Rivolgo un saluto ai partecipanti all'VIII raduno giuliano-dalmata del 1° giugno a Fiume e, in particolare, ai giovani appartenenti alla minoranza

 

culturale giuliano-dalmata di carattere italiano che vivono in Slovenia, Croazia e Montenegro, che hanno preso parte al concorso letterario ad

 

essi dedicato. Tengo molto ad esprimere  il mio apprezzamento per iniziative come questa, volte a rendere i più giovani, protagonisti attivi

 

dell'opera di conservazione della propria cultura e di una importante  memoria storica. La coscienza della propria identità non può e non deve

 

costituire motivo di isolamento ma, al contrario, si  pone come presupposto essenziale per una pacifica integrazione tra le diverse culture ed

 

etnie appartenenti alla comune famiglia europea.


Colgo l’occasione per inviare a tutti i partecipanti i miei più cordiali saluti e auguri di buon lavoro.

 

Renato Schifani


Presidente del Senato della Repubblica

 

                                   Roma 1 giugno 2008

 

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INDIRIZZI DI SALUT0

 

“Mi è grato porgere il mio saluto agli amici della Mailing List Histria che da anni ci tengono informati sui problemi del confine orientale, in una visione chiaramente europeista e finalizzata alla cooperazione tra i popoli. Estendo il saluto anche a tutti i giovani partecipanti al concorso letterario, ai loro validi insegnanti e ai componenti la Comunità nazionale che tanto si prodigano per la diffusione e la conservazione della cultura italiana. Speriamo che i lavori del raduno contribuiscano a facilitare i rapporti tra i popoli europei e l’ingresso della Croazia e del Montenegro in Europa

 

 senatore Sergio De Gregorio

 leader del movimento politico “Italiani nel mondo” e, nella scorsa legislatura presidente della Commissione Difesa del Senato

 

 

Cesenatico, 25 marzo 2009

 

La pubblicazione del libro che raccoglie i temi che hanno partecipato al concorso letterario indetto da Mailing List Histria è un evento importante per tutti noi perché rappresenta il momento in cui chi si è adoperato all’organizzazione e alla gestione di questa manifestazione culturale può fare il punto su un lavoro che ha richiesto l’impegno di un intero anno e la partecipazione attiva di decine di persone.

 

In questo senso ciò che emerge dalla lettura dei temi qui pubblicati è l’espressione di una gioventù vivace e dinamica che non dimentica il proprio passato ma che guarda al futuro con speranza e fiducia. Questo è un ottimo segnale che giunge ormai da diversi anni da parte dei giovani della comunità italiana d’oltre Adriatico che nei decenni a venire sarà il futuro della cultura italiana in Istria, a Fiume, nel Quarnero e nella Dalmazia.

 

Mi preme segnalare la creazione del sito internet, “Adriatico che unisce” (http://www.adriaticounisce.it/), curato dalla nostra preziosissima Maria Rita Cosliani, che raccoglie on line i temi che nel corso di questi anni hanno partecipato a tutte le edizioni del concorso letterario ML Histria.

 

Un sincero ringraziamento va a tutti coloro che hanno dato il loro contributo per la buona riuscita di questa nostra iniziativa culturale che ha, fra le tante finalità, lo scopo di unire, anche se virtualmente, ragazzi appartenenti ad una stessa comunità culturale anche se ancora divisi da inutili confini che confidiamo un giorno non lontano possano cadere con l’estendersi dell’Unione Europea su tutti i paesi della ex-Jugoslavia.

Vi lascio ora alla lettura dei temi augurandovi un buon viaggio attraverso le pagine di questo libro.

 

Axel Famiglini, Coordinatore e Fondatore della ML Histria

 

 

        Cari amici, con grande piacere porgo i miei saluti alla ML Histria quale presidente della  Comunità degli Italiani di Fiume.  Comunità che è la più grande ( oltre 6 mila soci ) operante nel territorio di Croazia e Slovenia.

         Il nostro ruolo più importante è la cura e la diffusione della cultura e della lingua italiana e nello specifico delle tradizioni e del dialetto fiumano.

        La nostra Comunità mantiene ottimi rapporti di amicizia e di collaborazione da lunghissimi anni con gli esuli e le loro associazioni ed in particolare con il Libero Comune di Fiume in esilio e con la Società di studi fiumani di Roma.

        La municipalita'di Fiume, con il suo sindaco, e' tra le poche  che tradizionalmente, ogni anno per la festa del Santo patrono, riceve una delegazione degli esuli fiumani.

     Voglio sottolineare pure l'importanza del vostro concorso teso a preservare e tutelare l'identita' culturale istriana, fiumana, dalmata e a tramandare così alle giovani generazioni la nostra memoria storica.

 

Agnese Superina presidente della Comunità degli Italiani di Fiume

 

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Non ci pensammo due volte. Partecipare  fin dalla prima edizione ai concorsi della Mailing list  era cosa naturale e ovvia. Era un ricongiungersi con l' altra parte della famiglia, era un incontro con quei parenti che non avevi mai visto ma di cui  avevi sentito tanto parlare e che,  nonostante le spaccature provocate dalla storia, sentivi così vicini.

