SCUOLE MEDIE SUPERIORI - LAVORI INDIVIDUALI

1° PREMIO

motto  ENYA 94                                                                            Eufemia Barzelatto  

Classe IV Liceo scientifico.matematico Scuola Media Superiore Italiana Rovigno

 Insegnante: Patrizia Malusà Moro
žin

L'autrice racconta con stile didascalico ma mai banale e con una notevolissima precisione bibliografica, la vita e le opere del professor Libero Benussi. Notevole l'idea di occuparsi di una figura "minore" del panorama culturale istroveneto, ma realmente importante soprattutto all'interno del microcosmo rovignese. Decisamente di ottimo livello la raccolta di materiale a sostegno dell'elaborato; in particolare i testi delle poesie e le partiture musicali.

Molti scrittori e poeti istriani, fiumani e dalmati hanno scritto opere incentrate sulle loro radici. Descrivi l'autore che meglio conosci o che più ti ha colpito. "

Anche se l'Istria di per sé non è una regione molto estesa, pochi riescono ad individuare le varie ricchezze che le appartengono, partendo dai monumenti, siti e ricchezze naturali fino ad arrivare agli autori e alle loro opere.

Nel mio tema ho il piacere e l'onore di presentarvi uno di questi protagonisti che ha contribuito, con le proprie opere, al mantenimento della lingua e della cultura rovignese: il professore Libero Benussi.

Nato a Rovigno d'Istria il 13 dicembre 1946, il professore Libero Benussi ha frequentato la scuola elementare italiana e la Scuola Media Superiore italiana di Rovigno, terminando il liceo. Nonostante il suo dono riguardante la scrittura e la sua passione per la poesia, nel 1970, si è laureato in biochimica a Zagabria e, già l'anno seguente, ha iniziato ad insegnare chimica nella scuola media di Rovigno, incarico che svolge eccellentemente ancora oggi.

Ma, il motivo per il quale la città di Rovigno dovrebbe dimostrare moltissima gratitudine a questa persona è il fatto che il professor Benussi ha donato una gran parte di sé stesso ed ha fatto molti sacrifici per riuscire a mantenere vivo il dialetto rovignese, il quale purtroppo viene usato sempre meno dai giovani di questa città, rischiando di scomparire per sempre. Perdere il dialetto significherebbe perdere una parte di noi stessi ed una parte della nostra cultura e della nostra storia, quindi dovremmo rinunciare, non solo noi ma anche le generazioni future, ad un'inestimabile ricchezza.

Per questo motivo, con l'aiuto del fratello Vlado Benussi, il professor Libero, si occupa anche del gruppo di rovignese della SMSI che ha realizzato una decina di serate letterarie dedicate agli autori in vernacolo ed è riuscito a pubblicare ben cinque annate del Calandario (calendario), dal 1996 al 2001. Inoltre è stato il promotore e fondatore del concorso letterario "Favalando a la ruvigni∫a" (Parlando in rovignese), concorso di poesia, prosa e saggistica in dialetto, riservato agli alunni delle scuole elementari e medie, gestito dalla Scuola Media Superiore Italiana di Rovigno, che dal 1996 ad oggi ha visto ben sette edizioni. Oltre alle scienze ed alla letteratura, Libero Benussi, da autodidatta, ha svolto la mansione di maestro del Coro virile della SAC "Marco Garbin" dal 1971 al 1976, mentre dal 1992 al 2001 ha diretto il coro femminile della medesima società.

Nonostante i suoi successi invidiabili in vari campi della cultura, il professor Libero Benussi si dimostra sempre pronto ad aiutare chiunque glie lo chieda, sia che si tratti di un suo alunno o di un collega, amico, conoscente, questo sarà sempre pronto a dare un consiglio che molto probabilmente risulterà utile. Così è stato anche quando l'ho gentilmente pregato di farmi sapere almeno qualche titolo delle sue numerose opere scritte. Vi presento l’elenco delle sue pubblicazioni:

Poesie in dialetto rovignese:

- la raccolta "Ancui marteîni, duman cucai", Istria Nobilissima, antologia delle opere premiate, 1995 - II premio;

- la raccolta "Ur el sico de la Muorto Oûltima", Istria Nobilissima, 1998 (pubblicazione parziale) (I premio);

- la raccolta "Aqua da veîta", La battana, 133, EDIT, 1999; la raccolta "Paduome ca nu sa pol da∫mantagà", Istria Nobilissima, 2000, - I premio;

- la raccolta "Intoûna nuoto da ragàn", Istria Nobilissima, 2002 (menzione onorevole). Pubblicata integralmente su Panorama, N.19, 2002; poesia "Preîma del sul a monto", III premiata al concorso "El bragosso 2002", Chioggia (ancora inedita);

- la raccolta "Meîngule da veîta", Istria Nobilissima, 2003 - I premio;

- la raccolta "Raccordi", Istria Nobilissima, 2005 - II premio. Pubblicata integralmente anche su Panorama, N.23 e N. 24, 2005;

- la raccolta "Samadièri", Istria Nobilissima, antologia delle opere premiate, 2007 - II premio, ancora inedita.

Prosa in dialetto rovignese:

- il racconto "Cun la Gnagnàra", Istria Nobilissima, antologia delle opere premiate, 1997 - II premio;

- il racconto "Infra stuoria e fanta∫eîa", Istria Nobilissima, antologia delle opere premiate, 1999 ( pubblicazione parziale) - II premio.

Saggi di carattere tecnico- scientifico:

- "L'isolamento ed identificazione degli amminoacidi liberi della Russula emetica", Antologia delle opere premiate, 1980 -
 I premio "ex aequo" per le monografie;

- "Esercizi di natura obiettiva per il programma di fisica, metodologia d'impiego e valutazione", Scuola Nostra, N. 15- 16, EDIT 1985;

- "Considerazioni sulle rovine della Torre di Rovigno", Istria Nobilissima, antologia delle opere premiate, 1986 - II premio;

- "Un'aula specializzata per l'insegnamento delle materie scientifiche", Scuola Nostra, N. 24- 25, EDIT 1994

- "Specie nuove e località nuove di specie già note della flora di Rovigno", Istria Nobilissima, antologia delle opere premiate, 2001 (pubblicazione incompleta) - II premio.

