II   Concorso

della Mailing List Histria

 

i grandi 

tema:  " IL LAVORO DELLE DONNE IERI E OGGI "

 

1         

motto Argenide               2° classe              MONICA MARINELLI

Scuola Media Superiore Italiana - Fiume

 

3° PREMIO Concorso Mailing List Histria Scuole Medie Superiori Italiane:

Motivazione: attraverso la storia vissuta dalle sue nonne Monica ci illustra il duro lavoro delle donne di un tempo quando l’emancipazione con l’uomo era una meta lontana ma in cui potevano anche esserci donne come la volitiva trisavola Argenide: una vera “madre padrona” che sapeva reggere i tre cantoni e mezzo della casa.  Ora che la condizione della donna è profondamente mutata e nessuna strada è loro preclusa la nostra Monica, con saggezza fiumana, ci ricorda però che il lavoro più duro, ma anche più bello, rimane quello di allevare i propri figli...

 

 

La donna nel corso della storia era sempre svantaggiata rispetto all'uomo, aveva meno diritti e non era mai considerata capace di svolgere i mestieri duri.

La donna era quella che sta a casa ad accudire i figli e fare i mestieri di casa, il che non sono lavori facili. Nei tempi più recenti, però, la donna si batte per la parità dei sessi e molte si fanno una vera e propria carriera, ma per trattare del lavoro e dei mestieri delle donne nel corso del tempo, dei loro privilegi e le difficoltà, vi racconterò com'è andata nella mia famiglia.-

La storia della mia famiglia inizia da una donna di nome Giuseppa.  Lei viveva intorno al 1850 ed é la mamma del mio trisavolo. Era chiamata Zefa e si occupava di commercio, siccome abitava ai confini della Fiume d'allora. Giuseppa, insieme ad un'amica di Banderovo, per guadagnare meglio ha cominciato a salare i crauti. Si alzava il mattino presto e si recava al proprio magazzino per i cappucci , che si trovava dove oggi c'é la posta centrale e lì si vendeva all'ingrosso quando arrivavano le barche da trasporto.- Già verso le nove del mattino tornava a casa con i soldi guadagnati. Bisogna però sapere che commerciava senza saper leggere e scrivere,

non vendeva i cappucci a chili, ma a teste, così le era più facile fare i conti. Mi piace da sempre ascoltare queste storie dei miei lontani parenti, é veramente curioso conoscere particolarità e abitudini della gente di allora.

È anche interessante comparare le vicende con l'oggigiorno: pensare che una volta i crauti si salavano in casa e si andava a venderli in strada, mentre oggidì questo é sostituito dai macchinari dell'industria. Il lavoro femminile nelle città, in ogni modo, si distingueva da  quello in campagna. La mia trisavola Argenide Della Barba, cioè

la nonna della mia nonna, aveva dodici figli che lavoravano per lei. Argenide, infatti, faceva da padrona, regolava l'economia domestica, mentre i lavori duri della campagna li lasciava al marito ed ai figli, che a volte si opponevano e rimproveravano l'atteggiamento della madre, ma essa rispondeva sempre ( riferendosi ai figli) :

"mi son fatta le mollette per non bruciarmi le mani". L'ava era una donna di carattere molto forte che, agli inizi del XX Secolo, fumava la pipa e guidava il calesse per andare alla Santa Messa e per visitare il podere. Con la prima guerra Mondiale tutta la famiglia si trasferì a Bisterza dove lavorarono per un altro padrone. Il lavoro cominciò a scarseggiare con l'avvicinarsi alla seconda guerra mondiale, così tutti arrivarono in città in cerca di lavoro.

I miei nonni mi raccontano sempre dei tempi della guerra, degli allarmi, come fuggivano e dove si nascondevano, il cibo era scarso e anche il lavoro.

In questi tempi le donne preparavano i mariti, i figli, i fratelli alla guerra, lavavano gli indumenti dei soldati, preparavano loro da mangiare, ecc., molto spesso facevano le infermiere, curavano e badavano i malati e i feriti in guerra. C'erano poi, in questo periodo, molte donne che lavoravano in fabbrica, tra cui anche la mia bisnonna Arduina, figlia di Argenide. Lei ottenne il lavoro nella fabbrica di legno compensato. In questa fabbrica gli uomini prevalentemente facevano i lavori

più duri, mentre le donne lavoravano nella fabbrica come aiutanti e facevano i lavori più facili. Oltre alla fabbrica del legno compensato, importante per il

lavoro delle donne a Fiume é la fabbrica tabacchi. Le tabacchine, infatti, erano molto importanti a Fiume. Erano donne allegre ed emancipate, tra le prime ad uscire dalle quattro mura della casa  e dai mestieri domestici. Le tabacchine erano vere e proprie lavoratrici: si può dire, almeno per Fiume, che sono tra le prime donne che

cercarono di raggiungere gli uomini. Loro lavoravano soprattutto per mantenere i figli e chi sposava una tabacchina poteva considerarsi veramente fortunato.

Così nella famiglia anche la donna lavorava e si migliorava il tenore di vita, c'era più denaro e si poteva mandare i figli a studiare e fornire loro un lavoro.

La bisnonna Arduina sposatasi, smise di lavorare nella fabbrica di legno compensato e assieme ai cognati e il suocero lavorò in famiglia. Una particolare caratteristica é che in quel periodo la situazione economica non era una delle migliori e così la mia bisnonna doveva lavare e stirare a mano , con l'acqua che si trovava nei mastelli.

Erano questi gli anni di guerra e poche donne frequentavano la scuola, non si compravano cose nuove, ma si rammendava. Con il dopoguerra si arrivò all'istruzione dei figli, si tratta della generazione dei miei nonni. Questa era un'istruzione media e in questo tempo si viveva nelle comunità famigliari. Mio padre mi racconta spesso delle sue giornate passate dalla nonna e dei giochi con la miriade di cugini, zii e fratelli.

Nel dopoguerra le donne difficilmente trovavano lavoro, ricorda mia nonna. Infatti la società era rimasta con pochi abitanti autoctoni.-

Ai giorni d'oggi le cose stanno diversamente, la donna si batte sempre per raggiungere l'uomo e per aggiudicarsi la parità dei diritti. Molte volte nella famiglia la donna fa da padrona, ma più spesso marito e moglie collaborano assieme per garantire ai figli e alle generazioni successive un futuro alquanto migliore.Ed ecco, questa é una delle tante piccole storie delle donne di Fiume, del loro lavoro e dei loro sacrifici.-

A differenza di "ieri" , oggi la donna ha più privilegi e si occupa anche dei lavori pesanti, é capace di farsi una carriera e di essere brava nel suo mestiere. Ritengo però, anche se molti non sarebbero d'accordo con me, che la mamma é sempre la mamma e il suo lavoro principale sono i suoi figli. Spesso non é un compito molto facile, ma credo sia uno dei mestieri più belli al mondo : stare con i propri figli .


 

2         

motto Ciccio                    2° classe             DARIA CVITKOVIC'

Scuola Media Superiore Italiana - Fiume

 

 «Le donne hanno sempre lavorato; sia quelle di ieri che quelle di oggi. È importante lavorare, soprattutto quando si hanno dei figli, perché quella volta i soldi non bastano mai…»: me lo dice Maria Blažević, una «signorina di 83 anni», iniziandomi a parlare della sua vita.

Dico «signorina» perché i suoi occhi brillanti sembrano essere gli occhi di una ragazzina. Vi si possono vedere i ricordi di una vita, una vita ricca di avvenimenti ma anche di sacrifici. Si parla di sacrifici, ma in effetti, come dice la mia interlocutrice, ad una mamma non è mai difficile farne.

La signora Maria è nata in Italia agli inizi della Prima guerra mondiale, da madre fiumana e padre italiano. Mi racconta che quest’ultimo è venuto giovanissimo in Croazia, in cerca di un lavoro. Qui ha conosciuto la donna alla quale ha poi regalato il suo cuore. I due, dopo essersi sposati, sono andati a vivere in Italia, e dal loro amore è nata una bambina: Maria. Il destino però non è rimasto a mani incrociate nemmeno questa volta: il padre è morto in guerra e così la signora Maria e sua madre sono venute a vivere a Fiume…

Con il sorriso sulle labbra, continua così la storia della sua vita: «Ero giovane quando ho conosciuto mio marito. Egli era un amico di mio fratello cosicché veniva spesso a casa nostra. Ci siamo innamorati ed abbiamo avuto ben tre figli. Non lo dico per vantarmi, ma mio marito era davvero bravo, un vero uomo di famiglia: in casa si andava sempre d’amore e d’accordo e stavamo veramente bene insieme. La vita di allora era molto più facile di quella di oggi; oserei dire che anche noi giovani eravamo allora più contenti di quanto lo siate voi oggi, nonostante la povertà sia stata nostra fedele compagna di vita. Bisognava lavorare tanto. Dapprima ho lavorato per dieci anni nella Fabbrica tabacchi. Il lavoro mi piaceva molto ed ero contenta quando potevo andarci tutti i giorni. Ovviamente, se i miei figli stavano poco bene, rimanevo a casa con loro e quel giorno non andavo in fabbrica».

La giornata lavorativa della signora Maria cominciava alle 7.40, con il suono di una sirena che invitava tutti ad entrare in fabbrica. Quindici minuti più tardi la sirena suonava di nuovo: tutti gli operai dovevano già essere negli spogliatoi per vestire la tuta e mettersi le cuffie sulle orecchie. Si partiva.

«All’inizio del turno, la caporeparto ci distribuiva il materiale necessario. Ciascuna tabacchina doveva fabbricare ogni giorno un determinato numero di sigari. Per questo la caporeparto si segnava su un libretto quanto materiale aveva consegnato ad ogni tabacchina. Bisognava stare molto attenti. Se mancava materiale, bisognava arrangiarsi. Le caporeparto erano sempre molto severe. Mamma mia, mi ricordo tutto come se fosse stato ieri!», racconta commossa i suoi ricordi la signora Maria e continua: «inoltre, ciascuna di noi tabacchine aveva quattro tavolette sulle quali misurare la lunghezza dei sigari, una bacinella con la colla e dei coltellini. Su ogni tavoletta potevano essere sistemati venticinque sigari. Finito il lavoro, la caporeparto controllava se c’era qualche sigaro fatto male. Se ce n’erano, venivano scartati e se ne dovevano fare degli altri.

Nel corso di una settimana era previsto di fabbricare ben ottocento sigari, mentre ogni cinquanta successivi venivano pagati extra. Si trattava di soli cinquanta centesimi, ma comunque ognuna di noi si impegnava tantissimo per guadagnarseli».

Eh sì, bisognava guadagnare il più possibile. I tempi erano duri; era il periodo del secondo conflitto mondiale. Anche qui i ricordi della signora Maria sono vivissimi: «a Fiume la situazione era grave. I miei figli erano piccoli, e quando noi lavoravamo, loro stavano nel con noi in fabbrica. Quando suonava la sirena d’allarme, abbandonavamo di corsa i posti di lavoro, andavamo a prendere i nostri figli e raggiungevamo di corsa il rifugio. Anche mio marito è stato chiamato a combattere; è stato mandato sul fronte in Italia, cosicché io ero rimasta sola, con i figli da mantenere. Bisognava arrangiarsi: i salari erano bassi e si cercava sempre di guadagnare qualche soldo in più, magari occupandoci del contrabbando di sigari. Inutile dire che correvamo il rischio di licenziamento, qualora venissimo scoperte. Ci aiutava il fatto che ogni settimana in fabbrica ci davano delle confezioni da dieci sigari, che noi poi cambiavamo per del cibo».

Il destino è tornato a colpire la famiglia della signora Maria: al ritorno dal fronte, il marito è stato fatto prigioniero dai Tedeschi e portato in Germania in un campo di concentramento.

«Per due anni interi eravamo in contatto soltanto grazie alla posta e per un periodo ho addirittura pensato che non fosse più vivo. Un giorno, però, è tornato a casa, molto malato. Era uno dei periodi più difficili della mia vita. Finché mia madre era viva, mi aiutava lei con i ragazzi, ma alla fine della guerra è morta. Quando ho messo al mondo anche la terza figlia, la situazione era peggiorata notevolmente: mio marito era malato, gli altri due bambini ancora piccoli, ed io da sola alle prese con tutto e tutti. Non avevo nessuno che mi aiutasse. Beh, a dire il vero, forse era anche un po’ colpa mia: ero troppo orgogliosa per chiedere aiuto a qualcuno! In quel periodo mi sono licenziata dalla fabbrica perché il lavoro lì era per me ormai troppo pesante. Ho iniziato a lavorare come bidella in una scuola elementare: ci sono rimasta per ben vent’anni!

Devo dire che mi aiutava moltissimo il fatto che in ogni mio posto di lavoro tutti mi portavano sempre tanto rispetto, e credo che soprattutto per questo mi sia piaciuto così tanto lavorare. A scuola poi era particolarmente bello: io adoro da sempre i bambini, mi piace sentirli, vederli…e questo, lavorando a scuola, non mi mancava mai! Quando mi sono pensionata, ne sono diventata pienamente cosciente: il silenzio della mia casa non lo sopportavo».

Cosa dire? Certamente la signora Maria ha tantissimi ricordi e ancora tantissima energia nel raccontarli a una come me, che deve appena entrare nel mondo del lavoro. Beh, devo dire che, senz’altro, una pulce nell’orecchio mi è arrivata. Mi sorge spontanea la domanda: e come funziona oggi? Come è la situazione della donna moderna? Che lavoro fa mia madre? Che lavoro farò io?

Proviamo a dare una prima risposta a queste domande…

Le donne di oggi hanno la fortuna di vivere in un mondo più libero e molto più cosciente delle capacità del cosiddetto «sesso debole»

(altroché debole, ve lo dico io!).

Siccome non ci sono più grandi differenze tra i sessi, come c’erano una volta, le donne moderne fanno veramente di tutto: sono poliziotte, manager, chirurghe, ministre. Sembrano strani tutti questi nomi al femminile, eh? Eppure esistono. Nelle grammatiche aggiornate.

Per fare un paragone con la prima parte di questo tema e i tempi della signora Maria, vi dico questo: se una volta le donne sedevano per ore in fabbrica, a produrre sigari, oggidì le potete trovare in qualche ufficio di lusso, sedute comode in una poltrona di pelle, a fumarsi un sigaro e decidere le sorti di qualche grande impresa, magari anche multinazionale!

Anch’io vorrei fare un lavoro importante, prestigioso. Il mio sogno nel cassetto è di laurearmi in Diplomazia politica. Sono sicura di farcela, soprattutto perché sono una giovane donna ambiziosa e penso che oggidì per noi donne non ci siano più confini. La società è progredita, le menti si sono aperte e possiamo farcela benissimo, anche noi donne!


 

3    

motto Nini 88             2 ° classe            ANITA PRIBANIC'

 Scuola Media Superiore Italiana - Fiume

 

Come in tutto il mondo, anche nella mia città, Fiume, le donne hanno sempre lavorato. Ovviamente, i tempi di oggi non sono più quelli di una volta, e così nemmeno i lavori svolti dalle donne moderne non sono uguali a quelli di tanti anni fa.

Comunque sia, io ho deciso di raccontarvi di un lavoro caratteristico non soltanto per la Fiume di una volta, ma soprattutto per la mia famiglia: il lavoro di sartoria. Devo dire che si tratta di un’attività che viene apprezzata moltissimo anche oggidì, nonostante il fatto che sia in fase di estinzione.

Il lavoro di sartoria è praticato ancora oggi da mia nonna, una donna instancabile, che in maniera frenetica cerca sempre di cucire più capi contemporaneamente.

Mi racconta che, poco meni di un secolo fa, in ogni angolo della nostra città c’erano delle sartorie, e che ogni donna aveva in casa la macchina da cucire, considerata assolutamente indispensabile. Mia nonna ha imparato il mestiere da sua madre; sua madre dalla nonna, e così via per almeno cinque generazioni. Ancora da giovane, mia nonna si guadagnava da vivere facendo la sarta. Dopo un po’ di pratica, ha inaugurato una propria attività privata aprendo un piccolo negozio. Così ha cominciato a cucire veri e propri capi di abbigliamento, da quelli semplici (come i maglioni e le camicie) a quelli un po’ più complicati (come gli abiti da sera). Molto presto le signore del quartiere si sono rese conto della bravura di mia nonna, dell’abilità con la quale faceva scorrere l’ago e il filo sulla stoffa, e hanno così deciso di diventare sue clienti fisse.

La situazione però non era così semplice: la concorrenza era tanta, le sarte erano numerose e bisognava imporsi con la qualità del lavoro eseguito e i prezzi convenienti. Mia nonna, in questo, era una campionessa!

Le sue clienti erano tante e di tutti i tipi e status sociali: da donne comuni, del quartiere, vicine di casa, fino a signore e dame, figlie e mogli di noti uomini d’affari della nostra città.

Oltre a queste piccole, a Fiume esistevano anche delle grandi sartorie, che producevano abiti “firmati” e dove la clientela era fatta di persone benestanti, che potevano permettersi di spendere qualche soldo in più.

