_Premi Speciali concorso 2013

 

PREMIO “ASS.NE per la CULTURA FIUMANA, ISTRIANA e DALMATA nel LAZIO” :

 

motto FARAONE ROSSONERO                                                                       Marco Blašković  

  Classe II Liceo Generale  Scuola Media Superiore Italiana Rovigno

                                                            Insegnante: Maria Sciolis

  Motivazione: Un elaborato ben scritto, in cui emerge la figura di nonna Dilva scomparsa, per me ahimè, troppo giovane e troppo presto ma che nei pochi anni di vita assieme è riuscita a tramandare al nostro autore i valori tradizionali con semplicità, amore e con la tipico bonomia istriana in cui bastava il profumo di un buon caffè per tirarsi su dalle difficoltà di una vita mai facile ... bravo!

  I NOSTRI NONNI RACCONTANO

 La mia cara nonna Dilva che ormai manca da nove anni, a dire la verità me la ricordo ancora. Malgrado il tempo che e` passato nella mia mente rimangono ancora oggi ben impressi i momenti trascorsi con lei.

Essendo nata nel 1947., figlia del dopoguerra spesso e volentieri con il suo fare accurato e saggio paragonava la sua infanzia con la mia.

Allora per giocare bastava un fazzoletto, una biglia, un pezzo di gesso e gli amici. Si giocava a „balena ridi“ o „balena scondi“. Nella via in cui e` nata ossia via Carera si stava dopo scuola tutto il pomeriggio giu`a giocare.

Mi ricordo di una conta che spesso e volentieri la nonna mi ripeteva:

La bella lavandaia        
Che lava i fazzoletti      
Per i poveretti della citta`.

Fai un salto
Fanne un altro    
Fai la riverenza   
Fai la penitenza  
Gurda su`  
Gurda giu` 
Dai un bacio a chi vuoi tu.

Tutti i bambini formavano un cerchio e recitavano la conta a chi stava nel centro il quale doveva scegliere qualcuno a cui dare un bacio alla fine della conta.

Non c`erano giocattoli come quelli che avevo io eppure tutti erano felici e si divertivano da matti.

A scuola si vestivano i grembiuli e le calzette bianche, tutti erano uguali, mentre i professori erano molto severi e potevano addirittura agli alunni irrequieti dare delle bacchettate sulle mani come punizione.

Mi raccontò che la prima televisione in bianco e nero l`aveva comprata lei con il primo stipendio guadagnato non appena assunta alla manifattura tabacchi. Diceva che all`epoca chi era bravo e finiva il liceo (lei lo chiamava „ginnasio“) aveva un bel lavoro in ufficio mentre chi non finiva la scuola andava a lavorare alla manifattura dei pesci „Mirna“ a squamare i pesci (la usava come metafora per farmi capire di come fosse importante la scuola). Ogni mese nel giorno di stipendio c`era un profumo di allegria nell`aria. Nonna veniva a casa con la spesa e in uno dei sacchetti c`era sempre una sorpresa per me. A mia nonna piaceva tanto bere il caffè e mi diceva sempre che nel giorno della sua morte lei andrà in cielo a bere il caffè “Lavazza“. Puntuale lo diceva sempre quando alla televisione c`era la pubblicità della Lavazza, la quale era ambientata proprio nel paradiso ed era interpretata da due attori a lei molto simpatici.

E proprio così che mi piace immaginarla adesso, vestita di bianco che beve il suo caffè tra le nuvole.

 
PREMIO SPECIALE ASSOCIAZIONE “LIBERO COMUNE DI POLA IN ESILIO” :

Elementari:

 motto BRONTOSAURO BIRICHINO                                                             Filippo Sebastiano Čikić  

                                                                                 Classe IV - a  Scuola Elementare Italiana “Giuseppina Martinuzzi” Pola

                                                      Insegnante: Loredana Franjul

Motivazione: Questo gradevole elaborato,ben scritto, presenta un ragazzino, figlio di rimasti polesani ma nato e vissuto per qualche anno a Trieste, molto simpatico. A quanto pare l'amore per i dinosauri gli fa superare tutte le sue paure nel contatto tra culture diverse. E a Pola continua a studiare per diventare paleontologo. Ad maiora.

          Ho  ritrovato un giocattolo di quando ero piccolo piccolo e ...

 

 Un giorno, salii  in soffitta per cercare dei libri. La soffitta era buia e a malapena riuscii ad orientarmi. A tastoni trovai il pulsante per accendere la luce. Cominciai a scavare tra le scatole chiuse,cercavo delle enciclopedie sugli animali, avevo da fare una ricerca per la scuola.Su ogni scatola, c'era segnato in pennarello rosso, che cosa conteneva. Il mio papà, che è un tipo molto pedante e preciso, quando ci siamo trasferiti a Pola, che è la città natale dei miei genitori, ha sistemato tutto per bene perchè diceva:“ Se segni bene cosa c'è dentro, trovare quello che cerchi è una passeggiata, altrimenti ci metti un giorno intero!“ Cercavo lo scatolone dove stava scritto „Libri –animali“, ma il mio sguardo cadde sulla scritta  „Giocattoli-Filippo“.

Senza aspettare un attimo lo aprii e trovai tutti i miei giocattoli di quando ero piccolo.C'era anche il  mio  giocattolo preferito : il Tirannosauro Rex!  Che gioia, lo avevo cercato tanto! Evidentemente, durante il trasloco,  l' avevo perso. Era di plastica, di un colore verde giallognolo, così piccolo  che  lo potevo tenere in mano. Allora mi ricordai di quando me lo comprarono, avevo circa tre anni e avevo la fissazione dei dinosauri.Io sono nato a Trieste, perchè i miei genitori studiavano e dopo essersi laureati hanno trovato lavoro lì. Avevamo un appartamento molto confortevole con una grande cucina,un soggiorno spazioso, una camera da letto e un grandissimo bagno.

Giocavo sul tappeto, anzi mettevo in fila tutti i dinosauri, loro stavano sul tappeto ed io sul pavimento.  Ne avevo una vera collezione.Giocavo  per delle ore con  Brontosauro, Stegosauro,Allosauro,Uraptor. Tutti dai colori più disparati: dall' azzurro, al rosa, al viola.  Mi   inventavo  episodi, battute e riproducevo per filo e per segno le avventure dei cartoni animati o delle videocassette che parlavano di questi esseri così misteriosi.  

Mentre la mamma  cucinava  e mi controllava da una finestrella che dava sul soggiorno, io mi divertivo con i miei animaletti di plastica. Poi, prima di cena, li mettevo in ordine nella loro scatoletta. Non lasciavo però  là,  il re dei rettili Rex; me lo infilavo in tasca e lo portavo con me. Lo tenevo mentre mangiavo e, prima di andare a dormire, lo  appoggiavo  vicino alla lampada, così mi teneva compagnia durante la notte.

