorato a morsi; e allora i fogli finiscono in mille pezzi, da strappare ancora, fino ad annullarli. Quel cestino che si riempie continuamente e viene ripetutamente svuotato. Giorno dopo giorno, insopportabile alla vista.

Perchè il bianco ancora chiama? Una lite, un messaggio senza risposta, uno sguardo che si abbassa, una parola sbagliata, il cuore spezzato continuamente e ripetutamente. Tutto colpisce, distrugge e imbratta pagine su pagine. Le lacrime vengono così versate inconsapevolmente, come fossero di sconosciuti, e il dolore che consuma a mano a mano si attenua, diventando di un altro.

La scrittura è questo: la capacità di vedersi come sé altro, l’opportunità di scrivere, cancellarsi e dimenticare, la consapevolezza dolce di vivere sognando, l’unica traccia che promette eternità.

Scrivere è la mia poesia ed è scrivendo che comincio l’anno, seduta sul letto di una casa non mia. Ho scritto, scrivo e scriverò, sono queste le mie poche certezze, insieme alle immagini che mi accompagnano, mentre la notte, che non termina, l’amicizia che ritorna, la bellezza che non sfuma, l’amore, sono gli obiettivi da fissare e non cancellare. Quest’anno sì, comincio con una trasgressione: scrivo in prima persona e scrivo per imprimere.

In ogni caso scrivo, perchè solo così so amare;

Scrivo, perchè solo così devo ricordare;

Scrivo, perchè solo così ti potrei cancellare...

Scrivi per non rinunciare.


 

motto I PENSIERI SONO LIBERI E  NESSUNO PUÓ SCRUTARLI                

          

Daria Čepon 

 

Classe IX b  Scuola Elementare Italiana “Vincenzo e Diego de Castro” Pirano 

UNA PAGINA BIANCA PIENA DI … QUELLO CHE VI PARE

Di quello che mi pare ? Proprio di tutto, in una sola pagina?

Ma come si fa ad esprimere su dei vuoti fogli bianchi tutta la tua vita, tutti i tuoi pensieri e sentimenti?

E’ impossibile, o quasi. Chi rispetta sa farlo, sa, con una sola frase raccontare e dire quello che pensa del mondo o di un amico, di un’idea o di un errore.

Io credo di farcela, proprio perché so di essere capace di rispettare i pensieri e le visioni altrui. Ma non basta solo la certezza di riuscirci, bisogna sapere anche come e di cosa riempire questa pagina. Forse con dei pensieri, oppure con dei giudizi o consigli. Secondo me potrebbe servire anche per sfogarsi, per liberare un certo peso che teniamo dentro di noi, ma la cosa più giusta è sicuramente seguire l’istinto.

L’istinto è, infatti, il fattore che spinge qualcuno ad agire in un certo modo, bello o brutto, giusto o sbagliato, comunque spesso l’istinto ha ragione e ci dice cosa sia opportuno fare. Anche se gli altri non condividono il tuo modo di fare, il tuo comportamento, le tue idee, non vuol dire ancora che loro hanno ragione e tu torto. Bisogna sempre essere sicuri di sé, credere in noi stessi in qualsiasi momento e da qualsiasi parte. L’importante è di non mollare mai e neanche di ripudiare ciò in cui sinceramente si crede, anche a rischio di non essere accettati.

Ognuno è speciale a suo modo e possiede doti diverse dalle tue, ma se ognuno impara a rispettare sé stesso e gli altri, allora non c’è alcun motivo o giustificazione plausibile perché una persona non ti debba accettare così come sei. Rispettare e giudicare non sono termini del tutto antitetici, anzi, secondo me, giudicare non significa solo criticare negativamente qualcosa o qualcuno, ma se il nostro giudizio è costruttivo alla fine ci si arricchisce e si cresce insieme. E se stiamo già parlando di cosa sia giusto o sbagliato, io credo sinceramente che la cosa migliore sia che una pagina bianca resti bianca. Non macchiata da vane parole di ingiustizia, ma lasciata completamente vuota. Così la gente non criticherebbe i pensieri altrui e non litigherebbe contro ogni parola. Ognuno potrebbe pensare ciò che vuole e nessuno potrebbe obbiettare qualcosa. Così tutto sarebbe più bello. Niente critiche, insulti, ingiustizie, crudeltà. Solo il bello della parola. Il silenzio della parola. La parola che si fa silenzio. Ma noi non siamo capaci di farlo, non resistiamo … Imbrattiamo e riempiamo i fogli di tutto, anche e soprattutto di bugie e di cose completamente inutili … Ma perché avviene ciò? Non c’è una risposta. Almeno io non so darla, anzi non la vorrei nemmeno dare, perché so che a qualcuno la mia risposta non piacerebbe, ci sarebbe sicuramente sempre qualcuno che non accetterebbe la mia idea o il mio giudizio. Con questo potenziale individuo, incapace di rispettare la libertà di pensiero altrui si potrebbe arrivare anche ad un conflitto. Comunque non c’è niente da fare. I fogli bianchi continueranno ad essere riempiti e le persone e le idee giudicate e stigmatizzata, finché la gente non impari a rispettare e considerare le idee altrui.

Spero che questo accada presto, così i fogli bianchi saranno finalmente riempiti di cose giuste e concrete …

Anche se credete che stia giudicando e riempiendo questo foglio di cose assolutamente sbagliate, non vi do torto , perché so che tanti non condividono i miei pensieri. Io perlomeno ci ho provato, per me questa è la realtà, la mia realtà, c’è troppa crudeltà in questo mondo … e lo so che non posso cambiare niente, nemmeno queste parole, non possono farlo … ma almeno vorrei che i fogli bianchi non venissero riempiti di bugie, ingiustizie e crudeltà, ma solo di cose belle, edificanti… se no … che vengano lasciati bianchi … così … vuoti … e che ognuno pensi per sé quello che vuole …

I pensieri sono liberi e nessuno può scrutarli…


 

motto GAZZELLA                  Anna Kaić  - 

 

Classe VIII b Scuola Elementare Italiana “Giuseppina Martinuzzi” Pola

Una pagina bianca su cui puoi scrivere quello che vuoi

Cari lettori,lo so che questo non e' un argomento di cui dovrebbe parlare una quattordicenne ma rischiero' comunque. Oggi non ci pensiamo molto, ma che cosa successe veramente tra gli anni 1939 e il 1945?Una buona domanda !Tutti risponderebbero “la seconda guerra mondiale”! Pero', provate ad approfondire... Va beh, andiamo passo per passo. Come vi sentireste ad essere discriminati e perseguitati per la vostra fede o per la vostra nazionalita'? Sicuramente non vi sentireste bene. Adesso vi raccontero' la storia di una ragazza tredicenne che la guerra l'ha provata sulla sua pelle.»Voglio ballare, voglio diventare scrittrice e voglio scivolare sul ghiaccio…» quanta speranza in queste parole,eppure vennero scritte (da Anna Frank) nel bel mezzo della GRANDE GUERRA.

Tutti gli ebrei in quegli anni venivano deportati massicciamente nei campi di concentramento. Non riesco nemmeno ad immaginarmi la scena... Venivano  spinti, picchiati a sangue e trattati come delle bestie. Chiudo gli occhi e provo ad immaginarmi la scena.

»Achtung»il respiro mi si fermo', erano arrivati, erano pronti. Il cuore inizio' a battermi a mille. Non sapevamo che cosa ci sarebbe successo ma eravamo  certe che non era niente di buono. Il comandante SS ci fece sedere in fila. Eravamo ancora stremate dal lungo viaggio che ci aveva portato fino a questo posto. Ogni tanto sentivo qualche spiffero di vento gelido che passava dalle fessure della baracca di legno. Non lo so, ma mi sentivo talmente soffocata in quel posto, era come se qualcuno mi tenesse per la gola e non mi permettesse di gridare. Mia madre era seduta accanto a me e mi teneva per mano. Mio padre non sapevo dove fosse perché ci avevano divisi quando eravamo scesi dal treno. Quel maledetto treno che ci aveva portato fino all'inferno. Il viaggio era estenuante, eravamo circa in 60 in un piccolo vagone ed eravamo costretti a restare in piedi. Non ci avevano dato altro che due tozzi di pane e un barile di acqua. Mi sembrava che ci trovassimo in Polonia, a giudicare dalla lunghezza del viaggio e dalla freddezza del vento. Prima della cattura ci eravamo nascosti in un nascondiglio  con altre 8 persone ma le spie SS ci trovarono ugualmente. Fummo subito scaraventati in un vagone di ferro e spediti chissa' dove. Noi siamo ebrei e per qualcuno non siamo degni di essere liberi. Ma ritorniamo in quella gelida baracca. Ad un tratto sentii una forte mano afferrarmi per il polso e tirarmi. Era un sergente che mi guardo' dritto negli occhi.» Name»grido'.Un brivido mi passo' lungo la schiena,era come se fossi diventata sorda, vedevo solo le sue labbra muoversi. Grido' di nuovo «name» ma questa volta mi diede anche uno schiaffo che mi fece quasi svenire per quanto era forte. Con un filo di voce riuscii a rispondergli A…An…Anna. L'ufficiale mi sgrido' ma non capii nulla di quello che mi aveva detto. Mi sedetti di nuovo. Ando' avanti cosi' per tutta la fila, picchiando ogni tanto chi piangeva o cercava di opporsi. Sentivo le lacrime gelide colare giu' dalle mie guance ma dovetti asciugarle subito perche' sapevo che se mi avessero scoperta erano capaci anche di ammazzarmi. Dopo quegli episodi di orrore e paura ne vennero ancora di peggiori. Si comportavano con noi come con degli animali. Ci avevano tatuato un numero sul braccio per riconoscerci. Non eravamo piu' ne' Anna,ne'Marie,ne' Caterine ma eravamo semplici ed insulse cifre. Un episodio che non dimentichero' mai e' stato quando vidi mia madre allo stremo delle forze, dover scavare a mani nude una buca per seppellire le donne morte. La terra rossa volava dappertutto e soprattutto nei suoi occhi che lacrimavano. Non ce la faceva piu' e ad un tratto cadde a terra svenuta. Il capo della baracca lancio' subito su di lei i cani che la sbranarono. In quegli istanti mi sentivo morire. Ero sola al mondo, non avevo piu' nessuno che mi difendesse e che mi amasse. Non avevamo niente da mangiare e ben presto ci ammalammo. I dottori del campo ci isolarono per non contagiare anche gli altri prigionieri. Era ormai molto tempo che mi trovavo nel campo e sapevo che non avrei resistito ancora molto. Dopo pochi giorni la malattia progredi' e, fra le lacrime, le ultime parole che dissi furono «Voglio ballare,diventare scrittrice,voglio scivolare sul ghiaccio…»


 

motto DANZA                       Nicol Verbanac  - 

 

 Classe VII b  Scuola Elementare Italiana “Giuseppina Martinuzzi” Pola

 

Se almeno potessi esprimere tre desideri…La vita sarebbe più bella e più facile!

Verrebbe la fata turchina, pronuncerebbe le parole magiche «ciribù, ciribà»…la vita facile eccola qua!

Ma questo accade solo nelle fiabe. Però…tutti noi abbiamo il diritto di sognare, non è vero, forse?

Allora, se potessi…se potessi esprimere tre desideri cosa chiederei?? A dir la verità non lo so neanch'io, devo pensarci un po'…ecco, vorrei cambiare il mondo. Far sparire le guerre, la fame, le brutte malattie e l'analfabetismo e rendere felici tantissime persone che soffrono a causa di queste situazioni.

Vorrei inoltre far riflettere le persone per creare una vita, anzi in mondo migliore. Basta con la spazzatura dappertutto, deponetela negli appositi cassonetti. Non consumate troppa acqua, non rovinate la natura costruendo parcheggi, strade e supermercati, usate le automobili il meno possibile per non inquinare l'aria che ci circonda. Solo così prolungheremo la vita di tutti noi perché la vita è bella finché dura, e per certo non dura in eterno.

Penso che questi siano un po' i desideri di tutti noi, gente comune, che viviamo le giornate  con le sofferenze degli altri.

Un desiderio però lo vorrei solo per me, per soddisfare la mia vita e per sapere che ho raggiunto l'obiettivo per cui mi sacrifico e studio tanto. Vorrei avere una vita felice e serena, essere sana e vorrei tantissimo diventare criminologa e studiare all'accademia di danza.

I desideri sono come sogni e svegliandoti sai che per avverarli non esiste una bacchetta magica ma tanto studio e impegno. Saranno esauditi quando vedremo i frutti del nostro lavoro, sacrificio, studio e impegno.

Desideri, desideri, desideri…ce ne sono tanti…sono come nuvole nel cielo che viaggiano attorno al mondo. Forse un giorno qualcuno riuscirà ad esaudirli?


 

 motto ALIEN                          Sebastian Horvat  - 

 

Classe VII a Scuola Elementare Italiana “Giuseppina Martinuzzi” Pola

 

prof. Ingrid Ukmar Lakoseljac

 

Una storia proibita

Preparatevi. Vi racconterò qualcosa di...hm... non descrivibile. Si tratta di una storia un po' troppo complicata e ... hm, segreta. Penso comunque che sia giunto il momento di passare a narrarla. E allora cominciamo.

Jane era una ragazza come tutte le altre. Aveva appena quattordici anni e le piaceva molto leggere, fare shopping e passare ore e ore al telefono. Viveva con il padre John in America, a New York. John era un tipo come tutti gli altri o come avrebbe detto Jane: „Niente di speciale“. Vivevano a Manhattan. È probabile che pensiate: „Forte“. Ma Jane invece non la pensava così. Lei sosteneva che New York non era niente di speciale, un luogo come un altro, con soltanto un po' più di negozi e un certo numero di persone e grattacieli in eccesso.È anche probabile che Jane non fosse troppo felice, prendendo in considerazione che non aveva mai conosciuto sua madre la quale, come raccontava suo padre, era stata uccisa da una banda di criminali. Pare invece che le cose non fossero andate prioprio così... e qui comincia la vera storia.

