Breve storia della Mailing List Histria

La Mailing List Histria (di seguito MLH) è sorta il 14 aprile 2000.
Il suo nucleo originario si era incontrato sul forum telematico dell'Unione degli Istriani e da lì nacque l’idea ad alcuni amici di creare una associazione “virtuale”, libera da retaggi ideologici e svincolata da inutili irredentismi, con il solo scopo di tutelare le comuni radici istriane.

L’idea venne attuata dal giovane Axel Famiglini, discendente di esuli da Rovigno d'Istria, assieme a Gianclaudio de Angelini, esule da Rovigno d'Istria, Andrea Clementoni, discendente di esuli da Lussinpiccolo, Mauro Mereghetti, senza origini istriane ma all'epoca laureando in scienze politiche con una tesi incentrata sull'Istria e Sandro Sambi, istriano residente vicino a Pirano.

Inizialmente sorta come gruppo composto esclusivamente da istriani e simpatizzanti la MLH si aprì fin da subito a tutte le componenti dell’esodo, oltre a quella istriana, a quella fiumana, quarnerina e dalmata, acquisendo rapidamente nuovi iscritti ed ampi consensi. Nel luglio dello stesso anno per opera dello stesso Famiglini venne aperto il sito web collegato alla lista: www.mlhistria.it che offre una vasta panoramica e delle iniziative della lista e della storia e della cultura dell’adriatico orientale.

La MLH non si è limitata, quindi, ad essere una lista di discussione, un serbatoio di idee operante in internet, ma si è caratterizzata per tutta una serie di iniziative. Particolare attenzione è stata da sempre rivolta alla sensibilizzazione di istituzioni e media italiani rispetto alle tematiche giuliano-dalmate, cercando di portare il proprio fattivo contributo sia alla caduta di quel muro di omertà e di false opinioni che ha caratterizzato la divulgazione della storia del confine orientale italiano negli ultimi 60 anni e sia alla caduta degli oramai anacronistici steccati tra esuli e i c.d. “rimasti”, ovvero di coloro che al momento dell'esodo decisero, o furono obbligati, di rimanere nelle proprie terre di origine.
Un esempio di questa attività è la lettera al Presidente della Repubblica Ciampi inviata nel gennaio del 2001 che costituiva una summa degli scopi della lista: inserimento della storia dei giuliano-dalmati a pieno titolo nei testi scolastici; risoluzione del contenzioso “beni abbandonati” e tutela della nostra Comunità italiana in Slovenia e Croazia. La lettera riscosse ampie adesioni coinvolgendo un grande numero di sottoscrittori con una positiva eco nei media.

Data dal gennaio 2002 inoltre una delle prime “azioni sul campo”, ovvero la trasferta in Istria di Maria Rita Cosliani, Stefano Bombardieri, Mauro Mereghetti che, con il furgone guidato da Bepi Valenti, portarono libri alla Scuola di Buie e alla Comunità italiana di Valle, oltre a giocattoli e strumenti didattici all’asilo di Albona. Questo fu il primo di numerosi viaggi consimili, intessendo una fitta rete di contatti e di solidarietà con le piccole Comunità ovvero quelle più bisognose di un aiuto fattivo e solidale ed in particolare quelle della Dalmazia. Vanno segnalati gli invii di giochi Clementoni oltre che di medicinali, grazie soprattutto ad Andrea Clementoni.

A questo proposito va detto che la MLH, essendo una associazione “virtuale”, non ha mai potuto attingere neppure ai modesti contributi che lo stato, le regioni ecc hanno elargito alle associazioni dell’esodo legalmente riconosciute. Ogni sua attività è stata, pertanto, frutto dell’auto finanziamento dei suoi aderenti oltre alla capacità di coinvolgere, con le proprie idee, le altre associazioni: in particolare l'Associazione per la cultura fiumana, istriana e dalmata nel Lazio di cui Gianclaudio de Angelini è vicepresidente; il Libero Comune di Zara in Esilio, l’Associazione dalmati nel mondo, grazie anche al contributo di Giorgio Varisco; l’ANVGD, il C.D.M. ecc.

Da raduno telematico la MLH, già dopo il primo anno di vita, incominciò ad effettuare dei raduni veri e propri ed il primo, informale, si svolse in quel di Cesenatico, città di residenza del fondatore Axel Famiglini. Nel 2002 il Raduno divenne un avvenimento istituzionale raccogliendo significativamente nel quartiere Giuliano Dalmata di Roma, presso l’Archivio Museo della Città di Fiume, non solo gli aderenti, ma figure di spicco del mondo dell’esodo come il sen. Lucio Toth, della cultura come lo scrittore Guido Rumici e la ricercatrice americana Pamela Ballinger o del mondo politico triestino come Stelio Spadaro.

L’anno di svolta fu però il 2003 quando il III Raduno si tenne, per la prima volta, in terra d’Istria ospite della comunità degli italiani di Pirano, grazie anche ad Ondina Lusa, membro della MLH e storica colonna della Comunità italiana della città di Tartini. In questo contesto venne inaugurato il 1° concorso letterario della MLH che ogni anno vede premiati decine di ragazzi provenienti dalle scuole e dalle comunità italiane di Croazia, Slovenia e, più recentemente, anche del Montenegro. Il concorso letterario è gestito da una segreteria, di cui fanno parte Maria Rita Cosliani e Walter Cnapich, nonché da una commissione di valutazione composta da una decina di membri, presieduta da Gianclaudio de Angelini. Viene anche stampato un libro che raccoglie tutti gli elaborati dei partecipanti, finanziato via via da vari enti: il primo fu grazie alla Provincia di Venezia per interessamento della dottoressa Patrizia Lucchi e dell'assessore Bruno Moretto; il secondo dall’Associazione Dalmati nel Mondo e, dal terzo, ottenne una nuova veste grafica grazie alla collaborazione con il Centro di documentazione multimediale (CDM) di Trieste; ad opera e su idea poi della stessa Cosliani è stato creato anche un sito internet completamente dedicato al Concorso: www.adriaticounisce.it .

Al raduno di Pirano hanno fatto seguito i raduni di Rovigno, Albona, Pola, Isola, Fiume, Capodistria, Sissano, Buie e Pisino con il significativo apporto delle locali Comunità degli Italiani e la partecipazione di personaggi di spicco della nostra comunità in Slovenia e Croazia come Giovanni Radossi, Nelida Milani, Olga Milotti, Maurizio Tremul, Fulvio Radin, Flavio Forlani e per il mondo dell’esodo di Lucio Toth, Guido Brazzoduro, Lino Vivoda, Rodolfo ziberna, Silvio Mazzaroli, Paolo Radivo, ecc.

Parimenti negli stessi anni si sviluppa la rassegna stampa quotidiana per gli iscritti alla MLH, iniziata da Mauro Mereghetti fin dalla fondazione della lista e continuata da Stefano Bombardieri, Maria Rita Cosliani, Furio Percovich ed Eufemia Giuliana Budicin negli anni a seguire. Dal gennaio 2002 la rassegna stampa, coordinata da Stefano Bombardieri, raggiunge tramite un invio settimanale di articoli selezionati dalle principali notizie presenti sui media, oltre gli iscritti, circa duecentoventi destinatari: associazioni dell’esodo giuliano-dalmata, comunità italiane dell'Istria, Fiume e Dalmazia, singoli ricercatori ed università, ecc. Gli articoli fino ad ora recensiti quotidianamente, a cura di Stefano Bombardieri, dal 2000 al 2012, sono circa 24.000, mentre, nella rassegna stampa settimanale, dal 2002 al 2012 sono stati recensiti circa 8.500 articoli.

Con la legge n.92 del 30 marzo 2004, il parlamento italiano ha indetto il 10 febbraio quale "Giornata del Ricordo in memoria delle vittime delle foibe, dell'esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati" ed anche in questa importante ricorrenza la MLH non manca di operare, in collaborazione con le altre associazioni del mondo dell'esodo, in una azione di divulgazione presso le scuole e le istituzioni con l’attiva partecipazione di molti suoi aderenti a dibattiti e conferenze.

Nel 2012 è stato pubblicato il terzo volume dell'opera “Chiudere il cerchio”, una collana prevista in quattro volumi, che raccoglie una selezione di ricordi e testimonianze di esuli giuliano-dalmati, curata da Olinto Mileta e Guido Rumici. Opera che nata in MLH, grazie anche alla notevole massa di memorie e ricordi dei suoi aderenti, è stata sponsorizzata dall'ANVGD di Gorizia grazie all'interessamento del presidente Rodolfo Ziberna e dello stesso Rumici che ha seguito le attività della lista fin dai primordi.

Axel Famiglini ha dato le dimissioni da coordinatore e moderatore a causa di impegni personali e la direzione, dopo una prima fase di assestamento e sperimentazione, è stata assunta da un quartetto direttivo formato da Gianclaudio de Angelini, Maria Rita Cosliani, Stefano Bombardieri e dallo stesso Famiglini.

La Mailing List Histria persegue gli obiettivi esplicitati nel manifesto programmatico e, proprio in questi giorni, sta per lanciare la nuova edizione del concorso letterario ML Histria , iniziativa che è diventata il suo fiore all'occhiello.


MANIFESTO PROGRAMMATICO ML HISTRIA
La ML Histria, sorta per preservare e tutelare l'identità culturale istriana, fiumana, quarnerina e dalmata di carattere italiano, in base allo spirito multietnico dei nostri tempi e svincolata da ogni appartenenza partitica, intende promuovere rapporti di collaborazione con TUTTI gli istituti e TUTTE le organizzazioni che operano nell'attuale regione istriana, fiumana, quarnerina e dalmata, territorio attualmente diviso tra gli Stati Nazionali d'Italia, Slovenia, Croazia e Montenegro, al fine di studiare, custodire e sviluppare l'identità culturale specifica dei territori regionali sopraindicati.
La ML Histria consapevole dell'ineludibile realtà che vede attualmente nella regione la prevalenza della componente slovena e croata rispetto ad altre componenti storiche, come quella italiana, ha per finalità far conoscere e promuovere questa componente ora minoritaria e conseguentemente valorizzare l'identità della Comunità Nazionale degli Italiani in Slovenia, Croazia e Montenegro, cercando di sensibilizzare soprattutto i cittadini ed i mezzi d'informazione italiani.
A questo scopo sollecita la collaborazione di tutti per il superamento d'ogni anacronistica contrapposizione storica tra gli uomini e gli Stati europei di Italia, Slovenia, Croazia e Montenegro al fine di ricostruire insieme la storia, soprattutto il futuro, della regione nel pieno rispetto di tutte le culture in essa storicamente presenti.
La ML Histria riconosce pertanto la necessaria complementarietà di queste etnie che un secolare percorso formativo, venutosi a distillare in quelle terre, ha visto unite in stretti rapporti d'interdipendenza dando vita ad uno "specifico culturale" che, per la sua stessa natura, non può rinunciare a nessuna di queste componenti senza perdere parte significativa della sua originaria identità storica e culturale.


