Senato della Repubblica
Il Presidente

Roma, 04 giugno 2013

 La ringrazio per il cortese invito ad un mio messaggio di plauso in occasione della premiazione della Mailing List Histria che avrà luogo il 9 giugno prossimo a Valle D’Istria".

Desidero esprimere a tutti i partecipanti il rnio più sentito sostegno all'iniziativa, il mio sincero apprezzamento per quanti ogni giorno si impegnano a valorizzare e a promuovere la cultura istriana,fiumana, quamerina e dalmata, di matrice italiana nella consapevolezza che il dialogo e I'incontro con culture diverse sia sempre fonte di anicchimenfo per tutti i partecipanti"

E in particolare, il coinvolgimento dei giovani al dialogo culturale, rappresenta una concreta opportunità di crescita civile, una speranza che garantisce ai nostri figli lo sviluppo di un pensiero autonomo e libero, il pluralismo delle idee.

L'occasione rni è particolarmente grata per auspicare, anche a nome del Senato della Repubblica italiana che i tradizionali rapporti di amicizia e collaborazione con tutti gli istituti e tutte le associazioni che operano nella regione istriana, fiumana, quarnerina e dalmata possano ulteriormente rafforzarsi per contribuire al futuro dei nostri popoli e dell’intera comunità internazionale.
Esprimendo il mio plauso per il vostro nobile intento e nel considerarmi idealmente tra di voi, invio a tutti i partecipanti i miei più cordiali saluti.

Pietro Grasso
Presidente Senato della Repubblica Italiana

 

Saluto del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano     
alla Celebrazione del Giorno del Ricordo

Palazzo del Quirinale, 11/02/2013

Rivolgo innanzitutto il mio saluto come sempre affettuoso e rispettoso ai rappresentanti delle famiglie delle vittime e dei profughi e delle loro rispettive associazioni.

Rendo omaggio a quanti hanno ricevuto questa mattina il meritato riconoscimento dei diplomi e delle medaglie commemorative del Giorno del Ricordo. E mi complimento ancora con gli insegnanti e i ragazzi che hanno vinto il concorso indetto dal Ministero dell'Istruzione e dall'Associazione degli Istriani, dei Fiumani e dei Dalmati.

Debbo innanzitutto viva riconoscenza all'on. Lucio Toth, per aver ripercorso con assoluta puntualità e completezza il cammino che abbiamo insieme percorso in questi sette anni - celebrando "il Giorno del Ricordo" - per rendere giustizia agli italiani che furono vittime innocenti - in forme barbariche raccapriccianti, quelle che si riassumono nell'incancellabile parola "foibe" - di un moto di odio, di cieca vendetta, di violenza prevaricatrice, che segnò la conclusione sanguinosa della seconda guerra mondiale lungo il confine orientale della nostra patria. E a cui si congiunse la tragica odissea dell'esodo di centinaia di migliaia di istriani, fiumani e dalmati dalle terre loro e dei loro avi. 
Si, è vero, è stato necessario partire da un impegno di verità, contro ogni reticenza ideologica o rimozione opportunistica, per poter arrivare alla riconciliazione. Ha detto bene il ministro Terzi : "Il dramma delle foibe e degli esuli non è più rimosso, ed è sempre meno oggetto di faziose strumentalizzazioni". E sulla base di un discorso di verità sulle sofferenze degli italiani e sulle brutalità delle più spietate fazioni titine - discorso che all'inizio, ricorderete, ci procurò qualche reazione polemica sull'altra sponda dell'Adriatico, ma poi si è imposto anche perché intrecciato con una nostra severa riflessione sulle colpe del fascismo - è stato quindi, sulla base di un discorso di verità, che si è potuto raggiungere il traguardo della riconciliazione, cioè del reciproco riconoscimento con le autorità e le opinioni pubbliche slovene e croate, e del comune impegno per un mare di pace in un'Europa di pace. Un impegno che superi ogni residuo o nuovo motivo di frizione e affronti problemi rimasti ancora insoluti.       
Questo riavvicinamento e questo incontro, di cui oggi possiamo compiacerci, sono stati resi possibili anche dal cambiamento del tempo storico: perché i due presidenti con i quali a Trieste rendevo omaggio al monumento dedicato all'esodo degli italiani, non portavano sulle loro spalle nessuna responsabilità per le degenerazioni del comunismo jugoslavo, compiutesi quando non erano nemmeno nati e con la cui eredità storica avevano rotto operando per la costruzione di una democrazia di ispirazione europea nella nuova Slovenia e nella nuova Croazia. 
Il cammino di cui ha parlato Lucio Toth lo abbiamo fatto in tanti e attraverso diversi canali, tra i quali primeggia la scuola. Ringrazio lui e ringrazio il ministro Terzi per aver messo in luce l'impulso e il contributo che fu da me dato in questi sette anni, ma ho solo interpretato il mio dovere e seguito il mio sentimento.

 E ora non ho davvero nulla da aggiungere agli interventi che hanno preceduto questo mio saluto ; tra essi la relazione del prof. Segatti ha messo molto bene l'accento sul valore, negato nel passato e più che mai da valorizzare oggi, del pluralismo etnico e linguistico, il cui rispetto è condizione di una pacifica convivenza, culturalmente e umanamente più ricca.
Concludendo, voglio tuttavia rendere esplicita una domanda che magari serpeggia : ma non abbiamo ormai detto tutto su vicende di 70 anni fa? Ha senso ritornarci sopra ad ogni ricorrenza del Giorno del Ricordo? Ebbene, si, ha senso, dobbiamo rispondere. Ha senso per essere vicini a chi visse quella tragedia e ne può dare ancora testimonianza, per essere vicini ai loro figli e ai loro nipoti. Riconciliazione non significa rinuncia alla memoria e alla solidarietà. E ha senso perché quanto più i giovani, i ragazzi di oggi, si compenetrano con ogni passaggio importante, con ogni squarcio doloroso della nostra storia di italiani - e penso anche alle prossime celebrazioni della prima guerra mondiale - tanto più potrà rinsaldarsi la nostra coesione nazionale e insieme con essa rafforzarsi la nostra voce in Europa.

