Premi Speciali

 

PREMIO “ASS.NE per la CULTURA FIUMANA, ISTRIANA e DALMATA nel LAZIO” :

 

MARANTIGA                    Lara Kercan   -   Classe VII

                          Scuola Elementare Italiana “Bernardo Benussi” Rovigno

                                          Insegnante: Ambretta Medelin

 

Motivazione: Da una foto che ritrae un piccolo biondino intento al duro lavoro di scaricare le casse di pesci, la nipotina capisce che il suo eroe, il nonno forte che sfidava il mare, era stato a sua volta un bambino esile come lei e che alla sua età già s’impegnava come un grande.

 

Una fotografia in un cassetto

In una serata piovosa come tante altre di quest'estate, cercando una penna in un cassetto a casa di mia nonna, trovai una foto .
Era in bianco e nero, sbiadita, aveva l'aspetto di una foto molto vecchia. Ritraeva un bambino minuto, con dei capelli chiari, in riva, sul molo,  poggiato su delle casse in legno colme di „sardele e sardoni“. Attorno a lui, altri tre bambini e tre uomini. Stava smistando il pesce da una cassa all'altra sembra.
Presa dalla curiosità, chiesi a mia nonna chi era, e lei, facendosi portare dai ricordi, cominciò a raccontarmi la lunga storia di quella semplice foto. Scoprii che si trattava di mio nonno, aveva circa la mia età.  Rimasi molto colpita dalla notizia, vedendo sempre mio nonno così grosso, forzuto, con le mani grandi e ruvide, segnate dal tempo e dalla salsedine.  Mentre quello era solo un bambino,  le braccia flosce,  le ginocchia deboli e sporgenti e le mani, piccole, poco famigliari.
Mio nonno lasciò la scuola quando era in sesta classe, la famiglia ne aveva bisogno, e tutti i suoi fratelli contribuivano, così volle farlo anche lui. Nonna mi raccontò che fu accolto sul peschereccio del capitano Giovanni Pellizzer Era il più giovane, ma si dava un gran da fare. Con lui sul peschereccio c'era anche suo fratello maggiore, lo zio Luciano, credo.
Il giorno in cui la foto fu scattata, con lui c'erano i suoi compagni di scuola. Ero affascinata dai loro sguardi confusi e curiosi. Ed ero affascinata anche dallo sguardo degli uomini accanto a lui. Lo stavano mettendo alla prova?  O forse lo prendevano in giro perché non riusciva ad alzare la cassa piena di pesci?  Mi venne la voglia di essere lì, a guardarlo lavorare e guadagnarsi da vivere. 
Non sapevo di questo lato di mio nonno, quello del ragazzo che si impegnava così tanto. Sapevo che cominciò a pescare da bambino, ma vedendo quella foto,  lo sforzo dipinto sul viso, rimasi incantata.   Era il mio eroe già da prima, quando sentivo mia mamma raccontarmi le notti in cui, nonostante il tempo, andava a pescare.  Ma lo  ammiro ancora di più ora, sapendo che faceva questo anche da bambino, anche alla mia età.  Sono fiera di mio nonno, che ha lavorato da sempre per aiutare la sua famiglia d'origine prima e per crescere le sue figlie poi. Non si fermava mai mi hanno detto, lavorava giorno e note, in mare d'inverno, con il freddo e la bora e d'estate sotto il sole.
Di lui ricordo le mani scure  e le braccia forti, la voce calda ed il fischio sotto la finestra le mattine quando ci portava il pesce ma soprattutto l'ovetto „Kinder sorpresa“ per me e mio fratello.   Era il nostro campione, mio e di mio fratello,  il campione della gara a remi  con le batane e della cuccagna quand'era giovane, ma da quella foto per me è un eroe ancora più grande. Mio nonno è stato e resta un grande uomo da cui prendere esempio. 

                                        

PREMIO SPECIALE ASSOCIAZIONE “LIBERO COMUNE DI POLA IN ESILIO” :

Elementari:

 

          AMO IL MIO MARE        

Diego Belci, Mauro Belci, Paolo Castellicchio, Marko Cukon, Aleksandar Ćupić, Andrea Delmonaco, Nandi Gruner Bajlo, 

                                         Hana Hubanić, Rebeka Jankulovski, Daniel Katačić, Mateo Knežević, Petra Kovačić, Fabian Matošević,

              Antonio Orešković, Petra Ostović, Fabian Pamić, Veronica Ravarotto, Dorotea Sellan, Tara Sladaković,

                                         Vito Spagnolo, Diego Sošić, Dean Suligij Valli, Nora Šijan, Ervina Škornjak, Lorenzo Zanghirella,

                                          Classe III - a

                                          Scuola Elementare Italiana “Giuseppina Martinuzzi” Pola

                                          Insegnante: Rosanna Biasiol Babić
 

                Motivazione:  " E' un tema di gruppo, in cui ciascuno ha espresso, a suo modo, l'amore per il mare e la propria terra, che ha visto glorie e tanti dolori. Tutti, con grande sensibilità, hanno voluto trasmettere una loro convinzione e un augurio: l'Adriatico unisca per sempre le due sponde e le sue genti e sia la porta verso il mondo intero. ottime l'impostazione e l'esposizione.                    

                                                        

 Tema in pdf: Amo il mio mare

 

 Superiori:

 

PALLAVOLO                            Chiara Kalebić  -   Classe III – Liceo Generale 

                                         Scuola Media Superiore Italiana “Dante Alighieri” Pola

                                                   Insegnante: Annamaria Lizzul

 

Motivazione: Dal saggio traspare un sentito e profondo legame con il proprio luogo natio e l' orgoglio di avere  il privilegio di vivere in città con un imponente retaggio storico - culturale da salvaguardare e tramandare.  L' approccio emotivo - la passeggiata per le vie di Pola, la Pietas Julia romana -rende avvincente e scorrevole il tema, molto curato sotto l' aspetto linguistico."

 

 "Si dice che  Augusto, Dante e Petrarca abbiano passeggiato dalle tue parti… chissà quante personalità della storia e della letteratura hanno visto il tuo stesso panorama...”

 Il solo pensiero che personaggi di fama mondiale con una biografia ben ricca e altamente rispettata abbiano attraversato le stesse strade che io percorro ogni giorno frettolosamente; abbiano respirato l'aria fresca che percepisco dopo la bora che ancora oggi arriva impetuosa e crea un po' di scompiglio; oppure abbiano trovato conforto e pace seduti sulla costa frastagliata in riva al mare desta in me interesse e un senso di profondo rispetto per il patrimonio culturale della mia regione e specialmente della città nella quale sono nata e cresciuta: Pola, la Pietas Julia romana.

Pola è una città piccolina che, però, nel corso della sua lunga storia ha raccolto e tramandato storie riguardanti sia moltissimi avvenimenti interessanti, sia personaggi straordinari che hanno contribuito a renderla così speciale grazie anche al vasto patrimonio culturale di cui può vantarsi.

Molti sanno che il tempio in Piazza Foro è il Tempio di Augsto, ma pochi si chiedono perché sia dedicato a colui che è stato niente meno che il primo imperatore romano. E bene sì, lo ha fatto costruire lo stesso Augusto che va doverosamente  ringraziato soprattutto per aver voluto costruire il nostro magnifico, unico Anfiteatro e altri monumenti ancora oggi intatti e protetti che sono il vanto della città di Pola. Chissà qual è stato il motivo che lo ha portato a prendere quella decisione, a riporre fiducia nella città e a puntare sul suo sviluppo? Sarà stato il fatto che Pola e Roma fossere ambedue costruite su sette colli?, oppure la posizione geografica favorevole e strategica?, o il clima mite e la natura ideale, e quindi fonte di sicuro sviluppo?

Indipendentemente dalla risposta, gli sono immensamente riconoscente per aver scommesso sulla crescita di Pola e lo ringrazio per poter io ancora oggi rivivere quell'atmosfera e ammirare il paesaggio che aveva affascinato il grande imperatore.

Continuando il mio percorso storico (faccio un salto di qualche secolo…!) eccomi catapultata nel Medioevo, periodo difficile ma cruciale per le sorti dell'umanità. Pochi allora avevano la forza e il coraggio di rendere pubbliche le proprie idee e i propri pensieri, ed è appunto per questa ragione che, coloro che ci sono riusciti, saranno sempre ricordati nella storia.

Uno dei più grandi sia a livello nazionale, ma anche mondiale, fu senza alcun dubbio Dante Alighieri da molti considerato non solo il padre della lingua italiana, ma pure della letteratura italiana. Ed è proprio Dante che nel suo capolavoro cita la città di Pola:

Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,

sì com'a Pola, presso del Carnaro

ch' Italia chiude e suoi termini bagna,

fanno i sepulcri tutt'il loco varo,

 (Divina Commedia, Inferno,  Canto IX, vv 112-115)

È per me motivo di grande orgoglio che il nome del mio luogo natio sia ricordato in una delle più prestigiose opere letterarie a livello mondiale, e che il Sommo poeta l'abbia conosciuto. Si suppone, infatti, che Dante sia venuto da queste parti, ma non ci sono documenti che possano provarlo. Però, immaginarmi che il poeta abbia passeggiato per le calli polesane e che in seguito, rientrato nella sua Firenze, gli siano ritornati alla mente scorci della mia città tanto da decidere di parlarne nel suo poema, mi rende felice e fiera perchè significa che neache il sommo Dante poté resistere al fascino che Pola esercita e che tocca il cuore di ogni visitatore.

Ma non si pensi che Pola abbia ospitato solamente personalità del lontano passato perchè non sarebbe corretto. Correva il XX secolo e uno dei più grandi, apprezzati e innovativi autori di quell'epoca trascorse un periodo della sua vita a Pola e il suo nome, ossia il suo pseudonimo, era James Joyce. Assieme a sua moglie Nora Barnacle Joyce (che fu anche la sua musa ispiratrice), all'inizio del 1900 per qualche mese soggiornò nella città dell'Arena per insegnare inglese. Ancora oggi uno dei bar polesani più conosciuti si chiama "Uliks/Ulisse" - come il romanzo-capolavoro dello scrittore irlandese -  e si trova a pochi passi dal luogo in cui Joyce teneva le sue lezioni. Vicino all'entrata c'è perfino una interessantissima statua in bronzo di Joyce seduto rilassato con il giornale in mano e con lo sguardo ammirato rivolto verso l'Arco dei Sergi. Arco che, guarda caso, è uno dei più bei monumenti romani che la potente famiglia dei Sergi fece erigere nel I secolo a proprie spese in onore di tre suoi avi. E questa è un'ulteriore prova che grandi personalità a livello internazionale hanno stimato la mia città perché generosa di bellezza, pace e tranquillità.

Pola è in continuo sviluppo ed espansione grazie anche all'incremento del numero di visitatori attirati sicuramente dalle sue inestimabili ricchezze artistico-culturali ma anche dal desiderio di provare l'ebrezza di passeggiare nei suoi pittoreschi vicoli rivestiti da lastre di pietra su cui sin dai tempi lontani hanno camminato personalità illustri.

 
PREMIO SPECIALE “ISTRIA-EUROPA” :

 

OWILDE 21                      Adamandia Sofia Pashalidi Koželj -   Classe III – Liceo Generale 

                                      Scuola Media Superiore Italiana “Dante Alighieri” Pola

                                         Insegnante: Annamaria Lizzul

 

Motivazione: L'autrice di questo elaborato, sicuramente molto ben scritto, pone l'accento sul diverso metro temporale che ha la natura rispetto a quello degli uomini.
Pola è stata, è, e sicuramente sarà, indipendentemente da chi l'ha abitata, vissuta, amata. Ma benevole sembra sorridere e accogliere tutti come una madre.

"Si dice che Augusto, Dante e Petrarca abbiano passeggiato dalle tue parti...chisa quante personalita della storia e della letteratura hanno visto il tuo stesso panorama... "

Pola  è una città  che ha una lunga storia. È sorta su fondamenta ancora più vecchie di lei stessa e nell'arco dei secoli è stata una città di transito: numerose culture, diversi popoli e lingue si sono incrociati in questo territorio in epoche passate.  Pola è caduta sotto differenti dominazioni: dai romani, ai veneziani, fino agli austriaci, agli italiani e agli jugoslavi. È stata per secoli  un porto militare grazie alla sua favorevole posizione strategica. Oltre al profitto che ne ricavavano, tutti questi popoli la volevano conquistare anche per il suo magnifico panorama che, ovviamente, si è mantenuto nonostante lo scorrere del tempo.

È meraviglioso pensare al fatto che personaggi come Augusto, Dante, Petrarca, Agrippina e James Joyce abbiano camminato lungo la stessa strada, visto lo stesso Anfiteatro, passeggiato negli stessi boschi, ammirato lo stesso mare che ammiro anch'io.

Al tempo di Augusto vedo Pola vestita in stile romanico antico con costruzioni simili al suo Tempio. La Pietas Iulia è stata la copia in formato ridotto della Città Eterna essendo stata costruita su sette colli. Penso che per gli imperatori sia stato un ambiente molto piacevole e rilassante, una città piena di  armonia ed eleganza e nella quale anche Agrippina ha voluto avere la sua villa per le vacanze. Posso pure, senza difficoltà, immaginare il poeta Petrarca che andava "mesurando a passi tardi e lenti" per Pola, un'urbe né tanto grande né troppo popolata, per trovarvi rifugio in natura vicino al mare dove scrivere i suoi bellissimi sonetti mentre uno "zefiro" faceva danzare le onde e le foglie degli alberi. Sono dell'idea che anche Dante e James Joyce  avessero bisogno di un ambiente rilassante e meraviglioso e con la cui natura instaurare un dialogo. Pensando a loro posso definire Pola "città degli scrittori" unica per la sua semplicità e bellezza; un luogo dove l'anima si trova a proprio agio, dove in un momento di riposo basta alzare lo sguardo e godersi il bellissimo paesaggio; un ambiente in cui la mente non è bombardata - come nelle grandi metropoli - dalla pubblicità che si impossessa in qualche modo del nostro essere non dandoci la possibilità di respirare a pieni polmoni.

Pola è una città piena di tracce di culture varie che convivono in modo elegante ma il suo punto forte è, senza alcun dubbio, il suo affascinante paesaggio che, sono sicura, era lo stesso nelle epoche passate a differenza delle altre componenti della città che cambiano di continuo, come ad esempio l'archittettura, i trasporti ecc.

Tutti gli aspetti urbanistici mi incuriosiscono perché mi riportano indietro negli anni, ma mentre ogni oggetto vive il suo momento di splendore, la natura ha qualcosa di speciale, è eterna: i prati che vedo oggi erano lì anche prima, il panorama è sopravvissuto agli eventi, è stato immortalato ed ha conquistato gli sguardi di tutti i viandanti famosi che vi hanno transitato.

Pola continua a riflettersi nel suo mare e aspetta fiduciosa l'arrivo di nuovi visitatori che scopriranno il suo antico splendore e si godranno il meraviglioso panorama dai quattro bastioni del Castello che domina il centro storico.

 

PREMIO SPECIALE ASSOCIAZIONE “LIBERO COMUNE DI FIUME IN ESILIO” :

 

Elementari:

 

LILI                                             Lara Grozdanić   -   Classe VII

                                      Scuola Elementare Italiana “San Nicolò” Fiume

                                                   Insegnante: Sara Vrbaški

 

Motivazione: "I bisnonni della narratrice avevano a Kostrena una "baracca" signorile, dove, ai bei tempi, con ospiti a decine, passavano l'estate allegramente con grigliate di pesce. La felice Fiume di una volta rivive in questo tema. Ora il luogo è abbandonato e i momenti bellissimi di quel tempo, come dice la nostra Lili in un buon italiano, rimangono solo ricordi in una foto.

Una fotografia nel cassetto

 Un giorno, volendo fare una sorpresa a mia nonna, mi sono messa a fare ordine nel suo soggiorno. Pensavo di sapere tutto quello che la nonna teneva nei cassetti della credenza, un mobile antico, sempre in ordine, senza mai un filo di polvere. Invece, per mia sorpresa, ho aperto l'ultimo cassetto in basso e tra tante carte, buttate lì a caso (o almeno cosi mi è sembrato), ho trovato una scatola con dentro tante vecchie foto e una busta gialla. Curiosa per natura, e sapendo che i miei nonni non hanno alcun segreto con me, l'ho aperta ed ho trovato una foto con un signore e una signora in costume da bagno, abbracciati. Mi sono piaciuti subito, mi sembravano felici e divertiti, abbronzati e sereni.

Sono corsa da mio nonno in cucina a chiedere chi fossero questi due bei signori anziani, e con mia grande sorpresa mio nonno mi ha detto che erano i suoi genitori, ovvero i miei bisnonni : Juli e Lili. Come mai due nomi così strani? Io so che i genitori di mio nonno si chiamavano Giuliana e Paolo. Beh, certo, erano fiumani cresciuti in Cittavecchia, e dalle storie di mio nonno avevo subito capito che erano dei soprannomi tanto amati dai vecchi fiumani.

Ho chiesto a mio nonno se sapesse dove sia stata scattata la foto e lui mi ha subito risposto dicendomi che in quel posto io ci sono stata tante volte. In quella spiaggia, in quel mare avevo fatto i primi bagni.

Infatti, quella foto era stata scattata a Kostrena, o meglio Žurkovo, dove i miei bisnonni avevano una casetta sulla prima spiaggia dell'odierna passeggiata lungomare. La chiamavano „baracca“ ma era molto più di una baracca, aveva una grande cucina, un soggiorno con dei divani che si aprivano e diventavano dei comodi letti, un bagno con la doccia, tutto fatto in legno dal mio bisnonno che di mestiere faceva il falegname. I miei bisnonni ci vivevano da maggio ad ottobre, lasciavano la casa in città e si trasferivano „al mare“. Lì invitavano tantissimi amici, e anche quando mia mamma era piccola, ogni giorno venivano al mare anche 20 o 30 persone, facevano dei bei pranzi, grigliate di pesce all'ombra degli alberi dietro alla „baracca“ e mia mamma ci ha passato tantissime estati. La cosa più bella è che pure io ho fatto tanti bagni in quella spiaggia da piccolisssima, quando la mia bisnonna era ancora viva e quando, a volte si usava andare ancora fino alla „baracca“. Ora purtroppo non ci va più nessuno. I bisnonni non ci sono più da anni, la mia bisnonna è morta quando io avevo 2 o 3 anni, e si sono persino perse le chiavi. Tutto è abbandonato. Mio nonno parlava ancora, ma io mi sono persa in quella foto, i miei bisnonni, i miei nonni, mia mamma e pure io, un po' di momenti bellissimi trascorsi in quela baracca e che ora rimangono solo ricordi e una foto.