Per quanto riguarda la nostra Scuola, avevamo già l'esperienza della collaborazione con la Società di Studi Fiumani e quella del concorso letterario che all'epoca era arrivato alla sua tredicesima edizione: ne era scaturita la grande importanza della promozione e della salvaguardia di quello che era il nostro patrimonio culturale, delle nostre tradizioni, del nostro modo di essere che andavano assolutamente tramandati alle giovani generazioni.

L'obiettivo che la Scuola aveva fatto suo veniva così ulteriormente cementato con una nuova attività che prometteva un' espansione in questa direzione.

Partecipammo.Grazie anche al sempre vivo entusiasmo delle docenti di italiano di allora, le professoresse Nigra Budicin e Gianna Mazzieri Sanković e al coinvolgimento degli alunni i cui nonni vantavano origini fiumane ben radicate. I risultati arrivarono.Ne fummo orgogliosi  tanto che l' anno prossimo continuammo a partecipare. Contiamo di farlo anche per la settima edizione del concorso: tra  i docenti di italiano c'è stato un ricambio, se ne sono aggiunti altri quali le professoresse Emili Marion Merle e Sara Vrbaški e per quel che riguarda gli alunni ce ne sono sempre di nuovi pronti a continuare il discorso iniziato dai ragazzi che li hanno preceduti.

Di solito i temi che mandiamo al concorso sono quelli scelti tra i migliori in classe;

Martina, ad esempio, mi ha confessato che le piace scrivere, i temi proposti dal concorso li sente vicini e scrivendo esprime  il suo mondo interiore. Nikolina e Valeria vorrebbero vincere, la loro adesione è decisione del docente e l' hanno sentita un po' come obbligo scolastico, ora però sono contente di aver partecipato...

Così di anno in anno, con perseveranza e determinazione, credo che continueremo a partecipare in conformità con la  nostra costante rappresentata dall' obiettivo - peculiarità della Scuola che è quello di promuovere la cultura italiana e il modus vivendi delle nostre genti rimaste in loco o  sparse per le vie del mondo.

 

Ingrid Sever  preside della Scuola Media superiore Italiana di Fiume

 

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        Siamo stati lieti di partecipare all'incontro a Fiume con la Mailing List Histria che quest'anno ha voluto tenere il suo raduno, e la premiazione dei ragazzi che hanno preso parte al Concorso, proprio nella nostra città. Giunto quest'anno alla sua sesta edizione, si tratta di un gradito appuntamento letterario nato quasi in sordina nel 2003 e che, con l'andare degli anni, si è trasformato in un avvenimento di impareggiabile portata per le problematiche dell'esodo che affronta e per la Comunità Nazionale di Croazia e Slovenia.

        L'edizione 2008 è stata ospitata da un gremito Salone delle feste della Comunità degli Italiani, dove nella mattinata del 1.mo giugno, in un clima estremamente allegro e vivace e dinanzi a un pubblico formato per lo più da genitori e alunni, si sono svolte le premiazioni ufficiali del Concorso letterario riservato alle scuole elementari e medie superiori dell'Adriatico orientale.

        Durante la cerimonia di premiazione, alla quale erano presenti anche il segretario Mario Stalzer e la Vicepresidente Laura Calci ha inteso ribadire l'importanza di coinvolgere le scuole in un discorso più ampio che garantisca la presenza della nostra cultura nella percezione delle future generazioni.

L'esodo che è avvenuto in queste terre non può essere definito come la scelta compiuta da persone che avrebbero potuto optare, bensì come pulizia etnica degli italiani e di altre etnie non slave.

        Se andiamo a parlare di un possibile e auspicabile ritorno degli esuli nelle loro terre natali, dobbiamo parlare immancabilmente di una serie di problematiche che andrebbero risolte, tra le quali il riacquisto dei beni degli esuli, la questione della lingua da imparare, il lavoro da trovare, l'adattamento a un contesto politico-sociale molto diverso da quello che vige in Italia. Queste persone che col loro ritorno darebbero certamente nuova linfa alla crescita della CNI, andrebbero incontro a una realtà completamente diversa da quella che hanno lasciato su queste terre.

        Dal punto di vista operativo, l'integrazione degli esuli necessiterebbe di investimenti, ma innanzitutto del sostegno politico, economico, e istituzionale della nazione madre. D'altra parte, ci dovrebbero essere la tolleranza e l'accettazione da parte dei governi croato e sloveno. Verrebbe così facilitata l'integrazione delle nuove " vecchie " popolazioni, che tornerebbero a vivere nei propri luoghi natii.

 

Guido Brazzoduro sindaco del Libero Comune di Fiume in Esilio

 

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Mi congratulo per il concorso letterario in lingua o dialetti italiani volto, come le altre iniziative della Mailing List Histria , a conservare e ravvivare la cultura italiana dell’Adriatico orientale in uno spirito di rispetto e collaborazione fra i popoli .