Tornata da scuola, un giorno Jane si sentì proporre una gita nel Nevada. „Sai, un po' di divertimento, un po' di libertà!“ Inutile dire che la ragazza ne fu entusiasta e ringraziò il padre abbracciandolo e buttandogli le braccia al collo.Tanta era la felicita che la giovane raccontò la novità a tutti i compagni di classe. Il giorno dopo i due partirono.Arrivati nel Nevada, in una città tipica per il territorio, varcarono le soglie di un  bar.Ripresero il viaggio dopo essersi saziati per bene.Ad un certo punto successe un qualche cosa che i due non seppero proprio spiegarsi. Un elicottero nero si calò davanti alla loro automobile. Jane ne fu atterrita perché il primo pensiero che le passò per la testa fu quello che la storia stesse per ripetersi, ovvero che pure lei e suo padre sarebbero stati rapiti così come era già successo a sua madre. Si dovette calmare invece quando notò che suo padre non era per nulla spaventato. Dall' elicottero uscirono due persone, una donna e un uomo vestiti completamente di nero. La donna guardava John come se lo conoscesse da sempre e lo salutò. Jane continuava a non capirci niente. Furono invitati ad entrare nel velivolo. L' interno era pure nero e il centro era occupato da un enorme schermo che, a dire il vero, incuteva un certo timore.Ad un certo punto la donna si rivolse a Jane dicendole che avrebbe dovuto spiegarle e chiarirle alcune  cose. Continuò raccontandole che la storia di sua mamma, almeno quella di cui lei era a conoscenza, non era assolutamente vera. Sua madre era viva e in  quel momento le stava davanti. Lo diceva con gli occhi arrossati e pieni di lacrime.Jane era emozionatissima e le buttò le braccia al collo.Finalmente possedeva un padre e una madre come tutti i compagni della sua classe. Si sentiva in paradiso, al settimo cielo. Tra Dio e santi, più felice che mai.

Quando l' elicottero si mise in moto, Jennifer, sua madre, cominciò a raccontarle la propria storia. Le spiegò di un territorio misterioso che si trovava in Nevada, chiamato Area 51, dove venivano conservate tutte le cose inspiegabili per la scienza. In quel luogo non ci poteva entrare chiunque, poiché era sorvegliato da guardie e da un sistema d' allarme potentissimo. Atterrarono entro l' Area 51 ed entrarono in un edificio che assomigliava ad una caserma. In un laboratorio c' erno dei ricercatori che stavano analizzando pezzi d' argilla, creature aliene e resti d' astronavi. Le ultime analisi di Jennifer erano rivolte ad un umanoide che si differenziava dagli uomini petr la pelle grigia e la faccia allungata. Questo essere aveva quasi duecento chili ed era ancora vivo. La scienziata propose a Jane e John di trascorrere lì la notte e loro prontamente accettarono. Tra l' altro poi che la casa di Jennifer per Jane si presentò come una vera meraviglia: computer avanzatissimo, telefono la cui bolletta non si pagava e tante altre cose che le piacevano da morire.

Quando  la mattina dopo Jane si alzò, notò che davanti l' edificio stava succedendo qualcosa di grave: tante persone correvano di qua e di là, prese da una frenesia terribile. Ad un tratto si sentì scattare l' allarme.Arrivò di corsa Jennifer che, afferrata la figlia per mano, se la portò via di corsa. Incontrando John ,la donna gli spiegò che era fuggito un mostro il quale rappresentava un gran pericolo. Ed ecco che il mostro comparve davanti a loro: era alto più di tre metri, due occhi stavano sulla sua orribile faccia mentre un altro era collocato su una sua spalla ed aveva uno sguardo terribile, il suo corpo era ricoperto di peli come quello di un ragno e le sue gambe erano possenti e massicce come dei tronchi d' albero. Il mostro era la creatura più tremenda e pericolosa che ci fosse nel laboratorio. Grazie al cielo Jennifer era munita di pistola e sapeva manovrarla molto bene. Prese la mira, sparò e lo colpì a un occhio, il suo tallone d' Achille. Grazie alla donna tutte le persone erano salve. Tanta era la felicità che si festeggiò fino a notte fonda. Durante i festeggiamenti uno scienziato si ricordò di alcune cose raccontate in certi papiri egiziani, appartenenti alla biblioteca di Alessandria e non andati bruciati, nei quali si narrava di esseri simili a quello ucciso da Jennifer e che sembra fossero discesi dal faraone Tolomeo. „Questo vuol dire che ho ucciso un discendente di Tolomeo? Non me ne importa  nulla!“ –proruppe Jennifer e  tutti si misero a ridere  perché tutto è bene ciò che finisce bene.

Padre e figlia tornarono alla vita di ogni giorno e ogni mese andavano a trovare Jennifer. Il fattaccio venne taciuto e mi raccomando, lo stesso lo pretendo pure da voi, perché ciò che succede nell' Area 51 deve rimanere un segreto!


 

motto L’ANTIQUARIA              Dea Nicoletta Continolo  - 

 

Classe VII a Scuola Elementare Italiana “Giuseppina Martinuzzi” Pola

 

prof. Ingrid Ukmar Lakoseljac

In soffitta scopro oggetti che cominciano a raccontare la loro storia

La storia che sto per raccontarvi è successa tempo fa. Fu quel giorno quando mia madre mi disse: „Dea, vai in soffitta e prendi uno zerbino pulito, perché quello che sta davanti alla porta è tutto bagnato.“  Feci le scale e mi trovai davan ti all' entrata del solaio. Non ci avevo mai messo  piede prima ed ero molto curiosa di vedere cosa ci avrei trovato. Una volta entrata, la prima cosa che mi colpì fu il forte odore di stantio e la seconda e deludente il gran ammasso di vecchiume e polvere. I mobili erano vecchi, vecchissimi, sembrava che appartenessero non alla storia, ma addirittura alla preistoria. Alcuni oggetti però spiccavano per la loro bellezza: un comò, un candelabro e una sedia a dondolo. Erano tutti rigorosamente ricoperti di strati e strati di polvere.Mi misi a cercare lo zerbino e non trovandolo mi accinsi ad andarmene, quando una voce roca mi fermò. „Ehi, tu!“ Mi girai di scatto, alquanto spaventata, ma non vidi nessuno. Con un po' di timore chiesi: „Chi c' è?“ Mi sentii chiedere se non avevo mai sentito parlare un comò e di venirgli vicino, in quanto gli serviva un po' di compagnia. Gli chiesi incuriosita come potesse parlare e cosa volesse. Mi disse di starmene calma e di non avere paura siccome non era cattivo. Voleva soltanto raccontarmi la sua storia. Era tanto tempo che non parlava con qualcuno ed era desideroso di un po' di conversazione. Volevo sentire la sua storia? Certo che lo volevo! Il bel comò cominciò a narrarmi che era stato costruito nel lontano 1740 e che aveva girato da casa in casa finché un giorno, e qui cominciò a tossire per il lungo silenzio e la tanta polvere, finché un giorno... „Finché un giorno?“ – lo incitai. Continuò dicendomi che un giorno finalmente incontrò il suo grande amore: una cassapanca.Bei tempi quelli, mi disse. Mi stupii molto per la cassapanca, ma lui imperterrito mi spiegò che non c' era nulla di strano ma che anzi quella era stata una cassapanca reale, appartenuta alla regina d' Inghilterra, mentre lui, poveretto era soltanto un comò di umili dimore. Eppure l' aveva amata perdutamente. „ E poi, cosa successe?“ chiesi . Mi rispose d' essere stato in seguito trasferito in Canada e poi, dopo molti molti anni  mia madre l' aveva trovato da un antiquario, l' aveva comperato e portato a casa nostra. Non aveva potuto prendere posto tra gli altri mobili perché quando ero nata io aveva rappresentato un pericolo con i suoi spigoli e quindi era stato relegato tra le cose vecchie ed inutili, pazientemente in attesa che qualcuno si ricordasse della sua esistenza e della sua utilità.

Lo salutai affettuosamente, accingendomi a prendere la via del ritorno quando un' altra voce bloccò nuovamente le mie intenzioni.Una vocina timida mi chiese se pure lui poteva raccontarmi la sua storia. Era stato il candelabro e io ormai, preparata a tutto e soprattutto alle cose strane non mi spaventati per nulla e naturalmente accettai. Ascoltai con piacere quello che mi narrò. Era stato costruito nel 1610 e donato in seguito  al grande letterato inglese Shakespeare. Un grande uomo e un grande drammaturgo, ma con un caratterino... Spiegò che una volta, essendoglisi rotto un braccio, per la rabbia e reputandolo ormai inutile l' aveva lanciato dalla finestra. „Quello stolto, ma un giorno mi vendicherò!“- proruppe. Gli spiegai che avrebbe fatto bene a dimenticare i suoi propositi di vendetta in quanto l' uomo era morto già da molti secoli. Sembrò appagato, credendo d' aver avuta così realizzata la sua intenzione.Il braccio  ora era al proprio posto perché mia madre glielo aveva fatto aggiustare. Volli andarmene, spiegandogli di temere che mia madre pensasse che mi fossi persa nel solaio, quando lui espresse un desiderio. Voleva,essendosene innamorato, che gli lasciassi la lampadina accesa, per poter ammirare per sempre la sua luminosità. „Ma non  sei mica Maria De Filippi di „Uomini e donne“- esclamai, ma lo accontentai ugualmente. „Lo sapevo che eri buona come tua madre“ mi disse, ringraziandomi.

In quel momento si sentì la voce di mia madre che mi diceva che lo zerbino, nel caso non l' avessi ancora trovato, stava sotto la sedia a dondolo. Seguendo le sue istruzioni mi apprestai a sfilare l' oggetto dei desideri della mamma da sotto la seggiola quando questa- pure lei- gridò di fare più attenzione perché in quella maniera le stavo facendo male. Male alle sue povere vecchie ossa. E pure la sedia a dondolo desiderò di raccontarmi la sua storia, dato che a quanto pare ero diventata il padre confessore di tutti i mobili antichi di quel solaio. Era stata creata nel 1800 ed aveva avuto l' onore di far accomodare su se stessa per un certo periodo niente  meno che Charles Darwin. E la teoria dell' evoluzione l' aveva elaborata proprio dondolandosi su di essa. Mi incuriosirono molto i graffi che il suo schienale riportava e seppi che erano stati provocati dal gatto dello scienziato. Si chiamava Monkey perché quando mangiava del formaggio assomigliava, per la postura che prendeva, ad una scimmia. In quei momenti il micio si divertiva a fare dei graffi alla povera seggiola. Morto Darwin la sedia finì a Pola dove, sempre mia madre, l' aveva trovata in una discarica e se l' era portata a casa. Mi presi lo zerbino e salutai la dondolo.

Arrivai dalla mamma con due etti di zerbino , un chilo di polvere e dopo aver lasciato la lampadina del solaio accesa.Da quel giorno le bollette della luce sono stratosferiche, il candelabro è felice, la mamma non sa nulla e i miei vetusti amici, ogni giorno hanno l' occasione di fare con me un po' di „sana conversazione“.


 

motto POSEIDONE                  Giovanni Rendola  - 

 

 Classe VII a Scuola Elementare Italiana “Giuseppina Martinuzzi” Pola

 

prof. Ingrid Ukmar Lakoseljac

 

Una pagina bianca piena di ... quello che vi pare

 

SALVANDO UNA BALENA 

 

Era una tranquilla giornata primaverile e Mary, dopo scuola, entrò nell' auto e si diresse con la mamma verso la casa del nonno per fargli visita. Mary era una ragazzina vivace con la passione per gli animali ai quali era tanto affezionata. Ne aveva tanti a casa sua: un gatto,un cane, due canarini, due tartarughine,  dei pescioloni e persino un istrice. Suo nonno era una persona affidabile, generosa, ex lupo di mare. Mary si divertiva molto ad ascoltare le storie che il nonno le raccontava. Quel giorno però Mary aveva da esporre al nonno una notizia che l' aveva sconvolta .Aveva intenzione di chiedergli qualche consiglio riguardo quello che era successo.

Dopo quindici minuti Mary e la mamma erano giunte a destinazione e  la ragazzina scese subito dall' auto e di corsa si diresse verso l' entrata, mentre sua madre le diceva che sarebbe venuta a prenderla più tardi. Giunta davanti al nonno la bimba estrasse da una tasca una pagina di giornale dove scriveva che per usarne la carne erano state massacrate ben trenta balene. La ragazzina era sconvolta e desiderava che il nonno escogitasse un qualcosa per impedire che anche in seguito si ripetessero delle cose tanto orrende. Il nonno le spiegò che in effetti i paesi più civili avevano impedito la caccia alle balene ma che, purtroppo, si trovava sempre qualche manigoldo che continuava a farlo illegalmente. Discutendo di queste cose, al nonno venne in mente di quando era stato guardia costiera e in una giornata umida e nebbiosa, assieme a un suo campagno di lavoro, aveva dovuto perlustrare la baia. Ad un tratto, siccome da quelle parti e in quel periodo le balene vi abbondavano, lui e il suo compagno avevano udito quello che in un primo momento era sembrato il canto di una balena ma che poi semplicemente e purtroppo si era trasformato nel grido disperato del mammifero marino. Il nonno e il compagno  si erano chiesti dove fosse l' enorme animale, non riuscendo ad individuarlo, e perché si lamentasse in quella maniera. Non erano preparati a vedere ciò che pochi istanti dopo avrebbero avuto la sfortuna  di scoprire. Due navi si stavano avvicinando e l' urlo della balena proveniva dallo spazio creatosi tra le due imbarcazioni. La balena sembrava impigliata in qualcosa di cui non riusciva a liberarsi. Videro anche che degli uomini da una delle due navi stavano calando un' enorme gabbia d' acciaio. Non c' era dubbio che quella nave fosse una baleniera.In funzione di guardie costiere il nonno di Mary e il suo compagno salirono a bordo dell' enorme imbarcazione e pretesero dal capitano di vedere il permesso di pesca. Tutto sembrava in regola, eccetto il documento che permetteva la pesca di balene: era scaduto da quindici anni. Le due coraggiose guardie fecero liberare il povero cetaceo che era stato anche ferito e appiopparono una salatissima multa al capitano . Il manigoldo però, per vendicarsi, diede uno spintone al nonno. Questi, pur essendo un ottimo nuotatore, venne strordito dall' impatto con l' acqua gelida. Non seppe mai cosa esattamente fosse successo, ma capì che la vita la doveva alla balena che, ormai libera, lo aveva riportato in superficie, vicino alla piccola imbarcazione delle guardie costiere. Alla fine del racconto Mary non seppe trattenere un „wow“ di entusiasmo e incredulità. Il nonno le rivelò che quello era stato il più bel giorno della sua vita, anche perché in seguito seppe che la balena era stata curata ed era riuscita a raggiungere l' amato oceano, mentre il capitano era stato arrestato.

