I ragazzi medi ( Slovenia e Croazia )

 

Tema: Sono la guida turistica e vi porto a vedere la mia città 

                                                          

1                              

motto Dora               8 ° classe              Dora Kovac

Scuola Elementare Italiana " Vincenzo de Castro " - Pirano

 

 

PIRANO

 

Benvenuti a Pirano, piacevole  ed armoniosa cittadina situata sul promontorio piu` occidentale della penisola istriana.

A Pirano troverete stili e forme diverse, costruzioni belle e funzionali. Troverete un'architettura che sa proteggere gli abitanti dall'infuocato sole estivo, dai colpi di bora e dalle onde. Quando salirete sulle mura della cattedrale di S.Giorgio, vi si aprira` una vista sui tetti della cittadina, fatti di superfici inclinate, angoli irregolari, accompagnati da piccole terrazze e camini caratteristici. Sara` magico passeggiare lungo strette vie lastricate con pesanti pietre quadrate, che sembrano frammenti di epoche passate. Incontrerete case da tre a cinque piani attaccate fra loro, con facciate di colore pastello, ricche di portali di pietra, di porte di ferro battuto, di strette finestre gotiche (casa Veneziana), di archi, balconi fioriti, iscrizioni e stemmi. Con l'aiuto di un po` di fantasia, potrete ritornare ai tempi dell'Impero romano (mura) o a quelli dell'espansione di Venezia.

Pirano, vedrete, non e` una grande citta`. I suoi monumenti non hanno grandi dimensioni: piccole piazze (piazza Primo maggio, piazza S.Rocco...), pozzi, i due fari, moltissime chiesette sono sparse e nascoste un po` dappertutto nella citta` e nelle sue strade. Ad accogliervi, pero` oltre alla bellissima Piazza Tartini, la piu` vasta piazza piranese, ci saranno: la casa Veneziana, la casa nativa del compositore baraocco Giuseppe Tartini, la chiesetta di S.Pietro, il palazzo del comune costruito in stile romanico e l'edificio del tribunale costruito nel 1874.

Ma la bellezza di Pirano e` dovuta anche alla natura che circonda la citta`. Le secche estati soleggiate e gli inverni miti fanno crescere pini, cipressi, palme e cedri.

Pirano e` un piccolo gioiello, circondato da tre parti del mare, che l'uomo puo` scoprire poco a poco e piu` lo conosce piu` prezioso diventa. E questo e` un ottimo motivo per venire a trovarci.


 

2                     

motto I pici ruvignisi                       5°,7°,8° classe                Paolo Gentilini, Alessia Paliaga, Fabio Kranjac

Scuola Elementare Italiana " Bernardo Benussi " - Rovigno

 

Premio " Famia Ruvignisa " 

 

Motivazione: un lavoro questo dei nostri “pici  ruvignisi” che allarga il cuore... che ci fa respirare l’anima profonda di Rovigno, quella dei suoi canti e delle sue bitinade che ci accompagnano come un leit motiv in questa visita tra le strette calli di Monto che si aprono all’improvviso sul mare tanto da ricordarci l’isola di una volta. Attraverso gli splendidi versi di Giusto Curto, Ligio Zanini,   e le canzoni di Vlado Benussi possiamo dire con i nostri muleti “ca Ruvèigno xi senpro Ruvèigno

 

 

GRUPPO DI STUDIO DEL DIALETTO ROVIGNESE DELLA  SCUOLA ELEMENTARE ITALIANA “BERNARDO BENUSSI” DI  ROVIGNO D’ISTRIA

Scuola Elementare Italiana " Bernardo Benussi " Rovigno

 

motto: “ I peîci ruvignì∫i ”

 

  Ven, i ta puòrto a  turulòn par Ruveîgno…

         ( Vieni, ti porto a spasso per Rovigno )

--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

                 NOTA:

 

Per la trascrizione del dialetto rovignese, ci siamo valsi della grafia adottata dalla sezione etnografica della Comunità degli italiani di Rovigno presente nel “Vocabolario del dialetto rovignese” di Antonio e Giovanni Pellizzer. ( edizione: 1992 ) 

 

Segno grafico:               valore fonico:

 

“s”                               “s”  sorda ( se, sempre, questo)

                                                                ( in tutte le circostanze )

 

“∫”                                “s” sonora ( casa, rosa, sgelo )

                                                                ( in tutte le circostanze )

 

“eî”  -  “oû”                 pseudo dittonghi da leggersi come unica vocale mista dei due suoni.

             

Per rendere più scorrevole e verosimile la lettura, sono state accentate le parole che potrebbero dare adito ad eventuali dubbi di accento.

 

La lettura del testo proposto in lingua italiana, è solo una mera traduzione letteraria che riesce solo in parte a creare l’armonia dei suoni del dialetto.

--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

          

 

  Ven, i ta puòrto a  turulòn par Ruveîgno…

                                                          ( Vieni, ti porto a spasso per Rovigno )

 

Ven, su li ale da la pui∫eîa, i ta purtariè tra li cale, calìte e baladùri da Ruveìgno, tra li batàne d’el puòrto da “Cala Santa”, tra el virdo d’i buschi e d’i scùi, cunpagnà da i pioûn bài vièrsi e li pioûn bièle cansòne…

Ven, e uòldi el nostro dialìto!

 

( Vieni, sulle ali della poesia, ti porterò tra le calli e i ballatoi di Rovigno, tra le batàne del porto di “Cala Santa”, tra il verde dei boschi e degli scogli, accompagnato dai più bei versi e le più belle canzoni…Vieni, e ascolta il nostro dialetto! )

 

-Amico, sono spiacente, ma dovrai camminare dall’ Aquario e Istituto per le ricerche di biologia marina, alle antiche “prigioni”, ieri frigorifero del vicino conservificio per la lavorazione del pesce “Mirna”, fino in città.

È il nuovo regime del traffico cittadino, ma non appena imbocchi il viale alberato, la vedi …

Citazione nr.1 da:

“Rovigno, tesoro”

canzone di Vlado Benussi                      Rovigno, tesoro,

                                                        vardèlo là, come ch’el sta

                                                           sora quel montisel,

                                                           con le case intorno,

                                                           par un castel

                                                           che xe’l più bel

                                                           del mondo…

 

Ti sembra semplice il nostro dialetto, invece è stato solo un inizio in “istroveneto” per facilitarti il viaggio.

Cammina ora lentamente, tanto il traffico è interdetto, ammira il parco in riva  “Valdibora”, a sinistra il teatro, piuttosto piccolo, dirai, ma è grande il nome di cui si fregia: “Antonio Gandusio” e dentro sono stati presentati tanti momenti della Rovigno del passato, grazie ai vari cultori locali, che ci hanno fatto conoscere quello che le case non potevano dirci: El furno da sa Gràsia furnièra”, “Ruveîgno in carnavàl”, “El spàcio da sa Bunìta”,“Oûna miteîna ∫utalateîna” e canti, tanti canti…mi dispiace tanto, ma stasera non danno niente!

                                                                

 Se hai fame, alla tua destra, il nostro mercato coperto-all’aperto con l’antica fontana d’acqua potabile; avanti per via Garibaldi, oltre la piazza  del Ponte, ( qui c’era l’entrata ufficiale de “Lo reposso dei deserti”:Rovigno) finalmente la piazza principale, dell’orologio un tempo, oggi piazza Tito

 

 Citazione nr. 2 da:

 “I culònbi da piàsa Tito”

  poesia di Ligio Zanini

                                               Da l’anteîco la gira,

                                               e la ∫i stada senpro pèi Ruvignì∫i,

                                               la piàsa de l’Iruòio...

                                               ( Dall’antichità era, ed è stata sempre per i rovignesi, la piazza dell’orologio ) 

Citazione nr. 3 da :

“Nostalgia de Rovigno”

canzone di Vlado Benussi

                                               Sento una canpana

l’orologio bati su la tore,

mi me vedo in piassa,

in un bar sentà a contar le ore…

 

Vedi, in mezzo alla piazza, la recente fontàna, attira i colombi ad abbeverarsi, mentre se ti volti a destra vedi l’arco dei Balbi, l’odierna porta principale di accesso alla città vecchia, e sull’arco un leone di San Marco, sta guardando un suo simile situato sulla torre dell’orologio; ambedue ci salutano e stanno a ricordare l’antica padrona. Poi tante viuzze e slarghi si arrampicano verso il Canpanile, un bonsài di quello originale di Venezia.

 

Citazione nr. 3 da:

“Ruveîgno”

canzone di Piero Soffici            Ruveîgno, la Greî∫ia, Piàsa granda e Muntalban,

                                         Ruveîgno, li Ca∫àle, Trevi∫òl e ∫an Tuman…

 

                                        ( Rovigno, la Grisia, Piazza grande, e Montalbano, Rovigno, le Casale, Trevisol e San Tommaso… )

 

Citazione nr. 4 da:

“Li mièie cuntràde”

poesia di Giusto Curto                                   Cale da tanti tuchiteîni,

par marche sparnisàde.  

Balconi ch’i uò da deî tanto,

s’i sa spalànca, a ∫i oûn var∫àro.

           

Ìrte tavaràde, roû∫ane,

racàmo da i tenpi.

I purtòni sta seîti,

ma i caruòi ∫i screîti.

 

Baladùri, ∫galideîni cunsumàdi:

sudùre da i mièi faraòni.

Nu sa vido gninte,

sa sento tanto.

 

( Calli di tanti pezzettini, quasi francobolli sparsi. Finestre che hanno tanto da dire, se si spalancano non sono che sbadigli. Stipiti consunti, ruggine e ricamo del tempo. I portoni tacciono, ma i tarli hanno scritto la storia. Ballatoi, scalini consunti: sudore dei miei antenati. Niente si vede ma tanto si sente. ) 

A destra si sale per una via a scalini, una volta era la via principale: la Greî∫ia…(come avranno fatto a salire e scendere con i carri e le botti? Non chiedetecelo!)

 

Citazione nr.5 da:

“Greî∫ia”

poesia di Giusto Curto.                                                Quila cuntràda da ∫galideîni fruàdi,

ca ùgni bucòn ∫i suspeîro da stuòria,

peîe dascùlsi uò ba∫à li noûde père

e làgrame da ma nuòna bagnìva la veîta.

 

Balconi racamàdi cun meîngule da Vanièsia,

andùve ch’i duògi li uò s’cisàdi da pùrpura,

signì davantàdi cume i mièi cavìi biànchi,

richìsa da puvartà nun capeîda…

( Quella contrada di scalini consunti, che ogni boccone è sospiro di storia, piedi scalzi hanno baciato le nude pietre e lacrime di mia nonna bagnavano la vita. Balconi ricamati con bricciole di Venezia, dove i dogi li hanno spruzzati di porpora, siete diventati come i miei capelli bianchi, ricchezza di povertà mai capita. )   

 

E finalmente in cima al Monte rosso, col fiatone, ecco il nostro duomo di Santa Eufemia e la statua girevole della nostra patrona sulla cima del campanile ad indicare i capricci del tempo.

 

Citazione nr.6 da:

“Ruveîgno”

canzone di Piero Soffici                                                Ruveîgno, in alto Santufièmia

                                               ca doûto la vido da la soûn…

 

                                                   ( Rovigno, in alto Santa Eufemia che tutto vede da lassù…)

                                           

Citazione nr. 7 da:

“Ruveîgno d’istà”

poesia di Antonio Gian Giuricin                       …A Monto,

                  ∫uta i peîni e i ganbalièri,

                                                                  cun la bava da mar

          ca ven  soûn da Valdabora,

            a l’ombra sta i vicìti

     ca sa la conta, cume fuòso geri…

 

( …A Monte sotto i pini e i cipressi, con la brezza del mare che sale da Valdibora, all’ombra stanno i vecchietti che se la raccontano, come fosse ieri…)

 

E sotto il piazzale del Duomo, dimenticato da tutti, dorme il cimitero vecchio, oramai abbandonato…

 

Citazione nr. 8 da:

“Viècio simitèrio”

poesia di Giusto Curto                                               El tenpo scancièla la mamuòria,

teînbro da racuòrdo rièsta el ciprièso,

fide da cradenti sensa vandìte

∫ùra quile fuòse uramài scancilàde…

 

( Il tempo cancella la memoria, timbro dei ricordi rimane il cipresso, fede di credenti senza vendette sopra quelle fosse ormai cancellate…) 

 

Finalmente si scende, salutiamo le antiche arche marmoree del vecchio cimitero e giù verso l’antica Lanterna… 

           

Citazione nr. 9 da:

“Puntamento a la lantièrna daMonto”

poesia di Giusto Curto                                             Lu∫ da sparànsa ca mài ti tradeîsi,

calma el cor el preîmo lanpo.

 

Puntamento cun Fiamita,

ure ca pàsa a ∫brèna vièrta.

 

Raciàmo da i veîvi,

candìla da quìi muòrti…

 

( Luce di speranza che mai tradisci, il tuo primo lampo acquieta il cuore. Appuntamento con Fiamita, ore che trascorrono a briglia sciolta. Richiamo dei vivi, candela per i morti…)                                                   

 

Da questo naturale “belvedere” si possono osservare i primi smeraldi, gli isolotti che coronano dal mare la nostra città, il più lontano Bagnòle:

 

Citazione nr. 10 da:

“El scùio da Bagnòle”

poesia di Giusto Curto                                               Teî, ca da largo ti pari oûn neîl da curnàce

cun du’ bìri sichi e ∫branaciù∫i,

 

oûna cagadoûra da musca

su’ la carta da i naviganti.

- - - - - - - - - - - - - - - - - - -

Fiùri da gruòta, ca mai moro,

nane mace, indureîde da salmeîtro.

 

Quatro àlbari da fiàbule, cu’ i bràsi spalancàdi,

par giganti…da quil cavalier da la treîsta figoûra.

 

( Tu, che da largo sembri un nido di cornacchie con due ciuffi secchi e scompigliati, un escremento di mosca sulla carta dei naviganti. …Fiori di roccia , che non muoiono mai, macchie nane, indurite dal salso. Quattro alberi di fiaba, con le braccia spalancate, sembrano giganti…di quel cavaliere dalla triste figura.

 

Questi due scogli a destra, uno più grande imboschito e l’altro spoglio, sono Figaròla,granda e peîcia”, proprio davanti all’ Ospedale, costruito dall’ Austria come sanatorio ma ancora efficiente. Dicono che sullo scoglio grande venivano tenuti in quarantena gli equipaggi che venivano da paesi tropicali e vi soggiornavano quaranta giorni, volenti o nolenti.

 

Citazione nr. 11 da:

“A Figaròla”

canzone di Vlado Benussi                                      A Figaròla sa va bunùra

                                      cu’ la batàna e cu’l mutureîn.

                                      Sa nu ti curi ti pièrdi el posto,

                                      in loûio e agùsto ∫i doûto pièn.

                  

                     Ritornello: A Figaròla, a rente la murù∫a,

                                       a l’onbra d’oûn bièl peîn

                                      sa pièta oûn ba∫o e sa rapuò∫a.

                                      A Figaròla ti puòi fa ‘na tuciàda,

                                      s’cipà e sabusàse finte’l feîn

                                      de la ∫urnàda.

A Figaròla su’ doûti i sasi

                                      quanti stramàsi, ca carnavàl!…

 

 ( A Figarola si va di buonora, con la batàna e col fuoribordo. Se non ti affretti perdi il posto, di luglio e agosto è tutto pieno. Rit. A Figarola, accanto alla morosa, all’ombra di un bel pino si da un bacio e ci si riposa. A Figarola puoi fare il bagno spruzzare e immergendoti fino alla fine della giornata. A Figarola su tutti i sassi quanti materassini, che carnevale!… ) 

Guardando la riva scoscesa di Monte, vi si scoprono bellissime insenature e spiaggette dove facevano spesso il bagno i Rovignesi:

 

Citazione nr. 12 da:

“Viècia Ruveîgno”

canzone di Vlado Benussi                          …Ùla ∫i i canti e ùla li gangàde,

                                               i bagni a Monto e tante sabusàde,

                                               e li balène in Purtisòl…

                                               racuòrdi ca ta tuca el cor…

 

( …Dove sono i canti e dove le bravate, i bagni a Monte e tanti giochi in mare, e il rincorrersi nel Purtisòl… ricordi che ti toccano il cuore…)

 

E la cugulièra, che bella, piena di ciottoli portati dalle mareggiate e smussati per non far male ai piedi nudi di noi bambini…guarda l’isola a sinistra, il riparo naturale del porto di Rovigno: Santa Caterina una chicca turistica.

 

Citazione nr. 13 da:

“Viecia Ruveîgno”

canzone di Vlado Benussi                                                     …A sa culùra, a pian, sta cartuleîna,

            e par giamànti i peîni a Catareîna…

 

       ( …gradatamente si colora questa cartolina, e  sembrano diamanti i pini  a Santa Caterina…)           

 

Scendendo Santa Croce, la via costruita appiccicata alle mura di cinta che guardano il mare e S.Caterina, vi si scorge una chiesetta e un cippo a ricordo del miracoloso approdo dell’arca marmorea con le spoglie di Santa Eufemia nel lontano 800, 1200 anni fa…e… galleggiava…(dicono) 

 

Finalmente il molo grande che sembra toccare l’isola di S.Caterina come un braccio affettuoso di mamma che cinge il proprio figlio: Il porto di Calasanta: 

 

Citazione nr. 14 da:

“A li fiste ruvignì∫e”

poesia di Giovanni Santin                                       …Batàne e mutureîni

uò tramacà la troûpa,

i vièmi el vento in poûpa,

sièmo ∫barcàdi qua…

 

    ( …Batane e motorini ha trasportato la truppa, avevamo il vento in poppa, siamo sbarcati qua…)

 

Citazione nr. 15 da:

“Vièr Cala Santa”

poesia di Ligio Zanini                                       …Quito a par el mar,

tùrbado ∫i ancùra ‘l Meîstro,

la ruòta ∫i  longa

vièr Cala Santa,

ùla ∫i  l’armeî∫o…

 

           ( …Quieto sembra il mare, torbido è ancora il Maestro, la rotta è lunga verso Cala Santa, ove c’è l’ormeggio…) 

 

Citazione nr. 16 da:

“Gira el mièio puòrto”

poesia di Giusto Curto                                    Gira oûn puòrto quà∫i  senpro in festa,

pavi∫àdi i batài come arcubalièni.

 

I sa spicìva soûn quìl mar lanbàstro

e li batàne sa ∫burtìva par pavunàse.

 

I busài cu li caroûcule ciaculìva

e uògni tanto el cucàl matìva la pasìta.