            Sono finalità fondamentali affinché l’Adriatico torni ad essere un elemento di unione, anziché di frattura come lo avevano reso gli scontri del 20° secolo, avvenimenti culminati drammaticamente alla fine della 2° guerra mondiale ma iniziati già nel secolo precedente . 

Superate le ideologie che avevano determinato tali scontri , ritengo fondamentale operare per riavvicinare le due sponde, in una prospettiva cristiana ed europea .  I nuovi tempi e l’immutata geografia sono naturalmente destinati a portare verso tale risultato . E’però importante che quanto di italiano speriamo si sviluppi nelle terre orientali dell’Adriatico, conservi il più possibile di quella cultura italiana autoctona sviluppatasi in millenni e quindi connaturata con i luoghi .  Ritengo che conservare tale cultura sia nell’interesse di tutti i popoli che si affacciano sull’Adriatico .  Il recupero delle tradizioni e dei dialetti, perseguito con molti temi assegnati, mi sembra quindi particolarmente utile. I risultati sono lusinghieri.

Desidero congratularmi anche per quanto realizzato in Dalmazia, cioè nella realtà più difficile e non solo per la mancanza di scuole in italiano .  Anche qui i risultati mi sembrano più che incoraggianti .  Mi riferisco innanzitutto ai tanti ed anche pregevoli temi giunti dalla Dalmazia montenegrina, ma anche ai bei temi giunti da Lussinpiccolo, per i quali mi congratulo con i concorrenti e con quanti a Cattaro e a Lussinpiccolo si impegnano per promuovere il concorso. Indubbiamente la Dalmazia montenegrina gode di un miglior clima di apertura mentale ,che spero possa essere raggiunto il prima possibile dalla Dalmazia croata .

 Mi congratulo anche con chi a Zara, a Spalato e altrove si adopera per il concorso, creando le premesse per la sua diffusione. Mi viene in mente una bambina di Zara che, nel concorso del 2007, cita fra i motivi per i quali studia l’italian , la nonna <<che parla l’italiano molto bene anche se a volte non capisco proprio niente quando parla con le amiche perché lei parla un dialetto che dice essere zaratino ..>>.

Mi auguro che siano sempre di più i bambini che si accorgono del dialetto parlato dai nonni per farne tesoro.

 

Elio Ricciardi Associazione Dalmati Italiani nel Mondo

 

 

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Gentile ML Histria

 

Vogliate gradire a nome mio e dell'Istituzione che rappresento i piu' sinceri ringraziamenti per l'attivita' che portate avanti.

          Sono iscritto fin dall'inizio e conosco diverse persone che sono attive. Altre le leggo giornalmente. Come spesso accade, ed e' giusto che sia cosi, su una lista di opinioni possono esserci anche diatribe e confronti, ma l'importante e' che venga mantenuto il rispetto per tutti. In questo la ML Histria e' un esempio ad altre forme di comunicazione elettronica. In tutti questi anni ho avuto modo di constatare l'importanza della ML che svolge la propria attivita' in diversi settori, tutti di notevole importanza. E' fondamentale soprattutto il ruolo di collante tra la comunita' rtimasta e quella esodata, che dovrebbe essere presa da esempio per raggiungere l'obiettivo di una completa riunificazione. Altrettanto importante e' il ruolo di divulgazione della storia e delle vicende legate all'Istria e alla sua gente in particolare nel periodo piu' tragico dopo la Seconda guerra mondiale.Altrettanto importanti sono le iniziative legate ai giovani ed in particolare il concorso letterario per la scuole italiane dell'Istria, allargato alla Dalmazia e al Montenegro.

          Il concorso e' un'occasione per stimolare i nostri giovani alla conoscenza delle vicende del Secolo breve legate all'Istria, acquisendo un bagaglio culturale sulla storia, la cultura, le tradizioni, gli usi ed i costumi della popolazione istriana. Un' opportunita' per farsi raccontare da nonni e bisnonni le vicende del passato che appartengono allla memoria storica ma anche personale di ogni istriano, fiumano o dalmata.

I risultati ci sono e danno merito all'iniziativa che deve assolutamente continuare.

Cordiali saluti

 

Flavio Forlani Presidente Comunita' Autogestita Costiera Della Nazionalita' Italiana di Slovenia

 

 

Ci sono stati numerosi interventi durante l’annuale raduno della MLHistria che si è tenuto nel pomeriggio,

qui ne proponiamo alcuni.  L’argomento trattato è stato:

 

 

"De Reditu nostro"  Speranze e prospettive per un possibile ritorno a casa degli esuli giuliano-dalmati e delle loro famiglie

 

        Il tema di quest'anno, lanciato come base di discussione per l'ottavo raduno della Mailing List Histria a Fiume, è un tema forte. Un ringraziamento va pertanto ad Axel Famiglini che, in qualità di coordinatore della MLH,  lo ha proposto e voluto in prima persona vincendo ogni remora emersa anche all'interno della lista. Un tema che, a tuttoggi, rimane ancora scottante e va detto che forse soltanto una organizzazione snella e "virtuale" come la MLH poteva proporre qui a Fiume.
Gli altri relatori che mi hanno preceduto hanno espresso le difficoltà legislative ancora operanti affinché il "ritorno" degli esuli che lasciarono le terre istriane, fiumane e zaratine a causa degli eventi bellici e del successivo trattato di pace che pose fine all'infausta II Guerra mondiale, possa avvenire.