Però è bello sentire gli episodi raccontati dal nonno e guardare la foto, mi sembra di viverli.... così il momento in cui mia mamma che aveva circa 6 o 7 anni, è uscita urlando di dolore dal mare ed è corsa dalla  nonna dicendo che qualcosa l'aveva morsa sulla pancia. La sua nonna ha dato un'occhiata e ... sì, si trattava di un segno di medusa, ha tagliato una patata, gliel'ha messa sopra la macchia rossa della medusa e le ha detto di premere. Dopo un paio di minuti, mia mamma era già di nuovo in mare.

Un altro aneddoto che mi ha fatto ridere ancora di più, sempre con gli occhi fissi su quella foto che mi stava sempre più a cuore, è la storia del mio bisnonno Lili, che di mestiere faceva il falegname ma era un pescatore bravissimo. Ogni giorno prendeva la sua barca che era legata giusto lì davanti alla baracca ed usciva in mare aperto poco prima di sera e dopo un paio di ore tornava con non meno di un paio di chili di pesci. Mia mamma voleva andare un giorno con lui a pescare e dopo averlo pregato per tutto il giorno, lui, da vero nonno, l'ha presa con sé. Beh, quella sera sono rientrati molto prima e alla domanda se avevano pigliato tanti pesci, il mio povero bisnonno ha lanciato un'occhiata a mia mamma che sorrideva divertita. Non avevano preso nulla, neanche un pesce perché mia mamma, bambina chiacchierona non faceva che parlare e ridere e cantare invece di far silenzio per non farsi sentire dai pesci. Quel giorno era iniziata ma anche finita la „carriera“ di pescatore di mia mamma.

 Ecco, mi fermo qui, ma ci sono ancora tantissime storie che mio nonno mi ha raccontato legate a quella foto, ai suoi genitori, ai miei bisnonni. Ed oggi vi posso dire che anche se ho rimesso nella busta gialla la foto, me la porto nel cuore, e nel momento in cui  potrò averla per me, ne farò tesoro.

Una foto, mille storie ed un valore inestimabile.

  Superiori:

 

D’ANNUNZIO                              Enea Dessardo -   Classe III – a

                                     Scuola Media Superiore Italiana Fiume

                                                     Insegnante: Emili Marion Merle

 

Motivazione: "Un giovane fiumano rivendica all'impresa di d'Annunzio il diritto di essere ricordata e giustamente, perchè la storia è storia e non va cancellata, e perchè egli rivive nel paesaggio che lo circonda importanti pagine del passato.

 

 "Si dice che  Augusto, Dante e Petrarca abbiano passeggiato dalle tue parti … chissà quante personalità della storia e della letteratura hanno visto il tuo stesso panorama...” 

Dopo la Prima guerra mondiale lo status di Fiume era una questione controversa e poco chiara. Con la fine dell’Impero austroungarico finiva anche la pluricentenaria occupazione della città. O almeno, così avevano sperato i suoi abitanti. Smantellato uno dei più grandi imperi della storia, molti popoli avevano trovato la propria libertà: gli Ungheresi, i Cechi, gli Slovacchi, i Polacchi. Anche gli Italiani, però solo in parte. I triestini sì, i fiumani no, era questa la decisione delle grandi potenze: Fiume non era, nonostante la maggior parte della popolazione lo fosse, abbastanza italiana per gli Inglesi, per i Francesi, gli Americani. Che oltre a non liberare la città, la occuparono pure. Per dire, oltre al danno, la beffa. E quando un gruppo di ufficiali francesi osò strappare il tricolore italiano da alcune vesti delle donne fiumane, provocando una giusta reazione dei cittadini impauriti, che cosa decisero di fare, a Parigi? Accusare i soldati italiani, intervenuti a sostegno dei loro compatrioti, e sciogliere il Consiglio Nazionale Fiumano, uno degli ultimi organi rappresentativi della città stessa, ormai abbandonata al proprio destino. Bisogna dire però che la colpa non fu solo delle grandi potenze. Lo stesso Regno d’Italia, infatti, non si prese appieno le proprie responsabilità in quanto non riuscì a far valere i propri argomenti a Versailles, in quanto non riuscì a integrare una città che da tempo sognava di far parte del proprio stato nazionale. In questi tempi cupi e incerti per Fiume, una sola persona decise di intervenire a suo favore: Gabriele d’Annunzio.

Molti lo conoscono per le sue poesie, certi per il suo ruolo nella Prima guerra mondiale, ma non tutti sanno dell’Impresa di Fiume. Era il 12 settembre del 1919 quando un gruppo di legionari partì da Ronchi, vicino a Monfalcone, con una sola idea in testa: “O Fiume, o morte”. Questo gruppo di coraggiosi soldati, capitanati da d’Annunzio stesso, decisero di fare la cosa giusta in barba alle grandi potenze. Nel pomeriggio, il Vate proclamò l’annessione all’Italia dal Palazzo del Governo, provocando un esplosione di gioia nella città. Il giorno dopo, con pochissime vittime, le truppe straniere abbandonarono Fiume, che dopo tanto tempo poteva dirsi liberata. Ma la questione, purtroppo, non era chiusa. Il governo italiano non riconobbe l’annessione e neanche i futuri negoziati portarono a un accordo. Infastidito, arrabbiato, tradito, d’Annunzio dichiarò la neonata Reggenza Italiana del Carnaro stato indipendente, fornendola anche di una delle costituzioni più all’avanguardia dell’epoca (per citare l’articolo 5 “La Costituzione garantisce inoltre a tutti i cittadini, senza distinzione di sesso, l'istruzione primaria, il lavoro compensato con un minimo di salario sufficiente alla vita, l'assistenza in caso di malattia o d'involontaria disoccupazione, la pensione per la vecchiaia, l'uso dei beni legittimamente acquistati, l'inviolabilità del domicilio, l'habeas corpus, il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario o di abuso di potere.”). Ma non durò a lungo: il 25 dicembre del 1920, il “natale di sangue”, segnò la fine delle ambizioni di d’Annunzio. I legionari vennero sconfitti e il poeta costretto a ritornare in Italia. Un po’ di soddisfazione la ebbe almeno la città, però: rimase indipendente per alcuni anni e poi, nel 1924, venne finalmente unita all’Italia.

Un personaggio geniale quanto controverso, per me d’Annunzio rappresenta sicuramente la più grande personalità della storia, ma anche della letteratura ad aver visto il mio stesso panorama. Passionale, idealista, combattente, tutto fuorché banale, Gabriele d’Annunzio è riuscito a lasciare il segno nella storia, nella politica, ma anche nella vita di tantissima gente. Non solo attraverso le sue poesie, ma anche attraverso la meno nota Impresa di Fiume. Che non dovrebbe mai essere dimenticata.

 PREMIO SPECIALE “FAMÌA RUVIGNISA” :

 

Elementari:

 

BRANSIN                          Alessio Giuricin   -   Classe VIII

                             Scuola Elementare Italiana “Bernardo Benussi” Rovigno

                                          Insegnante: Vlado Benussi

Motivazione: Bella storia in dialetto rovignese che rivela, attraverso il racconto del nonno, l’anima profonda della cittadina istriana nata sullo scoglio di Monto e dove le storie dei “pascaduri” sono piene di pesche miracolose.

Tema in pdf: Bransin

 

Superiori:

 

LAVE123                                         Laura Verdnik - Classe I – Liceo Generale

                                                    Scuola Media Superiore Italiana Rovigno

                                                        Insegnante: Patrizia Malusà Morožin

Motivazione: Un bel tema con un intreccio di ricordi di nonni istriani con diverse provenienze ma tutti intrisi della loro profonda saggezza ben intesa dalla nostra autrice e condensata in questa frase: “I nonni sono scrigni di ricordi, la loro memoria è fondamentale per tramandare e conservare le tradizioni.”

I NONNI RACCONTANO

I ricordi più belli appartengono al periodo della mia infanzia trascorsa a casa dei nonni. Siccome a quel tempo entrambi i miei genitori lavoravano, passavo molto tempo con i nonni che, come ben si sa, hanno sempre qualche storia in serbo da raccontare ai propri nipoti. Come la maggior parte dei rovignesi, io ho imparato il dialetto molto prima dell'italiano. Ormai non sono molte le persone a parlano, ma a casa dei nonni era la nostra lingua ufficiale.

Le storie dei miei nonni non sono solo ricordi del loro passato e dei bei tempi andati, ma sono insegnamenti che ci fanno capire quanti sbagli facciamo nella vita, o forse fungono da monito per non commetterne. Di storie sulla vecchia Rovigno e sulla loro gioventù ne ho sentite tante, ma la maggior parte delle volte lo stesso racconto cambiava e assumeva dei particolari diversi se veniva fatto dall'uno o dall'altro nonno. Nonostante le storie interessanti e a volte anche divertenti, a me, che a quel tempo ero una bambina di soli quattro anni, piaceva molto di più il tempo trascorso a passeggiare per le vie di Rovigno. Passeggiando in compagnia del nonno cercavo d'immaginare com'era una volta la mia città, in base alle storie che sentivo raccontare dal nonno lungo il cammino.

La realtà di allora era molto diversa da quella attuale. Viviamo in un mondo ormai virtuale e superficiale, mentre una volta, come dicono loro, tutto era migliore, la gente non possedeva molto, ma si viveva semplicemente e in armonia. Il lavoro non mancava, si trovava sempre il tempo da dedicare alla famiglia e la sera era dedicata ai raduni tra amici e „compari“. Le persone erano unite e felici ed avevano uno stile di vita sano e tranquillo. Un'altra cosa della quale non ci accorgiamo è che oggigiorno siamo circondati da una marea di oggetti futili, perciò perdiamo molto del nostro tempo inutilmente, al computer o sui social network, mentre una volta si possedevano le cose indispensabili, senza pretendere di volere di più. È ironico che al nostro tempo, nonostante la tecnologia, non si riesca ad arrivare in tempo da nessuna parte, mentre prima si possedeva solo il telefono (o nemmeno quello) ma la gente si comportava in modo responsabile, non era costantemente in ritardo, la fretta era un concetto quasi inesistente, insomma si viveva in un modo semplice e genuino.

Le mie nonne invece hanno avuto una storia diversa, la storia degli abitanti dei villaggi istriani. Mia nonna è nata in un villaggio di nome Ćubani, e varie occasioni mi ci ha portato per mostrarmi dov'era cresciuta e raccontarmi le abitudini giornaliere del suo tempo. Anche se lavorava molto, dice sempre che la sua infanzia è stata bella. La cosa che adoravo era preparare i dolci con lei. L'altra mia nonna, invece, mi raccontava spesso storie legate all'infanzia di  mio padre, di come fossero l'istruzione e le regole di quel tempo. Mio nonno Duilio mi raccontava storie tristi, ma riusciva sempre a renderle divertenti. Avendo avuto un'infanzia misera e difficile, spesso ripete quelle storie che lo hanno toccato di più, come il fatto di aver perso il padre in guerra all'età di soli cinque anni. Purtroppo a quel tempo erano molti gli orfani di guerra e sicuramente la mancanza di un genitore, come il fatto di essere vissuti in un periodo così triste della storia, ha segnato profondamente la loro vita. Le sue storie mi toccavano profondamente e mi rendevo conto di quanto fossi fortunata.

I nonni sono scrigni di ricordi, la loro memoria è fondamentale per tramandare e conservare le tradizioni. I nonni hanno un posto speciale nel cuore dei propri nipoti, loro sono coloro che riescono a mantenere vivi i ricordi di intere generazioni tramandandoli ai propri nipoti. Anche noi abbiamo a nostra volta il compito di tramandarli alle generazioni future, per non perdere di vista il passato, imparare da esso e mantenere vive le nostre radici. I loro racconti rimarranno nella mia memoria per sempre, sono ricordi preziosi che hanno reso la mia infanzia speciale.

 

 REGIONE ISTRIANA - ISTARSKA ZUPANIJA

 

 

PREMIO SPECIALE “REGIONE ISTRIANA” - Scuole con lingua d’insegnamento italiana situate nel territorio della Regione Istriana - Categoria “a“:

0SPECIJALNA NAGRADA “ISTARSKA ŽUPANIJA” – Škole s nastavom na talijanskom jeziku, na području Istarske županije - Kategorija “a“:

 

Elementari – Lavori individuali:

 Osnovne škole – Individualni radovi:

 

TWEETY  

Nora Đurić   -   Classe VII

Scuola Elementare Italiana “Giuseppina Martinuzzi” Pola

Insegnante: Ingrid Ukmar Lakoseljac

 

TWEETY  

Nora Đurić   -   VII. razred

Talijanska osnovna škola “Giuseppina Martinuzzi” Pula

Nastavnica: Ingrid Ukmar Lakoseljac

 

Motivazione: Le nozze della sorella raccontate dalla nonna nel sapido dialetto gallesanese danno uno spaccato della vita dei primi anni del dopoguerra. Pochi i beni materiali (alcuni fatti arrivare dai parenti da Torino), niente ristorante ma tanta partecipazione di tutto il paese con allegria a volontà. e si mangiava per due giorni di fila perché frisideri no ne jera.

 

Obrazloženje: Sestrina svadba koju baka duhovito prepričava u galižanskom dijalektu, daju uvid u životne prilike prvih godina poraća. Malo je bilo materijalnih dobara (nekolicina ih je stizalo od rodbine iz Torina), nije bolo restorana, ali su snage cijelog sela bile ujedinjene, vesele i s puno dobre volje. Jelo se dva dana za redom jer hladnjaka nije bilo. 

I NONNI RACCONTANO

„Le nose de me soro“

Spesso di sera prima di andare a dormire  io e mia sorella ci mettiamo attente ad ascoltare la nonna che ci racconta episodi della sua infanzia. Tra i tanti racconti ho scelto di raccontare le nozze di sua sorella Nina.

E cosi' inizia a raccontare in dialetto gallesanese. 

     Jera el 1953 e vevi nove ani. Jeri la piu` picia, Ciarela, l'ultima de sinque fioi. Me soro Domenica, ma per duti Nina, la veva disdoto ani piu` de mi.

     Voi non save` el desiderio piu` grando che mi vevi quando che jeri picia: xi a nose de qualchidun!

     E finalmente xe riva` anche sto beato giorno: le nose de me soro. Mi me sentivi al setimo ciel, e con le me amiche non fevi altro che contaghe come che sare` vestida quel giorno dele nose. Vevi un vestito rosa, i sandali xali, i calsini bianchi e la borseta rossa tonda.

     Poi me ricordi dei preparativi dela ultima setemana che jera la piu` movimentada. Per casa gireva tanta zento e parenti che judeva a fa i dolsi: biscotti, busoladi, fogase e busoladi de pan.

     I busoladi se buteva quando che i sposi vigniva fora de cesa, e del barcon quando se xeva  a vedi i regali a casa dei sposi. Quela volta no esistiva confeti per buta`.

    Fora jera  pien de xento curiosa, i fioi feva barufa e i se buteva fin pertera per ciapa` i busoladi.

    Deso che me ricordi, via dei confetti gnanche le torte jera de moda quela volta.

     Le nose se feva a casa del sposo. Per fa la festa se 'mpresteva la roba, e cusi` ghe voleva zi`  per Galisan col sesto de paia a cio`: biceri, piati, cuciari, pironi, tovaje, tovajoj, bocalete, bosoni, cichere, pignate grande, un po de duto, perche` la xento una volta non veva tanta roba in casa. E chi cognoseva ristoranti 'n ton quei anni, jera miga come deso. Le feste se feva dute 'n casa. Se maseva el vedel, se salveva el prisuto del'ano prima, el formaio de pegora, el vin piu` bon, duto fresco e de casa. Le famee dei sposi feva duto a meta`, anche le galine per el brodo.

     Me cogna` steva a Canale, fora de Galisan. La` no jera né luce, né acqua, ma i se jo rangia losteso. A i jo 'mpresta` tante lume e ferai a petrolio per fa ciaro ala sera, e per l' acqua i veva i bidoni.
      E finalmente xe riva` sto belisimo giorno che mi tanto spetevi. I se jo sposa` de domenega despoi mesogiorno. Li jo sposadi Don Garbin. Vardevi me soro come che la jera bela coi cavei risi (la veva tignu` duta la noto i stopini in suca). El so vestito jera de color cipria, con el soprabito crema a spin de peso. Le scarpe, la borseta e i guanti jera de camoscio negro che ghe veva manda`me sia de Torino col paco per posta. A Pola, despoi la guera non se cateva gnente.

     Ma spete` deso che ve conti anche come che jera vesti` el sposo, Piero. Alora,el veva el vestito maron a dopio peto, la camisa bianca con la cravata a righe. Le scarpe le jera negre con le spighete e tol scarselin dela jaketa el veva un fasoletin bianco. El jera petena`con una bela mascagna, el se veva meso anche la brilantina sui cavei per via che ghe tegna la mascagna e che non el se despetena.

     Me pare quel giorno la jo compagnada in cesa con duti i parenti de drio. Jera la prima fia, e mi vedevi me pare duto emosiona`. Me mare 'nvesi jera a casa, perché quando se sposa la fia, la mare varda la casa e non la va ale nose.

     Ale nose jera anche el sonador de Pola, al jera anche un po soto, ma tanto alegro. El fotografo 'nvesi se jo desmentega` de vigni`, cusi` che i sposi no jo` mai avu` una fotografia de quel giorno cusi` bel.

      Quando che i sposi xe vignudi fora de cesa i jo` buta` i busoladi, poi  con duti i invitadi, semo xidi 'n Lumel a vedi la camera e i regali. Xora al leto jera stivadi i regali, quasi duto biceri de vetro e qualche cichera, un per de broche, una lavapiati de smalto roso scuro con qualche cuciar de legno e un scolapasta de smalto bianco. Del barcon i sposi, i jo` buta` i busoladi, e poi con la damiana de vin e la bocaleta, a gambe semo xidi xo` per la cal fina a Canale. Rivadi a Canale, le femene con la traversa bianca ne speteva 'n corto con i bicerini de acquavita. Poi, le ne mandeva 'n casa su per le scale, ola che i veva pronta`doi camere per la festa. Duto 'n torno i veva meso le banche con le tovaje bianche e i scagni. Sul muro jera 'mpicade tante lume e ferai, e mi no savevi gnanche a che  che i servo. Despoi el rebechin (antipasto) co jo` scominsia` a fa scuro, i jo inpia` ste lume. Per mi che vevi la luce a casa jera come un sogno, me pareva de esi in cine. Le ombre sui muri se moveva come quele 'n toi film. La xento canteva e se fregheva i oci per via del fumo dei spagnoleti e del fumo del petrolio dei farai. Per via de sto fumo, ogni tanto qualco lagrima ne coreva xo per el muso e alora xevono 'n corto a ciapa`un po de aria bona.