Purtroppo, oggidì la situazione è cambiata. È difficile trovare in giro delle sarte brave. I capi di abbigliamento vengono nella stragrande maggioranza dei casi importati dall’estero. Comunque sia, ci sono delle sarte che riescono a «sopravvivere» anche oggi! Una di esse è mia nonna Livia, quella dell’inizio di questo tema. Proprio adesso, mentre io sto scrivendo,lei «combatte» con la seta di un elegantissimo abito da sera…


 

4   

motto Paltarize                    2 ° classe            KRISTINA BLECICH

 Scuola Media Superiore Italiana - Fiume

 

            Il ruolo che la donna ha ricoperto nella società è stato, da sempre, un ruolo molto importante. Basti pensare al periodo del matriarcato. Anche quando si è passati al patriarcato la donna ha continuato a reggere tre angoli e molto spesso  anche il quarto, della casa. Non mi soffermerò a parlare dell'importanza  che Madre Natura ha assegnato ala donna: quella di genitrice e di mamma perché questo è un argomento  che meriterebbe essere trattato a sé. Ad ogni modo la donna, oltre a svolgere le attività che le sono più congeniali: cura della casa, dei figli, della famiglia in genere, attività di vitale importanza anche per la società, ha lavorato spesso anche fuori casa per dare il suo apporto al bilancio familiare e migliorare così il tenore di vita di tutta la famiglia. Nella vita la donna , molto spesso, ha dovuto affrontare situazioni particolari, situazioni difficili specialmente durante i travagliati periodi di guerra, di disoccupazione, di tragedie varie che hanno costellato  da sempre la via in questo nostro tormentato pianeta.

Non voglio riandare molto indietro nel tempo anche perché non saprei raccontare qualcosa di importante. Mi soffermerò a parlare di quanto mi viene raccontato dai nonni sul lavoro delle donne nella nostra città. È doveroso ricordare che nella seconda metà dell''800, Fiume stava vivendo il suo boom economico in virtù dello sviluppo del porto, della marineria, dell'industria e , in genere, dell'economia cittadina: fabbriche, fabbrichette, botteghe artigianali pullulavano un po' dovunque. In esse era impiegata soprattutto manodopera maschile. C'erano però fabbriche in cui prevaleva la manodopera femminile. Una, in particolare, era la "Manifattura Tabacchi" che sorgeva di fronte all'odierna stazione ferroviaria e che ha aperto i battenti nel lontano 1851 per poi ingrandirsi e prosperare sempre più. Il personale di questa fabbrica era costituito nella stragrande maggioranza da donne. Perché  da donne? Perché per la confezione di sigarette e sigari, che veniva svolta a mano. Ci voleva un tocco leggero, delicato. Gli uomini erano addetti alle macchine a alla manutenzione  delle stesse. Negli anni di massima produzione si era arrivati fino a 2200 tabacchine o "paltarize" come venivano chiamate in dialetto fiumano (da - appaltin- altra parola fiumana che significa : rivendita tabacchi ). Era un lavoro che teneva lontane da casa per ben otto - nove ore le donne e per sei giorni alla settimana. Alla sera, al ritorno a casa, bisognava rimboccarsi un'altra volta le maniche ed affrontare i lavori domestici.

Altrettanto va detto per  le operaie della "fabbrica di cioccolata" ubicata in via Santa Entrata, oggi Zvonimirova. Nelle industrie meccaniche la presenza femminile era minima, le donne che vi lavoravano erano per lo più impiegate negli uffici. Il loro numero era comunque esiguo perché l'amministrazione…. Non era quella di oggi. Per portare un esempio concreto citerò quello del silurificio Whitehead: nell'ufficio paghe lavorava una sola ragioniera, la signorina Urban, che calcolava gli stipendi e le paghe di circa 1500 dipendenti, non solo, ma tutto  veniva fatto e regolato senza ritardi… e senza errori! L'artigianato era pure molto sviluppato . Nelle sartorie lavoravano in prevalenza donne. Cominciavano già a tredici, quattordici anni come apprendiste e poi, imparato il mestiere , continuavano e lavorare nelle sartorie o si dedicavano al lavoro a domicilio.

Anche il lavoro di commesso, parrucchiere, modista era svolto quasi esclusivamente da donne. Negli asili, nelle scuole soprattutto elementari, il personale era quasi completamente femminile. Poche erano invece le donne medico, avvocato o giudice.

Le donne fiumane, operose lavoratrici, brave casalinghe, nutrivano un forte amore per la loro città e lo dimostrarono quando nel 1890, la Torre Civica  era rimasta priva dell'aquila a causa del restauro della cupola. Restaurata e completata la cupola, l'aquila non ritornava al suo posto, probabilmente per speculazioni politiche. Così nell'aprile 1906 un comitato di signore fiumane, raccolto l'obolo fra tutte le donne di Fiume, offriva al Municipio l'Aquila . Nell'accompagnare l'offerta scrivevano: "Desideriamo che l'emblema civico rioccupi il suo posto e dall'alto di quello storico nostro edificio ricordi ai fiumani l'amore e il culto del luogo natio".

Oggi le donne occupano posti di lavoro in tutti i settori dell'industria , dell'artigianato, dell'amministrazione comunale, in genere in tutti i campi dell'economia cittadina, nonché della cultura della sanità , della giustizia. L'emancipazione della donna ha fatto passi da gigante , in particolare nella seconda metà del secolo scorso. La donna , oggi, non solo non è inferiore all'uomo per capacità, senso del dovere ma addirittura, in moltissimi casi, lo supera.

Occupa posti di responsabilità in varie istituzioni e si può dire che non c'è istituzione in cui non ci sia presenza femminile. A Fiume abbiamo moltissimi esempi di quanto la donna conti nell'attuale società. Nelle istituzioni scolastiche la maggior parte dle personale docente è formato da donne. Negli ospedali, negli ambulatori medici, una gran parte di operatori sanitari sono donne. La donna si è fatta onore anche nelle aule di giustizia, cosicché a donne giudice vengono affidati processi difficili e delicati. La presenza femminile si nota pure nelle fabbriche e sono moltissime le donne che svolgono quei lavori che fino a non molti anni fa erano peculiarità degli uomini. Nell'edilizia troviamo donne geometre, architetto.

La donna di oggi, sia lavori come venditrice, impiegata, insegnante, professore, medico ecc. è una persona socialmente impegnata , attiva, capace e responsabile. Non si deve dimenticare che la donna è anche moglie e madre e, terminato il lavoro fuori casa, una volta ritornata fra le pareti domestiche , deve affrontare tutta una serie di faccende e di problemi di quotidiana amministrazione che i familiari richiedono da lei. Perché senza di lei come potrebbero funzionare i figlioli e i mariti?


 

5  

motto Tabacchina                       2° classe              LORNA MATTIAS

 Scuola Media Superiore Italiana - Fiume

 

In questo secolo la condizione femminile ha subito dei mutamenti essenziali. Tante donne morivano per le conseguenze del parto, oggi questa possibilità è praticamente azzerata .

All'inizio del secolo una bambina avrebbe frequentato a malapena le scuole elementari. Divenuta adulta non avrebbe potuto votare e avrebbe avuto bisogno dell'autorizzazione del marito per gestire i suoi beni. Attualmente nei paesi del terzo mondo le bambine non possono ancora accedere a un'istruzione, provvedono al sostentamento della famiglia con lavori umili e faticosi, sono considerate, a volte, merce di scambio.

            Alle nostre latitudini, sebbene la realtà sia completamente differente da quella dei paesi poveri, le donne subiscono ancora delle discriminazioni, infatti , tra i poveri, gli sfruttati e gli analfabeti le donne sono in maggioranza. Nel lavoro, la differenza dei salari è forse la discriminazione più evidente, ma non l'unica. Alle donne spettano spesso i compiti più ripetitivi e meno qualificanti, così quando si tratta di assumere dei ruoli con più responsabilità non hanno le "qualifiche" adeguate.

          Nelle formazioni, vi sono dei tradizionali modelli formativi per la donna che sono volti  a perpetuarne una posizione subordinata e svalorizzata sia sul piano economico, che culturale e sociale. Spesso lavorano a tempo parziale, per conciliare lavoro e famiglia, lavorare a tempo parziale è faticoso e la percentuale retribuita spesso non è quella effettiva. Non è affiancata da strutture adeguate, la maternità non è considerata come un valore sociale ma come un temibile destino. Quando lavora, se i figli si ammalano, è un pasticcio se nelle vicinanze non ci sono i nonni o una vicina gentile.

                 Se si passa dal mondo del lavoro retribuito , al lavoro domestico, la ripartizione delle responsabilità si ribalta improvvisamente : la donna resta sempre l'indiscussa reginetta delle pulizie, del bucato, della spesa, dei fornelli e dei  pannolini. Anche nelle classi superiori, se durante gli studi ci si dividevano le mansioni domestiche, dopo il matrimonio, i figli e la cura della casa sono quasi esclusivamente sulle spalle della donna, anche se lavora come suo marito. E questo in tutte le stratificazioni sociali, anzi quasi peggio se il lavoro non è una necessità finanziaria ma una realizzazione personale.[3]

                 Le donne hanno da sempre svolto una pluralità di mansioni, non solo una accanto all'altra o una dopo l'altra ma spesso contemporaneamente e combinandole sistematicamente tra loro, dando prova di grande flessibilità ed adattabilità, ma subendo come conseguenza un sovraccarico di lavoro da un punto di vista materiale e psicologico e la mancata "specializzazione" nelle attività più riconosciute socialmente ed economicamente . Pertanto, leggendo la storia dei lavori femminili si deve sempre tener conto del lavoro svolto complessivamente dalle donne in vari ambiti e nell'assunzione dei diversi ruoli e nello stesso tempo considerarne e i mutamenti, i progressi e i regressi, le conquiste sociali ed economiche e le pesanti sconfitte.

                 Ad esempio , all'inizio del secolo scorso, la manifattura tabacchi era una fabbrica quasi esclusivamente femminile. Le "tabacchine" erano considerate privilegiate rispetto alle operaie delle altre fabbriche, perché essendo una fabbrica di stato avevano qualche garanzia in più del posto di lavoro. Oltre allo stipendio più alto, avevano un asilo nido gestito dalle suore vicino alla fabbrica dove lasciavano i bambini che andavano ad allattare nell'intervallo.

                 Dai giornali dell'epoca 1904-1914 venivano descritte in modi idversi a seconda dell'ideologia. C'erano giornali di matrice operaia che esaltavano le lotte delle "tabacchine" descrivendole come eroine, mentre altri le criticavano perché andavano in giro con calze di seta e non  capivano i perché dello sciopero.

                 Le "tabacchine" avevano formato una lega ed erano molto combattive nel voler migliorare le  proprie condizioni di lavoro e , soprattutto ,di salute: lavoravano a cottimo, 2 sigari al minuto e le più brave ne facevano 1200 al giorno, era un lavoro molto pesante e nocivo. Preparavano una lista con le loro richieste e la facevano  vedere alla direzione. C'erano vari reparti, quelli dove facevano le sigarette a macchina e altri dove producevano i sigari a mano: lavoravano circa 800 operaie in grandi stanzoni e nei reparti di tabacco da fiuto, questi erano i più nocivi, le operaie prendevano 1 soldo in più e avevano anche il latte per disintossicarsi: Le sigaraie lavoravano sempre sedute con gesti velocissimi, sempre sotto controllo. Non potevano alzarsi o bere l'acqua che avrebbe potuto rovinare il sigaro. Lavoravano in locali caldi e umidi, si gonfiavano i piedi, all'uscita dovevano mettere un paio di scarpe più grandi.

                 Per cantare dovevano chiedere il permesso, che veniva concesso solo durante le feste di Natale e Pasqua. Questo era  considerato un lavoro esclusivamente femminile, venivano selezionate le più brave e qualcuna non sopportava l'odore del tabacco, sveniva e non ce la faceva a quel ritmo , ma venivano aiutate dalle compagne più brave. All'uscita di fabbrica venivano perquisite ma ogni tanto veniva anche visitata da un'ostetrica per paura di furti di tabacco. È stata fatta un'inchiesta per capire come mai le "tabacchine" avessero più figli di altre operaie delle altre fabbriche, si scoprì che il tabacco stimolava la fertilità, ma alla fine non era tutto vero.

                 Con le lotte sindacali erano riuscite ad ottenere periodi retribuiti per la maternità, perché i primi anni qualcuna partoriva in fabbrica per non perdere i soldi del lavoro a cottimo. La donna che lavorava fuori casa e che disponeva di soldi propri era considerata poco seria per la promiscuità della fabbrica e c'erano anche dei controlli da parte dei capi fabbrica sulla moralità delle stesse "tabacchine".[4]

                 L'organizzazione del lavoro , la rivoluzione industriale, le ristrutturazioni, la nascita delle società dei servizi sono alcun dei principali mutamenti economici che hanno pesantemente influenzato il lavoro umano ma anche le condizioni di vita complessive delle donne. Le donne ne sono state investite in pieno e davanti ad ogni fase storica hanno dovuto riadattare non solo modalità produttive ma anche strategie di gestione familiare, di rapporti sociali, domestici e personali.

                 Sempre più donne oggi entrano nel mercato del lavoro, perché rispondono ad una loro necessità di identità e anche ad una necessità economica. Contemporaneamente sempre più aziende richiedono donne perché c'è bisogno del loro lavoro. Ma tra queste due esigenze c'è un piccolo problema perché le donne per lavorare bene devono avere dei supporti da parte dei datori di lavoro. 

                 Le condizioni delle giovani donne si sono fatte molto difficili: per una donna che entra nel mercato del lavoro tra i 30 e 40 anni o fa carriera o fa un figlio. In 10 anni deve fare le due cose assieme. Ed è la società che deve rispondere a questa contraddizione: non è un affare privato delle donne, non è una questione di parte, è una questione di partecipazione sociale e di democrazia. Orari flessibili e part-time non vanno concessi solo alle donne, e poi in particolare a quelle meno qualificate e professionalizzate, perché va a finire che mettiamo le donne in una specie di ghetto e facciamo fare carriera solo agli uomini. Invece le donne devono essere messe nelle condizioni di occuparsi della famiglia, ma anche di poter fare carriera.

                 Purtroppo non si intravede ancora una soluzione definitiva. Ci si interroga  quotidianamente sul basso indice di natalità dei paesi sviluppati, le giovani famiglie in genere non superano i tre membri. Come pretendere un aumento della popolazione se le madri riescono a malapena a conciliare gli impegni lavorativi con un unico figlio? Poi accade sempre più spesso che le donne si decidano a partorire in età Avanzata, "all'ultimo momento", quando hanno già ottenuto il massimo in campo professionale e l'orologio biologico sta ticchettando energicamente… Rimane il fatto che si discuterà ancora a lungo del problema donne - lavoro-  famiglia.


 

6

motto Grande forido                3 ° classe             KORINA VUCETIC'

 Comunità Italiana di Zara

 

2 PREMIO - ex aequo Concorso Associazione Dalmati Italiani nel mondo

 

Motivazione: apprezzabile la volontà di Korina di scrivere in italiano e di esprimere in questa lingua i propri sentimenti sul tema proposto del lavoro delle donne. Sotto la dura scorza della difficoltà linguistica si intravede un forte sentimento di amore per la famiglia e di compassione per il duro e  gravoso lavoro a cui da sempre sono state assegnate le donne in ogni contrada. Il tutto è detto con spontaneità riecheggiando esperienze di vita vissuta direttamente.

 

Cara zia Zora, in grande forido. Mia mamma mi raccontò quando ero ancora piccolina che sei partita per America quando lei aveva appena 7 anni. Dice :"In quel tempo il confine si passava illegalmente, senza il passaporto attraverso Roma. " 40 anni fa dunque 1962, lasciai i genitori, Zara, Croatia e sei partita nel mondo lontano e sconosciuto. Le tue prime lettere erano piene di nostalgia, piene di amarezza causata della vita difficile che portava l'estero. Il tuo primo lavoro era in albergo di un emigrante Croato. Facevi la lavandaia. Li ti sei ammalata molto giovane. Mi ricordo della nonna che piangeva leggendo le tue lettere. La vita non ha risparmiato nemmeno la mia mamma. Ha  dovuto in caricarsi le cose domestiche e la cura per i fratelli già da 12 anni. "È invecchiata presto" - dice.

 

Ti ho conosciuto  alcuni anni fa e mi sono stupita come ti hanno sorpreso i cambiamenti in Croatia, a Zara. Ci hai portato il DVD player nel tempo quando qui si sapeva soltanto del video. Ti meravigliavi come la mamma riusciva  a lavorare fino alle 15, e a parte questo ordinare il giardino, la casa e occuparsi di noi.

Tutto questo mi ha fatto pensare della donna d'oggi. Anche il Santo Padre ha detto che il mondo sarebbe molto più felice se l'osservassimo con gli occhi della donna. Perché? Perché le donne hanno la sua posizione nel matrimonio, nella vita, nella politica… e pensano spesso con l'anima e non solo con la ragione.