        Io, in questo mio intervento a braccio, vorrei inquadrare il problema da un altro punto di vista. Il primo ritorno deve essere mentale, bisogna cioè che gli esuli elaborino come prima fase nella loro mente e, soprattutto nel loro cuore, un ritorno nelle terre d'origine. Questa operazione comporta innanzitutto una ricongiunzione con la nostra controparte naturale: i nostri connazionali rimasti. Io pongo pertanto come prima operazione, necessaria per ogni futuro ritorno, un ricongiungimento con tale realtà che tra grandi difficoltà ha portato avanti la nostra cultura istriana, fiumana e dalmata di carattere italiano. Senza la fine di ogni inutile ed obsoleto steccato tra le due anime, i così detti "esuli e rimasti" ogni ritorno sarebbe impossibile, inutile se non addirittura dannoso.


        Da parte degli esuli tale operazione non è né facile né scontata. So bene delle remore ancora operanti in tante organizzazioni degli esuli ma, se si vuole che la nostra comune storia e la nostra comune cultura non scompaia dalle terre che l'ha vista crescere nei secoli e che ne ha intriso il territorio, questo è il primo doveroso passo da farsi. Oramai la generazione che ha vissuto gli scontri ed il dramma dell'esodo in prima persona sta man mano lasciando il testimone ad una generazione che ne deve tener viva la spinta ideale stemperando però gli asti e le acredini che l'esodo subito ha inevitabilmente lasciato in loro. Ora è il momento di guardare avanti in un futuro che per l'Istria slovena è in parte già iniziato.

        In un'Istria che vedrà abbattere i suoi vecchi confini gli esuli e le loro associazioni dovrebbero operare, anche senza un ritorno fisico, in sinergia con le Comunità italiane a salvaguardare ed incentivare la nostra comune cultura ma anche per dare un futuro economico ai nostri giovani. Senza un orgoglio anche economico il futuro della storica comunità italiana d'Istria, Fiume e Dalmazia rischia di avere una miccia corta o a ridursi ad un bel fiore all'occhiello ma senza terra a cui attingere.

        Per fare questo bisognerebbe anche che le associazioni dell'esodo rinunciassero a vecchi nomi che avevano un senso negli anni passati ma che ora suonano anacronistici. I  "Liberi Comuni in Esilio" hanno avuto tanti meriti nel tener desto l'amore per le terre d'origine ed ora, come il Libero Comune di Fiume, da svariati anni hanno iniziato proprio tale attività di ricongiungimento delle due anime ma secondo il mio parere è giunta l'ora d'un colpo d'ala di una rifondazione per agire in maniera più ficcante e senza appesantimenti ideologici con la nostra controparte.

        Siamo pochi e sparsi di qua e pochi e sparsi di là ma insieme potremmo dare ancora una nuova linfa al grande patrimonio culturale che ci unisce e ci unirà comunque per sempre.

        Al di là delle parole se un salto d'ala è richiesto agli esuli  e alle loro associazioni analogo sforzo è richiesto ai nostri connazionali e alle loro organizzazioni. Iniziative comuni da farsi ce ne sono a iosa: sviluppare il turismo intelligente che illustri lo specifico culturale istriano, fiumano e dalmata. Istituire dei percorsi culturali come, tanto per fare un esempio a me caro, la Strada dell'Istrioto, creare un marchio di Qualità che ne certifichi i prodotti tipici, creare un consorzio per facilitare l'ingresso di industrie italiane e possibilmente dare un futuro economico ai giovani della comunità italiana.

        Tutto questo negli stati democratici di Slovenia e Croazia in cui la componente italiana, scevra oramai da ogni seppur minima intenzione irredentista, deve essere vista come un elemento positivo di crescita ed una risorsa anche per il proprio panorama socio-culturale e non certo come una minaccia all'integrità dei propri stati.

Gianclaudio de Angelini
Vice presidente dell'Associazione per la cultura fiumana, istriana e dalmata nel Lazio

 

 


"De Reditu nostro"  Speranze e prospettive per un possibile ritorno a casa degli esuli giuliano-dalmati e delle loro famiglie

 

 

            Se di “ritorno a casa” degli esuli giuliano-dalmati si può realisticamente parlare oggi, questo non può che essere di tipo “culturale”. Più di un relatore, prima di me, ha messo bene in evidenza l’impraticabilità, almeno nell’immediato, di un ritorno “fisico”, in  massa, di coloro che furono costretti ad abbandonare le loro terre e i loro beni nel dopoguerra, e soprattutto dei loro figli e nipoti. Ritengo che la ML Histria abbia voluto, in realtà, lanciare una sottile provocazione intellettuale, invitarci tutti ad affrontare in termini nuovi alcuni temi fondamentali, che riassumerei nei seguenti tre: la memoria, la lettura della storia, la riconciliazione.