 

∫uta li tende arie da bitinàde,

urchièstra màgica sensa bachìta…

 

( Era un porto quasi sempre in festa, i battelli erano pavesati come arcobaleni. Si specchiavano su quel mare  d’alabastro e le batàne si spingevano per pavoneggiarsi. I bozzelli chiacchieravano  con le carrucole e di quando in quando il gabbiano ci metteva la pezzetta. Sotto la tenda arie di bitinade, orchestra magica senza bacchetta…) 

A piede del molo grande attraverso la porta S.Croce si scorgono alcuni dei molti “baladùri” dove le nostre bisnonne lavoravano e giocavano alla tombola coi numeri camuffati da frasi convenute, ma da tutti conosciute, ascolta, le puoi ancora udire: (77) li ganbe da li dunìte,( 1 ) el peîcio,(44) li carighite, (33) i ani da Creîsto, (11) òn∫agheli-pòn∫agheli, ecc…        

                                                   

Citazione nr. 17 da:

“La tònbula da ma nuòna”

poesia di Giusto Curto                                      …Baladùr da pèra, carèga ruta,

banchièle cun caruòi,

 

làsi cun tami∫òna indureîda…

nareîde, cartièle in mamuòria,

 

tabacàda, s’ciuòco da poûli∫o…

 

La ma ciulìva rente, ma nuòna,

e i noûmari davantìva paruòle…

 

( …Ballatoio di pietra, sedia rotta, sgabelli tarlati, tavole per fare il pane con semolino rappreso…nerite, cartelle mandate a memoria, prese di tabacco, schiocco di pulce…Mi prendeva accanto a sé, mia nonna, e i numeri diventavano parole…)  

Facciamo un giro in barca così potremo guardare Rovigno dal mare e tanti scogli e isole sparsi come una manciata di smeraldi: Sant’Andrea (Isola Rossa), Mas’cìn, El scùio d’i samièri, Sturàgo, I Pirù∫i, San ∫uàne, La lantièrna, el scùio da Vistro, el scùio d’i Righi, li dui surièle, Rivièra…

Finalmente, gìrati!  Dal mare la puoi vedere in tutta la sua bellezza:

 

Citazione nr.18 da:

“Vignì sul mar, muriède”

versi di Angela Nider

musica di Carlo Fabretto                                           A largo da Muntràvo

pioûn bona ∫ì  la sena;

là, canta oûna sirèna,

su’l scùio el ru∫ignòl.

 

                        Li càe in fondo,

tra i loûmi sta,

la nostra Santa

nda sta a vardà:

 

gioûsto oûna pièrla

ca breîla, a par,

                                                Ruveîgno nostra

veîsta dal mar.

 

( Al largo da Montauro più buona è la cena; là, canta una sirena, sullo scoglio l’usignuolo. Le case in fondo, tra i lumi sta, la nostra Santa ci sta a guardare, par proprio una perla che brilla, Rovigno nostra vista dal mar. )

                          Vieni, amico! Vieni e non te ne pentirai!

 Ven!  Doûto quisto e mondo altro ∫i  la nostra Ruveîgno! 

                                         ( Vieni! Tutto questo e molto ancora è la nostra Rovigno! ) 

                                              

Citazione nr. 19 da:

“La mièia Ruveîgno”

poesia di Antonio Gian Giuricin                                               …Anche duòpo

                     ti rastariè là,

              d’invierno e d’istà,

     cu’l tu’ grando mar davanti,

                su’l tu’ Monto,

           feîn cheî sa quando.

              Ma doûti savaruò

                 da la tu’ favièla

            e da la tu’ ∫ento:

              Ruveîgno cara,

           Ruveîgno bièla.

 

( …Anche dopo resterai là, d’inverno e d’estate, con il tuo grande mare davanti, sul tuo Monte, fin chissà quando. Ma tutti sapranno della tua favella e della tua gente: Rovigno cara, Rovigno bella. ) 

                 A rivadìrse!                        ( Arrivederci! )

 

BIBLIOGRAFIA USATA NELLA RICERCA 

1. CANTI DI ROVIGNO a cura di Claudio Noliani                                Ed.Casa  musicale giuliana-Trieste 1956                              

2. ODORE DI CASA  di Giovanni Santin                                               Ed. Comunità degli Italiani-Rovigno 1972 

3. FAVALANDO CUL CUCAL FILEÎPO di Ligio Zanini                      Ed. LINT Trieste-Biblioteca istriana 1979 

4. PUÒCHE PARUÒLE  di  Vlado Benussi                                            Ed. UIIF-UPT Tip.Lit. “Moderna”-Trieste 1981

5. MEÎNGULE INSANBRÀDE  di Giusto curto                                   Ed. LINT Trieste- Biblioteca istriana 1983 

6. LA MIA ROVIGNO di Antonio Gian Giuricin                                   Ed. Comunità degli Italiani-Rovigno 1988 

7. CUN LA PRÙA AL VENTO  di Ligio Zanini                                     Ed. Libri Scheiwiller - Milano 1993 

8. XX˚ TRIO BIBA, VLADO & RICKY di Vlado Benussi                   Ed.  Euterpa art studio - Ened –Fasana 2000 

9. BUTÈMOLA IN CANTO  di  Biba e Vlado Benussi                        Ed. Comunità degli Italiani-Rovigno 2001 

10.GATO CANTA ROVIGNO di Piero Soffici                                      Ed. Comunità degli Italiani-Rovigno 2003

 


   

3  

motto Fioi come noi          7° classe                  Dino Tijan

Scuola Elementare Italiana " Gelsi " - Fiume

 

2º PREMIO –   M. L. HISTRIA  2004 – Categoria 6ª- 8ª classe Croazia / 7ª- 9ª classe Slovenia

 

Motivazione: il nostro Dino ci porta a vedere l’anima profonda di Fiume quella che soltanto i “fiumani patochi” possono trasmettere agli ignari turisti. Il viaggio inizia dal bel Palazzo Modello, sede della locale Comunità degli Italiani. Grazie alla nostra guida sfilano sotto i nostri occhi le belle architetture dei palazzi fiumani, il corso, la Torre Civica, la sua ricca e complessa storia. La visita si chiude con una perla del nostro “cicerone” che da giovane filosofo ci dice: “Tuto cambia, cambia la società, cambia i omini, e cambia anche le zità. Non potemo farla tornar indrio la storia, nè potemo zercar de ritrovar i veci cantoni dela zitavecia de sesanta o setanta ani fa. Imposibile!.... ma eser nato qua, credeme te fa sentir rico, rico de dentro!

 

Mia nona xe una vera "fiumana patoca", e cusì anche se non andava ancora de moda la trasmision "Turisti per caso", fin de picio la me dixeva sempre:

- Non sta caminar per la zità come un turista, ti devi conoser ogni strada, ogni cale, dele poche rimaste in Zitavecia, ogni piaza dela nostra Fiume. Solo cusì ti poderà dir forte che ti son fiuman!"

La me fazeva un poco de confusion in testa, perchè la me dixeva i veci nomi dele piaze e dele vie, e dopo, a scola la maestra, o la mama zerte volte, le me dixeva i nomi dele stese piaze o vie, cusì come le se ciama ogi!

Non ve digo che scandal che combinavo, ogni volta che parlavo!

Però, ecome qua! Ogi, per la durada de un tema scrito, son una vera guida turistica che se prepara a portar in giro per el centro, un muceto de turisti. Devo ameter che go un bic de fifa. E se dovesi perder qualchedun per strada? Fortuna che Fiume non xe New York! Po, ben o mal, li trovario in qualche canton. Però, no me saria per niente indiferente!

Essere guida turistica non è, esattamente quello che immagino di fare da grande. Il lato positivo della questione è sicuramente quello di poter far vedere, attraverso i miei occhi, la mia città a coloro che non la conoscono.

Eccomi pronto. Mi immagino vestito di tutto punto: pantaloni blu, camicia a righine azzurre, la solita targhetta sul taschino con sopra il mio nome scritto a caratteri bordeaux, una foto formato tessera, che non riproduce appieno la mia persona! Pazienza, è la città che devo presentare, mica me stesso!

Arriva il mio gruppo!

Una miriade di giapponesi, intenti fin da subito a far domande, a cercare un caffè bar, una sedia o una scalinata dove sedere, perché hanno le scarpe piene di piedi!

Imperterrito con fiumana efficienza, mi accingo a iniziare il giro turistico della mia città.

Da dove cominciare se non dal nostro Palazzo Modello, sede della Comunità di noi Italiani che viviamo in questa nostra bella città? Li porterei anche al suo interno, per far loro ammirare le bellissime sale, i meravigliosi stucchi che adornano il soffitto del Piano nobile. Tutto ciò sarebbe realizzabile grazie al simpaticissimo signor Ugo, sempre presente, disponibile e fiero nell'aprire le porte a chiunque voglia vedere ed ammirare la nostra meravigliosa sede.

Parlerei dei due bravissimi architetti Helmer e Fellner, che lo costruirono nel XIX secolo e di tutte le attività che oggi vi vengono svolte. Mi immagino già le facce dei turisti nel vedere tutte queste meraviglie e vi garantisco che ne andrei veramente fiero.

Da Palazzo Modello la via da proseguire sarebbe quella che porta al Corso e alla nostra Torre Civica, porta marina principale della Fiume medioevale, attraverso la quale si entrava nell'antico San Vito sul fiume, come veniva anticamente chiamata la nostra città!

Strada facendo illustrerei tutta la sua storia, ovviamente non trascurerei di narrare loro anche qualche leggenda, raccontando un po' degli usi e dei costumi di noi fiumani, molti dei quali sono legati all'amata "Tore"!

Attraversando quell'antica porta, si giunge in Piazza Kobler, già Piazza delle Erbe e da qui li porterei a vedere l'Arco romano, che è il più vecchio monumento architettonico esistente a Fiume, che si è dedotto essere l'antica entrata alla pretura del castrum romano.

Da qui, la cosa più naturale è proseguire verso la Cattedrale di San Vito, la chiesa del Santo patrono della città. Questa bellissima chiesta è frutto del lavoro dei frati Gesuiti. La sua costruzione iniziata nel 1638 è durata un intero secolo. Entrerei nella chiesa per far loro vedere il Crocifisso miracoloso, al quale è legata una leggenda che tutti i bambini di Fiume conoscono. All'interno è tanto bella che, sicuramente, ammutoliti, attenderebbero di uscire per fare qualche domanda.

Da qua, attraversando le calli rimaste intatte della nostra cittavecchia, li porterei verso la Chiesa di San Sebastiano, una chiesa piccola, forse un po' asettica all'occhio del turista, ma che dentro di sè racchiude tanti secoli di storia.

A volte mi capita di pensare che se potesse parlare, ci racconterebbe tante cose accadute alla e nella nostra Fiume e, nemmeno cento guide turistiche potrebbero eguagliarla. È stata innalzata secondo la tradizione, come voto, al tempo della peste alla fine del XIII secolo.

Da qui, un logico prosieguo sarebbe portarli nella Chiesa di Santa Maria Assunta, il nostro popolare Duomo, costruito nel primo Medioevo sulle rovine romane. Il campanile, che è del 1377, come d'uso all'epoca, sta di fronte all'entrata della chiesa, e secondo misurazioni effettuate, pende di ben 40 cm. Per questo motivo viene comunemente detto "torre pendente".

Da qua, andando verso il mare, cosa c'è di più bello che portarli verso il teatro cittadino, una volta "Giuseppe Verdi", oggi Ivan de Zajc?

Il progetto di questo meraviglioso palazzo venne ordinato presso l'atelier viennese degli architetti Fellner e Helmer, specializzato nella costruzione di teatri. Il maestoso edificio è comparabile a simili costruzioni nelle metropoli europee. I lavori iniziati nel 1883 terminarono nel 1885, quando per la prima volta brillò, proprio in questo palazzo, l'illuminazione elettrica a Fiume.

Giunti a questo punto, "i miei turisti" sicuramente manifesterebbero dei segni di stanchezza, per cui, anche se da visitare ci sarebbero ancora tante cose, dalla Chiesa dei Cappuccini, al Palazzo di Giustizia, al Palazzo del Governatore e a Palazzo Adria o la rocca di Tersatto, questo giro sarebbe più che sufficiente per renderli consapevoli della ricchezza storica e dell'identità culturale sempre presenti nella mia città e in coloro che si ritengono suoi cittadini.

La mia zità non xe più la zità dei mii bisnoni, nè la zità dela mia nona. Tuto cambia, cambia la società, cambia i omini, e cambia anche le zità. Non potemo farla tornar indrio la storia, nè potemo zercar de ritrovar i veci cantoni dela zitavecia de sesanta o setanta ani fa. Imposibile! Però, secondo mi, la mia zità xe un caso raro, e son fiero de saper tanto sula storia dela mia Fiume, perchà una zità non deve eser grande per forza, per gaver una grande storia, e questo xe el caso de Fiume, dove forse poca gente voleria viver, ma eser nato qua, credeme te fa sentir rico, rico de dentro!

Go rivà farghe capir questo ai "mii turisti"?

Spero tanto de sì!


 

4  

motto Lupo                7 ° classe                 Albert Merdzo

Scuola Elementare Italiana " Gelsi " - Fiume

 

Se dovessi portare qualcuno a fare una visita turistica di Fiume, prima di tutto, inizierei a parlare della città in generale, cioè del fatto si tratti di una città di mare situata nel Golfo del Quarnero. Fiume è un importane porto con industrie cantieristiche, meccaniche, chimiche, del tabacco e del legno. Non dovrei dimenticare di fornire il dato che è una città con 250.000 abitanti circa.

Poi, porterei il visitatore lungo il Corso e gli mostrerei i vari ristoranti e negozi perchè sono quelli i punti più importanti per il turista. Gli farei vedere la Torre civica, monumento caratteristico di Fiume. Essa segna l'ingresso nella Cittavecchia e porta l'orologio già dal XVII secolo. La torre è stata sottoposta a vari restauri, l'ultimo dei quali risale al XIX secolo. Sotto l'orologio, un bassorilievo raffigura lo stemma di Fiume che sarebbe rappresentato da un'aquila bicipite che tiene tra gli artigli un vaso da cui sgorga l'acqua inesauribile.

Dopo aver ammirato questo monumento, entreremmo in Cittavecchia, nella piazza con la fontana, precisamente l'ex Piazza delle Erbe, dove una volta c'era il mercato e si vendevano frutta e verdura. Farei vedere anche l'Arco Romano o Porta vecchia, il monumento fiumano più antico che in origine era il portale attraverso al quale si accedeva al Pretorio romano.

Andando da Piazza delle Erbe in su ed imboccando la via che dà sulla destra, raggiungeremmo la Cattedrale di San Vito. La sua costruzione iniziò nel 1638 per opera dell'architetto Briani. Essa ospita il Crocifisso miracoloso per il quale si dice che nel passato avesse sanguinato. L'interno della chiesa è in stile barocco ed è ricchissimo di decorazioni e dettagli architettonici.

Proseguendo per l'ex Calle dei Canapini, si arriva al Duomo dedicato a Santa Maria Assunta. Esso è stato costruito su dei resti romani e comprende vari stili. Subito di fronte, si trova il Campanile pendente, denominato così perché un po' inclinato. Da qui usciremmo dalla Cittavecchia e ci ritroveremmo di nuovo sul Corso, questa volta nella parte alta di questa lunga via cittadina, vicino al fiume Eneo. Subito dopo potremmo abbandonare il Corso per raggiungere la zona del porto.

Coglierei l'occasione per dire ai turisti che nel XIX secolo Fiume era il porto principale dell'Ungheria e oggi lo è della Croazia. Dal porto, la città trasse parecchi vantaggi perchè si commerciava, esportava, importava, ecc. E lo si fa ancora oggi.

Condurrei poi il visitatore fino a Palazzo Modello, sede della Comunità degli Italiani e gli racconterei che la costruzione è stata ultimata nel 1885 per opera degli architettti austriaci Helmer e Fellener. Presenta sfarzose decorazioni sia di dentro che di fuori. In prossimità di questo bel palazzo che è nel cuore di tutti i fiumani, si trova il Teatro dedicato a Ivan de Zajc, costruito nel 1885 dagli stessi architetti. L'inaugurazione dei teatro avvenne con l'opera "Aida" di Giuseppe Verdi. Nel teatro fu installata l'illuminazione elettrica che allora fece enorme sensazione.

Ho scelto di mostrare al visitatore questi monumenti perché sono un appassionato della storia della nostra bella città. A questo punto non resta che dire: arrivederci e speriamo che la visita della città di Fiume vi sia piaciuta!



5       

motto 77 HAI 22                  7° classe          Monika Kirn

 Comunità Italiana " Dante Alighieri " Isola d'Istria

 

TRA IERI E OGGI

La città che vi sto per presentare si chiama Isola. Un tempo era una città di pescatori. Oggi, anche se si pratica ancora questo mestiere, i pescatori sono pochi, perché poco è anche il mare a disposizione.

La mia è una città piccola, con pochi monumenti storici, ma è molto piacevole e vivibile. L’edificio che mi piace di più è il Palazzo Besenghi. Ora questo palazzo ospita la Scuola di Musica e una delle due Comunità degli Italiani di Isola. Il palazzo è in stile tardo barocco con abbellimenti e stuccature in stile rococò. Al primo piano c’è una bellissima sala con affreschi, una balconata e con una buona acustica. Proprio per questo viene spesso usata per i concerti. Qui viveva una volta il più grande poeta isolano Pasquale Besenghi degli Ughi e a costruire questo piccolo gioiello d’architettura è stato proprio suo nonno che si chiamava Pasquale, come lui. A pochi passi da questo palazzo si trova anche il Duomo dedicato ai Santi patroni Mauro e Donato. Ma la chiesa più antica e più interessante è Santa Maria d’Alieto che è vicino al nostro porto e unita al vecchio Palazzo Municipale che guarda il Mandracchio. Molto vicino a questo luogo sacro ci sono pure casa Manzioli che consiste in due edifici uniti. Uno è in stile romanico e qui, nell’Ottocento, vi abitava il grande scienziato e garibaldino isolano Domenico Lovisato e l’altro in stile veneziano. La chiesa di Santa Maria d’Alieto è ormai da molti anni in fase di restauro e non si sa quando verranno ultimati i lavori. Qui nel 1212 gli Isolani hanno potuto finalmente battezzare i propri figli nella loro città. Prima dovevano portarli a Capodistria e la cerimonia di questo Sacramento doveva creare moltissimi problemi. All’epoca non c’erano automobili e pochissimi possedevano un carretto o un animale. Così che spesso si facevano i sette chilometri d’andata e altrettanti di ritorno a piedi. La strada, che proprio strada non era, scorreva lungo la costa, tra ciottoli e buche. Chissà come avranno fatto quando c’era l’alta marea che arrivava fino alle colline che cadono a strapiombo sulla costa. Oppure quando c’era brutto tempo o, peggio ancora, quando soffiava la bora a cento e più chilometri all’ora. Certamente arrivavano a Capodistria tutti bagnati dagli spruzzi del mare.