Quando la gente mi chiedeva :“Che cosa ti piacerebbe fare da grande?“ Io senza esitazione sillabavo :“ Il pa-le-on-to-lo-go, lo scienziato  che studia i dinosauri „!

Ė passato tanto tempo, perchè in agosto compirò undici anni ,ma  mi ricordo perfettamente che ,quando ci siamo trasferiti a Pola e abbiamo lasciato quell' appartamento, io ero molto triste. Sentivo che mi veniva il magone, ma non volevo che la mia mamma se ne accorgesse. Ero troppo affezionato a quel posto, avevo passato lì i primi anni della mia infanzia e avevo tanti bei ricordi. Durante il viaggio, stringevo quel  compagno di giochi in  plastica verde che, in qualche modo mi  consolava e mi aiutava a superare quel brutto momento.

Quella scoperta fatta in soffitta mi ha fatto ricordare gli  anni quand' ero piccolo piccolo, anche se, adesso che sono cresciuto, non ho perso l' amore per i dinosauri. Li tengo come ricordo, rinchiusi nella loro scatola, a cui ho aggiunto il Tirannosauro Rex che ho ritrovato in soffitta.Sono geloso e non li presto  volentieri nemmeno alla mia sorellina Lavinia. Meno male che a lei interessano molto di piu' le bambole! Ogni tanto ci butto un' occhiatina ,se stanno sempre là al loro posto e,  mi viene da sorridere, perchè  la passione per  questi animali primordiali non mi è passata. Non ci gioco spesso , ma leggo  tanto e m' informo di  ogni scoperta che è stata fatta, ogni scavo, ogni fossile, ogni novità che riguardano questi rettili  preistorici,che mi fanno scoprire un mondo che mi incuriosisce  tutt'ora e che, credo, mi affascinerà anche in futuro. 

  

Medie Superiori:

 motto MENFI                                                                                      Adamandia Sofija Koželj Pashalidi 

  Classe I  Scuola Media Superiore Italiana “Dante Alighieri” Pola

                                                Insegnante: Annamaria Lizzul

Motivazione: In un periodo in cui si parla di crisi e allo stesso tempo vengono esplorati con attenzione i concetti di “crescita sostenibile” e “decrescita felice”, lo studente  esegue un ottimo elaborato in cui auspica con forza e passione un ritorno ad una visione meno egoistica della vita. Solo in questa maniera sarà possibi  le migliorare e sarà possibile farlo solo tutti insieme.

  HO LETTO UN LIBRO CHE HA LASCIATO UN PROFONDO SEGNO IN ME

 Il  mio libro preferito  è il romanzo di Antoine De Saint – Exupéry intitolato : „Il piccolo principe“, un libro conosciuto in tutto il mondo, un'opera d'arte immortale perché insegna come comportarsi correttamente nella vita sociale, ma fa pure capire che  „gli uomini crescendo perdono il contatto con la purezza e la bellezza del mondo“.

Cosa vedono gli adulti in una pecora, in una rosa, in un qualsiasi oggetto? Vedono il loro valore commerciale, calcolano il loro prezzo sul mercato: trasformano, insomma, tutto in cifre  E incontrando  per la prima volta una persona, giudicano esclusivamente il suo  aspetto esteriore,  „non vanno  al di là della forma perché  gli uomini sono colpiti dall'apparenza delle cose“.

Oggi  viviamo in un mondo  tecnologico basato sulla velocità e in un attimo  vogliamo  avere tutte le informazioni  possibili  su una persona: quando è nata, quanti anni ha, qual è il suo lavoro. Davanti ai nostri occhi appaiono  solo numeri in base ai quali pensiamo di essere capaci  di definire una persona.  Andando  avanti di questo passo , piano a piano,  spariranno  le immagini  e tutto quello che ci circonda diventerà un arido numero. Come mai  non ci domandiamo perché le povere galline devono venir  allevate in batteria senza mai poter vedere nella loro vita né il cielo né un prato verde? Né ci  chiediamo mai chi siamo per decidere come devono vivere gli altri; né perché non appena abbiamo il potere nelle nostre mani, ci trasformiamo automaticamente in tante calcolatrici e commercializziamo tutto.        
Ho paura che tra non molto tempo qualcuno in una notte si impossesserà di tutte le stelle dell' universo;  e qualcun altro si approprierà dei raggi del sole; un terzo si impadronirà del soffio del vento. Ho paura che arriverà il giorno in cui nel mondo non ci sarà più il calore del sole, e il cielo, privo del luccichio delle stelle, diventerà scurissimo. Mi chiedo se, arrivati a quel punto, ci saranno ancora persone desiderose di vivere in quel mondo.

Io sono convinta che, volendolo, in ogni oggetto si può trovare una stella, un raggio di sole,  il soffio del vento. Purtroppo, però, sarà ormai troppo tardi per ritornare indietro e ci rimarrà solo il ricordo di quanto era bello condividere con tutti le meraviglie del mondo. Nelle nostre case si troveranno sì le più belle cose del mondo, ma fuori non ci sarà assolutamente nulla: nè luce, né ombra, solo una galassia scura creata dall'uomo; la Via Egoista sostuituirà la Via Lattea; ogni cosa diventarà un pianeta assolutamente a sé stante; ognuno avrà, come nel „Piccolo principe“, il proprio pianeta. Solo allora si capirà cosa significava stare in spiaggia d' estate in compagnia di tanti turisti; perchè era divertente festeggiare tutti assieme un compleanno; perchè era meraviglioso svegliarsi al mattino al canto degli uccellini... Ci si accorgerà che era sbagliato voler tenere tutte le cose esclusivamente per sé. Sarà solo allora che si desidererà tornare indietro per ristabilire la situazione di prima, e si restituiranno tutte le stelle e sparirà l'oscurità; si restituirà al sole ogni suo raggio. Non ci ricorderemo più come era il mondo quando si voleva e si pretendeva troppo dalla vita tanto da non essere più neanche capaci di condividere e donare le cose. E di tutte le stelle, e dei raggi del  sole, pezzi dell'inventario delle nostre case, si dimenticherà la ragione della loro esistenza e diventeranno semplicemente dei lampadari.

L' uomo, purtroppo, può distruggere tutto quello che lo circonda,  e si compiace pure di vedere i danni che ha causato.

