A BUIE L' XI RADUNO DELLA MAILING LIST HISTRIA

 

Il turismo italiano in Istria diventi volano di italianità

 

Durante l’11° Raduno della Mailing List Histria si è svolto nel pomeriggio di domenica 12 giugno presso la Comunità degli Italiani di Buie uno stimolante e partecipato dibattito su Come valorizzare le risorse e le specificità istriane, fiumane e dalmate”.


        Axel Famiglini, coordinatore della Mailing List Histria, ha sottolineato il fatto che una comunità etnico-linguistica numericamente minoritaria abbia bisogno, al fine di garantire la sopravvivenza della specificità umana che essa rappresenta, di poter sostenere la propria identità etnica su dei forti fondamenti di carattere sociale, culturale ed economico. Oggi come oggi, purtroppo, tali fondamenti sono venuti meno a causa dei lunghi decenni durante i quali la minoranza italiana ha subito un violento processo di snazionalizzazione e di annichilimento collettivo tant'è che gli italiani che a tutt'oggi risiedono in Istria, a Fiume, nel Quarnero e nella Dalmazia vivono circondati in un clima di perenne intima ostilità orientato permanentemente nei confronti dell'elemento italofono.
 In questo contesto scegliere di essere italiani rappresenta la soluzione meno conveniente per le giovani generazioni e di fatto passare all'interno del gruppo etnico maggioritario (o emigrare in Italia) diventa la scelta più semplice da compiere sia da un punto di vista sociale che culturale. La minoranza italiana è numericamente troppo esigua per sperare che in completa autonomia possa invertire questa tendenza sociologica. Da questo punto di vista potrebbe diventare indispensabile l'intervento della nazione madre affinché si possa introdurre forzosamente un ciclo economico che valorizzi le specificità economico-culturali istriane e potenzi il carattere sociale della comunità italiana residente attribuendo ad essa quel ruolo cardine che ha purtroppo perduto nella regione fin dal tempo dell'esodo giuliano-dalmata.
In tal senso l'introduzione di un marchio di qualità etnico-regionale, l'istituzione di un consorzio di produttori italiani e la creazione di una rete di agenzie turistiche che valorizzino lo specifico culturale italiano potrebbero essere una prima possibile soluzione per far fronte a questa problematica situazione.
 

Rosanna Turcinovich Giuricin, responsabile stampa del CDM di Trieste, giornalista de “La Voce del Popolo” e membro dell’Associazione Giuliani nel Mondo, ha giudicato fondamentale la promozione dei prodotti tipici istriani quali fattori di identità non solo per esuli e rimasti, ma anche per i nuovi venuti, che nel giro di due generazioni li fanno propri. La terra istriana infatti, con le sue condizioni geofisiche, ha la forza d’imporsi sulle vicende storiche. Occorre però dotarsi di strumenti adatti affinché la tradizione agroalimentare rimanga sul territorio e si qualifichi meglio. In Istria e a Fiume esistono luoghi d’eccellenza non solo nel campo della ristorazione, bensì anche in quello culturale, come il prestigioso Centro di Ricerche Storiche di Rovigno. Ma ognuno va per conto suo, coltivando il proprio orticello. Bisognerebbe invece metterli in rete e rafforzarli, affinché facciano tutti un salto di qualità raggiungendo un livello superiore.

 

Paolo Radivo, redattore de “L’Arena di Pola” e consigliere del Libero Comune di Pola in Esilio, ha parlato del turismo italiano nell’Adriatico orientale come di una risorsa cospicua che però andrebbe organizzata e indirizzata se si vuole che diventi veicolo di italianità e non venga più sprecata a beneficio altrui. Bisognerebbe dunque far incontrare domanda e offerta affinché i turisti italiani possano alloggiare presso dei connazionali, interloquire nella propria lingua e alimentarsi all’italiana. A tal fine si potrebbe costituire un consorzio di ristoratori, affittacamere, albergatori, campeggiatori, artigiani e produttori agricoli istro-italiani che fornirebbero ai turisti provenienti dalla madrepatria un prodotto-vacanza competitivo e allettante all’insegna della tipicità. In connessione con tale consorzio potrebbe operare un’agenzia turistica tutta italiana, capace anche di offrire guide turistiche connazionali che facciano conoscere agli ospiti il patrimonio storico, culturale, paesaggistico ed enogastronomico locale, ma anche gli italiani che ancora vivono in queste terre. Negozi di prodotti tipici potrebbero sorgere sia in Istria sia a Trieste, dove da alcuni mesi ha aperto i battenti un negozi di alimentari del Carso sloveno ma dove è tuttora impossibile comprare vino, olio o formaggio istriano.