È difficile anche immaginare situazioni del genere, ora che abbiamo tutte le comodità, strade, automobili, appartamenti riscaldati, elettrodomestici... e anche belle imbarcazioni. Proprio per quest’ultime a Isola, negli ultimi anni è sorto un grande “parcheggio” per i panfili che si chiama “Marina”. Un grande porto fatto da tanti moli dove d’estate sono attraccate centinaia d’imbarcazioni. Nelle vicinanze c’è la zona degli alberghi e anche la bella spiaggia di San Simon. Un’altra spiaggia molto frequentata è quella di Punta Gallo, nella parte vecchia della città, poco lontana dal porto. A Isola c’è anche molto verde: parchi, viali, giardini per giocare, per incontrarsi, per divertirsi. Consiglio a tutti di venire a Isola perché qui si sta bene e si può trascorrere una bella vacanza.


 

6    

motto Giudice                         7 ° classe               Alexander Sodja

Scuola Elementare Italiana " Vincenzo de Castro " sezione di Sicciole

 

Ieri ho incontrato dei turisti che mi hanno chiesto se potevo presentare a loro il mio paese e se potevo dire dove si trovavano.

Io mi sono offerto loro come guida e ho cominciato a spiegare come si sarebbe svolta la giornata. Loro hanno accettato entusiasti la mia proposta. Ho fatto fare loro una breve passeggiata tra il verde per far ammirare le statue di Forma viva, nate durante le manifestazioni in cui si incontrano scultori provenienti da varie parti del mondo per scolpire la pietra bianca. Ogni scultura possiede una propria forma e nessuna assomiglia ad un’altra. Dopo che i miei ospiti hanno guardato le statue, abbiamo proseguito la nostra camminata che ci ha condotti fino alla spiaggia di Sezza e ho detto loro: “A Sezza si possono praticare il ciclismo, il canottaggio, il surf e tanti altri sport divertenti. Si può praticare agevolmente il windsurf perché la bora qui da noi soffia forte, così chi ama il windsurf può venire sul mare antistante il ristorante Ribič e affrontare le onde.” Dopo aver parlato loro degli sport li ho portati all’entrata del parco delle saline. Arrivati all’entrata, i turisti hanno notato l’edificio maestoso che vi si trova. Mi hanno posto numerose domande su quell’edificio misterioso. Io ho cominciato a spiegare:” Dove sorgeva una vecchia casa fu costruita quest’enorme fabbrica che si chiamava « ZAČIMBA». Vi si macinava il pepe, la cannella e la noce moscata. Un giorno la «ZAČIMBA» fallì e venne fondata l’azienda “DROGA PORTOROŽ”. Questo era tutto quello che sapevo a riguardo.

Ci siamo addentrati nel parco delle saline e io ho ripreso a parlare, ma i turisti mi hanno interrotto e mi hanno cominciato a chiedere a che cosa servivano gli oggetti, che vedevano nel museo. Ho risposto loro che quelli erano gli attrezzi che servivano ai salinai per i lavori che si dovevano effettuare nelle saline per poter ricavare il sale. Ho chiesto poi loro se potevo assentarmi un attimo per osservare i numerosi animaletti che avevano trovato il loro habitat ideale nel parco.

Ai turisti piaceva un mondo mettere le gambe nel fango. Avrebbero voluto mettersi i costumi da bagno che avevano portato con sé e infilarsi in un cavedino quando ho detto loro che quel fango aveva proprietà curative. Io volevo aggiungere ancora qualcosa sulle saline, ma essi non volevano che io dicessi più niente perché avevano saputo già tutto quello che desideravano sapere.

L’ultima tappa era la vecchia stazione ferroviaria di Sezza dove ho cominciato a parlare del treno che si chiamava Parenzana. e collegava Trieste a Parenzo, anche se era una lumaca. “Se guardate bene - ho detto loro – gli edifici delle stazioni della Parenzana sono ancora visibili. Uno di essi si trova qui a Sezza. L’ha comperato un mio vicino che quando si è costruito la casa ha dovuto conservare intatto tutto quello che era costruito in pietra arenaria. Cinque metri prima della vecchia fermata c’è un ponte. Il treno Parenzana vi passava sotto sbuffando. Il ponte sta ancora in piedi anche se penso che un giorno crollerà.”

 Questo era tutto quello che sapevo dire su Sezza, ma ai turisti è piaciuto un mondo gironzolare assieme a me.

Un pullman è venuto a riprenderseli e li ha riportati nel loro hotel, ed io sono tornato a casa mia perché era talmente stanco che le mia gambe non poterono più reggermi. Non avrei mai detto che quello della guida fosse un lavoro così stancante.


 

7     

motto De Ronco a Vilisan                     7 ° classe             Sebastian Bozic

Comunità Italiana " Dante Alighieri " - Isola d'Istria

 

3º PREMIO –   M. L. HISTRIA  2004 – Categoria 6ª- 8ª classe Croazia / 7ª- 9ª classe Slovenia

 

Motivazione: la nostra guida ha le idee chiare: “Savaria mi come far divertir i mii turisti e come mostraghe dute le belese che ofri la mia Isola. In poche parole faria quel che no fa nisuna guida turistica. Li portaria in barca..” ed in effetti quali mezzo migliore per illustrare una .... Isola?? Ma il nostro Sebastian non si limita ad illustrarne le bellezze naturali e ci da anche piccole perle di storia. Insomma una visita completa ed allegra che induce il turista a lasciare la cittadina istriana con rimpianto e la voglia di tornarci.

 

GHE VOL SFRUTAR EL MAR!

 

Me se domanda de far la guida turistica de la mia cità? Benon! Questa xe una roba che faria ‘sai volentieri. Savaria mi come far divertir i mii turisti e come mostraghe dute le belese che ofri la mia Isola. In poche parole faria quel che no fa nisuna guida turistica. Li portaria in barca. Sì, propio in barca, parché del mar i podaria gaver una vista più bela e più completa de duto quel che xe de veder. Cosa volè de meio par conoser un'isola, anca se ormai la xe circondada del mar solo par tre parte? Naturalmente dovaria intivar tempo bel. Ma disemo che go fortuna e che la giornada xe carega de sol. Ansi, par farla ancora più bela e interesante, femo che sufi anca un fià de borin. Ma solo un fià.

Prima de duto fasesimo una caminada fina el porto e ghe diria che una volta la popolasion se divideva praticamente in pescadori e campagnoi. Solo pochi faseva altri mestieri. Apena ne l'Otocento, quando che i ga scominsià a industrialisar el logo co’ le fabriche par la lavorasion del pese, xe nata la categoria dei operai. Ansi, par dir el vero, iera pochi operai e ‘sai operaie che le vigniva ciamade “fabrichine”. Prima de montar in barca ghe faria butar l'ocio duto 'torno la Piasa Granda per vede el vecio Municipio con sora el Leon de San Marco col libro verto. Po’ ghe diria de vardar el campanil de la cesa de la Madona de Alieto e ghe mostraria indove che iera el Fontego, coi do archi che tien su sta costrusion. Ghe contaria ancora che al posto del parchegio che 'deso ocupa sta nostra bela piasa, una volta qua iera i pescadori che, sentai partera, i cusiva le rede e i se la contava e i cantava. Anca me bisnono iera un de sti pescadori, e più tardi anca me nono e par questo mi son inamorà del mar. Me nona la me conta sempre che le sovene le pasegiava su e sò par el porto par farse vede dei pescadori soveni. Una volta el porto iera pien de caici, batei, batele che de sera i andava fora del porto. ‘Rivai sul posto, indove che i pescadori saveva che i gavaria fato una bona pescada, i calava la rede, i impisava le lampare par atirar i pesi e po’ i doveva spetar che pasi le ore. Verso matina i tirava su la rede, a man naturalmente, i la netava dei pesi, metendo de una parte i più grosi e de l’altra quei più pici, cioè i scarti che po’ ghe restava a lori par casa. Fato sto lavor i puntava la prova su Trieste e là i li andava a vender. Co le lire guadagnade i se faseva la spesa: risi par el brodo de domenega, naransi e limoni e po’ i tornava indrio. La vita dei pescadori no iera facile e ghe voleva sparagnar quel poco che iera par i giorni de magra, par quel periodo che i no andava a pescar a causa del tempo, ma anca parché iera pochi pesi.

A sto punto faria montar i turisti in barca e staria atento che i no me caschi in mar. Prima de duto ciapasimo un poco el largo, cusì de poder veder de una parte Piran, de l'altra Capodistria. Oltra de Punta Grosa ghe mostraria Trieste e, dirimpeto de Isola vedesimo Mofalcon, e più in là anca Grado. Ghe diria de vardar ben dute ste belese, parché de tera no se pol amirar sto spetacolo.

Ghe lasaria un poco de tempo par fotografar e po', tacasi a spiegaghe el teritorio de Isola.

- Fra Piran, che xe a destra e Isola che vemo qua davanti, se vedi un promontorio. Quel xe Punta Ronco coi sui “tasei”, che saria quela parte del monte a strapiombo de color griso. Se andemo co’ l’ocio a sinistra, ‘rivemo al Centro turistico de San Simon. Una volta, tanti ma tanti secoli fa, iera propio in sto logo che stava de casa i nostri avi. La cità la se ciamava Haliaetum, più tardi dita Alieto. Ma la xe stada duta distruta dei barbari e la povera gente ga pensà de ripararse sul scoio che iera là visin e che ghe pareva più sicuro. Sta isola xe adeso la mia cità. Come che podè veder Isola la xe riparada dei monti. Xe interesante veder che sta corona de monti la xe duta a terase. El lavor a xe sta fato dei campagnoi isolani per poder lavorar la tera. Una volta ste alture le iera come tanti giardini. Dute coltivade con granda cura e bisogna saver che duto el lavor vigniva fato a man. A quei tempi no iera miga machinari. Epur el risultato iera otimo. Ogni campagnol gaveva la so caseta par tignir i ordegni, par ripararse se faseva maltempo, ma anca per riposar de estate ne le ore più calde, quando che iera imposibile lavorar co’ le temperature ‘sai alte. Lori i pasava duto el giorno in campagna e la molie o i fioi ghe portava el pranso.

Giremo ancora i oci più a sinistra e vedemo un camin alto. Xe quel de la ex fabrica Arrigoni. Ma adeso voi podè veder solo rodenasi partera. La fabrica no la xe più. Xe restà solo el camin e el porton, par ricordo. Qua vignarà fato un centro turistico che se ciamarà “Argolina”. Ma questo iera un stabilimento imponente e importante. Se inscatolava el pese, se faseva i antipasti, i dadi par el brodo, i sardoni salai e tante altre robe. L’aria de Isola spusava a causa de sta fabrica e anca de l’Ampelea, un’altra fabrica par la lavorasion del pese. Sti stabilimenti però ghe dava lavor a un mucio de gente e me nona disi che a l’odor po’ se finiva par abituarse. Quela macia verde prima de la fabrica Arrigoni una volta iera un bel parco curà, con piante portade de dute le parte del mondo. ‘Deso purtropo a xe abandonà.

Se ghe demo un’ociada al mar che ne sta davanti vedemo un grumo de imbarcasioni e ogni mol ga tanti posti par ligar la sima. Questa xe la Marina, fata pochi ani fa per darghe logo a le barche de luso, e de estate qua no xe gnanca un posto libero.

Vardando sempre la costa, vedè quel parchegio? Là una volta iera el campo de balon. Subito dopo xe un bel posto par pasegiar. Noi isolani lo ciamemo ancora “Riva de Porta”, col nome vecio.

Come che podè veder, girando coi oci torno la costa, semo rivai de novo in Piasa Granda. Del mar però podè veder meio quel che ve go mostrà prima. De qua se buta l’ocio anca più in alto, sul Domo e sul campanil. Quela casa alta subito soto xe el Palaso Besenghi, el più bel edificio che xe a Isola. Là xe nato el più grando poeta isolan, Pasquale Besenghi degli Ughi. Ma tornemo a vardar el porto. Vedè quela casa basa visin del mol? Ben quela iera una volta la pescaria e davanti de ela iera la cesa de Sant’Andrea, cioè la cesa dei pescadori che la xe stada demolida nel 1927. Drio de la pescaria invese iera el squero, indove che i riparava le barche.

Sta punta col faro se ciama Punta de Galo. In poche parole questa xe la parte de Isola che noi ciamemo anca scoio. De estate qua xe pien de bagnanti che se tocia in mar, ciapa el sol, ma dopo va anca in pineta par becarse un fià de aria fresca.

‘Deso, vedè, semo rivai de l’altra parte de sta ex isola, e de qua del mar se vedi ben anca Capodistria. Questo xe el rion de San Piero. Là su, una volta iera una ceseta ‘sai bela che purtropo no la xe più. La xe stada demolida nel 1978. Qua visin, indove che xe el Cantier, iera una sorgente de aqua mineral e, ne l’Otocento, i Triestini vigniva a curarse qua de noi a Isola, fasendo bagni in sta aqua. I Isolani la ciamava “aqua de ovi” parché la gaveva tanto solfre che la spusava de ovi marsi. Quando che i ga fato brilar le mine par far le fondamente de la fabrica Ampelea, xe stada rovinada anca la vena de sta aqua e el Stabilimento “Ai Bagni” ga dovù serar baraca.

Un poco più in là, verso Capodistrtia, iera un porto roman, quel de Vilisan che, quando che xe sechera, se vedi ancora un tocheto de mol. -

Eco! Mi adeso faria puntar la prova de la barca verso Punta Grosa par farghe far ancora un gireto nel golfo e, prima de tornar in porto, ai mii siori turisti ghe ofriria un poche de sardele ai feri co’ la polenta, che xe un nostro piato tipico e magari anca do foie de radicio coi ovi. Finì de magnar, li ringrasiaria par gaver avù la pasiensa de scoltarme e ghe racomandaria de tornar ancora qua de noi. Dito questo ghe auguraria bon ritorno a casa e faria puntar la barca verso el porto de Isola.


 

8      

motto Eva                           7 ° classe             Eva Barbari

Scuola Elementare Italiana Vincenzo de Castro - Pirano

Benvenuti a Portorose!

Gentili signore e signori questo e` il nome del mio paese natio. Forse vi chiederete il perché di questo nome, forse perché un tempo c` erano tante rose.Oggi ce ne sono pochissime ma a noi piace credere che il nome sia nato cosi`. Il pezzo forte e` il vecchio »Hotel Palace«, costruito alla fine del 1800 dagli austriaci, infatti questa zona apparteneva all` Impero austriaco. Si era sviluppata già allora come centro turistico grazie alle acque termali, ai bagni di fango, ricavati dal fango nero delle saline. Il turismo vero e proprio si sviluppo` negli anni 70` con la costruzione di alberghi e case private.

Ci sono due spiagge: una di sabbia adatte alle famiglie con bambini piccoli, ma e` anche adatta ai giovani. Qui si può giocare a "beach volley", ascoltare musica…

L` altra spiaggia invece e` più piccola e ha una bella distesa erbosa.

A Portorose si può fare il bagno tutto l` anno, infatti ogni albergo ha la piscina d` acqua marina riscaldata. Da non perdere sono le gite in barca.

In poco tempo si arriva sulla costa croata, navigando invece verso ovest c`è Pirano e dopo un po` ci sono già le coste italiane. Verso est ci sono le saline di Sicciole costruite dai veneziani. In questa località non bisogna perdersi l` ottimo menu` a base di pesce . Spero proprio che Portorose vi piacerà!


 

9

motto Cactus                 8° classe                  Sandro Maljic'

 Scuola Elementare Italiana " Gelsi " - Fiume

 

Sono tanto emozionato ed impaziente. Tra giorni arriva l'amica di mia mamma, accompagnata da suo figlio che è un ragazzo della mia stessa età. Siamo sempre in contatto e ci conosciamo per posta, recentemente, anche per posta elettronica, però Dario non è mai stato a Fiume e avrebbe tanto piacere se gli facessi da cicerone. Mi trovo di fronte ad una grossa sfida, non è cosa da poco far conoscere a degli amici la propria città natale!

Prima di tutto, mi sono documentato a riguardo perché non vorrei dargli informazioni sbagliate, ed è stato così che con piacere ho letto un vecchio libro di mia nonna. Dopo averlo letto posso dire di amare di più la mia città e la sua storia.

Finalmente! Dario ed io ci diamo appuntamento sul Corso della mia città, proprio "soto la Tore", come i vecchi fiumani!

- Dario, volgi per un attimo lo sguardo verso l'alto. Quello che ti sta d'innanzi è la TORRE CIVICA.

- Bella, raccontami un po' la sua storia. Sono tanto curioso - mi risponde l'amico

- Vedi, l'arco della Torre, un tempo rappresentava la porta principale della Città vecchia il cui perimetro era murato e dava sul mare. Aveva il ponte levatoio che sovrastava il fosso. Unicamente la parte bassa, in pietra massiccia è antica. La Torre è un monumento elevato con molti ornamenti decorativi, con iscrizioni, stemmi e busti di monarchi asburgici. Vedi, noti che sull'arco troneggia l'aquila bicipite e si può leggere un'iscrizione latina del 1695. Sopra l'aquila sono collocati dei busti dell'imperatore Leopoldo I che conferì a Fiume lo stemma con l'aquila bicipite con le teste rivolte ambedue da una parte. L'aquila è appoggiata su una brocca dalla quale sgorga l'acqua. Sotto lo stemma il motto INDEFICIENTER (inesauribile). L'altra iscrizione ricorda l'arrivo di Carlo VI, avvenuto nel 1782.

Hai sicuramente notato che tutte e quattro le facciate hanno un orologio funzionante.

- Per la vostra città, la Torre è sicuramente molto importante.

- Sì, infatti è proprio così! Essa è il simbolo figurativo della città di Fiume. Ora ti propongo di entrare nella Città vecchia. Sino alla fine del XVIII secolo, è proprio qua, entro le mura di cinta della città, che si svolgeva l'intera vita pubblica ed economica della città.

- La mamma mi parla spesso della Chiesa di San Vito che si trova in città vecchia, hai voglia di farmela vedere?

- Eccome che ne ho voglia. È un vero piacere. Se la troviamo aperta potrai ammirarla in tutta la sua bellezza.

- Come mai che nella città vecchia si costruiscono case nuove e c'è pure un cantiere edile aperto e in funzione?