Saggi di carattere etno- linguisticolegati al dialetto di Rovigno:

- "Imbarcazioni e vele tipiche di Rovigno del primo '900", Istria Nobilissima, antologia delle opere premiate, 1994 (pubblicazione parziale) -
 I premio;

- "Albari, gierbe e fiuri" (i nomi in dialetto rovignese della flora di Rovigno), Istria Nobilissima, antologia delle opere premiate, 1996 (non figurante perché ancora inedito) - I premio;

- "El caro" (Il carro, struttura e costruttori. La terminologia nel dialetto di Rovigno), Istria Nobilissima, antologia delle opere premiate, 2004 -
 I premio;

- " La batana rovignese" (cenni storici, cultura e attualità; la costruzione, la progettazione e la manutenzione), Istria Nobilissima, antologia
delle opere premiate, 2006 (ancora inedita) - I premio;

- Saggio sul dialetto di Rovigno su CD "I nostri dialetti" di Flavio Forlani, RTV Koper - Capodistria, 2005;

- "Proposta di appendice del Vocabolario del dialetto di Rovigno d'Istria", 1992- 2007 di Libero Benussi, Istria Nobilissima, antologia delle opere premiate, 2008, Fiume – Trieste.

Libri:

- "Rovinjska batana i njezino jedro - La batana rovignese e la sua vela" (edizione bilingue di pp. 85), Izdanja - Edizioni: "Kuća o batani -
 Casa della batana", Rovinj - Rovigno, 2007;

- " Preîma d'el sul a monto - Prima del tramonto", Altre lettere italiane, N.22, EDIT, Fiume, 2001.

Saggi di carattere musicale:

- " Le Arie da nuoto di Rovigno" (sei puntate), Atti CRS Rovigno VII (1976), VIII (1977), IX (1978), X (1979), XI (1980/'81), XIV (1983/'84);

- " Quattro canti sacri dei compositori rovignesi G. Masatto e G. Dapas", Atti CRS XXIII, 1993;

- " Su alcuni canti popolari di Rovigno", Atti CRS XXVII, 1997;

- "Di alcuni vecchi canti natalizi di Rovigno", Atti CRS XXVIII, 1998;

- "Le bitinade di Rovigno d'Istria", intervento al Convegno scientifico internazionale del Ciakavski Sabor, Rovigno, maggio 2003 (inedito);

- Le "Bitinade" di Rovigno, Atti CRS XXXIII, 2003.

Pubblicazioni scolastiche in rovignese di cui è stato il redattore responsabile:

- Calandario 1996, 1997, 1998, 1999, 2000;

- Antologia delle opere premiate al concorso "Favalando la ruvigni∫a", SMSI, Rovigno, 2011.

Inoltre, autore di:

- "Inno a Santa Eufemia" presentato dai Cori riuniti della Città di Rovigno nel corso delle festività per il 1200 - esimo anniversario dell'approdo dell' Arca della Santa, il 13 luglio 2000, pubblicato da David di Paoli Paulovich

- "Così Rovigno canta e prega Dio", CRSR, Collana degli Atti N.7, UI- UPT, Rovigno, 2011, p. 1158

Traduzioni:

Traduttore di quattro libri di testo di chimica e recensore di altri due testi scolastici nel 1990, 2012 per l'EDIT, stampati tra il 1985 e 2012 per le necessità delle scuole medie ed elementari italiane dell'Istria.

Nonostante tutto, penso che non basti solamente menzionare i titoli delle opere scritte dal signor Benussi per dimostrare la sua bravura. Quindi, inizialmente vorrei presentarvi uno dei suoi saggi di carattere musicale, " Le Bitinade di Rovigno" ( ATTI, Centro di Ricerche Storiche - Rovigno, vol. XXXIII, p. 685- 698, Rovigno- Trieste, 2003) . In queste tredici pagine, Libero Benussi spiega il significato delle "bitinade" rovignesi, canti popolari autoctoni, aggiungendo anche in allegato vari spartiti di canzoni tradizionali come, ad esempio, "Remator".

   

REMATOR

Brilla il ciel, tranquilla è l'onda

suona l'ora dell'amor,

deh mi porti all'altra sponda

giovanetto remator.

Deh mi porti all'altra sponda, giovanetto, giovanetto.

Deh mi porti all'altra sponda, giovanetto remator.

Remator la barca è pronta

se tu vuoi venir a vogar,

vogheremo al"altra sponda

giovanetto remator.

Vogheremo all'altra sponda, giovanetto, giovanetto.

vogheremo all'altra sponda, giovanetto remator.

I tuoi sguardi con i miei

si incontran con amor,

che dolcissimi momenti

giovanetto remator.

Che dolcissimi momenti, giovanetto, giovanetto.

Che dolcissimi momenti, giovanetto remator.

Mi permetto di citarvi dei passaggi per tentare di dare al lettore un'idea sulla tematica di questo scritto: "La bitinada è un modo alquanto originale di eseguire con la sola voce un accompagnamento musicale atto ad accompagnare qualunque canzone un solista volesse cantare (...). Quando il solista, o i solisti in duetto, intonano la canzone prescelta, i "bitinadùri", così vengono definiti i cantori di questo particolare complesso, composto in media da una quindicina o più di membri, si destreggiano a imitare i suoni degli strumenti musicali di un'ipotetica orchestra. Gli strumenti maggiormente imitati sono: la chitarra, il contrabbasso e i mandolini. (...); più raramente vengono imitati anche strumenti a fiato, tromba e oboe, nonché chitarra hawayana, che eseguono originali controcanti con voce di falsetto o con un registro "alterato".

Di regola si preferiscono canzoni a ritmo di valzer o marcetta.

L'articolazione e la successione degli accordi per l'accompagnamento fondamentale di basso e chitarra sono determinati ovviamente dalla canzone portante. Questa è l'unica cosa da rispettare. Le modalità degli interventi degli strumenti di complemento (mandolini e mandole - tintini) viene lasciata a pura discrezione e bravura degli esecutori che scelgono autonomamente il loro momento, conferendo all'insieme uno squisito sapore armonico unico e, spesso, irripetibile poiché all'insegna dell'improvvisazione. Difatti l'inventiva dei singoli è spesso condizionata soltanto dal momento "magico" che si crea nell'istante dell'esecuzione. (...)