Un’altra cruciale e appetita risorsa istriano-quarnerino-dalmata – ha aggiunto Radivo – è quella immobiliare. Da quando il mercato sloveno e croato è stato liberalizzato, numerosi appartamenti ville e case sono stati venduti a stranieri; tra questi però solo una minoranza sono italiani. L’acquisto di immobili nuovi da parte di cittadini italiani è un’imprescindibile mezzo per difendere l’italianità residua, oltre che una forma di ritorno nella terra d’origine per gli esuli o i loro discendenti, sia pure a loro spese. Un’agenzia immobiliare con sede sia in Istria che in Italia e formata da giovani sia rimasti che discendenti di esuli potrebbe servire egregiamente allo scopo. Più in generale è indispensabile per la sopravvivenza dell’italianità nell’Adriatico orientale creare un’economia italofona autosufficiente che dia lavoro da una parte a connazionali e dall’altra a discendenti di esuli, che valorizzi le tipicità e che si rivolga al territorio, al mondo della diaspora e all’Italia. Tutto ciò per mettere in pratica il motto «Istriani di tutto il mondo unitevi!», ossia per ricomporre all’insegna della solidarietà un popolo lacerato e sparpagliato dall’esodo.

 

Gianclaudio de Angelini, presidente della commissione di valutazione del IX concorso letterario “Mailing List Histria 2011” e dirigente della Società di Studi Fiumani di Roma, si è dichiarato d’accordo detto con quanto affermato dai due precedenti oratori. Anche a suo giudizio è fondamentale che i turisti italiani apprendano la storia e la cultura dell’Istria, in modo da contribuire a difenderla. Per questo è necessario valorizzare turisticamente tutto ciò che è stato e creare un logo comune per tutti i prodotti istriani. Ottima anche l’idea di realizzare (magari con un contributo INTERREG) una vetrina dei prodotti istriani a Trieste, città dove la comunità greco-ortodossa ha un suo ristorante, un suo albergo e una sua chiesa, tutte cose che invece gli esuli istriano-fiumano-dalmati non hanno. Una delle tipicità istriane che si stanno perdendo è invece la pasticceria, che andrebbe recuperata anche in chiave turistica. In conclusione, occorre far sì che la cultura istriana non finisca con la scomparsa degli anziani esuli e rimasti.

 

Ondina Lusa, socia della Comunità degli Italiani "Giuseppe Tartini" di Pirano e tesoriere della Società degli studi storici geografici, ha reso noto che a Pirano si sta lavorando per aprire il ristorante «La bottega dei sapori», con un cuoco e con pietanze locali. Ha riferito poi sulle numerose attività dei due sodalizi cui appartiene.

 

Amina Dudine, presidente della Comunità degli Italiani “Dante Alighieri” di Isola, ha fatto presente che, con la morte degli anziani rimasti, vengono meno gli ultimi guardiani e custodi di quel poco di italianità che è ancora possibile tenere in queste terre. Purtroppo di giovani consapevoli e capaci di raccogliere il testimone ce ne sono pochi: forse una quindicina in tutta l’area di insediamento storico della nostra comunità nazionale. Gli altri spesso si vergognano della loro nazionalità. Un grosso problema è che nelle scuole italiane del Capodistriano non solo gli studenti ma ormai pure molti insegnanti colloquiano fra loro in sloveno. Per giunta, nelle famiglie frutto di matrimoni misti si tende a parlare la lingua della maggioranza. Occorre pertanto unire le forze, riavvicinare esuli e rimasti (discendenti compresi) e lavorare assieme. I rapporti della Dudine con gli isolani residenti in Canada, Australia e anche in Italia sono ottimi e frequenti, più difficili invece con quelli che si sono fermati a Trieste. Occorre inoltre non abbandonare le specificità di ogni paese, a partire da quelle dialettali.

 

Franco Biloslavo, segretario della Comunità di Piemonte d’Istria e membro del direttivo dell’Associazione delle Comunità Istriane, si è chiesto se quanto fatto finora dalle associazioni degli esuli e dei rimasti è stato adeguato o comunque sufficiente, visti i risultati. Gli esuli sono ancorati al passato, non hanno trasmesso ai loro figli il senso dell’identità e lasceranno loro un monte di documentazione che non sarà letta. Abbiamo perso il filo e i giovani non ci sono. Occorre pertanto costruire una casa nuova in coabitazione con i rimasti. Altrimenti la casa degli esuli si sbriciolerà e in cantina rimarranno memorie di cui nessuno farà tesoro. Non è nemmeno giusto però cercare di convertire i ragazzini al passato, a quell’istrianità di una volta che non c’è più. Non dobbiamo essere puristi o integralisti, perché anche i giovani istriani hanno bisogno di essere contemporanei, così come i giovani siciliani. Non dobbiamo nemmeno esasperare le categorie di “italiani”, “croati” e “sloveni” ed essere sacerdoti maniacali di qualcosa che il tempo cancella. Dobbiamo prendere atto che esiste un nuovo linguaggio e portare un segnale di italianità migliore, farci accettare da croati e sloveni proponendo anche ai loro giovani le bellezze dell’Istria. Un problema grosso è la mancanza per il Governo italiano di un interlocutore unico: siamo divisi in mille rivoli, mentre dovremmo riunire questo popolo. È bene continuare a ritrovarsi per discutere assieme di quali specificità valorizzare, di quali obiettivi perseguire.