- Tutto questo fa parte della ricostruzione di questa parte della città, anche se io sarei più contento di vederla ancora stretta entro le mura e le torri, con le case affacciate su vie anguste, calli e tracce del Medioevo. Insomma, palazzi e case vecchie di tanti anni fa, che no guasterebbero il fascino della nostra città vecchia.

- Hai ragione, potrebbe essere un museo all'aperto, da visitare ed ammirare.

- Eccoci arrivati!

- È bellissima, sembra una torta a piani, fammi toccare la palla di cannone. Conosci la storia di questa palla, anch'io la conosco. È stata sparata dagli Inglesi che nel 1813 bombardarono Fiume, allora occupata dai Francesi.

- Uau, mica male... fammi vedere se possiamo entrare, se siamo fortunati è aperta. Vieni ..., vedi com'è bella, è a forma ottagonale, le colonne sono di granito bruno, sorrette da pilastri di marmo verde scuro. Vedi l'altare maggiore, ha una finta loggia, e in alto c'è una cupola dalla quale entra la luce. Il tempio è coronato dalla cupola romanica che è illuminata dalle logge e dalla lanterna nella quale è come sospesa una colomba bianca. Gli altari sono tutti barocchi. Il primo a sinistra, contiene la copia pregevole dell'Assunta di Tiziano dipinta da Simonetti, mentre il secondo una Mater dolorosa di Benvenuti di Venezia. Sull'altare maggiore si trova il crocifisso che secondo la tradizione era collocato nell'antica chiesetta di San Vito, venerato sin dal 1296, poiché in quell'anno sarebbe avvenuto il noto miracolo di cui si conserva tutt'ora la pia credenza.

- Sono tanto curioso di conoscere questo miracolo, me lo racconti?

- Sì, sì, te lo racconto! La leggenda narra che un giocatore d'azzardo, perseguitato dalla sfortuna, scagliò un sasso contro il Crocifisso colpendo il corpo di Gesù nel costato che cominciò a sanguinare. Il sangue che uscì dalla ferita viene tuttora conservato in un'ampolla. In questo modo è nato il "culto del sacro Crocifisso Miracoloso". Da allora si conserva la sacra reliquia del prodigioso miracolo la cui venerazione fu riconosciuta dall'imperatore d'Austria e dalla Santa Sede.

- Io ci credo ai miracoli, e questa storia tanto antica e curiosa può essere accaduta davvero.

- Sono d'accordo con te. In genere i miracoli mi affascinano ed incuriosiscono. Guarda un attimo un altro particolare. Ai lati dell'altare maggiore si trovano le statue di due santi: Vito e Modesto. Nella nostra città si venera San Vito, che nel tempo è diventato il protettore di Fiume

- Sono proprio contento. Conosci un sacco di cose della tua città.

- Non ne sarei tanto sicuro! Grazie a te e alla tua visita sono venuto a conoscenza di cose mai sentite. Ti svelo un segreto, prima di avventurarmi nei panni di tuo cicerone, mi sono informato e documentato. Ma non è tutto qui. Fiume ha ancora tante chiese, palazzi e monumenti che ti farò vedere nei prossimi giorni.

- Grazie Sandro, ti sei meritato una Coca Cola, vieni ...


 

10     

Il sognatore             8° classe             Deni Vlacic'

 Scuola Elementare Croata " Matija Vlacic' " - Albona

 

SOGNANDO ALBONA

Per ammirarla son venuti da molto lontano.

Benvenuta, benvenuto

auguro a tutti e stringo la mano.

Lei splendente a trecentoventi metri sta

lassù in vetta ci aspetterà.

E stata fondata nell'undicesimo secolo,

prima dell'era nostra.

Per la via Aldo Negri ci incamminiamo,

profumata dai fiori dai mille colori.

 

Aprite gli occhi o miei signori,

ecco l'antico cinema, la sala di lettura,

la chiesa di Santa Maria della Salute

in stile gotico romano.

Questa grande muraglia si chiama torrione

con in mezzo un grande cannone.

Saliamo saliamo e in piazza Tito arriviamo.

Qui si svolgono sempre e in tutte le occasioni,

mostre, balli, manifestazioni culturali.

 

Il Caffè grande, il Caffè picio,

ognun dalla sua parte sta.

Il grande e maestoso municipio

dove i grandi fanno comizio.

Lasciamo la piazza e andiamo

in via Paolo Sfeci.

Della Giuseppina Martinuzzi

la casa dobbiam visitare,

una patriota che non si può scordare.

 

Qui nacque anche Matthia Flacus Illyricus,

collaboratore di Martin Lutero,

siamo ricchi per davvero.

Andiamo in su sempre avanti,

perché i monumenti da visitar son tanti.

Qui troviamo la bella Loggia e

la Porta San Fiore,

degli uscocchi grande terrore.

Saliamo gradino per gradino,

ecco la nostra CI e il teatrino.

Poi ecco la chiesa del rinascimento,

è bella di fuori

meravigliosa di dentro.

 

Costruita nel milletrecento,

in stile veneziano col leone alato,

dai turisti molto cliccato.

Nel museo vi invito ad entrare,

la miniera dovete visitare.

Mettete in testa il casco,

con pala e vagonetti, il carbon

dobbiam scavare.

 

Che ve l'avevo detto, è la verità,

la miniera si vede solo qua.

Fra le calli e le vie, con sta leggera

brezza, arriviam nella Fortezza.

Che vista, che profumo, che colore,

maestoso vediam il Monte Maggiore.

Si vede l'isola di Cherso, il Quarnero,

si vede il mondo intero.

 

Si vede Rabac, col suo bel mare blu,

Albona mia che vuoi di più.

Un profumo inebriante,

ti colpisce in quell'istante.

Di resina, di salvia, di mare,

di acacia fiorita,

e fonte di gioia, di pace, di vita.

Scendiam giù per lo Stradone,

la pineta ci fa da cornicione.

 

In piazza San Marco siamo arrivati,

un po' stanchi e un po' affamati.

La fontana zampillante,

ci guarda entusiasmante.

Quasi ci voglia dire,

gettate il soldino,

e crediate nel destino.

 

Nella trattoria ˝Quarnero˝ da Franco

ci siam rifocillati,

il mangiare Istriano.

Che delizia, che bontà,

chi non mangia non lo sa.

Accompagno sul pullman

i miei cari amici,

domando loro se sono felici?

 

Si tanto, mi rispondono in coro.

Presto, molto presto ritorneremo,

perché Albona, di giorno e di notte

la sogneremo.

 

Arrivederci - buon viaggioooooo


 

11 

motto Kitten                   8° classe             Federica Sirsen

 Scuola Elementare Italiana " Gelsi " - Fiume

 

Certamente non è cosa facile. Guida turistica ... un domani, chissà? ...

Comunque, per momento proviamo ad immaginare la cosa.

La prima cosa da sapere è che documentazioni storiche menzionano Fiume nel XIII secolo, ma si sa che già da prima questa terra era feudo del Vescovado di Pedena e nell'ancor più lontano 1138, si trovava sotto la giurisdizione di Valse e Duino.

Fermiamoci qui, almeno per questo, poiché la strada che ci porta ai giorni nostri è lunga e tortuosa ed è stata raccontata dagli storici a seconda della fede nazionale e politica. Il primo passo, priorità in assoluto, è menzionare i Santi patroni di Fiume: San Vito, nato a Marsala che ebbe come precettore il medico Modesto e come nutrice Crescenza.

Nel primo Medioevo, il clero, le autorità e il popolo di Fiume scelsero appunto questi tre santi quali patroni della città, che si chiamerà "Terra Fluminis Sancti Viti".

Visita d'obbligo, quindi, alla Chiesa di San Vito che ogni 15 giugno vede riunito il popolo della città.

Esaurita fantasiosamente la visita alla chiesa resta l'imbarazzo del prossimo passo. Da sottolineare che gli artefici di opere edili di risalto sono personaggi non solo fiumani ma di provenienza molto varia. Le costruzioni risentivano le diverse tradizioni culturali. Il Teatro Fenice, opera dell'ingegner Eugenio Celligoi e Isidiorio Trexler (1914). La visita ci può portare, perché no, anche al Mercato centrale, dove si erge la pescheria, opera dell'architetto fiumano Carlo Pergoli.

Il bellissimo ex Municipio fu architettato da Bozanig. La maestosa imponenza di Palazzo Beccich, già sede della Transiug, opera dell'ingegnere Hering.

Generosa l'impronta di Giacomo Zanmattio di origine friulana. Suo il disegno del Palazzo della Filodrammatica in Corso. Il fantastico palazzo, già sede dell'asilo di Carità di Via martiri antifascisti, dove al pianterreno si trova oggi la rivendita Bernaradi, opera dell'architetto Luppis. L'elegante e un po' misteriosa villa arciducale al parco Nazor, dove Francesco Giuseppe ... si prendeva u po' di riposo ben distante dalla sua consorte. E per quella costruzione ci aveva pensato l'architetto Cullotti. Tanti piccoli e grandi gioielli da visitare, da prendere in grande considerazione come uno studio e una ricerca ben più attenta e meticolosa.

Potremmo scegliere tante altre vie, ma il meglio è proseguire per queste strade che sono strade di lavoro e civiltà comune.

Quella strada che ci può portare al Tempio Votivo di Cosala, opera dell'Angheben (1936). All'esterno i bellissimi angeli in pietra, opera del nostro artista, pittore e scultore Venucci. A raggiungere questa chiesa di San Romualdo, con il fiato un po' grosso, ci viene in mente che fare la guida turistica è ben più difficile del previsto. Case, palazzi, date, nomi, storie belle e meno belle e, perchè no, anche leggende. Tante cose certamente ben più meritevoli non ricordate in questo scritto ci lasciano insoddisfatti. E su un muretto del Calvario diamo un'occhiata, l'ennesima, su questa nostra Fiume. Più in là Abbazia sembra ammiccare con le sue luci, con una sua storia diversa ma altrettanto bella.


 

12  

motto Na. Va. Re            8° classe           Natali Marangon, Valentina Benussi, Renee Brezovecki

Scuola Elementare Italiana " Bernardo Benussi " - Rovigno

 

1º PREMIO –   M. L. HISTRIA  2004 – Categoria 6ª- 8ª classe Croazia / 7ª- 9ª classe Slovenia

 

Motivazione: che dire di questo delizioso lavoro? Una splendida guida per una visita al piccolo gioiello dell’Istria.  Con un fresco tocco di originalità le nostre “mulete” ci guidano tra le splendidi calli di Rovigno in due percorsi tematici: una a misura di ragazzi in cui le spiagge ed i tanti luoghi di divertimento la fanno da padroni...  e l’altro che ci illustra il lato culturale della “popolana dell’Istria”. Insomma una guida completa che l’Ente del Turismo rovignese dovrebbe tener presente.

 

 

                   DUE GIORNI A ROVIGNO

 

 

 

Se viene a visitarvi un amico da un’altra città, come presentargli Rovigno nei migliori dei modi?

Ci avete mai pensato? Giro turistico? Sì, ma a misura di ragazzi!!!

 

     Abbiamo dei consigli che vi potranno essere utili.Seguite l’itinerario della nostra 

 

 

 “GUIDA A MISURA DI RAGAZZI”.

 

PRIMA GIORNATA:

 

DIVERTIMENTO!  RIPOSO!  SVAGO!

 

     Al mattino potete andare a fare una passeggiata e vedere quanta gente c’è in città. Poi tornare a casa per un pranzo leggero e subito dopo…tutti al mare! Scegliere la spiaggia, però, sarà molto difficile perché tutte sono bellissime.  

 

 

 

La più vicina è il golfo di Lone, (“Cul de Lone”) con stupende spiagge di sassolini quasi sempre piene di gente e specialmente bambini. Inizia poi la parte più selvaggia con le belle spiagge di Punta Corrente e le sue pinete accoglienti.

Seguono le spiagge dei giovani con “Bazamachi” e Scaraba dove le acque diventano più fresche per via della corrente. Ci sono inoltre molti scogli per gli amanti dei tuffi.  

Proseguendo il sentiero ciclabile  si arriva a Cuvi forse un po’ sconsigliabile per i più timorosi siccome l’acqua non è molto limpida, dato che i fondali sono ricchi di sabbia scura e terra. Subito dopo inizia la zona dei campeggi con il primo e più famoso “Villas Rubin”. Qui, anche se c’è poca ombra, il divertimento è assicurato  con l’ ”acquagan” , i campi da tennis, da calcetto e da “beach volley”. 

    

 

 

Da tutti questi luoghi balneari si possono ammirare le innumerevoli isole che formano il nostro magnifico arcipelago.

 Se avrete l’opportunità di visitarne qualcuna sfruttatela.

Con i traghetti di linea, disponibili ogni trenta o sessanta minuti, riuscite a visitare l’isola si S. Caterina,

 la più vicina, proprio davanti al porto. Lì potete fare qualche tuffo nella piscina dell’ albergo o, per i più coraggiosi,

fare due salti dal “buron”, cioè dalle grotte, altissime, che si trovano nella parte più incontaminata e naturale dell’ isola.

 

     Un’altra isola alla quale si può arrivare con il traghetto è l’ isola di S. Andrea o comunemente chiamata Isola Rossa.

Lì è situato il castello dove viveva un tempo la famiglia Hütterodt. Quest’isola è la maggiore del nostro arcipelago ed è collegata da un terrapieno ad un’altra isola vicina, la “Mascin”; per alcuni molto attrattiva e per altri non molto interessante, per chi non ama il nudismo ovvero naturalismo.

 

     Le altre isole possono esser visitate solo con barche personali o  da imprenditori privati; sono Figarola, Sturago, l’ isola di S. Giovanni caratterizzata da spiagge facilmente accessibili e coste a strapiombo e perciò molto difficili da raggiungere.

Un po’ più a largo di S. Giovanni c’è l’ isola di S. Giovanni in Pelago sulla quale è situato un faro ancora oggi funzionante.

L’arcipelago rovignese comprende anche le “Due sorelle” chiamate così per la triste leggenda, che narrano i nostri vecchi, di due sorelle annegate presso la costa antistante.

Tutti questi sono bellissimi luoghi di mare e di sole dove vale la pena di trascorrere la giornata.

 

    

     Dopo un divertente pomeriggio al mare la giornata va terminata attorno al tavolino di una delle molte gelaterie, davanti ad una bella coppa di gelato da scegliere tra i mille gusti offerti. 

 

 

     Calata la sera … alzate gli occhi al cielo: lo spettacolo stellare non vi deluderà!   Garantito!

 

SECONDA GIORNATA:

 

Cultura!  Storia!  Arte!

 

     Conoscerete la città vecchia e i monumenti storico-culturali più belli e più interessanti.   Vi serve qualche dato? Ecco per voi pronta una mini guida. È consigliabile indossare scarpe da ginnastica. Appuntamento in piazza: ”là de la fontana”.

 

 La torre dell’orologio:

     La torre dell’orologio si trova nell’attuale piazza Tito.

Per secoli ha sempre cambiato nome, fu chiamata prima Riva Grande, poi Piazza del Porto, quindi piazza della Riva, poi Vittorio Emanuele III, poi di nuovo Piazza Grande ed ora  Piazza Tito.

     La torre dell’orologio fu costruita nella metà del XIX sec. durante la presenza austriaca.

Sulla parete della torre, che guarda la piazza, possiamo vedere una bifora sovrastata da un leone rampante, veneto, simbolo della presenza veneziana, ed un orologio inserito nella parte più alta del fabbricato.

     Dovete sapere, che per difendersi dai nemici, nel lontano XII sec. fu costruita a Rovigno una muraglia, che circondava l’intera città-isola.

     In origine la torre dell’orologio non aveva il leone, ma solo due finestre. Il leone vi è stato posto appena dopo il 1905, ed era stato recuperato dalla demolizione della torre di mezzo, la torre del Ponte, avvenuta nel 1843. 

 

    

 

         

                                

 

Passiamo sotto l’elegante arco barocco dei Balbi. Originariamente era chiamato “Porta della Pescheria  vecchia”,  una delle sette porte della città.

La famiglia dei Balbi viene così onorata per le opere patrocinate alla città di Rovigno. Si può notare, dalla parte esterna, scolpita una figura “Turchesca” e da quella  interna una ”Veneziana”. 

    

                                                    Saliamo tutti i bei gradini  scivolosi della Grisia, la via più nota della città,

ed arriviamo alla basilica di S. Eufemia, tipico esempio di barocco  veneziano, che si innalza alla sommità del

nucleo storico.      Prima la chiesa era dedicata a S.Giorgio. Venne sostituita verso la metà del X sec. da una

 nuova costruzione a tre navate.  Dietro l’altare di destra venne collocato il sarcofago  in marmo di S. Eufemia.

La nuova chiesa venne

dedicata ai SS. Giorgio ed Eufemia, patroni della città. In seguito, nel 1725, diedero il via alla costruzione della

chiesa odierna.

     Il campanile di S. Eufemia venne innalzato negli anni 1654-1687 in sostituzione di quello originario più basso

 e allora cadente.

 

     Il campanile si rifà a prototipi veneziani. La costruzione è durata per ben ventisei anni.

     La singolare e splendida statua forgiata nell’officina dei fratelli Vincenzo e Giovanbattista Vallani

 di Maniago, è stata posta sul campanile nel 1758, in sostituzione della precedente, di legno foderata

in rame, andata distrutta nel 1756.

     La statua, che gira su un perno grazie ai venti, venne, al pari del campanile, più volte riparata.Il campanile assieme alla statua di S. Eufemia supera i 62 metri d’altezza. 

     Non ci sono molti documenti storici sulla vita di S. Eufemia.

Nacque a Calcedonia nell’Asia Minore attorno l’anno 290 d.C.

Ebbe un’educazione cristiana. Al tempo dell’ imperatore Diocleziano, che perseguitava i cristiani, la quindicenne Eufemia venne imprigionata e seviziata.

     Il 16 settembre 304 d.C. fu gettata tra i leoni dell’arena.

 

 

        Le spoglie della Santa martire rimasero per tre secoli a Calcedonia, in seguito vennero raccolte in un sarcofago di marmo e trasferite a Costantinopoli, dove furono conservate in una chiesa maestosa che l’imperatore Costantino fece erigere in suo onore.

       Vi rimasero fino all’anno 800 d.C. quando, secondo la leggenda, in una notte tempestosa, il sarcofago con il corpo della santa sparì da Costantinopoli. 

            All’alba del 13 luglio dell’800 il sarcofago arrivò sulla spiaggia rovignese e venne trainato fino alla sommità del colle da un esile ragazzo con i suoi vitellini.