 

Il punto, a mio avviso, non è tanto o solo la - peraltro pienamente legittima - aspirazione a riottenere la casa espropriata e mai indennizzata, piuttosto che la possibilità, auspicabile, di acquistare liberamente e senza ostacoli burocratici, un immobile nei luoghi di origine. Qui si tratta di costruire, innanzitutto, dei ponti fra le due sponde dell’Adriatico, fra esuli e “rimasti”, e fra italiani, sloveni e croati. Fra eredi dei vincitori ed eredi dei vinti. Ponti più alti dei muri psicologici e mentali che ancora tenacemente persistono impedendo la comprensione delle ragioni reciproche. Ostacolando un dialogo vero fra le due culture di riferimento di una regione plurale come la Venezia Giulia (intendendovi compresa l’Istria, Fiume.e i luoghi dalmati di storico insediamento italiano).

 

Le stesse dogane e le sbarre confinarie sono cadute solo a metà. Se Italia e Slovenia sono diventate parenti stretti nella comune casa europea, l’Istria, ancora una volta, subisce una mutilazione identitaria, vivendo sullo stesso spazio geografico la divisione fra Europa maggiore ed Europa minore. Fra Occidente allargato ed Oriente ritardatario. Dragogna, il piccolo fiume dell’entroterra alto-istriano, nella percezione della minoranza italiana fa generalmente rima con “vergogna”. Con il “confine della vergogna”. E’ solo questione di tempo. Quello che occorrerà alla Croazia per entrare nel club europeo, dissolvendo anche quest’ultimo antistorico confine. Ma il problema non si risolverà con l’europeizzazione del territorio istriano.

 

Il futuro è destinato a restare senza prospettive se non si tirerà fuori il coraggio di fare i conti con il passato. Con il proprio passato. Come nazione e come popolo. E il punto di snodo può essere proprio il Giorno del Ricordo, che tante polemiche suscita ad ogni edizione. Dentro e fuori l’Italia.  I recenti fatti dell’Università La Sapienza sono l’ennesima triste riprova che le foibe e l’ esodo offrono ancora alimento per estremismi di segno contrario. Armi per attaccare l’avversario politico. La strumentalizzazione della Storia rischia, però, di svilire il significato autentico di una grande tragedia nazionale, soffocata nell’oblio per troppo tempo.


            E’ bene allora che, finalmente, il Giorno del Ricordo diventi qualcosa di più della celebrazione di un “lutto”, di una manifestazione dei soli esuli, quasi in contrapposizione con la storia degli altri, degli italiani rimasti, come dei popoli sloveno e croato Che sviluppi un “dialogo fra udenti e vedenti consapevoli”.. Fra chi abbia voglia di ascoltare e vedere la tragedia altrui oltre che la propria. Occorre che questa data fortemente simbolica - perché associata comunemente a un odioso diktat antitaliano - diventi la chiave per rompere tabù e contrapposizioni duri a morire.
Non è un caso che dopo l’istituzione della ricorrenza del 10 Febbraio, Slovenia e Croazia abbiano introdotto un loro giorno del ricordo, che cade il 15 di settembre. Ricordo non di un lutto e di una sconfitta, ma - al contrario - di una festa e di una vittoria. Della “liberazione” di terre considerate “da sempre slave”. Trieste compresa, “amara perdita” nell’immaginario collettivo sloveno e croato.
Questa rivalità delle memorie oggi non ha più senso. Servono ponti, non nuovi muri. Bisogna moltiplicare le occasioni di confronto, al di qua e al di là dell’Adriatico, mettendo assieme davanti allo stesso tavolo gli elementi - storici, intellettuali, esponenti di istituzioni e associazioni -  più sensibili e moderati. Lo scudo delle ideologie provoca solo guasti e renderà sempre più aleatoria una autentica riconciliazione fra i vincitori e i vinti di ieri.


            Concordo pienamente con Stelio Spadaro quando dichiara di non credere alle “memorie condivise” ma alle “memorie rispettate”. Le diversità non possono essere annullate. L’epilogo della seconda guerra mondiale sul confine orientale è stato vissuto con sentimenti opposti dagli italiani e dai popoli slavi. E’ comprensibile. Ma non lo è l’adoperare ancora la Storia “come una clava”, per usare un’immagine lasciatami in un’intervista dal presidente della Comunità degli Italiani, Maurizio Tremul, alla vigilia del 10 febbraio di quest’anno.
Va assolutamente ripresa l’esperienza della commissione mista di storici italo-slovena, che nel 2000 produsse un pregevole documento unitario frutto di equilibrato compromesso fra le ragioni degli uni e degli altri, fondato su dati scientifici. Ma che non divenne mai documento ufficiale dei due Stati, per motivazioni di politica interna Lo stesso va fatto con la Croazia.
Un altro tema, però, non potrà essere più a lungo eluso. L’ha posto con grande efficacia e chiarezza Paolo Rumiz in una lettera aperta al presidente Giorgio Napolitano: l’assunzione di responsabilità per i nostri torti come nazione e come popolo negli anni orribili del fascismo e della guerra. Come fecero, coraggiosamente, i tedeschi nel dopoguerra, con i polacchi e con gli altri popoli perseguitati e violentati dal nazismo.