     Per mi ste nose jera un spetacolo belisimo, anche perché le jo dura` doi giorni. Bisogneva continua` la festa anche el giorno drio, per via dei avansi de magna` che jera restadi. Frisideri no ne jera, e alora ghe voleva magna` duta la roba che jera restada per via che no la vaga de mal.

     Finidi duti sti festegiamenti, ghe voleva oto giorni de lavor per torna` duta la roba 'mprestada. E ala fin fine, ancora no jeri del duto contenta e je scominsia`subito a domanda`:  - ma quando fare` un pupo?-

     Volevi esi sia, ma non savevi che ghe voleva speta` nove mesi per via che la cicogna lo porta!

    

Elementari – Lavori di gruppo:

 

CASTELLO  

Classe I: Damjan Blašković, Lana Kljajić, Nino Miškulin, Chrysel Marušić, Aron Paoletić, Manuel Vidonis

Classe II: Sandi Božić, Maximilian Brajković, Filip Ištoković, Ayrton Eligio Boccali

Classe III: Alex Flego, Gordana Garaj Denić, Enea Topani

Classe IV: Martina Biloslavo, Jessica Štokovac

Scuola Elementare Italiana “Edmondo De Amicis” Sezione Periferica di Momiano

Insegnanti: Serena Kljajić, Marino Dussich

Talijanska osnovna škola “Edmondo De Amicis” Područna škola Momjan

Nastavnici: Serena Kljajić, Marino Dussich

 

Motivazione: Un tema, o meglio un lavoro di ricerca, ben fatto da far invidia a tanti studiosi del folklore tanto è preciso e ben scritto con in più il tocco naïf, che non guasta, dei disegnini degli alunni più piccoli: bravi!!

 

Obrazloženje: Tema, odnosno istraživački rad, toliko izuzetno obrađen da bi mu mogli zavidjeti mnogi znanstvenici koji proučavaju folklor, jer je toliko precizan i dobro napisan. Tu  je i djelić naifa, koji nije na odmet, a čine ga dječji crteži: bravo!

 

 

Tema in pdf: castello 2015

 

 

Superiori – Lavori individuali:

Srednje škole – Individualni radovi:

 

 

VIVA                                                           Alessandro Bose  -   Classe II

Liceo Generale Scuola Media Superiore Italiana “Leonardo da Vinci” Buie

Insegnante: Fiorella Biasol

II.razred

Opća gimnazija Talijanska srednja škola “Leonardo da Vinci” Buje

Nastavnica: Fiorella Biasol

 

Motivazione: Un bel racconto scritto con proprietà di linguaggio, in una corretta alternanza tra italiano e dialetto. L'autore sottolinea, con affetto, che i nonni possono essere insieme memoria storica e guida. Peccato che nel tempo che stiamo vivendo, si trovi un momento per fermarsi ad ascoltare solo quando le circostanze, come nel caso di questo black out, ci costringono a farlo.

 

 Obrazloženje: Lijepa pripovijetka znalački napisana, uz naizmjeničnu uporabu talijanskog jezika i dijalekta. Autor naglašava s ljubavlju da djedovi i bake mogu biti istovremeno izvor sjećanja i voditi ih kroz život. Šteta što u vremenu u kojem živimo, pronalazimo trenutak kad zastajemo i poslušamo samo kad nas prilike, kao u slučaju ovog pomanjkanja struje, na to prisile.

 

Mio nonno racconta...

Proprio non ci voleva! Questo temporale ha fatto saltare la corrente elettrica e ora dovrò ben aspettare che gli operatori elettrici riescano a riparare i danni di questo tempaccio. La pioggia ed i temporali quest'anno sono all'ordine del giorno... sembriamo bersagliati da lampi e fulmini che ci vogliono castigare perché idolatriamo la corrente elettrica come un dio dell'antichità.

Eh già, ma come faccio a giocare al computer senza corrente elettrica? Non mi resta che trovare un'alternativa per trascorrere qualche ora prima di andare a dormire.
 
Ma sì, ho deciso, vado a trovare nonno Bruno che ha messo mano al prosciutto e così mi mangio un buon panino e parlo un po' con lui.
Busso alla porta dei nonni perché il campanello non funziona senza corrente elettrica, nessuno mi risponde, provo ad aprire la porta che non è chiusa a chiave, così entro e trovo i nonni in salotto che a lume di candela sfogliano vecchi album di famiglia.
 
,,Nono, non gavè sentido che batevo la porta?" Naturalmente sono così assorti ad ammirare le fotografie che si accorgono di me solo quando sono dinnanzi a loro - I ladri podesi portarve via duto, che non ve acorgesivo de niente".

Il nonno ribatte:"Ma cosa te vol che i rubi, qua dentro gavemo solo roba che ga valor per noi e che a i altri non ghe intaresa. Vien qua che te mostro un poco de foto de parenti che xe morti prima che ti te nasi...almeno un giorno te te ricordarà chi che iera."

Consiglio di scrivere il loro nome dietro alla fotografia e di specificare il grado di parentela, almeno così saprò di chi si tratta.
Mi siedo accanto al nonno e il mio sguardo è attratto da una vecchia foto ingiallita che ritrae un uomo anziano in un prato mentre pascola le mucche e alle spalle una casa istriana in pietra.
 
,,Nono, chi xe questo?"
 
Nonno: ,,A chi el ghe somiglia?"
 
,,Me par che te son ti"

Nonno: "Perché xe mio papà, e questa xe la nostra casa prima che la ristruturemo.

,,Ma nono solo i due alberi de casia davanti xe riconoscibili."

Nonno: Questa casa xe stada costruida verso el 1890 come magazin per ordegni de campo e come stala per le armente che ghe serviva per arar i campi da parte dela fameia Sanson, te go xa contà che mia nona iera una Sanson e i sui genitori iera contadini".
 
.Adesso me ricordo qualcosa...
"
Nonno: "Te go anche contà che sicome mia nona xe morta giovane dopo gaver meso ala luce zio Orlando e mio nono xe morlo in Montenegro durante la Prima Guera, xe restai orfani cinque fioi, i fradei de mio papà Antonio che i ghe xe stadi afidati a zio Tomaso che iera solo e che i li ga rilevai."

,, Questo non me ricordavo."

Nonno: ,, E cusì zio Tomaso per poter darghe de magnar a sti cinque fioi pici el vendeva ogni tanto un toco de tera...e questa casa el ghe la ga venduda al nono de nona che anche lui iera restà orfano de picio e cusì el sapava la tera dei paroni per mantegnirse. El tuo trisavolo iera un gran lavoratore, el ghe tigniva a questa casa comprada col sudor dela fronte".
 
,,Praticamente xe la casa dove stemo adeso"

Nonno: "Proprio cusì, se le piere podesi parlar gavesi cosa contar..."

,,Quando xe morto el nono de nona?"

Nonno: ,,Subito dopo la Seconda Guera e i sui fioi xe andadi tuti in Italia, qua xe restà solo nono Giovanni, el papà de nona a lavorar la tera."

,,Non savevo che questa casa ga tanta storia, adeso che so capiso perché ti e nona dixè sempre che la nostra casa ga un'anima".

Nonno: ,,Tute le case dove se vivi a lungo e dove stava i nostri avi le xe speciali, anche i tui zii che vivi lontan i se la porta nel cuor e ancora adeso i la sogna pensando all'infansia e ala gioventù pasada tra questi muri de piera".

Rimango in silenzio al racconto del nonno. Le sue parole mi fanno riflettere e penso a quello che mi ha detto la mamma quando le ho chiesto se potevamo comperare un nuovo computer: ,,le cose bisogna meritarsele per darne il dovuto valore".

Il mio trisavolo, che ha trascorso la giovinezza a zappare i campi degli altri per poter comperare un suo pezzo di terra, ne sapeva qualcosa in fatto di dare il giusto valore alle cose. Probabilmente i tempi sono cambiati, nessuno è pronto a fare tanti sacrifici per possedere qualcosa e nemmeno i giovani hanno la pazienza di attendere e di guadagnarsi ciò che desiderano...e che forse neanche si meritano.

Ho capito attraverso il racconto del nonno che le difficoltà della vita ti aiutano a crescere e ad essere migliori. Penso proprio che quest'estate mi cercherò dei lavoretti per contribuire a comperare il computer nuovo, così lo apprezzerò di più. Inizierò a vedere la casa dove abito con occhi diversi perché ci hanno abitato i miei avi e, anche se un giorno me ne andrò per il mondo, non dimenticherò mai le mie origini.

 

Superiori - Lavori di gruppo

 Srednje škole – Grupni radovi

 

ROSE                               Elena Čakarević, Romana Radetić, Classe II – Liceo Generale

Scuola Media Superiore Italiana “Dante Alighieri” Pola

Insegnante: Annamaria Lizzul

 

Elena Čakarević, Romana Radetić, II.razred – Opća gimnazija

Talijanska srednja škola “Dante Alighieri” Pula

Nastavnica: Annamaria LIzzul

 

 

Motivazione: Una fugace pennellata sulle testimonianze monumentali della civiltà veneziana nella città di Pola, sulla scia di descrizioni offerte da testi di architettura. L'importante è che l'occhio abbia saputo cogliere i segni di un glorioso passato.
 

Obrazloženje: Brzinski osvrt na spomenike venecijanske civilizacije u gradu Puli, na tragu opisa iz graditeljstva. Važno je da je oko uspjelo dohvatiti znakove slavne prošlosti.

IL MONDO DELLA SERENISSIMA NELLA NOSTRA TERRA, QUANTE TRACCE, RICORDI E MONUMENTI HA LASCIATO?

 Pola, una città di oltre 3000 anni, ha visto alternarsi popoli e culture diverse tra cui quella romana, bizantina, franca, veneta, austro-ungarica, italiana e jugoslava. Ognuna le ha lasciato qualche traccia importante: i Romani costruirono l' Anfiteatro e il Foro, mentre l' Impero asburgico ne fece la base della sua flotta.

Venezia considerava Pola "lo stupor della Provincia, gioiello delle città più nobili" e quindi nei quattro secoli nei quali ha dominato il territorio della città più bella del mondo le ha regalato monumenti che rispecchiano il suo immenso potere.

Basti pensare alla Casa Lombardi che si trova nel Foro ed è costruita a blocchetti di pietra a vista, oggi molto manomessa e con evidenti caratteri ogivali. È un edificio con portone laterale archiacuto che non presenta i soliti caratteri veneziani, ma l'estradosso alzato proprio degli archi toscani e marchigiani; un esempio che va collegato con l' arcone murato sul fianco del Municipio, privo anche questo di mondanature veneziane quali il dentello e il diamante. Questo tipo di arco gotico, prettamente italiano, è dunque proprio lo stesso diffuso nelle province dell' Italia centrale che ebbero con Pola contatti commerciali attraverso l' Adriatico.

E come non menzionare il Palazzo del Comune o Municipio che fu eretto su costruzioni romane tra il XIV e XVII secolo e che è lo stesso Palazzo Pretorio che sorse nel 1296 dopo la dedizione della città a Venezia. L'edificio attuale, per quanto riguarda la struttura, si ricollega al tipo più frequente dei palazzi comunali dell' Italia settentrionale. Sono da rilevare due colonnine gotico-veneziane con ricchi capitelli intagliati a foglie e a stemmi che reggono un arco a pieno centro sul piccolo passaggio ricavato nell' arcone cieco del fianco destro. Va ricordata anche la Casa de Martini che si trova nella via Kandler al numero 22. La facciata è in pieno a vista come nelle case di Parenzo ed ora ha due piani. Esternamente alle due manofore, verso i lati della facciata, vi sono al primo piano due piccole finestre quadrate dette, a Venezia, finestre da notte; il secondo piano è stato aggiunto nel secolo scorso.

Non sono molte le testimonianze architettoniche della presenza della civiltà veneta sul nostro territorio, ma ogni traccia di quella pagina di storia ha contribuito a rendere più bello artisticamente e più ricco culturalmente il nostro luogo natio: Pola.

 

PREMIO SPECIALE “REGIONE ISTRIANA” - Scuole con lingua d’insegnamento croata situate nel territorio della Regione Istriana - Categoria “ b “

POSEBNA NAGRADA “ISTARSKA ŽUPANIJA”– Škole s nastavom na hrvatskom jeziku, na području Istarske županije -Kategorija “ b

 

 Elementari lavori individuali
Osnovne skole - individualni radovi

FARINA                                                            Carla Radović   -   Classe VII

Scuola Elementare "Vazmoslav Gržalja" Sezione periferica Rozzo

Insegnante: Mateja Runko

 

Carla Radović   -   VII. razred

Osnovna Škola “Vazmoslav Gržalja” Područna škola Roč

Nastavnica: Mateja Runko

 

Motivazione: Il bisnonno, come racconta il nonno, riesce a diventare un apprezzato mugnaio, nel delizioso paese di Rozzo, vicino a Pinguente. Il mulino è il più vecchio ancora in uso in Istria e questo riempie d'orgoglio l'autrice del tema. Molto ben scritto. Complimenti a tutta la famiglia di mugnai!

Obrazloženje: Prema djedovim riječima, pradjed postaje cijenjen mlinar, u prekrasnom mjestu zvanom Roč, blizu Buzeta. Mlin je zadnji ove vrste koji se još koristi pa je zbog toga autorica

teksta posebno ponosna. Rad je vrlo lijepo napisan. Čestitke cijeloj obitelji mlinara! 

I NOSTRI NONNI CI RACCONTANO ...

          Una sera, seduta vicino al caminetto, ho chiesto al nonno di raccontarmi la storia del nostro mulino e così lui iniziò...

          Suo nonno Lorenzo (cioè il mio bis bisnonno) abitava nella tenuta di Verbanzi vicino a Rozzo. Faceva il calzolaio e coltivava la terra per sfamare la numerosa famiglia. Aveva sette figli.

          Alla fine dell’Ottocento, quando la vita dei contadini non era facile, Lorenzo stava pensando a come uscire dalla povertà. Aveva sentito che in Slovenia ci sono mucche che producono molto più latte di quelle che aveva nella stalla. Decise allora di andare in cerca di queste mucche, con la speranza di migliorare la produzione del latte. Partì con il treno per Sesana dove trovò la mucca di razza Simmenthal, bianca con le macchie di colore ocra. Dopo giorni di cammino, ormai quasi arrivato a casa, incontrò un vicino che, incuriosito, chiese dove aveva comprato la mucca e quanto l’aveva pagata. Lorenzo gli disse: „Tu che ne pensi, Tonin?“

Il vicino, da esperto, disse esattamente il doppio di quello che Lorenzo aveva pagato. Lorenzo furbo, con l’istinto da commerciante, ha visto l’occasione di guadagnare bene e ha venduto la mucca. L’interesse per questa razza di mucche, fino allora non conosciute da queste parti, era veramente grande e Lorenzo si inviò nuovamente a Sesana, portò un’altra mucca e guadagnò un altro po’ di soldi. Così Lorenzo entrò nella storia come il primo importatore della nuova razza di mucche in Istria. Durante un suo viaggio in treno, si è portato con sé la merenda, e mentre mangiava il suo pezzo di pane, ha offerto del vino al suo compagno di viaggio, uno sloveno di Lubiana. Il vino era molto buono, e lo sloveno gli ha chiesto se ne aveva da vendere. Lorenzo così ha venduto tutto il suo vino e ne ha comprato pure dai vicini per poi rivenderlo in Slovenia. Questo era l’inizio dell’attività commerciale di Lorenzo e in seguito dei suoi figli e di tutta la famiglia dei Pauletich detti Verbanzi.

          Con il commercio di mucche e vino Lorenzo ha messo da parte un bel risparmio. Decise di comprare un terreno e di costruire una casetta a Rozzo, per essere più vicino alla stazione dei treni. Nel 1896 costruì la casa dove oggi abito con la mia famiglia. In questa casa, all’inizio del Novecento, aprì un negozio di alimentari. C’era anche l’osteria, la latteria e la macelleria. Commerciava pure con il bestiame, il fieno e il granoturco vendendo a Fiume, Abbazia e Parenzo e di ritorno portava il vino. Nel suo negozio vendeva grandi quantità di granoturco, però per macinarlo la gente doveva andare a Pinguente dove c’erano tanti mulini ad acqua lungo il fiume Quieto. Vedendone la necessità, nel 1930 Lorenzo costruì il mulino di fronte alla casa dove abitava. Per la gente era comodo non dover andare più fino a Pinguente per macinare il grano.

Nel mulino, fin dall’inizio lavorava uno dei suoi figli, Paolo, il nostro bisnonno.

          All’inizio, quando a Rozzo non c’era ancora la corrente elettrica, il mulino era alimentato da un motore diesel ma per avviarlo ci voleva la forza di tre o quattro persone. Così vennero all’idea di addestrare il loro cavallo, che poi per anni, tutte le mattine trainando avviava il motore. Nel 1937 con l’elettrificazione di Rozzo tutto diventò più facile.

          Paolo ha lavorato nel mulino per tutta la sua vita, fino alla fine degli anni settanta, quando è andato in pensione. Dopo di lui, suo figlio Lucio, nostro nonno, ha continuato la tradizione famigliare di mugnaio, mestiere che aveva imparato fin da piccolo. Tuttora, assieme alla nonna Neda, con impegno e amore produce un’ottima farina apprezzata da molti clienti da tutta l’Istria e dintorni.

Naturalmente, io sono molto fiera di fare parte di questa famiglia di mugnai, proprietari e fondatori del mulino più vecchio in Istria ancora in uso.

 Superiori lavori individuali
Srednje skole - individualni radovi

ALLEGRA 12345                                                       Mia Belci – Classe III

Liceo Classico Collegio di Pisino

Insegnante: Sandra Sloković

 

Mia Belci – III. razred

Klasična Gimnazija – Pazinski kolegij

Nastavnica: Sandra Sloković

 

 

Motivazione: „Dovessi immaginare un giorno infernale sprofondato in una „selva oscura“, la foiba di Pisino mi parrebbe un significativo riferimento“…il tema sintetizza con chiarezza e grande maturità la nostra travagliata storia.


 
Obrazloženje: „Kad bih zamišljao pakleni dan u „mračnoj šumi“,mogao bih to usporediti Pazinskom jamom“... tema predstavlja kratak i jasan osvrt na našu tešku povijest. 

"Si dice che  Augusto, Dante e Petrarca abbiano passeggiato dalle tue parti… chissà quante personalità della storia e della letteratura hanno visto il tuo stesso panorama...”

Il viaggio, come ogni altra dimensione fondamentale per la costruzione dell'identità dell’uomo, viene e deve necessariamente essere ridefinito in quest’ottica di umanità accresciuta e deve essere concepito sempre più non come un atto fisico, ma come un processo che dalla dimensione mediata dell’esperienza ci conduce alla realtà fisica del nostro corpo, ricollocato in uno spazio che diviene sempre più fluido e difficile da definire in termini geografici, ma che è più carico di esperienze ed aspettative: uno spazio che diviene tridimensionale nel momento in cui si incontra con quello a due dimensioni del cinema, della carta stampata, della televisione, dell' internet.
Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione come io adesso faccio con Dante Alighieri. Quando lui si è seduto sull' orlo di un vecchio muro di Pisino ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le strade strette, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’è più. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre.