            Gli abitanti, allibiti gridarono al miracolo e accolsero la santa come nuova protettrice della città.

        Nel sarcofago sono custodite le reliquie della santa coperte da preziosi paramenti con ricami dorati.

       

             Dal sagrato della chiesa prima si gode di una vista magnifica e poi si ridiscende il colle passando, questa volta, per via Del Monte. 

           

Si arriva così al mercato dove si fa merenda con una bella pesca nostrana. Prima di addentarla lavatela alla piccola fontana situata nel centro fra i banchi dell’ottava fila. Già che ci siete osservatela bene perché datata anno 1908. La fontanella venne costruita dall’allora “fabrica sardiele” Ampelea, oggi Mirna. In questo modo si permise alla popolazione di usufruire dell’acqua potabile, in quanto, fino a quel momento le uniche fonti idriche erano le cisterne. 

 

 

FINE DELLA STORIA:

“Tutti vissero felici e dissetati!” 

       Sperando che la nostra mini guida vi sia utile, vi auguriamo un buon soggiorno nella nostra bella città.

 


 

13  

motto Titti              8 ° classe              Alessia Stefan

Scuola Elementare Italiana " Gelsi " - Fiume

 

É estate, precisamente la settimana che precede il mio compleanno. Sto per uscire, tutto ad un tratto sento suonare il campanello. Vado ad aprire la porta e mi ritrovo davanti mia cugina Diana, da Novara, da sola e con le valigie. La faccio entrare e ci mettiamo a chiacchierare. Mi racconta che i suoi, d'accordo con i miei, l'hanno mandata in vacanza per un mese da noi. Telefono ai miei amici informandoli che farò un po' di ritardo.

Sistemate le valigie ci prepariamo ad uscire. Decidiamo di raggiungere a piedi i miei amici al centro. Sono emozionata, l'accompagno per le vie della mia città! Noi due da sole, senza l" accompagnamento /sorveglianza" dei grandi, i nostri genitori. Il primo "monumento" che incontriamo è proprio la mia scuola, la Gelsi, che si trova appunto vicino a casa mia e che quest'anno festeggia i 50 anni di collocazione in questo edificio. Per strada le mostro tutta una serie di negozietti e locali che frequento con gli amici.

Arrivate al centro, le indico prima di tutto il cinema Croatia, poi la Chiesa dei Cappuccini della quale non conosco la storia ma so che il vitrage dietro l'altare è stato affrescato dal mio prozio, il pittore Romolo Venucci.

Imbocchiamo la via del Corso e le racconto che fino a molti secoli fa al posto del nostro Corso c'era il mare. Fiume è stata da sempre un porto molto importante.

Tra una battuta, una risata ed esposizioni dettagliate sulla storia della città, raggiungiamo il luogo dove ci stanno aspettando i miei amici. Mia cugina e i miei amici fanno subito amicizia e si mettono a conversare anche se non tutti parlano la stessa lingua.

Come inizio, potrebbe bastare. L'indomani visiteremo Fiume da vere turiste! Tornando a casa, le indico il nostro cinema preferito, il Cinema Fenice, costruito in stile Liberty. Di fronte al Cinema , si erge il Liceo, il nostro Liceo – un grande edificio che offre da ben 116 anni la possibilità di studiare in italiano alle medie superiori. Fra poco anch'io lo frequenterò! Racconto a mia cugina dell'ansia e della curiosità che mi accompagnano nei miei pensieri.

Il mattino successivo ci svegliammo e scendemmo in centro. Per fortuna quel giorno non faceva tanto caldo. Arrivate, visitammo per prima cosa la Cattedrale di San Vito, la cui costruzione iniziò nel 1638. Le raccontai dei mie ricordi della chiesa dove da piccola dovevo suonare il flauto e cantare nel coro durante la Messa di Natale. Una volta l'insegnante di catechismo mi affidò una delle letture durante la Messa.

Poi visitammo la Chiesa di San Sebastiano, la più antica di Fiume, nella quale ho pure cantato. Passando per la Città vecchia le mostrai tutte le case antiche e l'Arco romano.

Poi ci avviammo verso la riva e le raccontai che d'inverno, quest'anno per la prima volta, hanno allestito una pista di pattinaggio. Dopo esserci "riposate" osservando le barche e le navi attraccate al porto, rivolgemmo la nostra attenzione alle fontane poste di fronte a Palazzo Adria. Curiosando tra negozi e viuzze, arrivammo in Piazza Kobler, proprio alle spalle della nostra Tore che lei aveva già notato la sera prima. Le dissi che è questo il simbolo della città. Lo stemma è rappresentato dall'aquila bicipite. Poi arrivammo fino a Palazzo Modello, oggi sede della Comunità degli Italiani e dell'Unione Italiana. Sempre in questo palazzo, da piccola avevo frequentato il corso di pianoforte.

Alla fine del Corso, trovammo un po' di ombra sotto i platani, che si trovano vicino alla fontana, donata a sua volta dalla città di Kawasaki, città gemellata a Fiume. Ci fermammo un po', osservammo il via vai di gente sul ponte costruito recentemente. È uno dei ponti che sovrasta il piccolo ma importante fiume della nostra città, l'Eneo, ed è dedicato alla memoria dei caduti della Guerra degli anni '90. Poco più lontano si trova l'albergo Continental. Ammirando la città da questa prospettiva, dall'alto il Castello di Tersatto sembrava chiamarci a raggiungerlo. Con coraggio affrontammo la scalinata e contammo i gradini uno per uno. Perdemmo molte volte il conto, ma alla fine raggiungemmo il Santuario della Madonna di Tersatto.

Dopo il pranzo, andammo a visitare il mio rione che si estende tra le zone di Stranga e Podmurvice, nonché il campo di calcio dell'INA e la Chiesa dei Salesiani, precisamente la Chiesa di Maria Ausiliatrice. Ci recammo poi presso l'ex convento delle suore Benedettine, oggi Parrocchia di San Giuseppe. È questa la Chiesa dove sono stata battezzata, dove mi è stata impartita la prima Comunione e dove riceverò il sacramento della Cresima. Nelle vicinanze della Chiesa si trova la scuola di Torretta, oggi scuola Turnić che è stata progettata dal mio prozio Romolo Venucci.

Dopo tutto questo girovagare eravamo letteralmente sfinite, cioè la sfinita ero io! Quella sera non uscimmo, ci fermammo nel giardino di casa a parlare del più e del meno.

Il giorno dopo decisi che saremmo andate al mare. La mattina, di buona lena raggiungemmo la spiaggia di Žurkovo, nella zona di Kostrena. A Diana piacque molto la natura della zona, il mare pulito. Ma nel vedere il cantiere navale "Viktor Lenac" disse prontamente "Che orrore!"

Anche il giorno dopo ci recammo al mare, ma questa volta scegliemmo come destinazione la Riviera di Abbazia, località che mia cugina conosce molto bene in quanto vi trascorse per molti anni le vacanze assieme ai genitori.

Trascorremmo un mese bellissimo e molto interessante. Io ero particolarmente fiera di poterle fare da guida. Spero tanto che Diana ritorni e sia nuovamente ospite nostra anche la prossima estate, così potrò raccontarle tutte le cose nuove che sono successe in questo anno.


 

14  

motto   2004             6 ° classe         Alessandra Manzin

Scuola Elementare Italiana Dignano

 

Buongiorno, sono la vostra guida turistica e vi porto a vedere alcuni posti della mia città. Degnano è un abitato cittadino dell’Istria sud occidentale a dieci chilometri da Pola. E’ nota ancora in epoca romana come VICUS ATTINIANUM. E’ circondata da oliveti e da vigneti della fertile terra istriana.

E’ una terra di antiche tradizioni sorta sulla scia dei castellieri preistorici. La città ha conservato il suo particolare aspetto medioevale con le strette calli incuneate tra le case costruite in stile gotico-veneziano, rinascimentale e barocco.

Ora ci troviamo nella piazza del Popolo dove nel XIV sec. C’era un castello con un fossato e torri difensive, che poi fu demolito nell’anno 1808. La piazza è circondata da molti palazzi importanti come il municipio neogotico, la casa Benussi, casa Bembo, palazzo Bradamante ed il gotico palazzo dei conti Settica.

Oggi la mia intenzione non è di parlarvi di questi bellissimi palazzi, ma di farvi vedere alcune chiese – i preziosi gioielli della città. Delle 53 chiese di un tempo, a Degnano sono rimaste 15.

Eccoci davanti alla chiesetta di S. Rocco. La chiesetta è del 1530, “un’epoca in cui il flagello divino si abbattè impietosamente anche in queste contrade, e le malattie infierivano impietosamente sulla popolazione”. Recentemente è stata restaurata. Non lungi da qui troviamo un’altra chiesetta, infatti eccoci davanti S. Caterina del XII sec. E’ costruita in pietra finemente lavorata. Proprio essa è il più antico edificio sacro di Degnano. Conserva resti di affreschi del XV sec.

Ora vi porto a visitare la chiesa della Madonna Traversa, che è situata su un’altura un po’ fuori dal centro di Degnano. Gli scavi archeologici hanno riportato alla luce l’esistenza di una precedente chiesa dell’VIII sec. “Venne trovata anche una capace cisterna e si spiega così il primo nome del Santuario: Madonna delle fontane”. La chiesa è restaurata nel 1615 ed ha una navata con cinque altari. L’edificio è molto imponente con le caratteristiche finestre a lunetta. Sotto al rosone vetrato, si distingue lo stemma del podestà Vincenzo Avogadro. Il campanile a vela si trova in fondo al muro laterale sinistro.

Andiamo avanti prendendo la larga strada principale, la lunghissima Via delle Mercerie. A destra e a sinistra della via ci sono alte case a tre piani con sotto un negozio o una bottega artigianale. All’inizio vi è la piccola chiesa di Santa croce, minuscola, ma prestigiosa perché una volta i reggitori della città accoglievano qui le visite dei vescovi di Pola. Sullo stipite della porta c’è la scritta IHS 1468 (Jesos Hristos Soter).

Facciamo alcuni passi per via Merceria, passiamo un sottoportico ed eccoci davanti alla chiesetta di S. Martino costruita nel XIV sec. Sull’architrave dell’entrata c’è la scritta: ECCLESIA INQUISIT.ISTRIAE. In questa chiesetta si riuniva il famoso Tribunale dell’Inquisizione per l’Istria. Nella chiesa c’è l’altare ligneo con una pala della madonna con il bambino e i Santi Nicola e Martino. Qui furono condannati tutti gli istriani che si macchiarono al protestantesimo.

Scendiamo ancora un po’ verso il centro di Degnano e ci imbattiamo nella chiesa del Carmine sorta nel 1630. E’ costruita a croce latina, “incombe sui passanti con la solennità della facciata principale e un rosone di essenziale nitidezza”. Sopra il rosone c’è lo stemma del podestà Francesco Barbaro. All’interno si può ammirare uno splendido altare in legno dorato con la statua di S. Sebastiano. Poi c’è la tela della Madonna del Carmine e di S. Simone Stock, e la pala di Antonio della Zonca. Nel passato questa chiesa fu un oratorio dove convenivano i predicatori più famosi da Venezia, Trento e Milano. Vi è conservata una statua di S. Pietro. Una volta nei periodi di siccità la statua veniva portata in processione per impetrare la pioggia.

Lasciamo questo bellissimo posto e andiamo a visitare la chiesetta di Sa. Giacomo delle Trisiere. Questa fu la prima chiesa parrocchiale di Degnano (XII sec.). Nel 1492 in questa chiesetta si svolse la promulgazione dello Statuto dignanese.

Ora prenderemo la nostra corriera perché vi voglio fare una sorpresa. Ci rechiamo alla basilica paleocristiana di S. Fosca. Ecco attorno a noi il tipico paesaggio istriano: filari di viti, oliveti e muri a secco. “Un territorio percorso da memorie, pronto a svelare le sue grazie, aperto al gusto della scoperta personale”. Ecco la basilica, erge tra le campagne, le masere, i prati. Si ritiene che sia stata costruita nel VII sec., poi rinnovata nel 1150. L’interno della chiesa era tutto dipinto, purtroppo oggi si conservano solo alcuni affreschi, tra i quali è conservata la scena della risurrezione di Cristo. Questa chiesa ci ricorda una tradizione antichissima, ogni anno a S. Fosca (13 febbraio), i Dignanesi fanno una specie di pellegrinaggio con la messa e una colazione sui prati attorno alla chiesa: la prima uscita dopo i rigori dell’inverno.

Spero vi sia piaciuta questa visita con le chiesette di Dignano ed ora vi propongo di fare una merenda, proprio a S. Fosca, come la facciamo noi Dignanesi, ammirando questo splendido paesaggio.


 

15  

motto   C.07.10                         6° classe                  Clarissa Capolicchio

Scuola Elementare Italiana Dignano

 

Oggi sarò la vostra guida turistica e vi porto a vedere Gallesano, Per prima cosa vi faccio vedere il centro di Gallesano cioè la piazza, nel 2002, l'hanno rinnovata, hanno costruito la fontana, proprio perché nel 1908 a Gallesano arrivo' l'acqua. Ora tutta la piazza e' ricostruita ed e' molto bella.

Accanto alla piazza si trova il palazzo del Giocondo, il più grande palazzo. Il palazzo riceve questo nome dal proprietario, il signor Petris Giocondo,

Il quale era padrone del paese e tutti lavoravano per lui.  Nel pianterreno del palazzo c'era un grande oleificio. Come potete vedere, ora, il palazzo e' in rovina e pensate che allora era il piu' bel palazzo.

  Ora vi faro' visitare le cinque chiese, inizio dai "Sigari" dove si trova la Chiesa della Madonna, che sta a nord della piazza. Questa chiesa viene chiamata anche la Concetta o Chiesa del Carso. Importante di questa chiesa e' che davanti all' altare maggiore spiccava un grande Crocefisso. Da qui la leggenda sorta che dalla chiesa di S. Mauro, ora in rovina, nella Chiesa del Carso, vennero trasportati preziosi tesori. Si diceva che la Chiesa del Carso, per il suo grande Crocefisso, per lungo tempo fosse chiamata "Santa Croce".

Andando giu' per la strada mi fermo a parlarvi della chiesa di S. Giuseppe (Santiseppo), che fu sede, un tempo, della "Scuola di Santa Croce". Questa chiesa divenne col tempo proprietà privata della famiglia Debrevi. Ora andrei a parlarvi della chiesa di S. Giusto. Essa è sorta sulle fondamenta di una preesistente, dalla quale ha ereditato il Titolo, ed anche qualche  cimelio, (VII- VIII secolo). Qui accanto, si vedono ancora i resti di un antico cimitero.

Ritorniamo indietro e accanto alla piazza vediamo la più grande chiesa di Gallesano, la chiesa di S. Rocco, dove ogni domenica si celebra la messa.

La chiesa e' bellissima, avente le statue della chiesa di S. Antonio Abate, che adesso la vedremo. Nel 1634 il vescovo di Pola consacro' la chiesa in onore di S. Rocco. Accanto la chiesa si trova il campanile alto 36 metri. Tutti dicono che sopra l'ingresso del campanile si nota il corpo di un leone con la testa di un uccello rapace, simbolo del vescovo che ha inaugurato il campanile. Andando giù per la strada c'è l'ultima chiesa quella che avevo nominato cioè la chiesa di S. Antonio Abate. Essa era proprietà privata della famiglia Deghenghi ( Paronzin ). Pure questa chiesa è molto vecchia, nelle pareti esterne sono murati due plutei che appartenevano ad un ' antica chiesa che sorgeva in quel posto. Con le chiese avrei finito e adesso vi racconto che ora Gallesano ha 1600 abitanti, si sono costruite molte case e la maggior parte della gente lavora a Pola.

 Ora vorrei dirvi ancora qualcosa per i posti di Gallesano, se andiamo giu' per la strada, dopo la chiesa  di S. Antonio Abate, troviamo la Scuola elementare che pur essa è abbastanza vecchia, subito accanto c'è la Comunita degli Italiani, fondata nel 47.

Le attività principali dei gallesanesi sono da sempre legate all'agricoltura, numerosi sono i vigneti, oliveti, sviluppata anche la pastorizia.

D'estate vengono organizzate le tradizionali " Notti Gallesanesi " arricchite sempre da balli folcloristici e tradizionali e dalle cioche che sono specialità gastronomiche locali. Con questo ho finito, arrivederci e a presto.


 

16 

motto Cuore                    7 ° classe                 Luana Orlic'

Scuola Elementare Italiana Dignano

 

Vorrei iniziare a parlare di Dignano, città molto bella e graziosa iniziando con la storia del Castello dei Bettica, ovvero del Palazzo del Fiore. E’ tutelato dall’Istituto regionale per la conversazione dei monumenti di Fiume. Si trova allo sbocco della nostra piazza o “piasa” che alcuni personaggi illustri chiamavano il “salotto” di Dignano.  Il palazzetto è adesso conosciuto come un monumento storico e culturale. L’entrata a palazzo Bettica si trova in via Pino Budicin numero 7, altre due entrate sono in via Castello.  Dal muro merlato si entra nel cortile attraverso un passo carrabile chiuso da un grande portone. Nel cortile c’è la più antica cisterna dignanese, tuttora efficiente, è datata 1525 I.B. del capostipite Isidoro Bettica.

            Il palazzo Bettica rappresenta un polo per qualsiasi persona che venga a Dignano grazie all’architettura e allo stile di costruzione dell’edificio. Le finestre, sono monofore e bifore e conferiscono all’edificio un aspetto fiabesco. Questo palazzo è di grande originalità a Dignano essendo uno dei più interessanti edifici antichi della nostra cittadina nel “Portarlo”. Quando si pensò di realizzare un museo locale la scelta è ovviamente caduta su Palazzo Bettica perché era il più adatto allo scopo. Nel 1975 con un decreto dell’Assemblea Comunale di Pola si stabilì che l’edificio doveva essere utilizzato per scopi culturali. Spesso ci chiediamo che cosa si nasconde sotto questo nobile aspetto, qual è la sua storia e chi ci viveva dentro. Al pianterreno c’è la cantina dalla quale si diffondono le scale. Salendo al primo piano si scoprono molte stanze, dalle finestre in stile veneziano con tanta luce, e dalle quali si può ammirare uno splendido panorama di Dignano e dintorni.

                        Le persone che la abitavano erano i signori Bettica, aristocratici che possedevano terre fino a Barbarica, poi nel ricordo dei nostri compaesani i Guarnirei e la famiglia Bandoricchio. Da questo possiamo desumere che l’edificio fu usato per secoli come abitazione, diventò in parte sede sociale agli inizi del secolo, uffici pubblici e nuovamente abitazione. Al Tribunale di Pola è stato anche trovato un documento nel quale sta scritto che il palazzo Bettica è monumento nazionale e quindi se tale è, deve essere salvaguardato da parte della Sovrintendenza di Monumenti (documento del 20 agosto 1931, scritto a Torino).