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Saluto del Rappresentante delle Associazioni degli Esuli Istriani Fiumani e Dalmati
On. Lucio Toth alla cerimonia del Quirinale per il Giorno del Ricordo delle Foibe e dell’Esodo Giuliano-Dalmata – 11 Febbraio 2013

Signor Presidente della Repubblica,      
Signori Ministri e Rappresentanti del Governo, Signori Ambasciatori,       
Signore e Signori.

Oggi è la settima volta che gli Esuli dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia, celebrano con Lei, Signor Presidente, il Giorno del Ricordo. E vogliamo ripercorrere il cammino che insieme abbiamo fatto, irto di ostacoli interni ed esterni. Ma li abbiamo superati nel nome di valori che accomunano tutti i popoli: la memoria dei sacrifici e delle ingiustizie patite, la ricerca delle loro cause, il riconoscimento delle colpe reciproche e la speranza di una riconciliazione, senza le ombre di un passato che ci aveva rinchiuso in una “caverna” di odi e di rifiuto dell’altro, della sua stessa esistenza nel tempo e nella storia.

E “caverne” erano le nostre Foibe. E caverne i gulag del regime comunista che governò i popoli della ex-Iugoslavia fino a vent’anni fa, quando essi giunsero a quel traguardo di indipendenza nazionale che noi italiani avevamo raggiunto nel 1861 e portato a compimento nel 1918 con quella che fu chiamata “Redenzione” delle nostre terre natali. Una parola legata al contesto storico di un secolo fa, ma che rimane nella memoria di un popolo. Come lo sono Risorgimento, Resistenza, Liberazione, valori che ci hanno assicurato indipendenza, libertà e democrazia.

Ella ebbe a dire il 10 febbraio del 2007 di “aver potuto ripercorrere la tragedia di migliaia di famiglie, i cui cari furono imprigionati, uccisi, gettati nelle foibe”. “Vi fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo… che assunse i sinistri contorni di una ‘pulizia etnica’”. “Una miriade di tragedie e di orrori; una tragedia collettiva, quella dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati, quella dunque di un intero popolo…Una memoria – Lei disse – che ha già rischiato di essere cancellata” e merita di essere “trasmessa alle generazioni più giovani”.

Lo stiamo facendo, come dimostrano i giovani che oggi ricevono da Lei il premio per le loro ricerche, nel quadro del Tavolo di lavoro presso il Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca. Vengono dalle scuole di Bergamo; Buie e Umago in Istria; Fiume; Pesaro; Porcia in Friuli. E dopo aver richiamato il “sogno di un’Europa nata dal rifiuto dei nazionalismi aggressivi e oppressivi”, evocato dal nostro rappresentante Paolo Barbi, Ella volle denunciare nel 2007 “la responsabilità di aver negato, o teso a ignorare, la verità per pregiudizi ideologici e cecità politica, e dell’averla rimossa per calcoli e convenienze diplomatiche”. Concluse così il Suo discorso: “Nei rapporti tra i popoli, parte della riconciliazione, che fermamante vogliamo, è la verità”.

Da allora ci siamo impegnati per diffondere il Suo messaggio insieme con i fratelli delle comunità italiane residenti nelle terre di origine. Ma abbiamo anche cercato, con la stessa tenacia usata per abbattere il muro del silenzio interno, di infrangere la barriera di incomprensione che ci divideva dai popoli sloveno e croato. Due tappe significative sono state compiute proprio da Lei nei due incontri storici di Trieste e di Pola. Due città-simbolo della nostra tragedia, che possono diventare il simbolo di una nuova amicizia.

A Trieste il 13 luglio 2010 Lei ha incontrato i Presidenti delle Repubbliche Croata e Slovena Ivo Josipović e Danilo Türk, rendendo omaggio ai luoghi che sono testimonianza di sofferenze inferte da odi incrociati: il centro culturale sloveno, incendiato nell’estate del 1920 in un’esplosione di cieca violenza dopo l’uccisione a Spalato di due marinai italiani, e il monumento che ricorda l’Esodo di 350.000 italiani, in gran parte autoctoni, dalle terre natali dell’Istria, del Quarnaro e della Dalmazia.    

A Pola il 3 settembre 2011 nell’Arena romana ha incontrato di nuovo il Presidente Josipović pronunciando insieme parole che riconoscevano sia i torti subiti dal popolo croato con la persecuzione della sua minoranza durante il ventennio fascista e poi con l’occupazione italiana del 1941, sia gli eccidi delle foibe perpetrati dalle autorità post-belliche della ex -Iugoslavia. “Gli atroci crimini commessi non hanno giustificazione alcuna - si legge nel testo congiunto - Condanniamo…le idelogie totalitarie che hanno soppresso crudelmente la libertà …e ci inchiniamo davanti alle vittime che hanno perso la propria vita e il proprio radicamento famigliare”.

Abbiamo cercato in questi anni, con l’aiuto di studiosi italiani ed europei, di illuminare con una visione aperta e obiettiva la “complessa vicenda del confine orientale”, risalendo la storia secolare della nostra presenza sull’altra costa dell’Adriatico, la sua arte, la sua letteratura, la sua musica, quel patrimonio culturale tutelato dalla Legge n. 72 del 2004: dagli umanisti del Cinquecento Vergerio e Patrizi ai patrioti dell’Ottocento Tommaseo e Baiamonti, agli scrittori contemporanei Tomizza e Bettiza e di tanti altri uomini e donne di ingegno che hanno contribuito al patrimonio artistico e culturale del nostro Paese.
Molto di questo percorso e dell’ascolto che abbiamo ottenuto lo dobbiamo a Lei e a quello “Spirito di Trieste” che ha voluto sanare antiche ferite tra nazioni che devono vivere e progredire insieme nell’Europa di domani.