La tradizione vuole che la bitinada nasca tra i pescatori rovignesi che, intenti per ore a "cucire" e riparare le loro reti, oppure durante il mestiere, non avendo le mani libere ed essendo logisticamente molto vicini, si fossero dilettati ad accompagnare alla loro maniera colui che avesse avuto la voglia e la bravura di trainare il gruppo con una canzone. (...) Nel novembre del 1934, in una trasferta per l'inaugurazione di un Dopolavoro a Roma, il coro della "Manifattura Tabacchi" di Rovigno, guidato dal giovane maestro Domenico - Mimi Garbin (pittore), riesce a stupire i presenti per la bravura proprio grazie alle bitinade. (...), per la bitinada non esiste una regione di diffusione. Essa è circoscritta alla sola città di Rovigno. Già nel contado non lo sanno fare. Ma da dove ha origine

il termine? Per primo ne parla il rovignese Antonio Angelini, a metà ottocento, nel suo Repertorio delle Cronache di Rovigno,( G. RADOSSI- A. PAULETICH, "Repertorio alfabetico delle Cronache di Rovigno di Antonio Angelini (1858- 1862)", ACRSR, vol. VII (1976- 77), p. 228)  e precisamente:

" BITTINADA

Una volta quando i giovani del popolo avevano incontrata matrimoniale obbligazione la festeggiavano con certo suono e canto, intermezzato da qualche scarica d'arma da fuoco, che facevano eseguire delle loro fidanzate, e ciò anche si praticava nella ricorrenza di alcuni Santi eletti e protettori di diverse classi del popolo alle case dei loro primari. I quali suoni e canti corrispondevano all'antico bagordare, chiamato da noi con voce popolaresca bittinada.

Questa festosa usanza venne abolita dalla Politica Autorità del luogo da oltre 30 anni".

(...) Nel Vocabolario del dialetto di Rovigno d'Istria di Antonio e Giovanni Pellizzer, sotto la voce bittinada leggiamo: "s.f. – Tipica maniera di accompagnare uno o più solisti, imitando i suoni dei vari strumenti con la bocca, caratteristica specifica dei rovignesi per cui vanno famosi. (...)".

(...) Si può quindi costatare che anticamente il termine bitinada, e mi riferisco ai testi citati dall'Angelini e dall'Ive, significava serenata eseguita probabilmente con strumenti musicali. Difficile evincere dai suddetti testi se l'esecuzione coinvolgesse un cantante solista o se ci fossero anche altri coristi. Certo è però che i Rovignesi a memoria d'uomo, in particolare le persone provette che hanno per tutta la vita coltivato il canto popolare, nate nei primi anni del secolo XX, riferendosi ai ricordi dei loro nonni e prozii cantori, hanno sempre affermato che già negli ultimi anni dell'Ottocento la bitinada era quella che conosciamo e che si è conservata fino a noi. Di quanto affermo ne è certamente prova il repertorio delle canzoni che allora venivano eseguite. Esse sono state tramandate fino ai giorni nostri, come ad esempio le belle esecuzioni di Remator, del 1870, e Spunta il sole, ovvero il rifacimento rovignese dell'Addio al garibaldino del 1860, canzonette già tutte pubblicate nella seconda metà del XIX secolo. Alle succitate, delle quali si sa il periodo di produzione, si affiancano pure altre altrettanto pregevoli e arcaiche tra le quali vanno menzionate El cucù, L'eco, Il giardiniere, La Danimarchese, Santa Lucia. Accanto alle canzonette più antiche con testo rigorosamente in italiano letterario (più o meno storpiato, data la scarsità di preparazione culturale dei cantori), con il Novecento si fanno apprezzare pure i primi componimenti originali in dialetto rovignese. Li tabacheîne, meglio nota come Li ven soûn par li Casale, è del 1907 per mano del maestro Giuseppe Peitler su testo di Alvise Rismondo. Seguiranno Vien fiamita e Li muriede ruvignise (Vignì sul mar muriede) del maestro Carlo Fabretto, scritte negli anni '20/'30, che aprirono quello che sarà poi un vero e proprio filone di canzonette di autori rovignesi molte delle quali si presteranno ad essere accompagnate in bitinada. (...) La bitinada è uno dei simboli della tradizione rovignese e a curarne le caratteristiche e la continuità ci pensa esclusivamente la Società artistico - culturale "Marco Garbin" della Comunità degli Italiani di Rovigno" (ATTI, Centro di Ricerche Storiche- Rovigno, vol. XXXIII, p. 685- 698, Rovigno- Trieste, 2003; Le "bitinade" di Rovigno di Libero Benussi.

Oltre alla saggistica ed alla prosa, Libero Benussi è anche autore di varie poesie divise in svariate raccolte premiate a vari concorsi, tra i quali anche Istria Nobilissima. Nelle sue opere poetiche i temi sono i più svariati, ma quelli nei quali ci si può riscontrare con più facilità sono la descrizione e l'amore per il luogo nativo, Rovigno e la penisola istriana, il correre del tempo, il passare della vita umana, gli sbagli ed i vizi dell'uomo, la crescita e l'innocenza del giovane e molti altri.

Cercherò di presentare al rispettato lettore delle poesie pubblicate nella raccolta "Ancui marteîni, duman cucai", premiata con il secondo posto per la poesia dialettale al concorso d'arte e di cultura Istria Nobilissima ( Contenuta nell' "Antologia delle opere premiate", ventottesimo concorso d'arte e di cultura Istria Nobilissima, Fiume- Trieste, 1995)

CA MONDO!

In stù mondo

nu sa pol mai savì

s’el mal ∫i mal,

s’el gioûsto ∫i gioûsto ,

s’el bon ∫i bon.

Gnanca da i uoci

nu ti ta puoi pioûn fidà.

Gioûsto ∫i nama

ca li buche grande cuiona senpro

li mìgnule in ciapo.

Ùla ∫i la virità ?

La ∫i inmaciada int’oûna rida

ca sa sprufonda da tanta cragna

e da masa ri∫eîe.

CHE MONDO!

In questo mondo / non si può mai sapere / se il male è male, se il giusto è giusto, / se il buono è buono. / Neanche degli occhi ti puoi fidare. / Certo è soltanto / che le bocche grandi beffano sempre le menole in branco. / Dov’è la verità? / È rimasta impigliata in una rete / che affonda inesorabilmente appesantita dal sudiciume indurito / e da troppe eresie.

Ca mondo! è una poesia sulla società del giorno d'oggi. Qui l'autore, sin dai primi versi mette in chiaro il tema principale trattato, poi affermato ulteriormente da una domanda retorica: " ùla ∫i la virità?", cioè cos'è veramente il vero, cos'è il bene e cosa il male. Immediatamente nel verso successivo il lettore riceve la risposta a questa domanda. Le persone più ascoltate e con più potere sociale e politico, li buche grande, riescono sempre ad avere la meglio sulle menole in branco, cioè sul popolo, sulle persone semplici. Infine, la verità viene vista sprofondata ed impigliata in una rete piena di sudiciume indurito, fatto da atti negativi e da tradimenti.

BATANOLA

Ste tuove peîce man

nu li sà gninte

da sta fùcica traditura

ca uò ingiuteî batane e batai:

venti tradituri,

mar traditur

e anca la tiera.

Nu li sà

ca quil ca nu ingiuòto oûn

ingiuòto quil altro.

Màsa navareîni,

màsa batane pierse in punente!