 

Carmen Palazzolo Bianchi, del direttivo dell’Associazione delle Comunità Istriane, ha esortato a pensare al domani affinché tutto non muoia con gli ultimi esuli. La disunione ci nuoce sia tra esuli sia tra esuli e rimasti. Dobbiamo riallacciare i rapporti con la terra natia e con gli italiani del posto per riunire le due facce dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia che l’esodo ha diviso. Ma le forze degli esuli e dei rimasti non saranno sufficienti senza l’impegno del Governo italiano. In campo scolastico siamo ancora in alto mare: i libri di testo di storia in Italia continuano a essere reticenti sulle nostre vicende, mentre non si sa ancora su cosa verterà il seminario nazionale previsto per il febbraio 2012 a Trieste.

 

Maria Luisa Botteri, della Società Dalmata di Storia Patria e del Libero Comune di Zara in Esilio, ha citato fra le varie possibili forme di cooperazione di qua e di là dal confine quella degli apicoltori: ad esempio gli agricoltori romani sono ben disposti a portare nuove api in Istria. Dunque: «chiedete e vi sarà dato, perché siete voi rimasti a sapere cosa vi manca». Al momento invece risultano poche domande e poca ambizione di fronte all’arroganza di altri, come se non si dovesse rompere le scatole: invece bisogna romperle! Contatti già ce ne sono: ad esempio vengono portati libri italiani a Zara e Spalato. E si è notato un miglioramento nelle competenze linguistiche dei giovani “rimasti” anche in Dalmazia. Bisognerebbe però fare un sito internet specifico sulle nostre vicende, perché studenti e professori si perdono nelle tante voci sparse su internet, mentre hanno bisogno di trovare facilmente le informazioni.

 

Eufemia Giuliana Budicin, addetta stampa della Mailing List Histria e consigliere dell’ANVGD di Roma, ha raccontato l’esito di alcuni suoi interventi contro le gravi inesattezze dell’Enciclopedia Istriana, contro l’appropriazione indebita dei santi compiuta dalla Chiesa e dai nazionalisti croati, nonché per la messa in italiano a Rovigno: ciò dimostra che “rompere” serve.

 

Livio Dorigo, presidente del Circolo Istria, ha sostenuto che occorre far conoscere l’Istria in Italia (comprese Trieste e le associazioni dei profughi) e l’Italia in Istria. Oggi esistono tre narrazioni storiche diverse in Italia, Slovenia e Croazia. Perciò dobbiamo riscrivere noi la nostra storia, affinché non sia più uno strumento di divisione. Il Circolo Istria ha cominciato a farlo, così come da tempo opera per la difesa delle risorse genetiche autoctone e per la conoscenza dell’enogastronomia, affinché si producano alimenti di altissima qualità e salubrità. Imprenditori italiani, sloveni e croati dovrebbero lavorare assieme valorizzando le risorse tecniche e scientifiche esistenti affinché la Madre Terra istriana accolga tutti gli istriani, indipendentemente dalla loro nazionalità.

 

Sergio Uljanic, presidente dell’Associazione Culturale Istriani, Fiumani e Dalmati del Piemonte e consigliere del Libero Comune di Pola in Esilio, ha lamentato come una grande pecca della prima generazione di esuli sia stata quella di non aver trasmesso ai propri figli le loro problematiche. Il risultato è che ormai gli esuli si ritrovano quasi solo per le festività patronali e stanno perdendo il senso dell’identità. Però dagli anni ’90 ci si è cominciati a muovere per il riavvicinamento tra esuli e rimasti e un interscambio c’è. Ma occorre portare i turisti italiani nelle CI: altrimenti si spreca un’occasione preziosa.

 

Konrad Eisenbichler, docente universitario e direttore de “El boletin” dei giuliano-dalmati di Toronto, ha osservato che dappertutto i figli degli esuli si sposano con persone del luogo e assorbono quella cultura. Non si riesce dunque a trasmettere l’identità nemmeno dalla prima alla seconda generazione. Questo però è naturale e non vi si può porre rimedio: il popolo dell’esodo sparirà. Del resto in Istria e nel Quarnero è sempre esistita una tendenza all’exogamia, cioè a sposarsi con appartenenti ad altra etnia. Ma è possibile fare qualcosa per aiutare i rimasti a mantenere i contatti con gli esuli. In tal senso è condivisibile l’idea di utilizzare i nostri soldi per orientare l’offerta turistica. A Lussinpiccolo, per esempio, esiste un ristorante gestito da albanesi che però offre pietanze italiane ed è frequentato da una clientela italiana. Ciò significa che anche i nuovi venuti possono assorbire, apprezzare e perpetuare le nostre antiche tradizioni.

Paolo Radivo

 

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Una storia attuale, un omaggio ad un grande impegno,

ma soprattutto un atto d’amore per la propria terra


Mia madre, Caterina Fradelli

 

Negli anni ottanta per i dalmati italiani esuli in Italia e dispersi per il mondo mantenere la proprietà delle tombe di Zara fu fondamentale l’impegno del Madrinato Dalmatico, ma anche la simpatia di alcuni altri dalmati, croati albanesi e serbi, favorevoli a non cancellare completamente il passato della città.  