Ci sono ancora problemi seri da risolvere, come la restituzione o l’indennizzo delle nostre proprietà, oggetto di patteggiamenti con la ex-Repubblica Iugoslava, e il rispetto effettivo dei diritti delle nostre comunità in Croazia e Slovenia.

Qui sono presenti i rappresentanti di quelle comunità, insieme a cittadini italiani che rappresentano le minoranze slovena e croata nel nostro paese. Ad essi va il nostro saluto e l’augurio che un nuovo spirito di collaborazione ci permetta di sentirci ovunque a casa nostra, al di là di frontiere comunque imposte dalla storia.

 

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I miei più sinceri complimenti ed auguri per il XIII Raduno della ML Histria e per le tematiche svolte nel concorso a premi.

La capacità organizzativa, la costanza tutta istriana nel perseguire gli scopi prefissi, l'apertura culturale a tutte le componenti dell'attuale realtà umana dell'Istria, la modernità dei mezzi web utilizzati - ove la densità dei contenuti e del messaggio prevale sull'ansia della comunicazione - ha fatto della MAILING LIST HISTRIA uno strumento prezioso per la crescita della regione e per la tenuta di un contatto vivo con le nostre terre di origine, che sono sempre la nostra patria.

Con affetto di dalmata.   Lucio  Toth

 

 

Un progetto per il futuro  (La Voce del Popolo 11 febbraio 2014)

Scritto da Ezio Giuricin

L’Italia, la Slovenia e la Croazia hanno bisogno di concludere quel processo di riconciliazione che è stato simbolicamente avviato il 13 luglio del 2010 con l’incontro dei tre presidenti a Trieste. Un processo di fondamentale importanza, soprattutto sul piano civile e umano, per dare nuovo impulso alla qualità delle relazioni. Il mancato completamento di questo percorso priverebbe di vere prospettive lo sviluppo dei rapporti; ma senza di esso questi - soprattutto sul piano economico - non si interromperebbero.

Per gli esuli e la minoranza, invece, il mancato compimento del processo di ricomposizione potrebbe essere esiziale. Il permanere delle divisioni e la mancanza di collaborazione tra le due componenti dell’italianità di queste terre potrebbe portare, in pochi decenni, alla scomparsa della loro identità. Siamo convinti che il modo migliore per superare i traumi dello sradicamento e dell’abbandono, per colmare il tremendo solco che la guerra e i totalitarismi hanno inciso così profondamente sulla nostra pelle, sia quello di affermare che la nostra civiltà non è morta; che la grande eredità culturale italiana, veneta e latina dell’Adriatico orientale ha ancora radici profonde e una straordinaria vitalità.

Altri vi possono rinunciare; noi no.

Spesso parlando dell’esodo di centinaia di migliaia di persone dall’Istria, Fiume e dalla Dalmazia, si tende a descrivere una tragedia circoscritta nello spazio e nel tempo, a immaginare un percorso che si è concluso. Niente di più errato: esso continua a riprodursi, a rilasciare le sue tossine. Quel dramma ci ripresenta puntualmente il conto ogni giorno, nel presente che stiamo vivendo e, paradossalmente, continua a produrre quotidianamente i suoi effetti nefasti. Li constatiamo nel progressivo arretramento e indebolimento, quando non nella scomparsa, della nostra parlata, delle nostre tradizioni, della presenza e dell’identità italiane nelle terre del nostro insediamento storico.

Gli unici per i quali il superamento delle divisioni e la ricomposizione sono essenziali e fondamentali, per la loro stessa esistenza, sono gli esuli e la minoranza italiana. Entrambe le componenti, l’una senza l’altra, non hanno futuro: gli esuli perché senza la presenza viva della minoranza e del suo presidio di italianità sul territorio sono destinati a perdere ogni riferimento con la propria terra; i rimasti perché senza i valori di civiltà, l’eredità storica degli esodati, non potranno mai valorizzare ed alimentare le proprie radici. Entrambi, da soli, rimanendo divisi, rischiano di diventare una presenza effimera, trascurabile, di ridursi a testimonianza; di scomparire come entità vitale, concreta, attiva.

Anche l’approccio dello straordinario musical civile “Magazzino 18” di Simone Cristicchi - che ha saputo mirabilmente accostare la sofferenza dell’esodo all’esperienza dei rimasti unendole idealmente alla stessa cornice di sradicamento - ci indica l’ineluttabilità e, insieme, l’urgenza di questo percorso.

Da qui l’esigenza, partendo proprio dal Giorno del Ricordo, di concepire un grande “progetto comune” e ampiamente condiviso per rilanciare - alla luce anche delle prospettive offerte dalla completa integrazione europea di quest’area - la presenza italiana in queste terre. Un primo passo potrebbe essere quello di avviare una serie di progetti europei per valorizzare e sviluppare il patrimonio storico, artistico, culturale e linguistico legato alla civiltà veneta e italiana in Istria, Fiume e Dalmazia. I singoli progetti, per una loro più facile realizzabilità a livello comunitario, potrebbero essere concepiti quale parte integrante di un più ampio progetto europeo per la creazione di un’area turistica integrata o per la promozione del comune patrimonio artistico, culturale, storico, ambientale e socio-economico dei territori dell’Alto Adriatico (con il coinvolgimento diretto degli Stati e delle Regioni di quest’area).