Quile altre,

mie∫e scardìle,

qualcudoûna in grièbani e

qualcudoûna bisada d’el doûto;

puoche ancùra quile in ièsare

stagne e intrincade!

Batanola,

ten sàlda la riguola

ca altri navareîni incàlsa!


PICCOLA BATTANA

Queste tue piccole mani/ non sanno niente/ del ribollire ingannevole/ che ha inghiottito battane e battelli:/ venti traditori,/ mare traditore/ e anche la terra./ Non sanno/ che quello che l’uno non inghiotte/ lo inghiottirà l’altro./ Troppe mareggiate e nubifragi nefasti! Troppo battane perse in ponente!/ Le altre, rinsecchite e inaridite,/ alcune malandate e/ talune completamente in rovina;/ poche ancora quelle efficienti,/ salde e impettite! Piccola battana,/ tieni salda la barra/ che altri nubifragi si profilano!

La Batanola è una bellissima poesia che è stata composta pensando alla gioventù ed alla tradizione rovignese della batana, la caratteristica imbarcazione usata dai pescatori rovignesi, dallo speciale fondo piatto per "battere" contro le onde, evitando movimenti bruschi, unendo passato, presente e futuro, tradizione e novità. L'autore descrive queste peîcie man le quali ancora non sanno come sa essere pericoloso il mare (il bambino non è ancora cosciente delle varie difficoltà della vita), cosicché gli consiglia, negli ultimi versi, di tenere salda la barra del timone perché stanno per arrivare nuovi nubifragi ( ... ten salda la riguola/ca altri navareîni incalsa!).

EÎSTRIA

Qui viene messa in primo piano la regione nativa dell'autore, l'Istria. Questa, in passato fu una terra di contadini e pescatori, lavoratori che si guadagnavano il pane soprattutto grazie al mare, il quale nei secoli fu l'unica salvezza (oùnica salvisa); ora non ci sono più né vele né buoi. Da questa breve poesia scopriamo molte cose a proposito di questa regione: viene divisa in Istria gialla, nera e rossa a causa del colore della terra, ha una vegetazione mediterranea grazie al mare, alle viti secolari ed agli olivi stanchi per i troppi padroni, infatti in un breve periodo di tempo questa fu conquistata e ceduta da molti popoli, come l'Italia, la Francia, la Monarchia austro - ungarica e molti altri. Infine le viene posta una domanda: " ma chi bu∫ ti iè teîo?" – ma tu che voce hai? Che lingua parli? A chi appartieni? Di chi vuoi essere?

Queste sono solamente tre delle tantissime poesie scritte e pubblicate da Libero Benussi, successivamente anche premiate. Tutte sono scritte in dialetto rovignese con l'intenzione di mantenere vivo il dialetto locale. Nonostante l'uso del dialetto, le parole usate sono semplici, il lettore non riscontra molte difficoltà nel capire il messaggio che vuol essere trasmesso dall'autore, proprio per il motivo che gran parte di queste opere sono indirizzate ad un pubblico comune e semplice.

Conclusione

Non è facile concludere un saggio trattante un personaggio così unico, ma cercherò di fare del mio meglio.

Oggi, di persone come Libero Benussi ne esistono veramente poche; insegnante, chimico, scrittore, poeta, traduttore, saggista, studioso del dialetto ed autodidatta nel campo musicale. Questi sono solo alcune peculiarità appartenenti a questa persona. Possiamo concludere che si tratti di un factotum, una persona universale il quale si gode la vita ed, ancora oggi, non perde un attimo per diffondere il suo sapere, non solo alla gioventù e ai suoi allievi a scuola, ma anche con i colleghi e gli amici.

Spero di essere riuscita ad incuriosirvi almeno un po’ e che, la prossima volta che deciderete di passare in biblioteca, qualche opera scritta da Libero Benussi sarà sulla vostra lista dei libri da cercare, almeno per darci una sfogliata.

Vi auguro una buona lettura futura!

Bibliografia

ATTI, Centro di Ricerche Storiche- Rovigno, vol. XXXIII, p. 1-780, Rovigno- Trieste, 2003

Antologia delle opere premiate, ventottesimo concorso d'arte e di cultura Istria Nobilissima, Fiume- Trieste, 1995

 
2° PREMIO

  motto MIRANDOLINA 1700                                                 Chiara Bonetti   

Classe III Liceo Scuola Media Superiore Italiana “Leonardo da Vinci” Buie

 Insegnante: Larisa Degobbis

 Il candidato ha la capacità di rivivere momenti storici felici con l'osservazione dei monumenti, andando a spasso tra calli e campielli. La sua sensibilità, unita ad una buona vena poetica lo portano a percepire fatti, persone e cose che spesso gli adulti non colgono. La lingua, usata con sicurezza e perfetta padronanza, domina la materia e la illustra degnamente.

Per secoli la cartografia ha rappresentato il Mar Adriatico con la dicitura Golfo di Venezia, perche’ esso fu davvero a lungo un lago veneziano. Quali monumenti, tradizioni, linguaggi del tuo territorio questa realta’ del passato e la sua continuita’ nel presente?


La folta criniera e il possente corpo del leone sventolavano al soffio di una brezza che sembrava anticipare cosa sarebbe accaduto quando l'ammiraglio avrebbe dato l'ordine di attaccare. Le onde, con i loro movimenti forti e disordinati si infrangevano contro i fianchi delle galee sembrando così incitare con suoni intensi e potenti l'inizio della battaglia. Il vento fischiava a contatto con gli alberi maestri e le vele delle imbarcazioni e in lontananza si sentivano le grida stridule di un gruppetto di gabbiani che volavano verso terra, come per mettersi al riparo dal putiferio che sarebbe nato poco dopo. I comandanti delle varie imbarcazioni incitavano i propri uomini con parole incoraggianti e decise, e rispettivamente gli equipaggi rispondevano alla sprona con urla di entusiasmo in segno di apprezzamento e stima, alzando al cielo ogni tipo di arma di cui erano disposti.

Eccolo, questo era il suono della battaglia, il suono di centinaia di anime che andavano a sacrificare la propria vita per l'amore verso la propria terra e il proprio popolo. A controllare però, con occhio attento e vigile, con un piccolo cenno di un vago sorrisetto che si delineava lungo il volto, c'era sempre lui, posto sulla galea madre, in cima all'albero più alto, quasi a toccare il cielo, disegnato con ricami in oro, il Leone di San Marco, simbolo della grande potenza della Serenissima. Quella fu l'ultima battaglia che decise l'esito dell'appartenenza del Mar Adriatico, che da quella volta divenne il Golfo di Venezia, luogo di scambi commerciali e soprattutto culturali tra mondo orientale e occidentale.