Talvolta è difficile a giungere la professione della donna dottoressa o judice con l'obligi che le sono principalmente  dedicati, la maternità, cose domestiche… Ecco, per esempio la sindaca di Zara, ha 4 figli, e brava sindaca e suppongo anche la brava mamma. Una nostra ministra ha cominciato di lavorare subito dopo il parto, la portavano il bimbo all'allattamento all'ufficio. Questo non può esser stato facile.

E che succede con le donne in campagna? Una volta lavoro della donna, la tua mamma per esempio era esclusivamente casalinga, e le donne d'oggi sono in campo ai volanti dei trattori.

In effetto - la vita è difficile. I politici parlano dei studi gratuiti e io invece so che Matia studia farmacia a Zagabria e paga la pigione dei soldi che zio Milan guadagnò dopo di aver venduto quel pezzo di terra vicino al mare. Lui e la zia sono disoccupati dopo il fallimento della " Vinilplastica" . La zia perlustra e le trombe delle scale e le pulisce per avere spicciolo. Cara zia Zora non so se così anche da voi in quel mondo lontano. La nostra TV trasmette le scene glamurose delle capitali del mondo. La donna è spesso nel centro dell'attenzione. Però non quella donna semplice, privata della ternura dei genitori che ha dovuto dedicarsi alla famiglia , ai suoi  figli e con molto sforzo insegnargli la lingua materna.Questa stella dei genitori ha dato il senso alla tua e anche alla mia vita, cara mia zia.


 

7         

motto Da Zara 1             4 ° classe            MELITA NENADIC'

 Comunità Italiana di Zara

 

2 PREMIO - ex aequo Concorso Associazione Dalmati Italiani nel mondo

 

Motivazione: simpatico quadretto famigliare  di un tempo rispecchiato in uno analogo di oggi. Sembra di capire che Melita apprezzi di più il buon tempo antico quando gli affetti familiari e la vita in comune prevalevano sugli egoismi degli individui.  E' originale come impostazione cogliendo un aspetto del lavoro delle donne di ieri e di oggi ma non affronta  interamente il tema proposto. Pure rilevando la scarsa abitudine all'uso della lingua italiana che appesantisce la forma, il contenuto è pienamente fruibile dal lettore.

 

 

Il tempo è bello ed il sole illumina la casa nel sobborgo di Londra. I bambini giocano nel cortile mentre il babbo ripara la bicicletta della bimba. E Lei gode il canto degli uccelli mentre mette i panni ad asciugare." Mamma, non posso trovare Lisa! Digliela di venire qua, non posso cercarla più, sono troppo stanco!"

"Lisa , vieni. Io so che tu sei la più brava, ma è l'ora di pranzo." Lisa si disimpaccia sotto un cespuglio. "Eccomi qua. Mario , vedi che sono più brava di te."

"Non mi interessa " dice Mario offeso ed entra in casa. "Vieni anche tu marito mio, andiamo a mangiare."Tutti quattro mangiano la pasta che è la più buona pasta , Lai la sempre fa per la sua famiglia. "E allora, andiamo a fare un picnic domani?" chiede il babbo.

I bambini sono pazzi di gioia. "Si, si!"

"Ma certo, non ci siamo stati da molto tempo. Farò i panini col prosciutto e formaggio. E tu, marito mio, finisci di riparare la bicicletta di Lisa, per favore. Altrimenti non possiamo andarcene." - "Si babbo, sbrigati. Non voglio restarmene a casa"

"Ma certo che lo faccio. Non ti preoccupare cara mia." E le dà un bacio sulla fronte.- "Io voglio che Rocky vada con noi. Non può restare a casa da solo!"

dice Mario con molta speranza.

"Va bene, ma allora tu devi stare attento che non ci mangi tutti panini, com'è successo l'altra volta." Dice Lei con rabbia falsa. Lo guarda con amore, pensando com'è fortunata di avere una famiglia così.

"Dai Lisa mangia ancora un po', che posso lavare queste stoviglie. Ho molto da fare oggi se andiamo al picnic domani."

Dopo aver detto questo, si rende conto che davvero ha molto da fare; aspettare che i panni si asciughino e nel frattempo mettere a posto la casa, pulire la polvere e dopo stirare i panni… Mamma mia, pensa, questa è tutta la mia giornata d'oggi…Si getta al lavoro, Mario legge una fiaba a Lisa e il babbo ritorna alla bicicletta.

 

50 anni dopo

Il tempo è bello e il sole illumina la casa del sobborgo di Londra. I bambini guardano la televisione mentre il babbo lavora nella sua camera, la quale ha trasformato in un ufficio. Telefona con un cliente molto importante.

Lei arriva dal lavoro nella sua macchina che parcheggia nella garage.Apre il portapacco che è pieno di sacchetti con il cibo che si prepara velocemente, o nella microwave. "Bambini, venite qua e mi aiutate!"

"Ma mamma, c'è un film alla televisione" mormora Mario ma nonostante viene. Portano i sacchetti in cucina. Il pranzo è fra poco pronto e quando è tutto sul tavolo, li chiama. Mangiano in silenzio, ognuno pensa ai lavori suoi.

"Domani vado al viaggio" dice il marito a Lei. - "Possiamo andare Lisa e io?" chiede Mario con un sguardo pieno di speranza.

"Ma no, io vado per causa di lavoro. Devo andare da solo." Lisa e Mario, delusi, proseguono di mangiare i spaghetti.

"Moglie, per favore, mi metti i panni nella valigia? Io dopo pranzo di nuovo scappo nel ufficio per prendere i documenti che mi servono domani."

"Eh, va ben allora…." Non troppo entusiastica risponde Lei. Mangiano. Ognuno pensa ai lavori suoi.

Dopo il pranzo, Lisa va a giocare i giochi sul computer, Mario gioca al PlayStation.

Lei mette le stoviglie nella lava stoviglie. Mentre aspetta che la lavatrice asciughi i panni, chiama il capoufficio per dare l'appuntamento di domani. Dopo aver stirato i panni, il sole è già al tramonto , è stanca e le da fastidio la musica che si sente in tutta la casa. Va a dormire per scappare dal rumore.

Gode il canto degli uccelli da sola in camera sua e si addormenta.


 

8  

motto Amore                 1 ° classe             MARTINA BARICEVIC'

Scuola Media Superiore Italiana - Fiume

 

1° PREMIO Concorso Mailing List Histria Scuole Medie Superiori Italiane:

 

Motivazione: è un tema scritto con il cuore, l'autrice ha scavato con uno spirito di partecipazione il duro lavoro delle nostre ave, gli usi e i costumi di un tempo, dando un'immagine della donna nel suo vero ruolo. Questo tema scritto in dialetto esprime i  veri  valori delle donne:  ne fa emergere i sentimenti, le privazioni, il coraggio, l'orgoglio e la loro inesauribile voglia di essere.

 

 

Le done fiumane de ieri, le nostre none e bisnone una volta si che le sgobava. Le doveva eser done fisicamente forti per tanti sforzi fisici, e per questo le moriva anche tropo giovani.

La dona de ieri, la nostra bisnona o nona la ne guarda de una foto bianco e nera, ingialida, sempre in una veste lunga e nera, col marito a fianco, austero, con bafi e coleto inamidido. El "capo de famiglia". Vicin de lui una dona con i oci seri, sei fioi atorno, e con una facia che dise - facemo presto perche go a casa ancora molto de far.

La doveva far tuti i lavori de casa, sopresar con la pesante sopresa a carbon, lavar la roba o far la liscia - col savon e la cenere, opur lavar la roba sula tavola e slavazarla nel mastel, e seci e seci de acqa per slavazar opur portar tuto nei lavatoi a Scoieto, cusinar nele grandi pignate de aluminio col fondo nero e incrostado perchè le stava sul spacher, lavar montagne de piati e pignati, farghe el bagno ai fioi nei mastei, lavar le tavole de pertera con la soda, cusir, repezar e perfin ricamar, insoma eser la "serva de tuti". Eser sempre a casa a disposizion dela famiglia e parenti, con un lavor duro e ingrato.

Ma sempre a ela se se rivolgeva tuti - per un dolor, per un consiglio, per un baso o un soriso. La gaveva sempre una bona parola, tempo per le brige altrui, la te prendeva in bracio e la te cantava una canzon pian, pian.

E ancora non iera basta! Non bastava tenir i tre cantoni dela casa, ma bisognava lavorar anche fora - le faceva le tabachine, le balie, le lavandaie, le mlecarize, le veniva dei paesi per far le serve dele signore benestanti, e quele piu colte le lavorava come comese, in merceria, in comestibili, ecc.

E solo el bon Dio sa quanto era duro tuto questo e quanta era la stancheza, el ramarico talvolta per la vita dura e i pochi soldi, quante ofese, incomprensioni e parole dure le ga dovu ingoiar senza che nesun lo ga mai nianche sapudo.

Xe rimasto solo fra de lore e l'onipotente, e xe stado solo un sofio nele preghiere sotovoce nela cesa, cercando solievo e riposo la domenica. In cesa se sentiva invece solo le loro voci ciare, sotili e feminili, riunide ale voci dele loro famiglie e seguite dai oci pieni de amor dei loro fioi.

Poi xe venudi i tempi dele "compagne". Done con parita de diriti, con abiti maschili, fumatrici, impiegate nei ufici, operaie nele fabriche, done che caminava spala a spala con i omini. Solo piu lavor! Non bastava piu el ruolo de casalinga. La dona xe uscida fora del fogoler domestico. Ma pur sempre faceva capolino el suo toco feminile, sempre un pochetin d'eleganza, un merleto, un profumo, una bela petinatura, un puntapeto, i fioi neti e petinadi che la ghe faceva una careza.

Ogi la dona la ga trovado se stesa, non la xe piu ne "l'ultima roda del caro" ne vitima del regime. La xe una dona dirita, fiera, curada, ben vestida, trucada, che ariva a far le facende de casa, eser dona de cariera, aver cura dela famiglia e la cerca de dar una miglior educazion ai propri fioi.

Pero la xe pur sempre la dona che la se sacrifica, e lo sa i muri, i ufici, i diari, i computer, le noti in bianco, e anche ogi molte le piange in silenzio de note - per poter far quadrar tuto. Ma non le ga mai perso la grinta, la tenereza, la feminilita, l'amor per la sua famiglia, per la vita che le xe destinade a portar e a dar - sempre le tira avanti.

Le xe sempre le tenere madri, e le dolci mogli, afidabili compagne de divertimenti e lavoro - le done dei tre cantoni e del quarto che le sostien.

Le done fiumane con la canzon sui labri, le done che le trasmete col late materno la tradizion e la parola fiumana ai loro fioi.

E quei oci teneri dele nostre none, quei complici dele nostre sorele e quei afetuosi dela madre i xe sempre del color del amor puro.


  

motto D Barbar                     1° classe             DENI BRAJKOVIC'

Scuola Media Superiore Italiana - Fiume

 

De dove incominciar??

Povere done!Tuta la vita el lavor per le done xe al primo posto, ma el lavor per i propri fioi e per la famiglia.

Anche per scriver questo tema dovevo cercar un picolo aiutin de una dona,de la mia nona, ela se ricorda, o spero che la se ricorda come una volta vivevano le done.

E così son anda`da ela far una ciacolada.Co la ga sentì

de che tema se trata, la ga deto come anche mi «povere done» e con un poco de emozion la me ga incomincia` contar qualcosa dela sua mama e dela sua nona.

Tute due le era, logico, casalinghe e le cusinava, le lavava la roba a man,Perche`rare done quela volta lavorava fora casa,piu`de tuto le era tabachine,e nei dintorni mlecarize.

La mia bisnona era anche sarta e la cusiva per la sua famiglia e per qualche vicina.In quei tempi de miseria e de vita semplice la mia nona era contenta dei vestiti che la mama ge faceva anche de roba vecia.

Le done se rangiava con tuto: de coprileti de filo le guciava le calze,de lana le guciava calze calde, maie, guanti, barete,le faceva zavate con la siola de tela e la «peturina» de tocheti de veluto.

La roba, le done una volta le doveva andar lavar in corente in Mlaka o a casa in grandi mastei e le doperava molto «oio de gomito».Per tuti i lavori de casa non ghe era nesuna machina.

Ogi in tuti i posti se va con i auti e poco se camina, ma una volta tuto se andava a piedi, in bagno, a scola,e in tuti i altri posti,perfin le done istriane,e tra queste la mama del nono le vegniva a piedi de Istria a Fiume per comerciar con quel poco che le gaveva o per servir nele case riche.

Le done sia nei veci tempi che ogi, come mi go capì, le lavora molto e le se dedica ai fioi e ala famiglia. Anche se ogi xe tante machine che le aiuta nei lavori ma anche adeso non ghe xe tanto più facile perche` le lavora nele fabriche, nei ufici, ecc...Ma lo steso co le vien a casa stanche le speta i lavori domestici, e come la mia nona diria :»non xe proprio molti i mariti che le aiuta in casa.......»

Cosa ve par? Go ragion o no?

Pensa ti, mio computer che te toca scriver robe del'epoca che nanche non ti esistevi!!!!!!!


 

10 

motto Donna             1 ° classe             KATJA SCHIULAZ

 Scuola Media Superiore Italiana " Pietro Coppo " - Isola d'Istria

 

Credo che il mondo di un tempo sia stato molto diverso da quello di oggi. L’uomo di oggi si è modernizzato: infatti, ha inventato tantissime cose nuove come la lavatrice, la macchina da cucire, l’automobile,... per non parlare di altri ambiti... Se il mondo è cambiato tantissimo è cambiato anche il lavoro delle donne.

Ho sempre desiderato ritornare un po’ indietro nel tempo per poter vivere e vedere, almeno per un giorno, ciò che facevamo per esempio le mie nonne o, meglio ancora, le mie bisnonne. Purtroppo, non ho molta conoscenza sul lavoro delle donne di ieri poiché non ho avuto la possibilità di farmi raccontare niente a viva voce dalle mie due nonne che, ahime, sono mancate troppo presto. Però, a volte, la mia mamma mi racconta qualcosa e così proverò a mettere su carta quanto ricordo.

Una volta, fino a una quarantina di anni fa circa, il lavoro principale delle donne era di accudire i propri figli e gestire la casa. Infatti, un marito ed una moglie avevano anche più di dieci figli, cosa che oggi costituirebbe un guinnes dei primati. Mi riferisco al tipo di famiglie patriarcali prevalenti come istituzione in gran parte dell’Istria, eccezioni fatta forse per le città.Allora i figli erano una ricchezza, poiché costituivano la forza-lavoro. Più figli si aveva e più si veniva aiutati specialmente nel lavoro dei campi.

La donna aveva un ruolo primario. Se non ci fosse stata la donna, chi avrebbe preparato da mangiare, chi avrebbe lavato i panni al ruscello, mentre l’uomo stava nei campi? A prescindere dal fatto che doveva accudire i figli, la donna aveva un altro compito importantissimo. Dopo essersi alzata al mattino molto presto, verso le quattro (allora non c’erano gli orologi), doveva preparare da mangiare. Non cucinava la pizza, le patatine fritte con l’hamburger, cucinava minestre, anzi minestroni. Infatti, non avevano pentole ma pentoloni enormi, poiché, spesso la famiglia era costituita anche da altri familiari.

Mia nonna ad esempio, doveva cucinare in pentolone che conteneva circa dieci litri d’acqua. Tutto doveva essere pronto entro antro le dieci del mattino, perché quando mio nonno rientrava dal lavoro dei campi, voleva trovare il tavolo imbandito. Quando mia nonna preparava la polenta, non comperava la farina già pronta, ma andava prima a macinare il grano. Me lo ricordo ancora, perché a volte ci andavamo assieme. Ero piccola, ma ricordo ancora quanto fosse faticoso per lei.

C’era una pietra enorme dalla forma circolare con al centro un buco per mettervi il grano. All’estremità della pietra c’era un bastone messo verticalmente e fissato al soffitto. Bisognava afferrare il bastone e girare circolarmente di modo che il grano messo al centro precedentemente, veniva macinato da questa pietra pesante e la farina usciva attorno alla ruota. La farina raccolta in un contenitore era pronta per fare la polenta.Era un lavoro molto faticoso e bisognava avere molta forza nelle braccia, ma mia nonna ha sempre preferito farla lei la farina che comperarla.

Ricordo che mia madre raccontava che a quei tempi era solito avere anche tante “bestie”, cioè animali domestici come galline, conigli, maiali, mucche... Tanti miei parenti come nonni, bisnonni, zii di secondo grado ne avevamo. Naturalmente, anche questo era un lavoro che aspettava alle donne, almeno nelle donne del passato della mia famiglia dai miei antenati era solito così.

La mattina presto, al pomeriggio e alla sera le donne, cioè la mamma e a volte anche qualche figlia, andavano a dar da mangiare agli animali nelle stalle provvedendo anche alla pulizia di queste ultime. Anche questo era molto faticoso, soprattutto per ciò che riguarda i maiali, perché dovevano cucinare anche per loro. Non so di preciso cosa cucinassero, penso patate ed altre verdure del genere.