In quest’ambito si potrebbe concepire la realizzazione di un giornale - web comune tra esuli e rimasti in grado di mettere sinergicamente in rete le pubblicazioni e le testate della minoranza con quelle delle associazioni degli esuli per dare vita a un nuovo importante polo di comunicazione. Così come la nascita di emittenti radiofoniche (sia a livello locale che via Internet) e di trasmissioni televisive comuni (su Radio e TV Capodistria e per le sedi regionali della RAI). La condivisione, inoltre, di comuni spazi, l’allargamento di pagine e rubriche - come in parte si sta già facendo - sulle testate giornalistiche della minoranza e quelle degli esuli per affrontare tematiche e argomenti di comune interesse, la stampa di edizioni comuni, e una più capillare diffusione di queste pubblicazioni in Italia, Slovenia e Croazia potrebbero, inoltre, contribuire all’affermazione della presenza e dell’identità del nostro “piccolo popolo”. Le testate giornalistiche della minoranza potrebbero pubblicare delle edizioni speciali dedicate al mondo degli esuli, con il contributo delle loro associazioni, da diffondere ampiamente in Istria, Fiume e Dalmazia e su tutto il territorio italiano, e di converso le associazioni degli esuli potrebbero contribuire a far conoscere la realtà della minoranza sulle loro pubblicazioni.

I centri di studi e di ricerca delle due realtà inoltre potrebbero dare vita a progetti europei comuni e realizzare numerose sinergie, attivando e ampliando così le risorse, i mezzi, e il numero di studiosi e di collaboratori a loro disposizione. Immaginiamo quale portata potrebbe avere, ad esempio, la pubblicazione di volumi, libri, riviste scientifiche e di portali Internet comuni, la realizzazione congiunta e continuata di incontri e convegni di studi e l’istituzione, ad esempio, di un museo multimediale sulla storia e l’esperienza dell’esodo in Istria e di info - point sulla minoranza presso le istituzioni museali o di ricerca delle associazioni degli esuli (così come di analoghi punti informativi sulla realtà degli esuli e della minoranza presso vari enti, comuni e regioni italiane, ma anche in Croazia e Slovenia).
Naturalmente si tratterebbe di organizzare e coordinare in modo diverso, e sicuramente di ampliare anche gli strumenti finanziari messi a disposizione dal Governo e dalle Regioni italiane a favore delle due realtà, al fine di attivare e stimolare delle forme più concrete di collaborazione fra le due componenti dell’italianità dell’Adriatico orientale.

Si tratta solo di alcune modeste proposte per l’avvio di una riflessione su un comune percorso da compiere. Molto dipenderà dall’intelligenza, la lungimiranza e dalla buona volontà della nostra “comunità di destino” composta dai naturali eredi di una civiltà che, dopo e nonostante l’esodo, sta cercando ostinatamente di resistere.


Lucio Toth: l’amore per la terra natale - 01agosto13

L’amore per la terra natale è così forte che con gli anni scopre radici così profonde nel nostro Io e nella nostra memoria da vincere le barriere del tempo E’ la nostra terra, comunque e sempre. E per sempre. Chiunque la abiti oggi.

Lo sanno i profughi armeni, i profughi greci, tedeschi, russi o di qualsiasi altro luogo il Novecento abbia devastato, con la violenza primitiva e inconsapevole della modernità o con quella voluta e perseguita da élite politiche convinte di rappresentare il bene comune dei loro popoli.

Perché l’amore per la terra dove si è nati, o vissuti nei primi anni, come ogni amore, tutto comprende, tutto perdona. Perfino chi quella terra ci ha tolto. Anche perché con gli anni si impara che non sono i conterranei di altra lingua che te l’hanno strappata, ma ideologie astratte che come demoni si sono impossessate delle menti degli uomini, spingendoli ad odiarsi e perseguitarsi come nemici mortali.

L’amore tutto abbraccia, come il nostro mare con i suoi seni e le sue isole glabre o coperte di pinete. E piano piano ti fa crescere dentro un sentimento di empatia e di fratellanza, la consapevolezza di un destino comune, di cui occorre riappropriarsi per non perdere se stessi. Come non è nell’oblio o nel frastuono di un mondo anonimo e senz’anima che salvi la tua identità, così non nell’odio che la coltivi e la rafforzi.

E l’amore per la terra natale, con chi ci vive e con chi ci hai vissuto per secoli - di cui porti il segno nel tuo sangue stesso - abbassa le montagne che separano lingue e culture, facendoti capire che anche la lingua dell’altro in qualche modo è tua e fa parte del tuo essere di oggi, come lo sarà la tua lingua per i tuoi conterranei di domani, a dispetto di chi ha voluto cancellare ogni traccia della sua esistenza.

Battaglia vana della menzogna contro la verità e la realtà delle cose. L’essenza di ogni realtà è fuori del tempo e per questo su ogni tempo trionfa, come un presente eterno che è il respiro del mondo. Bisogna uscire dalla prigione dei nostri risentimenti, che ci fa sprofondare nell’abisso del passato, avvolti nel vortice delle contingenze, privandoci della più vera libertà dell’uomo, quella di sapere amare.
Lucio Toth  
presidente onorario ANVGD       

                                      

La Nuova Voce Giuliana 16/09/13 Editoriale - Il rispetto per gli altri

Il rispetto per gli altri

Quando c’è, base di ogni rapporto umano positivo – quando non c’è, origine di ogni possibile offesa all’altro… fino alla sua eliminazione

Qualche giorno fa, parlando con alcuni esuli e loro discendenti si convenne sul fatto che esuli e rimasti non possono avere storie condivise ma io sostenevo che entrambe le parti dovessero rispettare le rispettive scelte. Mi fu risposto che la nostra gente - gli esuli - non sono ancora pronti.

Ma quando lo saranno? E lo saranno mai?