             L'azione fu possibile per due essenziali motivi, anche d'ordine pratico. Primo, la disponibilità delle autorità locali che gestivano l'Ente 'Nasadi i kupalista' (vivai e bagni) di Zara che avevano, come oggi, competenza per il cimitero. In secondo luogo l'esistenza della convenzione italo-jugoslava del 3 dicembre 1960 ‘per la reciproca assistenza giudiziaria in materia civile e amministrativa’ siglata dai ministri degli Esteri Koča Popović e Antonio Segni, secondo la quale era reciprocamente consentito un rapporto diretto tra persone fisiche ed Enti pubblici locali se l'atto fosse stato trasmesso con allegata una traduzione asseverata nella lingua dell'altro Paese (nella fattispecie in serbo croato). I dirigenti delle 'Nasadi i kupalista' non avrebbero mai fatto nulla che non fosse più che regolare sia dal punto di vista formale che sostanziale per il timore di critiche al loro interno. Le loro perplessità circa il riconoscimento agli italiani del `possesso perpetuò delle tombe (la proprietà non era allora prevista nella legislazione socialista) furono fugate solo quando il Madrinato presentò il testo della Convenzione firmata dai due Paesi. L'allora vice Consolato di Spalato inoltre, per infinite ragioni che non sto ad esporre, non sarebbe stato in alcun modo in grado di gestire le traduzioni da produrre o anche solo il flusso cartaceo che in pochi mesi si creò dai più di quattrocento proprietari di tombe che presentarono domanda.

              Giorgio Varisco, figlio della fondatrice del Madrinato Dalmatico, ricorda con tenerezza sua madre, ma anche un'attività emblematica che non è mai cessata.
              Lasciando Zara il 2 gennaio 1947 per Rina Fradelli si fermò il tempo. In famiglia le tradizioni erano prassi di vita, fritole de magro la vigilia de Nadal, pinza a Pasqua, a tavola spesso pesce e carne d'agnello con strudel o paradiseto. Ma non solo, l'affettuosa devozione a San Simeone, la simpatia riservata ai frati di San Francesco, le minuziose descrizioni di case, calli e botteghe, il ricordo degli amici ... amava il mare e il vento, ma soprattutto amava la gente della sua terra.
               Nei primi anni '80 in famiglia s'iniziò a parlare d'un argomento inusuale: i morti. Non quelli di famiglia, ma di una particolare generalità di morti, quelli che riposano nel cimitero di Zara. Gran parte dei rapporti degli italiani con Zara allora si sviluppavano attorno al cimitero. Le visite alla Città erano pellegrinaggi per pregare sulle tombe dei propri cari, pagare le tasse cimiteriali, incontrare i pochi amici rimasti e visitare le chiese e i monumenti che si erano salvati dalla furia dei bombardamenti. Numerose tombe si trovavano in cattivo stato di conservazione e la loro proprietà era a rischio, non pagando le tasse molti rischiavano l'esproprio del bene. Le oltre quattrocento tombe italiane del recinto antico nel cimitero di Zara erano in serio pericolo. La pietà cristiana, l'aiuto delle amiche con cui aveva frequentato il Collegio San Demetrio, l'amore per la sua gente e la sensibilità, unita alla collaborazione delle autorità locali, furono altrettanti motivi che la videro svolgere per alcuni anni un'intensa attività a favore del cimitero. Bisognava fare presto e bene. 

              Nel 1982 nacque il Madrinato Dalmatico per la Conservazione del Cimitero degli Italiani di Zara fondato dalle donne dalmate che decisero di occuparsi delle tombe. I loro nomi restano scolpiti nella storia del cimitero: Daria Machiedo Politeo, Carmen Matzenik Cronia, Elisa Perlotti, Maria e Lidia Hunger, Gina Zauner, Nora Millich Marsan, Nora Raccamato Fekeza, Didi Salghetti Drioli Caldana, Orietta Politeo Vidale, Annina Krekich Croce, Giulia Luxardo, Gioia Calussi Gabaldo, Maria Schittarellich, Maria Vittoria Barone Rolli e ancora molte altre contribuirono e continuano l'opera con immutato entusiasmo. La nostra casa divenne un ufficio anagrafe a ritroso dei decessi avvenuti a Zara dall'inizio del secolo ai giorni dell'esilio. In qualche modo una derivazione del cimitero, per ricostruire la mappa delle tombe, lo schedario dei proprietari, trovare i nomi e gli indirizzi degli eredi, incassare le tasse e pagarle alla direzione del cimitero. La vita famigliare si svolgeva simpaticamente tra morti a pranzo e tombe a cena; "come sta la tombarola" - "Fradelich, de che morti volemo parlar" - "signora funebretti, quanti morti ogi" - "la me dovaria dir se la tomba..... xe sul perimetrale a destra entrando o nel primo campo a sinistra...", - scherzavamo noi figli al rientro da scuola o dal lavoro.
              Mamma Rina sorridendo chiedeva di non essere presa in giro. Per l'arcinota "simpatia" per i numeri, la "tombarola" talvolta mi invitava a fare un controllo di cassa; a mano, non avevamo la calcolatrice. Con beata innocenza venivo informato che "mancavano o crescevano" anche somme importanti. Capita solo a chi non mette i numeri in colonna; alla fine naturalmente tutto quadrava, ringraziandomi diceva, "ti me ga proprio cavà un peso dal stomego". 