 

Presentazioni e Interventi

Axel Famiglini
Fondatore e Coordinatore della Mailing List Histria

 

Nonostante la crisi dilagante in atto ed il preannunciato taglio dei contributi governativi siamo orgogliosi di essere riusciti a pubblicare anche quest'anno il presente volume che raccoglie, attraverso una grafica accattivante e ben congegnata, tutti i temi che hanno partecipato al Concorso Letterario ML Histria 2012, un appuntamento ormai canonico che coinvolge annualmente  centinaia di ragazze e ragazzi che risiedono in Istria, a Fiume, nel Quarnero ed in Dalmazia.
 

Attraverso tale iniziativa vogliamo innanzitutto farci promotori di un messaggio che riteniamo fondamentale per le giovani generazioni ovvero che la cultura viene prima di tutto, prima di qualsiasi rovescio economico o tempesta finanziaria globale. Non esiste “spread” o “speculazione internazionale” che possa legittimare il venir meno di quel doveroso riconoscimento istituzionale nei confronti della cultura e del sapere,  elementi indispensabili per perseguire qualsiasi ripresa sia di tipo socio-politico che di natura economico-finanziaria.
 

Un Paese che non investe nella cultura, nell'istruzione e, più in generale, nel sapere, rappresenta  una nazione destinata al declino non solo industriale e produttivo ma anche istituzionale e morale. In tal senso proporre tagli sulle attività culturali significa in primo luogo tarpare le ali ad un'intera comunità e alle giovani generazioni che, al contrario, meritano di guardare al futuro con speranza e fiducia.
 

Se la contingenza attuale esige senza possibilità di appello una pesante revisione di spesa per i conti pubblici è bene che questa si compia in quei settori nei quali sprechi e disservizi regnano sovrani oppure laddove il venir meno di determinate risorse non pregiudichi la tenuta dei pilastri fondativi di una società moderna ed avanzata. Non si dovrebbero pertanto intaccare in alcun modo tutti quegli ambiti intrinsecamente correlati al prezioso serbatoio rappresentato da attività culturali ed istruzione scolastica. Infatti tale salvifica sorgente intellettuale rappresenta l'unica ancora di salvezza a cui la società civile potrà aggrapparsi nel momento in cui lo tsunami finanziario e sociale che sta colpendo famiglie ed imprese di buona parte d'Europa avrà cessato di far sentire la sua furia permettendo la tanto agognata crescita economica ed un contestuale aumento del benessere. Nel momento in cui noi cittadini europei verremo chiamati a contribuire alla ricostruzione dell'edificio morale, materiale ed ideale di intere nazioni ora in grande sofferenza, occorrerà fare ricorso al nostro ingegno e alla nostra creatività nonché fare tesoro del sapere intellettuale e delle abilità collettive maturate in seno ad una comunità che abbia però preventivamente investito in cultura e conoscenza.
 

Entrando più nel nostro specifico, il progressivo venir meno delle risorse che garantivano la sopravvivenza e l'operatività delle associazioni degli esuli giuliano-dalmati e delle comunità italiane in Slovenia e Croazia rappresenta un aggiuntivo dramma umano inserito in seno alla tragedia continentale poc'anzi tristemente rievocata in quanto la comunità giuliano-dalmata trae la propria linfa vitale proprio da quelle attività culturali da essa organizzate anche grazie ai contributi pubblici che  hanno fino ad oggi scongiurato l'estinzione sia materiale che sociale di un intero popolo disperso dagli orrori della storia ai quattro angoli del globo.
 

Il recente interessamento del governo italiano a favore delle sacrosante istanze economiche e culturali dei sodalizi giuliano-dalmati lascia intravedere un barlume di speranza per il futuro anche se la situazione che appare all'orizzonte sembra talmente fosca da far temere per la comunità istriana, fiumana, quarnerina e dalmata un destino più incerto di quanto una situazione attualmente assai nebulosa lasci presagire. 

Nell'attesa speranzosa che la tempesta economica internazionale trovi infine una sua positiva via d'uscita e confidando che una buona politica possa lenire in qualche modo le gravi difficoltà in atto, cediamo ora la parola al lettore non senza prima esprimere i nostri più vivi ringraziamenti a tutte le ragazze e ai ragazzi partecipanti, alle scuole, agli insegnanti, alle comunità italiane e a tutti coloro che in un modo o nell'altro hanno permesso la completa articolazione di questo concorso.
 

In particolare il nostro più sincero ringraziamento va all'editore di questo libro e ai soggetti associativi ed istituzionali che ci hanno sostenuto e che hanno contribuito finanziariamente alla pubblicazione e alla stampa di queste pagine.
 

Un pensiero particolare, nonché la mia personale riconoscenza, va a Mariarita Cosliani e a Walter Cnapich, vere anime organizzative di questo concorso, senza il cui quotidiano lavoro nulla di tutto questo sarebbe mai stato possibile.

 

Axel Famiglini
Fondatore e Coordinatore della Mailing List Histria

 

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Gianclaudio de Angelini

Presidente della Commissione giudicatrice

 

Eccomi qui a scrivere per la 10° volta il mio indirizzo di saluto al bel volume che, come oramai è prassi consolidata, raccoglie gli elaborati del concorso dell’anno precedente, tenutosi nel 2012 in quel di Pisino.
 

Dieci è un bel numero tondo che dimostra come l’idea partita dalla Mailing List Histria nel 2002 di un concorso letterario per le ragazze ed i ragazzi dell’Adriatico orientale sia stata fruttifera riuscendo a coinvolgere anno dopo anno sempre più studenti ampliando altresì il suo raggio d’azione dall’Istria, Fiume, Quarnero, Dalmazia al più lontano Montenegro.

Dal 2003 è oramai prassi che il Raduno annuale della Mailing List Histria si tenga in terra d’Istria,+ ospite delle locali Comunità degli italiani, in concomitanza con le premiazioni per il Concorso letterario, così facendo abbiamo avuto modi di instaurare una fitta rete di relazioni in particolare con le Comunità ospitanti (Pirano, Rovigno, Albona, Pola, Isola, Fiume, Capodistria, Sissano, Buie, Pisino) ma non solo, poiché per i premiati della Dalmazia e del Montenegro, vista la distanza, abbiamo operato delle premiazioni in loco grazie in particolare all’impegno di Maria Luisa Botteri e Mirella Tribioli.

Il Concorso della MLH nacque con lo scopo di incoraggiare e potenziare lo studio e l’uso della lingua italiana senza alcuna discriminazione infatti ai partecipanti non viene richiesto nessun pedigree ma solamente di scrivere nella lingua di Dante e, se possibile, nei nostri bei dialetti di stampo veneto ed istrioto dato che l’elemento unificante rappresentato dalla lingua parlata e scritta è fattore fondamentale per la preservazione ed il rafforzamento di una identità culturale da sempre presente in quelle terre anche se ora numericamente minoritaria.

Proprio per questo fin dalla sua prima edizione ho voluto che l’Associazione per la cultura fiumana, istriana e dalmata nel Lazio, di cui sono vicepresidente, istituisse un premio per l’elaborato cha più rispecchiasse la cultura dell’autoctona comunità italiana dell’Adriatico orientale e non posso che constatare come i contenuti espressi negli elaborati e la vivida ricchezza di immagini utilizzata dai ragazzi partecipanti ci rassicuri sul fatto che senza ombra di dubbio l'istrianità, la fiumanità e la dalmaticità vivano ancora, non solo presso le vecchie generazioni, ma siano trasmesse ai giovani grazie in particolare ad un corpo insegnante attento e preparato ma anche ad una trasmissione viva di cultura e tradizioni da parte di genitori e nonni.


Concludo con un doveroso ringraziamento alla comunità degli Italiani di Pisino che ci ha accolti con squisita ospitalità ad iniziare dalla Presidente Graziella Paulovic, al coro croato Rosenice che ci ha deliziato iniziando la sua performance intonando il “Va pensiero” di Verdi, ai bravi Minicantanti che hanno intonato le canzoni della nostra tradizione. Infine non posso far a meno di ringraziare tutta la Commissione giudicante che si è sobbarcata il difficile compito di stilare una classifica tra i tanti elaborati quasi tutti meritori di un premio o di una menzione, ed un grazie particolare alla Segreteria del concorso composta in primis da Maria Rita Cosliani e poi da Walter Cnapich, senza il cui imprescindibile lavoro il Concorso non sarebbe realizzabile e non avrebbe anno dopo anno sempre una maggior adesione.
A questo proposito mi corre l’obbligo di ringraziare Maria Rita anche per la creazione di un apposito sito internet completamente dedicato al Concorso: www.adriaticounisce.it , nel quale sono inseriti tutti i temi dei vari temi sin qui arrivati affinché nulla vada perduto.

                                                                                                 Gianclaudio de Angelini

                                                                              Presidente della Commissione giudicatrice

 

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Mauro Mereghetti, personaggio dell'anno 2011,
 tra i fondatori della Mailing List Histria e componente la Commissione giudicatrice

 

Mio nonno, la mia maestra delle elementari, una cartina dell'Italia, il male anche fisico nel vedere un'ingiustizia.

Cosa c'entrano questi quattro elementi in apparenza scollegati tra loro, con la nascita del mio interesse per quelle che, riassumendo al massimo, potremmo definire le "vicende del confine orientale"?

Eppure è per la somma di queste concause che mi sono trovato nel 1999, al termine del mio percorso universitario, a decidere di fare una tesi sulla "Minoranza italiana in Istria e nel Quarnero dal dopoguerra ad oggi" argomento che, se oggi è stato un po' sdoganato ed è diventato (parzialmente, molto parzialmente, troppo parzialmente) conosciuto al "grande pubblico",  allora,  al crepuscolo del XX secolo, mi aveva messo nella condizione di cercare il famoso ago nel pagliaio o la pentola alla fine dell'arcobaleno. Ci sarà? Non ci sarà? Boh...

C'era!

Da allora, per me, ragazzo lombardo, senza nessun legame di parentela con quella terra e le sue persone  se non quello di essere tutti fratelli, perché figli della stessa madre/matrigna, (l'Italia se ci fosse bisogno di spiegare), è iniziata questa avventura che mi ha portato a conoscere tantissime persone di cui ancora oggi, a quindici anni di distanza e un passo dai 40 anni, posso definirmi Amico con la A maiuscola.