            Non importa chi comincia. Ma è questa l’unica strada seriamente percorribile. Lo dobbiamo fare noi per le persecuzioni (la “snazionalizzazione”) verso i popoli sloveno e croato e i crimini di guerra in Jugoslavia, compiuti dal regime fascista alleato con Hitler. Lo dovranno, prima o poi, fare anche loro, la Slovenia e la Croazia, per le foibe, la pulizia etnica e l’espulsione ingiusta da queste terre di centinaia di migliaia di italiani, e con loro di una cultura millenaria, fondamentale e fondante dell’identità istriana, giuliana e dalmata.
Questo passaggio segnerà una svolta. Che però va preparata con tenacia e pazienza, isolando le posizioni più estreme, dando voce e corpo ai portatori del dialogo e dell’incontro fra storie e culture differenti. Intensificando le occasioni di dibattito, gli studi e le ricerche. Favorendo, peraltro, anche gli investimenti economici italiani in Slovenia e Croazia. Soltanto così, da questo complesso sforzo, si potrà, io credo, immaginare un “ritorno a casa” degli esuli. Non ultimo, trovando una accettabile, dignitosa, certamente possibile, soluzione al problema dei beni abbandonati ed espropriati.


            La M.L. Histria può assumere, a mio avviso, un ruolo prezioso, di motore e di stimolo, in quest’operazione di “riavvicinamento delle memorie”. Pensiamo al prossimo 10 Febbraio come a una sfida per irrorarlo di significati nuovi. Aiutiamo gli italiani della minoranza in Slovenia e Croazia ad uscire dalla silenziosa “ghettizzazione” culturale in cui versano, dalla precarietà che caratterizza il godimento effettivo dei diritti legislativamente loro riconosciuti (dal bilinguismo alle scuole), dall’imbarazzo e dalla frustrazione di non poter “ricordare” pubblicamente il dramma subito sessant’anni fa. Aiutiamo, invitiamo, tanto gli esuli giuliano-dalmati quanto i popoli sloveno e croato a superare consunti modelli, tabù e prevenzioni reciproci frutto della Guerra Fredda. Facciamo nostra la riflessione di Claudio Magris, quando scrive che “forse l’unico modo per neutralizzare il potere letale dei confini è sentirsi e mettersi sempre dall’altra parte”. Quando ciò avverrà, quando il terreno sarà stato preparato da una tenace e paziente azione di aratura e rigenerazione culturale, la riconciliazione sarà veramente possibile. E si riuscirà, probabilmente, a deporre un fiore e recitare una preghiera comune (interetnica) davanti ad uno degli innumerevoli simboli - italiano, sloveno o croato non ha importanza - dell’odio alimentato dalle degenerazioni patologiche dei nazionalismi..
 
Valerio Di Donato
redattore del “Giornale di Brescia” e autore del libro “ISTRIANIeri. Storie di esilio”
 

 

 

“ De reditu nostro “ Speranze e prospettive per un possibile "ritorno a casa"

degli esuli giuliano - dalmati e delle loro famiglie.

 

            Per parlarne con maggior competenza sarebbe necessario analizzare il contesto umano, sociale, politico, culturale, oltre che economico, nel quale il ritorno dovrebbe avvenire, sia per gli esuli che per gli Stati di Slovenia e Croazia.

            E’ un argomento che non considero di attualità di cui tuttavia ritengo opportuno iniziare a parlarne senza fraintendimenti, come si parla tra amici, ad un popolo che presto meriterà di far parte dell’Unione Europea.

            Mi sarebbe piaciuto affermare il contrario, ma ritengo che il mondo degli esuli di prima, seconda e successive generazioni, se è molto sensibile e favorevole a visite periodiche per conoscere e soggiornare per brevi periodi nelle terre di origine, sia poco interessato al ritorno inteso come scelta per una nuova e durevole residenza in Paesi come la Slovenia e la Croazia.          

            Dopo la drammatica cacciata dalle proprie case, la perdita dei beni e l’aver vissuto difficili situazioni di vita in Italia ed altrove per più di mezzo secolo, nell’obiettivo di raggiungere una tranquillità non solo economica, si è indotti a pensare che, pur in circostanze favorevoli non vi sia molto interesse per un ritorno, se non per una esigua minoranza di esuli.

            Con tale affermazione tranquillizziamo quella parte del mondo della politica e del clero che periodicamente, in maniera disinformata dichiara di temere, o fa credere di temere, l’invasione italiana. 

            Ciò anche se, in via solo teorica, il ritorno dal punto di vista morale sarebbe un diritto, il coronamento di un sogno accarezzato da sempre dagli esuli e che potrebbe rappresentare una importante fonte di ricchezza per i Paesi ospitanti.