Vi parlero del centro dell' Istria, Pisino. L’orgogliosa città di Pisino ha origini che risalgono a tempi remoti molto turbolenti. Costruita sulle rocce ripide sopra la profonda grotta è stata sempre il soggetto di storie, leggende e interessi. Dai ricchi conti, condottieri veneziani, potenti imperatori e nomi noti della letteratura come Dante Alighieri e Jules Verne. Essa  è sempre stata un luogo di ispirazione e degna di essere visitata. Vanta il castello meglio conservato in Istria, un edificio massiccio dal quale una volta veniva amministrata l'intera Contea. Sotto di esso si immerge il fiume Pazinčica. Mentre la grotta di Pisino custodisce ancora i propri segreti. La grotta con i suoi laghi è ancora oggi una sfida per gli speleologi, mentre tutta la zona è ricca di capolavori naturali creati dalle cascate, ruscelli e rilievi articolati. Alcuni autori, tra cui Dante Alighieri, furono fortemente impressionati dall’abisso della voragine, traendone spunto rappresentativo per ambientare le loro opere.  
In effetti, dovessi immaginare un girone infernale sprofondato in una “selva oscura”, la foiba di Pisino mi parrebbe un significativo riferimento come anche  l’illusione ottica del fiume che corre in salita, sono fortemente colpita da uno strano senso di lugubre inquietudine, di sensibile disagio, ad un livello inspiegabile nelle circostanze della situazione, perché sono fiera soltanto al pensiero che autori importatnti come essi abbaino spunto e ispirazione della città nella quele vivo già da tre anni per ragioni di scuola. Non la guardavo mai come una città che puo essere attrattiva, ma proprio ciò fa la gente arrivare e scoprirla.

 Ed è forse proprio questo che ha  portato Dante Alighieri  in Istria a scrivere una parte della Divina Commedia, ed ha menzionare nel nono canto dell'Inferno la mia città nativa? A Pola in quel periodo del Medioevo regnava l'orrore della peste, perciò Dante la collocò nell'Inferno. Sono sicura che il suo soggiorno a Pola, non l'ha lasciato indifferente davanti le bellezze costruite dagli imperatori Augusto e Vespasiano i quali erano alla guida dell'Impero più potente dell'Età antica. Per loro Colonia Pietas Iulia Pola Pollentia Herculanea era un importante porto.

 Pola è stata visitata da numerosi personaggi importanti,durante la storia fino ad oggi, gente ricca e famosa. Alcuni di loro si sono soffermati solo brevemente nella città dell'anfiteatro. Alcuni di loro ci sono venuti esclusivamente per l'anfiteatro - l'Arena, il più bel palcoscenico sotto le stelle del mondo, dove si sono esibiti nei propri, indimenticabili concerti. Da sempre, Pola è stata  una buona padrona di casa ed ha saputo accogliere con calore i suoi ospiti, siano essi  importanti, ricchi e famosi... oppure gente comune.

Però dobbiamo essere coscienti che non era tuttto splendido come sembra perché il più grande ostacolo  di un poeta che lascia la sua città come Dante è la Diffidenza.
La mancanza di Fiducia e di Affidamento, dovuta alla Paura dei rovesci della vita, ci priva della vita stessa e ci avvita su noi stessi.
Credere non è un fatto religioso, è un fatto Esistenziale e la speranza di un futuro migliore li ha portati a fare opere d'arti famose, uniche e indimenticabili.

                                 PREMIO SPECIALE ALLA MEMORIA DEI CONIUGI OLGA E CARLO MILOTTI
                                                                  offerto dalla Mailing List Histria
 

Ex Aequo


 LE RADICI                                                                     
Alexandra Trevisan   -   Classe VI

                            Scuola Elementare Italiana “Vincenzo e Diego de Castro” Pirano

                                        Insegnante: Romina Križman

 

Motivazione: "Il tema vincitore del premio in ricordo di Olga e Carlo Milotti dà benissimo conto delle comuni radici fra i cosidetti rimasti e gli esuli istriani. Proprio della scuola italiana di Fasana, la carissima Olga è stata l'ultima insegnante prima della chiusura. Olga e Carlo si sono spesi tantissimo per ricucire la lacerazione che sconvolse l'Istria tutta e meritano di essere additati ad esempio a tutti gli istriani."
                                                                     Un avvenimento importante

 Sul sentiero durante la visita dell'isola Brioni, lo scorso primo novembre, abbiamo incontrato due coppie di anziani che accarezzavano con gli occhi il panorama di tutto l'arcipelago... Due di loro sono nati e cresciuti su una delle isolette nei pressi di Brioni e dopo la seconda guerra mondiale hanno dovuto andarsene via, abbandonando la loro terra e la loro proprietà. I loro occhi inumiditi raccontavano da soli tutta l'amarezza e tutto l'amore che provavano per quell'arcipelago che era rimasto impresso nei loro cuori. Non se ne sarebbero mai andati se non fossero stati costretti. I bellissimi ricordi della loro infanzia li fanno tornare anno dopo anno per il primo novembre, a portare i fiori sulle tombe dei familiari sepolti a Fasana.

Fasana... Il loro papà li portava dall'isoletta dove sono nati a Fasana con la barca, per riunirsi con i loro coetanei all'asilo. Lì giocavano spensierati, cantavano e se la spassavano in allegria. Il loro papà nel frattempo pescava e li veniva a riprendere sempre puntuale all'ora di pranzo per tornare tutti insieme sulla loro isoletta, dove venivano accolti dalla mamma, dagli zii, dai cugini e dove ritrovavano ogni giorno con piacere i loro animali e la loro campagna circondata da quel bellissimo mare trasparente. “Eh già”, raccontava uno dei due, “il sole e la terra fertile facevano crescere tutte le piante e questo ci permetteva di poter vivere in piena autonomia. Anche adesso solo respirare l'aria del nostro arcipelago ci fa sentire bene e certamente torneremo anche il prossimo anno per il primo novembre!”. “Bene,” ho pensato, “sarò felice d'incontrarvi nuovamente e di riprendere il discorso con voi!”.

I loro racconti mi hanno fatto capire che non bisogna lasciare scorrere la vita troppo in fretta e senza fermarsi. La vita va assaporata e apprezzata giorno dopo giorno, dove anche le piccole cose legate alla quotidianità sono preziose. “Purtroppo te ne rendi conto solo quando non puoi più farlo”, diceva il vecchio signore... Impariamo a coltivare le radici delle nostre origini - sono il dono più prezioso che abbiamo ereditato!

MAGNIFICO 21                                                          Ivana Brč  -   Classe I – Liceo  

                          Scuola Media Superiore Italiana “Leonardo da Vinci” Buie

                                        Insegnante: Tamara Tomasić

 

Motivazione:" La nostra autrice conserva come "un tesoro" l'abito da sposa della nonna, simbolo di un amore sacro ed eterno. Amore sancito in tempi lontani da un delicato prendersi per mano, "stretta di mano" durata tutta una vita, come avviene solo nelle grandi storie d'amore. Il tema ha meritato il premio per la memoria di Olga e Carlo Milotti, per la connotazione emblematica di un delicato amore, appartenuto realmente ad Olga e Carlo e vissuto intensamente e generosamente nella coppia e, verso gli altri.

 I nostri nonni ci raccontano-storie e memorie del passato familiare


Era un sabato. grigio e piovoso, pieno di nuvole grigie nel cielo. Stavo seduta sul letto in camera a guardare l'armadio aperto che aspettava di essere messo in ordine. Osservandolo, dietro tante maglie e vestiti vidi che spuntava un pezzo di stoffa color crema. Mi
avvicinai al pezzo di stoffa e iniziai a scavare nel mucchio di roba. E dopo un paio di minuti finalmente trovai il mio tesoro. Lo presi e lo appesi alla porta dell' armadio.
Era un vestito. Un vestito lungo. semplice, con le maniche lunghe e due pezzi di stoffa ai lati che una volta vestito, si legavano in un fiocco sulla schiena. Finché lo ammiravo con i pensieri sono volata a quel giorno d'estate quando la nonna me lo aveva dato. Ero davanti alla casa che parlavo con la vicina e tutto ad un tratto dalla finestra sentii la nonna che mi chiama. Risposi subito alla voce, e in un battibaleno mi ritrovai in camera sua. Lei, entusiasta si spostò da una parte e mi disse: " Guarda!" Spostando lo sguardo alle sue spalle lo vidi in tutto il suo splendore: "In questo vestito ho detto SI a tuo nonno. Ha qualche macchia, però forse ti potrebbe essere utile per qualche tuo spettacolo". Sorrisi e lei me lo diede.
"Dai provalo!" disse tutta entusiasta. Lo provai: mi stava come se fosse stato cucito a misura per me. Mi girai verso mia nonna e le si illuminarono gli occhi. Me lo ricordo come se fosse stato ieri. Ci sedemmo sul letto e lei mi raccontò come si erano conosciuti lei e il nonno.
Ogni sabato, nonna andava a ballare e c'era anche il nonno. Lui voleva ballare con lei, pero lei non era interessata più di tanto. Ballava con gli altri, si divertiva e il nonno continuava a venire ogni sabato a chiederle di ballare però lei niente. Diciamo che si rendeva un po' preziosa. Finché un sabato, visto che era tanto insistente, nonna decise di concedergli un ballo. Aveva indosso un vestito arancione con i fiori bianchi. E poi un ballo, due. Il vedersi solo il sabato, diventò vedersi ogni settimana, e cosi
nacque l'amore. Quando nonna aveva vent' anni avvenne il magico giorno Lei giovane, con il cappellino in testa e il vestito, sotto braccio con suo padre andò incontro al nonno. Arrivata da lui, si presero per mano, e ancora oggi dura quella stretta di mano. E poi un anno dopo nonna ha dato alla luce mia mamma.
Nonna ha viaggiato con i suoi pensieri nel passato, ed io anche nei miei, ma nel futuro. Mi chiedevo se anche a me sarebbe capitato uno come a mia nonna è capitato il nonno, e se mai anch'io avrò una storia d'amore grande come la loro.

 

PREMIO SPECIALE ALLA MEMORIA DI ALESSANDRO BORIS AMISICH:
offerto dall'Associazione dei Dalmati Italiani nel Mondo

 

 

FORMICHINE   LABORIOSE                  

                          Classe I: Philip Paretić, Leonardo Močibob
                        Classe II: Deni Piutti, Antonella Drandić, Evan Paljuh, Dorian Macan

                                                                                Classe III: Trinity Pancheri

                                           Classe IV: Tara Bernè, Dorotea Cerin, Martin Popović, Erika Vošten, Luka Zonta 

                     Scuola Elementare Italiana “Bernardo Benussi”

                                            Sezione Periferica di Valle

                                            Insegnante: Ines Piutti Palaziol, Romana Paretić

                                           

Motivazione: "I bambini di Valle, parlando con i nonni, scoprono il patrono San Giuliano il cui nome è persino dato ad una campana. La musica, della banda e dell'inno di San Giuliano, era l'anima della festa che si faceva il primo maggio in suo onore e i giovani correvano da un rione all'altro a cantare, cosa che ora si è persa, peccato."

 

tema in pdf: Formichine laboriose

  

 

PREMIO SPECIALE “COMITATO PROVINCIALE di GORIZIA
dell’ASSOCIAZIONE NAZIONALE VENEZIA GIULIA e DALMAZIA”:

 

 

MARE                                                              Nina Rukavina   -   Classe III – a

                                                                 Scuola Media Superiore Italiana Fiume

                                                                    Insegnante: Emili Marion Merle

 

Motivazione: Attingendo da molte fonti (come segnalato nella nota bibliografica), l’autrice si inoltra in una profonda, interessante e non facile ricerca su un periodo storico poco conosciuto quale era il Medio Evo dopo il crollo dell’Impero Romano d' Occidente. Attraverso il saggio scopriamo il ruolo avuto da Diocleziano e da papa Giovanni IV per il mantenimento della civiltà latina nell' Adriatico Orientale. Lodevole la proprietà di lessico, la scorrevolezza sintattica, nonché' la passione messa nell' elaborazione che ci invoglia a visitare luoghi a noi vicini ma, forse, ancora poco conosciuti: l’affascinante Dalmazia e la stupenda Spalato."

 

 Personaggi come Diocleziano, Eufrasio, Massimiano o papa Giovanni IV sono nati in Istria o Dalmazia, testimoni della continuità della civiltà latina nell'Adriatico orientale, dopo la fine dell' Impero Romano d'Occidente.


Le tre teste giallo-oro che la simboleggiano sono segni che ci parlano della sua antica nobiltà. E di fatti, i libri di storia e varie fonti, come pure i monumenti rimasti, ci presentano la Dalmazia come una terra dal ricco patrimonio storico e culturale. La sua eredità, insieme con quella che la accomuna alle altre regioni che si affacciano al „mare nostrum“, rappresenta per molti un unicum. Patria di imperatori, di poeti e scrittori, di marinai e armatori, di imprenditori e artigiani, di guerrieri, scienziati pensatori, santi e peccatori... Area di bellezza e contraddizioni, dunque. Le vicende di Diocleziano e papa Giovanni IV ne sono una delle tante, affascinanti facce. Il primo prescutore dei Cristiani, il secondo sommo „capo“ di questi ultimi, entrambi figli della Dalmazia.

A Diocleziano è legata l'origine di una delle più importanti città della costa orietnale dell'Adriatico. Spalato. Di lui di sa che nacquea Dioclea (vicino Salona), nell'allora Illyricum, secondo alcuni figlio liberto di uno scriba del senatore Anullino, secondo altri figlio di una famiglia di contadini. Comunque sia, la sua carriera militare fu fulminea e raggiunse velocemente i più alti gradi dell'esercito romano. Comes domesticorum (comandante della guardia a cavallo imperiale), il 20 novembre 284 fu scelto per sostituire Numeriano assassinato da Arrio Apro, suo prefetto del pretorio: in seguito alla vittoria riportata su Carino alla Battaglia del fiume Margus, nel luglio 285, divenne unico imperatore, cambiando il nome in Diocleziano.
Salito sul trono, Diocleziano stimò che il sistema di governo dell'impero era inefficace per garantire un adeguato controllo di un territorio tanto vasto e militarmente minacciato su più fronti. Istituì, quindi, la tetrarchia, un sistema di governo quadricefalo che divideva l'impero in due metà, una occidentale e l'altra orientale. Due imperatori (col titolo di Augusto) erano a capo dei due territori ed erano coadiuvati da due successori (col titolo di Cesare) di loro scelta, i quali avevano un controllo quasi diretto sulla metà del territorio governato dal loro Augusto. La tetrarchia terminò nel 320, quando Costantino I riuscì a riunificare il controllo imperiale nelle sue mani.
Introducendo il nuovo sistema di governo, Diocleziano si dichiarò Augusto dell'Oriente, con capitale Nicomedia, e nominò Massimiano Augusto dell'Occidente, con capitale Mediolanum(Milano). Per la prima volta nella storia dello stato romano, Roma, lontana dai luoghi di maggior pericolo militare, perdeva lo status di capitale. Nel 292, Diocleziano nominò Galerio suo Cesare, e Massimiano fece lo stesso con Costanzo Cloro.Tutto il territorio dell'impero venne ripartito in dodici diocesi che raggruppavano più province;in questo modo ,venne a cadere qualsiasi residuo di privilegio dell'Italia,che si trovò completamente equiparata alle altri parti dell'impero.Le vari diocesi furono a loro volta raggruppate in quattro regioni più ampie,ciascuna governata da un personaggio di dignità imperiale.
Diocleziano fu un grande riformatore. Ereditato un impero indebolito da un cinquantennio di disordini, dovette combattere ripetutamente sul fronte orientale, mentre Massimiano amministrava la parte occidentale. Diocleziano ricacciò al di là del Danubio i Sarmati, schiacciò una rivolta in Egitto nel 294, respinse il re persiano Narsete che aveva sconfinato inArmenia (297). Queste vittorie garantirono un periodo relativamente lungo di tranquillità, durante il quale Diocleziano poté attuare una drastica ma decisiva riforma dell'esercito che segnò tutto il basso impero romano.
Diocleziano riformò ed organizzò l'esercito romano che era uscito dalla grande crisi del III secolo. Alcuni suoi atti erano già stati in parte preceduti dalle trasformazioni volute dei suoi predecessori, ma Diocleziano impostò una organica riorganizzazione. Le nuove necessità difensive imponevano di puntare più che sulla "qualità", come in passato, ovvero mantenendo un esercito ridotto nel numero ma ben addestrato e armato, sulla "quantità": le truppe, quasi il doppio dei precedenti effettivi, furono suddivise tra limitanei, incaricati della difesa dei confini e
contemporaneamente della coltivazione delle terre in prossimità di essi, più contadini che soldati, e in comitatenses, per le manovre rapide, e in palatini o guardie di palazzo. I limitanei avevano il compito di fermare gli invasori abbastanza a lungo da far intervenire la riserva strategica dall'interno, che per la suddivisione tetrarchica era suddivisa in quattro parti, ciascuna comandata da un comandante nominato dal tetrarca.
Affrontò poi la crisi economica e sociale che mezzo secolo di instabilità politica aveva generato. Diocleziano prese atto delle trasformazioni subite dalla società ed impostò una radicale opera di riforma amministrativa e fiscale, che consentì di arrestare la crisi. Venne razionalizzato il sistema fiscale, eliminando antichi privilegi ed esenzioni. La quantità delle tasse veniva attentamente calcolata ogni anno sulla base delle necessità (redigendo per la prima volta un bilancio annuale) e sulla base delle risorse esistenti, determinate da un censimento. Furono unificate le tasse fondiarie (pagate dai proprietari di terre) e le tasse sulla persona (pagate dai contadini): l'unità fiscale della superficie di terreno (jugum) corrispondeva ad un lavoratore (caput): in base ai propri possedimenti ed ai lavoratori che vi erano occupati i proprietari terrieri erano tenuti a fornire allo stato beni in natura per il mantenimento dell'esercito, soldati per l'esercito e manodopera per le opere pubbliche; questa tassazione era denominata capitazione. I più ricchi potevano sostituire la tassazione in natura con monete d'oro.
Per facilitare l'amministrazione ed il controllo fu, inoltre, potenziata la burocrazia centrale e si moltiplicarono le suddivisioni amministrative: le quattro parti dell'impero (prefetture), governate ciascuna da uno dei tetrarchi (2 Cesari e 2 Augusti), furono affidate per l'amministrazione ad un "prefetto del pretorio". Le prefetture erano suddivise in 12 "diocesi" con a capo i "vicarii", a loro volta divise in "province" con a capo "correctores" o "presides", e queste in "municipia" e "curiae".
La raccolta delle imposte fu affidata all'amministrazione civile ovvero i curiali, che venne completamente staccata da quella militare: la prima aveva a capo i quattro "prefetti del pretorio", mentre l'esercito veniva affidato a governatori o proconsoli. La raccolta delle imposte per le necessità della difesa fu considerata responsabilità delle classi dirigenti locali, che ne rispondevano di tasca propria. Per dare stabilità al sistema furono inquadrati in corporazioni ereditarie anche operai e artigiani. Quando i curiali non riuscivano a riscuotere quanto previsto, dovevano pagare tutti insieme la differenza. Molti cercavano di rifiutare questo incarico abbandonando le città, e per questo la carica curiale fu resa ereditaria.
Diocleziano tentò anche di ridare valore alla moneta d'argento, aumentando la quantità di metallo prezioso nelle nuove emissioni, e per contenere l'inflazione i prezzi massimi furono fissati dall'Editto sui prezzi massimi (de pretiis rerum venalium) del 301. Questi provvedimenti, tuttavia, non ebbero successo: la nuova moneta scomparve rapidamente dal mercato in quanto si preferiva conservarla (tesaurizzazione) ed i prezzi fissati
fecero scomparire alcuni beni dal mercato ufficiale per essere venduti alla borsa nera.
Infine, si perfezionò il processo di esautoramento del Senato romano come autorità decisionale: l'impero divenne una monarchia assoluta ed assunse caratteristiche tipiche delle monarchie orientali, come l'origine divina del monarca e la sua adorazione.