A conoscere le loro storie e a condividere le loro ferite ascoltando i loro racconti, talvolta con stupore, talvolta con rabbia, sempre con affetto.

A (co) fondare la ML Histria e ad essere indegno membro della commissione che giudica i (capo)lavori dei ragazzi che popolano da dieci anni lo splendido concorso letterario.

Quindi grazie nonno per avermi regalato la passione per le storie.

Grazie signorina Montanari per avermi insegnato ad amare il mio Paese, anche se è sempre più difficile.

Grazie cartina dell'Italia perché mi hai incuriosito, facendomi vedere città dai nomi italiani che erano oltre il nostro confine.

E grazie anche al mio senso di giustizia che mi ha fatto venire voglia di vivere questa bella storia, regalando un po' del mio tempo a persone a cui troppo era stato tolto.

Spero lo abbiano gradito.

                                                                                              Mauro Mereghetti
                                                                                     Personaggio dell'anno 2011

 

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Piccolo Paese

Filippo Odair Marcato Guimarães
Personaggio dell'anno 2011

Non lo negherò, il mio nome tradisce subito la mia origine non Istriana: sappiamo che all’orecchio degli Italiani “regnicoli” anche Viscovich, Toth e tutti i cognomi giuliani e dalmati non sfacciatamente veneti suonano stranieri, ma un nome come il mio non può proprio esserlo. Qualche anno fa un amico incursore di Marina, di cui parlerò più in là, fu tratto in errore e pensò che io fossi un figlio dell’Esodo finito in Brasile!


Sicuramente molti nel mio Paese d’origine trovarono una nuova casa dopo l’Esodo, io però ho fatto, almeno idealmente, il percorso inverso.

Sono Italiano, questo sì, per nascita e per scelta, e una volta in più perché per almeno duecentotrenta giorni l’anno porto (orgogliosamente) sulla spalla il Tricolore, ed è proprio questo che mi ha fatto scoprire l’Istria, complici un Carabiniere, uno sloveno ed una canzone.
 

Quattro anni fa ero in servizio in Georgia, la Repubblica non lo Stato come dicono gli Statunitensi,  nell’ambito della European Union Monitoring Mission Georgia. La mia base era a Zugdidi, una cittadina a pochi chilometri dal fiume Enguri che segna il confine tra l’autoproclamata Abkazia e il territorio controllato da Tbilisi. C’erano, e purtroppo ci sono ancora, migliaia di IDP, termine asettico che ora ricorre nelle cronache siriane, che vuol dire Internally Displaced Person, ovvero uno “sfollato interno”, visto che per la quasi totalità del mondo l’Abkazia è de iure Georgia. Ogni giorno avevo a che fare con i profughi, molti dei soldati con cui mi interfacciavo ai check point erano anch’essi profughi, o avevo parenti di qua e di là della “linea di confine amministrativa”, non “confine”.
 

Già all’epoca la nuova Repubblica Slovena era nell’Unione Europea, e con i due poliziotti Sloveni avevo ed ho un buon rapporto. Il più vecchio aveva iniziato nella Milizia Jugoslava, mi confessava di pensare ancora in Serbo Croato, il più giovane era tutto preso dalla nuova identità mitteleuropea, e più di una volta, anche se credo senza dolo, mi punzecchiò con un “italiano fascista”. Un amico Carabiniere ascoltava un gruppo musicale che aveva una canzone dedicata all’Istria, si chiama Terra Rossa, me la feci dare e scoprii che nonostante la mia passione per la storia, di Istria sapevo ben poco. Vergognandomi di questa lacuna, iniziai a leggere. Tutt’ora in Italia la gente si appassiona alla sorte, pure tragica, di gente lontana e sconosciuta, Palestinesi, Indios del Chiapas, e non conosce la storia di questa parte d’Italia che ci fu amputata, della tragedia dei Giuliani, Fiumani e Dalmati che “per vivere liberi andarono a morir lontani”.

Ecco come sono approdato nella Mailing List Histria e nel vivace arcipelago dell’Esodo.

Un mondo che mi ha donato e mi sta donando tanto, in termini di emozioni, approfitto quindi della vostra pazienza per tediarvi ancora un po’, con una storia che molti amici della MLH conoscono già, quella della Capra in Afghanistan, e di come tutto il mondo sia alla fine un Piccolo Paese.

Ogni volta che mi era possibile scrivevo alla MLH, una specie di diario, e nacque così l’idea di chiedere di poter celebrare il Giorno del Ricordo anche nell’aeroporto “Camp Arena” di Herat, dove tuttora è dislocata la maggior parte dei nostri soldati in Afghanistan. Preparai quindi una nota per il Generale Comandante della Brigata Alpina Julia, comandante di tutte le forze del Regional Command West. Qualche giorno mi chiamò il Capo di Stato Maggiore della Julia, il Ten.Col.R.
 

Andai pieno di speranze, ma mi gelò dicendomi che avrebbe consigliato al Generale di non celebrare il 10 febbraio come intendevo io, ovvero con una conferenza o qualche altro evento culturale, poiché la Julia è inserita in un contingente multinazionale con truppe ungheresi e slovene, ed avevamo appunto degli Sloveni in base, proprio dietro al mio alloggio, con i cartelli che indicavano i loro luoghi natii, e vedevo ogni mattina un Portoroz che mi faceva tristezza.

Stavo per insorgere, quando R. mi svelò che avrebbe voluto aiutarmi, suo nonno, di Curzola, era stato annegato dai Titini, suo padre era fuggito, mi mostrò la foto col Presidente Ciampi che gli consegnava la medaglia ricordo. Si stava facendo fare da un artigiano locale un tappeto con i tre leopardi di Dalmazia.
 

Come fu celebrato il Giorno del Ricordo? Con un’adunata del solo personale nazionale, io ero l’unico contento tra le bestemmie dei colleghi che dovevano svegliarsi prima, il Generale non c’era ma il suo vice, che conoscevo da tempo, fece un bel discorso su esodo e foibe. A volte è difficile indossare la divisa, disse. Mi piace pensare che molti scoprirono un po’ di storia Patria quel giorno, e magari vollero approfondire.

Qualche giorno dopo mi chiamò il Col. R., mi regalò un fermacarte fatto a cappello Alpino, e mi diede un’agenda a cui aveva attaccato la poesia L’identità, di Boris dal Mar. Quando la lessi, lì di fronte a lui, lottai con le lacrime che sgorgarono solo quando al buio stavo tornando al mio posto. Potevo sempre dare la colpa alla sabbia!
 

Mi capitò poco tempo dopo di conoscere un Incursore di Marina, Andrea. Lui e molti suoi colleghi sono ora amici, ma all’inizio avevo timore di accostarmi a quegli uomini dal basco verde, eredi degli eroi della seconda guerra mondiale che videro tra le loro fila molti Istriani, come Schergat di Capodistria e Visentini di Parenzo. Stavamo parlando durante un momento di relax, e lui mi disse di essere Istriano.

“Guarda cosa ti faccio vedere” gli dissi, e tirai fuori da una tasca, dove la tenevo sempre, la bandiera della Capra. Diventammo amici e mi raccontò la sua storia, padre di Umago fuggito dopo la guerra, molti suoi parenti rimasti perché avevano il cognome in –ich e quindi i Titini li consideravano slavi e negarono l’opzione. Uno alla volta, spuntavano fuori altri Istriani, un Capitano della Finanza mio ottimo amico era originario di Cittanova, un suo Finanziere di Tolmino (non è Istria, ma…), un Appuntato dei Carabinieri di Pola.
 

Decisi allora di stampare la poesia l’Identità e di darla a tutti loro, l’occasione purtroppo non fu delle più felici, eravamo radunati per rendere gli Onori alla salma di un collega caduto.

Vidi gli occhi dell’Appuntato, un omone del 7° Reggimento MSU Laives, inumidirsi leggendo, al Col. R. svelai le provenienze. Cosa aspettavate a dirmelo, disse? Riflettendo, disse: “Piccolo Paese”.
 

Riuscimmo ad organizzare una cena degli Istriani e Dalmati, con me nella parte di imbucato, venne anche un nipote del Vescovo Santin tuttora molto amato a Trieste. Un tenente Zaratino di servizio in un avamposto purtroppo non poté partecipare.

Piccolo paese davvero, in una terra così lontana, uomini di tutte le Forze Armate (Esercito, Marina, Aeronautica, Carabinieri, Guardia di Finanza) che fino a poco tempo prima non si conoscevano, divennero una comunità, una faccia amica, un sorriso che ti scaldava il cuore nei momenti peggiori.

Molti colleghi acquistavano dalla sartoria locale lo scudetto tricolore su cui era ricamato il profilo della loro regione, mi presentai quindi con il profilo dell’Istria e dissi che ne volevo uno così.

L’Afgano guardò il disegno e mi chiese: “Che regione è questa?” “Una che non abbiamo più, solo nel cuore” risposi, ma non furono in grado di preparamelo.
 

Solo questo ho fatto, e sono grato agli amici della MLH per il riconoscimento ricevuto. Mia moglie quando parlo dell’Istria a volte scuote la testa e mi domanda: “Dimmi perché ti interessa tanto”.
 

Ecco perché mi interessa, perché l’Istria (e la Dalmazia e Fiume ovviamente) è il “piccolo paese”, questo mondo che cerca di sopravvivere nelle memorie, negli affetti. Sono gli esuli che hanno portato ai quattro angoli del mondo la memoria delle loro terre, sono i rimasti che tra mille difficoltà, caparbiamente, hanno difeso, quand’era possibile, la loro identità. Io cerco sempre la verità, purtroppo so che spesso la verità non è quella della televisione, della “versione ufficiale”, l’ho constatato sul terreno in terre martoriate.
 

Mi inalbero quindi quando sento le mistificazioni di queste nuove repubbliche ladre del passato altrui, dei loro infantili nazionalismi, mi arrabbio ancora di più quando nessuna voce si alza, in Italia, per contrastarle.
 

Non so in cambio di che cosa i negazionisti cresciuti in casa nostra si siano venduti l’anima, cosa sperino di ottenere, ed ho orrore della cieca, idiota obbedienza alle ideologie, di qualsiasi colore. Un Generale che ammiro una volta rispose a chi gli domandava, affascinato dalla sua oratoria, perché non entrasse in politica, rispose: “Un militare, al contrario del politico, deve sempre dire la verità”.

La verità a volte può far male, ma rende liberi.
 