Ma si deve proprio arrivare alla completa rovina per riconoscere che la vera bellezza sta nel sentirci tutti uniti? Una singola stella è splendida, ma la vera bellezza si raggiunge mettendo assieme tutte le stelle. È così che dobbiamo agire: collaborare tutti assieme per rifare il mondo e renderlo migliore. Infatti, il piccolo principe non viveva da solo nel suo pianeta, e aveva pieno rispetto della sua rosa, della sua  pecora e dei suoi vulcani. Ed è proprio questo il motivo per cui il suo pianeta era differente da tutti gli altri: lui guardava il suo pianeta con gli occhi di un bambino provando grande amore per gli altri perché: „L'essenziale è invisibile agli occhi, si vede bene solo con il cuore“.

 

PREMIO SPECIALE ASSOCIAZIONE “LIBERO COMUNE DI FIUME IN ESILIO” :

Elementari:

motto TIGRE                                                                                                      Lara Grozdanić  

  Classe V  Scuola Elementare Italiana “San Nicolò” Fiume

                                                 Insegnante: Sara Vrbaški

Motivazione: Nel vivace racconto di una nipote burlona rivive la scanzonata avventura infantile di un nonno altrettanto burlone, sullo sfondo della Fiume che fu, rievocata attraverso i suoi toponimi, sulle ali della nostalgia. E il filo della memoria e della tradizione orale fonde, ancora una volta, le due generazioni in una comunanza d' affetti.

  I NOSTRI VECI NE CONTA    

    
          I mii noni xe fiumani patochi, ghe piaxe molto scherzar, cantar, balar e anche ciacolar. Se i me sente che ve scrivo questo, povera mi! Lori ghe piaxe contarme de come se ciamava le vecie vie de Fiume, le piaze, le strade, le viuze de Citavecia, e mi me piaxe tanto ascoltarli:  Valscurigne, Via Parini, Via Trieste, Palazzo Adria, Piazza Scarpa, Calle Canapini, Calle dei pescatori, Barbacan, Calle del pipistrel. Me sbrego sempre de rider con le storie che i me conta.  De tute le storie che i me ga contado, me xe rimasta impresa una che ga combinado el mio nono Ciano quando el gaveva, più o meno, i mii ani. Sua mamma, la mia bisnona, dixeva sempre che el Ciano ga “cento diavoli per cavel”.           
Era el primo dopoguera, lui xe nato nel 1938, la gente non gaveva molto de magnar in quel periodo, era quasi tuti poveri. Per fortuna, le Nazioni Unite mandava dei pachi con roba de magnar, de vestir e altro per  sta gente: carne in scatola, una roba simile alla Nutella de adesso (dixe mio nono), crema de nocioline americane, late in polvere e altre bontà de Dio, i diria lori. I Fiumani li ciamava “i pacchi UNRA” e mi non ve so adeso dir cosa giusto voleva dir sta abreviazion.  
Una matina ai due muleti, mio nono e el suo amico Bruno, ghe era noioso. I ga preso un blocheto de carta, una matita e i xe andadi a bater de porta in porta per tuta via Branchetta dove i abitava, e a presentarse ala gente come se i fose dela Caritas. Tuti li faceva entrar, ghe ofriva un dolceto e lori i cominciava: “Signora, la riceverà un pacco UNRA con tanta roba bona dentro ma la me deve dir quanti ani la ga, quanti fioi la ga, quanti ani i ga lori, i va a scola, dove ghe lavora suo marì e altre robe”. 
Tutti ghe rispondeva molto seriamente e i due muli se ga divertido un mondo, i ga impinido el blocheto e ala fine dela via ghe era basta. I xe tornadi a casa e i ga dimenticado del scherzo che i ga fato a tuta quela povera gente.          
El giorno dopo, la gente ga cominciado a fermar per strada i mii bisnoni, per domandarghe quando i ciaperà sti pachi. El Lili e la Juli (i mii bisnoni) non capiva, e quando i vicini i ghe ga spiegado che el Ciano e el Bruno “xe così cocoli e bravi fioi perché i lavora per la Caritas”, i se ga girado e i xe tornadi driti a casa. Mio nono ga ciapà legnade senza molte spiegazioni e per castigo – sempre assieme al suo amico Bruno – el ga dovudo rifarse el giro de tuta la via e andar, di novo, de porta in porta a domandarghe scusa ala gente che el giorno prima el gaveva preso in giro. Povera gente, adesso che ghe ripenso...e sto mio nono Ciano, un tipo molto particolare, dirio mi. Ghe piaxeva dar dispeti col era giovane e ghe piaxe far dispeti e scherzar anche adesso che el ga 75 ani. In ogni caso, el xe el nono più bon del mondo!

 P.S. Se ve capita de andar in Comunità a Fiume, e de incontrar el Paolo Bachich, domandeghe che el ve conti de quel che el ga combinado con i “pacchi UNRA” e ve sbregherè de rider anche voi, perché la storia de sti pachi xe solo el principio de una ciacolada col mio nono. Una ciacolada che pol durar ore....anzi: giorni!

 

Medie Superiori:  

 motto LA FIUMANA                                                                                                  Nina Rukavina   

   Classe I - a Scuola Media Superiore Italiana Fiume

                                                 Insegnante: Emili Marion Merle

Motivazione: In dialetto fiuman, è godibilissimo, piacevole e ben scritto e rispecchia quella che è stata nel corso dei decenni la storia di Fiume dopo la guerra, è un' interessante presa di consapevolezza della trasmissione dell'identità, bellissima, da applauso la chiusa.

  I nostri veci ne conta
 
Quando i ‘veci’ i se meti a contarme come che iera la vita ai tempi de Marco Caco, cioè ai ‘tempi de lori’, nel senso de quando che i era giovani – come che adesso noi saria vivi?! –, stago a sentir con pazienza, per rispeto, anche se me vien de sbufar e girar coi oci dela noia. Guarda caso, lori i faceva tutto el contrario de noi e, per intenderse, a esser sbagliadi semo proprio noi! Mai gavessi pensà che me saria tocà invece farghe el ‘terzo grado’ per farme contar qualcosa della storia, colpa de sto temo che i ne ga assegnado a scola. Dopo gaverghe pensa’ un pochetin, go concluso che el candidato più idoneo era mia nonna. La mia vecia? Boh, a mi tanto vecia poi non la me par, e anche se la xe una settantenne, una splendida signora, diria i giornai, la xe piena de forza e de voia, sempre in forma, sempre pronta a aiutar tuti, mi per prima. Allora, per dir “veci”, essa la saria la mia parente più “vecia” con la voia de parlar. E cussì me go fato contar un paio de storielle, e essa non la vedeva l’ora de contarmele. Go scelto una che la me ga particolarmente colpido. E scuseme se el mio dialeto non xe proprio perfetto, ma col tempo el se ga imbastardido, se ga miscià col polesan – mio nono xe nato a Pola – e coll’italian standard.  
La xe fiumanissima – nonostante che sua papà era triestin –, nata nel febbraio del ’42, in piena Seconda guerra mondiale, un anno prima del ribalton! Dopo la diventerà cittadina jugoslava, ma in casa, in famiglia e nel condominio dove che la abitava, tuti i parlava sempre in italian tra de lori, anzi in dialeto fiuman. La ga riacquistado la cittadinanza italiana nei anni Novanta, dopo che l’Italia ga permesso con una legge speciale per tutti i suoi discendenti.