Alcune figlie avevano il compito di mungere le mucche che davano tantissimo latte e perciò bisognava mungerle anche due volte al giorno, alla mattina presto e verso sera e il farlo richiedeva molta energia fisica. Quando erano belli e grassi, i maiali venivano uccisi e di esse si ricavavano salsicce, prosciutti, pancette e niente veniva buttato. Veniva utilizzato anche il sangue per preparare la polenta, i sanguinacci, ecc. Naturalmente spettava anche il ripulire tutto, alle donne, e parte del lavoro. Alcuni compiti che avevano le figlie era quello di pulire la casa, mentre il padre ed i fratelli erano nei campi e la madre a lavare i panni nel ruscello o nel fiume. A quei tempi non c’era detersivo, perciò i panni venivano lavati con la cenere e questa veniva usata anche per lavare le stoviglie. La vita iniziava molto presto, con il canto del gallo, e finiva con il tramonto del sole. Era una vita dura e moto faticosa per le donne e, sicuramente, anche per gli uomini.

Oggi la vita delle donne si è “modernizzata” tantissimo. Si svegliano verso le sette del mattino per andare al lavoro, come gli uomini, dopo aver portato a scuola i figli. Siccome la donna oggi lavora per gran parte della giornata i figli pranzano a scuola. Oggi il tempo passa velocemente e credo che le donne non abbiano neanche più il tempo di veder crescere i propri figli. Non serve più andare al ruscello per lavare i panni, c’è la lavatrice.Non serve più cucinare ore ed ore davanti al focolare, ci sono i fornelli e basta riscaldare un cibo già confezionato o surgelato ed il gioco è fatto.Non ci sono più mucche, maiali, galline, conigli da accudire e sfamare; un uccellino in gabbia, un pesce in un acquario basta ed avanza.Insomma, la vita delle donne è proprio cambiata. Forse in meglio, forse in peggio, dipende da donna a donna. Le donne oggi guidano la macchina, una volta non salivano nemmeno in carrozza, forse se capitava, su un “mulo”.Vanno a dormire tardi dopo aver guardato le telenovele e qualche film “strappalacrime”. Un tempo non c’era né la televisione, né la radio.

Forse le donne oggi corrono troppo, non si fermano mai, anche se ci sono tanti nuovi “strumenti” che le sostituiscono nei lavori domestici. Sono troppo stressate, vivono per guadagnare e perdono, spesso, il bello della vita e della famiglia. Questa vita di oggi non da loro abbastanza spazio.Le donne dovrebbero fermarsi e pensare un po’, guardarsi un po’ attorno e cogliere attimi non solo “fuggenti”.Un tempo le donne condividevano con i figli tutti i momenti, belli e brutti. Passavano insieme tutte le giornate, oggi invece i figli non li vedono quasi più, prese come sono dalle tante preoccupazioni. Dal momento che il lavoro per le donne di oggi è spesso indispensabile poiché costituisce l’unico riferimento economico.Ma tutta questa evoluzione è davvero servita? Più che la donna lavoratrice, mi piacerebbe pensare al ruolo della donna come moglie e come madre. E tutti ne guadagnerebbero qualcosa.


 

11  

motto Evviva le donne               1 ° classe            KARIN MATIJASIC'

Scuola Media Superiore Italiana "Pietro Coppo" - Isola d'Istria

 

Quante volte, da bambini, ci è stato chiesto di disegnare la nostra famiglia? Quante volte abbiamo disegnato sul foglio bianco il papà, la mamma e noi stessi con i nostri fratelli e sorelle? Questa è sempre stata la famiglia: mamma, papà e figli, e tale rimarrà sempre, soltanto con dei cambiamenti.

Nel passato era l’uomo che portava a casa il denaro, mentre la donna si occupava dell’educazione dei figli. Era l’uomo che riceveva un’educazione per aspirare ad un lavoro più prestigioso di quello nelle campagne, anche se non sempre le condizioni economiche lo permettevano.

La donna non poteva aspirare ad un lavoro lontano da casa. Solitamente faceva la casalinga, si occupava della casa e dell’educazione dei figli. Sebbene oggi questo potesse sembrare un lavoro facile nel passato non lo era affatto. Le donne dovevano cucinare e rammendare, ma anche lavare i panni e lavorare nei campi. Nel passato, solo per poter usufruire dell’acqua, bisognava percorrere un pezzo di strada più o meno lungo. Senza contare, che dovevano aiutare i mariti nei campi, lavoro pesante e faticoso. Inoltre, tempo fa, i figli erano solitamente molto numerosi e stare dietro a tutti richiedeva non poco tempo

Oggigiorno il lavoro della casalinga è praticamente inesistente. Le donne escono di casa la mattina presto per andare a lavorare anche lontano dalla loro residenza. Se nel passato la scelta di un lavoro per la popolazione femminile era molto ristretta, oggi non è così. Non c’è più lavoro che non sia accessibile anche alle donne. I figli vengono lasciati in custodia alle baby-sitter e la comunicazione nella famiglia tende a diminuire. Ciò porta ad incomprensioni e ad eventuali future separazioni, divorzi, nuovi matrimoni. I bambini si ritrovano a dire di avere due mamme e due papà, fratelli e sorelle acquisite. Prendere le decisioni diventa più difficile, quando ci sono tanti adulti, ognuno dei quali vuole avere ragione e far valere le sue idee.

Che questa sia una conseguenza dei nuovi lavori delle donne, che dedicano più tempo alle aziende che alla famiglia? Quante persone adulte ci saranno sul foglio sul quale un bambino futuro disegnerà la sua famiglia?


 

12     

motto Il limone         4 ° classe             STELLA DEFRANZA

Scuola Media Superiore Italiana - Fiume

 

Il ruolo che la donna svolge nella famiglia è fondamentale per uno sviluppo naturale e sano dei figli che in lei vedono un modello da seguire, un caposaldo, una madre, un'amica ma anche un'autorità e una sicurezza.
Non per generalizzare ma la natura femminile è più pacata, calcolatrice, meno impulsiva e violenta di quella maschile e proprio a causa di questa mancanza (anche la mancanza di forza fisica) spesso le donne sono rimaste all'ombra dei mariti o dei padri.
E` inutile e superfluo affermare che il lavoro delle donne di oggi e` diverso da quello delle donne di una volta. Il lavoro, ormai, non e` solo una fonte di reddito, ma rappresenta una sicurezza e un'autonomia  che le donne non hanno mai avuto.
In molti casi il lavoro e` solo un modo che molte donne usano per fare carriera e per ottenere successo. Ciò comporta spesso anche una rinuncia ad avere famiglia e figli. Ciò che tutti noi oggi consideriamo una cosa «normale» probabilmente non era neanche lontanamente immaginabile 100 anni fa. All'inizio del secolo scorso ma anche prima, la donna era essenzialmente madre o moglie e come tale le spettava il compito di allevare i figli, di educarli, di svolgere le faccende domestiche e di esaudire, entro i limiti, i desideri  del marito.
In quei tempi, secondo le storie che si tramandano di madre in figlia, a Fiume compaiono le prime «tabacchine» cioè donne e ragazze che lavoravano nella fabbrica di tabacco, venivano ben pagate e per non perdere il posto di lavoro, molte rinunciavano al matrimonio e ai figli.

Le tabacchine venivano controllate severamente all'uscita dalla fabbrica perché sospettate di rubare foglie di tabacco e allora le più coraggiose lanciavano pacchetti di tabacco dalla finestra dei servizi ai mariti che li aspettavano sotto le mura. I sigari fatti in casa erano, infatti, un'altra fonte di guadagno. Furono proprio le tabacchine le prime donne a poter vantare un'autonomia e indipendenza che per secoli le donne non hanno osato mai neanche sognare.
Un altro mestiere molto praticato a Fiume e` stato quello delle sarte, camiciaie e materassaie. Il più famoso sarto da uomo «Da Roselli» si trovava in Piazza
del latte e dava lavoro ad un alto numero di camiciaie. Il negozio di biancheria da donna, invece, offriva una vasta scelta di reggiseni e busti con stecche di balena (oggi fuori uso). Siccome in quegli anni Fiume era un grande e importante porto, ma anche una città industriale, vi vivevano molte famiglie benestanti di commercianti e padroni di fabbriche che assumevano donne di servizio che si occupavano della casa e delle faccende domestiche.
La mia trisnonna, cioè la nonna della mia nonna, faceva la lavandaia per una famiglia di Sussak e veniva a lavare le lenzuola al lavatoio cittadino di Scoieto. Dopo aver fatto il bucato, caricava le pesanti lenzuola bagnate in spalla a suo figlio, all'epoca adolescente, che poi le riportava dall'altra parte del ponte dove poi sarebbero state asciugate e stirate.
E` giusto menzionare un'altra attività svolta dalle donne e che permetteva alle famiglie di sopravvivere: il contrabbando. La mia trisnonna, infatti, all'insaputa del figlio, nascondeva tra le lenzuola limoni o caffè, mentre andando da Sussak a Fiume, nascondeva cibo e tabacco. Fiume all'epoca era un porto franco e quindi tutta la merce aveva prezzi notevolmente più bassi. Un'altra mia trisnonna era una delle rare persone che aveva una macchina da cucire e sapeva fare ciabatte che poi fu costretta anche a fare a pagamento per poter pagare il debito che la famiglia aveva contratto per alzare il piano della casa. Le ciabatte erano fatte di stracci e una buona parte del lavoro veniva fatta a mano. La mia bisnonna , una donna energica e inarrestabile, non poté rassegnarsi agli stenti della miseria e nonostante sapesse a malapena leggere e scrivere, lavoro` in una panetteria dove faceva i conti e non sbagliava mai un calcolo, dalla più tenera età. Dopo la prima guerra mondiale lavoro` nella fabbrica di birra che si trovava nel «giardin pubblico» dirimpetto al Palazzo emigranti (oggi in Mlaka). La bisnonna beveva la birra perché questo era l'unico modo di resistere alla fame e al massacrante lavoro che le veniva imposto. La birra infatti e` una bevanda altamente nutriente e grazie al tasso alcolico aveva l'effetto di stordire le donne che quindi erano più rilassate e non sentivano tanto la fatica. La bisnonna quindi lavoro` fino al giorno del suo matrimonio quando inizio` ad occuparsi della casa e dei figli. Ma nemmeno allora rimaneva inerte, pure lei contrabbandava limoni che spesso nascondeva tra le vesti della mia nonna che era piccola e ignara di ciò che stava facendo. Dopo aver svolto il suo lavoro (perché anche questo e` un lavoro) di madre, all'età di cinquant'anni, quando la maggior parte delle donne di oggi si sente vecchia, la mia bisnonna ottenne un impiego in un settore dell'industria conserviera che produceva scatolame e lattine per la conservazione dei cibi.
Non ci sono parole per descrivere il sentimento che si prova a ricevere il primo stipendio. Finalmente si e` padroni di se` stessi e ci sembra di tenere tutto il mondo sul palmo della nostra mano. Questo e` una delle soddisfazioni più grandi che il lavoro offre: non per il piacere di accumulare denaro, ma proprio per la libertà di comperare qualcosa a qualcuno e dimenticare tutte le rinunce e tutte le privazioni che due guerre hanno portato con se`.
Il lavoro` sembro` portare alla bisnonna una seconda giovinezza, una vitalità e un buonumore che lei credeva aver perso.
A partire dalla mia nonna il lavoro inizia a venir considerato essenziale nella vita di ogni persona, a prescindere dal sesso. La mia nonna infatti ha fatto tutte le scuole e ha lavorato tutta la vita, fornendo un esempio anche alla mia mamma che mi ha fatto capire quante cose si celino dietro ad un, a prima vista semplice, impiego.
Il lavoro apre tutte le porte e ognuno deve sentire il bisogno di fare qualcosa di costruttivo perché la pigrizia è il più grande dei mali e un lusso che nessuna donna nella storia di Fiume, si è potuta permettere.


 

13   

motto Dalla bella ebrea          3° classe             KLAUDIA PRODAN

Scuola Media Superiore Italiana - Fiume

2° PREMIO Concorso Mailing List Histria Scuole Medie Superiori Italiane:

Motivazione: il tema inizia con le donne famose di Fiume ma la parte migliore di questo interessante lavoro è quando Klaudia parla delle donne del popolo... quelle che in un non lontano passato aiutavano la loro famiglia lavorando nella fabbrica tabacchi, e nelle tante attività della industre città quarnerina, mantenendo la loro vivace femminilità; capacità questa che Klaudia rivendica anche alle donne fiumane di oggi a cui l’emancipazione ha spalancato tutte le porte ma non ha fatto dimenticare l’orgoglio di essere donne e per di più... fiumane.

 

 

Quando sento parlare di donne famose a Fiume, mi vengono sempre in mente le sorelle Gramatica, in particolar modo la fiumana Irma. Ricordo che mio nonno, che per le donne, nonostante la sua età ben portata di ottantaquattro anni, ha da sempre  un debole, mi racconta spesso di Irma Gramatica, una bravissima attrice nata proprio qui a Fiume.

Siccome i suoi genitori erano molto legati al teatro: il padre era un suggeritore e la madre una sarta teatrale , non c'è da meravigliarsi che molto presto anche Irma sia entrata in questo mondo. Lavorò soprattutto nella compagnia di Cesare Rossi , di cui faceva parte la celebre attrice Eleonora Duse. Irma diventò famosa in particolar modo grazie al ruolo di Mila di Codro , la protagonista dell'opera dannunziana "La figlia di Jorio" , dove sostituì la Duse. Grande è il merito di Irma, che ha reso onore alla sua città nativa, facendola conoscere a livello europeo, portando oltre confine quelle che erano le tradizioni, gli usi  e i costumi di noi fiumani. Grazie al suo fascino, alla simpatia, alla bravura, ma specialmente al suo inimitabile carisma, Irma non è rimasta soltanto nei cuori dei dongiovanni , come ad esempio mio nonno, ma anche nei cuori di coloro che hanno seguito la ricchissima varietà culturale e teatrale , della quale si è sempre potuta vantare la mia città, Fiume.

Tante sono le donne storiche  che hanno segnato il passato fiumano , tutte a mio modesto parere, speciali, ma una delle più famose è certamente  Carolina Belinich, che il 3 luglio del 1813 ha impedito la devastazione di Fiume , riuscendo a convincere il capitano inglese John Leard a smettere con il bombardamento e gli incendi che ne conseguivano. Questa donna ha ricevuto il soprannome di "Carolina Fiumana" , diventando un simbolo del sacrificio, che adorna soltanto coloro che sono pronti a sacrificarsi per l'amore della propria città.

Che cosa dire delle nostre donne e dei loro lavori nel passato?

La vita che conducevano coincideva con l'emancipazione concessa dalla situazione materiale e dall'educazione. Impossibile dimenticarsi delle tabacchine dette anche "paltarize" , operose nella lavorazione del tabacco nella regia Manifattura Tabacchi.

Quest'ultima , rappresentava un considerevole stabilimento cittadino per le condizioni economiche a favore delle centinaia di operaie che impiegava. Le donne lavoravano a cottimo, al lume a gas per 10 ore al giorno. Essere tabacchine, a quei tempi, era un mestiere molto affermato, tanto che si pubblicò un settimanale popolare "La tabacchina",che usciva il sabato.

Un altro mestiere di grande rilievo era quello delle infermiere, sempre molto premurose, infatti , durante la guerra, tantissime donne seguivano un veloce corso specializzato per crocerossine, che spesso le portava al fronte sul campo di battaglia , per seguire le truppe e dare un soccorso ai soldati bisognosi.

Non era meno importante la numerosa categoria delle sarte, che operavano in 17 sartorie (senza tener conto delle private). Lavoravano pure loro a cottimo: ad esempio un'impiegata riceveva il suo stipendio in base al numero di maniche moltiplicato per il numero di giorni.

A questo mestiere si collega ovviamente quello delle modiste. Poiché già a quei tempi le donne curavano la propria immagine e seguivano quelle che erano le regole della moda in voga: così ad esempio era molto raro vedere una donna uscire di casa senza il cappello.

Naturalmente era presente quell'irrefrenabile voglia di spendere e di fare compere  e il luogo che si offriva pienamente per questo loro irremovibile desiderio e sfizio era la profumeria "Dalla bella Ebrea".

Essendo un centro urbano, Fiume aveva tante industrie: così le donne lavoravano anche nella fabbrica di cioccolata, nello zuccherificio, nelle panetterie, nella cartiera fino al '90 , come pure nei piccoli panifici e nelle pasticcerie, che erano invitanti  soprattutto per il delizioso e sempre caldo strudel di ciliegie.