Gli ultimi anni di Diocleziano al potere furono caratterizzati dall'ultima grande persecuzione dei Cristiani, iniziata nel 303 e condotta con ferocia, soprattutto nell'Oriente, dove la religione cristiana era ormai notevolmente diffusa. Dopo avere festeggiato il ventennale del proprio governo, Diocleziano annunciò il 1 maggio 305, unitamente a Massimiano, la rinuncia al titolo di Augustus (unico imperatore romano nella storia ad avere rinunciato al proprio incarico), e si ritirò in un meraviglioso palazzo fatto costruire appositamente nella nativa Spalato (allora, Salona).
Nel 308 accettò di partecipare al convegno di Carnunto, convocato per risolvere le tensioni causate dalla nomina di Massenzio ad Augustus, ma rifiutò la proposta di Massimiano e Galerio di ritornare a esercitare le funzioni di Augustus, ritirandosi definitivamente dalla vita politica.

La data della sua rinuncia al trono e il meritato riposo viene considerata come quella della fondazione di Spalato, che all'epoca non esisteva in quanto citta', ma le cui „fondamenta“ furono gettate dalle pietre del sontuoso palazzo fatto costruire da Diocleziano, impressionante costruzione fatta erigere dallo stesso imperatorein uno dei punti piu' belle della Dalmazia, nei pressi di Salona, molto probabilmente fra il 293 e il 305 d. C.. Ideato sul modello di una grande villa fortificata, era stato pensato,più che come una reggia, come un edificio imponente dalla forma austera e militaresca. E infatti, la sua pianta e' tipica degli accampamenti militari romani (castrum).

Alla morte dell'imperatore, nel 316, il palazzo restò un possedimento imperiale almeno fino alla morte di Giulio Nepote Augusto (480) che vi risiedette dopo essere stato spodestato da Oreste (28 agosto 475) e vi trovò la morte per mano di due dei suoi stessi generali. La Notitia Dignitarium, scritta in quell'epoca, menziona che qui fu attivo un opificio tessile.

E sempre in quel periodo, sulla porta occidentale, sopra un bassorilievo raffigurante la Vittoria , venne scolpita una croce, prima testimonianza della presenza cristiana all'interno del complesso.

Ma la trasformazione del palazzo avvenne nel VII secolo, quando gli abitanti diSalona decimati dall'invasione degli Slavi e degli Avari, trovarono rifugio al suo interno. E così, da quello che era stato un edificio, nacque Spalato,Spalatum: forse il nome della nuova città-palazzo deriva proprio dalla corruzione della locuzione latina Salonae palatium.

In origine, la sua cinta muraria in opus quadratum, era alta 18 m e spessa 2 m, misurava 215,50 m per 175-181 m. Le mura sono intervallate da massicci torrioni e vi si aprono tuttora quattro porte.
Le tre porte di terraferma sono massicce, ad arco, affiancate ognuna da 2 torri a base ottagonale e la muraglia su cui s'aprono termina in alto con una cornice di archi ciechi alternati a finestre cieche.

Ai quattro angoli del palazzo si trovano 4 torri quadrate che superano l'altezza delle mura, mentre nel tratto compreso tra una torre d'angolo e una torre ottagonale è intervallata ancora una torre quadrata che però non super il livello delle mura.

La Porta Aurea(a nord), che portava a Salona, alla cui sinistra su un capitello è scolpito un nome, Zotikos, forse il costruttore del palazzo stesso (sarebbe un dato raro, straordinariamente importante). Sopra questa porta, internamente, venne costruita nel medioevo una piccola chiesa dedicata a S. Martino. L'arco d'ingresso è fiancheggiato da due nicchie arrotondate che ospitavano due statue successivamente fatte trasportare a Venezia dal Provveditore Diedo.La Porta Argentea (ad est), dove l'estendersi dell'abitato ha nel tempo creato una nuova piazza adibita a mercato. Nei piani superiori vi erano le sale da pranzo e ambienti di cui ancora si ignora la funzione.  La Porta Ferrea (ad ovest), sopra cui fu costruita un'altra piccola chiesa dedicata a San Teodoro, solo in seguito intitolata alla Madonna del Campanile, il cui antico campanile preromanico è il più antico di tutta la costa dell'Adriatico orientale. In questa ala, ai piani superiori, c'erano sale di ricevimento e stanze private dell'imperatore.La Porta Aenea o bronzea, sul mare a sud, il cui architrave fu distrutto nel 1848, che appare oggi incassata tra due edifici moderni.

Le poderose mura furono una sorta di novità rispetto alle ville romane dei secoli precedenti e si resero necessarie per via degli eventi turbolenti della storia romana dell'epoca.Il lato meridionale del palazzo era sopravanzato da una galleria sostenuta da 50 colonne di ordine dorico, era in origine tutto bagnato dalle onde ed era liscio e solare. Si apriva sul piano superiore in un'unica lunga balconata ad arconi su pilastri ritmati da pseudo-colonne. La balconata s'impennava formando quel motivo che sarà ripreso nel 1500 da Sebastiano Serlio e, col nome di Serliana, verrà usato dal Palladio rimanendo di uso costante.

Tra le tre porte passavano le due strade esterne che dentro il Palazzo s'incontravano perpendicolari a formare il Cardo e il Decumano. Mentre il Decumano andava da porta a porta, dividendo trasversalmente il complesso in due, il Cardo procedeva di poco oltre all'incrocio formando il mirabile Peristilio e si fermava davanti al protiro della residenza imperiale.

Le due vie principali dividevano il tutto in tre parti: le due simmetriche a monte, erano destinate una ai soldati della guardia e l' altra ai funzionari e agli impiegati. Dal Decumano fino al mare si stendeva tutta la terza parte, ufficiale rispetto alle altre due.

La Porta Bronzea (Porta Aenea) si trova al centro del lato meridionale delle mura e conduce dal mare all’interno del palazzo attraverso un passaggio coperto da una volta (criptoportico) per mezzo del quale si accede ad un vasto tablino (salone di rappresentanza).

A sinistra ed ad un livello inferiore a questo si trova una aula basilicale absidata e suddivisa in navate da pilastri (sala da cerimonie). Un'altra aula a forma basilicale, facente parte dello stesso complesso di rappresentanza, si trova affiancata a questa più ad ovest.

Sulla sinistra si trova l’ingresso alle cantine del palazzo, formate da una rete di corridoi e sale visitabili dal pubblico e poste al di sotto della parte meridionale dell’edificio.

Superato il tablino si procede in un vestibolo circolare ed attraverso il protiro (che rappresentava l'ingresso agli appartamenti imperiali proveniendo dalla Porta Aurea), nel quale il frontone triangolare comprende un'arcata centrale tra due paia di colonne unite in alto da segmenti rettilinei - nel XVI-XVII sec, sono state erette due cappelle ai lati del protiro, una dedicata all'Immacolata Concezione, 1650 e l'altra allaMadonna del Cingolo(1544) si accede al peristilio, ancor oggi accompagnato ai lati da due colonnati corinzi senza architrave perché sui capitelli poggiano direttamente i piedritti degli archi.

Una sfinge vigila ancor oggi davanti al Mausoleo di Diocleziano, ovvero davanti alla cattedrale consacrata alla Vergine, Diocleziano infatti fece giungere dall’Egitto non solo il materiale edilizio, il granito, ma anche dei monumenti. Dalla sfinge la superficie poligonale del Mausoleo, il muro che si allontana obliquamente dall’osservatore, è di nuovo accompagnata dalle colonne del portico, avvicinandosi e allontanandosi, con la gerarchia delle altezze che è prospetticamente definita dalla distanza. Di fronte al Mausoleo, ci si infila in uno stretto passaggio a ovest del Peristilio e in asse con la cattedrale, per raggiungereun piccolo tempio, probabilmente in origine dedicato a Giove, trasformato in Battistero nell’alto medioevo. E' questo l'unicodeitretemplireligiosicheDioclezianoavevafattoerigerenel palazzo ad esser pervenuto fino a noi: quelli circolari di Cibele e Venere, circondati da colonne e un deambulatorio, sono scomparsi, restando di essi solo brandelli di mura e di pavimento inseriti in alcune delle abitazioni.

Circa tre secolo dopo la morte di Diocleziano salira' sul soglio di Pietro un altro grande dalmato, Giovanni  IV. Non conosciamo la sua data di nascita, ma sappiamo che era originario della Dalmazia, forse da Zara (altri indicano Salona). Nel Liber pontificalis suo padre Venanzio è ricordato come "scholasticus", ossia un funzionario che aiutava l'esarca soprattutto in materia di diritto.

Giovanni fu eletto papa il 3 agosto 640 (come successore di Severino morto da poco) e consacrato il successivo 24 dicembre. L'appartenenza di suo padre all'amministrazione bizantina fa ipotizzare che l'esarca Isacio avesse influenzato l'elezione pontificia, confidando che il figlio di un funzionario bizantino si sarebbe dimostrato malleabile di fronte alla spinosa questione riguardante il monotelismo.

Nel 638 l'imperatore Eraclio, cercando di ristabilire l'unità religiosa dell'Impero bizantino, aveva infatti pubblicato l'Ekthesis, un editto nel quale si sosteneva la dottrina monotelita e che provocò un'accesa opposizione in Occidente e in particolar modo da parte del papa.

Giovanni però non si dimostrò compiacente su questo tema e nel 641 convocò un concilio nel quale si stabilì che il monotelismo era contro l'ortodossia. L'assenza di una chiara condanna dei fautori di questa dottrina tuttavia fece sì che non si giungesse alla rottura aperta con Costantinopoli.

Giovanni fu indotto a rimanere fermo nel suo atteggiamento dal fatto che l'imperatore Eraclio, il quale aveva promulgato l'Ekthesis più per motivi politici che per sue convinzioni religiose, gli aveva scritto una lettera nella quale il sovrano affermava che l'Ekthesis non era sua, né egli l'aveva mai fatta pubblicare, ma che era stata scritta dal patriarca Sergio cinque anni prima del ritorno dall'Anatolia dell'imperatore il quale, su richiesta del patriarca, la aveva firmata; ora, però, avendo constatato che essa era oggetto di dispute, ribadiva che non era opera sua. Di questa lettera rimane solamente un frammento citato negli atti del processo di s. Massimo il Confessore, il quale aggiunge che si tratta dell'editto che Eraclio inviò al papa per condannare l'Ekthesis.

Non abbiamo il testo dell'editto e non si è sicuri che l'imperatore Eraclio l'avesse realmente inviato, però recentemente è stato trovato in un manoscritto del IX-X secolo un frammento che afferma di essere una copia dell'editto di Eraclio inviato a G. nel quale l'imperatore, per sottolineare la sua ortodossia, faceva riferimento a un'iscrizione che alcuni anni prima aveva posto sotto un'icona di Cristo. Il tono del frammento tuttavia indica chiaramente che il sovrano si era pentito del suo provvedimento; solamente la sua morte (11 febbr. 641) impedì che si giungesse a una completa soluzione del problema. La grave crisi che stava attraversando l'Impero bizantino, scosso dalla lotta tra gli eredi di Eraclio e dalla definitiva perdita a opera dei musulmani di gran parte delle province orientali dell'Impero, spinse G. a non retrocedere dalle sue convinzioni.

In occasione della presa di posizione del patriarca di Costantinopoli Pirro (638-641), il quale, per fare approvare l'editto in Occidente, sostenne che papa Onorio (625-638) l'aveva accettato, il „papa dalmata“ scrisse una lunga lettera all'imperatore nella quale sottolineava che tutto l'Occidente era rimasto scandalizzato e turbato dall'interpretazione che il patriarca Pirro aveva fatto degli scritti di Onorio, il quale non aveva mai sostenuto tesi che potessero giustificare il monotelismo. Il pontefice, rimarcando la sua disapprovazione per il fatto che un suo predecessore fosse stato accostato a simili posizioni, affermò che se Onorio aveva menzionato l'esistenza di un'unica volontà presente in Cristo, l'aveva fatto riferendosi solamente alla sua volontà umana, che credeva non fosse preda dei conflitti di solito presenti negli uomini a causa del peccato originale. Inoltre chiese che l'Ekthesis fosse tolta da tutti i luoghi nei quali era stata esposta e che venisse distrutta. La risposta conciliante che ricevette - in linea con le posizioni del nuovo patriarca di Costantinopoli, Paolo II (641-653), che aveva sostituito l'intransigente Pirro, costretto ad abbandonare la sua carica e a fuggire nell'Africa settentrionale - fa rilevare che, ormai, alla corte imperiale si era indirizzati verso il dialogo.

L'intransigenza di Giovanni di fronte alle questioni dottrinali sembra potersi rilevare anche da una lettera inviata al clero irlandese durante il periodo di interregno precedente alla sua elezione, alla cui composizione egli - allora arcidiacono - partecipò quasi sicuramente. In essa si rispondeva ad alcuni quesiti indirizzati a papa Severino, che nel frattempo era morto. Gli ecclesiastici irlandesi erano severamente ammoniti - nella lettera il vocabolo eresia è utilizzato numerose volte - a non celebrare più la Pasqua nel medesimo giorno di quella ebraica e quindi ad attenersi all'uso romano; venivano inoltre invitati ad abbandonare alcune posizioni vicine al pelagianesimo, dottrina condannata dalla Chiesa da oltre 200 anni; in particolar modo si faceva loro osservare che era blasfemo e stolto sostenere che gli uomini erano nati senza il peccato originale.

Pare che Giovanni IV non avesse mai dimenticato la sua terra d'origine. Ne e' una testimonianza la missione dell’abate Martino in Dalmazia e in Istria, che costituisce una delle pagine forse più significative legate al suo breve (durato in tutto un anno, nove mesi e diciannove giorni) pontificato. Oltre all’interesse per le sorti dei conterranei, il pontefice avrà a cuore un’altra missione, quella di salvare e traslare a Roma, nella “omnium urbis et orbis ecclesiarum mater et caput”, le reliquie dei martiri salonitani e di alcune vittime delle persecuzioni anticristiane dell’imperatore Diocleziano in Dalmazia e nell’Illirico. Il fedele legato Marino tornò dal suo viaggio con i resti dei vescovi di Salona, Venanzio e Doimo, di Anastasio, Gaiano, Mauro, Asterio, Settimo, Supplizio, Telio, Antiochiano, Pauliano e altri. Il riscatto delle genti (romane) rese prigioniere dai “nuovi invasori della sua patria” è un’azione che dimostra la rilevanza dell’operare del pontefice Giovanni sia per Roma che per la Dalmazia natia.Lo scopo primario della legazione guidata dall’abate Martino ci fa pensare ad una convivenza pacifica tra i nuovi padroni di queste regioni e la sopravvissuta popolazione cristiana romana. Il sacerdote difatti operò per il bene della Chiesa assieme alla salvezza materiale e spirituale della regione in un contesto difficile e travagliato, di grandi stravolgimenti. Il grande Impero romano, diviso nettamente tra Occidente e Oriente, dopo la spartizione operata da Teodosio nel 395, non riuscì a sopravvivere politicamente nella sua parte occidentale.In occasione delle nozze tra l’imperatore Valentiniano III e la figlia di Teodosio II, Licinia Eudocia, si stipularono accordi per il passaggio della Dalmazia nella parte orientale dell’Impero. Nel 476 il generale barbarico Odoacre, da anni al servizio dell’impero, fu acclamato re da truppe germaniche in opposizione al pannone Oreste, che costretto a rifugiarsi in Dalmazia lasciò sul trono il figlioletto Romolo Augustolo. Odoacre depose Romolo Augustolo con facilità e governò per oltre quindici anni di fatto l’Italia e la stessa Dalmazia, riconoscendo formalmente l’autorità dell’imperatore romano d’Oriente. Nel 493 il regno di Odoacre fu abbattuto dal potente re degli ostrogoti Teodorico sostenuto da Bisanzio. Sotto Teodorico e i suoi successori la Dalmazia – unita alla Slavia in un’unica entità amministrativa – rimase formalmente dipendente dall’Impero orientale, diventando una zona di contatto e strategica molto importante tra il mondo romano occidentale e quello orientale. 

L’invasione avaro-slava si abbatté sulla Dalmazia nel 615 con la conquista e il saccheggio di importanti centri dell’entroterra dalmata come: Asseria, Burnus, Scardona, Promona ed Epidaurum. Resistettero solo alcune città sulla costa come Nona, Zara e Traù, ma la splendida Salona fu espugnata e distrutta. L’urto avaro-slavo si era già rilevato pericoloso nel 600, poiché in quell’anno lo stesso papa Gregorio Magno nella penultima lettera all’arcivescovo Massimo di Salona ne aveva denunciato il pericolo. Ma nel 626, dopo il fallito assedio di Costantinopoli, la potenza avara diminuì progressivamente lasciando alla massa slava il dominio sui territori conquistati fino a quel momento. Per porre rimedio alla difficile situazione, l’imperatore bizantino Eraclio cercò, nel 635, l’alleanza con tribù croate e serbe non federate agli avari, promettendo loro la permanenza nei territori dell’Illiria se avessero debellato definitivamente l’orda asiatica. Gli Avari furono sconfitti e tornarono in Asia, e gli slavi venuti al loro seguito si stabilirono numerosi nelle campagne e nelle montagne dei Balcani occidentali e della costa dalmata. A queste tribù slave i vincitori croati e i serbi estesero il loro nome. Nell’agro salonitano e zaratino iniziarono a coltivare i campi e a praticare l’allevamento; qualche tempo più tardi i Cjroati appresero anche l’arte della navigazione e della pesca diventando padroni di alcuni tratti della costa dalmata. Dunque, nel periodo della missione dell’abate Martino per conto di Giovanni IV – prima metà del VII secolo – nella Dalmazia si andavano formando le nuove condizioni politiche e s’instaurava un rapporto di tolleranza indispensabile per la convivenza pacifica tra le popolazioni presenti nella regione.