E mi sovviene la prima volta che ne scrissi. Sarà stato intorno al 2.000 quando, in un editoriale del periodico “Comunità Chersina, foglio dei Chersini e dei loro amici”, scrissi che gli esuli, che pretendono il rispetto della loro scelta di andare, dovevano concedere lo stesso rispetto a chi ha scelto di rimanere. Nella ristretta cerchia delle persone che lessero il mio scritto prima della sua pubblicazione nacque un forte dissenso… ma l’articolo, grazie al sostegno del direttore del periodico, l’arcivescovo Bommarco, fu pubblicato e non provocò nessuna delle reazioni eclatanti previste. Per contrasto, mi viene pure alla mente un episodio delle memorie di Padre Flaminio Rocchi, delle quali  l’ANVGD cura in questo periodo la pubblicazione, in occasione del centenario della nascita e decennale della morte, in cui il noto “apostolo degli esuli” di Neresine, nel ricordare il periodo trascorso come cappellano militare, durante la seconda guerra mondiale, in Corsica, dove c’erano contingenti militari di diverse nazioni e anche dei lavoratori jugoslavi, riferisce quanto segue:

“Questa gente (gli jugoslavi) disorientata, umiliata, spesso arrabbiata, mi preparava l’altare in una tenda per celebrare la Santa Messa. A fianco del crocifisso metteva le fotografie, tolte da riviste americane, di Stalin e di Tito. Per loro erano due santi liberatori. Io guardavo sorridendo il mio crocefisso tra quei due ladroni. Eravamo ai primi del 1944. Ho rispettato la loro libertà e anche la loro ignoranza”.

Penso che le parole e l’atteggiamento di P. Rocchi - denotanti carità cristiana (era un frate!) ma anche grande apertura e rispetto umano - non abbiano bisogno di commento e dovremmo cercare di prendere il suo comportamento a modello di civiltà.

Nella mia concezione del termine, per rispetto per gli altri si intende rispetto nel senso più pieno e completo della parola, cioè innanzitutto rispetto per la persona fisica, come essere vivente appartenente al genere umano, indipendentemente dal colore della sua pelle, dalla sua nazionalità, razza, religione e secondariamente rispetto per le sue idee, politiche e di altro genere, per i suoi sentimenti, le sue scelte, insomma per tutto ciò che lo riguarda, esattamente come desideriamo essere rispettati noi. E’ una questione di reciprocità. E questo è un valore universale, al quale vanno educati i giovani in famiglia, nella scuola e nella società tutta perché non accadano episodi come quelli di razzismo negli stadi o non si sentano parole ingiuriose nei confronti di un essere umano dalla pelle di colore diverso dal nostro come quelle pronunciate dal ministro Calderoli che, in un comizio leghista ha detto: “Quando vedo il ministro Kyenge penso a un orango”. Per non parlare degli orrori per intolleranze etniche e/o religiose della guerra degli anni ’90 in Jugoslavia, simili a quelli perpetrati negli anni 40/50 in Istria, in Dalmazia, a Fiume, a Zara, nelle Isole del Quarnero perché… quando il rispetto per gli altri non c’è si può arrivare a tutto: agli insulti, alle percosse, alle torture,… fino all’eliminazione fisica dell’altro.

Gli uomini non imparano proprio niente dalle esperienze del passato!

C’è, in alcuni di loro, una cattiveria e un’aggressività che, in certe circostanze - come la guerra e ancor di più la guerriglia e i disordini che le succedono - si scatenano, diventano incontenibili, soprattutto se essi occupano posizioni di potere.

Penso che quanto ho affermato sopra a proposito del rispetto per gli altri come un valore sia condivisibile. Certo, a volte sorgono dei dubbi. Si debbono rispettare anche gli assassini, gli infoibatori, gli stupratori, i pedofili, ….?

Penso che la risposta potrebbe essere che questi sono comportamenti devianti e che la società deve assumersi il carico di punire, contenere, curare o rieducare - a seconda dei casi - le persone che li commettono. Il singolo può cercare di capire.

E chi ha sofferto del comportamento deviante?

Anche lui va aiutato, ma non me la sento proprio di dire che deve essere aiutato a capire, e meno ancora incoraggiato a perdonare. Deve essere aiutato a sopportare le sofferenze subite e a superarle.

Ma, ritornando  al mondo della diaspora, rimango dell’idea che gli esuli, che pretendono il rispetto della loro scelta di andare, devono concedere lo stesso rispetto a chi ha scelto di rimanere. E’ un’affermazione che ha la sua inevitabile ricaduta nei rapporti con gli italiani rimasti nelle nostre terre natie e con queste stesse terre, ove qualcuno non è mai più tornato, né vuole tornarci… ed è libero di non farlo. Non sono però assolutamente d’accordo, per le ragioni esposte sopra, con chi vorrebbe che tutti si comportassero come lui e cerca di mettere in atto tutte le strategie possibili per convincere o impedire agli altri di tornare nelle nostre terre e avere rapporti con la minoranza italiana che ci vive. Ancora una volta, questa divergenza di idee rischia di essere fonte di divisioni, più che mai devastanti nell’attuale situazione, in cui la vecchia generazione è ormai quasi completamente scomparsa o anziana e i suoi discendenti attivi nell’associazionismo molto pochi. Ma, se rispettiamo gli altri e le loro scelte questo diventa un falso problema: chi desidera ritornare nelle sue terre natie e avere rapporti con chi ci vive, lo faccia; chi non lo desidera non ritorni e non condizioni gli altri.

A conclusione di queste riflessioni vorrei informare chi non mi conosce personalmente che io appartengo alla prima generazione dell’esodo, essendomene andata via coi miei genitori dalla natia Puntacroce - villaggio dell’isola di Cherso - nel 1947 e non posso essere dunque accusata di mancanza di sensibilità verso la condizione dell’esule, perché l’ho vissuta e ne vivo tuttora la complessità. Penso di poter inoltre affermare che sono una delle ultime persone della mia generazione - a cui apparteneva anche il direttore Tomasi - che occuperà il posto di direttore responsabile di un giornale o avrà altri incarichi del medesimo genere per l’inevitabile cambio generazionale, che ha già portato alla presidenza dell’Associazione delle Comunità Istriane Manuele Braico, a quella della Federazione degli Esuli Renzo Codarin, a quella dell’ANVGD Antonio Ballarin ed altri, tutti bravissimi figli di esuli di prima generazione. Con le mie considerazioni non ho neppure inteso dire di dimenticare le atrocità che sono state commesse; esse devono passare dai ricordi personali alla storia; chi le ha commesse doveva essere punito. Non ho neppure voluto invitare chicchessia a perdonare; questo è un fatto personale. Ma, questo sì, vorrei sollecitare gli esuli a non trasmettere alle nuove generazioni un messaggio di odio, anche se hanno subito personalmente gravi torti o l’hanno subito loro congiunti.