Penso che dopo questi anni posso far domanda della cittadinanza Istriana, dopotutto, se l’apoxiomen di Lussino è croato (come una lunga schiera di Santi e Papi), se Tartini è Sloveno, allora io ho posso tranquillamente dichiararmi Istriano.

Filippo Odair Marcato Guimarães
Personaggio dell'anno 2011

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Lucia Bellaspiga

Inviato speciale del quotidiano “Avvenire”

 

Grazie all’amica Maria Rita Cosliani ho conosciuto i preziosi volumi di Mailing List Histria , che mi sono arrivati in blocco, varie annate tutte insieme, e che al momento ho accantonato lì, come facciamo tutti noi giornalisti quando ci mandano libri per future (improbabili) recensioni…

Ma poi è arrivato il giorno in cui ho scostato la polvere che li aveva coperti (ce n’è tanta nelle redazioni e ricopre tante belle idee…) e ne ho aperto uno a caso: non ho più smesso di leggere. I racconti e le considerazioni di bambini e ragazzi dalla A di Abbazia alla Z di Zara era l’alfabeto colorato di un’umanità vera, sincera, senza gli orpelli degli adulti. Quei ragazzini già nel nome portavano l’eredità di un’ambivalenza (mamma italiana papà croato, nonno materno croato nonni paterni siciliani, zii esuli prozii rimasti…) che non li dimezzava, ma li rendeva doppiamente ricchi.
 

Ecco il fascino della Mailing List, da cui ho attinto per una pagina di “Avvenire” (il quotidiano nazionale per cui lavoro) che tanti riscontri ha avuto. Perché non c’è nessuno come i bambini in grado di raccontare a noi adulti la pura e semplice verità, quella non ideologica. Le loro storie mi hanno divertita e commossa, ho riso e pianto, soprattutto ho imparato: i confini sono spesso solo geografici, ma gli uomini sono uomini al di qua e al di là di questi, e i bambini con il loro lessico così speciale, innervato di dialetti e tradizioni apparentemente inconciliabili, ce lo ricordano. Non solo: l’amore per l’Italia che esprimono dal di là di quel confine dovrebbe fare scuola ai loro coetanei che vivono al di qua, ma dell’Italia non sanno davvero nulla.
 

A questo riguardo, viene da chiedersi se abbia ancora un senso tutto questo ricordare, questo rivangare tra vicende “di confine”, parlare di un’Italia dell’Adriatico orientale che c’era e non c’è più. “Cose trite e ritrite che ormai sanno tutti”, dice qualcuno invocando il silenzio in nome di una Europa che guarda avanti e si unisce sempre più. Io dico invece che nessuna nuova costruzione sta in piedi senza fondamenta, e così nessuna nuova realtà storica può reggersi se non sul suo passato, e questo non è affatto un “ricordare” fine a se stesso, è l’intelligente e necessaria considerazione di realtà tuttora vive nelle persone. Quale Stato può crescere se non sa chi è e da dove viene?


Di più: ogni 10 Febbraio, Giorno del Ricordo, scopriamo che la gente NON sa, che ancora confonde, nega, minimizza, si sorprende. E se sa, dimentica alla velocità della luce, affannata a inseguire lo tsunami di vere e false notiziole che sommerge i grandi “monumenti” della nostra memoria. E chi quell’esodo da Istria, Fiume e Dalmazia lo ha vissuto sulla sua pelle come può vivere tutto questo? O chi è rimasto in quelle terre e ha pagato anche duramente la sua scelta (spesso nemmeno una scelta), come può accettare tanta solitudine? Pensiamoci bene, tutti noi in qualche luogo avremo subìto una gravissima ingiustizia nella vita, magari sul lavoro, e qual è la cosa più dolorosa in assoluto? Non l’ingiustizia subìta, ma il non essere creduti o capiti o consolati quando l’abbiamo raccontata. Il non trovare un abbraccio quando lo abbiamo cercato in chi DOVEVA ascoltarci. Non brucia tanto l’odio di chi ci attacca, ma l’indifferenza di chi vede e non ci abbraccia. Basterebbe questo, un abbraccio, per sentirci appagati.
 

Ecco, a intere generazioni di giuliano dalmati non è stato dato quell’abbraccio di comprensione, quel “ti crediamo” che li avrebbe consolati. Finché sono vivi gli ultimi, glielo dobbiamo.
 

Quanto a me, io sono nata a Milano da un padre marchigiano (di Osimo!) e una madre istriana, di Pola. Una Pola in cui torno appena posso insieme a loro, e ogni volta mi commuovo per storie non mie, ma che sento sotto la mia pelle. La casa di mia mamma vicino al Parco della Marina porta una targa in marmo scritta in croato, che spiega come in quella casa visse una poetessa, non italiana, non croata: austriaca. 

Dunque mia mamma era nata e vissuta inconsapevolmente nelle stanze in cui una poetessa di un’altra generazione e di un’altra nazione (l’impero austro-ungarico) aveva amato, odiato, gioito, sofferto. Poi da quelle stanze un brutto giorno è uscita lei appena ventenne, portando con sé i suoi vecchi come Enea con Anchise, sbattuti tra tanti profughi in giro per l’Italia. Oggi chi vive, soffre e gioisce in quelle stesse stanze, inconsapevole di tutto questo? Mi ci reco ogni volta e lo vedo entrare e uscire, premere un nome sul citofono e salire le scale, le stesse che saliva mia mamma, e vorrei fermarlo, parlargli, dirgli che anche lui è una tessera di un mosaico più grande di noi (la Storia), ma che sta a noi rendere il più umano e pulito possibile… Ma poi mi fermo. Guardo e taccio. E mi chiedo: ma come faranno i nostri vecchi a tornare lì e sopportare il peso di tanta nostalgia senza farsi spaccare il cuore? E’ una generazione forgiata da due guerre mondiali, forse, da tanta fede, o dalla rassegnazione…

Una generazione che spesso, leggendo i miei articoli su “Avvenire” o incontrandomi, mi dice di provare invidia per mia madre che ha saputo trasmettermi tanto amore per l’Istria: pare che non sia comune, pare che i miei coetanei ne apprezzino il sole e il mare ma non riescano a condividere la storia personale di genitori e nonni, la loro trama strappata all’improvviso e sul più bello. Non lo so: non so che cosa faccia di me un’istriana milanese, forse il fatto che mia madre sia stata brava a passarmi i sentimenti e non l’odio, forse che anche mio padre sia diventato istriano nel cervello e nell’anima seguendo mia madre, forse ancora il mio mestiere di giornalista, che mi porta sempre a inseguire l’origine delle cose, la fonte di ogni divenire, o un innato senso di giustizia che mi fa scattare quando ha luogo un’ingiustizia.

Sapere che cosa è successo di bello e di brutto nelle terre abitate dai nostri antenati è un dovere, commuoversi per le vie del Montenegro a sentire cognomi veneziani o nella lontana isola di Lagosta per una anziana croata che si chiama Lucia come me e parla l’italiano studiato lì nelle elementari di un tempo (le stesse da cui vedo uscire in file ordinate i bimbi croati che mi sorridono e salutano) è un cibo per l’anima nostra.

                                                                                                   Lucia Bellaspiga

                                                 Inviato speciale del quotidiano “Avvenire” e amica della mailing List Histria 2011
 

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 - Silvio Forza: L'EDIT ha in mano una doppia chiave di accesso a due mondi a contatto
La Voce del Popolo 16/10/12 Speciale

A COLLOQUIO CON IL DIRETTORE SILVIO FORZA, IN OCCASIONE DEI SESSANT'ANNI DI VITA
DELLA CASA EDITRICE DELLA CNI

FIUME – Da oltre cinquant’anni gli italiani dell’Istria e del Quarnero operano al fine di conservare e sviluppare l’identità, la lingua la memoria collettiva italiana in queste terre. Strumenti fondamentali di questa missione sono, accanto alla scuola, l’informazione e l’editoria delle quali si è fatta carico l’EDIT. Infatti, è principalmente con l’attività dell’EDIT che si realizza il diritto costituzionale degli italiani di Croazia e Slovenia all’informazione nella propria madrelingua: l’italiano.

Nata nel 1952, l’EDIT festeggia quest’anno i 60 anni di vita. Facciamo il punto sulla storia e l’attualità della Casa editrice con il direttore Silvio Forza, da ormai otto anni alla guida dell’Ente giornalistico-editoriale della CNI.

L’EDIT celebra i 60 anni. Cosa ha rappresentato la Casa editrice in questo periodo per la comunità nazionale italiana?

Mi pare abbastanza evidente che, accanto alle scuole, l’EDIT e le sue edizioni hanno rappresentato uno degli strumenti fondamentali per la conservazione, lo sviluppo e la promozione della cultura e della lingua italiana superstiti in Istria, Fiume e nel Quarnero dopo la fine della seconda guerra mondiale. Reputo che, in tutti questi decenni, la pubblicazione di manuali scolastici per le scuole italiane sia stata di portata esistenziale per tutta la CNI.

Parimenti, non credo di sbagliare se osservo che il quotidiano “La Voce del Popolo”, oltre ad informare migliaia di persone nella loro madrelingua, ha avuto anche un innegabile ruolo formativo poiché ha letteralmente dovuto insegnare ed aiutare gli italiani rimasti a riconoscersi e vivere nella condizione di minoranza nazionale anche nelle località in cui minoranza non lo erano mai stati.

La rivista letteraria “La battana”, una delle più longeve nel suo genere, non solo è stata uno dei rari ponti di comunicazione culturale tra le due sponde dell’Adriatico, non solo è stata ed è una delle vetrine privilegiate della produzione letteraria degli italiani ad est di Trieste, ma è stata anche strumento di partecipazione civile, luogo di dibattito e palestra di pensiero, barometro dei tempi: si deve infatti a “La battana” la detabuizzazione di temi che erano stati off limits per quasi cinquant’anni quali l’esodo - e la letteratura su quest’argomento, proposta, come del resto i temi allora scabrosi dell’identità, dai tre redattori Ezio Giuricin, Maurizio Tremul ed Elvio Baccarini - e la triste vicenda del lager di Goli Otok – Isola Calva, con la pubblicazione dello splendido romanzo “Martin Muma” di Ligio Zanini.

L’EDIT può andare anche orgogliosa del mensile per bambini “Arcobaleno” - nato nel 1949 come “Il Pioniere” - che per molti degli italiani rimasti ha rappresentato – probabilmente accanto a Topolino – il primo contatto con la carta stampata. Parliamo di una testata ancora molto vitale, la prima ad approdare su Facebook - su encomiabile iniziativa dell’attuale caporedattore Tiziana Dabović, che in seno all’EDIT si distingue per propositività ed entusiasmo - e che grazie all’Unione Italiana e al governo italiano riusciamo a consegnare gratuitamente a tutti gli alunni delle scuole italiane di Croazia e Slovenia.