„Accidenti“ disse Mary „guarda, il tempo è volato, la mamma e già qua. Devo andare. A domani nonno!“

„A domani, Mary“ – rispose il nonno- „a domani“.


 

 

motto VAMPIRE CHILD                     Anna Buić 

 

 Classe VII Scuola Elementare Italiana “Giuseppina Martinuzzi” Pola

 

prof. Ingrid Ukmar Lakoseljac

 

In una soffitta scopri oggetti antichi che cominciano a narrare la loro storia

 

Quello che sto per raccontarvi è una storia intrecciata di fatti, a volte anche spaventosi. Quel giorno era un giorno speciale, il vento sollevava le foglie secche da terra e le faceva volteggiare in cerchio per la città, come se qualcuno avesse ordinato loro di spiare noi umani, di leggere dall' alto gli SMS che noi teenager ci mandavamo e scrivevamo, di ascoltare i nostri padri e le nostre madri tutti indaffarati che parlavano al telefonino, prendendo appuntamenti di qua e di là, dal medico, dal dentista, oppure, i più sfortunati dai loro avvocati. Il tempo era nuvoloso e freddo. D' un tratto cominciò a piovere. Era uno di quei temporali violenti ed improvvisi che sembrava doversi trasformare d' un momento all' altro in diluvio universale. Le foglie a quel punto caddero a terra improvvise, come se qualcuno le avesse uccise con un colpo rapido e mortale. La gente era preparata alla pioggia, anche perché il cielo era stato molto nuvoloso, comunque  la città fu testimone di un aprirsi simultaneo di una miriade di ombrelli dai più svariati colori. I poveri sfortunati come me invece, sprovvisti di ombrello, cercavano di non bagnarsi, proteggendosi sotto i portici. Il tutto risultava alquanto improbabile. In effetti avrei semplicemente dovuto raggiungere la fermata degli autobus dove sarei stata al sicuro e protetta. Avrei preso il mio autobus che poi mi avrebbe  scaricata praticamente davanti a casa.

Giunta a casa avrei fatto un breve spuntino e avrei continuato a leggere le letture domestiche.

 Arrivò finalmente anche la corriera che, passando per una pozzanghera mi bagnò tutta, da cima a fondo. Del resto ne ero abituata, dato che la fermata dell' autobus  stava in una lieve incavatura del terreno che sembrava creata apposta per raccogliere le acque piovane le quali, manco a dirlo finiva sempre che bagnavano qualche povero passante.Arrivata a casa fradicia e speranzosa di non ricevere un bel raffreddore feci uno spuntino, consistente in una bella tazza di latte caldo al quale avevo aggiunto del cacao e dei biscotti alla panna e al cioccolato. La tentazione era troppo grande e così decisi di guardare il mio cartone preferito, „Naruto“. So che può sembrare strano, ma io adoro i cartoni animati. Finito il cartone, ma ne tornai in camera mia, rifeci il letto e quatta quatta mi infilai sotto le coperte a leggere.

La mia stanza era sicuramente il posto più caldo di tutta la casa. Stavo leggendo“ Il giro del mondo in 80 giorni“ di Jules Verne e facendo anche una serie d' appunti, giusto così, per scrivere qualcosa, quando improvvisamente sentii un rumore inquietante che fece salire i brividi dalla punta dei  miei  piedi fino alla cima dell' ultimo lungo capello biondo della mia piccola testolina.  Quello  che sentivo era un rumore che rompeva i timpani, penetrava nella testa. Avevo finito di leggere il libro. Per questo motivo andai un po' alla finestra e vedere qual era la situazione fuori. Stava piovendo a dirotto e un fulmine fece le sua apparizione spaventandomi a morte. La nostra soffitta non era una di quelle che nei film contengono mappe e tesori, o almeno lo pensavo, pensavo in effetti che la nostra soffitta fosse semplicemente ciò che sembrava e appariva agli occhi di noi comuni mortali, ovvero di chiunque andasse a vederla: un posto dove i papà, compreso il mio, tenevano  le loro riserve di salsicce e prosciutti, curandoli e mettendoli nella posizione strategica più conveniente per farli asciugare il più presto possibile. Reputavo inoltre che lì ci dovesse  essere il passeggino di mia sorella  e il  mio e la raccolta di fumetti di papà. Infatti vidi ciò che mi ero aspettata: i passeggini, la raccolta di Alan Ford di papà e il prosciutto e delle salsicce che penzolavano da un bastone. Tutto questo l' avevo visto quella volta quando avevo aiutato papà ad imbiancare  le pareti. Da allora non ci ero più salita, anzi non me ne ero sognata per nulla.La temevo, mi metteva i brividi.Spesso la notte, quando tutti i miei famigliari dormono e io me ne sto sveglia nel letto, magari dopo essermi destata per un nonnulla a causa del mio sonno troppo leggero, mi capita di sentire giungere dalla soffitta un qualcosa che assomiglia troppo a dei passi e al respiro di qualcuno. Mi capita  anche di avere degli incubi orrendi. Alcuni dicono che non dovrei avere la testa rivolta verso sud. Ma anche dopo aver rivoltato il mio letto  da tutte le parti gli incubi non mi hanno abbandonata. Mia sorella, tra l' altro gemella, invece non fa altro che sognare cose dolci come il miele. Il suo mondo è fatto di rose e fiori,  ma per questo motivo non la odio, anzi noi due siamo  inseparabili, ci capiamo in ogni momento.

Comunque per qualche loro strana ragione – decisione i nostri genitori ci hanno messe in classi separate e così in quel momento mi trovavo da sola a casa. Eppure siamo fondamentalmente diverse, io pallidissima, lei rosea, le mie mani sono costantemente gelide, le sue caldissime, io sono bionda, lei castana, i miei occhi sono di un azzurro pallidissimo, i suoi castano dorati. In più sono molto curiosa. Ed è per questo che quel giorno, essendo sola soletta decisi di andare a vedere cosa celava „il posto dei misteri“. Presi una seggiola per poter entrare dalla porta che era situata in alto. Una porta di quercia, di quelle che ormai non se ne fanno più. Entrai. Il pavimento scricchiolava sotto i miei passi. Le ragnatele regnavano sovrane. Eppure tutto ciò non mi disturbava affatto.  Mi disturbava il fatto che l' ambiente mi stesse deludendo all' ennesima potenza. Non c' era nulla di nuovo, rividi ciò che avevo già visto un paio d' anni prima. Niente si era mosso. Lì, e questo era certo, nessuno c' era entrato da anni. Niente si era spostato di neanche un millimetro. C' era tanta polvere e mancava la luce, così decisi di aprire un po' le persiane. Il pavimento sembrava strano, anche se  in un primo momento non ci feci caso.

Chiusi  nuovamente le imposte e stavo per aprire la porta e andarmene, quando caddi. Mi feci talmente male al naso che in un primo momento credetti di averlo rotto. Guardai il pavimento per riuscire a capire a cosa fosse dovuto il terribile capitombolo , quando mi accorsi che da una parte si era sollevato.Corsi alla finestra per farmi luce e rimettere tutto in ordine di modo che il papà non si accorgesse di nulla. Era difficile, non ce la facevo. Per la testa mi frullavano come una cantilena le parole di papà: non ci entrare, è pericoloso, il pavimento è pericolante. Sollevai ancora qualche piastrella e cominciai a vedere qualcosa: sotto ci stavano foto, carte e libricini. I fogli erano recenti, scritti al computer, i libri vecchi, scritti a mano. Le foto invece partivano dal Settecento, lo si capiva dagli abiti, per giungere fino ai giorni nostri. Le ultime e più recenti erano foto di mio papà e di suo fratello, mio zio.

 Era evidente che tutte quelle persone, dalle più antiche a quelle di oggigiorno erano in qualche maniera imparentate e tutte, dico tutte, riportavano incisa o la lettera L o la lettera V. Le più recenti solo ed esclusivamante la lettera L. Diedi un occhiata ai fogli: erano scritti in delle lingue per me astruse, lontane e difficilissime, una addirittura „morta“. Erano scritte in latino e greco. C'erano delle parole che ricorrevano costantemente: geminus, wampyr  e lykus  anthropos. Trovai anche una busta piena di indirizzi. L' ultimo era il nostro. Nella busta c' era anche una chiave. Notai che la busta all' interno era tutta macchiata di qualcosa che sembrava sangue. Cominciai ad avvertire i morsi della fame. Ma trascurai la sensazione. Lessi le parole di uno dei foglietti: athibeo ut unus bonus  propositum. La prima parola non la conoscevo le altre invece, lo avevo imparato a scuola, significavano „per un buon scopo“. La chiave era molto pesante. Doveva avere almeno un paio di secoli. Non avevo la più pallida idea di cosa aprisse.

Tra i fogli ne trovai anche uno scritto in italiano e me ne rallegrai molto. Il contenuto era però alquanto insolito: c' erano un mucchio di formule chimiche. Era riportata anche una conversazione di mio padre con mio zio.  La lessi in un lampo. Ed ebbi paura. Quella vera.Le mani mi tremavano e lasciai cadere il foglio. Licantropi, vampiri, Mary...io? Non ci capivo più niente. Non avevo nessuna intenzione di scoprire cose del genere sul conto della nostra famiglia. Su quel foglio stava scritto che nella nostra famiglia non sarebbero mai nati dei gemelli e che anche se fosse successa una cosa del genere uno dei due avrebbe ucciso l' altro nel grembo matern o o sarebbe morto entro  il decimo mese di vita dopo la nascita. Eppure io e Mary eravamo vive. Scriveva inoltre che non avrebbero potuto avere caratteristiche simili e che la loro convivenza sarebbe stata impossibile. Io e Mary eravamo diverse e anche andavamo d' amore e d' accordo. Ecco spiegato il motivo dell' aver voluto matterci in classi separate. I nostri genitori lo sapevano da subito. Da sempre. Ero furiosa. Ero attorniata da un' aura negativa e questa si percepiva in tutta la casa. Presi le carte , le misi sul tavolo in cucina e me ne andai a pallavolo. Mi sfogavo con la palla. Dopo due ore di duro allenamento ero esausta, mi sembrava di non poter più neanche camminare. Tornata a casa trovai i miei famigliari che mi aspettavano in cucina. Cominciarono a spiegare e io compresi. Io ero un vampiro, Mary un licantropo, però, come disse il papà, avevamo stretto un „pactium“ con un „master“. I nostri poteri si sarebbero sprigionati solo ed esclusivamente per fare del bene. Fu così che finalmente scoprimmo la nostra vera natura e la storia della nostra famiglia.

 Siamo creature della notte, siamo così come siamo e per me va benissimo.


 

motto IZMA                        Celine Kolić  - 

 

Classe VII Scuola Elementare Italiana “Giuseppina Martinuzzi” Pola

 

prof. Ingrid Ukmar Lakoseljac

 

In una soffitta scopri oggetti antichi che incominciano a raccontare la loro storia

 

Era una giornata come tutte le altre,calda, afosa. Era estate. Feci ciò che in genere facevo sempre, mi alzai, andai al mare, tornai, mangiai e andai in... soffitta perché la mamma quel giorno aveva bisogno di alcuni cuscini. In soffitta trovai quello che stava là da sempre: dei vasi antichi pieni di fiori colorati, messi vicino alle finestre perché per crescere avevano bisogno di tanta luce.

Ad un tratto mi sembrò di udire una vocina. Guardai fuori dalla finestra e non vidi niente. Convinta d' essermi inventeta tutto volli uscire, quando riudii la voce che che mi chiedeva come fosse possibile che non le rispondessi . Esterefatta  notai che a parlare era stato un vaso. Rimasi imbambolata ad ammirarlo. Credevo d' essere diventata matta, quando l' oggetto cominciò a narrare la propria storia. Disse d' avere più di diecimila anni e che faceva parte delle mie sei vite. Tutto d' un tratto i petali del fiore che conteneva si trasformarono in illustrazioni che rappresentavano la mia vita in epoche diverse. In una immagine ero addirittura assieme a Cleopatra. Volli sentirmi raccontare quella „mia“ vita. Ero stata colei che aveva inciso i geroglifici e i disegni sulla tomba di Cleopatra. Essendo stata in quel periodo una rispettata artista avevo risvegliato l' invidia di un altro artista che poi mi aveva uccisa.

 In un' altra vita ero stata un cagnolino abbandonato e trovato poi da una barbona che mi aveva preso con sé. Mi aveva chiamato Cheeck perché le era sembrato un nome, buffo, carino e simpatico. Essendo stata un cane intelligente, la donna mi aveva usata per fare degli spettacoli che le avevano fatto guadagnare dei soldi con cui poter vivere.  Quando la donna morì di una malattia incurabile a quel tempo scappai nel bosco e, giunta dinanzi a una capanna, avevo atteso che qualcuno  uscisse. Ne uscì una donna anziana che risultò essere una strega buona, esperta nel preparare intrugli medicamentosi con le erbe. Da lei imparai quest' arte.