Carmen Palazzolo Debianchi      
Direttrice del periodico “ La Nuova Voce Giuliana”

 

LA VOCE DELLA FAMIA RUVIGNISA n.178 settembre-ottobre 2013

Recensione del libro di Vivoda "In Istria prima dell'esodo"

di Gabriele Bosazzi

Lino Vivoda è un esule da Pola noto a tanti istriani per il suo impegno di lunga data nella divulgazione della nostra storia e nel riallacciamento dei rapporti con la terra natìa e con gli italiani rimasti; si tratta anche di un amico della Famìa Ruvignisa, che ha partecipato al nostro ultimo raduno. Il buon Lino è stato per molti anni membro del comitato nazionale dell’ANVGD, fino a divenirne vice presidente, nonché co-fondatore e per alcuni anni sindaco del Libero Comune di Pola in Esilio; durante la sua lunga attività nelle associazioni degli esuli ha scritto sei libri e moltissimi articoli su riviste, narrando il dramma dell’esodo da Pola, la successiva vita dei campi profughi e l’inserimento nella vita italiana del dopoguerra.

 Recentemente, il nostro ha dato alle stampe e presentato il suo settimo libro, intitolato “In Istria prima dell’esodo. Autobiografia di un esule da Pola“, un’opera piacevole da leggere, per il suo stile semplice e genuino, nel raccontare le esperienze vissute in prima persona, ma anche nelle parti in cui vengono narrati alcuni fatti storici frutto di ricerche dell’autore.

Il libro si apre proprio in maniera molto intima, con la descrizione dei genitori e dei famigliari più stretti ed affezionati dell’autore con le relative esperienze di vita. Un racconto personale, che però assume molta importanza anche per il lettore estraneo, in quanto tratta esperienze di vita comuni a tanti istriani e che sono estremamente rappresentative della storia contemporanea delle nostre terre.

  A partire dai nonni Giovanni Vivoda e Maria Clarich, arrivati a Pola rispettivamente da Sergobani e da Jursania, due paesini dell’Istria interna siti nella zona di Pinguente, per aprirvi delle attività commerciali, quando la città viveva un periodo di prosperità per la presenza dei cantieri navali e della base navale della Marina austro ungarica. Il padre di Lino, Riccardo, era come molti suoi concittadini un operaio dei cantieri di Scoglio Olivi, convinto sostenitore delle idee socialiste, ma buon patriota; le sue idee infatti lo portarono ad esporsi nelle violente dispute tra italiani e filo-slavi nel 1946, a rimuovere la bandiera rossa da una torretta dei cantieri per ripristinarvi il tricolore, cose che gli costarono un’aggressione ed un agguato sventato per poco. Anche la vicenda della zia Fanny (Francesca) testimonia un pezzo di storia interessante: sposatasi con un austriaco residente a Pola, alla fine della Prima Guerra Mondiale lo seguì nel suo rientro in Carinzia, dove entrambi combatterono da volontari nella difesa dei carinziani dalle truppe del nascente stato SHS (futura Jugoslavia) che intendevano occupare ed annettere la regione, resistendo fino all'arrivo delle truppe italiane che ristabilirono l'ordine e permisero lo svolgimento del plebiscito del 1920 che assegnò la Carinzia alla nuova Austria. Dopo i piacevoli capitoli che raccontano di un Vivoda ragazzino vivace, ma soprattutto tracciano un bell'affresco di Pola italiana, inizia una significativa  parte dedicata alla descrizione dei tragici fatti che accompagnarono la seconda guerra mondiale.

 Questa fase si apre con il ricordo del porto di Pola completamente gremito di unità da guerra illuminate, il 10 giugno 1940 giorno dell’entrata in guerra dell’Italia, con il papà Riccardo che disse a Lino “Osserva bene, perchè uno spettacolo così non lo rivedrai mi più”; in effetti, nessuno avrebbe più visto il porto di Pola italiana affollato ed illuminato in quel modo. Una delle parti più concitate del racconto è quella che narra i bombardamenti alleati sul capoluogo dell’Istria, particolarmente intensi e ripetuti a partire dal primo del 9 gennaio del '44, fino alla tremenda e distruttiva serie del gennaio-febbraio del '45; ovviamente la causa di tanto accanimento era la presenza della base della Marina Militare, ma come in tutta Italia, tali bombardamenti a tappeto andarono ben oltre il colpire gli obiettivi militari o strategici, finendo per distruggere interi rioni, provocando innumerevoli lutti e lasciando senza casa centinaia di persone. Il racconto di Vivoda rende bene l'idea del clima di paura e di lutto che si respirava in città; dal febbraio del '44 anche i Vivoda si aggiunsero alla lunga lista dei “sinistrati”, in quanto la loro casa, posta all'inizio della via Sergia accanto a Piazza Foro, fu seriamente danneggiata dalle bombe, costringendoli a trasferirsi in altra sistemazione. Nel dopoguerra, la rimozione delle macerie fece emergere dei resti di un'abitazione romana oggi visitata da molti turisti e conosciuta come la “casa di Agrippina”.