Grande ed importantissimo luogo di dibattito e di pensiero - basti pensare, su tutti, ai commenti scritti per tanti anni da Alessandro Damiani - è stato anche il quindicinale “Panorama” che, quando nasceva, esattamente sessant’anni fa, era di una modernità assoluta e di molti passi avanti rispetto ai tempi dell’epoca.

Sono fermamente convinto che per l’EDIT “Panorama” sia una testata preziosissima e che si è conquistata un posto di rilievo nella storia della CNI anche in virtù della brillantissima stagione di “Panorama giovani”, il supplemento delle pagine a colori che grazie alla propositività di Ezio Mestrovich e al profondo impegno del redattore Ezio Giuricin - e poi di Aldo Bencina, Sanda Rundić, Lucio Vidotto e attualmente di Diana Pirjavec Rameša - nel corso degli anni Ottanta è stato per eccellenza il luogo della dialettica minoritaria che ha avuto per protagonisti principali quasi tutti quelli che, dagli anni Novanta in poi, sarebbero diventati nuovi dirigenti della CNI e delle sue istituzioni.

Oggi “Panorama”, in primo luogo causa la metamorfosi subita da tutti i periodici con l’avvento di Internet e del giornalismo digitale, ha bisogno di un rinnovamento importante, che comunque si deve fondare sulla convinzione che l’EDIT e tutta la CNI di “Panorama” hanno ancora bisogno.

Un autentico patrimonio di conoscenza, identità, testimonianza e belle lettere sono di certo i libri extrascolastici di “EDITlibri”, il settore editoriale della nostra casa editrice: se è vero che il concorso “Istria Nobilissima”, organizzato dall’Unione Italiana e dall’Università Popolare di Trieste, è stato per gli appartenenti della CNI un grande stimolo alla scrittura, è anche vero che l’attività editoriale dell’EDIT è quella che ha consentito di raccogliere, sistemare, pubblicare, promuovere e vendere tantissimi autori della CNI tra i quali Nelida Milani Kruljac, Ester Sardoz Barlessi, Gianna Dallemulle Ausenak, Laura Marchig, Carla Rotta, Vlada Acquavita - e a breve Loredana Bogliun Debeljuh -, Osvaldo Ramous, Alessandro Damiani, Giacomo Scotti, Claudio Ugussi, Mario Schiavato, Ezio Mestrovich, Ugo Vesselizza.

L’EDIT ha saputo polarizzare anche la critica che nasceva all’esterno, aprendosi ai contributi di ricercatori quali Bruno Maier, Irene Visentini, Cristina Benussi, Elvio Guagnini, Predrag Matvejević, Tonko Marojević, Ciril Zlobec, Elis Deghenghi Olujić, Gianna Mazzieri Sanković, Corinna Gerbaz Giuliano, Christian Eccher.

In termini generali credo si possa dire che l’attuale fisionomia della minoranza italiana in Croazia e Slovenia, con tutti i suoi valori, i suoi dubbi, le sue frustrazioni, le contraddizioni e specialmente con la sua superstite vitalità non sia in alcun modo immaginabile senza il contributo dell’EDIT e dei suoi autori.

Senza i testi di Eros Sequi, Sergio Turconi, Lucifero Martini, Paolo Lettis, Ettore Mazzieri, Romano Farina, Alessandro Damiani, Giacomo Scotti, Ezio Mestrovich, Ezio Giuricin, Elis Barbalich Geromella, Laura Marchig, Mario Simonovich e di collaboratori esterni quali Nelida Milani, Elvio Baccarini, Aljoša Curavić e tanti altri, né l’identità della CNI, né la sua rappresentazione sarebbero le stesse.

In questo contesto vorrei ricordare anche altri personaggi che sono stati fondamentali nei vari ingranaggi del funzionamento dell’informazione e dell’editoria in seno all’EDIT quali i giornalisti Renato Tich, Luciano e Mirella Giuricin, Claudio Radin, Mirella Fonio, Mario Bonita, Renzo Vidotto, Giovanni e Luigi Barbalich, Aldo Bressan, Rosi Gasparini, Irene Mestrovich, Nevio Abram, Andrea Marsanich, Rodolfo Segnan, Bruno Bontempo e tanti altri per arrivare fino agli attuali capipagina de “La Voce del Popolo” - Ivo Vidotto, Dario Saftich, Roberto Palisca, Fabio Sfiligoi, Ilaria Rocchi, Christiana Babić, Alessandro Superina, Giuliano Libanore - con in testa il caporedattore Errol Superina, al quale è spettato il difficile compito, che è riuscito a coronare con successo, di ridare nuova vita a “La Voce del Popolo” dopo la grave fase di collasso che si era verificata a cavallo tra i due secoli.

Alla guida del giornale dal 2002, Errol Superina è stato anche il più longevo caporedattore di “Panorama” che ha guidato per 12 anni, proprio nella difficile fase di transizione postjugoslava e in seno alla stessa CNI, quando il dibattito e l’opinionismo era stati il sale della rivista.

Dobbiamo ricordarci anche di tutti i fotografi - con Fernando Soprano in testa -, i grafici - mi pare doveroso citare Gianfranco Miksa e l’attuale art director Daria Vlahov Horvat -, i redattori editoriali quali Miro Kocijan, Silvana Mazzieri, Melita Sciucca e attualmente Liliana Venucci, Fedora Martinčić, Valeria Persić, Erna Toncinich, Agnese Superina ed Elisa Zaina di “Arcobaleno”, tutti gli ex direttori dei quali mi sento di menzionare Elda Bradičić - la prima, grazie a lei abbiamo la libreria EDIT in centro a Fiume -, Valerio Zappia, Ferruccio Glavina, Ennio Machin - il più longevo con i suoi 14 anni alla direzione della casa editrice - ed Ezio Mestrovich.

È poi oltremodo doveroso ricordare il contributo fondamentale - e continua ad esserlo pure oggi - di tutti i dipendenti dei servizi commerciale, distribuzione, pubblicità, autisti e di tutti gli altri profili che concorrono alla produzione, alla vendita e alla promozione di servizi e dei prodotti dell’EDIT.

Infine non dobbiamo scordare che l’EDIT ha garantito e continua a garantire “posti di lavoro in italiano” in Istria e a Fiume, e questo è un dato che va oltre il mero valore occupazionale, ma ha invece a che fare con aree, quanto simboliche tanto pragmatiche, dell’esistenza della minoranza stessa.

Devo tuttavia segnalare anche ciò che l’EDIT non ha rappresentato: purtroppo la nostra casa editrice non è stata individuata, specie da parte italiana, quale corridoio di transito obbligato negli scambi culturali ed informativi interadriatici, né è mai stata colta, in tutta la sua potenziale portata, l’importantissima presenza dell’unica casa editrice italiana autoctona fuori d’Italia, erede tra l’altro di una tradizione giornalistico-editoriale autenticamente italiana ed autoctona presente su questo territorio da oltre due secoli.

Anche se ne ha di certo le peculiarità, all’EDIT non è mai stata riconosciuta l’autorità e l’autorevolezza che si merita grazie alla sua capacità di cogliere umori, tendenze, andamenti politici e culturali di due popoli attigui, ma diversi ed in entrambe le loro lingue. L’EDIT ha in mano una doppia chiave di accesso a due mondi a contatto, ma purtroppo ancora pochi se ne rendono conto.

Mai perso l’ottimismo

Lei è ormai da otto anni alla guida della Casa editrice. I problemi, specie di natura finanziaria non sono mancati, Possiamo parlare di un andamento oscillante, di momenti di pessimismo e di altri di ottimismo?

Non credo si possa parlare di andamento oscillante. Anagraficamente non sono testimone dei primi decenni, ma so di certo che negli ultimi vent’anni la situazione finanziaria della Casa editrice, nonostante l’impegno degli stati e dell’Unione Italiana, è stata sempre riconducibile alla metafora della coperta corta.

Il livello degli stipendi e di disponibilità di investimento sul prodotto, se si esclude la parentesi chiaroscura del “Progetto EDIT” - la nuova sede e la rotativa - sono stati sempre molto scarsi, inferiori ai bisogni minimi tali da garantire decenza e decoro. Paragonata ad altre realtà simili l’EDIT è sempre costata molto ma molto di meno.

L’inadeguatezza, sia di risorse, sia strutturale, è venuta a galla quando la Croazia e la Slovenia si sono aperte all’economia di mercato. Mi spiego: fino a quando c’era il comunismo, la Jugoslavia non aveva da offrire molto di più rispetto ad un grigiore diffuso, mentre la CNI, grazie agli interventi dell’Italia tramite l’UPT, in alcuni settori era all’avanguardia proprio grazie ai prodotti italiani - macchine da scrivere, fotocopiatrici, corsi di aggiornamento, libri ecc. - che a noi giungevano regolarmente, mentre nel resto del paese erano assenti del tutto o quasi.

Con l’avvento dell’iniziativa privata gli amici croati e sloveni hanno dato libero sfogo alla loro intraprendenza facendo passi da gigante mentre noi, minoranza che ontologicamente potremmo definire di “fisionomia umanistica” - ovvero giornalisti, insegnanti, professori, attori, ricercatori, educatori -, dunque privi di qualsiasi know-how imprenditoriale e abituati ad un trattamento paternalistico da parte degli stati, abbiamo accumulato dei ritardi paurosi.

Tra i momenti bui non possiamo non ricordare la grave crisi, che non era solo finanziaria, di fine secolo, quando era stata in gioco la stessa sopravvivenza dell’EDIT, intesa come intrinseca alla CNI, e che fortunatamente, sia grazie all’azione dell’Unione Italiana, dei deputati CNI al parlamento croato e sloveno, del sindacato e dell’Ordine dei giornalisti EDIT, con in particolare l’impegno diretto, tra le persone ancora in seno all’EDIT, di Diana Pirjavec Rameša ed Errol Superina, si è conclusa nell’autunno del 2001 con il trasferimento dei diritti di proprietà sull’EDIT all’Unione Italiana che di fatto ha aperto alla nostra casa editrice nuovi e migliori possibilità.

