Concorso letterario Mailing List Histria 2005

Sezione A

Temi premiati

 

TEMA PER LE SCUOLE ELEMENTARI :

 

"Le feste e le tradizioni Popolari e Religiose all'ombra del tuo Campanile"

 

SEZIONE A

Mailing List Histria  – Elementari Croazia , Slovenia – Categoria “ 1 “ :



 

 

1°  PREMIO

Motto ORSETTO MIELE                              Elena Mušković  

                                                                                                                  IV classse

                                                                 Scuola Elementare Italiana “ Giuseppina Martinuzzi ” – Pola

 

Un lavoro fresco ed originale che offre uno squarcio sui festeggiamenti natalizi quando per legge non esisteva il Natale !! Il  tutto con un piglio vivace e garbato che rende il racconto particolarmente godibile.

 

 

 

 

Le feste e le tradizioni Popolari e Religiose all´ombra del tuo Campanile

 

Le feste godute a metà

 

Addobbare l´albero di Natale, andare in chiesa, fare tanti e tanti auguri a tutti, scartare i regali, o ancora, aprire l´uovo di Pasqua per trovare la sorpresa, tagliare la colomba… gesti normali, quasi scontati per noi. A volte non ci pensiamo neanche  che una volta, non tantissimo tempo fa, non era proprio così.

Mi sembrano quasi irreali le cose che mi racconta mio nonno. Lui è nato nel 1944 ed è vissuto in una  famiglia numerosa dove, nonostante le difficoltá economiche e altri motivi che non riesco a capire bene, hanno sempre trovato il modo di festeggiare con la dignità dovuta il Natale e la Pasqua.

Ricorda, per esempio, che il giorno di Natale la gente andava al lavoro e i bambini a scuola. Il 25 dicembre doveva sembrare un giorno qualunque, ma non era proprio così.

Una volta un suo compagno di classe, uno di quelli più vivaci, disse per scherzo ad un´insegnante:«Buon Natale, compagna insegnante!» Successe un putiferio! La compagna insegnante convocò la capoclasse, la capoclasse informò il direttore della scuola, che chiamò subito i genitori, il Consiglio degli insegnanti discusse il «caso». L´alunno, lui incosciente, se la rideva:« Tutti oggi festeggiano e nessuno vuole ammetterlo. Qualche giorno fa li ho visti comprare il baccalà e stasera molti andranno alla messa di mezzanotte, magari di nascosto, in una chiesa lontana da casa.»

Nessuno festeggiava il Natale, eppure tutte le case puzzavano di baccalà. Anche la nonna di mio nonno lo preparava per la vigilia di Natale, se lo trovava in qualche negozio e se aveva i soldi per comprarlo. Il giorno prima lo metteva a mollo e poi lo pestava ben bene con il martello di legno. Era festa grande tra le mura di casa, quando a cena c´era quel saporito impasto bianco e per i grandi un buon bicchiere di vino. I bambini aspettavano con ansia le fritole e i crostoli che non potevano mancare.

Qualche giorno prima di Natale si girava nei boschi vicini per trovare l´albero da addobbare. Non era mica come adesso che l´abete si può comprare al mercato. Si arrangiavano con un ramo di pino, di cipresso o, meglio ancora, di ginepro. Gli addobbi erano caramelle avvolte in carta colorata, qualche mandarino e alcune mele. Se si voleva «esagerare» ci si metteva anche l´ovatta e delle candeline. Capitava così che,ogni tanto, qualche albero prendesse fuoco.

A mezzanotte si andava tutti nella chiesa di San Antonio a sentire la messa di fra Cristoforo. Non si doveva credere al Natale, ma le chiese erano piene quella notte. Il giorno dopo i bambini si divertivano a fare il giro delle chiese per vedere il presepe più bello.

A Pasqua almeno non si andava a scuola. No, ma c´era sempre qualche altro impegno importante: spesso proprio quella domenica venivano organizzate le azioni di lavoro «volontario».

La mamma impastava con pazienza le pinze e le titole, colorava con le bucce di cipolla le uova sode e, per riuscire a sfamare tutti, faceva gli gnocchi con cinque chili di patate.