 Nel luglio del 1944 le autorità decisero lo sfollamento della città, proprio per porre la popolazione al riparo da questi massacri venuti dal cielo; la famiglia Vivoda fu tra le più fortunate, potendosi trasferire a Gallignana presso la casa degli zii di parte materna, evitando così i disagi dei campi di sfollamento, allestiti generalmente in Friuli. Proprio in questo bel paesino istriano si colloca il racconto dei tragici fatti dell’8 settempre del ’43, capitolo che si può aggiungere alle tante preziose testimonianze di quel tragico momento della storia d'Italia; dopo aver visto transitare centinaia di soldati italiani sbandati, malconci ed esausti in ritiro dai Balcani, Lino assistette all'arrivo dei primi partigiani, su una ventina di “minadore”, le corriere usate per il trasposto dei minatori dell'albonese. Un giorno, i partigiani radunarono tutti gli uomini del paese con il pretesto di scavare trincee per difendersi dai tedeschi; in realtà, si trattava di scavare una fossa, sull'orlo della quale furono uccisi e poi sepolti un gruppo di prigionieri, in parte militari tedeschi, in parte civili; la loro sorte fu nascosta per tanto tempo, finché la fossa venne scoperta con il ritrovamento di resti umani appena negli anni novanta. Furono invece riesumate dalla squadra di pompieri del maresciallo Harzarich le salme ritrovate in due cave di Bauxite della zona di Gallignana, poi sepolte in una fossa tra il duomo ed il cimitero di Pisino, cui recentemente ha reso omaggio la Famìa Ruvignisa.

 Lino Vivoda racconta il movimentato episodio che lo vide protagonista all'arrivo dei tedeschi a Gallignana: dopo tutto ciò che era successo, con la presa di potere dei partigiani e le vittime che fecero questi ultimi, tutti erano impauriti dalla probabile reazione delle truppe germaniche ed al loro arrivo tanta gente si rifugiò di corsa nella vallata sotto al paese, compreso Vivoda con la mamma e la sorellina neonata. I tedeschi intimarono però di far rientro in paese, dove stava già bruciando una casa in cui era stata trovata una bustina con la stella rossa. Il dodicenne Lino fu separato dalla famiglia e messo con il gruppo di uomini; a quel punto il nostro usò tutta la sua astuzia ed il poco tedesco che conosceva: con una frase azzeccata ad un giovanissimo ufficiale riuscì a farsi rilasciare; gli altri una trentina circa, furono invece portati a Dachau e solo 4 di essi fecero ritorno.

 Alla fine della guerra, i partigiani di Tito entrarono a Pola senza trovare resistenza, visto che l’ultima guarnigione della Marina tedesca si trincerò nell'area tra Stoja, Forte Musil e la Fabbrica Cementi, nella speranza di riuscire a resistere all’esercito jugoslavo fino all’eventuale arrivo delle truppe alleate, lasciando ad una sessantina di militi della X Mas il compito di mantenere l'ordine pubblico e presidiare le strutture strategiche, in accordo, sembra, anche con emissari del movimento partigiano; il 29 aprile, prima di questo passaggio di consegne, l'ammiraglio tedesco Georg Waue fece affiggere un manifesto, il cui testo integrale è riportato in questo libro, in cui ringraziava la popolazione e ne lodava il senso civico dimostrato durante l'occupazione e persino scusandosi per le occasioni in cui i tedeschi avevano agito con spietatezza, un caso forse unico in Italia e in Europa. I partigiani disarmarono subito gli uomini della Decima che non opposero resistenza e furono rinchiusi nel campo dell'aeroporto di Altura; servirono invece vari giorni per ottenere la resa dei tedeschi ben fortificati nella zona di Forte Musil; essi deposero le armi appena l'8 maggio, in quanto il Feldmaresciallo Jodl aveva firmato la resa della Germania e continuare a combattere avrebbe significato essere giudicati al di fuori delle leggi di guerra. Come in altri casi, la resa fu seguita da una sanguinosa vendetta: i primi militari tedeschi che capitarono a tiro furono ammazzati sul momento, l’ammiraglio Waue ed i suoi ufficiali vennero fucilati e la maggior parte dei militi italiani fu trucidata in maniera brutale, altri vennero imbarcati sulla nave Lina Campanella, saltata sulle mine al largo di Fasana.

 Nel maggio del '45 anche Pola entrò per più di un mese in un tunnel di terrore con innumerevoli arresti prevalentemente notturni dei cosiddetti “nemici del popolo”, che Vivoda quantifica in oltre un migliaio. Il racconto dell'autore riporta un personaggio noto ai rovignesi: il “gobo Trani”, un fascista di Pola che fu accusato di essere stato il responsabile dell'uccisione di Pietro Ive, durante gli scontri tra fascisti polesani e socialisti rovignesi nel febbraio del 1921. Il Trani venne rintracciato a Pola dai partigiani e portato a Rovigno, dove venne sottoposto a vari maltrattamenti e poi ucciso; Vivoda racconta di averlo visto rinchiuso in una gabbia di legno trascinata dai carcerieri, con lo sguardo terrorizzato e con i segni delle percosse subite.

 Molto interessante il capitolo dedicato alla prima occupazione titina, durante la quale si inaugurò la sistematica abitudine di far arrivare a Pola abitanti slavi del contado inneggianti alla Jugoslavia ed al comunismo, simulando così una città a maggioranza croata, entusiasta verso il nuovo regime e desiderosa di unirsi alla Jugoslavia.

L’accordo Tito-Alexander stabilì il momentaneo ritiro delle truppe jugoslave da Gorizia, Trieste e Pola in attesa del trattato di pace, ritiro che in quest’ultima città fu però tutt’altro che indolore. Infatti le truppe inglesi arrivarono appena il 16 giugno, ma le prime manifestazioni di esultanza della popolazione italiana furono violentemente contrastate dai filo-titini che si trovavano ancora preponderanti in città, i quali aggredirono e malmenarono i piccoli gruppi spontanei di italiani e strapparono le prime bandiere tricolori. Il periodo di occupazione alleata che accompagnò la città sino all’entrata in vigore del Trattato di Pace fu decisamente acceso e turbolento, forse ancor più che a Trieste, viste le innumerevoli manifestazioni e scontri di piazza tra la maggioranza della popolazione che esternava la sua italianità e la componente filo-slava, le cui file erano ingrossate da gente venuta da fuori città e che invece reclamava l’annessione alla Jugoslavia di Tito. L’autore fornisce un’interessante descrizione delle principali manifestazioni, ma anche degli scontri di piazza, che si verificavano molto spesso anche tra piccoli gruppi; non fu sempre facile neanche il rapporto con le autorità inglesi, che anche qui istituirono la Polizia Civile della Venezia Giulia, cui la gente affibbiò il nomignolo di “bacoli neri”, non solo per il colore della divisa.