Il „breve“ periodo che ha visto la Serenissima come padrona incontrastata dell’Istra e della Dalmazia ha portato moltissimi cambiamenti e tradizioni a queste terre che si possono intravvedere tutt’ora. Uno tra gli esempi più significativi è Buie, una piccola cittadina situata in cima ad una graziosa collinetta come tante altre qui in Istria, adornata lungo i pendii da terrazze che avranno al minimo cent’anni, coltivate tutt’ora a dovere. Considerata la sentinella dell’Istria, lungo il corso della storia, Buie ha sempre fatto parte delle invasioni di popoli stranieri provenienti soprattutto dal mare, cioè dal golfo di Pirano, e ciò ha caratterizzato repentini e immediati cambiamenti della struttura e nella popolazione di Buie. Infatti, una tra le influenze più importanti c’è Venezia, che ha portato nella cittadina nuovi monumenti, edifici, usanze e tradizioni che si mantengono ancora tra le mura e la popolazione. In passato però Buie era ancor più adornata e decorata di bellezze venete, ma un po’ con l’andare del tempo e un po’ per colpa dell’egocentrismo umano che vigeva nelle menti delle persone, la maggior parte dei monumenti che ci ha lasciato la Serenissima con il suo passaggio sono andati perduti.

 Al giorno d’oggi le testimonianze del passaggio di Venezia sono soprattutto situate nel nucleo della città, ovvero nella piazza San Servolo, un tempo chiamata piazza San Marco, in nome del santo protettore di Venezia. A volte basta fare una breve camminata attraverso la città, dentro alle antiche mura ormai andate disperse, e tutto ad un tratto si può immaginare quanto abbia portato il passaggio di Venezia in una piccola cittadina come lo è tutt’ora Buie. Però l’impatto con la Serenissima non fu uno dei più lieti per la città, infatti, ci furono molte rivalità con la Pirano veneta, che hanno inflitto dure umiliazioni per i cittadini e per lo spirito d’indipendenza che allora vigeva nella Buie patriarchina. Uno tra gli esempi che hanno ferito di più Buie da parte dei Piranesi fu la demolizione del campanile di San Servolo, che, secondo le fonti storiche, dava fastidio a quest’ultimi, che da sempre erano in grande rivalità con la cittadina.

In seguito, però, col calmarsi delle acque, Venezia cambiò il nome della cittadina in “Buggie”, fece costruire attorno alla città delle mura munite di torri per la difesa e la salvaguardia del popolo e incastonare in cima alla Porta Maggiore un leone di San Marco, con il libro aperto e la famosa iscrizione in pietra “Pax tibi Marce, evangelista meus”. Fuori dalle mura invece, venne edificata la “Losa” (Loggia), aperta sui campi e sul mare, per le questioni giudiziarie e politiche. In seguito, venne costruita la prima cappella in onore della Madonna delle Misericordie, ornata a lato dal campanile con un sottopassaggio e una cuspide in stile veneto. Leggendo le fonti che riguardano la storia di Buie attraverso i secoli, possiamo capire facilmente che c’erano all’incirca seicento abitanti ed erano tutti considerati “gente di bella aria, tanto le donne quanto gli uomini”, parlavano tutti in veneto e adottarono subito usanze e tradizioni.

Venezia porta in Istria uno dei periodi più fertili e importanti per la nostra penisola. Purtroppo però, dopo quattrocento anni di storia, il leone è debole, la muscolatura possente ormai è diventata carne flaccida e debole, il ruggito è fioco, l’animale è invecchiato e si è impigrito e così ha segnato la fine del suo glorioso passaggio. Buie e Venezia hanno stretto un rapporto di amicizia e fratellanza, e sarà così indissolubile che continuerà anche dopo la caduta della Repubblica veneta.

3° PREMIO 

 motto CRISTALLO                                                                    Borna Zeljko  

   Classe IV - a Liceo Generale Scuola Media Superiore Italiana “Dante Alighieri” Pola

 Insegnante: Annamaria Lizzul

L'autrice, con puntualità e precisione, ma senza rinunciare ad uno stile di scrittura fresco e coinvolgente, riesce a portarci nel mondo degli scritti di Fulvio Tomizza analizzando con lucidità gli spunti più interessanti della trilogia dello scrittore istriano. Il rimpianto per l'autore è che Tomizza non sia sufficientemente apprezzato e studiato; speriamo che la sua generazione possa colmare questa lacuna.

 Molti scrittori e poeti istriani, fiumani e dalmati hanno scritto opere incentrate sulle loro radici.
Descrivi l'autore che meglio conosci o che più ti ha colpito"


Fulvio Tomizza fu uno scrittore di origini istriane nato nel 1935 a Giurizzani, una frazione del paese di Materada presso Umago. Già da giovane dimostrò una predisposizione per le arti figurative e la scrittura. Poiché la parrocchia di Materada passò sotto l’amministrazione jugoslava, appena ventenne si trasferì a Trieste, e lì visse fino alla morte avvenuta nel 1999. La sede della Comunità degli Italiani di Materada con annesso teatrino porta il suo nome.

Egli fu dunque uno scrittore di frontiera, e leggendo le sue opere, capiamo che ne visse tutto il dramma e la tragicità.

Infatti, sebbene lontano dal suo luogo natio, egli fu sempre molto legato all’Istria tanto che pubblicò la “Trilogia istriana”, tre romanzi nei quali è presente la sua nostalgia ed il suo forte attaccamento alla sua terra d’origine. La “Trilogia” comprende i romanzi “Materada”, “La ragazza di Petrovia” ed “Il bosco di acacie”, tutti e tre proiettati verso il futuro, ma nei quali tutto sembra essere legato alle tradizioni ed al passato. Nei suoi romanzi l’autore cerca di presentare tutte le vicende in modo oggettivo: vuole farci conoscere il lato oscuro della storia, i conflitti ideologici e la politica ingiusta che costrinse anche suo padre Ferdinando a lasciare la propria terra.

L’Istria negli occhi di Tomizza diventa una regione speciale, quasi incomparabile, unica nel suo silenzio, una terra ideale, che diventa pure simbolo del mondo intero; un microcosmo che vuole descrivere il macrocosmo, un territorio che paradossalmente diventa luogo di contatto, sebbene fosse lì che nel periodo postbellico la divisione etnica si fece sentire di più.
Per Tomizza l’Istria rappresenta qualcosa di molto più importante di quanto lo sia, credo, per noi oggi, poiché egli fu costretto ad abbandonarla contro la propria volontà, ma non se ne staccò mai emotivamente. Egli sapeva di appartenere a questa terra, capiva il valore di questo legame; oggi, invece, le persone dicono di sentirsi cittadini del mondo e tendono a dimenticare le proprie origini.