 Chi se lo poteva permettere,  portava ad arrostire l´agnello al forno di Fanci, l´unico privato allora. A mio nonno piaceva andare da Fanci a vedere il forno acceso. Quando portavano le fascine con il carro trainato da due cavalli non sapeva cosa fare prima, se ammirare le due bestie o aiutare a scaricare le fascine e sistemarle nel cortile. Adesso, ripensando a quei momenti, dice: »Chissà se aiutavo o intralciavo, ma ero contento.»

Oggi, anche se mancano ben quindici giorni a Pasqua, ha già la tavola in festa, forse per rivendicare quel tempo delle feste godute solo a metà.

 


  

2° PREMIO

 

motto  FIORELLINA                                       Kris Dassena

 

 III classe novennale 

                                                                          Comunità degli Italiani “Dante Alighieri” di Isola d’Istria

 

 Un tema molto originale svolto con brio in un delizioso dialetto istro-veneto: la Granda festa de Papà ... ben due mesi di vacanza con la  nonna in un ambiente intatto, quasi da favola, che ognuno di noi vorrebbe aver vissuto. Perchè, come dice la nostra Fiorellina: "Xe vero, xe feste e feste. Xe feste notade sul calendario e xe GRANDI FESTE scrite solo in cuor ".


 XE FESTE E GRANDE FESTE...

 

Son xa do ore sentada qua drio la tola a pensar cosa scriver par sto benedeto concorso. Sule feste de cesa scrivarà sicuro duti. Duti le conosi e le festesa o cusì o culì. Penso e ripenso, me grato la suca, ma no nasi gnente. Me also un ioso par sgranchirme le gambe. Faso un gireto par la casa in serca de ispirasion. Sul muro xe picada la fotografia de papà e de mama. Eco un'idea! Oh, meno mal. Iero xa disperada. Adeso so cosa scriver. Me vien inamente quel che me conta sempre me papà. El me parla tante volte de quando che el gaveva i mii ani. El scominsia sempre con “nei ani sesanta co iero ancora picio...”. Quante volte che el me ga contà de una GRANDA FESTA. Par lu iera la più longa de duto l'ano. In poche parole saria le sue vacanse d'estate. El disi sempre: “Che bel che iera co iero mi picio. Che feste che fasevimo. Come che se divertivimo. Ogi no savè più cosa far e come divertirve. No se mai contenti de gnente”. Anca se tante volte el me inpenisi la suca de quele sue parole, a mi me piasi scoltarlo. Xe bel sintirlo quando che el me conta le sue vacanse pasade de so nona Filomena. Ansi, par giusto, duti la ciamava Fileta.


Co finiva le lesioni e se portava a casa la pagela iera GRANDA FESTA par

 me papà. La prima preocupasion iera  prontar la borsa con la roba par pasar do mesi de vacanse de nona in Istria. El sorno drio el partiva con so mama, so fradel e so sorela. I ciapava la prima coriera che andava par Parenso. Rivadi visin la tabela de Tore i se prontava par andar xo, sula crosera de Abriga. I papusava un drio l'altro, con la borsa in man. Me nona iera ultima e pian pianin i se avisinava ale prime case del paese. Ghe se voleva quindese minuti par vegnir de so nona. Me papà però iera 'sai contento. Quando che el vedeva la sima dela ladogna piantada de fianco dela casa, la iera fata.  El se meteva a corer come un mato e a cantar come un disposente. I oci ghe lusigava de contentesa. Lu andava drito in sufita a prontarse el paiaris par dormir con so fradel e so sorela. Me papà me ga dito che el paiaris iera un stramaso impenì de foie sute de panocia. Co ti te siravi le faseva un fracaso del diavolo. Co el me conta sta roba el fa el verso del fracaso e el ripeti “Granda festa! Granda festa!”. Voi se domandaré: ma parché? Ve conto mi parché.  Parché so mama tornava in sità e lu  

gaveva carta bianca par ben do mesi. E po, voi forsi no savè, ma in sufita iera de duto. Soto i travi picava loganeghe e parsuti. Par tera iera nose, mosele, orso, formento e parfin formaio fato in casa. Ma el me papi me ga dito, che iera anca i sorsi che i camenava soto i copi.