Oggi, con l'incredibile sviluppo della tecnologia, con la meccanizzazione, con i progressi che di giorno in giorno si verificano in tutti i settori, è cambiata l'intera società. Le donne hanno visto una grande emancipazione, e sono subentrate in mestieri che un tempo erano considerati  tipicamente maschili. Nell'attuale situazione  si è giunti a una specie di parificazione , ed è difficile individuare un lavoro esclusivamente femminile , a parte forse nell'industria d'abbigliamento che vede protagoniste le donne per la maggior parte nei suoi diversi reparti ed uffici.

Lavorano come sarte, infermiere, fioraie, maestre, avvocati, giornaliste ecc. Credo che  qui a Fiume le donne siano escluse soltanto dalle officine meccaniche! A mio parere le donne hanno contribuito da sempre al progresso economico, culturale e sociale della nostra città, perché hanno portato avanti l 'economia, svolgendo un ruolo a dir poco indispensabile e sicuramente non marginale.  Se dovessi tracciare un'analogia che unisce le donne di ieri e quelle d'oggi, forse non la ricercherei sul piano lavorativo, visto che grazie a tante innovazioni la società si modifica, offrendo sempre più spazio alle donne. Quello che secondo me accomuna le donne fiumane di tutti i tempi è la loro inspiegabile e ineccepibile tenacia, la ferrea volontà di non mollare anche nei momenti più difficili e quella indistruttibile soddisfazione che deriva dall'orgoglio di essere donne … e per di più fiumane!


 

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motto In vino veritas              3 ° classe           ELENA BROZIC'

Scuola Media Superiore Italiana - Fiume

 

Nei secoli passati Fiume era una piccola città autonoma circondata da tutti i lati da mura. Il portale della Torre civica era l'entrata principale alla città. Davanti ad esso c'era il mare che portava merci alla città e alla cittadinanza. Nei ceti modesti, della popolazione di Fiume, era sentita la comunanza civile; si stringevano amicizie durevoli. Lasciato l'ufficio o l' officina si sparpagliavano nelle osterie che avevano appunto un ruolo sociale. A Fiume ce ne erano 166 frequentate da persone in buoni rapporti e comprensione reciproca. Nondimeno accadeva che in qualcuno di questi templi consacrati da Bacco scoppiasse qualche rissa per divergenza di opinione oppure offesa, gravi in rapporto diretto alle bevande ingurgitate. Ma spesso interveniva il solito saggio che riconciliava i contendenti che poi si giuravano amicizia eterna. Che dire delle nostre donne? La vita che conducevano coincideva con l'emancipazione concessa alla situazione matrimoniale e all'educazione.

Fiume aveva poche fabbriche, tra queste più importante era la fabbrica Tabacchi nella quale erano impiegate maggiormente le donne.

Ci ricordiamo delle nostre tabacchine che venivano anche dette "palterize", erano abidite nella lavorazione del tabacco nella Regia Manifattura Tabacchi. Avevano un considerevole stabilimento cittadino per le condizioni economiche, appunto che andavano a favore delle centinaia operaie. Erano donne che godevano di grande benevolenza e importanza nella città e dintorni. Lavoravano a cottimo al lume di gas dieci ore al giorno. Nel 1908 venne pubblicato un settimanale popolare, che usciva di sabato, "La tabacchina". Nulladimeno uno snob di bassa lega dalle narici delicate si rivolse a "La voce" osservando con disappunto di aver incrociato in Corso delle tabacchine che puzzavano di tabacco! Permane da sempre in certe categorie la necessità di disumanizzare il prossimo per accrescersi nella propria stima.

Non meno importante la numerosa categoria delle sarte. Quasi tutti si facevano confezionare gli abiti. Sartorie registrate ce ne erano 55 per gli uomini, e 17 per le donne. Ecco dei versi di un ignoto, ingenui, ma ispirati e dedicati in segno di affetto alle numerose sartorelle: "Quando ghe vado in Corso, Non so dove guardar, Ghe xe quei bei visini, Che me fa bazilar. Le nostre sartorele, Finio de lavorar, Le gira un poco in Corso, El fresco respirar. Belle le xe e modeste, Tuti le sta guardar, Ed  ele serie serie, Le va senza abadar,. Viva le sartorele, Fiori del nostro mar, Tuti per  lore spasima, Nisun le pol tocar. Le xe gentilie care, Le guarda el propio onor, Ghe piase a far figura, Coi frutti de lavor".

Neanche il Maestro Ivan Zajc mancò a comporre un'allegra musichetta "Le belle sartorelle fiumane" che la Banda civica eseguiva ogni volta nei suoi concerti in Piazza.

La città di Fiume, essendo dei francesi, fu assalita e danneggiata il 3 luglio 1813 da una squadra inglese. In questa occasione si distingue una giovane signora fiumana Carolina Bellinich, nata Cragnez, per essere riuscita col suo intervento ad arrestare  l'estendersi del danno.

Questa Carolina Bellinich prega di ottenere un contrassegno dell'altissima soddisfazione pel merito procuratosi nel 1813. Il suo merito consiste in ciò, che essa in quel tempo quando una flotta inglese aveva occupato la città di Fiume, impetrò salvezza. La sua azione è di gran  pregio per la presenza di spirito, coraggio e noncuranza del pericolo che essa mostra nel suo procedere e per le vantaggiose conseguenze che ha riportato.

"Il 3 luglio 1813 una poderosa flotta inglese comparve nella rada e prese a bombardare questa città, la quale gemeva sotto il ferreo governo francese. Il porto della Fiumara era allora pieno di navigli, perché  la guerra impediva la navigazione. Le fiamme del primo naviglio avevano già comunicato l'incendio alla prossima casa e ugual sorte sovrastava le case vicine. Gli abitanti delle case vicine, sapendo che i magazzini erano pieni d' olio, canape e altre merci facilmente infiammabili, si affrettarono a fuggire, seco portando le cose migliori. Fra essi vi fu anche la supplicante con la famiglia. Al primo uscire di casa, essa vide la generale costernazione, l'incendio, il nemico, la grandezza del pericolo, e subito staccatasi dalla famiglia e non curando il proprio pericolo si avvicinò al maggiore angles, che sovrastava alla distruzione ed impetrò che sospendesse l'opera incendiatrice sino a nuovi ordini del suo comandante. Indi accompagnata da una conoscente, s'avanzò tra la folla dei nemici, onde a presentarsi all'ammiraglio inglese Host. Anche egli non poté resistere alle incessanti preghiere della Bellinich, le promise di risparmiare la città e di far cessare ogni atto ostile contro la proprietà dei privati, e subito mandò un uffiziale al maggiore Host coll'ordine di non proseguire la devastazione nel porto. Ciò ottenuto essa incitò i marinai ed altri che eranle vicini, ad eseguire il fuoco e quindi ognuno la salutava e benediceva. L'agire prudente, coraggioso e patriottico tenuto dalla supplicante produsse grandi vantaggi."

Un'altra figura del nostro passato da ricordare è la nostra umile ed operosa "mlekarica", la lattaia. Le mlekarice erano le donne del nostro contado che dai tempi antichi si recava giornalmente di buon mattino con il latte munto nella nottata a provvederne la città. La vedevi dappertutto, percorrere con passo lengo e lesto le vie della città, piegate sotto il carico della vasta cesta di vimini.

D'estate, se la quantità superava la richiesta, le povere donne offrivano sotto costo le eccedenze per le strade; Fiumara, Canapini, Mercati, ansiose di poter, alleggerite, riprendere in tempo la lunga strada del ritorno. Era anche un personaggio storico, la mlecariza, inserita nelle nostre tristi vicende degli anni difficili. Si ricorda il periodo dell' assedio della nostra città con i ponti sulla Fiumara fatti saltare. In quel frangente sulle improvvisate "tiramole", cioè corde tese fra le due sponde del fiume, le avvedute donne facevano scorrere nei due sensi le agganciate ceste con i recipienti di lette: in un senso contenenti il denaro e tirate indietro colme di latte, alimento indispensabile per l'infanzia.

"Recentemente" nell' ex Piazzetta dei Benzoni è stato scoperto un monumento raffigurante la mlekarica.

Secondo alcune statistiche, del passato, dei prezzi della mano d' opera, la donna in certi casi veniva pagata di meno rispetto all'uomo. Nel 1778 la tariffa per le mercedi era la seguente: - dal 29 settembre al 23 aprile- Al muratore si davano 2 lire al giorno, al manovale 1 3/4 lire al giorno, al legnaiuolo e allo scalpellino 2 1/2 lire al giorno, al carradore con due buoi 3 lire al giorno, mentre alla donna manovale 1/2 lire al giorno. - dal 23 aprile al 29 settembre - Al muratore si davano 2 1/2 lire al giorno,  al manovale 2 lire al giorno, al legnaiuolo e allo scalpellino 3 lire al giorno, al corradore con due buoi 3 1/2 lire al giorno,  mentre sta volta la donna riceveva 12 soldi al giorno.

Nel 1660 una donna che aveva portato dalla barca al magazzino o viceversa 110 staia di frumento, ricevette soldi 2 lo staio, assieme a lire 11.

Nel 1803 la donna che portava sale dal mare al magazzino o viceversa riceveva soldi 2 il cablo.

Nel 1807, atteso il deprezzamento delle cedole e della moneta di rame, il facchino riceveva 1 fiorino al giorno e la donna che portava sale dalla berca al magazzino s carantani ( - moneta austriaca che subentrò in commercio il 1 aprile 1804 - ) il cablo.

Nel 1814 il manovale comune riceveva un fiorino fino: d' estate, col vitto carantani 30 fini, senza vitto carantani 45. Poco dopo, e sino al 1880, si trovava che nella campagna si davano in monete fino, senza il vitto, al lavoratore comune carantani 30 alla donna carantani 15 al giorno.

Nel libro "Liber II causarum civilium", che contiene leggi del diritto civile e materiale e c'è pure un capitolo alla cautela a favore delle donne:

1.      La donna maritata non può validamente donare od obbligarsi, senza che vi consentano il marito ed il padre o la madre, od in mancanza di queste due persone consanguinee e in mancanza di altri congiunti, due cittadini a ciò deputati dal giudice; altrimenti l' atto sarà nullo, e chi lo vorrà far valere, subirà la pena di lire 25

2.      La donna dovrà convenientemente dotata in occasione del matrimonio, e la dote non dovrà essere minore della porzione legittima che a lei competerebbe. L'obbligo di dotare incombe prima al padre, poi alla madre, poi ai fratelli. Se vi sarà discordia il vicario ed i giudici stabiliranno la dote secondo la condizione e facoltà degli obbligati.

3.      Se il marito non ha dato sicurezza per la dote della moglie o per altra di lei sostanza, egli non può validamente alienare senza il consenso della moglie o del padre o della madre di lui, ed in mancanza dei genitori, senza il consenso di due prossimi congiunti. La moglie se vi consente il marito può in giudizio agire e difendersi in causa propria.

Come oggi anche un tempo c'erano le leggende legate alle superstizioni…

Le forze occulte sono talmente potenti da poter influire in certi casi sul destino che l' Onnipotente aveva fissato ad ogni essere umano, ancora prima che nascesse.      Di conseguenza, le donne in stato di gravidanza devono per tutto questo periodo attenersi a delle norme precauzionali, riconosciute efficaci da millenni di esperienza, per preservare dei guai a sè e al nascituro.

La gestante sarà prudentemente tenuta lontano da luoghi e situazioni che possono violentemente impressionarla od atterrirla, perché in tal caso il bambino sarà epilettico. Incontrando una gobba, dovrà mostrare le corna, diversamente il difetto passerà sul bambino che è passibile di assumere oltre alle imperfezioni fisiche, anche la bruttezza. Anche la bellezza è trasferibile: tenga la futura madre in casa, in vista, qualche figurina santa, coll'angioletto su cui ogni tanto poserà lo sguardo; e può essere certa che il suo bambino ne copierà le fattezze. Nel momento in cui avvertirà la prima volta muoversi nel grembo la creatura, questa assomiglierà alla persona sulla quale lei avrà in quel momento posato lo sguardo.

Assolutamente eviterà di guardare animali che si accoppiano, perché tale spettacolo può ingenerare nel nascituro, una spinta esuberante all'erotismo, sicché raggiunta la maturità , se femmina avrà un comportamento morale disdicevole, e se maschio sarà on "cotolier" o peggio un "putanier".

Bisognerà ammonirla che per nessuna ragione passi sotto una corda tesa per asciugare la biancheria; e quando sta seduta badi a non incrociare o accavallare le gambe, poichè cosi' facendo il cordone ombelicale si attorciglierà al collo del bimbo e per conseguenza, quando verrà al mondo rimarrà strozzato.

La donna gravida eviti le visite ai morti al cimitero e giri a largo dai funerali perchè potrebbe abortire.

Partorirà sicuramente dei gemelli se scorgerà due arcobaleni in cielo. Va avvertita delle spiacevoli conseguenze se mangerà della carne di coniglio che indurrà nel figlio la pusillanimità, mentre quella di lepre farà si' che il figlio avrà il sonno leggero. Se non vuole avere un figlio perennemente moccioso, farà bene a rinunciare ai funghi. Non è bene neanche guardare le lumache, perché poi al figlio colerà spesso la saliva dalla bocca e sarà bavoso. Cucinando badi a non assaggiare nulla del contenuto della pentola prima delle bollitura perché altrimenti il bambino tenderà a lungo ad usare la parola e non di rado succede che rimanga muto per sempre.

Trovandosi la gestante in visita presso conoscenti, i quali nasconderanno alla sua visita qualcosa che lei avrebbe gradito, il figlio avrà per quel alimento per tutta la vita una spiccata avversione;  potrà mangiare solo nel caso che gli venga porto dalla mano stessa della persona che l'aveva nascosto, o dopo la sua morte.

 Sul sesso del nascituro da sempre si fanno delle congetture; poterlo sapere in anticipo risolverebbe problemi ma creerebbe dei guai. I casi sono due: maschio o femmina; e molte le comari che un po' di fortuna hanno azzeccato giusto, creandosi la fama dell'infallibilità. È semplice, dicono, di dedurlo dalla forma che assume il ventre dopo qualche mese di gravidanza: "Panza inpuntia una bela fia, panza a tondel un bel putel".

Non crediate che sia indifferente in quale stagione, giorno o parte della giornata nasca il bambino. Da queste relazioni che possono determinare il carattere, si possono anche trarre previsioni sul suo futuro. È nato in marzo? "Marzo mato": sarà di inclinazioni incerte e di umore mutevole, imprevedibile come il tempo di questo mese. Se è nato di martedì' o venerdì' serà "scalognado"; di domenica, fortunato; se durante il carnevale non potrà non essere di temperamento allegro e "prenderà tuto in bon"; se il giorno di San Tommaso apostolo - come vuole la rima - sarà curioso e ficcanaso; il giorno di San Luigi: sarà un "basabanchi", persona pia, ma anche un poco "macacheto". Nascerà il giorno di San Martino? Non si scappa alla sorte: sarà "Bevandela o scorlabozete" ed ancora: "Martin ghe piase el vin" e "San Martin, in boza el vin". Se è nato di sera in quanto all' appetito sarà vorace;: se di mattino, parco e laborioso.

I test d'intelligenza venivano praticati anche nei tempi passati. Non con il rigore scientifico di oggi ma con metodo originale di psicologia applicata, eseguito nell' età giusta. Appena nato il pupo, gli si legava al punto dovuto con un nastro rosso il "bugnigolo" e lasciando un tratto lungo circa quattro dita, lo si recideva. Questo, dopo qualche giorno, cadeva dissecato e veniva accuratamente avvolto e riposto in un cassetto. Ivi lo si custodiva sino il raggiungimento del settimo anno d'età, età considerata ragionevole per sottoporlo all'esame delle sue disposizioni di vita.

Il test consisteva nel fargli sciogliere il nodo della fettuccia, e dal modo e sveltezza che metteva nel "molar el gropo" si giudicava come sarebbe riuscito nella vita: "omo svelto" intelligente con diritto a sorte migliore oppure un "sempioldo" insufficiente. Per le femmine, se la prova risultava positiva, non c'era dubbio che la bambina sarebbe riuscita abile ricamatrice o provetta sarta.

Lasciando da parte le superstizioni, e ritornando al lavoro della donna, quella d' oggi è più o meno cambiata. Ha la possibilità di realizzare il proprio sogno, cioè realizzarsi nel lavoro che sognava sin da piccola, e per il quale "scaldava la sedia" e                          s' impegnava. Oggi lei è al pari coll'uomo, perché appunto può svolgere gli stessi suoi lavori, e viene pagata al pari dell'uomo, senza badare al sesso; perché appunto gazie al lavoro viviamo, cioè guadagnando per comperare gli alimenti più indispensabili, e oggi non è possibile vivere di una sola paga in famiglia, ancora se l'uomo sta in una posizione lavorativa più debole e a casa ha de sfamare quattro bocche, perciò va benissimo che la donna possa collaborare in ciò lavorando dovunque.