Per comprendere profondamente l’opus di uno scrittore è molto significativo conoscere il contesto storico nel quale egli visse. E Tomizza nei suoi romanzi cercò di descrivercelo al meglio perché è importante comprendere il mondo dal quale si proviene. A partire dalla seconda guerra mondiale, si succedettero molti cambiamenti ed avvenimenti che favorirono l’instaurarsi di un clima di insicurezza, fonte di infelicità ed egoismo: il fascismo, infatti, costrinse la gente a considerare inferiori tutti quelli che appartenevano a nazionalità diverse. Anche Tomizza fu vittima di angherie insensate da parte dei compagni di scuola che lo trattavano come se fosse un misero straniero, solo per il fatto che era uno slavo venuto dalla campagna; egli, però, non si lasciò influenzare, e dimostrò sempre una forte comprensione verso i problemi altrui. Egli non volle schierarsi dalla parte di nessun interesse ideologico: aveva un cuore italiano, ma un’anima slava che gli ricordavano che a Materada italiani e slavi vivevano insieme da secoli.

A metà degli Anni cinquanta, poi, i cittadini istriani furono costretti all’esodo verso una terra sconosciuta, verso un futuro incerto. Raccontando nella sua “Trilogia” le microstorie della gente istriana, egli parla in realtà dell’umanità contadina, di tutte le persone che hanno avuto lo stesso tragico destino, fatto che non deve assolutamente venir dimenticato. Descrivendo la disperazione dei profughi, i loro animi inquieti e turbati, nonché la loro nuova vita in cui si videro disprezzati e respinti dagli altri, Tomizza cerca di riscattare l’indifferenza degli uomini e di risvegliarne la coscienza.
Il secondo romanzo della trilogia, “La ragazza di Petrovia”, è quello più incentrato sul delicato tema dell’esodo e descrive con dinamicità drammatica il disorientamento di quelli che sono stati costretti a passare il confine per motivi politici, trovando dall’altra parte un mondo molto diverso ed ostile che ha fatto loro rimpiangere la terra d’origine e tutto ciò che si erano lasciati dietro per sempre. Un esempio del clima avverso di oltre confine è la protesta antiistriana a Trieste, manifestazione dalla quale emerge tutto l’odio verso i profughi che venivano considerati privilegiati, seppure l’unico spiraglio di felicità che avessero erano pane e tetto assicurati. Sarà difficile per questa gente adattarsi, ed infatti solo alcuni ritroveranno la pace dell’animo.
La storia di Giustina, la ragazza di Petrovia, si sofferma principalmente sui conflitti emotivi negli animi sensibili, più precisamente sulla tragedia di una giovane che sta per diventare madre. Lei cerca di sfuggire dalla realtà e dalle fatiche dell’esodo, ma il suo sogno viene disilluso sia dai suoi compagni che, tanto cambiati all’interno del campo profughi, sembrano aver dimenticato Petrovia e pure il proprio dialetto, sia dalle sfortunate circostanze che la porteranno alla sua tragica morte nel tentativo di oltrepassare il confine. Giustina diventa metafora della terra istriana: si dà a tutti senza chiedere nulla in cambio e senza provare emozioni, si lascia “coltivare”. Ma c’è pur sempre in lei il dolore ed il senso di ingiustizia dovuto all’esodo e alla libertà negata.

Secondo me, Tomizza è un autore molto importante per la nostra comunità, e non solo, e dovrebbe perciò venir letto anche a scuola, poiché le sue opere permettono di capire meglio la situazione dell’Istria del suo tempo: una realtà nella quale le persone sono destinate alla povertà, ma anche realtà nella quale le persone sentono di appartenere ad un’etnia ma pochi si identificano in una nazione perché riconoscono il valore multietnico dei loro territori. I suoi testi sono molto coinvolgenti ed interessanti proprio perché scritti con impegno e dedizione da un autore sulla cui pelle si sono abbattute le sfortune di quel tempo, autore che ha però avuto la possibilità di viaggiare e di conoscere culture nuove che ha poi confrontato con la sua. Tomizza ha cercato di ritornare con le sue opere alla terra natia, alla campagna ed alle persone che ci vivono, siano ricche o povere.

La “Trilogia istriana” è anche una lezione morale contro il materialismo e a favore di una giustizia universale: un messaggio di speranza in tempi migliori. Questa speranza è sempre viva negli esuli, protagonisti dei romanzi, che, anche non trovando la felicità, non avendo la capacità di riconoscersi in un’unica nazione, rimangono pur sempre ancorati ai veri valori morali quali la fratellanza, la compassione ed il rispetto reciproco.

L’importanza ed il valore delle opere di Tomizza vengono confermati anche dai tanti premi da lui ricevuti, tra i quali va ricordato il prestigioso Premio Strega per “La miglior vita”, romanzo tradotto in una decina di lingue. Egli è stato molto lodato per non aver aderito alle correnti letterarie che si rifiutavano di affrontare argomenti quali la povertà e l’emarginazione. Si è pure scritto molto sul suo conto, ma credo non ancora sufficientemente. Penso infatti che i giovani non conoscano abbastanza non solo Tomizza, ma neanche tutti gli altri autori istriani, fiumani e dalmati e i loro testi che sono importanti testimonianze della vita di quegli anni perché portatori di un messaggio altamente morale. È perciò necessario che i nostri letterati si avvicinino al pubblico più giovane e meno preparato, ma anche meno abituato ai temi da loro affrontati, onde fortificare l’identità istriana e manifestare la gioia dell’appartenenza ad una comunità così viva e plurime.

SCUOLE MEDIE SUPERIORI - LAVORI DI GRUPPO

1° PREMIO

motto  PATATINE FRITTE                                        Matea Linić, Josipa Repanić

                                                                               Classe I – a Scuola Media Superiore Italiana Fiume

                                                                                                  Insegnante: Emili Marion Merle

                                                              Le autrici affrontano con buona sicurezza e qualche spunto interessante e degno di nota il problema della carenza dell'oro blu, l'acqua, e l'importanza sempre maggiore che la risorsa fondamentale del nostro pianeta avrà nel futuro anche prossimo. Si combatteranno guerre per l'acqua? Interessante l'analisi sulle sperequazioni esistenti anche oggi tra i "fruitori" dell'acqua e la sentita consapevolezza che noi siamo in una posizione di assoluto privilegio.