                                                                                                    Me papà canta  nel suo spetacolo

                                                                                                   che lu ciamava San Fiorensino.

 

Par lu anca questo iera festa. De matina bonora 'l andava in tigor a cior el boscarin e le do armente. Con la scuria in man a li portava in pascolo. In tigor restava el picio vedel e el nido con le rondeni. I se faseva compania fina che no tornava indrio mama armenta. De domenega no 'l andava in pascolo con le bestie, parché 'l andava a Mesa. So nona ghe dava moneda per la lemosina. La ghe racomandava de no far rabiar el prete e de pregar anca par ela. Come un galeto el ciapava so sorela picia soto man e via a papusar verso la cesa. Par lu iera una festa, anca parché el se sentiva xa ometo. Iera responsabilità compagnar so sorela in cesa e portarsela drio anca co andava a cior la particola dela comunion. De sera, po, sì che iera una vera festa. Pensé un fià. Lu, in corte,

organisava spetacoli. Davanti la porta de casa el meteva una picia tola. Drio, più in fondo, el sistemava scagneti par i fioi che faseva par publico. In poche parole iera un vero teatro. Lu presentava, cantava, ballava e i fioi, ma anca i visini, doveva baterghe le man. Papi ciamava sto spetacolo “San Fiorensino”.

La vera festa granda però iera el quindese de agosto, festa de la Madona Granda che saria Feragosto. Me papà me conta che co finiva la Mesa se faseva la prosesion. I omeni del paese se caregava la statua de la Madona su le spale e i faseva un siro torno la cesa. Drio la statua andava el prete, i pretini e dute le persone che iera a Mesa. Po se tornava in cesa a pregar davanti l'altar grando. Dopo le preghiere se andava a casa.

Dute queste emosioni e duti sti cambiamenti, ma più de duto sta granda libertà iera par me papà GRANDA FESTA.

Co ghe go dà de leser sto tema a se ga comoso. A me ga vardà e coi oci lustri a me ga dito: “Fia mia, dute le mie vacanse iera una granda festa. Adeso no poso più farle parché no vado a scola. Ti però te son ancora picia e se te vol, te pol portar 'vanti sta mia tradision. Ah, che bel che iera quela volta. Altro che ogi. Ogi no sè contenti con gnente.”

Volaria dirve una roba in segreto, magari in recia. Sicome no poso 'lora scrivo 'vanti. Mi penso che in fondo me papà ga rason. Xe vero, xe feste e feste. Xe feste notade sul calendario e xe GRANDE FESTE scrite solo in cuor. Anca queste come quele altre se le pol losteso tramandar de pare a fio. Mi me son xa convinta e voi? Cosa pensè voi? Ve go convinto con sto mio scrito un ninin fora tema?

                                                                                             

  


3°  PREMIO 

 

Motto LUPETTO                                         Sebastian Božič 

VIII classe ottennale

                                                Comunità degli Italiani “ Dante Alighieri ” di Isola d’Istria
 

Un fresco racconto nel bellissimo dialetto isolano che ci riporta alla festa di San Piero rivissuta con gli occhi de la Nona Lilia. Un racconto così vivo che sembra di esserci e alla fine anche a noi, come all'autore, verrebbe da dire: "Pecà che sta festa no se la fa più ormai de tanti ani. Se un giorno qualchidun inventarà la machina del tempo, la prima roba che volaria far, saria propio quela de tornar indrio par veder la festa de San Piero a Isola."         