-          Bibliografia:

-         Colonna degli atti del centro di ricerche storiche - Rovigno n.3 - Giovanni Kobler: "Memorie per la storia delle Liburnica città di Fiume" volume secondo    CFR:pgg: 122, 206

-         Colonna degli atti del centro di ricerche storiche - Rovigno  n.3  - Giovanni Kobler: "Memorie per la storia della Liburnica città di Fiume" volume terzo  CFR:PGG: 85-88

-         Giacinto Laszy: "Fiume tra storia e leggenda - Cronache d'altri tempi" seconda edizione. Rijeka - Fiume: Edit 1998  CFR: pgg: 92, 95, 125, 139 - 152 


 

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motto Tabacchine         3° classe Liceo Generale    NADA POROPAT,ADRIANA IVE

Scuola Media Superiore Italiana Rovigno

 

 

Premio speciale " Famia Ruvignisa " per le Scuole Medie Superiori Italiane

 

Motivazione:    qui ci troviamo di fronte ad una vera tesina, arricchita da splendide immagini d’epoca e corredata di bibliografia. Emerge in tutta la sua evidenza la “Popolana dell’Istria” in cui le donne non si limitavano a stare a casa ad aspettare il ritorno dei loro compagni di vita: marinai, pescatori, contadini ... ma che a loro volta s’industriavano nelle tante attività della piccola, ma laboriosa, cittadina istriana. Su tutte emerge la figura della “tabachina” che pur lavorando, come ci ricorda la canzone del maestro Fabretto a loro dedicata, non perdeva il suo “morbin”, teneva in ordine la casa e “lustrava el fogoler”...  una vera summa della donna che, ancor oggi, come realisticamente ci ricordano Nadia ed Adriana devono lavorare fuori e dentro casa mentre “ i omi” quando aiutano in casa sembrano fare una grande concessione.

 

 

Il lavoro delle donne ieri e oggi

(Rovigno)


Introduzione

 

  Nel corso dell' Ottocento Rovigno era la città più popolata dell' Istria. La maggior parte della popolazione era composta da poveri pescatori, contadini e piccoli commercianti. I pescatori con un' attrezzatura modesta riuscivano appena a guadagnarsi da vivere, mentre gran parte del risultato delle loro fatiche veniva sfruttato dai commercianti che fornivano il pesce a Trieste,Vienna, Milano e Venezia.

  I piccoli commercianti vivacchiavano vendendo le merci oltre che nella città anche nei villaggi circostanti. Nel 1852 Rovigno ottenne una fabbrica per la produzione del cemento, nel 1872 una per il tabacco, nel 1878 una per la cera, nel 1882 una per il vetro e le sardine. Allora la costruzione navale andava a gonfie vele; dalla parte del sud della città furono aperti perfino 6 piccoli cantieri navali, dei quali ancora oggi uno è in funzione. Nell’ anno 1865 a Rovigno si costruì un teatro, nel 1888 si costruì l’ ospedale e nel 1891 l’Istituto di biologia marina.

      Alla fine del secolo XIX Rovigno fu collegato con la ferrovia, e già nel 1905 si installò l’illuminazione a gas e un’ anno dopo anche il telefono.

      Il podestà di Rovigno era il Cav. Dott. Matteo Campitelli, che più tardi sarà senatore nel Parlamento Austro-Ungarico e comandante della costa occidentale dell' Istria con sede a Parenzo.

      Desideroso di aiutare la popolazione rovignese, nell' ottobre del 1871. intervenne presso il governo affinchè si fondasse una fabbrica tabacchi nella quale potesse trovare impiego gran parte della manodopera, specialmente femminile. La richiesta venne approvata  il 16. agosto 1872., e un po' più tardi iniziò l' attività di una piccola fabbrica a carattere provvisorio in via San Damiano nei pressi della sede odierna del Centro di Ricerche Storiche dell' UI e dell' odierna Assemblea comunale. La costruzione dello stabilimento richiese molto lavoro e molta materia prima (blocchi di pietre squadrati) che vennero per buona parte ricavati della cava di Montravo a Rovigno, e si dice, che molti di essi siano stati trasportati dalle donne che portavano le pietre appoggiandole sulla testa e trasportandole fino allo stabilimento in costruzione.    

 

    Nel primo registro di stato civile della Fabbrica leggiamo che il giorno 4.giugno 1872. le prime due operaie, Longo Maria nata Carlevaris, e Devescovi Maria nata Abbà, entrarono in rapporto di lavoro. Queste due operaie, che probabilmente furono impiegate per la pulizia degli ambienti , sono le pioniere della classe operaia di Rovigno e forse non unicamente di questa città.

L' operaia Maria Godena aveva 11 anni quando iniziò a lavorare in Manifattura Tabacchi ed era cosi' piccola, non solo d' età, ma anche di statura, che per arrivare al banco di lavoro con le foglie di tabacco, doveva montare su uno sgabello. Era il lontano 1893.  

Già nel 1885. la Fabbrica contava 722 operaie  e 46 operai ( vi lavoravano uomini adulti, donne ma anche ragazzine al di sotto dei quattordici anni e ragazze dai 25 ai 35 anni di età). Le «tabacchine», con la loro «quindicina» (la paga che si prendeva ogni 15 giorni), erano l'ambito sogno di tanti giovani che, sposandole, riuscivano ad assicurarsi l' esistenza. Sul finire del XIX secolo , lavoravano operai di diverse nazionalità: Italiani, Austriaci, Croati, Ungheresi.

       Con la caduta della monarchia Austro-Ungarica gli Austriaci emigrarono e gran parte degli impianti, specie le macchine per la fabbricazione delle sigarette, furono trasferiti in Austria.  Nell' anno 1919. il monopolio statale italiano trasferì a Rovigno le macchine per la fabbricazione delle sigarette , che erano però vecchie ed antiquate. Nel 1918. nella Fabbrica erano impiegati 1100 operai e, in seguito al passaggio della Fabbrica all' amministrazione italiana, il numero degli occupati  diminuì a 740.In seguito al ritiro dei dirigenti austriaci e ungheresi, il monopolio  statale italiano inserì nella Fabbrica i propri dirigenti , nonchè il personale tecnico e impiegatizio proveniente dall' Italia. In tre riprese (dal 1918 al 1921) nella Fabbrica si verificarono degli scioperi come risposta alle precarie condizioni di lavoro ed alle misere retribuzioni. Per gli aiuti sociali ai lavoratori, la Fabbrica  passava i mezzi dal fondo di consumo collettivo ai Sindacati.  

      Per sottolineare l' importanza che le tacacchine avevano, segnaliamo una famosissima canzone, a loro dedicata, scritta e musicata da Carlo Fabretto.

   

LA TABACHINA

 

Me levo a la matina

bonora, inverno e istà,

perché son tabachina

e ciama «el daspara»,

ma no per questo a casa

no faso el mio dover;

mi meto duto a stasa

e lustro el fogoler.

 

                                                             Ritornello

Ma no parleme de robe d' amor,

mi qua, credeme , ragiono col cuor,

val più un bel omo che l' me voia ben

che le sterline che tuti ghe tien!

 

Me porto nella borsa

un po' de pan e vin:

xe quel che dà la forsa

e ne tien sù el morbin!

E quando che alla sera

finido go el lavor,

spassiso per Carera

in serca del mio amor.

 

                                                           Ritornello........

 

Per farme un bel coredo

go tanto sparagnà

e adesso me lo vedo

che l' xe una rarità.

Xe tante signorine

che marcia in capelin

ma delle tabachine

no le lo ga più fin!

 

                                                           Ritornello.........

 

 

Con gli inizi degli anni Settanta del secolo XIX si può parlare di un' evidente ripresa e di un notevole slancio dell' economia rovignese di tipo manufatturiero-industriale che ottenne i risultati maggiori e duraturi nella lavorazione del tabacco e nella conservazione e inscatolamento del pesce.

Capitale importanza per la manodopera, ebbe la figura femminile. Mentre prima le sigarette venivano prodotte con operazioni manuali quali l' arrotolamento ed il taglio, il 1878, l' anno dell' esposizione mondiale di Parigi, è il momento della svolta, in cui venne presentato lo strumento che avrebbe consentito la realizzazione meccanica delle sigarette con una macchina creata dal costruttore Susini, in grado di produrre ben 3600 sigarette all' ora, dapprima piegando singolarmente i fogliettini di carta preconfezionati in pachetti, poi, distribuendo il tabacco per il riempimento dei rotolini.

La Fabbrica Tabacchi di Rovigno si inserì molto presto nel nuovo sistema di produzione, dopo appena otto anni dall' esposizione di Parigi. Dai 242.100 sigari prodotti nel 1872 si passò agli oltre sette milioni dell' anno successivo quando la fabbrica disponeva di 13 macchine e contava 401 lavoratori, dei quali 391 donne. Un quindicennio più  tardi (1887) ben 722 erano le tabacchine tra i complessivi 726 operai (63 a mercede giornaliera e 699 a cottimo). Ciò si riflettè positivamente sulle condizioni di numerose famiglie, specialmente di quelle attive nella pesca e nell' agricoltura.

Parallelamente alla produzione delle sigarette e sigari si sviluppa a Rovigno e dintorni, per le necessità della Manifattura tabacchi, una fiorente coltivazione delle piante di tabacco. Prima della fondazione della Fabbrica Tabacchi nel 1872, nella località di Centener, a Rovigno, esisteva la cosidetta ''Industria delle baracche'', dove le giovani ragazze infilavano e tagliavano le foglie di tabacco. Questo lavoro era comunque, stagionale. 

Nella Fabbrica Tabacchi all' inizio si producevano sigari (simili a quelli cubani), e con il passare del tempo si produssero sigari  chiamati toscani e romani. Il lavoro per la fabbricazione dei sigari comprendeva un ciclo molto lungo e accurato. Esso comprendeva: la cernita delle foglie, l' umidificazione, il confezionamento del sigaro, l' essicatura, la cottura, l' imballaggio e l' inscatolamento.

Il lavoro era di grande precisione, e le donne rovignesi si dimostrarono molto brave nei lunghi procedimenti di lavorazione dei sigari.

L' organizzazione della produzione dei sigari avveniva così: ogni operaia riceveva la materia prima (foglie di tabacco di diverso tipo per l' esterno e l' interno del prodotto e colla), e con le sole mani confezionavano il sigaro mettendo all' interno pezzetti di foglie, poi avvolgevano il tutto con molta abilità per ottenere i sigari nella giusta forma (a botte o a cilindro) e della giusta lunghezza, applicando la colla per ottenere la foma stabile e alla fine si procedeva con la cesoiatura a misura.

        Successivamente venne introdotta la fabbricazione delle sigarette che vennero prodotte con l' aiuto delle macchine automatiche, che sin dall' inizio vennero maneggiate dal personale femminile.

 

La lavorazione dei sigari cessò dopo la II Guerra mondiale, perché erano molto costosi e non vennero più richiesti dal mercato nazionale.

Oggi, tutta la lavorazione viene effettuata con macchine modernissime, automatizzate, di grande capacità produttiva (molti pezzi al secondo) che comunque richiedono  un' attenta e precisa assistenza da parte di un operatore, e anche oggi le donne sono le lavoratrici più indicate.

Quando le donne passavano dalla Fabbrica della sardelle alla Fabbrica tabacchi, facevano un enorme salto sociale. 

Uno dei  ruoli più importanti nel settore femminile era quello della «maestra», che svolgeva la funzione di capo squadra di 10-12 operaie. Era un elite' femminile svolgere questa funzione.Il lavoro delle donne non terminava in fabbrica, ma continuava a casa, andando con il marito in campagna dopo il lavoro. Le donne dunque, venivano sfruttate al massimo e  venivano pagate meno degli uomini. 

        Le tabacchine già al tempo dell' Austria oltre a godere di un lavoro fisso e sicuro per tutta la vita, godevano della pensione e di uno stipendio alto; inoltre lo stipendio era maggiore rispetto alla media , per cui le tabacchine vestivano meglio ( vedi ultima strofa di pag. 3 dove  è chiaramente indicato che le tabacchine possedevano corredo e vestimenti migliori), e  c'era una canzone che diceva:

 «E ciume ciume

son tabacheina

la quindisina i ta darie».

 

Il testo, scritto nel dialetto di Rovigno, significa letteralmente: Sposami, sposami, /sono tabacchina/ e la quindicina ti darò. 

   Dopo la II Guerra mondiale, l' Istria, a causa dei trattati internazionali subì un grande esodo della popolazione e le tabacchine rovignesi per l' 80%, secondo le medie statistiche, si trasferirono in Italia, dove si impiegarono presso le manifatture tabacchi italiane, in special modo in quelle di Venezia, di Milano, di Modena, di Genova, di Bari, di Lecce e di Cava dei Tirreni.

 

La «tabacchina» 

«Per Rovigno la fondazione della Fabbrica Tabacchi  è stata una vera benedizione, perchè le operaie (700 più 40 maschi) non solo provvedevano a mantenersi da sole, ma imparavano altresì la pulizia, si educavano al lavoro e al risparmio. In realtà i risparmi non finiscono nelle casse di risparmio, ma, come succede anche altrove in Istria, con essi si acquistanoo gioielli in oro. È questo il motivo per cui è fiorente l' artigianato dell' oro, specie a Capodistria e a Rovigno.»

Questa è una citazione tratta dalla grande opera «La Monarchia austro-ungarica nelle parole e nelle immagini» del 1891. È un pò troppo idilliaca per essere lo specchio della «vera» verità. Non vi si dice per esempio che i salari nella fabbrica di Rovigno erano relativamente bassi e che la giornata lavorativa durava 10 ore. 

La Fabbrica Tabacchi era l' unica di tutta la Monarchia ad avere un vasto assortimento di prodotti (tabacco da fiuto, da pipa, da masticare, sigarette, sigari, ecc.) Non bisogna, tuttavia, sottovalutare l'utile che ai Rovignesi derivava dalla fabbrica. Prima di tutto un utile riscontro di natura economica, specie per la monodopera femminile.  Infatti, nel momento in cui gran parte della forza lavoro maschile venne impiegato presso l' Arsenale di Pola, a Rovigno, molte donne disoccupate trovarono sistemazione lavorativa nella Fabbrica Tabacchi, essendo loro l' unica forza lavoro disponibile, e, cosa ancora più importante, introdusse, sebbene in maniera ancora embrionale, il moderno spirito industriale all' interno di un ambiente tradizionalmente caratterizzato da contadini, marinai e pescatori. Otre a svolgere funzioni politico-amministrative, lavorando in Fabbrica, le tabacchine avevano pure la pensione assicurata.

Per quanto riguarda l'organizzazione delle attività sociali, in qualità di uno dei più forti collettivi di lavoro di Rovigno, sia per il numero di operaie che per l' aspetto organizzativo e finanziario, la Fabbrica Tabacchi è stata sempre promotrice di attività sociali non solo nell' ambito del proprio collettivo ma di tutta la città. Già dai tempi dell' Austro-Ungheria disponeva di una squadra di pompieri; in seguito la banda di ottoni, il coro, il gruppo filodrammatico, organizzazioni sportive, l' associazione dei bocciofili. Inoltre nel 1934 c'è stata l' apertura della casa –dopo lavoro- e della sala per la proiezione dei film. Annualmente, in occasione della festa internazionale della donna, si teneva il tradizionale ballo ''La tabacchinà'.

Era importante il significato economico che rivestiva il lavoro in fabbrica per la vita quotidiana. La tabacchina, cosi' infatti veniva denominata la lavorante della manifattura rovignese, era dunque autosufficiente dal punto di vista economico.

Si sentiva importante, in primo luogo perché consolidava una propria posizione economica e secondariamente, proprio in forza di ciò, era ambita da molti uomini perché rappresentava una fonte economica sicura per un' esistenza tranquilla in famiglia, poichè molto spesso le disavventure del mondo agricolo portavano alla perdita del raccolto dovuta a calamità naturali. I pescatori, i marinai, i carpentieri e i contadini cercavano quindi proprio una donna così, sempreché il cuore non tirasse da qualche altra parte (vedi la strofetta di pag. 5).

 

Industria conserviera del pesce - Ampelea

 

La pesca, a Rovigno, è stata da sempre una delle principali fonti di sostentamento della popolazione e un rilevante articolo di commercio. Il notevole sviluppo dell' industria e della lavorazione del pesce salato lo possiamo dedurre dalla quantità di sale che Venezia assegnava al comune di Rovigno per uso delle famiglie e per l' insalazione delle sardelle e delle olive.Agli inizi del XVIII secolo, grazie allo sviluppo della pesca, Rovigno era diventata la cittadina più ricca dell' Istria. Tale attività era esercitata allora da 1165 pescatori che detenevano il primato nella penisola istriana.Durante la prima metà del XIX secolo la pesca, accanto al commercio marittimo, all' artigianato e all' agricoltura, figurava tra le attività principali della popolazione produttiva del distretto di Rovigno. Questo sviluppo costante della pesca nel rovignese fece si che nel 1882, una ditta francese fondasse, a Rovigno, la prima fabbrica per la lavorazione e la conservazione del pesce a sterilizzazione termica.