Comunque, tornando al nostro racconto, le era ultima de cinque fioi, tuti mas’ci, con la madre casalinga tuttofare e el padre pompier; i viveva vicin la stazion feroviaria, in una dele case costruide appunto intorno alla caserma dei vigili del fuoco. Se ciamava, a quei tempi via del Littorio, dopo la diventerà Partizanska (via dei Partigiani), poi ancora via Dimitrije Tucović (un socialista serbo) e oggi la se Cambierieva (dal dott. Cambieri, ma non la sta più qua, mia nonna, la se ga trasferì in un grataziel che i ga costruì sopra l'ex Scovazon de Valscurigne). Non la se ricorda moltissimo de quei tempi, della guerra, dei allarmi che sonava, de come i tedeschi ga minà el porto. La sa solo dirme che i viveva miseramente, che era assai poco cosa magnar, che la andava in spaitz a rubarghe alla mamma i pomi, che per marenda la ghe dava pan, strutto e sopra un poco de zucchero.

I primi ricordi più ciari la li ga del periodo dopo la guerra, con l’arrivo dei Alleati, americani in particolar. La mularia fiumana – e mia nonna con lori – ghe andava incontro quando che i sfilava per el viale e la ghe domandava cioccolata e soprattutto el chewingum, che veniva ciamado appunto “gomme americane”. E poi i riceveva aiuti dall’UNRRA. Quando che la nonna la me parla de sti momenti mi me li immagino brutti, con la carestia, la miseria, la fame, la città mezza distrutta da ricostruir, e i lo faceva con le “radne akcije”, una specie de lavori volontari, che proprio volontari non i era, e ai quali tutti i doveva partecipar, anche la gioventù, contenta de non dover star tra i banchi de scola. E posso pensare che non era bei tempi, eppur vedo che la nonna la li descrive quasi come gioiosi, non trovo tristezza nelle sue parole. Sarà – come go sentì dir – perché quando se xe giovani tutto sembra più bel! 

Insomma, sarà sta el ’46 o el ’48 – la nonna la me par un poco confusa sulla data –, che correndoghe drio ai Alleati la ga conossudo un capitano de nave che era de origine spagnola. El se ga innamorado de ela come bambina: la era magrolina, con dei bei oci celesti e vispi, i cavei biondi ligadi in piccole treccine. El ga cominciado a portarghe de tutto, formaggio – che non se trovava proprio in giro – e altro de magnar e tanta roba de vestir. Ma non solo per mia nonna, per tutta la famiglia, li nutriva e li vestiva ogni volta che el poteva, che el veniva a Fiume, ogni due-tre mesi, per circa due anni. Un giorno sto capitano el ga ciapà coraggio e el ga domandà alla mia nonna de portarlo dalla sua mamma, cioè la mia bisnonna. El voleva parlar seriamente con ela, che la era un poco el capofamiglia (de quel che go capido, le donne fiumane le era tutte un poco così, le tegniva in piedi tutti e quattro cantoni della casa). Lui el era sposado, el viveva ben in America, non ghe mancava niente, anzi, ma nol poteva gaver fioi. E ghe era venuda l’idea de adottar mia nonna e lo voleva far a tutti i costi! El pensava che la mia bisnonna la gavessi accettado, viste le condizioni dell’epoca e visto che la gaveva già altri 4 fioi a cui pensar. E la risposta, indovinere’, se stada un secco no! “Go sempre voludo gaver una fia femmina e, finalmente, dopo 4 mas’ci la se arrivada! Ma ghe par che adesso mi rinunciassi a essa? Non la dago via per tutto l’oro del mondo”, la ghe ga ditto.

Poco dopo el capitano spagnolo el xe sparido dalla circolazion. La nonna un poco ghe dispiasi oggi che non la sa come el se ciamava, el suo indirizzo: a distanza de tanti anni la ghe volessi poter dir grazie per gaver sfamado la sua famiglia e per gaverli aiutadi tutti in un periodo così difficile, pesante, non solo per la miseria, ma anche per la situazion politica che cambiava, con le insegne italiane dei negozi che veniva rimosse,  i nomi de vie e piazze che cambiava, la gente che spariva da un giorno all’altro, che andava via (come anderà via un fratel de mia nonna, in America). La nonna ricorda che sarà anche altri momenti duri, tra i anni ’70 e ’80, quando che era penuria de tutto, se faceva la fila per comprar latte e oio – se gaveva diritto solo a un litro a testa –, le auto circolava a targhe alterne, ma non come se fa adesso in Italia (ascolto i telegiornali) per motivi de smog, ma perché non era benzina! E sarà duri anche i anni ’90, quando la Jugoslavia se ga sfascia’, xe nata la Croazia indipendente e certe sue parti le veniva investide dalla guerra civile. E Fiume e Abbazia se riempiva de profughi dalla Slavonia orientale, dalla Lika, dalla Dalmazia, e per sfamarli arrivava i aiuti umanitari dall’estero.

Mia nonna la ga passado oltre tutte queste tempeste, sempre alta e fiera, orgogliosa delle sue origini, della sua storia. E ancora oggi la va avanti, sempre a precisarghe a tutti i “novi arrivadi” che essa non la “riječanka” ma “fiumanka” (fiumana) e spiegarghe in che cossa consiste la differenza, a spiegarghe la storia della nostra città. A mi molte volte me se vegnudo sprofondar de vergogna e dirghe: “Ma nonna! Dai, lassa perder, cossa importa!”. Invece adesso capisso che importa eccome, se lassemo perder, se perderemo anche noi stessi, perdermo la nostra identità, la nostra memoria, la nostra storia che non la se scritta in nessun libro de scola, ma la continua a viver, come in un magico passaparola da una generazion all’altra, in quel che i “veci” i ghe conta ai nipoti.
 