In una mia terza vita fui una famosa pasticcera. Ero la proprietaria di una, chiamiamola fattoria dei dolci in quanto tutto cioò che vi, per modo di dire cresceva, era fatto di pasticcini: il fiume, le mele, gli alberi, i fiori. Fu una vita molto „dolce“ quella e guadagnai anche tanto denaro. Feci molte cose „buone“ : case per i poveri e anche per animali abbandonati. Ero molto amata e ciò mi rendeva felice. In quel periodo ebbi anche occasione di conoscere  un giovane che provava pieta nei confronti degli animali che soffrivano e li amava molto. La nostra fu prima amicizia e poi amore.Ci sposammo. Ma la storia,sembra, non era destinata ad avere un lieto fine. Infatti nel frattempo  scoppiò  la guerra e il mio compagno era dovette  andare a combattere. La guerra finì ma di lui non c' era traccia e dopo due anni lo diedere per disperso.

Ascoltavo estasiata il racconto delle mie vite narrate dal vaso, quando mi venne da starnutire. Il getto d' aria fece cadere il vaso e nooo... si ruppe in mille pezzi.

 Chissà come finì quella mia vita.  Non lo saprò mai. E non saprò nulla neanche delle rimanenti. E nemmeno di quella che stavo vivendo. Meglio. Forse è giusto che sia così.


 

 motto MELA                         Tina Corelli 

 

Classe VIII a    Scuola Elementare Italiana “San Nicolò” Fiume

 

Una pagina bianca piena di … quello che vi pare 

 

Inizierò questo racconto dicendovi che questa è una storia vera, è una storia d' amore, dei tempi di guerra e di tanti ricordi. É la storia dei Corelli, è la storia della mia famiglia.

Nato nel 1879, nell' era fantastica tra il periodo Napoleonico e la Prima Guerra Mondiale, il bisnonno fu il primo dei tre figli.Già da piccolo era molto interessato alla guerra e a tutto quello che centrava con essa,  che poi, nel futuro, gli tornerà utile per difendere il proprio Stato e la propria vita.

Gli anni passarono velocemente ed il bisnonno crebbe da un piccolo bambino in un serio e responsabile adulto. Nei primi anni della sua giovinezza incontrò la mia bisnonna al mercato di Pisino.Fu  amore a prima vista.Pochi mesi dopo, nel 1907 si sposarono. Erano tanto felici insieme e nessuno poteva distruggere questa felicità.Nel 1908 nacque mio nonno e pochi anni dopo suo fratello.La loro gioia era immensa però non sapevano che gli anni successivi sarebbero stati pieni di prove per il loro amore.

La Grande Guerra era iniziata già da qualche mese  però appena a luglio del 1914 fu annunciato il richiamo degli uomini atti alle armi, in tutti i comuni della provincia.Il bisnonno dovette fare il soldato a Laurana, ma siccome l' Austro-Ungheria cominciò a perdere tante battaglie lo trasferirono sul fronte vicino all' Ucraina. Anche lì furono sconfitti e i Russi lo imprigionarono e lo portarono in un campo di concentramento. Vi restò per qualche anno, fino al ritiro della Russia dalla guerra.

Poi, grazie a passaporti falsi, riuscì a tornare nella sua adorata Istria a cui era molto legato.Diceva che da nessuna parte al mondo l'erba  era cosi verde ed il cielo era cosi azzurro.

Si riprese bene dalla guerra e da alcune ferite che aveva guadagnato nel campo di battaglia ed incominciò a vivere la solita vita. Ebbe ancora quattro figli. Pensava che quei brutti momenti di guerra non li avrebbe rivissuti mai più ma si scatenò anche la Seconda Guerra Mondiale.Questa volta non era lui quello che combatteva, ma suo figlio, mio nonno.

Il 10 giugno 1940 l' Italia entrò in guerra.Il primo impatto fu la chiamata alle armi per la popolazione maschile e molti istriani furono inviati sui fronti di guerra, in questo caso Fiume e i suoi dintorni. Il nonno fu uno dei pochi fortunati che fu mandato a Genova dove il terrore della guerra non era tanto forte.Però un episodio gli restò  impresso nella mente. Subito dopo la capitolazione dell' Italia, cioè a dicembre del 1943, molti soldati provenienti dall' Istria salirono sul treno che li doveva portare a Trieste.Il treno doveva essere segreto ma questa notizia si sparse tra i soldati tedeschi che imprigionavano ogni italiano proveniente da quelle parti.Allora le truppe tedesche decisero di fare lo sterminio già a Vicenza  per liberarsi facilmente dei cadaveri.Molte persone, non sapendo che la loro vita finirà proprio lì, scesero dal treno e vennero uccise.Tra questi doveva esserci anche mio nonno ma grazie a un certo Giuseppe Gersini non si trovò lì.Egli lo salvò dalle crudeli armi tedesche e lo riportò sano e salvo a casa. Ritrovò sua moglie e i suoi figli, ma restò sorpreso dal numero di persone che rimasero nel villaggio. Alcuni scapparono per paura di essere mandati in guerra e alcuni morirono nel campo di battaglia.Tanti mariti e figli furono uccisi in questa crudele guerra. Il villaggio non tornò ad essere sereno come prima della guerra.Ora era diventato una tomba piena di ricordi e di tempi lontani  passati con quelli che non erano più vivi.

E poi si accese una luce in mezzo a tutto questo buio. Il 4 agosto del 1951 nacque un grande uomo, l' uomo a cui  ringrazio di esistere, l' uomo che mi è stato accanto in tutti i momenti della mia vita. Questo grande uomo è mio padre. Già da piccolo sapeva quali sono i veri valori che contano; la famiglia, l' amore, gli amici… Tutti questi erano valori che non si potevano comprare.

All' età di 9 anni perse la madre. Quegli anni erano difficili per lui. L' unica cosa che gli è rimasta era sua nonna, mia bisnonna che lo coccolava e gli dava dolci di nascosto. Questo provocò un sentimento di invidia da parte degli altri fratelli che erano già cresciuti , diventati uomini maturi. Pochi anni dopo se ne andarono ognuno per la propria strada. 

A settembre del 1970 si spense sua nonna mentre mio padre faceva il militare in Montenegro. Il fatto di non essere presente  negli ultimi momenti della sua vita lo sconvolse come anche il fatto che non è riuscito a dirle grazie per tutto quello che ha fatto per lui.

E poi, nell' aprile 1990 a un ballo ad Abbazia incontrò una ragazza fiumana, si innamorò e la sposò.  Nove mesi dopo ebbero una figlia. Da allora tutto andò benissimo e non dico che questo era merito mio siccome sono io questa figlia, ovvero la loro gioia e la loro felicità.

E adesso, dopo 15 anni della mia vita orgogliosamente posso dire che appartengo ad una grande famiglia, appartengo ai Corelli.

 


 

motto FRAGOLA                       Rebecca Sviličić  - 

 

 Classe VIII a Scuola Elementare Italiana “San Nicolò” Fiume

 

In una soffitta scopri oggetti antichi che incominciano a raccontarti la loro storia 

 

Alcuni giorni fa, per la prima volta, sono salita in soffitta. È un ambiente grande, scuro, illuminato solo da una piccola lampadina. Mi guardavo intorno con curiosità e tra vecchi letti e armadi ho notato una macchina da cucire. Se ne stava in un cantuccio, triste e abbandonata e sembrava che mi volesse fermarmi per raccontarmi la sua storia. Mi fermai e la ascoltai. Era stata costruita più di sessanta anni fa nella conosciutissima fabbrica "Singer". Fatta con legno pregiato, era stata per tanti anni la macchina da cucire della mia bisnonna. In tanti anni da semplici pezzi di stoffa aveva visto uscire abiti da sera, da uomo, da donna e da bambino. Era orgogliosa del proprio passato ma triste di essere stata abbandonata. Uscendo dalla soffitta ho deciso di dover fare qualcosa per aiutare quella macchina e non lasciarla più in quella triste condizione. Detto fatto: mia nonna ha deciso di portarla da u restauratore che le avrebbe ridato lo splendore di una volta. Cosí bella e lucida fará sicuramente bella figura nel salotto di casa nostra. Spero che questo mio gesto renda felice la vecchia macchina che finalmente ritornerà in famiglia ammirata e rispettata da tutti.


 

motto LIMONE                        Iva Smokrović 

 

Classe VIII a Scuola Elementare Italiana “San Nicolò” Fiume

 

Se potessi esprimere tre desideri 

 

Se potessi esprimere tre desideri il primo sarebbe che le persone non siano egoiste. Egoiste al punto che non gli importi di ferire i sentimenti degli altri, basta che a loro vada tutto bene.

Il secondo desiderio sarebbe che la gente si renda conto di dover vivere la propria vita  e non quella degi altri.

Io vorrei vivere la mia vita come piace a me e non come vorrebbero i miei genitori.

Il terzo e ultimo desiderio sarebbe quello che le persone adulte prendano i bambini sul serio. Molte volte si pensa che i bambini siano piccoli e che non si possano ferire i loro sentimenti, ma nessuno si rende conto che i bambini molte volte provano molto di più degli adulti. Loro però sono testardi e pensano di sapere tutto solo perchè sono più vecchi.

Secondo me non è giusto ragionare in questo modo.


 

motto FARFALLINA                     Sabrina Baričević  - 

 

 Classe VIII  Scuola Elementare Italiana “Gelsi” Fiume

 

Nella soffitta ho scoperto un oggetto antico che mi ha raccontato  la sua storia 

 

         Un giorno, mentre stavo facendo le pulizie nella nostra vecchia casa, mi sono accorta di una porticina sul soffitto. Non me ne ero mai accorta prima e, a dire il vero, non vi avevo neppure fatto caso.

Ho preso una scala dal retro e sono salita. La porticina nascondeva la soffitta, un posto in cui io non ho mai avuto il permesso di andare. Ero troppo piccola, dicevano. Ma ora non sono più piccola, sono grande. Mi ci intruffolai.

La soffitta era tutta piena di polvere e non c'era tanta luce ma, comunque, c' era abbastanza da vedere.

Guardandomi intorno ho intravisto un baule di marinaio, grande e pesante. L'ho aperto: era tutto pieno di oggetti antichi e interessanti.

C'erano oggetti molto belli, però tre sono stati erano quelli che mi piacquero di più. C'era il cannocchiale del mio bisnonno marinaio, poi un grande piatto di porcellana legato con il filo di ferro e, il più affascinante di tutti, il portagioielli con dentro il diario e la fede nuziale della mia bisnonna.

La mia bisnonna era nata in America, nel 1888. I suoi genitori erano emigrati dall'isola per cercare di sfuggire alla miseria. Però, il sogno americano non era stato il destino della sua famiglia. Alla ferrovia alla quale lavorava il bis-bisnonno avvenne un grave incidente. Il bis-bisnonno morì. Sua moglie, con tutti i figli, tornò al suo paesello. La bisnonna dovette andare a lavorare.

La bisnonna nella vita ha dovuto imparare quattro lingue. Essendo nata in America, nel Kentucky, sulle sponde del fiume Mississipy, parlava l'inglese. In casa si parlava un dialetto croato, il „ciunscotto“ e,  quando ha cominciato a lavorare come cassiera, nel caffè di un lussuoso albergo in riva al mare, ha dovuto imparare pure il tedesco, visto che Lussinpiccolo era un posto di villeggiatura molto frequentato dalla nobiltà austriaca.

Poi, un giorno, l'attraente cassiera dalle belle ciglia scure e gli occhi verdi, passeggiando per la riva, vide un bel marinaio, appoggiato sulla ringhiera della prua della sua nave. Il padrone della nave l'aveva portata a Lussinpiccolo per farla riparare.

Tra di loro, nei mesi che seguirono, nacque un grande, romantico amore e decisero di sposarsi. Ma, dopo un pò di tempo, il destino si intromise nuovamente nella loro storia, e li separò.

Il bel marinaio era fiumano e lei lussignana: vivevano in due stati diversi. Uno in Italia e l'altra in Austro-Ungheria. La situazione precipitò quando i due stati entrarono in guerra. Per loro era ormai inpossibile ricevere il permesso di sposarsi.

Passarono mesi e, una notte oscura, la bella cassiera arrivò a Fiume, in una piccola barca a vela, guidata dai compaesani che vollero aiutarli.

I novelli sposi, poveri, ma con tanto amore e speranza, iniziarono la loro vita insieme nella parte povera della Citavecia fiumana. Così lei imparò la quarta lingua: l'italiano.

Poco dopo lui fù chiamato sotto le armi, e andò in guerra.

Nacquero tre figli. Lei, munita di tanto coraggio, tirava su la famiglia da sola, vivendo in miseria, e venendo sfrattata ogni paio di mesi, con i figli, dagli appartamenti dove vivevano, perchè non poteva pagare l'affitto.

Dopo un paio di anni, e tante preghiere della donna, lui tornò dalla guerra.

Era ferito. Lei lavorava duramente nella fabbrica di tabacchi. Erano contenti di essere finalmente insieme. Ma lui non ce la fece. Morì tra le braccia di sua moglie, a trentacinque anni, stroncato da un infarto. Le ferite di guerra e la vita di stenti lo avevano sfinito. Il destino. Un'altra volta.

Lei continuò da sola ad allevare i figli, avendo il suo amato sempre nel cuore. Pur essendo molto bella, non si sposò mai più.

I tre ragazzi crebbero negli stenti, diventando tre muli fiumani. Uno divenne fornaio e suonava il mandolino, l'altro era impiegato con una predilezione per le opere che cantava spesso e volentieri e la figlia, una brava sarta, ha avuto una vita molto simile a quella della madre.

Perciò l'anello,  pegno d'amore di Angela e Luigi, venne messo nel portagioielli e rinchiuso in soffitta.

Toccandolo, mi è venuta voglia di provarlo. L'ho messo al dito e  per un  istante, brevissimo ma intenso,  ho sentito gridare il mio cuore...

 


 

motto STELLA 3                           Petra Grdaković 

 

Classe VI Scuola Elementare Italiana “Gelsi” Fiume

 

In soffitta ho scoperto un oggetto antico che mi ha raccontato la sua storia.