Le risorse idriche: senza acqua non c'è vita 

        “Acqua azzurra, acqua chiara, con le mani posso finalmente bere...” – cantava un po’ di tempo fa Lucio Battisti, ispirando sensazioni di purezza e trasparenza. Nell’ascoltarla, ti vien voglia di avvicinarti ad un zampillante ruscello di montagna, goderti la sua brezza e, raccogliendola con le mani, placare la sete, nonché bagnarti e rinfrescarti nelle sue acque. Ma oggi, l’acqua è ancora azzurra e chiara? Non ne siamo tanto convinte. Anzi, nel leggere e analizzare statistiche e dati negativi che la riguardano, ci viene da preoccuparci seriamente.  L'acqua è una risorsa fondamentale per la vita,  è  indispensabile alle montagne e al mare, alla terra e al cielo, ai cicli biologici più sofisticati e a quelli più semplici. La salute individuale e collettiva dipende dall’acqua. Istintivamente la sua presenza ci tranquillizza. Non a caso le più antiche civiltà sono nate nei pressi di importanti corsi d’acqua e molta attenzione è stata posta nell’utilizzo di questa preziosa risorsa naturale. L'acqua è anche il simbolo della vita, della purezza. Ad essa sono state associate immagini, letteratura, simbolismi.. Senza di essa ogni ipotesi di nascita, crescita e sviluppo può essere resa vana.

In alcune regioni, però, l’acqua è causa di conflitti, insufficiente per soddisfare le esigenze dei diversi popoli, in altre utilizzata male o addirittura sprecata. Oggi su questo pianeta una persona su cinque non ha accesso costante ad acqua pulita per le necessità quotidiane e questo numero sta continuamente aumentando. L'acqua inizia ad essere un problema anche in Occidente, sempre più spesso c'è “allarme” siccità. Qualcuno vuole privatizzare l'acqua, trasformandola da risorsa in merce che genera profitto. È un problema attuale che si ripropone in vari paesi e tocca da vicino anche noi. Nonostante i progressi dell'ingegneria idraulica, capace di costruire acquedotti, argini, canali, dighe, bacini sempre più capienti e sofisticati, l'acqua è accessibile in misura insufficiente per larga parte della popolazione mondiale. La dissalazione dell'acqua marina, il 90 per cento di tutta  l'acqua del globo, potrebbe risolvere definitivamente il problema, qualora si riuscisse a mettere a punto una tecnologia meno costosa di quella attuale. Nel frattempo, lo sviluppo industriale, l'incremento dei consumi e la crescita demografica dei paesi del Terzo e del Quarto Mondo comportano una sempre maggiore richiesta di acqua.

Ma fermiamoci un attimo. Cerchiamo di riflettere sull’importanza dell’acqua nella vita di ogni uomo. Spesso “noi” - abitanti del nord del mondo - neanche ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati ad usufruire agevolmente di quello che è un bene comune. Se facciamo un confronto tra Europa e alcuni paesi dell’Africa, ci accorgiamo che per noi  basta  aprire  semplicemente  un  rubinetto  e  abbiamo  a  disposizione  tutta  l’acqua  che vogliamo, senza preoccuparci dello spreco che ne  facciamo, magari  inconsapevolmente, ogni giorno. Per contro, ci sono popoli che devono percorrere chilometri per raggiungere l’ oro blu e, a tal proposito, per meglio capire la disparità nella disponibilità d’acqua, basta dire che una famiglia africana ne può disporre di 20 litri al giorno contro i 237 di una famiglia europea. Non è triste? Non è ingiusto? Non è tempo di cambiare le cose e chissà, magari fare qualcosa di concreto? A nostro parere bisognerebbe iniziare a considerare l'accesso all'acqua e ai servizi sanitari nella categoria dei diritti umani, definito come il diritto uguale per tutti, senza discriminazioni, all'accesso ad una sufficiente quantità di acqua potabile per uso personale e domestico - per bere, lavarsi, lavare i vestiti, cucinare e pulire se stessi e la casa - allo scopo di migliorare la qualità della vita e la salute. A tal proposito riteniamo che dovrebbero mobilitarsi i paesi più ricchi. Spesso i paesi più poveri non hanno bisogno di tecnologie particolarmente avanzate e costose, ma di tecnologie semplici, a basso costo e soprattutto rispettose della cultura e dell'equilibrio delle comunità presso cui si interviene. Per aiutare i paesi poveri a superare la crisi idrica, più ancora che soluzioni tecniche, occorrerebbe forse superare l'economicismo oggi imperante, che in parte distorce la nostra percezione dei problemi e sviluppare, invece, la responsabilità e l'equità sociale. Superando gli egoismi e i consumi irragionevoli dei privilegiati del pianeta, è necessario insomma permettere anche ai più poveri l'accesso a quella risorsa limitata, ma vitale, che è l'acqua. Crediamo che la soluzione di questo problema risieda in una visione diversa di gestire le cose del mondo. Il mondo occidentale dovrebbe iniziare a “produrre” e quindi esportare modelli scientifici, tecnici e politici globalmente nuovi. Modelli che “rispettino” e seguano gli stessi principi su cui si basano i Sistemi naturali ed ambientali.

       “AMAN IMAN” dicono i Tuareg del Sahara, ovvero “l’acqua è vita” . Acqua, dunque, chiara, fresca e dolce cantata dai poeti. Acqua che gorgoglia e ispira i musicisti. Acqua, simbolo della nascita, del materno. Acqua che, se è buona, è inodore e insapore. È per questo che noi dobbiamo preservare questa ricchezza. Pensiamoci. Preoccupiamoci. Facciamo qualcosa. Solo così rimarrà azzurra, solo così rimarrà chiara.

                                                                              2° PREMIO

motto  BAJS IS NAJS ROBOT 
     
UNICORN ATTACK
                  Anastasia Marčelja - Jan Metzger Šober

Classe I – III - t  Scuola Media Superiore Italiana Fiume

                                                          Insegnante: Rina Brumini

                                                          L'elaborato riflette lo sforzo degli autori nell'analisi attenta dell'importanza delle risorse idriche per la vita sulla Terra, per lo sviluppo delle città e delle civiltà. Nel testo, di gradevole lettura, viene espressa inoltre la necessità di una tutela seria dell'acqua a livello globale.

                                                                             Le risorse idriche: senza acqua non c'è vita

Per risorse idriche s’intendono tutte le varie forme d'acqua disponibile. L'acqua è una sostanza indispensabile all'uomo e all'ecosistema in cui vive.

Gran parte delle risorse naturali che si trovano sulla terra sono limitate e lo sfruttamento di queste risorse ha fatto sì che queste indispensabili risorse, si prosciughino. Basta pensare che il corpo umano ne contiene all'incirca il 70%, ed è per questo motivo che si è giunti alla teoria che la vita stessa sia originata dalle acque marine. Sulla terra l'acqua costituisce il 70.8% della superficie e approssimativamente con la stessa percentuale è la maggiore componente del corpo umano. L'acqua assume più forme in natura. Allo stato solido si chiama ghiaccio e allo stato gassoso è nota come vapore acqueo.