A partire dal 1882 la pesca a Rovigno subì un notevole impulso grazie ai nuovi sbocchi per il pesce pescato con l' apertura del primo stabilimento per la lavorazione e la conservazione del pesce sott' olio in scatola a sterilizzazione termica (metodo ''Nantes'') da parte della ditta parigina ''Sociètè gènèrale francaise de conserves alimentaires'', in località S. Lorenzo vicino all' omonima chiesetta ormai diroccata. La direzione dello stabilimento che aveva una filiale anche a Isola fu chiamata dopo breve tempo a rappresentare la società francese nell' esercizio industriale dei suoi affari nei territori della Monarchia. Alla pari della Manifattura tabacchi, anche questa nuova fabbrica, che passò ben presto alla ditta triestina Anglo-Bank, riuscì ad impiegare parte della numerosa manodopera disponibile a Rovigno dando lavoro nel 1887 a 148 operai tra i quali ben 120 donne. La produzione di scatolette mostrava indici altalenanti viste alcune annate di magra del pescato, e tenendo presente la forte concorrenza di altri conservifici istriani, fiumani, quarnerini e dalmati. Lo stabilimento rovignese diede un certo impulso anche all' orticoltura poichè oltre al pesce si inscatolavano anche prodotti ortofrutticoli.

Nel 1948 l' ''AMPELEA'' cambiò nome e venne chiamata ''MIRNA''. 

Ogni mattina, nel porto di Valdibora, giungevano i pescherecci con il pesce fresco e ogni tanti giorni, invece, uno molto più grande che portava dei carichi di tonno. Poiché questo pesce era molto grande (arrivava fino a dieci chilogrammi) alcuni operai avevano il compito di tagliarlo. I pezzi, poi, venivano messi nelle cosidette ''boiate'' e cucinati con l' aggiunta di foglie d' alloro e aceto. Posati, poi, su delle graticole venivano messi ad asciugare nei ''cavalecchi di legnò'. In un altro reparto invece c' erano delle grandi ''banche'' o barili dove, delle operaie, pulivano il pesce, ovvero gli toglievano la lisca, gli tagliavano la testa, lo aprivano, gli toglievano le interiora e lo mettevano nelle scatole che passavano sott' olio e vi rimanevano per sei ore. Si ottenevano cosi' i filetti con i quali si facevano dei rotoli. Le scatolette venivano chiuse ermeticamente nella ''sala-macchine''. Dopo quest' operazione queste venivano messe nelle grandi ''boiote'' e riscaldate a una temperatura di 100o C. Ad operazione ultimata le scatole venivano inviate al reparto ''segadure'' per essere pulite dall' olio madiante strofinatura con truccioli e segarura di legno, etichettate e inviate in ''laboratorio'' dove, delle operaie qualificate, che avevano un' esperienza di lavoro superiore ai venti anni, le controllavano e ne scartavano le guaste. Una volta etichettate, venivano inviate ai magazzini, pronte per essere vendute.

In quel tempo il cottimo giornaliero era di 850 filetti e si lavorava in un grande salone, chiamato sala-salumi, rivestito di piastrelle grigie e bianche e molto pulito poichè, ogni sera, una bancata di operaie aveva il compito di lavare tutto con acqua, soda e bruschino.

Il reparto peggiore era la ''cucina'' dove si lavorava il tonno. Li il lavoro era pesante e malsano, adatto solamente a braccia maschili. Nonostante ciò, vi lavoravano solo ed esclusivamente donne. Mani e piedi erano sempre bagnati. Le lavoratrici avevano il compito di pulire il pesce fresco che giungeva ogni mattina, di metterlo in salamoia per trenta minuti e quindi ad asciugare al sole o con il ventilatore. Dopo queste operazioni il pesce veniva fritto e quindi inviato ad altri reparti per essere ulteriormente lavorato.

Nel corso della resistenza, le donne che lavoravano nella ''mensa'' sottraevano i viveri che poi venivano mandati ai partigiani assieme alle scatole di pesce conservato che, di nascosto, usciva dalla fabbrica. Durante quel periodo il pesce non veniva conservato con l' olio, come al solito, ma con la salsa in modo da risparmiare quanto più olio possibile.

D' estate le condizioni lavorative per le donne diventavano  quasi insopportabli poiché il lavoro triplicava . Infatti ogni notte le barche si caricavano di pesce che doveva essere lavorato subito poiché non  c' erano dei grandi frigoriferi come oggi. Si lavorava allora anche di notte e quando c' erano delle spedizioni straordinarie,le lavoratrici venivano chiamate al lavoro dalla sirena, in qualsiasi momento della giornata.  

La parte più divertente del lavoro delle donne era la buona compagnia. Il lavoro occupava soltanto le mani e quindi, nel salone, si cantava o si raccontavano varie vicende in modo che il tempo scorresse più veloce.

Le dipendenti dello stabilimento, le cosidette ''sardeline'', avevano il compito di pulire il pesce con un coltellino e disporlo ordintamente nelle apposite scatolette; il pesce veniva pescato esclusivamente a Rovigno. 

       Un' altra lavorazione era quella della salatura del pesce; con la quale le sardine  e le alici venivano messe a strati orrizontali intervallati da uno strato di sale granulato dentro un recipiente. La pila formata dagli strati, veniva caricata con un peso, e tutto veniva lasciato maturare  per un periodo di qualche mese all' incirca. Alla fine le sardelle estratte e pulite (col coltellino) venivano inscatolate o poste nelle boccette di vetro, come si fa anche oggi.

Si trattava di un lavoro molto faticoso (non era tanta la fatica, ma il fatto di lavorare con il sale, rovinando le mani, e lavorando in un ambiente umido e nei mesi invernali senza riscaldamento).

Mentre oggi la Fabbrica tabacchi ha avuto manager che gestiscono e rinnovano la Fabbrica stessa, la Fabbrica delle sardine sta attraversando un periodo non molto facile.Nel secondo dopoguerra (dal 1945) l' emancipazione femminile porta la donna ad avere mansioni di responsabilità in vari settori: direttrici scolastiche,capireparto, deputati presso gli organi assembleari di gestione economica e politica.

L' industrializzazione ha portato al progressivo degrado della manifattura, colpendo in particolar modo l' impiego femminile.

Oggi in Istria c'è un forte tasso di disoccupazione che colpisce soprattutto le donne.

Le donne svolgono lavori precari, stagionali, specie nel settore del turismo. Lo sviluppo di tale attività economica ha offerto alle donne notevoli opportunità di impiego nel campo delle piccole aziende, dei servizi sociali e  via dicendo.

La donna moderna non svolge soltanto il proprio lavoro in ufficio, ma anche a casa svloge i compiti domestici, e si occupa dei figli. Questo fatto, porta il conseguente dato che le donne tendono a sposarsi sempre più tardi, e concepiscono i figli dopo i trenta e i quaranta anni, anche se le donne in questi ultimi anni stanno cercando l' aiuto del compagno nelle manzioni domestiche.Si dovrà comunque aspettare per una parità dei sessi, che porrà fine tra la distinzione della donna che svolge tutti i mestieri e l' uomo che svolge solo il lavoro d' ufficio.

 

Bibliografia:

 

K. Džeba, La via del tabacco, editore Fabbrica Tabacchi di Rovigno Marketing,      Rovigno, 1997

D. Kolić, A. Žic, D. Dazzara, Fabbrica Tabacchi e Imballaggi di Rovigno 100 anni, 1872 – 1972, editore ČZP «Primorski Tisak», Koper, 1972

S. Marizza, L' importanza economica del tabacco. Un esempio istriano: la Fabbrica Tabacchi di Rovigno, editore Università Popolare di Trieste, I edizione Dicembre 1997

AA.VV., Rovigno d'Istria, editore La Famia Ruvignisa, Trieste, 1997

Le persone intervistate: prof. Libero Benussi (1946), ing. Francesco Zuliani (1932)


 

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motto Fatto in casa è meglio                  1 ° classe         VANJA STOILJKOVIC'

Scuola Media Superiore Italiana " Dante Alighieri " - Pola

 

 

INTERVISTA: LA PRODUZIONE DELL'OLIO IERI E OGGI

Meglio oggi o ieri?

Ce   ne   parla   una   che  se  ne   intende

 

L'oleificio di Dignano , la cittadina  dove abito, ha riaperto le porte anche se la raccolta delle olive non è nemmeno iniziata. Di sicuro stanno revisionando il torchio che è stato installato da pochi anni. Quasi vado a sbirciare: apro un pò di più la porta e lentamente entro.

"Cominciamo già a lavorare?" mi chiede la vecchia signora che abita nella cada accanto l'oleificio e che incontro ogni giorno tornando da scuola.

"No, no - rispondo - stanno controllando le macchine, me credo che presto inizieranno con la lavorazione."

"Ah, povero mondo!- mi dice l'anziana signora- cominciano sempre prima: metà novembre e già fanno l'olio. Ai miei tempi, a fine novembre s'iniziava appena la raccolta, le "colze" , come dicevamo noi."

            Approfitto della voglia di raccontare della signora Francesca ( credo  che potrebbe essere mia bisnonna) e , curiosa, le chiedo di parlarmi della raccolta delle olive ai suoi tempi.

 

q       Avevano campagna anche i suoi? 

"Sicuro! Aveva tanta campagna mio padre e poi anche la famiglia di mio marito quando mi sono sposata." 

 

q       Che cosa coltivavate? 

"Di tutto: frumento, grano, avevamo un p' di vigna, olivi. Vivevamo solo di quello, di agricoltura, lavori pagati non ce n'erano. Avevamo anche mucche e galline. C'era qualche soldo per i prodotti che vendevamo ai signori, ai ricchi." 

 

q       Anche lei ha lavorato in campagna? 

"Io ho aiutato. I lavori più pesanti li facevano gli uomini, ma nei lavori che bisognava fare presto sennò si rischiava di perdere tutto, anche noi donne di davamo da fare in campagna. Altrimenti avevamo molto da fare anche nei lavori domestici."

 

q       Perché si rischiava di perdere tutto? 

"Per un maltempo. A volte si lavorava la vigna tutto l'anno e quando l'uva era matura una tempesta se la portava via. L'oliva andava raccolta quando era matura al punto giusto altrimenti appassiva, si asciugava e dava poco olio e nemmeno tanto buono." 

 

q       Lei quali lavori preferiva? 

"Nessuno! Una volta si faceva tutto a mano , non c'erano trattori, zappatrici e tutti questi macchinari . Ma forse mi piaceva la vendemmia perché c'era allegria e la soddisfazione delle botti piene. E mi piaceva anche mangiare l'uva."

 

q       E raccogliere le olive? 

"Così così. Sai, si incominciava appena a fine novembre, l'oleificio apriva appena a  Santa Lucia, il 13 dicembre. Era qui, in questa stessa casa, ma le macchine di quella volta non esistono più. È rimasta solo quella che hanno messo nel giardinetto, così, per figura." 

 

q       Che cosa ricorda della raccolta delle olive? 

"Mi ricordo il freddo. Quanto freddo faceva! Bisognava alzarsi presto la mattina perché le campagne erano lontano da casa. Adesso si va nei campi anche con l'automobile , ma un volta ci andavamo col " caro coi sameri" , il carro trainato dagli asini e ci serviva anche un'ora per arrivarci. Di sera gli uomini mettevano gli scaloni sul carro, per arrivare fino ai rami più alti. Mi vestivo bene, mettevo anche due - tre maglie, una giacca grossa magari da uomo, mi coprivo la testa con uno scialle di lana e respiravo nello scialle. Pensa, faceva tanto freddo che si vedeva il respiro , il fiato , come una nuvola. Avevo tanto freddo anche alle mani e qualche volta avevo le dita tutte screpolate piene di taglietti che scottavano da matti. Quando ero piccolina mi facevano raccogliere l'oliva che era caduta per terra. I genitori non mi lasciavano arrampicarmi sullo scalone o sull'albero perché si scivolava. Quando sono cresciuta mi lasciavano salire, ma solo qualche volta  se s'era tanta oliva da raccogliere, sui primi gradini dello scalone. Ma era un po' scomodo perché avevamo le gonne. Una volta le donne non  portavano i pantaloni."

 

q       Quanta oliva riusciva a raccogliere? 

" E chi si ricorda! Non potevo mica stare tutto il giorno con la schiena curva. Eppoi avevo attorno al collo , di traverso, una sacca nella quale mettere l'oliva raccolta. Pesava questa saccoccia. Non sentivo il collo e le spalle , un po' per il freddo  un po' per il peso. Quando la sacca era piena versavo il contenuto sul carro. Appena di sera a casa si pesava il raccolto."

 

q       Con la bilancia? 

" Macché bilancia! Si usava un recipiente , si chiamava "ster" e poteva contenere 8 chilogrammi di olive.   Mi piaceva pesare le oliva."

 

q       E la mattina dopo andava di nuovo in campagna? 

"Eh , sì. Qualche volta restavo a casa e pulivo l'oliva raccolta il giorno prima, la dividevo dalle foglie per portarla pulita al torchio."

 

q       Almeno era vicina all'oleificio?

" Dopo sposata si, ma da ragazza abitavo lontano, oltre la piazza. Aiutavo mio padre a mettere l'oliva dai cassoni nei quali la conservavamo prima di portarla al torchio nei sacchi e tante volte l'accompagnavo all'oleificio , seduta sul carro, dietro per  stare attenta che qualche sacco non cadesse. Le strade non erano asfaltate ed erano piene di buche."

 

q       Aiutava anche quando l'oliva era stata consegnata? 

"No. In oleificio era solo lavoro da uomini. Io guardavo le mole, grandi ruote di sasso, macinare l'oliva, poi i "torceri", così si chiamavano quelli che lavoravano all'oleificio, mettevano quella poltiglia tra le sporte  che erano dischi di spago intrecciato e la pressavano. Pianopiano l'olio colava in una grande vasca con acqua bollente: la "morca" , le scorie dell'olio, andava sul fondo e in superficie restava l'olio. Era bello quando i torceri lo raccoglievano per metterlo nei mastelli. A casa versavamo l'olio in grandi pile di sasso sol coperchio di legno. Le pile erano giù in cantina , al fresco." 

 

q       Lei quindi , raccoglieva, pesava e puliva l'oliva. 

" A volte portavo a casa il "nucio". 

 

q       Che cos'era il "nucio"? Non ho mai sentito questa parola. 

"Era quello che rimaneva delle olive  macinate dopo che erano state pressate. Lo toglievano di tra le sporte e noi lo usavamo per fare fuoco. A volte facevo anche la fila, ma quando ero più grande." 

 

q       Che fila? Per che cosa? 

"Per aver il turno della macina. Mica era come oggi che vengono a chiedere quando portare lì l'oliva e rispondono  "anche subito"! Bisognava macinare quanto prima dopo la raccolta perché sennò l'oliva perdeva peso, e se non la si mescolava ogni tanto per farle prendere aria, diventava rancida. Andavamo ad iscriverci al torcio  prima ancora di iniziare la raccogliere l'oliva." 

 

q       Dove si facevano le iscrizioni? 

" Qui , al torcio. Il capo dell'oleificio metteva un biglietto sulla porta :" il giorno tale iniziamo le iscrizioni" e già il giorno prima la gente si metteva in file ed aspettava l'apertura:"

  

q       E perché il giorno prima se tanto era ancora chiuso e si doveva tornare domani? 

"Non di tornava domani, si restava in fila tutta la notte. Ci davamo il cambio, veniva mio fratello o mia sorella, anche mia madre. Gli uomini di notte non troppo spesso perché il giorno dopo si alzavano all'alba per andare nei campi e allora dovevano dormire, riposare."

 

q       È successo qualche volta che qualcuno volesse passare oltre la fila? 

" Qualche volta, ma stavamo tutti attenti e qualche volta si litigava. Ho litigato anch'io. Non ero tanto alta, però quando serviva sapevo farmi sentire."

 

q       Adesso non ci sono più file.
"Adesso le file le fanno i trattori quando vengono a scaricare l'oliva. Tutto è cambiato. Si va in campagna con l'auto, se fa freddo si resta a casa, le donne si arrampicano sugli alberi come gli uomini. Non portano più la sacca a tracolla, il "sacuso" lo chiamavamo. Adesso si sale sull'albero  e si stacca l'oliva lasciandola cadere su un telo steso sotto l'albero. Le olive da terra non si raccolgono più. Adesso hanno inventato che non hanno l'olio buono. Una volta, cara mia, non Isa buttava via niente. Ricordo che stavo tutto il giorno in campagna. Mio padre accendeva un bel fuoco: ogni tanto andavamo a riscaldarci le mani o a mangiare qualcosa. Non i salumi di oggi: una fetta di pane e olive scaldate alla fiamma. Ora che ci penso, sai che erano proprio buone! Le rimangerei volentieri."

 

q       È stata di recente ne suo uliveto? 

" No, sono vecchia, mi fanno male le gambe. Sono anni che non ci vado. Fanno tutto i miei alla maniera moderna.

 

q       Ha nostalgia?