 

     Un tedioso pomeriggio mio fratello era tremendamente annoiato, e non sapeva cosa fare. Se gli dicevo di guardare la televisione mi rispondeva che non c'era nulla di interessante, se gli suggerivo di disegnare qualcosa mi diceva che non ne aveva voglia. Desiderava soltanto giocare.

Io gli avevo spiegato che avevo ben altro da fare ma, alzatami dal divano, iniziò ad andarmi dietro e martellarmi di giocare con lui. Allora gli proposi di giocare a nascondino e lui accettò.

Quando si mise a contare mi affrettai verso la soffitta. Aprii la porta e mi chiusi dentro. Nell'attesa non sapevo cosa fare, così decisi di tirare fuori le scatole per vedere cosa nascondevano. Trovai anche un baule antico. Mi sembrava come quello dei pirati. Forse dentro c'era il tesoro!

Ero molto curiosa e non vedevo l'ora di aprire il cassettone. Apertolo vi trovai dei libri dal sapore molto antico. Tra tutti rimasi colpita da un libro molto più grande e grosso degli altri. Lo sollevai con fatica e lo osservai per bene. Era marrone scuro e aveva i bordi dorati. Decisi di aprirlo. Le pagine erano piene di lettere bellissime, uguali a quelle delle immagini nel libro di storia! Uau! Avevo la sensazione di tenere in mano un libro medievale, quelli con le prime lettere enormi e verdi. Sembrava un dizionario... Non capivo. Cominciai a sfogliarlo. Le pagine erano gialle e molto sottili. Dietro all'ultima c'era un foglio sul quale si notava la scritta „nonno Giacomino“. Rimasi stupita, non conoscevo nessun nonno Giacomino...

Stavo quasi per scendere in casa per chiedere a mamma chi fosse quel personaggio, ma mi ricordai di mio fratello.

Dopo un pò posai il libro sul baule e pensai. Chi poteva essere nonno Giacomino? Osservai meglio il foglio e notai che sotto il nome, a caratteri minutissimi, stava scritto – „Dizionario, 1580“. Era impossibile: stavo tenendo in mano un oggetto preziosissimo!

Pensai a chi era potuto appartenere e quante persone l'avevano consultato. Chissà, forse era stato di proprietà di qualche re o qualche persona importante di epoche lontane. Mi chiesi se anch'io non fossi discendente da qualche famiglia o corte importanti, dato che in casa avevo un oggetto così pregiato. Poi mi venne in mente che probabilmente era stato un regalo. Mi alzai, chiusi il dizionario e lo riposi nel baule.

Provai ad esplorare ancora un pò in giro, nella speranza di trovare qualcos' altro di interessante.  Tentativo fallito. Non c'era più nulla. Delusa, chiusi il baule e scesi in casa, da mio fratello.

Pensai a lungo se chiedere a mia madre spiegazioni su quell'affascinante libro. Alla fine decisi di aspettare.

Un giorno, quando il momento sarà giusto ed io più pronta ad ascoltare, lo farò.


 

motto OCCHI DI CIELO                       Valentina Smojver 

 

 Classe VI Scuola Elementare Italiana “Gelsi” Fiume

 

In soffitta ho scoperto un oggetto antico che mi ha raccontato la sua storia.

 

          E' accaduto due anni fa, di pomeriggio, quando i genitori mi avevano mandata dai miei nonni. Arrivata, abbiamo pranzato, gustato il dessert e chiacchierato un pò.

Siccome i nonni non hanno il computer e alla televisione non c'era nulla di divertente, decisi di andare in soffitta, a curiosare un pò. Sapevo la nonna vi teneva alcuni giocattoli di quando era piccola.

Arrivata, la prima cosa che ha attirato la mia attenzione è stata una culla bianca. Era fatta in legno e molto più stretta dei lettini dei neonati di oggi. Incuriosita di saperne di più, chiamai il nonno.

Quando il nonno salì e vide la culla i suoi occhi brillarono. Non capivo se fosse gioia o tristezza. Mi raccontò che era stato il suo lettino da bambino. L'aveva costruito suo padre, il mio bisnonno, siccome la famiglia non si poteva permettere di comprarne una. Quando fu pronta, la bisnonna la circondò con un velo bianco come la neve, che aveva cucito durante una sera d'inverno.

 Lo ascoltavo affascinata e, mentre parlava, mi resi conto che quell'oggetto era preziosissimo. Pensai che , da grande, avrei dovuto conservarlo con grande cura. Era un pezzo della storia della mia famiglia.

Avvolta nelle mie riflessioni, non mi resi neanche conto che gli occhi del nonno si erano riempiti di lacrime. Mi avvicinai e lo abbracciai. Rimanemmo così per un pò.

Ad un certo momento la porta della soffitta si aprì. La nonna aveva preparato la cioccolata calda. L'invitante profumino ci distolse dall'abbraccio e dai ricordi. Scendemmo e, tutti insieme,  bevemmo la dolcissima bevanda. 


 

motto LA BALLERINA                       Gaia Forlani 

 

 Classe VI Scuola Elementare Dignano, sezione italiana

 

„In una soffitta scopro oggetti antichi che incominciano a raccontarmi la loro storia 

 

Io sono una ragazza molto curiosa e con un'enorme fantasia. A volte, nelle giornate di pioggia, mi capita di mettermi davanti alla finestra e con l'aiuto della mia fantasia, viaggiare in paesi molto lontani e vivere storie incredibilmente fantastiche.

Un giorno mi son detta: - Perché non fare qualcosa di diverso, oggi! Così, ho deciso di andare dai nonni a curiosare nella soffitta. Volevo vedere che cosa ci fosse in quella stanza, di cui da piccola avevo un po' di paura. Forse, dentro i vecchi armadi, tra le pagine dei libri, nelle valige di una volta, vivevano dei fantasmi, degli spettri, forse anche simpatici, che la mia fantasia mi faceva immaginare.  

Mi voltai di scatto: in mezzo a quella stanza, tra cose antiche, vecchie, avevo sentito una vocina. Mi spaventai, ma non corsi via, anche se con la mente ero già per le scale che correvo, mentre le gambe mi tenevano lì, come fossero cementate. Mi avvicinai a quella vocina. Guardai sotto un grande lenzuolo polveroso, con cui erano state coperte mille cianfrusaglie. La voce  si fece sempre più forte quando davanti a me vidi una borsetta che magicamente iniziò a parlare. Mi raccontò mille storie diverse.

Era una borsetta cucita a mano, di circa 120 anni fa. La mia bisnonna l'aveva comperata durante un suo viaggio a Parigi. Era una borsetta molto bella, di un bel colore bianco confetto, con perline azzurro chiare. Aveva una storia molto interessante, aveva viaggiato tanto, in moltissimi paesi. Da Parigi a Milano, da Milano a Londra, da Londra a New York e in molti altri luoghi. Dopo mezz' oretta circa sentii un'altra vocina. Guardai un po' più in là, in una scatola, trovai una cosa di cui sono innamorata, e con cui io mi diverto ogni settimana. Erano un paio di scarpette con le punte, quelle che usano le ballerine classiche. Erano vecchie e usate, ma pur sempre eleganti, come nuove. Mi stupii. Non sapevo che i miei nonni tenessero in soffitta una delle cose che mi interessano di più. Ero contentissima di averle trovate, e mi abbandonai alla fantasia. Anche loro iniziarono a raccontarmi il proprio passato. Erano appartenute ad una mia trisavola che era stata una ballerina e si era esibita in molti teatri, di tutto il mondo: a Londra, a Parigi e anche alla Scala di Milano, insieme alla ballerina istriana Carlotta Grisi.

Anche se non l'ho mai conosciuta questa mia bis bis bis nonna, penso di poter dire, di essere molto fiera di lei, dal punto di vista artistico perchè io da grande spero di diventare una grande ballerina e magari di finire l'accademia di danza classica a New York o alla Scala di Milano. Le scarpette mi raccontarono anche uno degli spettacoli della mia bis bis bis nonna, a Parigi.

 Una sera avevano messo in scena „La Giselle“, la mia trisavola si era aggiudicata il posto di prima ballerina di fila. Tutto andò bene, lo spettacolo fu un successone e la serata poi si concluse magnificamente. Quella sera aveva detto „sì“ alla proposta di matrimonio del suo corteggiatore ...

Non mi ero quasi accorta di quanto si fosse fatto tardi e dovevo tornare a casa. Dopo quel giorno io tornai molte volte nel solaio dei nonni, a trovare quelle che io chiamo „amiche“ ossia le scarpette con la punta. Era un gioco che mi faceva molto felice, perchè ogni volta che tornavo in soffitta, le scarpette mi raccontavano un'altra avventura, ed ogni volta mi facevano sognare nella speranza che un giorno io possa esaudire il mio sogno, di tutta la vita.


 

 motto AURORA                  Alessandra Damijanić 

 

Classe VII  Scuola Elementare Dignano, sezione italiana

 

„In una soffitta scopri oggetti antichi che   incominciano a raccontarti la loro storia“ 

 

I miei genitori sono sempre impegnati sul lavoro, anche se devo dire la verità, non è che mi lamenti per questo, perchè riescono sempre a trovare del  tempo per me; riescono sempre venire a prendermi a scuola, mi aiutano nello studio e tante altre cose.  Alcune volte mi portano dalla nonna a Pola. A lei piace seguirmi nello studio ed aiutarmi con i compiti. Quando finisco, se non ho cosa fare, le chiedo il permesso di uscire. Lei, involontariamente, mi dice sempre di sì e mi raccomanda sempre di stare attenta, perchè Pola è una città grande e allo stesso tempo anche pericolosa. A volte, mi annoia con questi suoi avvertimenti; so benissimo quali sono i posti pericolosi dove si riuniscono le bande, anche perchè ci sono passata, perlustrandola un pochino. Cerco di deviare strada appena so di avvicinarmi a quei territori o se proprio devo passare per di lì, lo faccio quando è giorno e c'è gente „normale“ in giro. Dopotutto ho sempre il cellulare con me in caso di pericolo.

Esplorare Pola mi diverte perchè mi piace inoltrarmi in avventure a rischio. Naturalmente ho il tempo prestabilito entro il quale devo tornare a casa, ma posso lodarmi perchè fino adesso sono sempre stata puntuale.

 

Il giorno che vi voglio raccontare era un giorno quando il mio papà doveva andare ad una cena di lavoro molto importante e mia madre è stata trattenuta più a lungo sul lavoro. Così dopo scuola il papà mi ha portato dalla nonna che, naturalmente, era felice di vedermi. Avevo per compito solo matematica, che non avevo capito molto bene. La nonna essendo stata insegnante di matematica, mi ha aiutato con il compito e mi ha spiegato un pochino il procedimento. Finchè risistemavo i quaderni in borsa, sentii un grosso fracasso provenire dalla soffitta. Al momento presi paura, ma poi mi incuriosiva sempre più e volevo sapere cosa fosse. Così decisi di saltare l'esplorazione di Pola e di esplorare la soffitta. Non potevo dirlo alla nonna, perchè sapevo che non mi avrebbe permesso, anche se non mi ha mai detto il perchè. In quanto era un'esplorazione segreta, dovevo raccontare una bugia e in più rubarle le chiavi. L' idea non mi piaceva, perchè mia nonna è sempre stata buona con me, ma non avevo altra scelta. Presi il mio cellulare e feci il numero di casa della nonna e in questo modo costringerla ad andare per un attimo in corridoio a rispondere al telefono. Affinchè la chiamata duri più a lungo facevo muovere il cellulare in modo che lei non capisca chi ci fosse dall'altra parte del filo. L' „esperimento“ riuscì perchè sentivo mia nonna dire per tutto il tempo „Pronto?! Pronto?!“ Presi lentamente le chiavi dal cassetto e le misi in tasca della giacca. Giusto in quel momento rientrò nel soggiorno la nonna:

 

-         Ehi nonna, chi era? – Dissi nascondendo in fretta le chiavi in tasca.

-         Mah, di sicuro dei giovani che non hanno cosa fare e perciò si mettono a chiamare la gente per prenderla in giro. E tu, dove vai con quella giacca? 

-         Ho finito il compito. Posso andare fuori? 

-         Oh, cara mia ... 

-         Farò la brava, lo prometto! So come mi devo comportare! – dissi prima che la nonna inizi a parlarmi di nuovo dei pericoli di Pola. 

-         Guarda che entro le sei devi essere a casa, perchè altrimenti ... 

-         Sì, sì, sarò puntuale, come sempre!

 

Chiusi automaticamente la porta dietro di me di modo che la nonna non possa aggiungere nient'altro. L'unica cosa che sentii attraverso la porta era il commento di mia nonna: -„Ah, questi ragazzi d'oggi!“ Sorrisi al suo commento e poi scesi le scale, aprii il portone, uscii sulla strada e proseguii  per la via. Dopo aver percorso qualche metro, girai a destra andando a finire dietro l'edicola, dove iniziava la via parallela alla via dove abita mia nonna. Mi rigirai, e di nascosto ritornai verso la casa della nonna e vidi quello che sospettavo: mia nonna che stava controllando dalla finestra per vedere quale via avessi imboccato. Ero sicura che avrebbe controllato dove stavo andando, per questo non mi sono subito diretta verso la soffitta. Appena la via era libera e mia nonna aveva chiuso la finestra, tornai indietro. Lentamente aprii il portone e in punta di piedi salii le scale che portavano alla soffitta. Per arrivare alla soffitta di mia nonna basta proseguire per le scale fino all'ultimo piano.

Da piccola avevo sempre paura di salire quel tratto di scala, non sicuramente per paura dell'altezza, ma molto probabilmente perchè mi metteva un po' di soggezione il fatto che portava in un posto per me sconosciuto, pieno di roba vecchia e abbandonata chissà per quale motivo, o forse perchè la immaginavo la dimora di qualche orrendo mostro. Adesso che sono cresciuta, nella soffitta mi aspettavo di vedere solo qualche mobile vecchio e tante ragnatele.