            Ma il concetto di sviluppo che sarebbe promosso da una significativa presenza di esuli e di italiani in genere, non è nei programmi delle classi dirigenti di questi Paesi. Anzi per quel che si può capire scorrendo le cronache dei giornali, i governi non vedrebbero con favore un simile fenomeno.

 

            Basti ricordare le più recenti resistenze della Croazia contro l’acquisto di beni immobili nel suo territorio da parte di cittadini italiani, secondo le norme che regolano le domande di adesione all’Europa. Chi doveva sapere sapeva, ma non ha avuto dubbi nel promuovere un’aperta resistenza alle domande di acquisto di immobili adducendo motivazioni pretestuose tanto da far intervenire l’autorità europea.

            Se le attuali classi dirigenti in Croazia ritengono che gli italiani sarebbero adatti a promuovere lo sviluppo nella Slavonia, ma non sulla costa dell’Adriatico, si può solo immaginare cosa penserebbero di una qualificata presenza di italiani nei loro territori di origine.

            Tale pensiero evidentemente non è un dogma insuperabile, le classi dirigenti possono cambiare, tuttavia è un atteggiamento psicologico oltre che culturale, che la dice lunga su cosa in Croazia si pensi, non tanto degli esuli, ma anche solo degli italiani, che sono ben considerati solo come turisti.   

            Questo da parte di tutti i Partiti rappresentati al Sabor, senza esclusione alcuna, e pertanto dalla stragrande maggioranza della popolazione che in tal senso pensa ed è stata educata.

            Molto cammino pertanto deve ancora essere fatto sul piano culturale e politico per creare anche solo i presupposti per un, anche se limitato, ritorno nelle terre di origine di istriani, fiumani e dalmati.       

            Del ritorno nei tempi brevi potrebbero essere protagoniste persone che, raggiunta l’età della pensione, scegliessero di stabilirsi, per periodi più o meno lunghi, nelle terre di origine. Ciò sempre se ritenessero di essere tutelate nei loro diritti di cittadini europei dall’attuale grado di sviluppo della stato di diritto di questi Paesi.

            La restituzione dei beni agli italiani, seppur parziale, da parte di questi governi potrebbe essere ritenuto motivo d’interesse per gli esuli e potrebbe rappresentare un importante fattore per favorirne il ritorno. Ma è solo il caso di  ricordare che questo è un argomento ben lontano da una qualsiasi soluzione.

            Con riguardo alle eventuali e parziali restituzioni sono peraltro convinto che la stragrande maggioranza degli esuli, se fossero loro restituiti i beni nazionalizzati dal regime comunista jugoslavo, ben pochi ormai ne sono rimasti nella disponibilità dei governi, si affretterebbe a disfarsene nei tempi più solleciti.

 

            Il ritorno a casa, con quali modalità, a quali condizioni.

 

            In alloggi da acquisire in proprietà ? In alloggi presi in affitto ? Per soddisfare quale fine, interesse o convenienza. A parte il grande amore per la propria terra, per godere, finché dura, dell’attuale minor costo della vita ?

Per godere dei benefici del mare e del paesaggio ?

Forse troppo poco per chi è uso a standard di vita diversi, certi disagi si sopportano benevolmente per una breve vacanza, diverso sarebbe doverli vivere ogni giorno.

            E’ poi il caso di ricordare come alcuni di noi abbiano avuto la fortuna o l’avventura di acquisire i beni per successione e che li usa come sede di vacanza per sé e per la sua famiglia. Non sono moltissimi, ma senza generalizzare, è bene dirlo, chi più, chi meno, si è trovato e si trova a combattere ogni giorno con problemi non facili da risolvere. Lingua, leggi, burocrazie, usi, mentalità, resistenze di varia natura non aiutano nell’impresa.

            Finora ho fatto l’ipotesi di scelte effettuate da pensionati, ma per chi è più giovane e lavora, o dovrebbe lavorare, quale sarebbe la situazione in cui si troverebbe.

            Andrebbe a risiedere in Paesi dove il tasso di disoccupazione è più elevato che in Italia, nei quali quando c’è, vi è un’industria poco sviluppata, il commercio e il turismo sono nelle mani di ben organizzate oligarchie locali, poche sono inoltre le attività del terziario sviluppato.

            Dovrebbero inoltre considerare se sia opportuno risiedere in Paesi in cui lo stato sociale e le relative tutele sono inferiori a quelle di cui oggi godono in Italia, malgrado l’attuale crisi dell’occupazione. Ciò solo perché questi Paesi sono di fatto meno ricchi dell’Italia.

            Il giovane dovrebbe inoltre imparare a scrivere e parlare una lingua che non è la sua o che poco conosce e con riguardo al mondo del lavoro, vivere, le medesime difficoltà oggi riservate agli italiani in Alto Adige; o almeno le stesse che vivono oggi i giovani della minoranza italiana.

            Potrebbero inoltre nascere conflitti sociali e d’interesse anche con la stessa minoranza italiana, per i quali forse non vi sarebbe autorità sufficiente per tutelare nessuno, men che meno i discendente di esuli. 