               Fu un lavoro non facile e di notevole spessore morale oltre che organizzativo affidato alla lucida memoria di mamma Rina. Si evitò la collaborazione con le autorità diplomatiche italiane, al tempo poco efficienti. Avrebbero potuto solo ritardare l'azione intrapresa, si decise di privilegiare il rapporto diretto con la Città. Le donne di Zara si attrezzarono al meglio documentandosi sugli strumenti giuridici consentiti nei rapporti bilaterali tra Italia e Jugoslavia per la trasmissione di documenti tra privati, studiarono un testo per il riconoscimento dell'usufrutto perpetuo delle tombe e raccolsero dagli eredi ogni documento necessario per mantenere la proprietà delle tombe.  

              Una notevole mole di lavoro, ben ordinate in casa c'erano carte dovunque. Le difficoltà naturalmente non mancarono, ma dopo alcuni anni lo scopo fu raggiunto. Le proprietà riconosciute, consentendo anche oggi a molti di tumulare i propri cari a Zara nella tomba di famiglia. L'ultimo ritorno, finalmente a casa per riposare per sempre all'ombra dei pini, vicino al mare.
            Quando l'obiettivo fu raggiunto a chi la interrogava la Signora Fradelli rispondeva: "Mi lasci dire una verità che è sfuggita ai più, non saremmo riuscite a nulla se non ci avessero aiutato i nostri morti".

 

Giorgio Varisco

  consigliere dell'Associazione Dalmati Italiani nel mondo,  Segretario di Federesuli e personaggio dell'anno 2010

 
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Premiazione in Montenegro
Relazione della prof. Mirella Tribioli

         Mi viene da dire “ Si, non sono di qui, ma mi sento di qui” sebbene io non sia giuliana né dalmata quando mi si chiede di dove sono, durante la mia presenza in Istria alle premiazioni della Mailing List Histria.

         Ebbene si, non vanto natali in  Istria, Dalmazia, Montenegro né tanto meno progenie  che mi accomuni alla sorte di esuli o rimasti, ma in cuor mio mi sento fortemente legata alla gente delle terre giuliano-dalmate da tempi lontanissimi, quando giovane insegnante di lettere ho percepito e mi sono ribellata  all'omertoso silenzio ideologico dei libri di storia riguardo gli orrendi eventi bellici che hanno determinato tante morti e le tante solitudini dolorose di questi nostri italiani, resisi martiri solo per essere voluti rimanere italiani.

         Qui ci vuole una breve digressione storica per comprenderlo.

         Gente italiana da sempre, come raccontano le vicende storiche che hanno visto nel tempo la loro presenza in questi territori, dai lontani tempi dei romani fino alla repubblica di Venezia  che, però, dopo il Congresso di Vienna vide assegnate le sue terre in Adriatico orientale all'Austria, con una serie di conseguenze disastrose per la popolazione di lingua italiana.

         Austria che, però, comprese subito che i sudditi italiani avrebbero presto parteggiato  per la nuova Nazione che si andava formando sulle rovine dei vari staterelli della penisola italica  ed, una volta sorto, questo nuovo Stato non poté che avere occhi rivolti a quelle terre, sia dalmate che istriane, tanto care alle nostre genti ivi residenti e non, e, per confermarne l'italianità, strinse durante la prima guerra mondiale un patto segreto a Londra con gli avversari dell'Austria,  dando voce a tante forze irredentiste sia del Trentino che della Venezia Giulia e Dalmazia. Alla fine della guerra, pur vittoriosa, il patto non fu rispettato e il tanto sangue italiano sparso non servì a confermare le aspettative di annessione di queste terre.

         D'Annunzio con l'Impresa di Fiume cercò di sanare la, da lui stesso chiamata, “vittoria mutilata” ; a seguire il fascismo trionfante non stabilì in quei territori, in parte ormai italiani, in parte già slavizzati, un clima positivo e proprio all'italianizzazione coercitiva fascista si vogliono addurre, da alcuni storici di parte, le rappresaglie a seguire.

         Lo scoppio della guerra mondiale vide italiani e tedeschi alleati; jugoslavi contro altri jugoslavi.

         L' 8 settembre del '43 fu l'inizio della fine per le popolazioni italiane istriane e dalmate. La mancanza di ordini dalle autorità italiane fece disperdere l'esercito italiano, lasciando la popolazione italiana stessa alla mercé del nemico titino, agli  attacchi notturni e alle violenze inaudite, foibe comprese.

         Il peggio avvenne, però, quando la gente pensava che fosse tutto finito. Nel 1945 la guerra era finita, Mussolini era stato ucciso, gli alleati erano ormai alle porte di Trieste, ma ancora le nostre genti furono il bersaglio degli orrori di una pulizia etnica inaudita.

         A uccisioni perpetrate con efferatezza farà seguito l'esodo giuliano-dalmata ed ancora una volta per rimanere italiani.