 

LA FESTA DE SAN PIERO

 

Mi e me nona Lilia andemo ‘sai d’acordo. Che savesi come che me diverto quando che la me conta momenti dela sua vita, i sui ricordi, insoma fati de quando che la iera ancora picia. La me parla sempre in dialeto isolan e dovè saver che me nona la ga tignù ancora quel modo de parlar che ormai xe quasi sparì, voio dir quela cantilena che un che se intendi ‘riva a capir  subito de che parte de l’Istria che se xe. Ben, co’ me nona no se pol propio sbaliar: la xe Isolana patoca. Ansi, ve dirò de più. Me bisnona, che no go mai conosù la iera Degrassi, el cognome più isolan de duti. Una volta squasi mesa Isola se ciamava cusì. Par questo duti se conoseva coi soranomi e quel de la famea de me nona iera “fasiol”. Eco, questo tanto par presentame e par capir de che ramo che vegno fora.

Sta volta me nona me ga contà de una festa duta isolana che no xe più, o par dirla più ciara che no la pol eser più parché manca la parte più importante, cioè la ciesa. Ma spetè che scominsio de principio.

Me nona, co la iera fia, la abitava co’ la so famea de sie de lori in vila Cleva. Iera una casa ‘sai granda, comprada de un de fora, indove che stava tante famee. Drento iera anca una bela corte, con tante piante, che pareva propio un giardin. Qua i fioi podeva siogarse e ese sempre soto i oci de le mame o dele none. Sì, parché una volta i omi iera ‘sai poco a casa, spece nele nostre famee, parché iera duti pescadori, e cusì se li podeva véde solo quando che iera bruto tempo, ma quela volta gnanca i fioi no podeva andar a siogar fora.

en, sta casa la iera nel rion de San Piero e dela sua finestra me nona vedeva la fabrica Ampelea e anca una bela ciesa, quela dedicada al Santo che ghe dava el nome a la contrada, che po saria el rion. Mi, sta bela ciesa, la go vista solo in cartolina, parché i la ga butada sò tanti ani prima che naso. Sto logo sacro iera ‘sai importante par i Isolani. Prima de duto par el suo valor storico. Pensè che go trovà che la iera nominada sà int’un documento del 1175. I dir che sà che la iera int’un posto isolà, in quela epoca, là ‘torno se fermava sempre i eremiti. Sta bela cieseta la stava superba in alto, su un montisel, cusì che se la vedeva ben de dute le parte, la iera a la stesa altesa del Domo, che vol dir che ste do ciese le iera intei do posti più alti del nostro scoio. Duto torno la gaveva un grando prà e de là in alto i dir che se gaveva anca un panorama sai bel. Ma sta cieseta la diventava ‘sai importante specialmente el giorno de San Piero, parché in quela data a Isola se faseva una granda festa, la più alegra de duto l’ano.

Me nona la xe stada sempre ‘sai curiosa e el giorno dela festa la se tacava sula sua finestra de la camera sà de matina bonora. El 29 de giugno iera grando movimento. A quele ore rivava duti quei che gaveva intension de guadagnar in quela sornada. I meteva in pìe le bancarele, i tacava duto ‘torno fronsoli colorai acioché i fioi vegni atirai là de lori, i sistemava meio che i podeva i prodoti de vender. Me par propio de véde me nona, duta incantada, a fisar sta sente che se sbisigava su e sò. Chisà indove che ghe svolava la fantasia in quei momenti? Mah! De sicuro la studiava sà a quela ora el modo per farse portar a la festa e come rivar a farse comprar dolci e siogatoli.

El dopopranso scominciava a ingrumarse la sente par la mesa. E rivava anca i parenti e le conosense de Capodistria, de Piran, ma anca de Trieste col vaporeto.

Cusì me nona Lilia se ricorda la festa:

Ah, picio mio, che te savesi che bel che iera! Noi fioi ierimo duti su de giri. Mesi mati de contentesa. Tanto che i grandi fra struconi e basi i se saludava e i se la contava, noi fioi corevimo come dislubiai su e sò par el prà de San Piero, come se fusimo imbriaghi de duti quei boni odori de dolci che se ingrumava ne l’aria. E daghe, via, de una bancarela a quela altra, par vede indove che dovevimo portar le nostre “vitime” acioché i ne compri duto quel che se fasevimo voia. Eh, iera un studio pisicologico, se pol dir: prima a sercar le robe bone e dopo a trovar chi che ne le gavaria comprade. Noi fioi savevimo ben che no iera soldi a casa, ma come se faseva a ragionar con quei profumi che te faseva vignir le bave? Cusì che te se giravi, davanti ai oci te vedevi busolai, crostoli, cagole, caramei,  bomboloni, ma quei de Renso, sa, quei bei e boni, de duti i colori.