Quando arrivai davanti alla porta, tentai di indovinare quale potesse essere la chiave giusta, ma sfortunatamente sul portachiave c'erano un sacco di chiavi. Non indovinai subito al primo tentativo, ma neanche all'ultimo. Quando mi stufai di provare, decisi di analizzarle tutte per bene. Cercavo una chiave che si potesse adeguare ad una porta talmente vecchia che persino il suo colore bianco era diventato giallastro. Esaminando ogni singola chiave, ne trovai finalmente una strana: era di un colore d'orato e di forma quadrata. Credevo che non fosse la chiave giusta, ma provai lo stesso. Infilai la chiave nella serratura, la girai e si sentì un cloc e la porta si aprì. Al momento rimasi a bocca aperta: la tanto temuta soffitta non era una soffitta polverosa come lo sono le altre, ma era simile ad un appartamento ancora ben ammobiliato. Mi chiusi la bocca e pian pianino entrai nell' „appartamento-soffitta“: dall'entrata si passava subito al soggiorno che comprendeva un tavolo e una vetrina. Il vecchio pavimento era coperto da un sontuoso tappeto, dal soggiorno si poteva uscire sul terrazzo fatto di pietre traballanti. Alla sinistra del corridoio c'era un' enorme camera da letto con dei mobili vecchi, che a me sembravano regali. La soffitta era fantastica e non capivo perchè nessuno mi aveva mai permesso di vederla. L'unica cosa che mancava era la cucina, ma non ne feci caso. Mentre perlustravo in giro, mi accorsi che c'era ancora una porta. La porta era sbarrata con degli assi incrociati. Non riuscivo a comprendere come mai in un bel appartamento come quello ci potesse essere una stanza vietata. La cosa mi ha subito incuriosito e perciò ho subito iniziato a rimuovere gli assi dalla porta, silenziosamente, in modo che la nonna non mi potesse sentire. Appena avevo rimosso gli assi, la porta si aprì e ne rimasi meravigliata: la stanza era enorme, era piena di polvere e si vedeva che era stata chiusa ancora prima che venisse imbiancata. La stanza piuttosto malconcia, mi sembrava un posto alquanto interessante da esplorare: era emozionante! Vicino alla porta c'era un vecchio mobile, un comodino e sul muro erano appoggiati due materassi a molla. Mi avvicinai al balcone, dal quale si poteva ammirare un bellissimo tramonto. Quando vidi il tramonto mi ricordai della nonna e del fatto che dovevo tornare a casa altrimenti lei avrebbe fatto mille storie. Ci sarei tornata subito se non avessi avuto così tante cose da esplorare. Mi incuriosiva l'armadio che stava sulla parete di fronte alla porta: era un armadio alto con due ante lavorate ad incasso con decori. Aprii l'armadio per vedere cosa conteneva. L'armadio era diviso a scaffali. Sul fondo dell'armadio c'era una borsa nera. Guardai dentro. Trovai una pacco di lettere legate assieme da un nastro rosso. Le aprii e le lessi una ad una. Erano le lettere che mio bisnonno scrisse a mia bisnonna dall'America. Era andato a cercare un po' di fortuna, ma non riusciva a stare senza la sua Rosa e perciò era tornato indietro dopo due mesi di vagabondaggio.  Aveva fatto tanti mestieri: dal lustrascarpe, al muratore, persino lo scaricatore di porto e quando aveva racimolato un po' di soldi per poter tornare, era ritornato dalla sua amata. Aveva attraversato l'oceano per ben due volte, senza riuscire a cavar un ragno dal buco. Non era riuscito a stare lontano dalla sua Rosa e nemmeno dalla sua tanto amata Pola.

In quel momento sentii squillare il cellulare: era la nonna che mi chiamava perchè ero in ritardo di un'ora.


 

motto CLOROFILLA                        Nikolina Matković  - 

 

Classe VIII Scuola Elementare Dignano, sezione italiana

 

Se potessi esprimere tre desideri... 

 

         Tutti noi siamo pieni di desideri e di sogni, e ..., ammettiamolo, quando si tratta di questo siamo tutti un po' egoisti, non è vero?

Ora vi racconto quali son i miei desideri ...

Per primo vorrei la pace nel Mondo (sembro una vip, non è vero?) perchè sono veramente stufa di sentire i numeri della gente che muore e soprattutto dei bambini che vengono uccisi. Veramente non capisco cosa c'è nella testa di coloro che vanno in giro ad uccidere la gente. Probabilmente loro non hanno un cuore, perchè altrimenti come spiegarlo?

La seconda cosa che vorrei esprimere è che tutti al mondo possano avere cosa mangiare e una casa dove vivere, soprattutto quelli del Terzo Mondo.

La terza cosa che vorrei è il sorriso sulle labbra di tutti e tanta felicità nel cuore, perchè quando si è felici, il mondo è bellissimo. Siete d'accordo? Quando sei felice, il mondo è colorato e anche quando piove, per te c'è il sole.

Ora se ci penso un'attimo ... e dovessi fare l'egoista: vorrei essere felice, perchè se sei felice allora vuol dire che stai bene con la persona che ami, con la famiglia, con gli amici, ma soprattutto con te stessa. Vorrei poter abbracciare una persona che non c'è più, almeno per un minuto, mi basterebbe ... o forse poter farla tornare in vita. Vorrei poter volare sull'Oceano, essere un angelo, un fiore dai mille petali, un raggio di sole blu ...

Lo so, chiedo troppo ...?

Ma comunque i desideri son desideri, e difficilmente possono diventare realtà.


 

motto PABLO                    Giulia Pavlov  -

 

  Classe VI Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Umago

 

Guardo l'orologio, mancano solo 5 minuti! L'adrenalina sale... 2 minuti, 1 minuto, e suona! Evviva, la scuola è finita!  Sono libera: un anno di fatiche, interrogazioni e verifiche, e ora è tutto passato! Bisogna viverli i 4 mesi che seguono, andando al mare, in bici, e insomma divertendosi!

Vado con gli amici al mare, ci stiamo tutto il giorno, poi si fa sera e tutti a casa. Stasera andrò piu tardi a dormire, finalmente!

Mi alzo, il sole è gia alto, sono le 10:00. Mi squilla il cellulare, è un'amica, mi chiede se possiamo andare al mare. Mi preparo, prendo la bici e parto. In spiaggia ci mettiamo d'accordo per la festa che faremo con tutta la classe; una specie di addio! Ci mettiamo d'accordo tutta la settimana e alla fine posso consegnare gli inviti. Sabato mattina, tutti davanti a un negozio, tutti presenti e allora possiamo andare. Stendiamo gli asciugamani e andiamo in mare. Facciamo gare di nuoto e di pallanuoto. Poi andiamo un po' fuori a scherzare e a giocare a carte. Mi diverte molto stare con i miei amici: peccato che no li potrò vedere tutta l'estate. Be' ormai è tempo di tornare a casa. Mi sento stanca, faccio la doccia, sento il sale rimuoversi dalla pelle. Vado a letto, prendo un bel libro e mi rilasso. Mi arriva un SMS, non riconosco il numero, mi chiede come sto, ma non rispondo. Sono giorni che mi arrivano SMS di questo genere, ma non so di chi sono.

Oggi è un altro giorno di libertà, vado con i miei genitori a vedere una mostra. Finita la mostra mi arriva un SMS dal ragazzo che mi piace. Mi chiede se ci possiamo trovare e gli rispondo di sì. Mi riordino e vado. Lo vedo sulla panchina e mi sento felice. Andiamo un po' a passeggiare al tramonto. Ci sediamo e lui mi guarda negli occhi, si avvicina, io mi sento così emozionata, sento il suo respiro accanto a me e... mi bacia! Il mio primo bacio! È una meraviglia! Stiamo ancora insieme, ci divertiamo e poi ci salutiamo. Vengo a  casa e non c'e nessuno, c'e un messaggio sul tavolo dove scrive che mio nonno sta male ed è all'ospedale. Chiedo un passaggio a un vicino. Corro da mio nonno ,non mi dicono ancora cos'ha: sono così preuccapata. La mia famiglia piange e io non so cosa fare, dove andare..... mio nonno è all'ospedale già da 3 settimane, non mi dicono niente, nessuna informazione! Alla fine mi dicono che va tutto bene, mio nonno è guarito. Sta a casa a riposarsi.

Oggi piove e niente mare. Che sfortuna, adesso mi annoio. Spero che il temporale passerà fino a dopodomani, perché andiamo in vacanza. Siamo partiti, è meraviglioso e il tempo è dalla nostra. Sono stata in uno zoo, è stato bellissimo, anche se vedere tutti quegli animali patire non era molto bello.

È gia agosto, fra un mese inizia la scuola. Sono in spiaggia con i miei amici, qualcuno mi mette le mani sugli occhi. Mi giro: è il ragazzo che mi piace. Il cuore mi salta in gola e mi sento così felice! Lui mi dice nell'orecchio se possiamo andare un po' in giro. Ci allontaniamo e andiamo. Lui mi prende per mano e io divento rossa come un peperone, non so che dire, ho le farfalle nello stomaco! Lui mi parla di tutto: abbiamo molte cose in comune. La sera ci salutiamo. La mattina vado in città a comperare nuovo occorente per la scuola: non mi piace questa parte dell'estate perché mi fa ricordare la scuola. Ho comperato tutto e vado un po' a studiare. Fra due settimane inizierà la scuola.

Ora sono in città, sto tornando dalla casa di un'amica. Passo la strada: un auto sta andando troppo presto, non riesce a frenare... Sento un forte colpo, e poi niente.... Apro gli occhi, sono a terra, sento il suono dell'ambulanza, non riesco ad alzarmi, mi si chiudono gli occhi, non so dove sono. Sento qualcuno parlarmi, apro pian pianino gli occhi, c'e tutta la mia famiglia e gli amici. Stanno piangendo.... Sono passati circa 4 giorni sto meglio. Sono in ospedale, ho avuto un forte incidente. I dottori dicono che sto meglio e che fra qualche giorno potrò tornare a casa. Per fortuna non ho molte fratture: solo, e fortunatamente, la mano rotta. La famiglia mi aiuta ad andare a casa. Gli amici mi hanno fatto una festa a sorpresa: ci sono tutti a casa mia. Musica, bere, mangiare: tutto! Poi il volume della musica si abbassa: è arrivata la mia simpatia. Non ci posso credere! Mi chiama a ballare, gli do la mano e balliamo. Mi lascio nelle sue braccia... è cosi bello! Andiamo un po' fuori a ci baciamo, mi sento cosi felice, la mia vita è meravigliosa! 

Sto camminando per andare a scuola: rivedo tutti i miei compagni, ci abbracciamo e salutiamo. Suona la campanella, ma questa volta quella d'inizio dell'ora di lezione, di nuove interrogazioni e libri.

Tutto è iniziato da capo. Quest'estate è stata la piu bella, piena di avventure, speranze e felicità!


 

motto ELENA                        Jelena Miranović  - 

 

Classe VII - 4 Scuola Elementare “Njegoš” Cattaro, Montenegro

 

In una soffitta scopri oggetti antichi che incominciano a raccontarmi la loro storia

 

    C’è un posto che ha da sempre svegliato la mia curiosità. Quando ero bambina immaginavo di salire le scale strette della soffitta. Un giorno all’improvviso ho avuto l’opportunità di andarci e tranquillizzare la mia curiosità. Mi sono salita sperando trovare lassù delle cose vecchie, libri, giocattoli. Però ci ho trovato soltanto un paio di mobiliari vecchi,due sedie e un armadio. Era proprio opposto da quello che io immaginavo. Dopo che ho aperto l’armadio mi sono trovata in una nuvola di polvere. Ho socchiuso gli occhi difendendomi dalla polvere, e nel momento in cui li ho riaperti, ho visto dei vestiti e dei costumi tradizionali che probabilmente appartenevano a mia nonna o forse bisnonna. Esse mi hanno raccontato la storia della vita dei miei antenati nei tempi in cui non esistevano dei negozi moderni perché i vestiti che  ho trovato erano cuciti a mano. Il periodo in cui sono portati quei vestiti, era tempo in cui le donne nascondevano il loro corpo. Dei vestiti si poteva vedere che le donne erano inferiori agli uomini, vivevano all’ombra del marito prive della possibilità di educarsi, legate alla casa e ai bambini. Dovevano servire gli  uomini e la famiglia, dovevano essere invisibili.

    Ho chiuso l’armadio per non pensarci  più. Io oggi ho la libertà di vestirmi in modo mio e diritto di educarmi, che è molto meglio della situazione di un centinaio di anni fa..


 

motto TEA                         Tea Brkanović 

 

Classe VIII - 3 Scuola Elementare “ Narodni Heroj Savo Ilić” Cattaro, Montenegro

 

Se potessi esprimere tre desideri…

Mi piacerebbe molto avverare i miei desideri,ne ho molti e per me sarebbe difficile sceglierne solo alcuni, ma se come nel film Aladino trovassi una lampada magica e avessi la possibilità di esprimere tre desideri la scelta sarebbe difficile.
Alla fine sicuramente sceglierei di diventare un importante giocatrice di pallavolo infatti è da quando ero bambina che mi divertivo molto a giocare con la palla. A sei anni ho incominciato ad andare in palestra ed ad allenarmi, ho partecipato a molte gare, ma sfortunatamente non tutte le ho vinte. Questo sport è diventato molto importante nella mia vita ed è per questo che sarebbe il mio primo desiderio.
Avendo a disposizione altri due desideri desidererei di viaggiare, fino ad ora sono stata solo in Inghilterra, certo mi sono divertita molto ma andare in altri paesi come l’Australia, il Canada o l’Irlanda per vedere altre cose sarebbe molto bello ed interessante. Voglio vedere tutto. Mi piacerebbe soprattutto visitare l’Italia e assaggiare il cibo Napoletano,dicono che sia molto buono.
In fine come mio ultimo desiderio desidererei di avere un cane, sono figlia unica e da sempre vorrei una sorellina o un fratellino, forse un cane potrebbe essere come una sorella, un piccolo cane e proprio quello che desidererei, vorrei un Beagle, sono
molto belli e giocosi, sono sicura che se lo avessi mi divertirei molto a giocare con lui.
so che trovare una lampada ed esprimere tre desideri è in improbabili , ma… niente è impossibile...