 Si trova anche una dettagliata descrizione di tutte le associazioni, partiti e gruppi italiani che si organizzarono in quel periodo, ispirati a diverse ideologie e provenienze politiche. Fu intensa anche l'attività giornalistica, che doveva contrastare quella del “Nostro giornale”, foglio filo-titoista che si dedicava ad un'intensa propaganda per l'annessione alla Jugoslavia e che proprio per questo la gente soprannominò il “Mostro giornale”; nacquero così “El Spin”, “Democrazia”, “La posta del lunedì” e soprattutto “L'Arena di Pola”, il vero giornale polesano, passato alla storia per aver testimoniato ed accompagnato l'esodo dei suoi cittadini, che ancora oggi esce “in esilio” per tenere uniti gli esuli ed i loro discendenti.

Il punto forte di questo libro è indubbiamente il capitolo che tratta la strage di Vergarolla, che Vivoda ha considerato una specie di “rivelazione” tenuta in serbo per tanto tempo, in quanto porta all’opinione pubblica gli ultimi importanti dettagli frutto di tanti anni di ricerche personali e giunge a rivelare il nome di un altro degli esecutori materiali dell’eccidio. Come noto, il 18 agosto del '46, 28 mine di profondità precedentemente disinnescate esplosero nella spiaggia di Vergarolla affollata di famiglie accorse per le gare di nuoto della società Pietas Julia, uccidendo almeno 64 persone, contando solo quelle che furono riconosciute. Le autorità militari alleate avviarono un’inchiesta, le cui precise conclusioni rimasero nascoste fino a pochi anni fa quando dei documenti riguardanti Vergarolla sono stati trovati presso gli archivi dei servizi segreti inglesi di Kew Garden, a Londra, da due giornalisti triestini che pubblicarono quanto scoperto in un dossier. Tali rapporti del servizio segreto inglese, di cui uno intitolato significativamente “sabotage in Pola”, citano come fonte definita attendibile il controspionaggio italiano che agiva in stretta collaborazione coi servizi inglesi, e danno per certa la matrice terroristica dell’esplosione, come opera dell’OZNA.

 Il documento cita il nome di uno dei “sabotatori” che avrebbero innescato le mine e che sarebbe scomparso successivamente al fatto, il fiumano Giuseppe Kovacich, già indicato da un altro documento precedente alla strage come un agente dell’OZNA “molto attivo nel perseguire gli italiani”. Un’ulteriore informativa fornita dall’intelligence italiana a quella inglese aveva segnalato inoltre, sempre nel mese di luglio, dei movimenti sospetti alla periferia di Pola, con protagonista un esponente comunista italiano, che avrebbe distribuito delle armi ad altre persone e che in seguito, ricercato della polizia, sarebbe fuggito a Fasana, occupata dagli jugoslavi. Un tanto combacerebbe con alcune testimonianze del giorno della strage.

Queste notizie comparvero sulla stampa appena dopo 62 anni dalla strage, ma diversi anni prima alcune verità erano comunque emerse grazie alle silenziose ricerche di alcuni volenterosi, tra cui proprio Lino Vivoda, che nella strage perse il fratello Sergio di soli 8 anni. In questo lavoro, l’autore riporta che poco dopo la strage un ufficiale inglese ed il rovignese Bepi Nider, che allora si trovava a Pola, trovarono in una cava prossima alla spiaggia di Vergarolla tracce di un innesco, identico a quelli usati allora nelle miniere dell'Arsa (a pochi chilometri da Pola); proprio nella vicina cittadina di Albona, aveva un delle sue più importanti sedi istriane l'OZNA. Dopo aver scritto in merito vari articoli sulla stampa degli esuli ed aver rilasciato interviste a giornali istriani, Vivoda entrò in contatto con un giornalista del quotidiano croato Glas Istre, che si era appassionato della vicenda e nel 1999 aveva scritto vari articoli su Vergarolla, rivelando un fatto inedito: un ex partigiano jugoslavo, suicidatosi anni prima, avrebbe lasciato una lettera in cui si diceva schiacciato dal rimorso, per aver fatto parte del gruppo che organizzò la strage, su incarico dell'OZNA; il giornalista riuscì persino a combinare a Vivoda un appuntamento con i familiari del suicida, con l’accordo di “acquistare” il biglietto; a questo punto, però, consapevole della delicatezza della questione ed allarmato dalle condizioni poste, cioè di doversi presentare da solo in luogo isolato, Vivoda non si fidò a recarsi all’appuntamento; il biglietto manoscritto, che il giornalista croato dice di aver visto personalmente, non è stato quindi mai recuperato. In questo libro, tuttavia, si riporta il nome dell’ex partigiano suicida: Ivan (Nini) Brljafa, che da ulteriori ricerche è risultato essere uno dei primi membri del partito comunista croato clandestino di Pola, nonché, durante la guerra, un “gappista” responsabile di un attentato contro una mensa di ufficiali tedeschi ed in seguito membro dell'OZNA, attivo tra Fasana e Peroi, nell'agro polesano. Circostanze che sembrano accreditare l’ipotesi di un suo coinvolgimento nella strage della spiaggia polesana.

 Questa ulteriore fatica dell’amico Lino Vivoda è quindi particolarmente importante, sia nel dare un contributo concreto al chiarimento degli aspetti più spinosi ed ancora irrisolti della storia istriana, sia perché, sullo sfondo dei ricordi di gioventù dell’autore, riaffiorano immagini e storie di una Pola che non c’è più, riemerge un prezioso affresco di Pola italiana. 

Gabriele Bosazzi

Durante il raduno della Mailing List Histria Lino Vivoda ha donato una copia del libro a tutte le insegnanti presenti alla manifestazione.