                                       PREMIO SPECIALE “ASSOCIAZIONE CULTURALE ISTRIANI-FIUMANI-DALMATI del PIEMONTE”:

 

motto RONDOLE                                                                                    Tara Bernè, Dorotea Cerin, Martin Popović, Erica Vošten, Luka Zonta 

                                        Classe II  Scuola Elementare Italiana “Bernardo Benussi”

                                        Sezione Periferica di Valle

                                          Insegnante: Miriana Pauletić

Motivazione: Ricostruisce, attraverso le voci in dialetto di tanti nonne e nonni, le usanze,    i modi di vivere nel piccolo paese di Valle; dalle parole degli intervistati traspira una certa nostalgia per la loro giovinezza fatta di cose semplici vissute con grande serenità.           Le foto d’epoca completano il quadro dandoci una testimonianza diretta dei tempi passati.

  I NUSTRI VECI 'N CONTA-I NOSTRI NONNI CI RACCONTANO

 'N STI DI' LA MAJESTRA LA 'NDI CONTA LA STORIA DEL NUSTRO PAJEX, VALE, DELE SO CAXE DE SASO, DEL SO CASTEL BEMBO E DELE TANTE JEIXE CHE LA JO. DESPOI DE QUESTO, LA 'NDI DIX DE FA 'NA INTERVISTA AI NUSTRI NONI CHE I 'NDI CONTO  DE CO I JERA PICI.

CUSI' NONA NEVIA, NONA MIRIANA,  NONU CHECO-FRANCO, 'L PIU' XOVENO NONU ROBERTO E 'L PIU' VECIO NONU BEPI  I 'NDI JO CONTA' TANTE ROBE.

 COMO TI PASAVI 'L TEMPO A CAXA E FURA?

--MI E ME SURO XOGANDU CON LE PUPE E DE FURA DUTI I XOGHI

--SE PASAVA 'L TEMPO 'N CAXA  CON I ME FRADEI GIANI E MARCELO. DE SERA ME MARE E ME PARE I 'NDI CONTAVA STORIE DANANTI AL FOGOLER. DE FURA XOGAVI CON I ALTRI MOREDI.

--STUDIAVI E POI XOGAVI DE FURA

--NO VEVI TANTO TEMPO DE XOGA',GOREVA CHE GHI JUDI 'N CAMPAGNA E CON I ANIMAI.

A CHE XOGHI TI XOGAVI E COMO SE XOGAVA?

--ALA MUSA JERA SEMPRO TANTI MOREDI E CUSI' XOGANDU ALA BALA SUL MURO, ALA BALA PARTO, BIANCHI E NEGRI, AI PORTONI, CON LA CORDA PICIA E GRANDA, AI QUATRO CANTONI, ALE MALMERE, AL PINDOLO PANDOLO E TANTI ALTRI  A SEGONDA DELA STAJON.

 

 

 ---XOGAVI AI MISTRI:OGNI SASO JERA 'N XOGADOR, I MISTRI (SASO STRETO MESO 'N PEI), I SE METEVA A LARGO E I XOGADORI GOREVA CHE I LI GHETO XO CON LA PERA (SASO), QUEI CHE VEGNEVA CIAPADI I XEVA FURA E QUEL CHE NO JERA CIAPA' JERA 'L VINSIDOR.

POI AL PIPI', ALE PERE , A SCAREGA NAO , ALA POMA E TANTI ALTRI.

--A SCAREGANAO: I SE METEVA 'N COLONA TRE DE XORA E TRE DE XOTA, I GHI SALTAVA SULA SCHENA E CHI CAJEVA XEVA FURA.

--XOGAVI A BALON E A CALCIO

 

I XOGATOLI VI LI FEU VOI  O I JERA COMPRADI?

--XOGAVI CON LA PUPA CHE MI VEVA COMPRA' ME MARE. I VISTITI GHI LI FEVI CON I BIECHI DELA ROBA CHE JERA RESTADA DEI VISTITI CHE 'NDI FEVA LA SARTA.MIGA SE XEVA 'N BOTEGA A COMPRALI! I PIATI PER XOGA' ALA CUXINA JERA TOCHI DE PIATI ROTI. ME PARE MI FEVA ANCA 'L CARIGADOR E 'N DRENTO METEVI LE XBROMBOLE  DE XENEOR E POI XBARAVI.

--NO VEVI XOGHI COMPRADI, MI LI FEVI DA SOLO DE LEGNO, TRATORI, CARIOLE, SPADE FIONDE

--I ME NO VEVA SOLDI , ALORA MI FEVI DA SOLO I XOGATOLI COMO LA BALA DE STRASA

--VEVI TANTI XOGHI: AUTI, BALONI E ANCA LA BICICLETA

 

CHE TI XEVI 'N JEIXA?

--SI XEVI 'N JEIXA E JE FATO ANCA LA COMUNION E LA CREXIMA.'L CATECHISMO LU FENDU DRIO L'ALTAR, 'L PIOVAN 'NDE SPAGURAVA CON STORIE DE DIAVOLI , POI I MOREDI LU FEVA RABIA'  E LUI , CON QUEI COTOLONI E LE CIAVE GROSE, 'L GHI COREVA DRIO 'N TELE CAXE VECE OLA LORI SE SCONDEVA.

JERA BEL XI A MESA, MA LA JERA 'N LATIN, CUSI' SE CAPIVA POCO.

 

 

QUALA FESTA TI PIAXEVA DE PIU'?PARCHE'?COMO TI LA FESTEGIAVI?

--LA FESTA PIU' BELA JERA SAN NICOLO' CO DE MAITINA CATAVI 'L PIATO PIEN DE ROBE BONE, MI CHE JERI TANTO GOLOSA! MA CATAVI ANCA LA MASA E 'L CARBON!!!

ANCA NADAL JERA BEL. L'ALBERO DE NADAL, A SCULA LU CIAMANDU „ALBERO DI CAPODANNO“, 'L SE FEVA DE XENEOR. NO JERA DUTE QUELE BALE, MA TANTE CARAMELE DE TANTI COLORI, BOMBONI DE SUCHERO, CIRINGUME, BISCOTI COL BUXO 'N MEXO. SI, VEDE CAPI' BEN!TANTI DOLSI!! NO GOREVA TOCA' GNENTE FIN LA BEFANA. CHE TORTURA!!! E MI CHE FEVI? CIOLEVI LE CARAMELE E GHI METEVI UN SASOLIN E LE 'SERAVI, POI SALTAVI SUL PAVIMENTO DE LEGNO E CALCOSA CAJEVA SEMPRO.

POI RIVAVA BABBO NATALE, E NO!!  „ARRIVAVA NONNO INVERNO“ CON TANTI BEI REGALI.