Rispetto ad un passato recente alquanto difficile, oggi la situazione è cambiata e dunque possiamo parlare di ottimismo, un ottimismo che non avevo perso neanche nei momenti più bui perchè studiando a fondo le leggi avevo capito che il nostro quotidiano aveva tutti i requisiti necessari per beneficiare del contributo italiano in favore della stampa che, una volta realizzato, - e qui voglio ringraziare l’ex console generale d’Italia a Fiume, Fulvio Rustico, il presidente della Giunta UI, Maurizio Tremul, e l’ex sottosegretario agli Interni Ettore Rosato - è stato per noi di portata copernicana.

Esso ci consente ora non solo di operare con serenità e tranquillità, ma ci ha messo nelle condizioni di recuperare ritardi tecnologici e di ravvivare entusiasmi spenti. Ora sta a noi programmare bene, ma senza chiuderci nella trappola del risparmio a tutti i costi “perchè tanto noi semo pici e no podemo” - un risparmio destinato comunque ad esaurirsi prima o poi -; il settore dell’informazione e dell’editoria è crudele e ciò vuol dire che o ci si adegua ai cambiamenti in atto, o si è condannati a scomparire.

Noi siamo pronti ad aprirci alle sfide che giungono dalle nuove tecnologie per mille ragioni, ma ne citerò solo quella pronunciata dal capo del nostro settore commerciale Nenad Rameša: “Offrire ai lettori un prodotto al passo con i tempi non è uno sfizio, ma è un segno di rispetto nei loro confronti”.

Un finanziamento dal quale non possiamo prescindere

Soddisfatto del sostegno fornito dagli Stati domiciliari e dalla Nazione madre alla Casa editrice?

Sì. L’Italia ci ha finalmente riconosciuto un diritto inserendo “La Voce del Popolo” nell’elenco delle testate che beneficiano dell’importante contributo della Presidenza al Consiglio. Si tratta di un finanziamento dal quale non possiamo prescindere, neppure tornando a livelli di occupazione e produzione minima.

Considerata l’attuale crisi, pure la Croazia e la Slovenia, anche grazie all’impegno dei nostri deputati Furio Radin e Roberto Battelli, ci stanno fornendo risorse notevoli. In tutti questi anni, specialmente in quelli di crisi acuta e grazie in primo luogo alla sensibilità del presidente Maurizio Tremul e poi dei consiglieri dell’Assemblea UI, anche l’Unione Italiana, il nostro fondatore, ha investito molto su di noi.

Tengo tuttavia a precisare che da quando abbiamo iniziato a percepire il contributo del Governo italiano stiamo sgravando deliberatamente in maniera importante e progressiva l’entità del sostegno dell’UI nei nostri confronti.

Il mio impegno personale e prioritario - oltre, ovviamente, a quello di tentare di garantire ai dipendenti un trattamento salariale e condizioni di lavoro adeguate, come pure a quello di programmare risorse in funzione di una crescente dignità del prodotto - è quello di aumentare le entrate che realizziamo in proprio. In questi ultimi anni abbiamo fatti passi da gigante nel settore marketing e con la libreria, ora siamo molto fiduciosi nei risultati che potranno venire dalla migrazione delle testate EDIT sulle varie piattaforme digitali, ovvero mobile, tablet, web, social networks.

Una crescita diffusa

Qual è il segmento dell’attività dell’EDIT che le ha dato le maggiori soddisfazioni?

Io sono convinto che in seno all’EDIT ci sia stata una crescita diffusa. I risultati più evidenti sono ovviamente i grandi passi in avanti fatti negli ultimi dieci anni da “La Voce del Popolo”, con l’aumento delle pagine e dei contenuti, con la lunga serie dei suoi nuovi inserti speciali e che presto uscirà con una grafica rinnovata.

Sono estremamente orgoglioso dell’enorme slancio prodotto da EDITlibri, con tutta una serie di nuove collane e nuovi titoli grazie ai quali oggi l’EDIT è certamente il punto di riferimento centrale per chi vuole studiare la letteratura CNI. Qui l’impegno di Liliana Venucci, Doris Ottaviani e Tiziana Raspor - con i loro collaboratori esterni - è stato davvero encomiabile.

Sono contento anche del rilancio della libreria in Corso a Fiume alla quale presto dedicheremo nuove attenzioni. Personalmente sono molto soddisfatto di moltissime cose che all’esterno non si vedono, come l’aumento esponenziale delle risorse che incameriamo grazie alla pubblicità, il rinnovamento tecnologico e la capillare informatizzazione dei processi di lavoro extragiornalistici ed extraeditoriali che abbiamo realizzato con tutta una serie di software programmati “in house” dal nostro tecnico Igor Kramarsich.

Quest’anno abbiamo anche rinnovato la sede, in primo luogo le infrastrutture interne che erano debilitate e debilitanti. Mi pare di poter dire che una soddisfazione generale debba giungere anche dal fatto che l’EDIT oggi viene percepita come un interlocutore culturale e commerciale serio: a “La Voce del Popolo” qualche anno fa è andato il prestigioso premio Val di Sole, mentre gli inviti di partecipazione a manifestazioni librarie ed eventi culturali anche importanti sono stati innumerevoli.

Mi preme segnalare inoltre che sono molto contento della grande e impegnativa opera di promozione delle attività dell’EDIT che stiamo facendo in Italia con il nostro partner triestino “Percorsi di cultura e comunicazione”.

Sono altresì contento di aver assunto alcuni giovani veramente in gamba che ci stanno portando una ventata di freschezza, che con le nuove tecnologie sono a casa loro e che sto coinvolgendo con responsabilità dirette nel processo di ammodernamento dell’EDIT e delle sue testate. L’esistenza dei profili facebook di “Arcobaleno” e di “EDITlibri”, tra l’altro molto seguiti, si deve anche a loro, al loro entusiasmo e alle conoscenze che hanno portato al nostro interno e che prima latitavano.

C’è anche qualche ragione di insoddisfazione. Per correttezza devo dire, recitando un mea culpa, che mi rattrista il fatto di non essere riuscito ancora a coordinare il rinnovamento contenutistico e grafico di “Panorama” e di non essermi impegnato sufficientemente nel progetto di presentazione dell’EDIT e delle sue testate su Internet.

Obbiettivamente avremmo dovuto essere più belli online già da qualche anno. Il contratto collettivo per i giornalisti, non ancora concordato, rimane uno dei principali “da fare” della mia agenda. Mi rimprovero pure di non aver investito nella costante formazione professionale dei giornalisti, cosa che mi impegno a fare a partire da subito, perché ne abbiamo bisogno veramente tutti.

Mi rincresce anche che non siamo ancora riusciti a riportare “La Voce del Popolo” al centro di un serio pensiero e di una seria dialettica minoritaria, in grado di coinvolgere anche i nostri lettori. Infine sono estremamente insoddisfatto del fatto che personalmente non ho dato troppa importanza alla necessità di comunicare bene all’esterno le tante cose nuove e belle che facciamo: sono ancora troppe le persone che guardano all’EDIT con pregiudizi non certo gratificanti e che dunque dobbiamo informare meglio. Troppe volte, in tutti questi anni, ho conosciuto persone che inizialmente giudicavano l’EDIT con un “mah” e che, dopo aver visto e analizzato le cose che facciamo, hanno cambiato il loro pre-giudizio.

In generale posso dire che le cose che mi hanno dato soddisfazione sono state molte, ma allo stesso tempo vedo grossi margini di miglioramento. Per quel che mi riguarda, anche se forse sarebbe comodo, non intendo adagiarmi al punto in cui ci troviamo ora.

Bagaglio di storia e cultura

La CNI deve restare al centro dell’attenzione delle tematiche editoriali, oppure è il caso di spaziare più in là?

L’EDIT deve usare le gambe per andare avanti, ma allo stesso tempo deve avere le mani rivolte indietro per trainare con sé tutto quel bagaglio di storia e di cultura che legittima la sua stessa esistenza e quella del suo pubblico. Ho detto tante volte che un fatto non è notizia fino a quando un giornalista non la propone come tale per una testata. Ebbene, tantissimi fatti che accadono in seno alla CNI non sono notizia per nessuno, escluse le testate EDIT e le redazioni italiane di Radio e TV Capodistria, di Radio Fiume e di Radio Pola.

Ed è nostro sacrosanto dovere trasformare questi fatti in notizie. Noi esistiamo perchè esiste il lettore CNI e in questo senso dobbiamo darne anche “rappresentazione”: tuttavia il lettore CNI non è solo un appartenente alla CNI, ma è una persona a tutto tondo. In altre parole pur avendo la CNI al centro, noi dobbiamo tentare di dare una copertura totale dei bisogni, degli interessi, dei vizi, della curiosità dei nostri lettori. Si tratta di avere la CNI come nucleo attorno al quale contemporaneamente ruotano due moti, uno centrifugo e uno centripeto.

Io credo che eventuali novità, anche tematiche, possano giungere dalle nuove tecnologie, perché la presenza online - che ci porta in tutto il mondo - ci deve far riflettere che noi facciamo informazione ed editoria in una lingua che non è parlata solo da 25 mila italiani dell’istro-quarnerino - di norma, gli unici che fino a ieri eravamo in grado di raggiungere - ma da altri 60 milioni di persone in Italia e qualche altro milione fuori dallo Stivale.

L’esperienza facebook di EDITlibri ci insegna che a seguirci non è soltanto un pubblico interessato all’Istria, Fiume e Dalmazia per legame parentale, ma c’è anche tanta gente che semplicemente ama leggere, conoscere, imparare, viaggiare e alla quale abbiamo molto da raccontare su di noi, sulla Croazia, sulla Slovenia, sulla storia, sulla natura, sul turismo, sulle mille sfaccettature antropologiche del territorio sul quale operiamo.

Voglia di mettersi in gioco

L’EDIT guarda alle nuove tecnologie informatiche: sono queste le scommesse per il futuro?

Non ho alcun dubbio in proposito. Più saremo disposti a capire che il giornalista deve diventare un comunicatore multipiattaforma, più diventeremo capaci di convogliare verso di noi l’interesse del pubblico. Ne trarrà beneficio anche tutto l’indotto extragiornalistico. E non dobbiamo avere paura che l’online finisca con il distruggere la carta stampata.

A differenza dei mezzi di informazione non giornalistica - con il telefono e il telefax che hanno sostituito il telegrafo, la posta elettronica e gli sms che hanno sostituito quella convenzionale e il telefax -, nessun mezzo d’informazione giornalistica ha mai distrutto quello precedente.

La radio non ha ucciso la carta stampata, la TV non ha ucciso la radio, Internet non ha ucciso la TV, i libri elettronici non stanno uccidendo il libro cartaceo. Ovvio che non assistiamo ad una convivenza perfettamente armoniosa; tuttavia parliamo di una convivenza estremamente possibile. Si tratta di aver anche un po’ di fantasia e di voglia di mettersi in gioco, quelle stesse per le quali abbiamo deciso di fare questo mestiere.