            E quale, anche solo per ipotesi, sarebbe l’accoglienza agli esuli da parte dei governi di Slovenia e Croazia ?

            Per le autorità civili e di polizia, a meno che il fenomeno non risulti sporadico e di esigua consistenza numerica, come è stato fino a ieri in Italia e come per molti oggi qui siamo considerati, saremmo pericolosi irredentisti.

            Ci vorrà ancora del tempo prima che nei libri di scuola sia insegnata quella cultura di respiro europeo che, magari male o anche solo parzialmente, abbiamo imparato nelle scuole italiane. Quella cultura che il mondo occidentale conosce, soprattutto quella della tolleranza.        

            Sloveni e croati sono portatori di un forte sentimento nazionale che ha avuto inizio con la vittoriosa lotta di liberazione, si è esaltato in cinquant’anni di vita in una repubblica social comunista, è stato vissuto in momenti anche drammatici nella più recente, sanguinosa guerra civile e si è definitivamente cementato in più di quindici anni di democrazia.

            Situazioni  nelle quali i principi e le regole sono spesso lontani da quelli che si sono patrimonio di una democrazia occidentale, anche imperfetta, come quella italiana.

            I figli dei nuovi emigrati frequenteranno le scuole locali, anche di lingua italiana, per imparare una cultura diversa dalla nostra, secondo i programmi  culturali di quei  governi. Solo per fare un esempio, la Repubblica di Venezia non è un faro di civiltà, ma una bieca potenza colonizzatrice.    

            Ricordo che durante l’Impero austro ungarico il problema dell’insegnamento nelle scuole fu una importante, non la sola, causa dell’esodo degli italiani dalla Dalmazia dopo il 1848.

            Non aggiungo altro perché parlo tra amici, croati e italiani, e l’argomento è molto delicato, né voglio sembrare poco rispettoso nei confronti di nessuno. Nel proprio Paese ognuno ha il diritto di professare a suo modo la propria cultura.  

            In Croazia vi sono poi da risolvere alcuni altri problemi, tra questi ad esempio quello della giustizia civile e penale e la sua capacità di contrastare le oligarchie locali, politiche ed economiche, che talvolta operano in regime di impunità.    

            Problema questo che la Croazia dovrà superare nei tempi più solleciti, almeno questo è l’augurio, e che fanno parte dei protocolli per la sua entrata in Europa.

            Ritengo che le oligarchie politiche ed economiche siano responsabili del rallentato sviluppo della Croazia che negli scorsi decenni è ampiamente rimasta tagliata fuori dalle delocalizzazioni e dagli investimenti di altri Paesi che hanno preferito e con successo mettere sede alle loro attività più ad oriente.

            Nel tempo e solo con l’integrazione europea, ci auguriamo potranno venir accelerati e risolti molti processi di sviluppo culturale ed economico, ma, come è accaduto per tutti gli altri popoli, fatta l’Europa, resterà da “fare” i croati.

E ci vorrà molto più tempo di quello che ci separa dalle scadenza istituzionale europea finora ipotizzata.

            E’ bene che i Croati sappiano che l’Europa non è solo una stampella su cui poter contare, rappresenta anche una parziale rinuncia alla propria sovranità, l’Europa è anche e soprattutto solidarietà, mezzi finanziari ed aiuti a favore dei paesi più poveri del mondo.

 

            Quale futuro allora per il ritorno degli esuli ?

 

            A breve nessun futuro, ma per la lingua, la cultura e l’economia italiane le prospettive sono e saranno sempre in continua e progressiva crescita, e non solo nei Balcani.

            A mio avviso vi è ancora un altro problema che si affaccerà sulla scena politica croata con la sua entrata in Europa, la cultura per continuare a svilupparsi dovrà scegliere se far riferimento al mondo germanico o a quello latino-italiano, o ad entrambi.

            Inoltre dal punto di vista economico inevitabilmente in Istria e Dalmazia, quando e se le condizioni consentiranno investimenti con uguale possibilità per tutti, come lo è stato nei tempi passati e nei più recenti in Ungheria, Romania, Cechia ed in altri Paesi dell’Europa orientale, l’Italia sarà tra i protagonisti da ogni punto di vista.       

            Diversamente la Croazia resterà sostanzialmente esclusa dai processi dello sviluppo internazionale, ma questo mi auguro non accada.

            Se si vorrà favorire per i popoli dei Balcani il diritto allo sviluppo, in particolare per i popoli della costa adriatica che ci sono più vicini, inevitabilmente un giorno torneranno oltre Adriatico generazioni di Pugliesi, Marchigiani, Veneti, Lombardi, Genovesi, Toscani e Piemontesi che ancora una volta scriveranno insieme a Croati, Serbi, Albanesi, Istriani e Dalmati una nuova storia di civiltà e di sviluppo in Adriatico.

            Noi forse non ci saremo, ma questo è il mio augurio.

 

Giorgio Varisco 

Associazione Dalmati Italiani nel Mondo