            E da qui forse vi siete posti alcuni interrogativi:

Perché il palazzo si chiamava proprio palazzo Bettica? Chi erano questi Bettica?

Da quando possedevano il palazzo? Erano dei veri dignanesi?

Da alcune ricerche effettuate alcuni anni fa e documentate nel libro “Bettica un fiore di palazzo” ho saputo che:

a)      l’ultimo Bettica, proprietario di una parte del palazzo è vissuto qui dal 1932 al 1952.

b)      Da una ricerca presso l’ufficio anagrafico di Dignano ho rilevato i nomi degli ultimi Bettica morti a Dignano.

c)      Pola ha fornito le mappe di Punta Bettica, la zona di proprietà agricola dei settica a Barbariga.

d)      Dalla corrispondenza è dai contatti coi discendenti o altri collaboratori si sono sapute molte altre notizie.

Il primo documento consultato è stato estratto dai libri catastali dai quali ci risulta che il palazzo porta i numeri 548/1, 548/2, il cortile 548/1, 547 con un edificio annesso 548/2; questi dovevano costituire inizialmente un’unica proprietà. Il 6 ottobre 1921 gli eredi della Bettoni vendettero ad Antonio Guamieri il Castello; e fu Antonio che a sua volta il 10 giugno 1897 lascia eredi i suoi figli Antonio e Giovanni Battista. Il 18 luglio 1905 la parte del palazzo che apparteneva a Fioranti Giuseppe, venne divisa tra i suoi quattro figli.

            Negli anni successivi avvengono parecchi spezzettamenti e il 30 marzo 1922 con contratto di compravendita la proprietà del Fioranti passa a Bendoricchio Giuseppe e Natalia mentre il 27 ottobre 1926 la proprietà Guarnirei passa alla Banca della Venezia Giulia. Il 24 febbraio 1932 un Bettica, Cavalier Alberto ricompra parte del palazzo, e questo era un colpo di scena molto grande.

            Una nota del 1952 conferma il passaggio della proprietà privata a quella sociale generale sotto il Comitato popolare locale.

            Tutto questo lavoro ci ha portato a conoscere alcuni personaggi importanti della nostra città, i Bettica.

            La nobile famiglia godeva di un grande prestigio e di notevoli possibilità economiche. Su diversi edifici di Dignano c’è lo stemma dei Bettica.

            La famiglia Bettica aveva anche personale di servizio come: “famigli”, “pastori”, “servi”. Molte volte i Bettica venivano convocati per testimoniare le firme sui testamenti e altri documenti notarili come contratti, carte datali…

            Un dato molto interessante è quello che 41 signori Bettica furono chiamati padrini o madrine per ben 271 volte nel periodo tra il 1563 e il 1783.

            I Bettica hanno avuto origini Spagnole. Secondo i Bettica viventi in Italia, essi giunsero dalla Spagna in Italia attorno al XII secolo con un cavaliere esiliato dal re di Spagna. La loro era una famiglia antica che viene già menzionata nel 781. Il loro cognome ha subito molte trasformazioni nei secoli:

I.  -   “Omo rico de Betas”

II. -   “Betis”

III. -  “BETTICA”

Nel 1545 i Bettica furono proclamati nobili dal Sacro Romano Impero.

I primi  Bettica provenienti dalla Spagna erano militari e hanno fatto costruire nel 1503 il nostro bel Palazzo.

            Per concludere questa mia ricerca posso dirvi che ho approfondito le mie conoscenze non solo sul palazzo Bettica, ma anche sulla vita della gente di una volta a Dignano. Spero che questa mia ricerca vi piaccia e che vi sia utile qualora voleste venire a Dignano per vederlo, perché non è un Castello qualsiasi, ma una cittadina con una storia molto bella e soprattutto molto interessante, rimarrete sorpresi e meravigliati perché Dignano ha molti tesori nascosti: uno di questi è proprio il Palazzo del fiore.


 

17        

motto Kiss 24                          6° classe                  Andrea  Blaskovic'

Scuola Elementare Italiana Dignano

 

Mi piace molto stare con le persone. Mi piace anche fare la guida turistica. Quest’oggi vi porto a vedere la mia Dignano. Siate i benvenuti in questa piccola città dove potrete scoprire molte cose interessanti e coinvolgenti. La mia cittadina ebbe senz’altro origini lontane. La storia narra che l’attuale Dignano sia il risultato dell’unione di sette ville, facenti parte del territorio di Pola. All’inizio, sotto il dominio romano Dignano fu chiamata Attinianum o Altinianum in seguito, nel XII secolo, il paesino fu chiamato Antinianus, mentre fino al XIV secolo compare come Adignano, e solo infine come Dignano. A quel tempo Dignano diventò capoluogo d’Istria e i signori della villa di median offrirono come omaggio il santo della propria chiesa, San Biagio, che divenne così il nuovo protettore di Dignano accanto al precedente San Quirino. Nel 1330 Dignano si staccò da Pola e divenne comune indipendente.

            Passiamo ai monumenti, ai palazzi e alle chiese più importanti. Uno di questi palazzi è il Palazzo Municipale, sorto nel 1910 in stile veneto; all’esterno, sotto la linfa, spicca lo stemma cittadino. Oggi, oltre al Comune, ospita la Comunità degli Italiani. Al suo interno si può ammirare il busto dell’illustre cittadino e compositore Antonio Smareglia nonché alcuni quadri d’epoca molto preziosi.

            Nella Città Vecchia si trova la chiesetta di San Giacomo della Trislere, è molto antica, forse la più antica parrocchia di Dignano e probabilmente anteriore al 1212. La chiesa fu, in principio, dedicata alle Sante Persone della Trinità. La derivazione del nome greco fa pensare che la chiesa potrebbe risalire al IX secolo, quando ancora predominavano le influenze bizantine.

            La casa Betica invece è un esempio di passaggio dall’arte gotica a quella rinascimentale. Il muro del cortile, sulla via Portarlo, ricorda con i suoi merli ghibellini le torri fiorentine. I pilastri delle finestre sono scolpiti e piccole mensole supportano i cornicioni.

            Il Duomo di San Biagio ha tre navate con abside centrale e un grnde presbiterio. Il duomo misura 55 metri per 36 e la cupola centrale si innalza per 25 metri. Per la sua costituzione fu preso come modello la chiesa palladiana di San Pietro di Castello di Venezia. Venne consacrato nel 1808. Sopra il timpano della facciata principale troneggiano cinque statue di santi. Il pittore veronese Gaetano Gresler arricchì la chiesa con i suoi affreschi. L’altare maggiore in marmo presenta due angeli di Francesco Trilli da Feltre, del 1616. Nel coro, a sinistra dell’altare, vi è l’ultima Cena dipinta da G. Contarini nel 1598. Numerose e interessanti tele adornano il Duomo: è tradizione che nella chiesa precedentemente, almeno fino alla fine del 1700, vi siano stati quadri di Tintoretto, del palma e di paolo Veronese. L’elegante tabernacolo in stile tardo gotico, che si trova murato nel transetto a sinistra è del 1451 e proviene dall’antica chiesa medioevale che sussisteva precedentemente. Il tesoro di arte sacra conservato nel Duomo comprende pure una preziosa tavola trecentesca: questa fungeva da coperchio del sarcofago che custodiva le spoglie del beato Leone Bembo “Episcopus Methonenis” vissuto a cavallo del XIII e XIV secolo.

            Nel 1815 iniziò la costruzione del campanile, alto 63 metri. Fu eretto su progetto dell’architetto Antonio Porta di Trieste, e fu portato a termine solo nel 1883. Il campanile sorge staccato dalla chiesa, nel luogo in cui la confraternita di San Giovanni aveva un oratorio ed una scuola presieduta da due preti. Nel 1880 anche il Duomo subì un importante restauro.

            Nella contrada delle Mercerie si trova la chiesa della Madonna del Carmine costruita nel 1630, la quale, dal 1750 al 1800, ebbe funzione di Duomo fino al termine della sua riedificazione.

            La chiesa di Santa Caterina è una chiesa di antica origine, probabilmente del XVI secolo, costruita in pietra calcarea nuda, a corsi regolari. Nell’abside della chiesa di Santa Caterina furono trovati frammenti di antichi affreschi risalenti all’epoca in cui si decoravano le pareti delle chiese, mentre la tela raffigurante la santa, di Pietro Marchesi, è posta sull’altare. E’ una piccola chiesa romanica, con un piccolo campanile a vela, monoforo, completo di campana. L’abside esterno semicircolare è ricoperto di lastre di pietra.

            Lungo l’omonima via si arriva dinanzi alla romanica chiesetta di San Rocco, terzo patrono di Dignano. Questa cappella privata, ombreggiata da cipressi, si trova nell’omonima piazzetta ed è stata costruita nel XVII secolo. E’ interessante l’elegante facciata rosa pallido di tipo veneziano, stranamente sagomata, che s’incurva dolcemente ad arco con due cuspidi che s’innalzano ai lati della chiesetta. L’arco posto sopra la porta è un resto dell’edificio gotico preesistente. Alla sommità dell’arco un basamento reggeva la statua del Santo. Ora rimane il campanile a vela privo di campana.

            La chiesa della Madonna della Traversa viene chiamata così perché posta di traverso alla strada principale. La precedente chiesa conventuale, forse del XIII secolo, era molto antica e piccola. Poi, nel 1615, fu ingrandita con una bella facciata in pietra lavorata a corsi, e venne considerata il santuario del luogo. Porta un campanile a vela stranamente eretto posteriormente sul fianco destro della chiesa. L’anno della costruzione è scolpito in una iscrizione murata sopra il portale, assieme ad uno stemma gentilizio, che ricorda l’opera dell’avvocato Vincenzi.

            Dalla piazza principale scendiamo verso ovest, lungo la via che porta da secoli il nome Castello. Questa antica via attraversa l’omonima contrada e termina in piazza del Duomo. All’inizio della via, all’angolo con la via Portarlo è presente un palazzo gotico del XV secolo. Anch’esso è chiamto castello ma, in realtà, è la  casa Betica

            Della mia cittadina potrei parlare ancora per ore, però il nostro tempo sta finendo. Con questo ultimo monumento finiamo la visita, dandovi un caloroso arrivederci al prossimo incontro con molto altri monumenti e tanti aneddoti legati a loro. Spero di essere stata interessante e di avervi incuriosito almeno un po’.


 

18  

motto Luna                                   7° classe                  Samantha Smajic'

Scuola Elementare Italiana Dignano

 

Buon giorno, mi chiamo Samantha e per oggi sarò la vostra guida  turistica. Vi porterò a vedere la mia città : Dignano.
Inizierei col dirvi in breve la sua storia.

Dignano è una terra di antiche tradizioni, sorta sulla scia di castellieri preistorici, cioè costruzioni in pietra di forma circolare o ellittica abitate dagli Istri presenti sull'ampio territorio da tempi remotissimi. Oggi è l'esempio vivo di una città cresciuta e conservatasi a lungo con le sue caratteristiche peculiari di abitato urbano - rurale, di tipo medievale.

Il territorio con le casite , nella geometria delle masiere che sono muri a secco che delimitano le proprietà, e testimoni del passato millenario dei suoi abitanti dediti all'agricoltura, alla coltura dell'olivo e della vite, è vasto e arriva fino al mare di Barbariga e Fasana, a sud.

            Per quanto riguarda la nostra storia vera e propria inizierei dopo la conquista romana del II sec. A.C. , visti i resti di ville rustiche tutt'intorno a noi.

            In quel tempo il romano Attinianum era congiunto alla via Flavia, la strada imperiale fatta costruire da Vespasiano, che da Pola andava a Valle passando per Gallesano e Dignano. Era pure congiunto alla consolare che da Pola andava a Vistro a Valle passando per Fasana e Betica. La strada che univa Dignano  alla consolare scendeva a sud passando per la contrada di Lisignamoro e Pilisia, una località che ancora oggi mantiene il suo nome. Questa rotabile corre lungo una delle calles e porta ancora il nome di "strada romana".

Dignano all'epoca era rappresentata da un'unica amministrazione e formava un predio curato da Attinius da cui potrebbe derivare l'etimo Attinianum.

La tradizione vuole che l'attuale Dignano sia il risultato dell'unione di sette ville ( Dignano, Medano, S. Michele, S. Lorenzo e S. Quirino) facenti parte dell'agro di Pola; è la bella leggenda del "Grumaso". La caduta dell'impero romano non segnò una crisi per  lo sviluppo di Dignano. Il V e il VI sec. (dominio degli Ostrogoti e Bizantini ) segnarono un'epoca d'oro per la cittadina come lo dimostrano le diverse testimonianze.

            Una di queste vi apparirà proprio ora alla vostra destra, cioè stiamo per conoscere la chiesa della "Madonna della Traversa". Questa chiesa era dedicata alla Madonna dellla Fontana, poi , scomparsa la fontana da cui essa prendeva il nome, venne chiamata Madonna della Traversa perché posta di traverso alla strada principale. La primitiva chiesa conventuale, forse  del XIII sec. Era molto piccola ma fu ingrandita poi nel 1615 con una facciata tutta in pietra lavorata a corsi. La sua navata è singola con l'abside e il presbiterio. Da alcuni anni questa chiesa è stata trasformata in scuola di restauro.

            Per quanto riguarda la storia invece direi che la breve parentesi longobarda in Istria segnò la prima devastazione di Dignano, nel 751, guidata dal re Astolfo.

            Anche se Dignano ebbe senz'altro origini lontane , la località viene menzionata per la prima volta in una sentenza di Bertoldo di Andechs alla cui stesura prese parte il vassallo Poponis de Adignanis nel 1194, Attinianum "nobile e ricca terra". Nel 1209 i vescovi di Pola offrirono in dono Dignano ed altre dieci ville ai patriarchi di Aquileia (diventati marchesi d'Istria). Fu proprio a Dignano che il patriarca istituì l'ufficio della regalia. A metà del XIII sec. DIGNANOdivenne feudo dei Castropola - signori della vicina Pola nel  XIII e XIV sec. L'insediamento si sviluppò ulteriormente riuscendo a vivere dei redditi delle proprie terre producendo legna da ardere, bestiame, granaglie e ottimo olio e vino.  Nel 1330 circa, a seguito degli attriti fra il patriarca di Aquileia e i Veneziani le sette ville decisero di unirsi , formando un capoluogo. Esse erano Attiniano, Median, Gusan, Guran, San Lorenzo e San Pietro in Pudenzan. L'unione sarebbe avvenuta mediante un'originale votazione: i delegati di ogni singola villa avrebbero manifestato la propria scelta lanciando delle pietre verso un dato sito formando un mucchio di pietre noto come il " grumaso de la sorte". La fortuna favorì proprio  Dignano che raccolse il maggior numero di pietre e così fu scelta come sede. Come omaggio la villa di Median offrì a DIGNANO il santo della propria chiesa ,  S.Biagio, che divenne così il nuovo protettore del capoluogo , accanto al precedente S. Quirino , chiesa che ora noi ci accingiamo a visitare. Come potete vedere alla vostra destra si trova il nostro campanile che è il più alto dell'Istria , precisamente ha 63 metri. Fu eretto su progetto dell'architetto Antonio Porta di Trieste e fu portato a termine appena nel lontano 1883.

            Il duomo di S.Biagio fu costruito negli ultimi decenni del XVIII sec., è a croce latina, ha tre navate con abside centrale, un grande presbiterio ed una facciata neo barocca. Venne consacrato nel 1808. Per la sua costruzione fu presa a modello la chiesa di S. Pietro di Castello di Venezia, la quale fu progettata da Andrea Palladio nel 1580. Sopra il timpano della facciata principale troneggiano cinque statue di santi: S. Biagio, con S. Pietro e  S. Lorenzo alla destra e poi S. Paolo e S: Quirino alla sinistra. Il pittore veronese Gresler arricchì la chiesa con i suoi affreschi nel 1818.

            Vediamo ora davanti a noi l'altare maggiore in marmo presentato da due angeli di Francesco Terilli da Feltre , del 1616; nel coro, a sinistra c'è l' "Ultima cena" dipinta da G: Contarini nel 1598. Ora ammirate il "Cenacolo" di G. Ventura del 1518, un dipinto dei SS. Patroni posto nella parte alta dell'abside, la pala di S. Giuseppe, restaurata nel 1937 e proveniente dall'omonima chiesa , sconsacrata nel 1897. Osservata ora poi l'elegante tabernacolo in stile tardo gotico , che si trova murato nel transetto: fatto nel 1451 proviene dall'antica chiesa medievale. Questi pannelli lignei mostrano l'immagine del santo. Agli angoli vi sono raffigurati  fatti miracolosi del Bembo. Ora il corpo mummificato di S. Leone Bembo riposa nel Duomo assieme ai corpi di S. Giovanni Olini, morto nel 1300 e di S. Nicolosa Bursa di Capodistria , morta nel 1512. Ora andremo a vedere i corpi mummificati dei tre santi, che fino ad oggi sono stati risparmiati dalla mano del tempo. Vi dirò ora qualcosa su ognuno di loro. Inizio senz'altro con San L. Bembo , membro di una famiglia veneta e cappellano alla corte del doge e poi ambasciatore in Siria, da dove ritornò ferito e mutilato. Dopo il suo rientro a casa visse una vita da povero in quanto nessuno lo riconobbe al ritorno. Morì poi nel 1188 e 22 anni dopo la sua morte sulla sua tomba una ragazza riacquistò la vista. Le guarigioni miracolose sono continuate . Rinvenuto il suo corpo tutti si meravigliarono perché era rimasto intatto proprio come lo potete vedere voi ora. S. G. Olini è conosciuto pure per aver dedicato la sua vita ai poveri, a guarirli miracolosamente. Questo fatto è testimoniato dalla sua mano alzata proprio come se stesse benedicendo qualcuno, vedete! Arriviamo poi al terzo santo Nicolosa Bursa , nata a Capodistria, ma che trascorse la vita nel convento Benedettino di S. Servola a Venezia. Dicono che la sua morte sia avvenuta nel 1512 , e che 14 anni dopo, dalla sua tomba profondeva un profumo stupendo e il suo corpo era tutto intero. Anche a lei sono state conferite guarigioni miracolose e alcuni studiosi e sensitivi hanno dimostrato che dal suo corpo si emana bioenergia nel raggio di 32 metri. Eccovi ora la Mostra sacra, un vero tesoro della nostra chiesa, comprendente 730 pezzi del periodo tra il V e il XIX sec. Questa è la più preziosa collezione di arte ecclesiastica che ci sia in Istria. All'interno si trovano le reliquie preziose rinchiuse in vetro di Murano, materiali e legni preziosi, il coperchio del sarcofago di Leone Bembo, dipinto da Paolo Veneziano nel XIV sec. , oggetti d'uso, libri teologici, manoscritti e statue barocche in legno del XVII sec.