--LA FESTA PIU' BELA PER MI JERA NADAL, SE STAVA DUTI 'N SEMBRO 'N FAMEJA, SE XEVA A MESA DE MEXANOTO E 'NDI FENDU TANTI AUGURI

--A PASQUA E A NADAL SE MAGNAVA TANTE BONE ROBE

 

 

TI XEVI A SCULA?TI VEVI LIBRI E QUADERNI?

--DUTI I OTO ANI DE SCULA LI JE FATI A VALE E XENDU SEMPRO DESPOIMIXUDI'.

VEVI SEMPRO LE BORSE VECE DE ME SURO E ANCA I LIBRI VECI.VEVI I QUADERNI MA POCHI COLORI

--JE FATO LA SCULA A VALE I OTO ANI. VEVI 'NA BORSA DE TELA, POCHI LIBRI E POCHI QUADERNI

--A VALE JE STA A SCULA FIN LA QUARTA E POI I ALTRI QUATRO ANI LI JE FATI A RUVIGNO. VEVI LA BORSA ,LIBRI E QUADERNI

--JE STA A SCULA SOLO TRE ANI E NO VEVI LA BORSA MA 'N QUADERNO E 'L LAPIS

 

  

A NOI PICI 'NDI 'NTERESA  SAVE' SE VEU LA TELEVISION?

--LA TV LA JE BUDA CO VEVI OTO ANI, PRIMA MI E ME SURO XENDU A VARDALA ALA CAXA DELA GIOVENTU' . CO LA JO SCOMENSA' A FAVELA' CROVATO, MI E ME SURO VEMO TANTO PIORA' CHE ME PARE JO VINDU' 'L VIN PER COMPRALA . CO I LA JO PORTADA A CAXA VEMO DITO:-STA SA NO LA FAVELARO' CROVATO.-

--CHE CONTENTI CHE JERUNDU CO LA VEMO COMPRADA

--MI NO VEVI LA TELEVISION

--SI , E LA JERA 'N BIANCO E NEGRO.

 

 

 

POI I 'NDI JO CONTA' CHE L'ACQUA I LA XEVA  A CIO' 'N XUSTERNA, PER LA LISIA DUTO A MAN ,NO JERA LA LAVATRICE.

SE XEVA 'NTEI LOGHI A JUDAGHI AI PARI E A PASCOLA' LE BESTIE. CHI VEVA CAVAI, VACHE., MANXI, CAVERE, PORCHI, GALINE E SAMERI.

 

  ECOLI SA , CO I JERA PICI 'N ASILO

 

                                                                                       A STI NONI GHI VOREMO TANTO BEN, GRASIE DE DUTO.

  

 

 

 

 _._,___PREMIO SPECIALE “COMITATO PROVINCIALE di GORIZIA dell’ASSOCIAZIONE NAZIONALE VENEZIA GIULIA e DALMAZIA”:
 

motto BOND 007                                                                                                             Luka Bukša  

  Classe V - a  Scuola Elementare Italiana “Gelsi” Fiume

                                                 Insegnante: Ksenija Benvin Medanić

Motivazione: Elaborato esposto in un dialetto gustosissimo, illustra le metodologie delle nonne per far da mangiare in Istria in epoche diverse quando anche le banane e le arance erano una rarità. Una carrellata sui piatti storicamente più famosi e semplici, simbolo della cucina istriana di una volta.

  I NOSTRI VECI NE CONTA

         La mia nona xe una bona coga, la me cusina solo bone robe, quele che me piase da mi. La mia nona preferise andar a far la spesa in mercato dove che la conose le venderigole che le ga pici orti e verdura domestica e dove che la ga el suo becher de fiducia. Questo la ga imparà da la sua nona che in gioventù la lavorava come coga nei alberghi e dove la ga imparà che xe importante che i ingredienti sia freschi. La nona de la mia nona se ciamava Francesca ma tuti la ciamava Zanza.      
           
La mia nona xe nata dopo la II Guera mondiale e alora el mercato e i negozi de magnativa non era rifornidi come ogi e la me conta che la nona Zanza doveva ingegnarse in mile modi per far un bon pranzo. La ghe diseva sempre che in cusina l’importante xe gaver fantasia. Magari poca carne ma molti contorni apetitosi.   
  
       De estate se magnava molta verdura e molti pesi. Quando che i gaveva scombreti con la blitva per pranzo,  la nona Zanza diseva che xe pranzo de poveri invece ogi i scombreti non se li trova più e quando i xe la nona dise che i li vende a peso de oro. Da mi non me importa perchè non me piase pesi, solo cento in boca che non se trova quasi mai. Coi pesi la nona gaveva spinaza, ma da ela no ghe piaseva spinaza fata col buro e el late, però la la doveva magnar lo steso. Se magnava ancora verze, blitva e cicoria.  Non era in vendita nè carciofi nè finoci e i primi che la nona ga gustà xe stado quando la sua mama la xe andà a Trieste e là la li gaveva comprado.      

       Dopo la guera mancava molte robe e la nona Zanza per combater la mancanza de vitamine la ghe dava da la mia nona oio de bacalà che faceva molto schifo ma ela doveva bever lo stesso un cuciaron e dopo la nona ghe dava un quadratin de zucaro o una fetina de naranza quando che era. Le naranze era rare, le banane non era ancora in vendita.        La mia nona la me conta che una volta i gaveva ciapà un paco de Parigi de una amica de la sua mama e drento ghe era anche banane. Sicome el paco viagiava molti giorni le banane era meze marze e la sua nona ghe selieva col cuciarin le parti che era sane. Più de tuto la mia nona magnava pomi, zirieze, uva, amoli e susini. La nona Zanza la la ga imparà far i pomi in camizeta che la me fa anche da mi. Xe boni anche pomi rosti con el zucaro.

Quando la mia nona  era picia non ghe piaseva magnar pasta con la salsa de pomidoro anche se la nona Zanza faceva pasta domestica in mile modi. Invece da mi me piase molto pasta con la salsa e anche  sugo de pomidoro co ‘l tono. Non ghe piaseva nanche pasta co le nose e pasta co ‘l mac che saria semi de papavero e per questo la nona Rosi non la cusina queste due pietanze.      

       La mia nona xe nata in una casa con cortil e vicin de la cantina la nona Zanza tigniva galine fin che non i ga proibido. Prima de Natal la nona Zanza se procurava un dindio che la faceva ingrassar sgnonfandolo de polenta. Natal e Pasqua era grandi feste. Per Natal se magnava bon brodo e el dindio co i capuzi garbi e molti dolci. La nona Zanza era una vera maestra per far oresgnaza ma la faceva anche cuglof,  crafen e buchtel. Invece per Pasqua la nona Zanza ghe faceva bonissime pinze. Quando la nona Zanza faceva le pinze odorava tuta la casa e le era tute giale, tenere e dolci.         
  