Quasi provvidenziale, dunque l'azione di Giovanni IV, il papa dalmata per eccellenza. Settantaduesimo pontefice, tra le tante sue opere, ricorderemo che fu sua l'iniziativa di traslare a Roma, per deporle in un'apposita cappella, le reliquie di martiri e santi dell'Istria e dellaDalmazia. Si trattava dei resti di Venenzio, Mauro, Anastasio e Dominione deposti nel vestibolo del Battistero Lateranense. Sono raffigurati in un mosaico dell'oratorio insieme con altri martiri: in veste di sacerdote, Asterio, di diacono, Settimio, mentre da soldati Paoliniano, Telio, Antiochiano e Gaiano. Il Battistero Lateranense fu dedicato al vescovo di Duvno, Venanzio, che subì il martirionel 257. Anastasio fu vescovo di Salona, Mauro vescovo di Parenzo nel IV secolo; Dominione fu vescovo di Salona martirizzato nel 304.

Giovanni IV si spense il 12 ottobre del 642. La sua salma fu tumulata nell'antica basilica costantiniana del Vaticano, accanto alla tomba dell'apostolo Pietro, ma le sue spoglie andarono purtroppo perdute con la costruzione del nuovo tempio. La sua figura purtroppo non é molto conosciuta e poco studiata anche nella sua terra: merita invece di venire valorizzata e apprezzata in tutta la sua tutta l'importanza.

Fonti :

Michel Gant, "Gli imperatori romani, storia e segreti
Enciclopedia Treccani Online "Diocleziano, Gaio Aurelio"
Palazzo di Diocleziano nei siti: 
www.adriagate.com e wwwbisanzioit.blogspot.com
Sereno Detoni, "Giovanni IV papa dalmata"
Luciano Rota, "I Papi Caio e Giovanni IV"
 Francesco Semi, Vanni Tacconi  "Istria e Dalmazia. Uomini e tempi" vol. II

  

PREMI GIURIA:
offerti dalla Famía Ruvignisa

 

SOGNI                                                              Valentina Morožin   -   Classe VI

                                                          Scuola Elementare Italiana “Bernardo Benussi” Rovigno

                                                                        Insegnante: Ambretta Medelin

I NONNI CI RACCONTANO

Sono tante le storie che mi raccontano i miei nonni, storie di un'epoca antica, che hanno il profumo del mare dei vecchi pescatori rovignesi. Mi piace sentire il nonno raccontare di quel tempo lontano che sembra quasi uno di quei vecchi film che lui guarda, ogni tanto, su qualche rete poco conosciuta. Se gli chiedo perché si appassioni tanto guardando quelle storie così semplici da sembrare quasi finte, risponde che quelli erano gli attori e i cantanti della sua giovinezza, Little Tony o Gianni Morandi, e che quei film gli ricordano i bei tempi passati, quando gli uomini erano uomini e non esistevano parole come „stress“ o „smartphone“.

Il nonno mi racconta sempre di giochi per me strani, come quello chiamato „Balena“ che consisteva nel saltare dalla scogliera e tuffarsi in mare. I costumi da bagno erano fatti di stoffa durissima con la quale di solito si cucivano le tende. Loro non avevano l'equipaggiamento adatto alla neve: non avevano doposci o tute speciali, ma usavano i vestiti di ogni giorno e tornavano a casa tutti bagnati. Non nevicava quasi mai, ma quando succedeva tutti scendevano da Monte usando dei tavoloni come se fossero slitte.

I bambini uscivano ogni giorno a giocare con gli amici; le bambine giocavano con le bambole fatte di stracci, ma stavano sempre tutti insieme. Oggi questo non succede quasi mai perché sono tutti attaccati ai telefonini, ai computer o ai videogiochi e le persone sono molto più individualiste. Allora ci si riuniva spesso e tutti insieme si cantavano le bitinade. Non esistevano la televisione, i computer e i telefonini; si viveva seguendo i ritmi della natura.

A quei tempi il pesce era considerato il cibo dei poveri, la carne era un lusso e la maggior parte dei giorni si mangiava minestra. Le persone più ricche erano i contadini che vendevano i loro prodotti agricoli. Molti avevano anche uno spaccio, dove gli uomini si riunivano per bere un quartino, giocare a carte o semplicemente farsi una cantata. I giovani non andavano in discoteca a bruciarsi i neuroni, bensì andavano al „ballo”, dove si ballava in coppia, stretto stretto con la tua simpatia. Non c'era il DJ, ma l'orchestrina che suonava la canzone romantica del momento.

A pensarci bene, nonostante non fossero benestanti, erano più ricchi di noi, ricchi di esperienze pure e sane. Mi piacerebbe davvero fare un salto nel passato per poter vivere alcune di queste emozioni con il nonno, come correre con lui e i suoi amici sopra i tetti della vecchia Rovigno di una volta.

 

STELLA 4                                                   Antonella Poretti   -   Classe VIII

                                                           Scuola Elementare Italiana “Bernardo Benussi” Rovigno

                                                                       Insegnante: Ambretta Medelin

 

 Una fotografia in un cassetto

„Antonella! Puoi portarmi l'album fotografico, quello vecchio...“ gridò mia madre dalla cucina. Io stavo guardando un film in camera mia, così, infastidita dissi „Ok, un attimo“.

Mentre stavo cercando l'album vidi un sacco di foto sparpagliate una sopra l'altra,  una in particolare attirò la mia attenzione... Eravamo io, il mio cane Tobi ed il nonno. Guardandola uno sciame di pensieri mi attraversò la mente: Dov'era stata scattata la foto? Dove eravamo? Perché ci siamo solo noi tre nella foto?... Poi ricordai tutto.

Era primavera quel giorno. Eravamo io, i nonni e Tobi, e come ogni primavera eravamo andati in campagna a raccogliere gli asparagi. Era stata una bellissima giornata, me la ricordo come fosse ieri. Mi fermai qualche minuto e mi chiesi „Perché non ci andiamo piu' in campagna ogni primavera?“ Ero così distratta che non riuscivo a pensare ad altro. Presi la foto e l'album vecchio e chiesi confusa a mia madre „Mamma, perché non ci andiamo piu' in campagna io e i nonni?“. Poi, lo sguardo triste di mia madre mi riportò alla realtà e mi ricordai che il nonno e Tobi se n'erano andati. Sforzandomi di non piangere, feci un respiro profondo e dissi „Eh, si... Comunque erano bei tempi!“. La mamma mi abbracciò forte e mi sussurrò „A volte anche un pezzo di carta può far male, ma, bisogna farci l'abitudine. È la vita!“.

 FANTASIA                                                          Gaia Banko   -   Classe VI
                                                             Scuola Elementare Italiana “Bernardo Benussi” Rovigno
                                                                         Insegnante: Ambretta Medelin

Una fotografia in un cassetto

Per me le fotografie sono come dei segreti che vanno conservati per ricordare e raccontare una storia. Sono la nostra memoria, eppure gli uomini si scordano di quando erano piccoli, dei loro primi passi e dei primi approcci con il mondo: per questo esistono le fotografie! Esse sono fatte per non dimenticare. Sono dei tesori,veri e propri!

Io sono una persona che ama i bambini piccoli, però non ho nessun neonato a cui potermi affezionare, nessuno da poter abbracciare e coccolare. Nel loro sorriso cˈ è tutta la bellezza della vita. Ti offrono tutto lˈamore del mondo. Passare del tempo con loro significa divertirsi, imparare e conoscere. Certe volte sono proprio loro quelli che risolvono i problemi degli adulti.

Proprio ieri sono andata a cercare un po’ di fotografie della mia infanzia in un vecchio armadio che i miei genitori neppure ricordano di avere. Non avevo cosa fare, così mi misi a frugare tra centinaia di foto. Ne trovai tante, ma una particolarmente speciale. In quella fotografia cˈero io, potevo avere 1 anno, ed era proprio il mio compleanno. Così andai dalla mamma per farmi raccontare qualche dettaglio. Lei mi raccontò che quel giorno ero piuttosto nervosa e che mi ero svegliata prestissimo. Avevo cercato di scavalcare la culla in cui dormivo ma non ci riuscivo e ricadevo di continuo sul piccolo materasso facendo rumore. Quando mio papà si era svegliato, aveva cominciato a ridere e mi aveva portato in salotto. Lì, avevo cominciato a strisciare per terra a quattro zampe, siccome non sapevo ancora camminare. Anche mia sorella e mia mamma si erano svegliate ed entrate in salotto, mi avevano baciato. Cˈeravamo tutti a quel punto, così cominciarono a cantarmi la canzoncina di compleanno. Io ero felicissima, avevo una palmetta sulla testa, che erano praticamente un paio dei miei capelli raccolti in un ciuffo, ed indossavo il mio pigiamino preferito. Dopo i lunghi festeggiamenti e dopo il famoso ed attesissimo regalo, mia sorella  mi disse che quel giorno avrebbe tentato di farmi camminare. Mi aveva messo in piedi ma io cadevo continuamente, e dopo l’ennesimo tonfo sul pavimento, ero riuscita a rimanere in equilibrio. Allora mia sorella si era allontanata di qualche metro e mi aveva detto:  ̎ Forza sorellina, ce la puoi fare! Vieni da me, forza!  ̎. Lei mi aspettava dallˈaltra parte del salotto con le braccia aperte. I miei genitori in un primo momento mi presero per mano, dopo mi lasciarono ed io feci i miei primi passi. Ero contentissima, ridevo, mamma e papà erano fierissimi del mio coraggio e della tenacia di mia sorella. Quando arrivai da mia sorella, lei mi strinse in un grande abbraccio e mi diede un grosso bacio.

È proprio per questo che sono tanto affezionata a questa fotografia trovata in un piccolo cassetto di un armadio. Avevo una faccia incuriosita, delle tenere guancette, due occhi di colore blu intenso e le mani in avanti per reggermi se fossi caduta.Volevo ad ogni costo riuscire ad arrivare fino a mia sorella camminando sulle mie gambe. Durante il percorso, sentivo i miei genitori gridare e fare il tifo per me, mentre negli occhi di mia sorella cˈera una luce di amore e di speranza. Nei giorni seguenti,non smettevo di camminare. Alle volte i miei familiari mi fermavano pure. Quando cadevomi rialzavo con il desiderio e la voglia di migliorare edi non cadere mai più; talvolta inciampavo pure sui miei vestitini! Mia mamma mi raccontò che la foto era stata scattata da mio papà, mi disse anche che i primi passi sono sempre emozionanti e indimenticabili per tutti! Posso dire che è proprio vero, i primi passi di un bambino sono l’affermazione della sua esistenza, i suoi primi passi dimostrano che esiste, che c'è anche lui a questo mondo e che d'ora in poi nessuno lo potrà più ignorare.

 

PREMI GIURIA offerti dalla Regione Istriana

 NAGRADE ŽIRIJA Istarska županija

 

 

EUFRASIO                                                        Marina Uljančić, Classe VIII - b

                                                                            Scuola elementare Parenzo

                                                                      Insegnante: Ester Vlahović Udovičić


EUFRASIO  
                                                      Marina Uljančić, VIII - b. razred

                                                                                Osnovna škola Poreč

                                                                       Nastavnica: Ester Vlahović Udovičić

 

                                                                            Tema in pdf: Eufrasio

 

KIKI 1                                                           Carla Igora Macuka, Classe VII

                                                                         Scuola elmentare Fasana

                                                                      Insegnante: Claudia Udovičić
 

KIKI 1                                                           Carla Igora Macuka, VII. razred

                                                                          Osnovna škola Fažana

                                                                      Nastavnica: Claudia Udovičić

A tiatro ( storia raccontata dalla nonna) 

  Grande spetacolo de „Froilen ungherese vestida de cavaleriza“ al teatro de Pola.
   Un signor semplicioto, pensando ke la cantara' qualke canson, se posisiona con tanto de binocolo per vederla ben. E kuesta xe la sua storia. 

   Un giorno mi vado a tiatro, me sento e ge domando al sior ke jera senta' vicin de mi: „ Cosa xe quela roba rosa pindolera?“ . „ El sipario dizi lui!“ „Aah , el sipario!“ digo mi. Se al el sipario e salta fora una Zienska Balarienska ke buta le gambe slampate de qua e slamate de la'. Ge sciopala braghesa e ancche le mudande…
   „Bruta sporcaciona! Vate meter subito la cotola longa!!“ digo mi.
El sior ke jera senta' vicin de mi, ge piazeva tanto, ma el me ga da tante de quele lignade, ke xe la prima e la ultima volta ke vi vado a tiatro.

  

GEMELLI                                                         Gaia Paljuh, classe VI

                                                                    Comunità degli Italiani di Valle

                                                                       Insegnante: Miriana Pauletić

 

Gaia Paljuh, classe VI

Zajednica Talijana Bale

Nastavnica: Miriana Pauletić

 

VALLE STORIA DELLA COSTRUZIONE DELLA CHIESA PARROCCHIALE DEDICATA ALLA VISITAZIONE DI MARIA A S. ELISABETTA: tema in pdf

 

RICORDI 1                                                      Sara Žiković, classe II

Liceo Generale Scuola Media Superiore Italiana “Leonardo da Vinci” Buie

Insegnante: Fiorella Biasiol

 

Sara Žiković, classe II

Opća gimnazija Talijanska srednja škola “Leonardo da Vinci” Buje

Insegnante: Fiorella Biasiol

 

I mii veci i me conta
 
Ogni anno, durante le vacanze estive faccio visita ai miei  nonni e trascorro con loro un paio di giorni. Abitano in un piccolo villaggio circondato da una natura meravigliosa, tutto sembra più genuino e divertente, anche l'appetito aumenta. Quante avventure ho vissuto assieme ai miei cugini, ammonita di tanto in tanto dalla nonna!
Un giorno in particolare, quando il sole batteva cocente da far restare senza fiato, mio nonno, che di tempo non ne trovava facilmente, si mise a sedere vicino a me, osservandomi.
"Cosa ti ga, te manca casa?" mi chiese tutto preoccupato.
"No nonno, xe solo noioso star qua, voi andè riposar e mi no go cosa far".
Le sue forti spalle mi sembravano più curve in quel momento, nei suoi occhi intravedevo un filo di tristezza; sentivo che stava per raccontarmi una delle sue belle storie o magari qualche barzelletta, ma il suo racconto mi colpì più di qualunque altro.
"Sa" disse "mi, ai tui ani, no me anoiavo mai, dovevo aiutar sempre la famiglia, a sta ora iero a pascolar le armente o le galline e ala sera, quando portavo in stala le bestie, iero tuto contento perchè per zena gavaria magnà polenta e late come
ricompensa del mio lavor.
E allora gli chiesi: ''E no ti gavevi caldo?" e lui, sorridendo: ''Ah, ma mi iero furbo stavo sempre nel fiso del bosco o sotto qualche pianta, e se no resistevo, alora andavo a farme una bela nudada nella calusa , dove imbeveraimo le bestie; qualche volta cavalcavo la mia Bistra e anche ela la saltava dentro con mi per rinfrescarse. Ah, quante volte ghe ne go sentude de mio pare, "ti ghe spacarà le gambe a quel armenta", e mia rnare che la meteva el mastel al centro della corte, raso de aqua che la se scaldi, per farme far el bagno, de sera, quando tornavo casa tuto sporco."
Io allora gli dissi che era rneglio adesso, che sicuramente adesso la gente viveva rnolto meglio.
E lui, sorridendo, continuò: "Eh, no ti sa che profumi iera nelle case, mia mama la fazeva el pan la matina presto, anche due o tre forni perchè la farniglia iera grande e mi ghe rubavo un boboleto senza che Ia vedi e scampavo come un levaro zo per la rudina, per paura che no la me ciapi. Altro che bomboni,quel pan se squaiava in bocca come el miel!"
Osservavo mio nonno, la sua voce era calda, commovente, le sue guance avevano assunto un colore rosso fuoco e i suoi occhi erano attenti, quasi assaporasse nuovamente quelle sensazione.
Lui continuava: "E no ti sa, ala sera, che bel che iera! Tuto el paese se radunava soto el vecio murer, là se stava al fresco, per contarse qualche nova del giorno: de come el vecio Gin se ga tombolà con tutto el careto carigo de ludame, de
come zia Nina la ga brusà la tecia e la la ga sniacada in strada che no ciapasi fogo la coltrina o qualcun altro intonava una canzon e, daghe, tuti noi drio a cantar con lu, veci e fioi, tuto un coro."
E io di risposta: "Nonno, adesso ci sono i gelati alla sera, è molto meglio" e lui.
"Ma anche noi gavevimo le ciliege, i susini, i fighi, le angurie, i meloni e mia mama la rostiva le patate in forno, intiere con la scorza e, pena la le tirava fora, la ghe meteva un fil de oio de oliva e un fià de sal, iera un profumo che no ti pol creder, xe ani che no le go più magnade. Eh sì, el spacher a legni iera tuta un altra roba, tuto un altro profumo!"
Dissi a mio nonno che la vita dei contadini di quel tempo non mi sembrava così pesante e lui continuò.
"Ala matina, me dovevo alzar bonora, ale quatro, prima che fazi ciaro, se doveva andar zapar, perché quel iera un lavor che no finiva mai, se lavorava nei orti per interar le patate o tirar via le erbe cative, dopo bisognava curar le vide che in giugno le butava trope foie, se dava solfare con el folo e solfato con la pompa per via che no le se amali. Iera sempre de star atenti ala ruzada e ala piova, no iera mai de star tranquili. E se tuto andava ben, in autuno ti portavi casa careti pieni de uva, e daghe drio de novo! Torciar, travasar... iera un odor de mosto che quando ti pasavi per la cantina ti ieri za imbriago!"
Guardavo le mani di mio nonno, erano mani grandi, mani dure di lavoro, mani che avevano accarezzato questo mondo contadino di cui mi raccontava con orgoglio. Provai un senso di riconoscenza verso quest'uomo che era cresciuto
nel rispetto della natura,che aveva  continuato  il lavoro di suo padre, che aveva costruito una famiglia sulla terra dove era nato e che, con fiducia e amore, ogni anno curava i suoi vigneti, gli uliveti senza rimpianti, senza sosta, ma soprattutto
con tanto amore.
Avrei voluto dirgli tante cose, che ero orgogliosa di lui, che quel suo mondo antico, di allora, mi affascinava, che tutto raccontato da lui mi sembrava più bello, che la gente era sicuramente più unita e semplice, ma mi limitai ad abbracciarlo.
Fu un abbraccio lungo e sincero che esprimeva tutta la mia ammirazione per un uomo che aveva amato la sua terra come la sua famiglia, con dignità e rispetto. La vita e il tempo hanno cancellato molte cose, ma il rumore, i colori, il profumo della natura è rimasto uguale nel tempo e io sentivo di appartenere a questa meraviglia.