Dario Saftich

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INTERVISTA a Giovanni Radossi, direttore del Centro di ricerche storiche di Rovigno

Nell’Europa unita saremo una famiglia
mai più né figliocci né figliastri

di Sandro Pedruz

Il professor Giovanni Radossi è un personaggio che non ha bisogno di presentazioni nel contesto della Comunità nazionale italiana, ideatore e fondatore del Centro di ricerche storiche di Rovigno ha dedicato la propria vita alla salvaguardia delle realtà storiche della componente italiana autoctona del territorio dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia.

Per il suo pluriennale impegno a tutela dell’italianità il prof. Radossi, unico direttore del CRS dalla sua fondazione nel 1968, ha ricevuto numerosi riconoscimenti e onorificenze: nel 1985 è stato insignito del titolo di Cavaliere  Ufficiale della Repubblica Italiana, nel 1998 del Premio Città  di Rovigno, nel 2001 del titolo di Commendatore della Repubblica Italiana e nel 2006 di Cittadino  onorario del Comune di Montona d’Istria.

Anche quest’anno, il suo operato è stato riconosciuto al di fuori dei confi ni nazionali con il prestigioso premio per la Civiltà Veneta indetto dalla  fondazione Masi, un riconoscimento riservato alle personalità  venete, di origine o di adozione, che hanno contribuito ad affermare e trasmettere i valori civili e universali delle Venezie, concorrendo al progresso della  società. Il riconoscimento della fondazione Masi è nato nel 1981 e tra i premiati ci sono fi gure di spicco nei campi della letteratura, dell’arte, del giornalismo, della scienza, dello spettacolo e dell’economia.

Il Premio Masi

Il premio è stato assegnato al prof. Radossi per aver contribuito, in nome del diritto universale delle genti, a preservare la propria  identità culturale, a salvare la memoria della lingua e della cultura italiana e veneta in Istria.

Abbiamo incontrato il professore nella sede del Centro, che si trova in piazza Matteotti nel cuore del centro storico della Città di Rovigno, per tirare le somme  sul 2012, anno contraddistinto dal premio Masi e dal traguardo di 45 anni di attività ininterrotta del Centro ma anche dalla battaglia alla crisi economica e ai tagli finanziari imposti dal Governo  Italiano.

Alla cerimonia di consegna del premio Masi è stato definito come il custode dell’italianità d’Istria. Che significato ha questo ennesimo riconoscimento del suo operato?

Certamente è un premio che a livello personale ha un significato molto particolare e che m’impone e mi sollecita a continuare questo percorso, nato 45 anni fa, per evitare che alcuni aspetti  fondamentali della storia di queste terre venissero cancellati dalla strumentalizzazione del regime  comunista. È un enorme piacere vedere che il proprio lavoro è apprezzato da una cerchia così autorevole di esperti. Ovviamente si tratta di un riconoscimento per tutto il Centro di ricerche storiche  e questo risultato va condiviso con i dipendenti e i collaboratori della nostra istituzione.

Gravi disagi per i ritardi UPT

Un 2012 che purtroppo rimarrà negli annali per la crisi economica internazionale e i tagli  ai finanziamenti verso la CNI e le sue istituzioni. Come ha affrontato questo difficile periodo il CRS?

La crisi economico-finanziaria globale, che da un paio d’anni interessa pesantemente le nostre  nazioni domiciliari e la nazione madre, ha puntualmente segnato l’inizio e lo svolgersi di quest’anno  finanziario, con pesanti ritardi nel sostegno alle nostre attività e  una drastica riduzione negli stanziamenti già approvati, in primo luogo da parte della Repubblica  Italiana. In effetti, i primi quattro mesi sono stati contraddistinti  dalle difficoltà nell’assicurare  le basi materiali per l’attività di ricerca, come pure per il versamento degli stipendi ai dipendenti, e le inevitabili spese di viaggio di quei dipendenti che risiedono  fuori sede.

Infatti, i mezzi finanziari provenienti dall’Università popolare di Trieste non sono stati versati né  per tempo, né regolarmente, il che ha determinato ricadute complesse sulla stabilità finanziaria della nostra Istituzione: soltanto a partire  dal mese di maggio la situazione è  sostanzialmente cambiata per quel che riguarda la copertura delle spese fisse del Centro, ma non così per i mezzi destinati alla realizzazione  dei progetti editoriali e di ricerca, che hanno causato ingiustificati rinvii e ritardi nella realizzazione dei contenuti del nostro Piano e Programma di lavoro.

Inadempienza di Città e Comuni del territorio

Difficoltà così drastiche di  questa natura non si sono verificate in merito all’afflusso dei  mezzi da parte degli Uffici per le nazionalità delle Repubbliche di Croazia (versamento ridotto delle  mensilità nel I trimestre) e Slovenia, il che ci ha permesso di coprire il finanziamento delle necessità primarie e di supportare alcuni contenuti dei progetti. Stabili anche  i finanziamenti della Regione  Istriana e in particolare della Città di Rovigno, anche se in corso da anni una situazione poco piacevole  con le altre amministrazioni delle città e comuni d’Istria e del Quarnero, dove nonostante sia presente la comunità nazionale, c’è una palese inadempienza verso il CRS.

A prescindere dalla complessa gestione finanziaria e dalle numerose  difficoltà burocratiche a questa connesse, anche quest’anno il Centro ha continuato a crescere e mantenere le sue pubblicazioni storiche e a lavorare sugli 11 campi di ricerca che comprendono tutti gli aspetti legati alla nostra presenza storica e sociale sul territorio.

Sono state intensificate le attività e i contatti con i nostri collaboratori – connazionali che risiedono in Slovenia, allo scopo di studiare alcuni fenomeni specifici della storia recente della nostra minoranza nazionale in quest’area, che hanno condizionato la sua odierna, notevolmente  ridotta, presenza nella parte nordoccidentale della penisola istriana.

Rinuncia alla raccolta di tutti i quotidiani

A causa dei tagli dal primo gennaio  2012, il Centro non raccoglie più come fatto sin dal 1971, tutti i  quotidiani regionali, ma si limita alle sole edizioni della “Voce del popolo” e delle altre pubblicazioni  fisse dell’EDIT (Panorama e Arcobaleno).

Mi preme ricordare che nel corso del 2012 sono deceduti due tra i nostri più illustri collaboratori esterni, il prof. Roberto Starec – Università degli Studi di Trieste, autore della più recente pubblicazione del CRS dal titolo “Pietra su pietra”, e la dott.ssa Vesna Giradi Jurkić, già emerita direttrice del Museo Archeologico dell’Istria di Pola.

Quest’anno il nostro istituto ha anche avuto l’onore di ricevere una significativa quanto rappresentativa donazione. I famigliari di Mons.  P. Antonio Vitale Bommarco, ci  hanno fatto dono della biblioteca personale dell’arcivescovo metropolita di Gorizia e Gradisca, nato nel 1923 sull’isola di Cherso. Questo lascito verrà celebrato nel corso del 2013 con una targa commemorativa che verrà esposta negli ambienti del Centro.

Quali sono le previsioni e i progetti editoriali in programma per il 2013?

Nel prossimo periodo il Centro dedicherà sempre più energie e iniziative sia ai temi storici e sociali sia alla creazione di programmi legati alla problematica specifica della comunità italiana residente in Croazia e Slovenia. Di conseguenza i programmi editoriali e di ricerca  abbracceranno numerosi progetti  sociali e culturali riguardanti temi contemporanei, perché con il proprio programma l’Istituzione vuol essere, nell’ambito del suo campo d’attività, il coordinatore e il promotore di ricerche specifiche, sia negli stati domiciliari sia nella  Repubblica Italiana anche in via dell’imminente entrata della Croazia nell’Unione Europea.

Indubbiamente lo studio della storia antica (età antica e moderna)  e di quella contemporanea sarà un segmento importante del Piano e Programma per il 2013.  In quest’aspetto dell’attività verrà in risalto la collaborazione professionale e materiale con la Nazione madre tramite diverse forme e contenuti, nonché con gli Istituti della diaspora istriano-dalmata in Italia  (Società di Studi storici fiumani - Roma, I.R.C.I. - Trieste, Società Dalmata – Padova).

Continueremo la pubblicazione  degli Atti arrivati alla 43.esima edizione  consecutiva e delle altre nostre pubblicazioni storiche come i Quaderni (n.23), Ricerche Sociali (n. 19) Etnie (n.14 e n.15), Monografia (n.12) e la Ricerca (n. 2). Tra le altre pubblicazioni in cantiere ci  sono “I 600 “lachi”dell’Albonese”,  “I Conti d’Istria”, “l’Architettura tradizionale in Istria”, “Il complesso  architettonico di S. Francesco a Pola”, “l’Atlante storico  dell’adriatico orientale”, “FONTI II”, “La romanità autoctona  dell’Istria”, “Carteggio Kandler- Luciani”, “l’Istria nell’attività scientifica”, L’albo epigrafico istriano”, “Nascita di una minoranza” e i “Modi di dire, fiabe e dialoghi dell’Istria veneta”.

Il prossimo anno la Croazia dovrebbe entrare a far parte della grande famiglia europea. Quali  prospettive si aprono a favore del CRS?

La nostra istituzione è già da tempo nella grande famiglia europea. Dal 1996, il Consiglio d’Europa  ha assegnato alla nostra biblioteca lo status di “Biblioteca depositaria del Consiglio d’Europa” ed è stato creato un ricco fondo  di quasi 3.000 pubblicazioni in inglese e francese, specializzate in tematiche quali diritti dell’uomo, tutela delle minoranze e dell’ambiente che si sono andati ad accumulare ai più di 110mila titoli già  in nostro possesso.

Il CRS vanta anche una cospicua collezione di  carte geografiche d’epoca inerenti il territorio del nostro insediamento storico che costituisce già di per se un elemento di eccellenza  e che è ritenuta una delle più importanti raccolte di Italia, Croazia e Slovenia in questo settore  specifico.

Il nostro obiettivo non è mai stato il mero immagazzinamento di  carta stampata bensì è sempre stato  quello di mettere a disposizione gli strumenti pratici per la ricerca  storica, con un catalogo consultabile sulle nostre pagine internet e con personale qualificato sempre pronto a dare una mano.

Con l’entrata in Europa sono convito che aumenteranno le visite degli studenti e dei ricercatori provenienti da altri paesi che quest’anno hanno toccato la quota di 1.000 consultazioni.