 

motto MARINA                          Marina Pejaković  - 

 

 Classe VIII - 3 Scuola Elementare “ Narodni Heroj Savo Ilić” Cattaro, Montenegro

 

    Se potessi esprimere tre desideri...

 

             Abbiamo tanti desideri. A volte sono strani e pazzi,e qualche volta sono con buone intenzioni e modesti. Tanta gente crede nei miracoli. Ci credo anch'io. Cerco di prendere tutto sul serio e e di godere. I miei desideri non sono esigenti. Il primo e che la mia famiglia stia sempre bene,che tutto sia perfetto e piacevole. Vorrei che stiamo felici e contenti.

Il secondo desiderio  sarebbe che la mia amica Marta e io non ci lasciamo mai,che passiamo insieme il bene e il male e che non giriamo il dorso una all'altra. E strano come la gente spende i propri desideri nei soldi, nello svago e nel buon divertimento. Io lo farei in un modo diverso,anche proibirei tali desideri. Ma come  riuscirci quando esiste nel mondo tanta gente come quella?

Il mio terzo desiderio sarebbe che la pace nel mondo duri a lungo,che tutte le nazioni siano unite, che la strada da Roma a Cattaro sia sempre quella  amichevole e che la gente comunichi di più.

               Io spero di non chiedere troppo e questo e la sostanza di tutto,che si desiderino le cose utili .Spero che esista qualcuno che mi dia retta e chi mi dica che io abbia ragione e che abbia fatto la cosa giusta. Vivrò e audio avanti sempre pensando che esista poi qualcuno che senta tutto


motto ALEKSANDRA                     Aleksandra Trivic  - 

 

 Classe IX - 3 Scuola Elementare “ Narodni Heroj Savo Ilić” Cattaro, Montenegro

 

Se potessi esprimere tre desideri 

La vita è lotta continua, ma senso della vita è stare molto nella lotta, alzarsi più presto dopo delle cadute e combattere per la migliore vita e godere nel tutto bello che la vita offre e porta.

Io credo che la salute è la cosa più importante per tutti. Nel mondo ci sono molti infermi abitanti, loro hanno bisogno di aiuto. Nella mia famiglia noi abbiamo un caso. Mio fratello di zia ha tre mesi e lui ha problemi quali impediranno travaglio del suo cuore. Io voglio che lui stia bene e il mia desiderio è diventare  medico e aiutare tutti gli infermi con una parola calda e con la migliore attrezzatura.

Nella televisione, io guardo i bambini quali sono nell’ Africa. Loro sono abbandonati , senza cose necessarie per la vita, sono poveri e nostro occhio è scortese per loro, ma loro devono avere bella vita, cose necessarie, studio, tranquillo sogno. Per loro io voglio essere la ninfa, cosi io credo posso aiutare, sicuramente loro hanno immaginano la ninfa in tutti i problemi, e immaginano solo per un giorno scappare dai problemi e giocare con coetanei, dormire spensierati. Il mio secondo desiderio è stare con loro e aiutare per costruire la migliore vita.

Il mio terzo desiderio è che la pace prenda dominio nel mondo, e che tutti siano felici, amati e che tutti siamo lo stessi!


 

motto IL COMPITO DI CASA                   Ana Maria Djinović  - 

 

Classe VII - 4 Scuola Elementare “Njegoš” Cattaro, Montenegro

 

    In una soffitta scopri oggetti antichi che cominciano a raccontarmi la loro storia

 

    Stavo seduta nella mia stanza,risolvendo i compiti di biologia,quando improvvisamente mi è venuto nella mente il mio vecchio herbarium che ho visto in soffitta.

    Lentamente sono salita vecchi scalini fino alla soffitta,ho aperto la porta e in questo momento,di fronte a me,si è creato un mondo,tutto nuovo,coperto dalla ragnatela di colore argento,con il respiro del tempo passato. Ho cercato tra le scatole polverose e ho visto una vecchia cassettiera dalla quale sporgeva una striscia rossa. Era coperto con un grosso strato di polvere e ci ho messo un sacco di tempo per liberarla. Finalmente l’ho aperta. Di un tratto come se diventasse viva la cassettiera, ho sentito le parole di una storia.. Ho potuto anche vedere le immagini dei tempi passati, e mia nonna, da piccola, raccogliere le foto e i fiorini che metteva in una scatola. Quando ho sollevato tutte queste cose, ho visto anche le cartoline e in fondo le bambole e le biglie. Ci era il tesoro personale di mia nonna. Ho chiuso la cassettiera e poi in un angolo ho visto la slitta di legno. Mi sembrava di sentirle raccontare dei giorni freddi d’inverno e i giochi dei bambini dalle colline circondanti. Lassù c’era anche una piccola bici,con due ruote ausiliari. Anche essa aveva la sua propria storia e ricordava tante cadute e lacrime della nonna mentre imparava a guidarla.

    Purtroppo,era tardi e io sono dovuta tornare giù a finire il mio lavoro di casa,ma ho deciso di ritornarci appena possibile e continuare a scoprire i segreti della soffitta.


 

 

motto DESIDEROSA                        Marta Petrović  - 

 

Classe VII - 3 Scuola Elementare “Njegoš” Cattaro, Montenegro

 

        Se potessi esprimere tre desideri

 

    Se potessi esprimere tre desideri che vorrei vedere compiuti, il primo sarebbe di passare una settimana come il mio animale preferito-tigre. Perché proprio tigre, vi chiedete? Perché è l’animale più bello e più potente. E’grande, forte, libero. Sembra, e in verità, è pericoloso e feroce, ma resta il mio favorito e per questo io lo considero il re degli animali.

    Il secondo desiderio sarebbe viaggiare per tutto il mondo, specialmente di andare a vedere Los Angeles, Hawai e Sidney. Quando penso tutto il mondo, penso a visitare i posti che valgono la pena di vederli. Per esempio,Parigi, perché c’è la Torre di Aiffel, Los Angeles per Hollywood, Sidney,  perché c’è la Casa di Opera e certo, Roma per vedere il Colosseo e La famosa Fontana di Trevi.

Specialmente vorrei visitare l'India. Questo paese ha qualcosa di attraente, con un valore speciale. La tradizione, i costumi, il cibo, il modo della vita, tutto è molto diverso dal nostro Paese, ma molto interessante. E non è vero che non c’è niente da vedere anche per quelli che vogliono cose più moderne, perchè in India c’è Bollywood, come Hollywood in USA, solo con i loro attori.

    Il terzo desiderio sarebbe aiutare la gente in Africa,l a gente malata che muore dalla fame, dall’AIDS, malaria e tante altre malattie. Vorrei rendergli possibile vivere una vita normale, con l’acqua pulita, cibo abbondante, le medicine necessarie, la casa. Le donne dovrebbero essere protette e non maltrattate, ai bambini dovremmo far tornare il sorriso alla faccia.. Lo so che è difficile, e che un uomo solo non può aiutarli tutti, ma penso che con un po’di più voglia i Paesi ricchi possano dare una mano alla gente di Africa. Quanti soldi si danno per inventare e produrre nuovi tipi di arma, e per cosa tutto questo? Per fare più morti al mondo e più disgraziati?

    Avrei ancora più desideri, ma questi sono i miei preferiti, e spero che un giorno qualcosa di questo qui detto diventerà realtà..


 

Elementari – Lavori di gruppo: 

 

 

motto IL MARE UNISCE I PAESI CHE SEPARA    

 

 Serena Protič  -  Classe VI a                    Arianna Protič  -  Classe IX b

                                                                        

Scuola Elementare Italiana “Vincenzo e Diego de Castro” Pirano

 

Storie di mare che si raccontano nella mia famiglia.

 

18.500.000 a.C.

Il megavulcano eruttò trilioni di metri cubi di cenere nell’atmosfera oscurando il cielo per 750 anni, innescando così una delle tante ere glaciali. Il drago stava planando verso il dromeosauro quando l’onda d’urto li colpì violentemente scagliandoli verso la parete della montagna. Poi fu il buio.

 

987 d.C.

I piranesi erano ricchi perché avevano capito il segreto della pesca notturna. Mentre gli altri pescavano solo di giorno, loro avevano acceso un falò e avevano notato che i pesci ne erano attratti. Cominciò così un periodo di benessere e prosperità per la città di Pirano. I pescatori si avventuravano sempre più al largo e costruivano falò sempre più grandi. Finché una mente brillante non propose di fare un faro alto 10 metri, ma dopo un po’ i pesci impararono a tenersi lontano dalle coste piranesi. Perciò il faro cresceva sempre più alto, fino a superare in altezza il famoso faro d’Alessandria. 

Dicembre, 999 d.C.

Africa nord-orientale. Un terremoto smosse la terra sradicando gli alberi e provocando una crepa nella montagna. Dopo un po’ del fumo acre riempì la piccola vallata sottostante e un brontolio profondo seguito da uno stridio lacerante la spazzò via. Un’enorme testa con la cresta sbucò dalla parete crepata. Con un’incredibile velocità per la sua mole, si tuffò giù dal pendio cadendo come un sasso. Quando sembrava non avesse più scampo, spianò le ali ed elegantemente prese quota. Non riconosceva il terreno. Non riusciva a trovare il nido. Dopo due ore di ricerca i cristalli di ferrite densa situati nelle sue ossa preoccipitali la fecero puntare verso nord. Era una femmina. E i maschi si trovavano a nord. Volando a 1 km d’altezza rilasciava il suo richiamo d’accoppiamento (a onde lunghe), ma non riceveva nessuna risposta. Stremata dai venti contrari e dal temporale, rischiava di cadere in mare. Ad un tratto, in lontananza, vide una luce. Era proprio davanti a lei. Avvicinandosi non percepì alcun pericolo, perciò si appollaiò su quello strano picco e si addormentò.

Il temporale passò e Pirano si stava svegliando in una mattinata priva di nuvole ma piuttosto fresca. Grande fu la meraviglia quando videro il drago sopra il loro faro. Quasi tutti erano terrorizzati. Qualcuno ipotizzò un castigo divino, altri pensavano che il drago fosse morto. I monaci che erano scesi in città per chiedere l’elemosina e fare opere di carità cristiana, si misero in ginocchio e incominciarono a pregare. Temevano la fine del mondo. Era l’era del mille e non più mille. Intonarono un canto di lode al signore al quale si unirono tutti.

La melodia svegliò il drago da cacciatore rapace quale era, non mosse un muscolo, ma aprì soltanto un occhio. Degli strani esseri mai visti erano da basso e si agitavano stranamente. Li osservava da più di mezz’ora, quando i morsi della fame si fecero sentire. Il drago alzò la testa e la gente cominciò a gridare, spaventata e meravigliata allo stesso tempo. Il drago no aveva mai udito simili suoni. Quando spalancò le ali, cominciò il fuggi-fuggi generale. L’istinto predatore prese il sopravvento alla curiosità e il drago si buttò verso quelle forme strane catturandone due. Ne prese una tra le fauci e ne ghermì un’altra stringendola nella zampa. Girandosi intorno, vide che non avevano intenzione di difendersi, ma scappavano tutti chiudendosi in casa. Le fauci del drago cominciarono a masticare. Poi deglutì. Non era il massimo, ma era commestibile. Tranciando in due la preda che aveva tra le zampe, la mangiò in due bocconi. Il drago spiccò nuovamente il volo e si appollaiò sul faro.

I piranesi erano terrorizzati. Di notte, quando il drago dormiva, si recarono alla chiesa principale per pregare e chiedere consiglio al vescovo che era venuto da Capodistria. Siccome era giunto nottetempo, non aveva visto il drago, ma credeva che questi villici e zoticoni di Pirano avessero di nuovo esagerato col vino e con la grappa, probabilmente mischiando le due cose. Li rincuorò dicendo che sarebbe bastata una preghiera, o meglio due, e un sincero pentimento dei peccati commessi, e il drago sarebbe scomparso. E se ciò non sarebbe bastato, ci avrebbe pensato lui. In nome di Dio l’avrebbe scacciato, come fece San Patrizio con i serpenti in Irlanda. Rimase stupito dall’intensità delle preghiere. Non aveva mai visto cristiani più devoti. Dopo quattro ore di preghiere disse basta e li mandò a dormire.

Al mattino si recò verso la punta di Pirano per vedere con i suoi occhi quel che pensavano di aver visto quei sempliciotti. Siccome era miope, si era recato fin sotto il faro per vedere meglio. Ma il faro era troppo alto e fin lì non ci vedeva. Brandendo la croce, pensava di fare un po’ di scena gridando:”Vattene, creatura immonda! Te lo ordino, in nome di Dio nostro Signore! Vattene all’…” e l’ultima cosa che vide furono delle enormi fauci spalancate. I piranesi che abitavano in punta chiusero le imposte già socchiuse, dalle quali sbirciavano intimoriti, e si rintanarono sotto i tavoli.

Attratto da quei rumori secchi, si avvicinò alla prima casa e annusò. Sentiva odore di paura. Spiccò un balzo sul tetto e questi sprofondò. Stavolta le prede erano tre, non avevano scampo.