 

PREMI GIURIA:    offerti dal CDM – Centro di Documentazione Multimediale
della Cultura Giuliana Istriana Fiumana Dalmata

 

 Elementari, Lavori individuali:

 

NICO                                                                                  Nicolas Sodomaco   -   Classe IV

                                                Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Umago

                                                     Insegnante: Gabriella Grbeša

 

 Mi presento

Ciao, mi chiamo Nicolas, ho undici anni e frequento la quarta classe della scuola italiana di Umago. La mia materia preferita è la natura e società e l'informatica. Ho una mamma, un papà e anche una sorella più piccola di me che ha sei anni e si chiama Astrid. Mi piace tanto giocare con mia sorella ma a volte ci arrabbiamo per chi darà da mangiare ai pesci. Abbiamo cinque pesci che si chiamano: Pepo, Arci, Rocco, Cocco e Leoncino. Mi piace tanto la cioccolata e i dolciumi. Mi piace tanto aiutare il nonno a Seghetto a tagliare la legna e dar da mangiare alle galline. Ho tanti amici a Seghetto. ll mio colore preferito è il rosso perché è un colore molto acceso. La mia stagione preferita è l'estate perché d'estate c'é il mio compleanno e non si va a scuola.lo ho molti privilegi: sono affettuoso, caro, simpatico, coccoloso, carino, ma ho anche un difetto mi arrabbio facilmente.

Però dicono che crescendo cambierò. Mi sono presentato, io sono cosi.

 

MILU’                                                                            Federica Glišić Rota   -   Classe V

                                           Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Umago

                                                      Insegnante: Cristina Sodomaco

UNA FOTO NEL CASSETTO

 Un giorno scesi in cantina a cercare qualcosa che ora non ricordo e per caso in un cassetto di una credenza vecchia e malconcia trovai una foto polverosa, in bianco e nero, rosicchiata e un po' strappata. Non sapevo chi fosse la persona della foto: si trattava di una bella ragazza, di circa vent'anni. Allora la portai al nonno dato che a casa non c'erano i miei genitori. Mio nonno mi disse che si trattava della nonna da giovane: portava i capelli intrecciati in due lunghe trecce che le scendevano fino alle spalle. A quell'epoca non portava gli occhiali. Indossava un vestito lungo fino alle ginocchia, penso fosse di colore verde, con dei fiori ricamati immagino rosa e gialli. Sui bordi delle maniche, sul colletto e sul bordo del vestito c'era un bel ricamo bianco. Il nonno mi disse che a quell'epoca aveva circa vent'anni. Era proprio bella da giovane. Mi disse che sarebbe stato meglio che avessi rimesso la foto al suo posto perché dovete sapere che io sono una gran pasticciona e la foto era molto preziosa. Senza pensarci due volte corsi a casa, scesi le scale tutte d'un fiato e rimisi la foto nel cassetto. Dopo andai a letto visto che era tardissimo e l'indomani dovevo andare a scuola.

Dormendo sognai una ragazzina magrolina che se ne stava appollaiata su un olivo, attorniata dai „dindi“ con un vestitino rosso, di cotone e i capelli biondi, tagliati a caschetto, mentre stava cantando a squarciagola una canzoncina inquietante che faceva più o meno così: „ Ciuriti ciuriti pujkanà' Vrah te da! Vrah te da!“

Doveva pascolare i tacchini ogni pomeriggio dopo la scuola. Alle volte pascolava i tacchini, alle volte le mucche. Quando doveva portare le mucche al pascolo per non far fatica le cavalcava ed era molto severa con loro perché durante il tragitto dalla stalla al pascolo molte volte le mucche avrebbero mangiato volentieri la frutta e la verdura dei contandini nei campi però lei glielo impediva con un ammonimento oppure usando la „scuria“. Doveva stare nei campi fino a tardi. Alle volte aveva fame e chiamava la mamma:

-        Mama! Poso vegnir casa? Go fame!

Ma la mamma non le rispondeva perché era molto lontana e non la sentiva. Intanto a lei veniva l'acquolina in bocca al solo pensiero delle minestre coi „biguli, bubici, con le lasagne o la jota“ .

Le sue giornate trascorrevano più o meno così: al mattino si svegliava e quando non aveva tempo di andare a scuola, perché dovete sapere che una volta si andava a scuola solo quando non c'erano impegni urgenti in campagna, con la bicicletta andava nella Valle del Quieto a girare il fieno per farlo asciugare. Rimaneva là fino alla sera solo con una bottiglia d'acqua e un pezzo di pane e „ parsuto“ e aspettava il papà che venisse a prendere il fieno col carro per portarlo a casa. Lavoravano fino a tardi, fino alle due del mattino per sistemarlo nel fienile e il più delle volte si addormentava sul piatto mentre cenava. Dato che la vita in campagna era molto faticosa e richiedeva molti sacrifici, decise di andare a studiare a Buie per fare la sarta. Lei ci andava con la corriera ogni giorno e alla fine del corso ogni sarta giovane doveva cucire un vestito per sè e sfilare con il proprio vestito indosso. Ah!, adesso la riconosco... quella sulla passerella è la nonna della foto! Aveva un'aria fiera e felice perché era riuscita a realizzare un vestito tanto bello tutto da sola con la vecchia macchina a pedale della sua nonna.

D'un tratto la sveglia mi ha riportato alla realtà ed ho esclamato:

-        Oh no! Oggi c'è scuola!

Ma subito ho ripensato al sogno fatto, alla mia nonna che si è dedicata tutta la vita alla famiglia e ora ci cuce i vestiti per le bambole. Dalla sua mamma ha imparato anche a cucinare molto bene e ci dice sempre che se non vogliamo fare fatica con il corpo dobbiamo farla con la mente, ciò significa che ci dobbiamo impegnare nello studio sennò dovremo prendere „el furcal in man“.

 KIKI 2                                                                            Chiara Bonassin   -   Classe III
                                                                         Scuola Elementare Dignano – Sezione italiana
                                                         Insegnanti: Cristina Gambaletta Anjoš e Ariana Moscarda Andrić

I nostri nonni ci raccontano

Mio nonno mi ha raccontato di un gioco che si chiamava "Maiela". Questo gioco si giocava così: si buttava un sasso e poi ognuno aveva la sua Maiela e la doveva buttare più vicina al sasso e chi la buttava più vicina vinceva. Mi ha raccontato anche il gioco delle spade che si giocava così: si facevano delle spade con le bacchette e poi si giocava uno contro l'altro e mi ha raccontato del battitacco che si faceva così, si prendeva il " sarnoso del granoturco" che si tagliava in un modo speciale e poi si scuoteva e si faceva un tale fracasso.
ia nonna mi ha raccontato della "tria" che si giocava così: si faceva il campo con i numeri fino a dieci, e si buttava il sasso e poi si saltava. Mi ha raccontato che giocava con la bala e faceva questa conta: "Stando ferma senza ridere con un piede con una mano, batto zigozago, un mulino un bacino tocco terra la girandola"

Superiori:

 

STORIA                                                                                     Dora Ivezić  -  Classe I – m                         

                                                 Ginnasio Scientifico – Matematico

                                                                      Scuola Media Superiore Italiana Fiume

                                                        Insegnante: Gianna Mazzieri Sanković

I nostri nonni ci raccontano

 Ricordo che da piccola ascoltavo volentieri le storie che raccontava mia nonna. Non si trattava di favole o di fiabe, ma erano ricordi del passato vissuti da lei e dai suoi familiari. Erano momenti della loro vita quotidiana.

La nonna Dušica è nata a Fiume nel lontano 1943. Questo era un anno molto movimentato nella storia di Fiume, infatti, l’8 settembre del 1943 il re ha nominato il generale Badoglio quale capo del Governo. Era annunciato l’armistizio da parte di Badoglio fra l’Italia e gli angloamericani. Anche Fiume fu bombardata da parte degli angloamericani e specialmente l’odierna Cantrida che in quel tempo portava il nome di Borgomarina. Nello stesso mese i tedeschi occuparono Fiume. Era un momento triste per la città perché la miseria bussò alle porte. In quell’epoca molti fiumani abbandonarono la loro città. Tantissimi profughi hanno lasciato Fiume. Una parte della famiglia di mia nonna è rimasta qua. Abitavano a Sušak e precisamente a Pećine. La casa dove vivevano era molto spaziosa e confortevole, aveva un bagno e tre vaste camere. Purtroppo, qualche anno più tardi erano costretti a cambiare il loro alloggio con uno più piccolo per non ricevere ancora una famiglia in convivenza con loro secondo le leggi dello stato in cui vivevano. Infatti loro erano in quattro: mia nonna, i suoi genitori e sua nonna per poter godere il lusso di tre camere.

 Prima del trasloco il sofà si trovava sotto un quadro, che rappresentava un’alluvione in montagna, e davanti c’era il televisore in bianco e nero. All’epoca, la sua famiglia era l’unica nella via a possederlo. Ogni mercoledì sera tanti vicini di casa venivano da loro a guardare un film.  Vivevano modestamente come la maggioranza dei cittadini. Se ci penso adesso, per noi, ragazzi di oggi, è inconcepibile il fatto di non avere da mangiare in abbondanza. Loro invece facevano un pasto al giorno che era sufficiente appena a riempire lo stomaco. Il mercato era situato nei pressi della Fiumara. La nonna mi raccontava che spesso per poter fare la spesa sua mamma dava in cambio di cibo dei piccoli oggetti preziosi. I suoi genitori lavoravano tutti e due nella più grande azienda marittima di Fiume.

Molti uomini si guadagnavano il pane lavorando nel porto o nelle industrie. La Cartiera dava lavoro a tanta gente. Nelle famiglie dei marinai il padre o il marito spesso rimanevano assenti da casa per lunghi mesi. Gli artigiani lavoravano, nelle loro botteghe, al pianterreno delle case in Via Rački. Per quella via passava il traffico e le donne scendevano da Grobnico a portare il latte in città. Inoltre, il commercio era molto sviluppato. Via Rački era famosa anche per i suoi negozi e le sue numerose osterie, dove si poteva comperare, sia di mattino sia di sera un pasto veloce. I pasti tipici del luogo rispecchiavano la presenza di diverse nazionalità nella storia di Fiume. Ad esempio il gulasch, le crêpe, le minestrine, le zuppe di pesce, la pasta e i fagioli e i famosi strudel. Si serviva, ovviamente il vino. La cosiddetta “socializzazione” si manifestava in quei locali. C’erano pure ristoranti più eleganti, frequentati dal ceto sociale più agiato. Delle volte il sabato sera mia nonna andava al cinema, o al “Luxor” o al cinematografo “Jadran”. Le piaceva sempre l’atmosfera in quelle sale. Invece, oltre il ponte, al Teatro Verdi l’affascinava l’architettura sia esterna che interna.

L’albergo Continental era aperto e nello stesso palazzo si trovava pure la farmacia che era praticamente lo spazio dell’attuale pasticceria. Sua mamma la mandava a prendere lì i medicinali ogni volta quando si ammalava qualcuno della famiglia o del vicinato dato che alla nonna piaceva girare per le vie della città. Durante una di queste passeggiate aveva scambiato lo sguardo con un ragazzo il cui volto le è rimasto impresso nella mente. Me lo ha descritto con molta precisione come se lo avesse di fronte. Aveva un viso ovale ed era di carnagione scura. Aveva un naso regolare, i capelli corti e castani, gli occhi azzurri e vivaci. La nonna aveva l’impressione di conoscerlo da sempre anche se non avevano ancora mai parlato.

In quel periodo c’era poco traffico. I ragazzi giocavano sulla strada. Il gioco preferito di mia nonna era, come veniva chiamato, “ il gioco dei bianchi e dei neri.” Le piaceva la compagnia e trascorreva ogni momento libero uscendo di casa per stare con gli amici. Con le amiche scendeva in riva al mare per poter chiacchierare in pace di fronte al paesaggio marino. Condividevano  i loro piccoli segreti e la nonna confidò alle amiche pure l’incontro con il ragazzo misterioso, il cui nome a me non venne svelato.

Da quanto mi raccontava risulta che le piaceva andare a scuola. Dopo le elementari si era iscritta al ginnasio di Sušak, dove aveva trascorso, secondo lei, dei giorni indimenticabili, probabilmente perché era giovane e piena di voglia di vivere. Finito il ginnasio si era iscritta all’Università  di economia e commercio qua a Fiume.

Mia nonna mi raccontava numerose storie della sua infanzia e fanciullezza, ma io ho la necessità di sentirne ancora.

Mi interessa sempre di più la sua vita di una volta, tanto differente della mia odierna. So che tutti i nonni hanno bisogno di parlare delle avventure e dei problemi del loro passato perché forse in questo modo tornano a riviverli nei ricordi. Noi giovani possiamo essere grati di avere dei nonni vivi che ci tramandano le loro esperienze del passato.

  
PREMI GIURIA:    offerti dall’Associazione dei Dalmati Italiani nel Mondo

 

Elementari:

 

STELLA 2                                                                        Leona Barišić    -   Classe VI   

                               Scuola Elementare “Vjekoslav Parać” Salona/Solin

                                           Insegnante: Anet Plenković Račić

Una fotografia in un cassetto 

Sempre quando vado da mia nonna, guardo le fotografie della mia città. Le fotografie mi servono a ricordare i tempi passati e a vedere tutte belle cose che c'erano nella mia città. Io abito in una piccola città vicino a Spalato. Nelle foto si vede  la primavera. Gli uccelli cantano,i fiori crescono e i bambini giocano. Ci sono anche le case bianche, i prati con i fiori, il fiume Jadro che corre verso il mare, la piazza con molta gente. Nel cassetto della nonna posso anche trovare le foto di Salona piena di resti  di un'antica città che molti anni fa era  la capitale della Dalmazia durante l'Impero romano. Per tutto questo credo a mia nonna quando mi dice che la più bella primavera è nella nostra città.

 
LP10                                  
                                         Lana Nedoklan    -   Classe IV
 
                                                                             Comunità degli Italiani Lussinpiccolo
                                                                                      
Insegnante: Petra Herceg

VITA DI SCUOLA

 Mi piace andare a scuola perché mi piace passare il tempo con gli amici e mi piace quanto la maestra ci dice che andiamo nel boschetto. Le mie materie preferite sono l' educazione fisica, la musica e l' inglese. Mi piace andare a scuola perche la mia maestra e molto buona. Penso che la mia maestra e la migliore di tutte le maestre. Mi piace quanto leggiamo tutti o scriviamo una storia e la maestra ci da i complimenti.
Vorrei andare per sempre alla scuola elementare


LAKI                                                                            
Lazar Drašković   -   Classe VII

                                                        Scuola Elementare “ Blažo Jokov Orlandić” Antivari/Bar, Montenegro

                                                                                        Insegnante: Alma Lukolić

 

“Una fotografia in un cassetto” 

Un giorno i mie genitori sono andati al lavoro ed io sono rimasto solo a casa. Stavo nel  salotto e non sapevo  cosa fare. Mi è passato per la mente che non ho mai guardato i vecchi album con le foto della mia famiglia, anche quelle prima della mia nascita. Ho aperto un cassetto e poi l’altro e ho guardato tante  fotografie interessanti con pazienza. Queste fotografie mi hanno detto tante cose di vita della mia famiglia e dei nostri amici. Ho trovato le foto dei miei genitori ,nonni,zie,sorelle,tutti… Ero  molto contento di vederli. Alla fine,nell'ultimo cassetto ho trovato la cosa più bella di tutte le altre. Il matrimonio dei miei genitori, mamma vestita in bianco,papà con una cravatta,sorridono e si amano. Era molto emozionante vedere questa situazione. Ho preso la foto dal cassetto,poi  una cornice vuota dove l’ho messo,e ho trovato un posto centrale nel salotto per la foto. Adesso il salotto sembra più bello di prima.

E la cosa più importante, ho visto questi stessi sorrisi dalla foto anche in diretta sulle facce di  loro due quando sono tornati a casa.

 

DEJANA                                                                             Dejana Parović   -   Classe IX

                                                                             Scuola Elementare “Nikola Đurković” Cattaro/Kotor, Montenegro

                                                                                              Insegnante: Tijana Marić

 

 I nostri noni ne conta-i nostri nonni ci raccontano

      Mi interessava sempre  il passato del mio paese e della mia famiglia. È bello sapere qualcosa del nostro paese, perché  dal passato impariamo tante cose utili.

    Mia nonna mi racconta sempre qualcosa del passato della nostra famiglia. Quando l’ho chiesto  del cognome della mia famiglia “Parović” e da quando esiste, lei mi ha raccontato . Mi ha detto che “Parović“-il nostro cognome esiste  dal 1600. Noi non siamo numerosi , però  una volta  noi eravamo più numerosi che oggi. L’ origine del nostro cognome ”Parović“ viene dalla parola “PARE” che nella nostra lingua significa “I SOLDI”. Abbiamo avuto questo nome Parović, perché  nel passato  loro tutti vivevano in campagna, avevano molta terra-i campi e molti animali  domestici. Erano molto ricchi e avevano una farma famosa. Oggi quasi tutti vivono in città. Poi la nonna mi ha raccontato di lei e di mio nonno. Il padre di mio nonno parlava forte e per questo era famoso nella sua campagna. E oggi anche mio padre parla forte come lui lo faceva. Mio nonno e mia nonna si conoscevano perché erano vicini di casa nella stessa campagna. Poi quando si sono sposati mio nonno andava molte volte a lavorare in Austria con un suo compagno. Ma sempre avevano molti animali domestici e un giardino grande con tanta frutta e verdura che coltivava mia nonna. Vivevano in una casa  che hanno diviso con il fratello di mio nonno. Avevano un cane per molti anni e ancora oggi tutti lo ricordano . Avevano un trattore , non avevano l’auto e altre cose  che oggi esistono. La loro vita non era facile, lavoravano molto per i bambini. E oggi i  loro figli  sono contenti, sopratutto vedo che mio padre  è contento. Mia nonna mi ha detto  i  nomi dei miei bisnonni. I suoi nomi erano diversi  di oggi- un po ’ arcaici e oggi nessuno si chiama più cosi. Mia nonna dice che le dispiace perché la casa è abbandonata e anche tutta la campagna è abbandonata. Mia nonna, quando è morto mio nonno  è venuta a vivere con noi.