Il maggiore problema per gli esseri viventi è che non possono assumere acqua salata, mentre il 97% di tutte le acque è appunto salata. Del rimanente 3%, meno del 2% è potabile. D'altro canto i mari accolgono enormi quantità di esseri viventi animali e vegetali e contribuiscono in modo determinante alla sopravvivenza biologica delle piante. Il pesce è uno degli alimenti più diffusi nel mondo e le alghe sono molto importanti come risorsa d’ossigeno che viene emanato nell'atmosfera.

Le più grandi risorse d’acqua dolce sono costituite dai bacini idrografici che si sviluppano attorno ai gradi laghi e fiumi e consistono di ruscelli, torrenti, affluenti, ecc. Il più grande bacino idrografico si trova nell'America del Sud ed è l'Amazzone, il Rio delle Amazzoni.

L'importanza dell'acqua, non si limita solamente al corretto funzionamento del nostro organismo, ma essa è anche un fattore chiave del condizionamento climatico della terra, per l'esigenza dell'uomo, e per lo sviluppo delle città e civiltà. Basti dire che gli insediamenti umani si sono sempre sviluppati di preferenza nei luoghi dove era abbondantemente disponibile l'acqua.

Siccome l'acqua è una sostanza indispensabile all'uomo e al suo ecosistema, è importante non inquinarla e preservarla. L'inquinamento dell'acqua e della natura in generale è iniziato con l'evoluzione scientifica e tecnologica, cioè con la rivoluzione industriale della seconda metà dell'Ottocento. In questo periodo è iniziata la contaminazione dei fiumi, laghi e mari.

La popolazione mondiale è cresciuta enormemente e gli scarichi organici sono notevolmente accresciuti. Gli stabilimenti industriali eliminano sostanze chimiche artificiali non biodegradabili, derivate dalla lavorazione della plastica, delle fibre sintetiche, di detergenti, insetticidi e pesticidi. L’agricoltura immette nei fiumi acque cariche di fosfati e nitrati e contaminate da insetticidi, pesticidi e diserbanti, contaminando sia le acque continentali che quelle marine. Pertanto l'inquinamento dell'acqua è dovuto a tre cause principali: agli scarichi cloacali diretti (assenza di depuratori) nei fiumi, nei laghi e nel mare; a scarichi di rifiuti civili, industriali e agricoli; a scarichi di oli combustibili provenienti da raffinerie o da lavaggi di petroliere, cui vanno aggiunte perdite accidentali di idrocarburi.

Uno dei problemi più grandi causati dall'uomo è il riscaldamento globale. Ciò è dovuto all'evoluzione scientifica e tecnologica. Le industrie emettono gas nocivi che distruggono l'atmosfera e di conseguenza la temperatura aumenta e i ghiacciai si sciolgono. Con i ghiacciai che si sciolgono, l'acqua negli oceani aumenta di volume. Tra poco le conseguenze saranno visibili a tutti: molte città come ad esempio Venezia in Italia o San Pietroburgo in Russia saranno sommerse d'acqua.

La tutela delle risorse idriche della terra è anche una responsabilità dei singoli: infatti tante persone che hanno accesso all'acqua potabile non ne capiscono l'importanza e perciò non la conservano come invece farebbero coloro che hanno a malapena acqua sufficiente per l'igiene personale e a scopi potabili. In Africa l'acqua è considerata un tesoro perché è scarsa; perciò gli uomini e le piante muoiono disidratati.

E' dunque evidente che mancano delle regole globali di controllo della gestione e della tutela dell’acqua considerata un patrimonio comune. Prevale l’approccio secondo il quale si considera considerare l’acqua un bene da lasciare alla mercé del mercato. Tutto questo si potrebbe risolvere evitando di gettare rifiuti e scarichi industriali nei fiumi, laghi e mari ed usando dei depuratori per il trattamento delle acque. Dobbiamo dunque prendere provvedimenti seri per la conservazione e la tutela dell'acqua; in questo modo, oltre a fare del bene a noi, ne faremo anche agli altri esseri viventi sulla terra.

                                                                                             3° PREMIO

motto RISORSE IDRICHE                               Angela Barzelatto, Vanja Matković

                                                              Classe IV Scuola Media Superiore “Mladost” Teodo/Tivat, Montenegro

                                                              Insegnante: spedito dalle studentesse

                      Il gruppo, spinto da sane motivazioni ecologiche, geografiche e sociali, ha evidenziato buona padronanza dell'argomento, trattato con osservazioni personali, interessanti ed intelligenti. La padronanza linguistica forse deve essere più curata e la morfologia approfondita meglio; la commissione della MLH ritiene comunque, all'unanimità, il lavoro meritevole di attenzione e considerazione.

                                                                     Le risorse idriche: senza acqua non c'è vita

Non c'è vita senza acqua. L'acqua è un bene prezioso, indispensabile, a tutte le attività umane. Molti ambientalisti prevedono la riduzione delle risorse idriche nei prossimi 50 anni. L'acqua diventerà la parte più lussuosa della vita e solo per alcuni questo privilegio sarà disponibile.
È ormai tempo di considerare l'accesso all'acqua potabile e ai servizi sanitari nella categoria dei diritti umani, definito come il diritto uguale per tutti, senza discriminazioni.

Fortunatamente, Montenegro, tranne il Mar Adriatico, ha un gran numero di fiumi e laghi, ma la questione principale è se li usiamo per gli scopi giusti. La natura incontaminata sta ancora lottando contro l'industrializzazione e dei rifiuti del fiume. Le acque nere sono scaricate senza trattamento, causando seri problemi di inquinamento costiero.

Il nostro Governo ha recentemente deciso di vendere „Canyon Moraca“ al mercato energetico internazionale. Si fa la domanda: "Perché vendere il proprio canyon agli stranieri? Perché non possiamo usarlo da soli per uno scopo utile?” Secondo alcune indagini, Montenegro possiede 80 % delle risorse idriche che non sono utilizzate.

Inoltre, una delle più belle isole montenegrine-San Marco, un' exfamosa villeggiatura estiva, è stata data nelle mani di investitori russi. Tuttavia, non si tratta solo di questo. Anche i famosi laghi, per esempio „Skadarsko jezero“, sono inuilizzatti. Peccato, perché con tante risorse, Montenegro potrebbe essere completamente stabilito con l’acqua.

Invece di ignorare i problemi dell’ inquinamento delle acque, il governo potrebbe utilizzare l'esportazione di acqua per risolvere la crisi economica della società.