Ciò, picio!, No sta vardame con quei oci spasimai. Te spiego subito. Le cagole iera fate coi tocheti del paston del pan che vansava. Vigniva fati dei discheti e col piron se ghe faseva de sora tanti buseti. Dopo friti ne l’oio se ghe butava de sora suchero. I bomboloni invese  iera un tipo de caramele ‘sai grande, a forma de cusin, con dentro strise de tanti colori. I iera fati col suchero e noi fioi andavimo propio mati par lori.

Ma no bastava i dolci. Se fasevimo voia anca dei siogatoli: trotole, girandole, fiscioti, fiaschete col ciucio finto piene de silele, baloni e po le pupe de panolenci co la testa in cartapesta, opur quele più pice, de celuloide... Ghe ne iera par duti i gusti. Sa, iera roba de pochi soldi, ma par la nostra sente listeso iera duto tropo caro. Sti siogatoli durava poco parché i se rompeva subito. Me ricordo le pupe de celuloide. Aguai a strucaghe un poco de più la pansa. La ‘ndava indrento e no te podevi più tirarla fora. Nisun podeva più governarla. Po anca el astico che tigniva insieme i brasi e le gambe se molava subito, cusì che gavevimo dute le pupe mutilade. Che no parlemo po de le balete impinide de segadura, con tacà un astico. Te metevi el astico sul dito, te tiravi la bala do – tre volte e po te cascava la baleta par tera parché el astico iera sà roto, e cusì, adio divertimento. Ma noi ierimo listeso contenti come pasque se rivavimo a ciapar qualcosa.

Ben, dopo che noi fioi gavevimo controlà pulito tante volte dute le bancarele, partivimo a l’ataco e questo iera el lavor più dificile, più dilicato. Iera ‘rivà el momento de tirar fora duta l’astusia, duta la furbisia. Se spetava che le nostre mame o i nostri parenti i saria stai in compagnia de altre persone. E alora là scominsiava la comedia: se tacava a frignar e a dir cosa che volevimo gaver. Davanti dei altri nisun vol farse vede pedocioso e alora i sborsava sempre un pèr de soldini par qualche siogatolo o par qualche dolceto. Sto truco andava ‘sai ben anca coi parenti che vigniva de Trieste, che i voleva dimostrar che no ghe mancava soldi. Cusì rivavimo a ciapar un busolà, un per de bomboloni e qualche volta anca una ‘ranciata. Ma con lori iera fasile parché de sera po i tornava a casa sua. El grave iera con quei che stava a Isola, parché dopo ne spetava de far i conti co tornavimo a casa. Iera de sorbirse duti i brontolamenti de sto mondo par gaver speso soldi par comprar paiasade. Ma cosa ne interesava? Se soportava duto! Intanto sasi de dolci e superbi par i siogatoli ciapai, se fasevimo vede davanti de quei poveri che i no iera ‘rivai a ver la nostra fortuna. E alora ala a core su e sò par el prà de San Piero co le girandole, co le balete co’ l’astico, co’ le pupe o co’ qualche bala. E anca se po bisognava soportar una lavada de testa, poco importava. Intanto ierimo contenti.

Drio quel che se vedi i nostri noni saveva arangiarse ben, anca se in fin dei conti i se contentava propio con poco. Però me nona contandome sto suo ricordo la parlava de tanti dolci che mi no conoso e che drio l’anda i doveva ese anca ‘sai boni. E anca qualche siogatolo me iera novo.

Pecà che sta festa no se la fa più ormai de tanti ani. Se un giorno qualchidun inventarà la machina del tempo, la prima roba che volaria far, saria propio quela de tornar indrio par vede la festa de San Piero a Isola, co iera picia me nona Lilia.