    Secondo me tutti dobbiamo sapere qualcosa del nostro passato per sapere   le nostre  radici.

   
PREMI SIMPATIA PER I BAMBINI DELLA PRIMA CLASSE
:      

 

    CAGNOLINO                                                                   Andrea Lakošeljac   -   Classe I

     Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Sezione Periferica di Bassania

                                                                                           Insegnante: Carmen Rota

 "Mi presento"

Io sono Andrea. Io ho gli occhi marroni. A scuola mi piace giocare con Chiara e Mattea e giochiamo a far finta di essere dei cagnolini. Al pomeriggio gioco con mia cugina Allison che ha due anni. Lei è un po' capricciosa.  Con la mia famiglia vado sempre in bici fino a Catoro e dopo vado sugli scivoli. Mi piace guardare la TV, guardo sempre Violetta e Sam e Cat. Quando mia mamma Kristina aveva il compleanno siamo andati a mangiare un hamburger con le patatine e io mi sono seduta su una pietra che mi è caduta sulla gamba che si è gonfiata. Sono andata a Pola dove mi hanno fotografato la gamba ma non era rotta ma mi faceva tanto male. Io voglio bene alla mia famiglia.

 

TOPOLINO                                                                            Jordan Marfan   -   Classe I

                                                                       Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Sezione Periferica di Bassania

                                                                                              Insegnante: Carmen Rota

                      

Tema: "Mi presento" 

Io mi chiamo Jordan. Mi piace giocare con il mio cane che si chiama Maxi. Io e il mio cane giochiamo a calcio. Il 16 marzo festeggio il mio compleanno.

      

 

 PESCIOLINO                                                                         Leonardo Vigini   -   Classe I

                                                                         Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei”  Sezione Periferica di Bassania

                                                                                              Insegnante: Carmen Rota

Tema: "Mi presento" 

Io gioco con il mio coniglio bianco che si chiama Molly. Lei ha gli occhi rossi. Io ho anche un cane che si chiama Lunjo.

 

 

VIOLETTA 1                                                                         Leonardo Močibob   -   Classe I

                                                                             Scuola Elementare Italiana “Bernardo Benussi”  Sezione Periferica di Valle

                                                                                            Insegnante: Ines Piutti Palaziol

I NOSTRI NONI NE CONTA

Mio nonno si chiama Aldo. Mi ha raccontato che a lui la scuola non piaceva tanto. Le materie che aveva erano matematica, croato e italiano. Doveva ascoltare sempre i maestri perché erano molto severi e volevano esser rispettati. Li mettevano in castigo ad esempio in ginocchio sul sale e li picchiavano con una bacchetta sulle dita. Aveva sempre tanti compiti da fare ma non aveva moto tempo per studiare perché doveva lavorare nei campi ed aveva anche molti animali. Nonno Aldo ha frequentato la scuola fino ai 15 anni. Aveva due libri e due quaderni. Quando aveva del tempo libero giocava all'aria aperta con gli amici perché non avevano né la televisione né altri giocattoli ma se li dovevano costruire da soli.

Mio bisnonno Mario invece a scuola ci andava contento e gli piaceva molto. La riteneva importante e doveva sempre ascoltare la maestra altrimenti anche lui, come nonno Aldo, riceveva con la bacchetta per le dita. Quaderni non ne aveva ma si scriveva tutto su di una lavagna e, tornati a casa, dopo aver fatto i compiti, bisognava andare in campagna e prendersi cura delle mucche e delle capre. In classe erano in tanti, grandi e piccoli assieme, avevano il coro e cantavano. Spesso li mandavano con dei secchi a prender l'acqua e luce non ne avevano.  Tempo per giocare non ne aveva perché era il fratello più vecchio e doveva lavorare mentre le sue sorelle si occupavano delle faccende domestiche.

 

MOSTRO 1                                                                               Philip Paretić   -   Classe I

                                                                                  Scuola Elementare Italiana “Bernardo Benussi”  Sezione Periferica di Valle

                                                                                               Insegnante: Ines Piutti Palaziol

 

I NUSTRI NONI NE CONTA

MOTTO: MOSTRO 1

 

Quando la maestra ci ha dato il compito da svolgere per le vacanze invernali ero disperato... ci ha detto di chiedere ai nostri nonni se a loro piaceva andare a scuola, come si comportavano, com'erano i maestri... Ero preoccupatissimo... ˝Non so scrivere...˝ ho detto alla maestra. Lei, sorridendo mi ha risposto...˝Tu ai nonni poni le domande e fatti aiutare dalla mamma per scrivere. Falla diventare la tua segretaria˝. E così ho fatto... i nonni raccontavano, mamma scriveva ed io... a bocca spalancata ascoltavo le storie che avevano da raccontarmi.

Nonna Miriana ha iniziato a frequentare la scuola nel 1960. In classe erano una quindicina e la loro maestra si chiamava Mirella. Le piaceva andare a scuola perché aveva tanti amici però non le piaceva litaliano. Doveva frequentare le lezioni al pomeriggio perché i bambini della scuola croata usavano le aule al mattino. Anche se erano in tanti le classi erano combinate. Lei era una brava alunna ed ascoltava sempre la maestra. Gli insegnanti erano buoni ma molto severi con chi non ascoltava, specialmente con i maschietti. Per punizione ti facevano andare dietro alla lavagna, ti mettevano in ginocchio sul sale o sul mais, ti tiravano per le basette e ti davano qualche sberla o qualche calcio nel sedere. Non davano tanti compiti. Nonna Miriana aveva molto tempo per studiare ed è riuscita a terminare l'università ed a diventare pure lei una maestra. Il suo occorrente scolastico non era mai nuovo nè all'ultima moda ma doveva usare le cose che erano state di sua sorella. L'astuccio era di legno e quei pochi colori che aveva le dovevano bastare per quasi tutto l'anno. Siccome andava a scuola sempre al pomeriggio d'inverno andava spesso via la luce e i bambini erano contentissimi perché potevano andare a casa prima della fine delle lezioni. C'erano poi dei maestri che bevevano spesso il caffè e tardavano molto nel rientrare in classe e gli alunni erano molto contenti perché potevano giocare più a lungo. Il suo compagno di classe di nome Bruno riceveva sempre dall'Italia dei bellissimi colori (acquerelli) e lei e le sue compagne glie li prendevano per laccarsi le unghie. Quando lui lo scopriva le rincorreva per dargliele. Per i genitori di nonna Miriana la scuola era molto importante e hanno fatto molti sacrifici per farla studiare.

Nonno Roman invece ha frequentato la scuola a Rovigno. In classe erano una trentina e la sua maestra si chiamava Ines Rocco. A lui non piaceva andare a scuola perché si doveva studiare e fare i compiti. Li faceva sempre con la mamma e se lei non era a casa i compiti non li faceva. La mamma gli leggeva anche il libro delle letture e poi glie lo raccontava. Fino alla quarta era un bravo alunno e poi alle superiori, specialmente in VII e VIII scappava da scuola. I maestri erano bravi ma anche severi con chi non ascoltava. Per punizione dovevi andare dietro alla lavagna, c'era pure un tavolo in fondo alla classe dove andavi a sedere e ti dovevi mettere le orecchie da somaro e guardare il muro. Ti tiravano pure le basette. Quando doveva studiare nonno Roman non lo faceva, metteva invece un giornalino nel libro e faceva finta di studiare mentre invece leggeva i fumetti. Ha frequentato la scuola fino a 17 anni ma non l'ha finita, secondo lui a causa di un'insegnante molto cattiva. A causa sua quell'anno 43 alunni avevano lasciato la scuola.

Nonno aveva la cartella nuova, i suoi genitori glie la comperavano ogni due anni. Anche i libri che usava erano sempre nuovi. Per i suoi genitori la scuola era molto importante. Doveva portare rispetto agli insegnanti altrimenti a casa se le prendeva. Nonno era molto bravo in educazione artistica ed ha partecipato e vinto molti concorsi. Una cosa che gli piaceva a scuola era quando, invece di fare lezione, facevano portare agli alunni metri e metri di legna. Una volta, per scappare da scuola, nonno ha battuto forte la porta contro il muro e c'era una vecchia stufa di maiolica che dal colpo si è rotta. Suo papà è dovuto venire a scuola per pagare il danno.

Nonno Eligio ha frequentato la scuola elementare di Valle. In classe erano una quindicina. La sua maestra si chiamava Mirella. Non gli piaceva andare a scuola e si annoiava a studiare e fare i compiti. Come alunno non era molto bravo, studiava poco perché quando tornava a casa doveva aiutare suo padre con gli animali che avevano e lavorare in campagna. Non ascoltava mai la maestra ed era spesso in punizione: doveva stare con le ginocchia sul sale, gli davano con il righello per le mani, ogni tanto riceveva qualche sberla e lo tiravano per le basette.

Ha frequentato la scuola fino alla settima classe e poi non ci voleva più andare. Il suo occorrente scolastico era sempre vecchio e su un quaderno si scrivevano due o tre materie. L'astuccio era di legno e per scrivere si usavano pennino e inchiostro. Per i suoi genitori la scuola era solo una perdita di tempo, era più importante lavorare. A scuola non aveva le ciabatte nuove ma la mamma glie le faceva con un vecchio copertone come suola e sopra ci metteva un pezzo di tela. Lui ed i suoi amici ne combinavano tante: una volta avevano persino messo un secchio sulla porta e quando la maestra era entrata le era caduto in testa. Un'altra volta mentre lui ed altri quattro suoi amici erano in castigo, uno di loro, che spesso sveniva, aveva fatto finta di sentirsi male. La maestra si era talmente spaventata da non metterli mai più in ginocchio.

Nonna Ana ha frequentato la scuola croata di Valle. In classe erano in venticinque. La sua capoclasse si chiamava Ruža. Non le piaceva andare a scuola. Preferiva invece andare in campagna con suo nonno. La sua materia preferita era ginnastica. Non era una brava alunna, veniva promossa con il 2 o il 3. Ascoltava però attentamente la maestra, non la faceva arrabbiare e faceva sempre i compiti. Non le piaceva studiare e la mamma la chiudeva persino in soffitta con i libri però lei guardava fuori dalla finestra. Con chi non ascoltava i maestri erano severi: tiravano le basette e davano con il righello per le mani. In prima classe, se non facevi i compiti, per punizione ricevevi quattro o cinque nuove pagine da risolvere (copiare, calcolare...). Tutti gli alunni erano vestiti in modo uguale. Nonna Ana non aveva molto tempo per studiare perché finita la scuola doveva andare ad aiutare i suoi genitori in campagna ed a raccogliere il tabacco. Ha frequentato la scuola fino ai quindici anni ed ha ripetuto due volte la quinta e la settima classe. Dopo di questo non voleva più andare a scuola ma voleva trovare un lavoro. Il suo occorrente scolastico era sempre vecchio: quando rimaneva senza quaderni e non c'erano soldi per comperarne di nuovi scriveva anche tre materie su un unico quaderno. Per i suoi genitori la scuola era molto importante e la punivano se non studiava. La cosa che le piaceva fare di più a scuola era preparasi per la staffetta di Tito il 25 maggio. Dovevano imparare canzoni e poesie per lui. Ogni anno a marzo veniva organizzata la giornata del ˝Saluto alla primavera˝: con le maestre e con tutti gli alunni della scuola andavano a fare un pic nic in natura. Lì giocavano a pallavolo, le maestre raccontavano loro delle storie e raccoglievano fiori. Ogni anno cambiavano posto, andavano alla quercia, su San Michele, alla Chiesa della Madonna Alta....

Bisnonna Gina ha iniziato a frequentare la scuola alla fine degli anni trenta. Frequentava la scuola ˝De Amicis˝ dai frati a Rovigno. Erano una classe mista e tutti erano vestiti in modo uguale: grembiule bianco con il collarino blu. A lei piaceva molto andare a scuola: amava studiare e da grande voleva fare la maestra ma non avendo soldi per proseguire gli studi è dovuta andare a lavorare a tredici anni. A quei tempi c'erano cinque anni di scuola elementare e dopo si andava in ginnasio. Dopo aver finito la quinta lei ha seguito per qualche mese le lezioni al ginnasio però dopo, per mancanza di soldi e a causa della guerra, non ha potuto continuare. Le è dispiaciuto molto perché amava la scuola. Era una brava alunna, faceva sempre i compiti e studiava molto. I maestri erano bravi e le punizioni le ricevevano solo quelli che erano molto molto cattivi. Dovevano stare in piedi dietro alla lavagna e ricevevano con la bacchetta sulle mani. Se venivi sporco a scuola i maestri non ti sgridavano ma ti davano un secchio ed una saponetta e ti dovevi lavare. Nonna riceveva tanti compiti per casa ma aveva tempo di studiare perché non aveva né campagna, né animali. Non aveva né lo zaino né la cartella. Sua mamma una volta, facendo molti sacrifici, glie ne aveva comperata una (era di cartone). Lei però, per difendersi da un bambino che la picchiava l'ha rotta. I libri non li comperava mai ma venivano regalati dal Patronato e poi se li scambiavano ogni anno. Scrivevano sui quaderni con il pennino e l'inchiostro. Per sua mamma la scuola era molto importante. Siccome lei non sapeva né leggere né scrivere voleva che la figlia imparasse, si facesse una cultura e trovasse un bel lavoro.

Un giorno a scuola, quando frequentava la prima classe, stava seduta al tavolo con il suo bel grembiule bianco ma, quando si è girata, si è versata tutto l'inchiostro addosso. Le ore di religione le teneva una suora che li sgridava sempre. Una volta dovevano imparare a memoria una preghiera e lei proprio non ci riusciva. A forza di sgridarla la preghiera l'ha imparata e la ricorda ancora oggi.

 

 

CRISTIANO RONALDO 1                                                    Brando Damiani   -   Classe I

  Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Umago

                                                                                             Insegnante: Ilenija Anić

MI PRESENTO

Io sono Brando Ho sette anni, frequento la prima classe della scuola italiana Galileo Galilei di Umago. Vivo a Valizza in una bella casa con i miei genitori. La mia famiglia e' composta dalla mamma Deana, dal papa' Moris e da mio fratello Gianluca. Voglio tanto bene alla mia famiglia e mi ritengo un bambino fortunato.

 

 FLORA                                                                        Ramona De Andrea Ladišić   -   Classe I

  Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Umago

                                                                                              Insegnante: Ilenija Anić

MI PRESENTO

Ciao mi chiamo Ramona ho sette anni. Ho una bella famiglia composta da mamma, papa' e le mie sorelle Leni e Renee'. Mi piace giocare con le mie sorelle e le mie cugine. La mia stagione preferita e' l' estate. Frequento la prima classe, le materie che mi piacciono sono: informatica, matematica e anche religione.

 

LUNA                                                                                   Angela Benčić   -   Classe I

                                                                              Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Umago

                                                                                             Insegnante: Ilenija Anić

 

MI PRESENTO

Io sono Angela presto compiero' otto anni. Abito a San Lorenzo con la mia famiglia che e' composta da mamma, papa' e da mia sorella Marianna. Frequento la prima classe della scuola .... Mi piace molto lo sport, mi piace giocare a tennis e andare in bici. Ho due gatti ai quali voglio tanto bene si chiamano Ben e Merlino.

 

AISCIA                                                                              Carla Bernardis   -   Classe I

                                                                                Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Umago

                                                                                              Insegnante: Ilenija Anić

MI PRESENTO

Mi chiamo Carla . Abito a Scavnize, un paese vicino a Umago. La mia casa e' circondata dalla campagna e da un bellissimo bosco pieno di fiori stupendi. Frequento la  prima classe. Tra i miei passatempi preferiti c'e' la bici e il gioco con la mia gattina Lolita. Durante il finesettimana mi piace raccogliere i fiori nel bosco.

 

 

NEYMAR 2                                                                           Matteo Anić   -   Classe I

                                                                                     Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Umago

                                                                                              Insegnante: Ilenija Anić

 

MI PRESENTO

Buongiorno sono Matteo, vivo a Daila un paesino vicino al mare. Ho una bellissima famiglia composta da mia mamma Ilenija, da mio papa' Elvis, da mia sorella Chiara e da me. Ho sette anni sono nato il 24 aprile 2007. Frequento la prima classe elementare. Mi piace la scuola e le mie materie preferite sono: informatica e ginnastica. Il pomeriggio gioco a calcio. La mia squadra del cuore e' la Juventus. Sono un bambino allegro e felice.

 

MUSA                                                                              Veronika Kristina Penco   -   Classe I

                                                                                    Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Umago

                                                                                          Insegnante: Ilenija Anić

 

MI PRESENTO

Ciao, io sono Veronika Kristina . Vado in prima classe. Le mie materie preferite sono: disegno, religione, ginnastica e informatica. Mi piacciono tutte le stagioni l' inverno, l' autunno, la primavera e l' estate. La mia famiglia e' composta da mamma Ivana, papa' Cristian, fratello Dominik e me. A me piace raccogliere i fiori, disegnare, cantare e ballare. Ho sette anni.

 

 

LEGO PICCOLO                                                                  Martin Codiglia Vidach   -   Classe I

                                                                                     Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Umago

                                                                                              Insegnante: Ilenija Anić

MI PRESENTO

Ciao io sono Martin, il quattro maggio compiero' sette anni. Le mie materie preferite sono: informatica, ginnastica e matematica. La mia stagione preferita e' l' estate perche' posso mangiare i gelati e nuotare nel mare. I miei sport preferiti sono nuoto e windsurf. Sono un bambino allegro e mi piace giocare con il mio fratellino Damian.

 

MOELA                                                                                        Ivano Markovec   -   Classe I

                                                                                    Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Umago

                                                                                                   Insegnante: Ilenija Anić

MI PRESENTO

Mi chiamo Ivano. Sono nato a Varaždin e' ho sette anni. Vivo a Umago, in Via della scuola, con i miei genitori, la sorella e i nonni. Ho frequentato l'asilo nel gruppo dei „Pesciolini“, ora frequento la prima classe elementare. Dopo la scuola pratico il calcio e mi alleno con gli amici al club del „Moela“. Mi piace anche giocare con mia sorella Anna, andare in bici ed aiutare i nonni in giardino.

 

STELLA 1                                                                                   Rebecca Huzjak   -   Classe I

                                                                                       Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Umago

                                                                                                   Insegnante: Ilenija Anić

MI PRESENTO

Io mi chiamo Rebecca, ho sette anni. Vivo a Umago. Siamo una bella famiglia: ho due sorelle Lea di tre anni e Rene di dieci, la mia mamma si chiama Manuela e mio papa' si chiama Nenad. Frequento la prima classe elementare.