         Tanti gli andati, pochi i rimasti, ma per gli uni e per gli altri tanto dolore; gli uni per l'abbandono delle loro cose, delle loro case, di una terra propria e tanto amata; gli altri per la rassegnazione di dover vivere in un contesto non proprio, tra vessazioni ed abitudini diverse, come l'udire quel linguaggio straniero e non più le ciacole dal sapore intimo dell'idioma veneto o sopportare quell'odore di cibi strani, invece dei crostoli  e cibi tradizionali.

         Questo per testimoniare che è in nome di questa italianità tanto sofferta e lacerata delle nostre genti che mi adopero per promuoverla e parteciparla.

         Da qui L'iniziativa di questo concorso della Mailing List Histria , da qui il mio arrivare in Montenegro, terra bellissima, con questo nome di origine veneta “montagna nera” dovuto all'aspetto dei declivi dei monti che rimangono sempre in ombra. Altipiani calcarei si susseguono con la ricca terra rossa  e  incorniciano la zona litoranea, separata da essi dal lago di Scutari,  che fece  parte di quel Golfo di Venezia,  la cui sovranità era riconosciuta dalla popolazione locale, specie come aiuto per la difesa contro i turchi.

         Con la sua popolazione prevalentemente latina o di riferimento bizantino, nonostante la pressione degli slavi e degli albanesi , da sempre aperta verso il mare ai modelli e comportamenti italiani, manteneva il suo carattere culturale tipico del versante adriatico e dalmatico.

         Per questo ho incontrato con piacere i ragazzi delle scuole, i loro insegnanti e i loro genitori  che hanno manifestato il loro legame alla cultura italiana il 29 dicembre 2011, per rimanere nell'anno solare di competenza del premio, a Cattaro nella cornice d'incanto dell'Hotel dallo stesso nome  dove si è tenuta la premiazione dei vincitori montenegrini del 9°concorso della ML Histria.

         Erano presenti i maggiori esponenti della comunità Italiana  di Cattaro, come il presidente Paolo Perugini  e il rappresentante della Dante Alighieri ed io ero lì quale membro della Commissione di valutazione del concorso letterario in questione.

         Gli anziani hanno saputo trasmettere ai giovani  i valori di una storia sofferta e subita ma che, in un contesto di europeizzazione e di condivisione, pur non dimenticandone la tragicità, proietta i giovani verso un futuro di speranza.

         I ragazzi, dunque,  hanno partecipato festosamente, dimostrando la loro adesione al progetto, essendosi adoperati per questo concorso e allora un bravo di cuore ai vincitori, specie ai giovani Amina e Almir di Antivari che splendidamente guidati dall'ammirevole docente Jadranka Ostoijc hanno presentato dei testi in cui la storia la fa da padrona e, a questo proposito, da tecnica della lingua, noto con piacere che la lingua italiana dei partecipanti montenegrini è sempre più fluida e corretta.

         Un ringraziamento speciale, inoltre, a tutti gli insegnanti che si sono adoperati per l'approfondimento e l'appropriamento della lingua italiana e un ulteriore ringraziamento alla Comunità degli Italiani di Cattaro che ha organizzato la manifestazione e che si adopera nel tenere sempre viva  la nostra bella cultura italiana.
 

Mirella Tribioli
Componente della commissione giudicatrice del concorso Mailing List Histria

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«Benvenuti a casa vostra!»
Cronaca del raduno del Libero Comune di Pola in esilio svoltosi dal 16 al 19 giugno 2011 a Pola
 

Si è rivelato un successo al di là di ogni più rosea previsione il 55° Raduno Nazionale del Libero Comune di Pola in Esilio (LCPE), svoltosi da giovedì 16 a domenica 19 giugno 2011 per la prima volta nella città natale. È stato un “ritorno a casa”, sia pure temporaneo e simbolico, una tappa rilevante di un ineludibile percorso di riavvicinamento, ricomposizione e riconciliazione tra esuli e “rimasti” volto a ricucire almeno in parte il lacerante strappo dell’esodo.

I 187 radunisti e gli altri amici e invitati (in tutto oltre 200 persone) hanno cominciato ad affluire giovedì pomeriggio nei quattro rispettivi alberghi: Riviera, Pula, Galija e Scaletta. Qualcuno si è invece rivolto a parenti, conoscenti o affittacamere oppure disponeva già di un proprio alloggio. Tale sventagliamento è dipeso dalla straordinaria partecipazione, molto superiore a quella degli ultimi anni. Una novità assoluta è stata la presenza di figli e nipoti di esuli, attratti dall’idea di visitare la località d’origine insieme ai loro “veci” quasi a volerne raccogliere il testimone.

Il benvenuto ai partecipanti è stato rivolto in contemporanea attorno alle 19.30 del 16 giugno presso il Riviera dal sindaco Argeo Benco e presso il Pula dal direttore de «L’Arena di Pola» Silvio Mazzaroli. Sono seguiti un rinfresco e la cena. Poi, sempre al Riviera, si è riunito il Consiglio comunale, mentre gli altri radunisti hanno assistito al film Cuori senza frontiere.