            Ora possiamo avviarci verso la parte più vecchia di DIGNANO, dove troveremo la parrocchiale di San Giacomo delle Trisiere. Prima di entrare volevo parlarvi di questa piccola chiesa , la più antica, di D, del 1212 circa, cioè dell'anno in cui la chiesa di Dignano divenne parrocchia autonoma da quella di Pola. La ricordiamo perché alla vigilia di Natale dell'anno 1393 in essa venne stipulata la pace tra le due città con la definizione dei confini comunali. In questa stessa chiesa nel 1492 fu approvato il nuovo Statuto di Dignano con l'assenso di tutti i capifamiglia. Lo statuto è il documento  che regola saggiamente ogni suo affare e sancisce pene di morte per coloro che alle si davano al maleficio, mentre venivano bollati con ferro ardente e banditi quelli che esercitavano i sortilegi e tutte le fattucchiere. Vi ricordo anche che è stata la prima chiesa parrocchiale della nostra città.

            Mentre ci avviamo tra queste piccole viuzze lastricate vi ricordo che l'antica Attinianum era ristretta, nel XIII sec. ,  entro i limiti dell'odierna piazza, dove si trovano il Municipio e il Palazzo Bradamante, un tempo chiamata Piazza Grande e ancora prima Piazza Castello. Il Castello era irregolare nella forma ed aveva tre porte che permettevano l'accesso : una si apriva verso le Mercerie, un'altra porta portava alla contrada orno Grande e la terza era posta sul punto di unione delle contrade  Portarol e Duomo. Nella piazza attuale si trovava il Palazzo del Rettore. Il castello inizialmente fu  un antico fabbricato, eretto probabilmente nel IV, V sec. Quello che poi fu chiamato Palazzo del Rettore potrebbe essere stato costruito nei primi anni del 1300. Dovete sapere che il  castello venne demolito nel 1808 per dare a Dignano un'ampia piazza spaziosa e luce alle case circostanti. Con tali pietre furono selciate le strade interne che ora noi vediamo. Davanti a noi c'è ora il Palazzo del Municipio che è l'edificio più giocane , costruito dicono verso il 1911, con balconi e finestre di pietra lavorata e malta di finto mattone. Alle nostre spalle si erge Casa Vitteni che è una delle case più ampie, porta dalla piazza al Forno Grande. E' del 1800 ed ha tre archi murati del medioevo. Abbiamo ancora Casa Prolle del 1800, Casa Bradamante del 1867  con finestre ad arco. Ai lati dell'entrata vedete due oculi di ferro battuto e lavorato , c'è poi la trifora sostenuta da una balaustra in pietra. La cosa bella è lo stemma di D. proveniente dall'antico Castello Prigioni. Arriviamo poi sotto un piccolo volto dove un tempo c'erano gli artigiani setacci che facevano i "tamisi" le sedie ed i cesti impagliati. Accanto ci appare Casa Bembo , che una volta era la farmacia. Questo è un esempio di casa signorile , nota sin da allora per essere l'unica casa ad avere il bagno.
            Molti sostengono che nel retrobottega della farmacia si fosse stata un'apertura per i sotterranei che uscivano dal castello.

            La casa che vi presento ora è Casa Benussi, la più bella e antica facciata della piazza, costruita nel 1400; apparteneva ad un medico. Ha il balcone con bifora sormontata da uno stemma di pietra bellissimo.

            Casa Godina si trova alla destra della Grisa che, vedete, è un piazzale sopraelevato delimitato da pilastrini di pietra dove i dignanesi usavano e ancora oggi usano raccogliersi per assistere a quanto avviene in piazza. Ci avvieremo ora attraverso la via Merceria che per altro è la via più lunga di Dignano e di tutti i centri storici d'Istria. Prima di arrivare ad un'altra chiesa , alla vostra sinistra si trova la farmacia dove una volta c'era la porta che chiudeva la città e qui finiva la via Merceria. Ora siamo arrivati alla Madonna del Carmine che si trova alla metà della via. Essa fu costruita nel 1630 con il contributo  della confraternita del Carmelo. E' una chiesa a navata singola, con un ampio presbiterio e due cappelle laterali. All'interno resiste un bel pavimento a quadroni bianchi e neri, ha tre altari in marmo ed uno in legno; sopra quest'ultimo , che è prima dell'oratorio, è appesa la tela con i SS. Sebastiano e Antonio da Padova del 1651. Sulla facciata, tutta in pietra a corsi regolari, si apre un occhio contornato da due grosse cornici, pure in legno.

            Visitiamo ora la chiesa di S. Martino che era sede del Tribunale dell'inquisizione dove venivano processati i protestanti. Essa ricorda i tristi tempi dell'inquisizione introdotta in Istria fra il 1550  -  1580 al tempo della Riforma. Tale tribunale ecclesiastico istituì parecchi processi e pronunciò in Istria 5 condanne a morte. Nel 1649 Adriana Fantuccia finì al rogo in quanto condannata per stregoneria.

            Passeremo ora per le Sente ed arriveremo in via 16 gennaio, dove vedrete l'Agricola che aveva il mulino ed un deposito di cereali. In fondo alla via c'immettiamo nel rione di S. Caterina. La chiesa omonima costruita nel XVI sec. In pietra calcarea nuda, anche lei a corsi regolari, come quella del Carmine , è una piccola chiesa romanica, con un campanile a vela, monoforo e completo di campana, mentre l'abside circolare esterna è ricoperta di lastre di pietra.

            Attraverso il Forno Grande che si chiama così perché era il forno più grande di DIGNANO, ci avviamo verso l'ultima tappa del nostro tour attraverso la stupenda D, nel rione di San Rocco che ha al centro l'omonima chiesa. Questa cappella, ombreggiata da cipressi, è stata costruita nel XVII sec. E' interessante l'elegante facciata di tipo veneziano in rosa pallido, che si incurva dolcemente ad arco acuto e con due cuspidi che si innalzano ai lati della medesima. L'arco inflesso sopra la porta sembra un rimasuglio dell'edificio gotico preesistente. Alla sommità dell'arco un basamento reggeva la statua del santo. Ora rimane solo il campaniletto a vela senza la sua campana.

            Prima di concludere il nostro viaggio vorrei ancora dirvi che il botanico Bartolomeo Biasoletto , a cui è dedicata una via della DIGNANO odierna, nel secolo scorso pubblicò a Trieste varie osservazioni sulla flora dell'Istria.

            Con questo piccolo appunto, datovi al volo in questa notevole panoramica sui campi della periferia, vorrei dirvi di ritornare da noi in agosto, quando c'è la sagra annuale chiamata " Festa dei Bumbari" che porta il nostro soprannome, i Dignanesi sono infatti detti Bumbari. Vorrei salutarvi nel nostro dialetto "bumbaro" con i versi della mai canzone preferita ..:" i dise che Dignano non xe bello…"

            Arrivederci e spero vivamente che vi siate divertiti attraversando la mia città.


 

19 

motto Paradise           7 ° classe            Matteo Moscarda

Scuola Elementare Italiana Dignano

 

Fare la guida e illustrare a chi non la conosce la mia cittadina è il mio sogno nel cassetto perciò "buon giorno", mi chiamo Matteo e per oggi sarò la vostra guida turistica.

Vi porterò a vedere le bellezze del mio paese natio: Gallesano. Veramente le bellezze del paese sono le genti, la parlata arcaica ma io vi mostrerò pure dell'altro. Gallesano è una cittadina che si trova all'incirca a 10  km da Pola e a 3 km da Dignano. È un luogo dalle radici molto antiche. Il suo nome latino è Gallicianum mutato nel medio evo in vicus Galisanum e poi in Galisani.

Molti sono i reperti dell'epoca romana trovati sia nell'abitato che nelle vicinanze di Gallesano, cittadina che presenta una storia vasta e interessante che inizia già nella lontana preistoria. Attualmente Gallesano è diviso in rioni. l principali sono: il Toro, S. Zuanne, Lomel,  La Piazza,  S. lseppo,  EI Campanil, i Sigàri, S. Giusto, Monteci e Canale. Quello più a nord è i Sigari, a sud Canale, a est ci stanno i Monteci e a ovest c'è Lomel.

La prima parrocchia venne fondata nella chiesa di S. Giusto dietro alla quale si trova un piccolo cimitero che non viene usato mentre quello principale si trova a 100 m da qui. La chiesa principale di Gallesano è dedicata a S. Rocco e fu eretta nel 1613. Ha un campanile costruito nel XVII sec., alto 36m e staccato dal corpo della chiesa, che presenta cinque marcapiani. Sopra il portale è incastonato uno stemma con il leone rampante.

La chiesa all'interno contiene un bellissimo altare con statue di marmo raffiguranti i santi Paolo e Pietro. Questi santi sono gli attuali patroni del borgo e sono subentrati al precedente che dovrebbe essere stato S. Giusto. Le altre chiese per le quali è d'obbligo recarsi a Gallesano sono: S. Giuseppe che si trova vicino a S. Rocco, in Toro si trova la chiesa di S. Antonio e ai Sigari c'è la Concetta. Troviamo inoltre le rovine di molte altre chiese precedenti.

La sagra principale del paese è la «Festa delle cioche» che si svolge per tradizione il 15 agosto. Il piatto da assaggiare nell'ambito della festa è la polenta con le cioche che in italiano sono le lumache.


 

20

motto Pin               6° classe              Lea Lesic'

Scuola Elementare Italiana Dignano

 

            Oggi voglio fare la guida turistica e accompagnare io turisti a vedere la mia Dignano. La mia è una vecchia cittadina , bellissima, che ha origini molto lontane. Ci sono tante case antiche da conoscere , tante viuzze da percorrere, tante chiese da ammirare.

Ci raduniamo in Piazza del popolo. E' la nostra piazza principale e perciò anche la più grande e si trova nel centro della nostra cittadina. Osserviamo che è circondata da grandi e antichi palazzi. Una volta al centro della piazza sorgeva un vero castello abitato dal rettore veneto. Era abbastanza grande con delle torri e mura merlate e si vedeva da lontano come i campanili delle chiese. Poi andando in rovina perciò i cittadini decisero di demolirlo per ottenere una bella e grande piazza. Sotto la piazza corrono dei sotterranei che, dicono, portino al palazzo del "Portarol" e ad altri vecchi edifici. Interessante è il palazzo Bradamante tipico per il suo orologio. Anticamente era il palazzo municipale, per questo ha un'entrata molto ampia con scalinate di pietra. La facciata è caratteristica: c'è un grande portone in legno lavorato e nel mezzo una testa d'uomo con turbante. Ai lati del portone si osservano due colonne murate che fanno da stipiti. Ai lati dell'ingresso ci sono due finestre a forma ovale  lavorate col ferro battuto. Al piano superiore vediamo un balcone con balaustra di pietra ornata da tre teste di sasso, una centrale e due laterali. Un po' più in alto, sopra alla testa centrale c'è lo stemma. All'ultimo piano entriamo attraverso un'altra grande porta di legno che chiude le scale. Sopra questa porta e sopra la grande finestra ci sono mosaici di vetro colorato con vari ornamenti e uno stemma. Osserviamo poi una delle costruzioni più belle a Dignano, una casa semicircolare. La casa ha tre piani più il pianterreno. Le finestre sono riccamente ornate in stile gotico veneziano, la facciata di pietra , le inferriate , i cornicioni , i davanzali danno alla costruzione una impronta di eleganza che piace a tutti.

Ci incamminiamo ora verso la parte più vecchia di Dignano dove si trova il "Portarol" un rione caratteristico per i suoi innumerevoli portici, dapprima passiamo per Via Castello chiamata così per l'imponente palazzo Bettica detto dai dignanesi "Castello" a causa del muro merlato che lo chiude da un lato. Il "Portarol" è un rione con un gruppo di case addossate una all'altra dallo stile prettamente veneto, con finestre ad arco  e stipiti  fregiati. Entrando nella piazzetta notiamo un grande casamento: il castello o Palazzo Bettica perché la costruzione era stata ordinata dai Conti Bettica, dai quali ha preso il nome. Visitiamo il palazzo anche se malandato e osserviamo che sulla facciata anteriore ci sono delle bellissime finestre, mentre sulla parte laterale che porta direttamente nella via, c'è una finestra con uno stemma che abbiamo potuto vedere anche in altre contrade di Dignano. Dentro il "Castello", ci troviamo nel cortile nel quale troneggia la più vecchia cisterna dignanese, datata 1492, ancora completamente efficiente, ricercata per l'ottima e fresca acqua che contiene.
La via si dirama , ed eccoci davanti a una casa che ci lascia stupiti per la sua forma di nave. Sicuramente quando la costruirono c'era poco spazio a disposizione; del resto tutte le case del "Portarol" e delle Cittavecchia sono costruite  in un'area limitatissima con locali elevati uno sull'altro: cantina- cucina -camera- soffitta, collegati da scale strettissime e ripide.
La via è rimasta come era prima lastricata e ricorda i tempi passati della vecchia  Dignano.

Percorriamo la Via Castello caratteristica  per i numerosi volti, le androne e gli stretti passaggi e arriviamo in piazza del Duomo dove sorge la nostra chiesa di San Biagio. E? una chiesa bellissima dedicata a San Biagio , il protettore della nostra cittadina. Il Duomo è la copia della chiesa di S. Pietro in  Castelo di Venezia, misura 31,600 m. in larghezza e 56,20 m. in lunghezza. La chiesa è divisa in tre navate, con tre altari sostenuti da colonne di stile corinzio, fiancheggiate da altre in stile toscano. Le colonne che sostengono la Cantoria dell'organo hanno per base un capitello rimaneggiato e ridotto a zoccolo. L'orano che c'è oggi nella chiesa è del 1934. La facciata del Duomo è sormontata da cinque statue di pietra: S. Biagio sta nel mezzo, S. Lorenzo a destra e S. Quirino a sinistra; S. Pietro e S. Paolo poi alle due estremità.

La facciata principale ha tre parti che corrispondono alle tre navate. Sopra le parti laterali

Si trovano due finestre ad arco tondo e sopra la parete principale in alto c'è una croce e nel triangolo del timpano un rosone. Entriamo in chiesa e subito vicino alla parete laterale ammiriamo la Fonte Battesimale in marmo rosso. Presso la Fonte c'è una tela raffigurante Gesù Cristo battezzato da S. Giovanni sulle sponde del Giordano. Il secondo altare a sinistra è dedicato a S. Giuseppe , oggi in marmo e una volta in legno. Sotto la mensa dell'altare in una grande custodia chiusa da vetri , sono riposti i resti del corpo di S. Fortunato che vennero trovati nelle catacombe di Roma.

L'altare di S. Anna è di marmo nero, la pala a sinistra nella cappella del s. s. sacramento . L'altare della cappella è fatto di marmo rosso e così pure il ricco  tabernacolo proveniente da Venezia. La porticina è d'argento in bassorilievo con sopra una grande croce. La cappella è chiusa da una balaustra di marmo bianco con colonnine di marmo rosso veronese. La cappella di destra è dedicata a S. Giovanni Battista e qui sono sistemati in custodie di vetro i " corpi santi" portati da V. Gresler da Venezia nel 1818. Osserviamo i dieci altari con diverse statue e quadri molto belli su tutte le pareti. Alcuni sono preziosi e dietro  l'altare maggiore ce n'è uno grandissimo di S. Biagio che apparteneva al vecchio Duomo.

Accanto al Duomo c'è anche lo svettante campanile, ritenuto il più alto dell'Istria. Ci sono altre chiese da vedere , altre vie da percorrere, altri edifici da ammirare  , che rappresentano una testimonianza del ricco patrimonio artistico - culturale ereditato dalle generazioni passate, ma per oggi la nostra visita termina qui, contenti di aver goduto di una parte della ricchezza che ci offre  la nostra Dignano.


 

21  

motto      T92           6° classe         Tina Tarticchio

Scuola Elementare Italiana Dignano

Buongiorno!

Oggi  sarò la vostra guida turistica, e vi porterò a visitare un po' il paese di Gallesano. Mi affascinano le chiese di Gallesano   e così vi racconterò un po' della loro storia. 

Cominciamo dalla chiesa più antica, che è quella di S.GIUSTO. La chiesetta di S. GIUSTO è una basilica romana a tre navate e con abside quadrangolare, sporgente a volta a botte. Le navate poggiano sui pilastri di sezione quadrata.  Questa chiesetta venne restaurata ed ampliata nel XVI secolo, sulle rovine di una delle chiese paleocristiane che copriva l'attuale area delle navate centrale e settentrionale. Siccome sono  la vostra guida turistica vi racconto, che non molto tempo fa, vennero scoperti nei muri perimetrali dell'abside, materiali di spoglio d'epoca bizantina risalenti alla chiesa precedente.

Tali frammenti preromanici, di diverse cornici sono scolpiti e decorati con modelli normalmente appartenenti alla scultura ad intreccio risalenti al IX secolo. La pieve di Gallesano risale alla prima fase paleocristiana del V secolo e, come si usava a quell'epoca, sorgeva in mezzo ad un campo santo.

Adesso, vi voglio presentare la cappella della BEATA VERGINE MARIA o B. V. della Concezione, detta la Concetta. Dovete sapere che quest'ultima è una cappella dello Gnirs. Come quella di S. Giusto. pure questa è una chiesa di origine medievale, è stata restaurata nel XII secolo.

Per disgrazia alla fine del 1700 si trovava in rovina, del tutto diroccata nel I 914.

L'Arciduca Ferdinando Francesco è stato a  costruirla, nelle sue forme originarie con la stessa eleganza di quell'epoca.  All'interno furono risistemati i pezzi archittetonici ritrovati quali la  " pergula " l'originale chiusura in pietra davanti all'altare, la quale venne ricollocata al suo posto ed ora divide il presbiterio allungato dallo spazio destinato ai fedeli. Essa ripete il motivo delle pergole preromaniche differenziandosi, però, da quest'ultima per le superfici prive di ornamenti: i capitelli sono del tutto protoromanici.