Il drago banchettò così per sette giorni. D’altronde i piranesi, barricati nelle loro case, stavano finendo le scorte di cibo e acqua, e non potendo andare più a pescare, la fame bussava anche alle loro porte. La notte tra il settimo e l’ottavo giorno si riunirono per decidere sul da farsi. Di cavalieri, nei paraggi, non ce n’erano. Le guardie del prefetto erano tre vecchi che, al massimo, mettevano alla gogna qualche ubriacone. Non erano certo degli “ammazza draghi”. Poi cercarono dei volontari offrendo in ricompensa dodici capre, una batana seminuova, e una casa sfitta da poco a cui bisognava rifare il tetto. L’unico che si fece avanti era Giorgio, che non era proprio una cima (oggi lo definiremmo lo scemo del villaggio). Per tutto quel ben di Dio l’avrebbe fatto fuori lui il drago. Il consiglio non era troppo incoraggiato dal fatto che ci avrebbe pensato Giorgio, ma siccome nessun altro s’era fatto avanti…

Giorgio andò sul molo e si addentrò nel capanno dei pescatori, dove prese il più grande e pesante arpione di ferro, mezzo arrugginito. Mise in moto la pietra dell’arrotino e ne affilò la punta. Poi si incamminò verso il faro. A un paio di metri da lui si fermò, guardò in alto e deglutì la saliva. Poi, facendosi forza, s’avviò verso la cima, arrampicandosi su per le scale di pietra, che a spirale portavano fino alla cima. Stava arrivando un temporale. I primi fulmini squarciarono l’aria e la pioggia cominciò a cadere copiosamente. Giunto in cima, Giorgio si raccomandò al Signore, e con tutte le sue forze conficcò l’arpione nel drago perforandogli un’ala. La membrana si lacerò, l’arpione si incastrò nelle scaglie della pancia e Giorgio, nel tentativo di estrarlo e conficcarglielo nel cuore, perse l’equilibrio e per poco non cadde giù dal faro. Rimase appeso ai gradini un paio di metri più in sotto. Il drago si mosse nel sonno e l’arpione gli toccò un nervo scoperto dell’ala. Un dolore lancinante lo svegliò, e non potendo muovere l’ala, cacciò un urlo agghiacciante. Con un dolore tremendo, sfregando l’arpione sulla pancia, spianò le ali, e fu in quel preciso momento che un fulmine, attratto dall’arpione, lo colpì, sbalzandolo dalla cima del faro. Il drago rovinò rumorosamente in mare. Era morto ancor prima di toccar l’acqua. Giorgio si issò con fatica e guardò verso il buio del mare. I fulmini, squarciando il buio con la loro luce, ogni tanto gli permettevano, ogni tanto, di vedere la sagoma immobile sugli scogli sotto il faro.

Il mattino seguente, gli abitanti, timorosi, si avvicinarono alla carcassa, e vedendo che il drago era morto, cominciarono a smembrarlo. L’avrebbero venduto, pezzo per pezzo, a peso d’oro. Poi, con i soldi ricavati, buttarono giù la chiesa e ne fecero una più grande e maestosa col campanile. Ma, innanzitutto, smantellarono il faro e ne costruirono uno più piccolo, non più alto di quindici metri. La sua torre era costellata di merletti a punta, così che nessun drago si sarebbe mai appollaiato di nuovo su.

Così oggi sappiamo, che il San Giorgio patrono di Pirano non era il santo, ma bensì Giorgio, lo scemo del villaggio.


 

motto CHE BELLO GIOCARE!    

 

 Sabrina Curavić, Vita Dobroshi, Paola Horbunova, Alissa Markežič,

Aleksandra Pirec, Serena Protič,  Giorgio Rosso,

Nikola Stanković, Serena Vegliach, Barbara Zlatič

 

                                       Classe VI - novennale Scuola Elementare Italiana “Vincenzo e Diego de Castro” Pirano

 

“Din, don canpanon … conte , filastrocche e giochi nell’era di internet” 

 

Noi, come tutti i bambini, amiamo giocare. Siamo affascinati, come tanti altri nell’era di internet, dai videogiochi, ma non ci dispiacciono neanche i giochi all’aperto. Quando eravamo più piccoli ne abbiamo addirittura inventato uno che abbiamo intitolato La mummia.

 

Il gioco consisteva nell’acchiappare i ladri. La mummia si metteva dietro ad un’asse e aspettava che venissero i ladri. Quando essi arrivavano e bussavano sull’asse la mummia li spaventava buttando via l’asse con delle urla terrificanti. I ladri , pensando che la mummia fosse resuscitata, scappavano. La mummia intanto cercava di acchiapparli. I ladri spesso si nascondevano ed era difficile scovarli. Quando la mummia li prendeva, doveva portarli in prigione. In questo gioco vigevano delle regole ferree: una volta che il ladro era stato imprigionato non doveva più scappare , inoltre, gli altri giocatori non dovevano entrare nella prigione per farlo evadere. Quando tutti i giocatori erano stati acchiappati dalla mummia, il gioco ricominciava daccapo.

 

Siccome da piccoli avevamo una fervida fantasia, avevamo inventato anche un altro gioco che avevamo intitolato Il ciupa capra.

Dopo aver fatto una conta per scegliere chi acchiappava gli altri giocatori, iniziava il gioco. C’era, però, un angolo nel quale si era al sicuro e chi acchiappava non poteva far nulla. Noi tutti ci divertivamo e ridevamo come pazzi. Abbiamo tanti bei ricordi.

Lo giocavamo sempre nel cortile della scuola accanto ad un’aiuola.

 

Giocavamo spesso pure a Guardia e ladri.

A Guardia e ladri si gioca in almeno 4 persone.

Uno tra i giocatori fa il cavallino e si mette a terra. Un altro giocatore ha il compito di mostrare una persona che gioca a questo gioco e il cavallino deve dire poliziotto o ladro. Quando sono stati decisi tutti i ruoli si inizia a giocare.

Si gioca così: i poliziotti contano fino a dieci, mentre i ladri si nascondono. Quando i poliziotti trovano un ladro, il ladro può scappare e se viene preso dal poliziotto, può anche liberarsi. Quando tutti i ladri vengono acchiappati e portati in prigione, i giocatori si scambiano i ruoli e ricominciano a giocare.

Nel cortile della scuola giocavamo pure a nascondino.

All’inizio sceglievamo chi stava sotto con una conta. Il prescelto si metteva a contare mentre gli altri giocatori si nascondevano. Quando chi stava sotto finiva di contare, andava a cercare i

compagni. I giocatori che riuscivano a scappare dicevano un due tre per me ed erano salvi. Se chi stava sotto non riusciva ad acchiappare nessuno, l’ultimo ad aver detto un due tre per me stava sotto al prossimo giro.

C’è un gioco che ci piace da impazzire tutt’ora (soprattutto ad una di noi). Si chiama Velenosi. Si gioca così: tutti i bambini mettono un piede in avanti in un cerchio e si fa una conta per decidere chi sarà lo stregone. Lo stregone racconta una storia usando la parola veleno o velenosi. Se lo stregone pronuncia la parola velenosi non si deve scappare se invece dice veleno, egli conta fino a cinque e poi cerca di catturare chi gli sta intorno. Siccome è più interessante giocarlo che raccontarlo, vi invitiamo a provarlo.

 

Conte e filastrocche

 

Dato che per giocare servono le conte per decidere chi sta sotto o per stabilire chi deve iniziare il gioco ne abbiamo raccolte qui di seguito alcune che usiamo ancora o che ci sono state raccontate dai nonni. E non ci siamo scordati nemmeno di chieder loro di raccontarci le filastrocche che a volte cantavano giocando.

 

 

Pugni pugnetti

 

Pugni pugneti

cossa xe dentro?

Pan e frumento.

Cossa xe fora?

Pan e sivola.

Nine nane

 

Nina nana mio bambin

e la mama xe visin

el papa xe anda lontan

Nina nana fin doman.

 

 

Ometto Gelsomino

 

Mi son quel ometo

ciamà Gelsomino

paron del mio palaso

paron del mio gardino.

Tre soldi per la pipa

e quatro pel tabaco

se ben che son macaco

me fazo rispetar.

Seben che go la goba

mi me la tegno cara

che tutti non la ga.

se tutti la gavessi

saria una gelosia

ma la gobba la xe mia

e mi me la voio tegni.

 

 

Domani xe domenica

 

Domani xe domenica la festa de Angelica

se magna risi bisi col cuciar de legno e

el piron de argento che costa cinquecento

cento e cinquanta la galina canta

la piegora sul germel Giovanin xe in stala

che grata la cavala la cavala ga le tete

e noi sonemo le trombete.

 

 

Gatto gattino

Gatto gattino,

dove eri?

Dal prete Pierino.

Cosa facevi?

I piatti lavavo.

E cosa ti hanno dato?

                    Un cucchiaio per testa.

 

I déi

 

Picio picièlo,

più grande l’anello,

più grande di tutti,

fregola oci,

massa pedoci.

 

Man man morta

 

Man man morta

Pele de oca

Pele de can

Basa, basa questa man.

 

Ľ occhio bello

Questo è ľ occhio bello,

questo è suo fratello

questa è la guancia bella,

questa è sua sorella,

questa è la chiesina

questi sono i fratini,

questo è il scampanino:din,din,din!….

 

 

Un mazzo di viole

 

Giro giro tondo,

un mazzo di viole,

per donarle a chi a chi le vuole,

le vuole una bambina,

caschi a terra la più piccina.

 

Filastrocca per l’anno che viene

 

Filastrocca

per l’anno che viene

a grandi e bambini

porti ogni bene.

Vorremo un anno

di pace e di gioia

con tante avventure:

vietata è la noia!

 

Soto la pergola nassi l’uva

 

Soto la pergola nassi l’ua,

prima zerva, poi madura.

Pesse can, pesse canela,

               salta fora la più bela.                             

 

Se ogi seren no xe

Se ogi seren no xe,      

doman seren sarà.

Se non sarà seren,

se rasserenarà.

 

Piovi piovisina

 

Piovi piovisina,

la gata va in cusina,

la va soto el leto,

la trova un confeto,

el confeto xe duro,

la lo smaca sul muro,

el muro se rompi,

la gata se scondi.

 

Bim bum bam

 

Bim bum bam

Quattro vecchie sul divano

una che fila, una che taglia,

una che fa cappelli di paglia,

una che fa cappelli d’argento

per tagliare la testa al vento.

 

Gennaio con febbraio

 

Gennaio con febbraio fa il paio,

febbraietto freddo e maledetto,

marzo è pazzo,

aprile dolce dormire,

maggio adagio

giugno falce in pugno,

luglio canta il cuculo,

agosto moglie mia non ti conosco,

settembre la notte al dì contende,

ottobre chi vuole si copre,

novembre all’inverno si arrende,

dicembre davanti ti ghiaccia e dietro t’offende.

 

Ľ uccellin che vien dal mar

 

Ľ uccellin che vien dal mar

Quante penne può portar?

Può portar solo tre

Un due tre.

 

  

Queste due filastrocche le abbiamo trovate su Filastrocche. it e siccome ci sono piaciute tanto le abbiamo riportate.

 

A scuola


di Lina Schwarz

 

Or la bimba è grandicella,
le han comprato la cartella
e comincia a far la spola:
scuola e casa, casa e scuola.
Senza andar troppo lontano,
va imparando piano, piano,
con la buona volontà,
mille cose che non sa!

 

A un francobollo niente male

 

di Joachim Ringelnatz

 

 

A un francobollo niente male
successe una cosa fenomenale.
Da una principessa fu leccato
e all'improvviso cadde innamorato.
Voleva di nuovo baciarla,
e invece dovette lasciarla
appiccicato a un biglietto postale:
a volte il destino è davvero fatale!

 

 

                       E per finire una filastrocca albanese che abbiamo tradotto in italiano.

 

Sorr, sorr, nakator

 

Sorr, sorr, nakator

Na çit dhom te vjeter,

te pshtillur me leter

ama njo tjeter.

Ama ni dhom te ri,

te ha buk e fli.

(albanase)

 

 

Uccellino, uccellino

 

Uccellino, uccellino

Ti do il mio vecchio dentino

Per portarmi quello nuovo.

Dammi il nuovo dente

Così il pane mangio liberamente.

(italiano)

 

 

 


  

motto VT, DJA                          Jelena Mačić, Dragana Mačić, Andrea Todorović  - 

 

Classe  VIII  Scuola Elementare “Njegoš” Cattaro, Montenegro

 

Stella,stellina....2009 anno internazionale dell’ astronomia 

 

           Per inizio,vogliamo raccontarvi una bella storia  delle stelle. Quando noi eravamo piccole , la nostra madre ci raccontava la storia la quale noi vi raccontiamo.

         Storia di Luna: 

 Molti anni fa , c’era una Luna che splendeva nel cielo, solo lei. Il cielo era nero e sulla Terra faceva brutto tempo e faceva molto freddo. La gente non usciva dalle loro case , e i gatti o i  cani non volevano uscire di casa, perche' era freddo. Una delle sere, la Luna e’ stata  male. E lei ha cominciata a tossire. Lei ha tossito mille volte, e dal suo splendido naso sono venute le scintille nell’ immenso, e tutte sono rimaste nel cielo. Prossima sera la gente guardava quelle punte. Loro le  hanno chiamate: le stelle. Dal quel giorno, le stelle splendono nel cielo.

          Qui a Montenegro non abbiamo niente dell’ astronomia, cioe’ non abbiamo un osservatorio. Pero’ noi sappiamo molte cose dell’  astronomia. Il primo telescopio prodotto nel 1608. Il piu’ famoso e’ il telescopio di Hablo. I telescopi sono nell' osservatorio. L'osservatorio e’ una piccola aeromobile. Gli astronomi non ci sono negli osservatori.

          Gli osservatori sono sull’ autogestione. Il primo animale nello spazio era il cane Lajka. Lei aveva importanza per l’astronomia. Lei era un eroe. Gli astronomi hanno pensato che sugli altri pianeti c’e’ la vita, pero’ quando Nil Amstrong, la prima volta, e’ andato su Marte,non ha scoperto niente. Oggi alcuni pensano che Marziani esistono, pero’ noi no.

           Carlo Sagan, il famoso astronomo, crede che noi non siamo gli unici nell’ universo. Lui dice che esistono gli extraterrestri. I pianeti del Sistema solare sono:Mercurio, Venere, Terra, Marte, Giove, Saturno, Urano, Nettuno e Plutone.

          Il sole e’ una grande stella, lei sempre splenderà’, e noi viviamo grazie a lei .Astrologia, scienza antichissima, ha dato all’ uomo le prime nozioni sulle stelle e su loro movimento, ponendo le basi dell’ astronomia. 

                                                                         Grazie!