Venerdì verso le 9 i partecipanti hanno cominciato a riempire la terrazza della Comunità degli Italiani di Pola (CI). Quindi sono entrati nella sala conferenze. Il labaro dell’LCPE è stato collocato sul palco, accanto a una raffigurazione della penisola italiana realizzata dagli studenti della scuola elementare-media cittadina «Dante Alighieri». Le 160 sedie predisposte erano insufficienti, tanto che diverse persone sono rimaste in piedi.

Il presidente della CI e vice-sindaco di Pola Fabrizio Radin ha esordito dicendo: «Benvenuti a casa! Ogni nostra famiglia ha una sua parte esodata. Perciò non possiamo che essere vicini alle variegate motivazioni all’origine dell’esodo da Pola e dall’Istria (un evento tragico e di massa) e sensibili alle vostre istanze e ai vostri sentimenti, con grande comprensione e solidarietà». «Mi chiedono i giornalisti della maggioranza – ha aggiunto – perché questo 55° Raduno si svolga a Pola proprio adesso. E io rispondo: arrivano piano piano, con vent’anni di ritardo! All’origine c’è un trauma che ha prodotto sentimenti difficili da vincere, da superare. Ma voi oggi li avete superati e di questo vi ringrazio a nome dei polesani rimasti. Questo è un giorno storico per tutti quanti noi. Spero che si ripeterà nel tempo. Ora è stato rotto il ghiaccio e sarebbe ingiusto che si ricomponesse, che la nostra comune appartenenza si nascondesse nuovamente al di sotto. Sarete voi a decidere; sappiate però che le porte di questa Comunità sono aperte da vent’anni e lo saranno sempre in futuro, per voi e per i vostri discendenti».

«La nostra – ha risposto Benco – è un’associazione coesa nel mantenere la cultura e il dialetto e da anni ha lavorato in perfetto accordo con la CI, che ringrazio per averci aiutato a realizzare il sogno di tanti anni di riportare, per quanto possibile, i polesani nella loro terra». Benco ha quindi consegnato a Radin una targa recante «l’auspicio di una definitiva ricomposizione delle nostre genti forzatamente divise».

I convenuti si sono poi recati al Teatro Romano per una foto di gruppo e hanno quindi raggiunto il battello loro riservato per un’escursione intorno alle isole Brioni. Di ritorno a Pola, sono rientrati in albergo.

Al Riviera, intorno alle 17, è iniziata l’Assemblea dei soci. Dopo la relazione del sindaco e un ampio dibattito, la stragrande maggioranza ha approvato la proposta di tenere anche nel 2012 il Raduno a Pola o comunque in Istria.

La sera di venerdì, al Riviera, oltre cento persone hanno assistito all’incontro in onore di Stefano Zecchi, autore del romanzo Quando ci batteva forte il cuore. Lucia Bellaspiga, giornalista e consigliere dell’LCPE, lo ha intervistato. Al termine Benco ha consegnato al professore la benemerenza Istria Terra Amata per aver contribuito alla diffusione delle vicende degli esuli.

La mattina di sabato molti radunisti hanno raggiunto in pullman Valle, nella cui piazza centrale sono stati accolti dalla banda e dal coro della locale CI. La presidente Rosanna Bernè ha rivolto loro un caloroso benvenuto. «Esuli e rimasti – ha detto – sono termini che dividono, mentre qui noi siamo abituati a unire. Valle alcuni anni fa è stata il primo Comune e la prima CI a visitare i propri concittadini residenti a Torino. Da allora c’è stato uno scambio di visite che ha unito più generazioni. Qui siete a casa vostra. Grazie, amici, della vostra visita!».

Mazzaroli ha ringraziato la presidente e gli amici vallesi. «Qui – ha affermato – ci si sente ancora a casa, con la gente che parla in dialetto seduta ai tavolini dell’osteria. Questa accoglienza dimostra che non solo le pietre, ma anche tante persone parlano italiano».

«È molto emozionante – ha detto Ennio Malusà, responsabile Cultura della CI – vedere tanta gente che è ritornata e si è ritrovata a casa sua. Sei anni fa noi ci siamo ritrovati per Santa Caterina coi nostri compaesani a Torino. Non ci sono esuli e rimasti, ma siamo tutti amici, due teste di ponte per agire sul piano della cultura».

Dopo i discorsi ufficiali i vallesi hanno offerto dolci caserecci. I radunisti hanno poi camminato fino alla chiesa parrocchiale per delle foto ricordo. Quindi sono tornati ai pullman, che li hanno condotti a Dignano. Raggiunto a piedi il centro, hanno salito le scale di palazzo Bradamante, dove hanno affollato la sala conferenze.

Il presidente della locale CI Livio Belci li ha accolti ricordando gli sfollati da Pola ospitati fra il 1944 e il ’45 nelle case di alcuni dignanesi. «Qui – ha detto – siete sempre i benvenuti. Nel recente raduno bumbaro abbiamo deciso che da quest’anno non si adoperano più le parole “esuli e rimasti”, ma solo “noi e noi”». Lino Vivoda, consigliere ed ex sindaco dell’LCPE, ha ringraziato per l’accoglienza. Anita Forlani ha tratteggiato presente e passato dell’antico borgo. Belci ha infine donato agli ospiti quattro volumi sulla storia e le tradizioni dignanesi.