Per rendervi la cosa più interessante vi dico che durante gli scavi per la costruzione dei barbacani, che sono dei pilastri dei muri perimentali caduti, vennero alla luce ruderi muraglie antiche, che facevano parte a una villa rustica e a un oleificio di epoca romana. C'è ancora una cosa interessante che vorrei sottolineare di questa chiesa: lungo il perimetro dell'oleificio furono trovati un'asse ed una moneta di rame, dell'epoca di Augusto, del I sec.a.C. La conservazione di questo antico tempio è al quanto precaria. E' stato conservato un solo altare nell'abside.

Adesso andiamo a sud del paese, precisamente in Toro, questo è il nome di questa parte di Gallesano. Vi voglio presentare l’antichissima chiesa medievale di S. ANTONIO ABATE, costruita sulle rovine di un tempio romano, nella quale sono murati, sulla facciata, frammenti della scultura preromanica della fine del X secolo.

E’ interessante osservare l’antica iscrizione in glagolitico sopra l’architrave del portale. Il suo piccolo sagrato racchiuso da un muro è selciato. Mostra delle tracce del vecchio intonaco rosato che copriva le facciate esterne. Di questa chiesa non si sa molto, così passiamo alla chiesa precedente che è quella di Gallesano ed è la chiesa di S. ROCCO. Fu eretta nel 1613, restaurata nel secolo scorso e quindi riconsacrata nel 1879 dal vescovo Glavina.

Ha un campanile costruito nel XVII secolo , alto 36 m. Esso presenta cinque marcapiani, cuspide e torre ottagonale sopra la cella campanaria, le cui bifore romaniche si aprono sui quattro lati. Sopra il portale è incastonato uno stemma con il leone rampante andante a sinistra. Sugli angoli della torre si ergono quattro piccolo pinnacoli. Ritorniamo all'interno della chiesa di S. Rocco. La chiesa di S. Rocco contiene un bellissimo altare, con statue di marmo raffiguranti i santi Paolo e Pietro, attuali patroni del borgo che subentrarono al precedente, che dovrebbe esser stato S. Giusto. E' a pianta rettangolare con l'abside semicircolare esterno; sono stati poi aggiunti le due statue appoggiate posteriormente sui due lati. La chiesa divenne arcipretale nel 1670, dopo il suo restauro, e fu sottoposta alla parrocchiale di Dignano. Da visitare ci è rimasta soltanto la chiesa di S. Giuseppe. Questa chiesetta è sorta sulle rovine di una chiesa paleocristiana del V secolo, a giudicare da alcuni elementi della finestra e dei capitelli. La chiesa ha un campanile a vela e l'abside interno è arrotondato.

Di questa chiesa non si sa molto perché pure lei, come tutte le altre ha origini lontane. 

A questo punto dopo avervi presentato tutte le chiese, passo ai palazzi.

Il più grande palazzo di Gallesano è il palazzo del Giocondo. I gallesanesi lo hanno soprannominato CONGO. Tale palazzo era nelle mani di un grande, ricchissimo signore di nome PETRIS GIOCONDO il quale regnava intorno all'anno 1900.Petris Giocondo aveva due figli, nel palazzo era organizzata la scuola di ricamo per le donne e si trovava pure un oleificio. Petris Gioconso aveva un allevamento di animali, dei quali se ne occupava il suo servo. Davanti al palazzo c'era un pozzo dove le donne andavano a prendere l'acqua, siccome non c'erano rubinetti. La leggenda racconta che il palazzo è fabbricato dai veneziani.

Quest'oggi vivono della gente della Macedonia, hanno distrutto il palazzo e il tetto è scoperto. Non posso farvelo visitare dall'interno perchè c'è pericolo che cadano pezzi di mattoni, tavole o sassi.

Vi posso soltanto far vedere altri palazzi di Gallesano, però tali palazzi non hanno una propria storia, perché vivevano delle persone che non erano ricchissimi come Petris Giocondo, del palazzo precedente. Il palazzo dei Naroni è sotto custodia di certi miei parenti, i quali oggi vivono in Italia, ma vengono a passare l'estate qui, nella piccola Gallesano. In questo palazzo quest'oggi al pianterreno, c'è il barbiere e il parrucchiere per gli uomini. Vi presento il palazzo dei Masinelli o palazzo Leonardelli, detto Maxinei, dove vivono i miei nonni, poi c'è il palazzo Giuri, palazzo Pianella, palazzo Del Padre sistemato proprio dietro il campanile e altri....

Per oggi abbiamo finito, vi ho presentato poco, ma abbastanza per la nostra Gallesano!

Arrivederci alla prossima occasione!


 

22   

motto 3.3            6° classe          Alessandra Pavlica

Scuola Elementare Italiana Dignano

 

Se io fossi la guida turistica porterei i turisti alla scoperta della mia cittadina: Fasana , e prima di tutto farei loro visitare le chiese. Partirei dalla chiesa dei SS. Cosma e Damiano che si trova proprio in riva nella piazza che si apre al mare. La chiesa è nello stile tardo gotico del XV secolo.

E' tutta in pietra calcarea a vista , con il campanile a forma di torre e cuspide ottagonale, scostato sul lato sinistro della chiesa. All'interno la chiesa presenta degli affreschi di un pittore rinascimentale. Un tempo possedeva alcuni preziosi altari di legno dipinto, ma sono scomparsi nel 1920. E' ancora esposto invece un quadro che raffigura il Cenacolo, un'opera dello zaratino Zorzi Ventura del 1598.La chiesa venne restaurata nel 1500. Ancora oggi vi si conservano i libri parrocchiali del 1638.Presso il cimitero c'è la chiesa di S. Giovanni del XVI sec. Ha una bella loggia col tetto in travi di rovere che poggia su sei colonne in pietra. All'interno contiene tre altarini.

A nord - est di Fasana si trova la chiesa di S. Eliseo costruita nel VI sec. Sulle rovine di un palazzo di campagna del basso impero. L'origine antica della chiesa è dimostrata dalle finestrelle ad arco, dal portale e dai pezzi di recinzione scolpiti. Grazie agli scavi fatti dall'archeologo B. Marusic, si sono salvate alcune sculture altomedievali e preromaniche. Oggi la chiesa è abbandonata, semicoperta dall'edera e fra qualche anno purtroppo cadrà in rovina.

In paese si trova pure la chiesa di S. Maria detta anche Maria del Carmelo o del Carmine. I paesani la chiamano la " Madoneta". E' ad aula unica. La chiesa venne costruita nel IX sec. E' stata più volte rinnovata in tempi successivi a i suoi affreschi gotici sono ben conservati e appartengono allo stesso periodo. La loggetta d'entrata ha 200 anni. Essa ha rischiato di esser demolita per favorire il traffico automobilistico, per fortuna ci hanno ripensato!

Al suo interno, si ammira la pala dell'altare maggiore con la Vergine e il Bambino del 1470.

Dopo questo giro per Fasana, racconterei alla mia comitiva la storia della mia città. Fasana è situata in riva al mare, a 8 chilometri da Pola, di fronte alle isole Brioni. Quello che è importante dire di Fasana è che è splendida, una ridente cittadina che si specchia nell'Adriatico settentrionale. Fasana ha origini romane, infatti il suo nome deriva dall'antico Phasiana , dal latino Vasanium, per la presenza di fabbriche di anfore e  vasi d'argilla.

Ora è il comune più piccolo della Regione istriana: un palcoscenico per i turisti, grazie alle manifestazioni culturali e musicali, e alla sagra "Festa delle sardelle" che si tiene in agosto.

Fasana da sempre è un borgo di pescatori ma anche di agricoltori che hanno sfruttato la terra rossa per ricavare vino e olio d'oliva straordinari. Già dai tempi antichi, dei  Romani, qui sono state costruite splendide ville , le "ville rustiche" dei veterani dell'esercito romano a cui queste terre venivano assegnate.

Poca gente sa però che questo è un posto dove si nascondono ancora preziosi resti storici. Uno dei più ricchi ritrovamenti archeologici è quello a Fioran, ma di ciò parleremo un'altra volta.

Per oggi avrei finito il mio giro, spero proprio che vi sia piaciuta la mia pittoresca cittadina


 

23  

motto Texas         7° classe          Eddy Vukusic'

 Scuola Elementare Italiana Dignano

 

Mi improvviso guida turistica e vi porto a scoprire la mia Gallesano, una cittadina del comune di Dignano, dal quale dista solo 3 km.

Il nome di Gallesano deriva da Gallicianum che nel 1150 venne cambiato in vicus Galisanum, e poi in Golisani. Nel IX sec. Gallesano venne data in feudo ai vescovi di Pola. Nel 1199 il vescovo Ubaldo diede Gallesano ad un nobile veneziano di nome Ruggero Morosini. Nel 1300 Gallesano divenne proprietà dei patriarchi di Aquileia. La prima parrocchia venne fondata nel 1300 nella chiesa di S. Giusto che c’è ancora oggi con dietro un piccolo cimitero. Nel XVI e XVII sec. nelle nostre terre scoppiò un’epidemia di peste però Gallesano non fu contagiata: Per essere stata risparmiata dal terribile male nel 1670 venne costruita una nuova parrocchia dedicata a S. Rocco che ora è la chiesa principale del paese. In chiesa c’è un grande altare di marmo. All’interno ci sono anche dei quadri che rappresentano

Gesù.

Nel corso della storia Gallesano non vide molti cambiamenti: dal 1797 al 1813 Gallesano fu occupata dai francesi e in seguito dagli austriaci, dopo la fine della I guerra mondiale (1918) Gallesano passò all’Italia e alla fine del secondo conflitto mondiale alla Jugoslavia. Ora il nostro paese è in Croazia.

I rioni storici di Gallesano sono: Lomèl, La Piasa, El Toro, El Campanil, S. Zuane, i Monteci, i Sigari, S. Iseppo, S. Giusto e Canale.

A Gallesano ci sono molte chiese: S. Giuseppe, S. Rocco, S. Antonio, la Concetta.

Il patrono di Gallesano è San Pietro che si festeggia il 29 luglio. Una grande festa di Gallesano è quella delle “ cioche “ infatti vi si degusta la polenta con le cioche e si partecipa alla lotteria il cui premio è la  “ cioca d’oro “. Spero che il mio piccolo ma bel paese vi sia piaciuto e che ritorniate anche quest’altr’anno.


 

24

  motto Modestia              7° classe       Pierina Lucchetto

Scuola Elementare Italiana " Giuseppina Martinuzzi " - Pola

 

Gallesano è un paese ricco di storia e di cultura, spesso vi vengono rinvenuti reperti archeologici, tra cui resti di templi e di chiese paleocristiane. I ritrovi più recenti risalgono al 1001,quando è stato riportato alla luce un sarcofago romano dalle cui iscrizioni si riesce a comprendere di come uno schiavo abbia riottenuto la propria libertà e dedichi alcune parole alla sua compagna. Gallesano è ricco di chiese e la principale è quella di San Rocco, accanto alla quale si staglia il suo campanile dal quale si può osservare un panorama stupendo e sotto al quale si incontrano sempre gli uomini a chiacchierare.

Scendendo lungo la stretta via si giunge in piazza dove una volta si andava a prendere l'acqua e il popolo si radunava per danzare e cantare in occasione delle varie festività. Le due danze principali sono la "forlana" e il "valzer"; le canzoni in voga in genere sono gli stornelli.

Sin dai tempi più antichi, dato che molte famiglie avevano cognomi uguali, si attribuivano ad esse dei soprannomi che poi andavano in "eredità" ai discendenti. E naturalmente tali nomignoli sono giunti e durano anche ai giorni nostri.

Se passando per Gallesano vi rivolgete a una persona anziana potrete apprendere le regole di giochi antichi come  "I quattro cantoni" o "Nascondino". Ma anche di come una volta le bambine dovevano aiutare in casa, mentre i maschietti avevano l'obbligo di andare a lavorare nei campi.

Nei mesi autunnali per le viuzze del paese aleggia il gradevole odore del vino e dell'acquavite. In primavera si può godere del sole mattutino che penetra tra le fessure delle imposte, del cielo limpido, del canto degli uccellini, dell'odore dell'erba appena tagliata e dei fiori.

Gallesano è circondato da prati, valli e boschi. Il luogo più conosciuto per la bellezza del paesaggio è Savolaga.

Per lo più , nel paese si coltiva la vite e l'ulivo. Sono molti ad occuparsi di agricoltura e dell'allevamento di bovini o animali da cortile.

L'edificio più amato dai miei compaesani è sicuramente quello che ospita il panificio il quale, giornalmente, sforna ottimo e profumatissimo pane e squisiti dolci.

Il mio paese è piccolo , ma siccome lo amo tanto, per descriverlo ed esprimergli tutta la mia ammirazione, non mi basterebbe un libro intero. Un famoso detto del mio paese dice: "Val più Gallesan co i so gromasi, che duta  Pola co i so palasi" Condivido quest'opinione, anche se mi rendo benissimo conto che ognuno di noi ama la città o il paese nel quale è nato


 

25   

motto Moretta           8 ° classe         Monireh Brigolin

Scuola Elementare Italiana " Giuseppina Martinuzzi " - Pola

 

Non mi sembra vero poter raccontare in un tema la mia esperienza di guida turistica ! Proprio l'estate scorsa , a fine agosto, una mia amica italiana è venuta a Pola per una vacanza studio sull'Isola dei Frati. Alla fine del soggiorno sull'isola, dovendo aspettare la coincidenza degli autobus per Trieste , è venuta ospite della mia famiglia a Stignano, paesino alla periferia di Pola. Da Stignano ha potuto ammirare la bellezza del Mare Adriatico e di qualche isolotto dell'arcipelago Brioni.

Spesso la fine dell'estate di preannuncia con qualche giornata piovigginosa e così è stato anche il tempo dei due giorni in cui siamo andate in giro per la città di Pola: Non ci siamo scoraggiate, anzi, di buon mattino siamo partite in macchina e siamo scese a valle, spiegando alla mia amica che Pola, come Roma, è circondata da sette colli. Al "Ponte" , parte della città il cui stesso nome ci fa comprendere che lì anticamente ci stava un ponte, troviamo cartelloni di benvenuto, i quali tra l'altro informano che Pola ha avuto origine ben tremila anni fa. Tra le tante leggende che avvolgono Pola in un'aura di mistero c'è anche quella la quale narra che il suo antico fondatore è stato Ercole.

            Tra alberghi e vecchi palazzi ci è apparsa l'Arena, il maestoso Anfiteatro , costruito in pietra istriana per i giochi dei gladiatori. Abbiamo parcheggiato la macchina e girato attorno alle mura dell'Arena. Mentre scattavamo foto ricordo ho cercato di spiegarle ciò che sapevo, ovvero che poteva contenere tantissimi spettatori e che durante l'estate ospitava svariati festival e avvenimenti culturali e canori. Abbiamo guardato nella vetrina del piccolo negozio che si trova accanto alla porta d'entrata  e abbiamo visto le antiche anfore che servivano per portare l'olio e il vino di produzione locale, infatti nei sotterranei c'è una mostra permanente che presenta utensili come macine e torchi dell'antica Istria.

Continuando la nostra passeggiata a piedi siamo arrivate davanti alla Porta Gemina, detta così per la doppia arcata. Lì vicino si trova anche il Museo archeologico dell'Istria, con reperti di necropoli e castellieri , oltre che monumenti romani , ceramiche e statue di marmo. Le ho mostrato la Comunità degli Italiani, che ultimamente è stata ristrutturata. La sua entrata passa attraverso una delle più antiche porte cittadine, Porta Ercole: Davanti c'erra la vecchia stazione degli autobus.

Abbiamo attraversato i Giardini, guardando i numerosi chioschi di souvenirs e la gente seduta ai tavolini dei bar - gelaterie. Davanti all'Arco dei Sergi abbiamo scattato delle foto per poi proseguire in direzione di Piazza Foro, la più antica piazza cittadina e sede d'incontro sia nei tempi passati che al giorno d'oggi. Ai margini della piazza si trova il Tempio d'Augusto, dedicato alla dea Roma e all'imperatore Augusto, dove ora si trovano conservati reperti archeologici. Le ho mostrato anche la palazzina del Municipio . In uno dei piccoli negozi artigianali la mia amica ha comperato dei ricordini per la sua famiglia. Abbiamo poi proseguito salendo una ripida scalinata e, meraviglia delle meraviglie ci siamo trovate nel centro storico della città, ovvero tra i resti del Teatro romano, con una vista da far trattenere il fiato: il porto, il mare e in fondo nuovamente l'Arena , che sembra una corona regale.

            Il giorno dopo siamo andate a visitare il Mercato, sempre pieno di gente e ci siamo accomodate ai tavolini della pasticceria "Charlie" dove abbiamo gustato della torta , all'aperto, senza affumicarci al fumo delle sigarette.. Ho mostrato inoltre alla mia amica la Facoltà di filosofia, la mia scuola elementare "Giuseppina Martinuzzi" e con gioia le ho raccontato di quando è stata messa la prima pietra per la Scuola media superiore "Dante Alighieri" dal presidente Scalfaro e poi è stata inaugurata dal presidente Ciampi.

            Eravamo  molto stanche quel giorno per aver camminato così tanto, ma anche felici per aver scoperto una città sorprendente, perché unisce il fascino dell'antico al moderno.


 

26   

motto Zara 5             7° classe            Mirko Marusic'

Comunità italiana Zara

 

Non conoscete ancora Zara? Zara per me è la città più bella della Dalmazia, ha un mare azzurro e pulito, ci sono le rovine romane, e tanti altri monumenti storici. Oggi sarò la vostra guida turistica e vi racconterò tutto quello che so sulla mia città.
Davanti a voi la monumentale porta Terraferma, una tempo era l'entrata principale della città, è stata progettata dall'architetto veronese Michele Sanmicheli. Salendo le scale ci troviamo nella piazza dei Cinque Pozzi dove una volta la gente veniva a prendere l'acqua, di lato sorge la grande torre del Capitano da dove i soldati guardavano l'arrivo dei
nemici che venivano dal mare. Questa Torre è di origine veneziana. Scendiamo i quattro gradini e ci troviamo vicino alla colonna romana. Alla destra potete vedere la chiesa di San Simeone dove sono conservate le sue spoglie in una arca tutta d'oro e argento. Adesso camminiamo un po' su Calle Larga dove potete comperare quello che vi serve.... Siamo nel Foro romano e davanti a noi si trova il campanile di santa Anastasia da dove si può vedere tutta la città. A sinistra c'è la chiesa sconsacrata di San Donato dove in estate si fanno tanti concerti. Sapete come ho imparato queste cose? Ascoltando mio padre che si intende si storia e di arte. Papà mi spiega sempre un sacco di cose di Zara che prima mi sembravano noiose, poi ho cominciato a capirle e ora mi piacciono sempre di più. Può darsi che da grande farò lo storico d'arte!