         La mia nona non sa far le pinze, così semplicemente la le compra insieme ai sisseri per mi e per la mia sorela.

 PREMIO SPECIALE “ISTRIA-EUROPA” :
 

motto AL CUORE NON  SI COMANDA                                                                             Sarah Pavich  

   Classe II  Liceo Generale Scuola Media Superiore Italiana “Leonardo da Vinci” Buie

                                                                                                                                    Insegnante: Larisa Degobbis

Motivazione: Un bel tema che parte da un bel libro. Lo stupendo Bora scritto a due mani  da Anna Maria Mori andata esule da Pola e Nelida Milani che invece con la sua famiglia rimase nella città della Rena. L'autrice coglie con sensibilità e bravura il dramma vissuto da quelle che allora erano due bambine e ne sa trarre un messaggio universale: "Grazie a questo libro ho capito di dover essere fiera di poter dire di essere bilingue. Penso che esso faccia riflettere, dimostri come alla mente dell'uomo basti una piccola differenza per discriminare e di come sta alle nuove generazioni evitare che ciò accada nuovamente".

  Ho letto un libro che ha lasciato un profondo segno in me

Molte persone vedono i libri come oggetti noiosi o insensati. Spesso però  non capiscono che questi libri hanno un valore grandissimo, che nessun'altra cosa può rimpiazzare.
Ogni libro ci racconta una storia, arricchendola di emozione e avventura,  facendo così dello scrittore un'artista.

Un libro che mi ha colpito molto e che ha lasciato un segno in me è Bora,scritto da Anna Maria Mori e Nelida Milani. Penso che sia un libro che vale la pena leggere perché parla del-l'esodo istriano, che molte persone hanno dimenticato o che non è conosciuto dalle giovani generazioni.

A primo impatto, quando la professoressa di italiano ce lo ha presentato in classe, pensavo si  trattasse di uno di quei noiosi libri di storia in cui si analizza l'esodo dal punto di vista storico con una carellata di date.
Mi sbagliavo.

Questo libro è particolare proprio perché analizza l'esodo dal punto di vista sociale, come lo hanno vissuto le persone a quei tempi. È scritto sottoforma di  corrispondenza epistolare, in cui le autrici si raccontano fatti vissuti e li commentano. È ricco di emozioni, che grazie alla semplicità del linguaggio, vengono trasmesse anche ai lettori. I sentimenti  sono per lo più freddezza, tristezza e rabbia.

Spesso e volentieri le autrici confrontano il punto di vista di quando erano bambine e hanno vissuto l'esodo, con quello di ora, che vivono una vita pacifica, mettendo  in risalto come l'esodo possa influire sulla costruzione dell'io. I bambini a quei tempi non sapevano il perché del disprezzo provato da altre persone nei loro confronti, e questo li rendeva emotivamente vulnerabili.

Non credo che un bambino dovrebbe mai essere vittima di violenza perché parla una lingua diversa o perché frequenta un'istituzione italiana.
Una delle tante altre cose ammirabili di questo libro è la sincerità delle autrici, che senza inibizioni raccontano i fatti che le hanno segnate in giovane età. Loro hanno avuto il coraggio di raccontare le cose come stanno, senza sminuirle. Il contrasto principale del libro è la vita da profughi in Italia, raccontata dalla Mori e la vita da italiani in Croazia, raccontata dalla Milani. Tra le righe possiamo leggere il dolore nel vivere in una terra che non si sente propria, e questo mi fa riflettere  molto.

Come ci si sentirebbe a essere respinti sia dalla terra su cui si abita, sia da quella da cui ha origine la nostra madre lingua? Perché cancellare l'identità di una persona  per adattarla a uno stato? Non penso che ciò sia giusto, sia perché le  persone sono ognuna unica, sia perché uno stato con popolazione bilingue può venir governato e funzionare come uno stato normale. Ogni pagina letta racconta di una verità vissuta da generazioni come quelle per esempio dei nostri nonni. Racconta le difficoltà, le ingiustizie subite dalla
popolazione italiana risiedente in Istria, ma ci racconta in generale un pezzo di storia della regione in cui abitiamo. Oltre a raccontare la storia dell'Istria in generale cita anche episodi  accaduti in varie città.

Una di queste città è la mia.

Non avevo mai sentito prima di ciò che era accaduto agli abitanti del posto in cui vivo, ma leggendo ho capito che la vita per gli italiani non era affatto facile e ciò mi rende triste. Erano e siamo ancor'oggi una minoranza in Istria, come anche in Croazia, e  perciò dovrebbero essere stati tutelati a quei tempi come lo siamo noi siamo oggi.

Col tempo le cose per fortuna sono cambiate e la gente vede gli italiani in Istria come persone,con pari diritti ai loro, e non come "l'individuo che parla una lingua che non è la nostra". Penso che questo sia un grande passo. Grazie a questo libro ho capito di dover essere fiera di poter dire di essere bilingue. Penso che esso faccia riflettere, dimostri come alla mente dell'uomo basti una piccola differenza per discriminare e di come sta alle nuove generazioni evitare che ciò accada nuovamente.


                                                        PREMIO SPECIALE ASSOCIAZIONE “COORDINAMENTO ADRIATICO”:

Elementari:

motto MICIO                                                                                                    Federica Glišić Rota  

   Classe III Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Sezione Periferica di Bassania

                                              Insegnante: Carmen Rota

 Motivazione: Elaborato in modo originale in forma poetica. La visione dalla finestra viene presentata in modo strutturato in più momenti e con rime e assonanze molto ben calibrate. Le strofe presentano dei quadretti veramente evocativi, specialmente nella chiusa in cui la natura sarà la stessa e non cambierà anche durante la vecchiaia.

 

Dalla finestra della mia camera  vedo...  

 Se vardo voltra la mia finestra

vedo alzarse e tramontar el sol

e sento el galo

che lo compagna

cantandoghe sempre

la sua canzon.  

 

Dala mia camereta

la matina

sento el profumo dela tera umida

e le creaturine

che le se dismisia a pian.

 

De sera

dal mio leto

vardo la luna bianca e luminosa

che la sorgi col cantar dei grili

e me indormenzo

scoltando la musica dela note.

 

Vedo un lago drento la luna,

con acqua jazada.

La ciogo in man,

la bevo

la xe fresca

e intanto xe de novo giorno

e el sol se risveia

e tuto riscominzia.

 

Quando sarò vecia

e tornarò casa mia

tornarò in sti loghi

e tuto sarà cambià.