"Nostalgia della gioventù, per il resto , sai, è stata una vita dura. Tu sei giovane, vai a scuola, studia, trovati un bel lavoro in qualche ufficio, al caldo. La terra dà soddisfazione, dà cibo, ma vuole tanto sacrificio. Quanto ho lavorato! Ti dico un segreto : mio padre mi aveva insegnato tutti i lavori di campagna però mi ha detto  "fatti furba: dì pure ccche sai lavorare la campagna, però se ti dicono di zappare, dì che questo non lo si fare, che non lo hai mai imparato. Sai , bambina, zappare è il lavoro più massacrante."


 

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motto Malvasia istriana              2° classe          DIANA ESTER BURSIC'

Scuola Media Superiore Italiana " Dante Alighieri " - Pola

 

                                   EMANCIPAZIONE DELLA DONNA

 

Il termine emancipazione deriva dal latino emancipare che serviva originariamente per indicare l'affrancamento di uno schiavo cui venisse concessa la libertà o di un minore dall'autorità del pater familias.  In senso estensivo si è poi chiamata emancipazione la fine di una condizione di dipendenza e inferiorità.

Per emancipazione della donna si intende il suo riscatto dalla condizione di inferiorità sessuale, sociale e giuridica rispetto all'uomo.

Il ruolo e la condizione odierna della donna si differenzia molto dalla condizione passata del ""gentil sesso". Il ruolo subalterno imposto alla donna è stato "spiegato" da ragioni fisiche  per le quali le donne sono costituzionalmente più fragili degli uomini., da ragioni psicologiche secondo le quali le donne svilupperebbero maggiormente la sfera emotiva rispetto a quella razionale, o naturalistiche che spiegano il ruolo della donna basandosi su conoscenze di aggregazioni animali dove la femmina ha sempre avuto un ruolo subalterno.

Contro questi ed altri ragionamenti prettamente maschili, le donne combattono  da più di tre secoli.

Nel mondo occidentale accenni di cambiamenti dei ruoli occupati dalle donne si osservano alla fine del XVIII secolo quando si cominciarono a diffondere idee di uguaglianza di tutti i gruppi sociali. Olympe de Gouges nel 1791 scrisse la "Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina" in cui affermava che anche la donna deve partecipare alla formazione delle leggi mediante l'elezione di rappresentanti. Questo progetto malgrado fosse stato respinto dal governo rivoluzionario francese, segna l'inizio del femminismo.

Ma il vero e decisivo movimento dell'emancipazione femminile avviene alla fine dell'Ottocento , con l'estensione del processo di industrializzazione. Tutti concordano sul fatto che il passo importante nella storia dell'emancipazione della donna è avvenuto quando esse poterono avere un lavoro che veniva pagato. E? proprio questa la novità dell'Ottocento. Finalmente le donne cominciano a lavorare e a percepire autonomamente un salario ( per quanto il loro lavoro sia svalutato e sottopagato).

Con l'autonomia economica la donna assume una nuova consapevolezza dei propri diritti che fino ad allora le erano stati negati.

Ottenuta l'autonomia economica, le donne dovevano battersi peri diritti civili e politici. La Nuova Zelanda concede per prima il diritto di voto alle donne nel 1893.

La tabella dimostra quanto sia stato lungo e faticoso il percorso delle donne per ottenere il diritto di voto.

 

 Tabella del diritto di voto alle donne

Australia

1901

Islanda

1915

Austria

1918

Italia

1946

Belgio

1948

Norvegia

1913

Canada

1918

Nuova Zelanda

1893

Danimarca

1915

Paesi Bassi

1919

Finlandia

1906

Portogallo

1931

Francia

1946

Spagna

1931

Germania

1919

Svezia

1921

Giappone

1945

Svizzera

1971

Gran Bretagna

1918

Urss

1917

Grecia

1952

USA

1920

 

 

Purtroppo l'uguaglianza politica, ottenuta dalle donne è stata più formale che sostanziale, ancora sono poche le donne che si trovano  in ambiti lavorativi politici. Nella politica prevale la presenza maschile.

Ma le donne hanno veramente ottenuto l'uguaglianza rispetto agli uomini?

Sicuramente la condizione della donna è migliorata, almeno nei paesi sviluppati. Negli ultimi vent'anni, in tutti i paesi avanzati si è registrato un aumento delle percentuale di donne che entrano nel mondo del lavoro, contemporaneamente la percentuale di uomini occupati nelle maggior parte dei paesi è diminuita. Questa tendenza è dovuta al fatto che le donne lavorano in un numero limitato di settori che comprendono soprattutto quelli delle segretarie, commesse, cassiere, infermiere , addette alle cucine e bambinaie. In questi anni i lavori "femminili " sono cresciuti, mentre i tradizionali lavori "maschili" si sono assottigliati. Un altro elemento che differenzia il lavoro maschile da quello femminile è l'orario. In quasi tutto il mondo industrializzato, sono quasi sempre le donne ad optare per il part-time. Una ricerca dell'ONU dimostra anche che la giornata media lavorativa di un uomo è di circa sei ore, mentre quella della donna raggiunge quasi le otto ore. Il salario femminile è però mediamente inferiore di un quarto rispetto a quello maschile. Inoltre le donne nei paesi industrializzati svolgono un'attività che assume la forma di lavoro sociale non retribuito (attività domestiche, assistenza ai malati, cura dei figli ecc.) : Gli uomini si accaparrano i lavori che offrono un'occupazione sicura, stipendi elevati e buone prospettive di carriera. Quindi la risposta che darei alla domanda fatta precedentemente è un secco NO.

Nei paesi in via di sviluppo la condizione delle donne è molto diversa. Ragioni economiche e culturali portano a rendere particolarmente dura la vita delle donne, arrivando addirittura a pregiudicare la nascita delle bambine.

"Bambine e donne: le più povere tra i poveri. In tutti i paesi cosiddetti in via di sviluppo le donne hanno visto progredire poco o niente il loro livello di vita negli ultimi decenni. Anzi, i tassi di mortalità infantile femminile, in un contesto spaventosamente drammatico per entrambi i sessi, continuano ad essere allarmanti.

Le famiglie alla domanda " quanti figli avete"? rispondono solo con il numero dei figli maschi . Oggi tuttavia , appare evidente cje milioni di ragazze muoiono perché mangiano meno e dopo gli uomini, oppure perché non vengono curate quando si ammalano. La povertà non spiega tutto, perché allora le condizioni di maschi e femmine dovrebbero essere uguali".[5]

È incredibile come nel corso della storia la donna sia stata allo stesso tempo lodata, desiderata ricercata e anche ignorata ed offesa dagli uomini. Non le è mai stata concessa completamente la sicurezza, la libertà e l'autonomia anche ai giorni nostri , e a quanto pare, si devono fare passi da gigante.

CITAZIONI :

"Le donne devono solo occuparsi delle faccende domestiche" Napoleone Bonaparte

"Nessuna donna è un genio. Le donne sono un sesso decorativo. Non hanno nulla da dire; ma lo dicono con grazia" Oscar Wilde

"La donna, nel paradiso terrestre, ha morso il frutto dell'albero della conoscenza prima dell'uomo: da allora ha sempre conservato quei dieci minuti di vantaggio" Alphonse Karr

"La donna non è altro che un candido agnellino che implora belando la protezione dell'uomo" John Keats

"Le donne sono venute in eccellenza di ciascuna arte ove hanno posto cura" Ariosto

"Una donna silenziosa è un dono di Dio" Bibbia, Ecclesiaste

"Una moglie è uno schiavo che bisogna saper mettere su un trono" Honore de Balzac

"La donna è il peggiore dei mali" Euripide


 

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motto Nina, Anna, Vania, Igor, Ivan        1° classe      NINA ROJNIC', ANA SAIN,VANJA STOILJKOVIC', IGOR KOROSEC, IVAN GRABAR

Scuola Media Superiore Italiana " Dante Alighieri " - Pola

 

Nina

 

Ho saputo dalla nonna che un tempo in paese, al mattino, bisognava alzarsi presto, alle cinque, per andare a prendere l'acqua al pozzo. La prima cosa che si doveva fare era dare da mangiare agli animali: Le mucche, le pecore, le galline e i conigli. Inoltre, si dovevano anche mungere le mucche e poi mettere a bollire il latte, oppure fare il formaggio. Il latte durava al massimo un giorno, dato che non c'erano frigoriferi.

Prima di mezzogiorno, la donna iniziava a preparare il pranzo: Se tutti erano in casa, allora si mangiava in casa. Se però i familiari erano in campagna, si mangiava lì e la donna , dopo il pranzo, rimaneva ad aiutare. Di sera bisognava dare di nuovo da mangiare agli animali domestici. Dopo la cena, si dovevano lavare i piatti e mettere a posto la casa. Di solito, nelle serate invernali, si pulivano le nocciole, il granturco , e si cuocevano le castagne oppure le mele.

Un giorno alla settimana era riservato al bucato. Si procurava l'acqua dal pozzo e si lavava con la cenere e con il sapone fatto in casa (si cuocevano i resti di animali: pelle , ossa con soda caustica). Dato che d'inverno il giorno era più corto e , di conseguenza , le serate più lunghe, la donna filava (la lana di pecora) oppure sferruzzava le calze di lana. I materiali usati erano il lino e la canapa.

Ogni sera le donne del villaggio si radunavano in casa di una di loro per chiacchierare e "scardassare" la lana. I bambini venivano di solito educati dalla madre e dalla nonna. Quando una era in campagna l'altra si prendeva cura dei bambini. La domenica, dopo aver dato da mangiare agli animali, si andava obbligatoriamente in chiesa. La donna che rimaneva la mattina in casa, andava alla messa di sera. La domenica e le feste di precetto non si lavorava perché valeva la regola che, se lavoravi sei giorni alla settimana, il lavoro del sesto non ti avrebbe aiutata a diventare più ricco.

 

                                                                                                                                 Nina 

Oggi andrò a far visita alla nonna. Spero abbia un po' di tempo da dedicarmi. La volta scorsa, infatti, era così indaffarata nei lavori domestici che non siamo nemmeno riuscite a scambiare due chiacchiere. C'è una cosa che non capisco, se oggi le donne, pur avendo tutti gli elettrodomestici a disposizione e tutte le altre cose di cui necessitano e che sono state inventate di recente, non riescono a sbrigare in tempo le faccende di casa, come facevano una volta? Come facevano senza la lavastoviglie, lavatrice, o l'immancabile forno a micronde? E le donne che vivevano in campagna? Bè, per loro sarà stato tutto sicuramente più difficile. Voglio dire, lavorare la campagna, pulire la casa e …come facevano a vendemmiare con il tempo umido? Penso che la vendemmia sia stata uno dei lavori più difficili per la donna di un tempo. Comunque sia, non vedo l'ora di vedere mia nonna e di farle delle domande, se sarà libera…

"Nonna posso farti delle domande?"

"Certo."

"Qual' era il lavoro che detestavi di più quando eri giovane?"

"Bè, senz'altro al vendemmia"

"come mai? Voglio dire, non era proprio la vendemmia che vi permetteva di stare in compagnia, di divertirvi..?"

"Non proprio , infatti, mi ricordo che  ci si doveva alzare presto l a mattina e che bisognava preparare i carri con le botti, ma anche il cibo…E poi, qualche volta faceva freddo… I secchi carichi d'uva erano pesantissimi. Un'altra cosa che non mi piaceva era il fatto che, alla fine della vendemmia, eravamo tutti "tacadisi" cioè appiccicaticci perché sporchi d'uva."

"Ma non c'era una cosa della vendemmia che ti entusiasmava?"

"Bè , mi piaceva fare merenda, perché di solito mangiavamo "pan e baccalà". Mi viene l'acquolina in bocca solo a pensarci. Quanto mi piaceva!"

"Quanto durava la vendemmia?"

"Di solito durava solo un giorno, ma delle volte, quando c'era veramente tanta uva, la vendemmia si prolungava al giorno seguente."

"In quanti eravate a vendemmiare?"

"lo sai già che le famiglie erano molto numerose. Questo fatto, però , era positivo perché i lavori in campagna , come pure la vendemmia, si facevano molto più velocemente e la velocità nella vendemmia rappresenta un fatto molto importante.

Lo sai già perché, non è vero?"
"Bè non proprio."
"Vedi, l'uva bisognava raccoglierla al più presto possibile perché si rischiava di perderla tutta, in caso di un temporale improvviso. Quante volte ci è successo , così, all'improvviso, qualche giorno prima della vendemmia."

"Quando riempivate i sacchi li versavate subito nella botte?"
Si . Prima di farlo, però, bisognava sgranare l'uva sulla "sgranadora". Di seguito, le botti , che prima erano già piene, le portavamo , sempre con il carro, a casa , o meglio dire in cantina. Qui le botti venivano lasciate affinché l'uva potesse bollire. Dopo in dato periodo , per S. Martino, quando il mosto si fa vino, l'uva di "travasava". Poi le "vinasse" , ossia quanto era rimasto in botte una volta ricavato il vino, venivano messe nel "torcio" , dove venivano ulteriormente " passade" per ottenere altro vino. Le "vinasse strucade" venivano usate per fare l'acquavite, prodotta nel "lambico". Ti racconterò un'altra curiosità. Se il vino dopo la prima "travasa" non risultava totalmente limpido, veniva travasato una seconda volta."

"Bè , a quanto pare la vendemmia non era tanto grave come l'hai descritta. Non è vero?"

"Hai ragione. Anzi , sai che ti dico? Mi mancano quei tempi. Oggi, infatti, la vendemmia viene svolta dai macchinari più potenti e veloci e la produzione del vino, invece, nelle industrie. Ormai, le tradizioni vanno perse e mi dispiace molto.

Una volta, un bicchiere lo bevevi con gusto perché ti rendevi conto d'aver lavorato per ottenerlo. Oggi, invece, lo beviamo senza nemmeno pensarci.

E poi, il vino prodotto industrialmente non è mica tanto buono come dicono. Gli manca il gusto particolare e buonissimo di quello fatto in "casa"."

 

                                                                                                                       Ana

 Il lavoro della donna di un tempo si differenziava molto da quello di oggi. Basti dire che un tempo la donna non poteva svolgere ogni tipo di mestiere , mentre oggi ci sono donne impiegate in tutti i settori, anche in quelli più impegnativi e che un tempo erano riservati solo agli uomini. Così oggi ci sono donne che progettano grandi opere o sono impegnate nella ricerca scientifica, oppure ancora dottoresse , ingegneri, occupate in politica.

Un tempo però ciò era impensabile. Il mestiere della donna era quello di occuparsi della casa e dei bambini, lavorando spesso anche in campagna, solo poche, quelle più tenaci e capaci, riuscivano ad intraprendere una carriera lavorativa. Con l'emancipazione femminile, però, anche le donne hanno potuto ottenere un lavoro, che all'inizio era magari umile e si svolgeva prevalentemente nelle fabbriche.

Lì la vita da lavoratrici era pesante e inoltre dovevano comunque occuparsi della casa, a condizioni molto diverse da quelle odierne, visto che non c'erano tutti gli elettrodomestici che ci sono oggi. Il lavoro fuori casa, però, ha assicurato loro un'autonomia finanziaria , che le ha poste in maggior parità nei confronti degli uomini. Oggi le donne sono presenti in tutti i campi lavorativi. Per loro non è più faticoso occuparsi anche della famiglia perché la distribuzione dei compiti tra uomo e donna non è più così rigorosa, per cui si aiutano a vicenda nello sbrigare le faccende di casa. Inoltre, con la lavatrice , la lavastoviglie, il forno a micronde e altri elettrodomestici, si fa tutto più facilmente e velocemente, così che la donna ha più tempo per coltivare i propri interessi.

 

  Vanja

Nel passato, il lavoro della donna in cucina rivestiva un ruolo importante e non meno faticoso di quello dell'uomo nei campi. Tutto costituiva fatica.

Per cucinare c'era il fuoco, presso il quale c'erano  "la fornacela" , "il calare" , che venivano usati essenzialmente per cuocere la pasta o la polenta.

C'erano anche altri utensili che servivano alla donna in cucina. Questi utensili erano fatti in rame, ferro o legno ed usarli non era molto comodo, anche perché richiedevano una mano esperta e veloce. Con il passare del tempo, la tecnologia ha portato ad un'evoluzione in cucina, modernizzandola. Così il lavoro delle donne in cucina si è fatto più facile e più pratico. Infatti non è più necessaria un'intera mattinata per preparare un pasto. Perciò credo che il lavoro in cucina sia migliorato notevolmente  almeno dal punto di vista pratico.

                                                                                                                        Igor

 

Un tempo le nostre donne usavano molto la bicicletta come mezzo di trasporto, anche perché non ce n'erano altri. Siccome molte delle donne vivevano in campagna  dovevano ogni tanto  andare in città per comprare le spezie più necessarie, ci andavano in bicicletta.

Però non tutte la possedevano a quel tempo, perché era abbastanza costosa e costituiva un lusso. La bicicletta, nel passato, era come l'automobile oggi, perché un tempo le automobili erano rare, se le potevano permettere solo i più ricchi.

                                                                                                                         Ivan