Alcuni hanno visitato nel vicino museo la prima mostra congiunta di artisti dignanesi esuli e rimasti. Tutti i radunisti, compresi quelli rimasti in mattinata a Pola, sono quindi stati trasportati in pullman al ristorante Bi Village di Fasana per il pranzo. Al termine Silvio Mazzaroli ha letto con il megafono una poesia di Danilo Colombo, il vice-sindaco Lucio Sidari ha fatto alcune comunicazioni e Maria Luisa Botteri ha portato i saluti dei Dalmati Italiani nel Mondo.

Rientrati in città, i radunisti hanno poi visitato nell’ex rifugio anti-aereo la mostra Gli inizi dell’aeronautica a Pola e, nell’appena restaurata chiesa dei Sacri Cuori, la mostra sul materiale archeologico rinvenuto negli scavi di via Kandler.

La comitiva ha quindi raggiunto la CI per una cena sociale e una serata conviviale all’insegna dell’“unità polesana”. Gianni Signorelli ha suonato motivi tradizionali alla tastiera elettrica, il coro maschile della società artistico-culturale «Lino Mariani» ha eseguito diversi brani e infine la compagnia Grado Teatro ha inscenato il divertente spettacolo Radio Pola.

La mattina di domenica, in duomo, il vescovo emerito di Trieste mons. Eugenio Ravignani, esule da Pola, e mons. Desiderio Staver hanno concelebrato una messa in italiano. Erano presenti oltre 200 persone, in maggioranza esuli polesani e/o loro discendenti, ma anche “rimasti” ed esuli di altre località, tra cui soci della mailing list Histria. Tutti i posti a sedere erano pieni, tanto che molti sono rimasti in piedi. Una così folta partecipazione di pubblico a una messa italiana a Pola non si vedeva da decenni. Il rito è stato vissuto da tutti con spirito fraterno.

«Nella luce della fede e nell’amore che tutti ci unisce in una sola famiglia che ha Dio per Padre – ha affermato mons. Ravignani – sta il significato di questo ritrovarci insieme per rendere più stretto il vincolo d’amore che ci lega alla nostra città, a quanti ancora ci vivono e a quanti ne custodiscono il patrimonio». La celebrazione è stata accompagnata da canti del coro misto della «Lino Mariani».

Al termine è intervenuto il console generale d’Italia a Fiume Renato Cianfarani. «È molto bello – ha detto – che siate tutti assieme. Per me, rappresentante dell’Italia, è molto difficile non sentire la commozione di questo momento simbolico e sostanziale, in cui ci si sente tutti fratelli e si va verso il futuro. So delle sofferenze, delle violenze, delle sopraffazioni che vi hanno colpito. Molto tempo è passato sia dal 1943-45 sia dal 1947, ma non è cambiato l’amore che tutti voi nutrite per questa bellissima città. So che continuerete ad amarla, così come l’Istria e l’Italia. Avete trasmesso il vostro amore ai vostri figli. Molto è cambiato da quell’epoca: i nazionalismi si sono sgonfiati e le ideologie che hanno causato tanti lutti stanno morendo. Dobbiamo lottare contro le frontiere e le categorie “loro/noi” che abbiamo nella testa. L’Italia è vicina a tutti voi e sa quello che è successo. Come italiani non dobbiamo dimenticare la storia, bensì mantenere le tradizioni, la lingua, l’identità».

L’intervento del console ha suscitato lacrime sincere, aggiuntesi a quelle già versate durante la cerimonia. Il coro ha eseguito un canto invocante la benedizione di Dio sulla città e ha concluso con un «Va’ pensiero» che ha provocato ancora qualche lacrima e un applauso catartico finale, ripetutosi all’uscita dei chierici.

Dopo la messa sono state scattate foto di gruppo intorno al cippo che ricorda le vittime di Vergarolla e poi davanti al tempio di Augusto. Poi, mentre un gruppo ha seguito Lino Vivoda in una breve visita guidata per Pola, la maggior parte dei partecipanti si è recata al Cimitero di Marina e ha reso omaggio al cippo di Nazario Sauro. Il gruppo si è poi spostato al Sacrario Italiano, dove è stato solennemente inaugurato il calco della targa del monumento che, presso Lisignano, commemora 96 naufraghi periti nell’affondamento della «Cesare Rossarol». La real nave, partita il 16 novembre 1918 da Pola verso Fiume, finì su una mina al largo di Lisignano spezzandosi in due. Il direttore Mazzaroli ha narrato la tragica vicenda e chiarito il senso dell’iniziativa. Salvatore Palermo per l’LCPE e Claudia Milotti per la CI hanno deposto una corona d’alloro e mons. Ravignani ha benedetto la targa. Dall’altoparlante è stata fatta risuonare la Preghiera del marinaio.

L’intenso raduno si è concluso con un pranzo di commiato al Riviera.

Paolo Radivo
Consigliere e redattore dell'Arena di Pola