Ma la luna e el sol

sarà sempre i stesi:

la luna bianca e fresca

e el sol caldo e profumà.

 

Medie Superiori:

L’UNIONE FA   LA FORZA!                                                                                             Chiara Bonetti  

   Classe IV  Liceo Generale  Scuola Media Superiore Italiana “Leonardo da Vinci” Buie

                                        Insegnante: Larisa Degobbis

 

 

 

Motivazione: La nipote deve far da guardia al nonno novantenne che  parla il tipico dialetto buiese, senza contaminazioni. E' l'occasione per ribaltare i luoghi comuni sui vecchi seccatori e per far acquisire alla giovane la consapevolezza di quale fortuna abbia di avere un nonno così, cui attingere per mantenere le proprie radici. Tema molto ben scritto, le frasi parlate in dialetto, che rende benissimo il rapporto nonno-nipote in un centro come Buie, un vero faro per la cultura italiana in Istria, trasmettendo un messaggio positivo. 

                             I nostri veci ne conta -I nostri nonni ci raccontano

  A volte, anzi, quasi sempre, non ci accorgiamo nemmeno di quanta fortuna abbiamo avendo ancora i nostri nonni tra noi. Facciamo sempre in modo di far assumere agli anziani caratteri del tutto contrari a quelli che hanno realmente. Ai nostri tempi, ad esempio, vediamo i nostri vecchi come pesi nelle nostre famiglie, come delle persone che devono venir accudite costantemente, come seccatori che disturbano la normale routine dei giovani. Al contrario di come la maggior parte di noi pensa, le persone della terza età costituiscono un enorme bagaglio culturale  contenente usanze, costumi, tradizioni, che ahimè, stanno scomparendo.

A casa mia, un tipico esempio di "vecchio seccatore" è mio nonno: Ermanno B., classe 1922. Fin da sempre lo vedevo come un vecchio brontolone, che fino ad un paio di anni fa se ne stava tutto il giorno in campagna a lavorare alle sue viti o nei campi di ulivi, invece, nei giorni di pioggia, passava le giornate in cantina ad accudire le sue amate botti in rovere. Quando vedeva qualcuno girare per casa, con le mani in mano, gli diceva sempre la stessa cosa : "Forsa, vieme iutar, che quando ti fa el contadin xe sempre cosa far in campo e anche in cantina". Credo che gli manchi terribilmente quello stile di vita, visto che adesso le gambe stanno cedendo e la vista offuscando sempre più ed è costretto a passare tutte le sue giornate chiuso in casa. Lo vedo perduto, come un leone in gabbia, che fino a poco tempo prima correva forte e libero nella savana; lo vedo come un'aquila con le ali spezzate, che deve vivere la sua esistenza a discapito di quelli che gli stanno attorno, per venir accudita e curata giorno e notte. L' unica cosa che lo consola è parlare dei tempi passati, raccontare ai suoi cari le vicende di quando era bambino, passando attraverso le avventure in campagna e quelle passate a Roma ai Giochi della gioventù, e per arrivare infine alle sue avventure trascorse durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale.

Una sera, in particolare, ricordo di esser rimasta da sola a casa con lui, poiché i miei se n'erano andati chissà dove e mi avevano dato il compito di tenerlo d'occhio. Naturalmente, a causa del compito a me assegnato, in me rieccheggiava un solo e stupido pensiero: "Si, tien de ocio el picio de novanta ani che nol se fasi mal", e logicamente credevo di dover trascorrere una serata all'insegna dell'uggia, con mio nonno che ripeteva ogni cinque minuti i soliti versi: "E quando i torna?! Ma dove i xe ancora?! Ghe sarà sicuro nato qualcosa!". In realtà, non si realizzarono per niente le mie aspettative: io e il mio caro nonno novantenne iniziammo a chiaccherare di quanto siano cambiati i tempi da quando lui era bambino quando "el coreva su e zo per Lama", a me che, ammetto, trascorro la maggior parte delle mie giornate chiusa in casa, il più delle volte al computer.

"Quando iero mi picio, no iera dute ste mostronade che gavè deso. Duti i fioi coreva per Cornio e Vila, e anche se i cascava sula giarina, perché quela volta le strade no iera asfaltade, e i se rusava i zenoci, i se alsava denovo e i coreva vanti a ziogar. La gente iera calma, e no se gaveva furia de far duto come deso. La gente qua a Buie viveva de campagna e lavori umili, la domeniga se se faseva el bagno e se andava mesa, e guai a chi tocava la tera, quel faseva solo i foresti."

Sembra strano, ma tra tutte le cose che mi ha raccontato ed insegnato mio nonno, quella che ricorderò maggiormente saranno i commenti che faceva quando passava davanti alla pila di scarpe di tutti gli altri membri della famiglia: "Gavè sento pera de scarpe, e sempre comprè nove. Mi gavevo e go anora do pera: quele par campagna e quele par festa".

Qui a Buie, mio nonno detiene il primo posto tra le persone più anziane, ed è uno dei pochi che conserva ancora il nostro dialetto. Io, con le nuove generazioni, sto perdendo questa usanza in quanto a scuola e anche fuori con gli amici usiamo quel dialetto generalizzato, inserendo dentro qualche parola anche in croato. "Che no te sento parlar cusì", mi ripete mio nonno, "o ti parli in croato o in dialeto. Ma quando ti parli con mi serca de parlar almeno che te capiso".

Ha ragione, adesso a diciott'anni vedo che tutte le tradizioni buiesi vanno pian piano perdute e che di conseguenza, la storia di noi italiani che viviamo tuttora in Istria sta scomparendo. Io, che adesso faccio parte di questa realtà, vedo mio nonno, i miei cari, i vecchi buiesi, la nostra minoranza, come ombre che si stanno volatilizzando man mano che il tempo passa. Bisognerebbe continuare a manterene questa tradizione, insegnando a noi giovani che frequentiamo scuole italiane, l'importanza di far parte di questa minoranza, di questa realtà che stiamo vivendo con noncuranza, lasciando al tempo la sua parte, senza far niente. Scomparendo, rinunceremo alla nostra cultura che da sempre ha caratterizzato l'Italia in passato ed adesso la Croazia, rinunceremo ai valori che accumunano la nostra gente, assieme a tutto il popolo d'Italia e agli esuli scappati dall'Istria negli anni Novanta e adesso sparsi in tutto il mondo. Abbiamo il dovere, anzi l'obbligo di mandare avanti questa cultura, in onore di tutti i nostri nonni che sono rimasti in questa terra, a mantenere le proprie radici, per lasciare ai propri successori la storia di una comunità presente da secoli in queste terre.

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