L’ingresso in Europa ci darà la possibilità di approfondire e di ampliare le nostre collaborazioni e di dare maggiore visibilità e risalto alle problematiche inerenti la ricerca storica della CNI. Inoltre,  per tutta la nostra Comunità nazionale entrerà nella grande famiglia europea significa diventare parte  di un nucleo famigliare dove non ci sono né figliocci né figliastri.

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Italiani e Croati, come ossigeno e idrogeno

“L’aspetto più importante di questo premio è che ha permesso alla CNI di far conoscere la propria realtà, assieme a quella degli esuli, ad pubblico molto vasto, sia nell’occasione della cerimonia di premiazione al prestigio  Teatro filarmonico di Verona sia nei numerosi articoli e servizi televisivi che hanno seguito l’evento – dice Radossi –. Come ho spiegato nel video di presentazione, che è stato mandato in onda alla Cerimonia di premiazione, più che considerami un  custode dell’italianità mi sento  un italiano nato in Italia (classe 1936) che è rimasto italiano, orgoglioso del suo retaggio culturale, perché come mi piace sottolineare  senza memoria non c’è futuro.

Inoltre, nel video viene riportata una metafora che uso di solito per spiegare la situazione  istriana, che reputo sia simile alla formula chimica dell’acqua fatta da due atomi di idrogeno,  che rappresentano i croati e gli sloveni, e da un atomo di ossigeno che rappresenta la componente italiana e basta la mancanza di uno degli elementi per far perdere  all’Istria la sua identità”.

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60 ANNI DOPO

AI GIOVANI

 
Intervento di Silvio Mazzaroli direttore de "L'Arena di Pola" organo ufficiale di stampa
dell'Associazione Libero Comune di Pola in Esilio

Le vicende di cui mi accingo a parlarvi coprono un arco di tempo piuttosto ampio che ha interessato gran parte del XX secolo e che a tutto oggi non possono dirsi concluse. Potrei dire che le fasi acute di questo periodo si collocano tra gli anni ’40 e ’60 del 1900; quindi, il titolo che ho dato a questo mio intervento non prende a riferimento una specifica data ma sta semplicemente a significare che il problema del confine orientale italiano, che gran parte dell’opinione pubblica italiana sta conoscendo da non più di 10 anni, ovvero dall’istituzione del Giorno del Ricordo avvenuta nel marzo del 2004, per noi esuli ed anche per coloro che all’epoca decisero di rimanere nelle terre di origine è un qualcosa con il quale ci confrontiamo da tutta una vita.

Di quanto è successo negli anni ’43 (il fatidico 8 settembre), ’45 (la fine del II° GM), ’47 (la cessione dell’Istria alla Jugoslavia), ’54 (il ritorno di Trieste all’Italia) e sino agli anni ’70 (ultime uscite di esuli dai campi profughi) si sa oggi molto. Oltre a quanto scritto da quanti, al di qua ed al di là dei confini nazionali, quelle vicende le hanno vissute sulla propria pelle, è oggi possibile leggere quanto, con grave ritardo e spesso con visioni di parte, hanno scritto al riguardo molti, politici, storici, ecc, che a ragione o torto si ritengono depositari della vittoria contro il nazi-fascismo; tra questi non sono pochi quelli che, sostenendo di aver lottato per la libertà e la democrazia, hanno in effetti brigato, talvolta con successo altre fortunatamente no, per sostituire un totalitarismo con un altro affatto diverso: il comunismo.

Sono soprattutto costoro e la predominante cultura instauratasi nei nostri Paesi che hanno imposto l’oblio per oltre 50 anni sulla tragedia vissuta da Istriani, Fiumani e Dalmati; una coltre di silenzio molto pesante a lungo bucata solo dalle voci degli esuli e, comprensibilmente con ancora maggiore difficoltà, di chi era rimasto. Da qui il grande valore, appunto, della loro testimonianza senza la quale il nostro vissuto non sarebbe, forse, mai emerso e noi non saremmo entrati nella storia quasi non fossimo mai esistiti.

GIORNO DEL RICORDO
Quando si affronta il tema del Giorno del Ricordo si parla inevitabilmente di foibe, di esodo, di campi profughi, di difficoltà di ricostruirsi una vita nell’Italia (ma anche nella Jugoslavia) del dopoguerra, di soprusi e di emigrazione. Io, quando tutto questo succedeva ero troppo piccolo per poter aggiungere una mia significativa testimonianza a quanto già detto da altri allora di me più maturi. Quello che potrei dirvi l’ho perlopiù sentito raccontare o l’ho letto sui libri, una cosa che, se siete veramente interessati a sapere, potete fare da voi e che, anzi, vi invito a fare. Di mio posso dirvi di essere stato fortunato, perché questa immane tragedia, pur coinvolgendomi, mi ha solo sfiorato. Ne posso quindi parlare senza una particolare acrimonia.

Ma cosa vuol esattamente dire sfiorato?

Significa che la mia famiglia - papà, mamma ed una sorella - da tutto questo è uscita sostanzialmente indenne. Però il fratello di mio padre, ingegnere benestante e fautore allora di un movimento autonomista denominato “L’Istria agli Istriani” (ovvero ai sui abitanti autoctoni, indipendentemente dalla loro etnia di appartenenza), nell’agosto del ’44 fu fatto sparire dai “titini”. Di lui non si è saputo più nulla. Probabilmente fu uno dei circa 10/12.000 italiani scomparsi nelle foibe o soppressi in altri modi tra il 1943, il 1945 e gli anni immediatamente successivi.

Noi allora non vivevamo a Pola; mio padre era ufficiale e la fine della guerra ci colse a Brescia; dopo un breve soggiorno a Trieste in casa dei nonni materni, nell’autunno del ’45, via mare con il vaporetto Pola, ritornammo a vivere a Pola, occupata dagli Alleati, nella casa paterna. Anche questa volta il soggiorno fu breve; nel febbraio del’47, allorché l’Istria con il Trattato di Parigi fu ceduta alla Jugoslavia, sempre via mare e con lo stesso vaporetto, facemmo ritorno a Trieste andando ad abitare in un appartamento messoci a disposizione da una zia rimasta vedova di guerra. Perdemmo praticamente tutto ma non conoscemmo né i disagi né l’umiliazione dei campi profughi. Dei pochi mesi vissuti a Pola ricordo solo lo scoppio di Vergarolla, occorso il 18 agosto del 1946, che causò la morte di un’ottantina di persone (molti i bambini ed i ragazzi) di cui a solo 68 fu possibile dare un nome e diverse decine di feriti. Qualcuno ancora oggi si ostina a dire che si trattò di un incidente, ma bombe disinnescate non scoppiano da sole.

Che si sia trattato di un attentato dovrebbero bastare ad attestarlo le parole pronunciate molti anni dopo da Milovan Gilas, già braccio destro militare di Tito poi caduto in disgrazie, che in un suo libro ha dichiarato: “ Io e Kardelj (ideologo del comunismo titoista) fummo mandati in Istria da Tito per costringere gli italiani ad andarsene con ogni mezzo e così fu fatto!” In effetti quel vile attentato indusse ben 28.000 polesani, su poco più di 30.000, a scegliere la via dell’esilio. Tra loro c’ero anch’io.

Del primo difficile periodo trascorso a Trieste ricordo mio padre, già ufficiale, laureato in economia e commercio ed esponente di quella che sino ad allora poteva definirsi l’agiata borghesia, uscire di casa in tuta da lavoro, con il thermos e la gavetta con la colazione per andare a fare i turni, spesso di notte, come pesatore in porto. È certamente questo il ricordo che di quegli anni mi rimane più vivo. Fortunatamente durò poco; papà ha poi fatto una rapida e brillante carriera, in linea con quelle che erano le sue qualifiche e capacità, diventando un dirigente dell’Ente Porto di Trieste.

In sostanza, posso dire che ci siamo integrati presto e bene; comunque, anche in virtù delle difficoltà attraversate, è maturata con il tempo in me la convinzione che fosse anche mio dovere difendere la mia italianità, pagata a così caro prezzo, la mia nuova casa, la mia libertà ed, in ultima analisi, la mia Patria. Da qui la mia decisione di abbracciare la carriera militare, ciò che ho fatto per tutta la mia vita lavorativa e che è risultato condizionante anche, una volta andato in pensione, per il mio attuale impegno come dirigente di una associazione di esuli, il Libero Comune di Pola in Esilio.

Vi chiederete perché condizionante? Molto semplicemente perché, nonostante si faccia un gran parlare che quelle tragedie non possono più ripetersi, ho invece visto con i miei occhi con quanta facilità esse si sono ripetute ed anche tutti voi, semplicemente guardando la TV, potete constatare che simili tragedie fanno purtroppo ancora parte del quotidiano; pensate alle situazioni in Siria, in Egitto, in Tunisia tanto per citare quelle al momento di maggiore attualità.

È soprattutto di questo che mi sento in obbligo di mettere sull’avviso in particolare voi giovani.

Negli anni ’89 – ’91 sono stato Addetto Militare presso l’Ambasciata d’Italia a Belgrado; ho assistito sul posto alla dissoluzione dell’ex Jugoslavia; ho visto gli orrori della guerra civile, per ragioni esclusivamente etniche, tra i popoli slavi; ho constatato con quanta facilità la volontà di pochi e la propaganda politica riescano a coinvolgere le masse, inducendo all’odio e ad impugnare le armi contro chi, sino a poco prima, era un conoscente, un amico, persino un congiunto; ho visto un paese, tra i più “felici” (?) del cosiddetto paradiso comunista, andare in frantumi facendo centinaia di migliaia di vittime e costringendone altrettante ad emigrare.

Nel 2000 sono stato Vice Comandante NATO in Kossovo ed ho visto nuovi orrori tra cui il più sconvolgente è stato la riesumazione di corpi da fosse comuni, fatte con le ruspe senza alcun rispetto per quei poveri morti ridotti a meno di cose, quasi si trattasse di immondizia. È un qualcosa, credetemi, a cui non si può rimanere indifferenti, che indurrebbe chiunque ad impegnarsi perché ciò non debba veramente più accadere. Io questo dovere l’ho avvertito.

Il mio attuale impegno.

Così quando mi sono nuovamente avvicinato ed interessato al mondo degli esuli, l’obiettivo che mi sono posto è stato quello di cercare di ricucire lo strappo che 70 anni fa la storia ha prodotto tra chi, polesano, aveva deciso di affrontare l’esilio per sopravvivere e salvaguardare la propria italianità e chi di contro, per una molteplicità di motivi, di cui quello ideologico è soltanto uno, di rimanere diventando jugoslavo allora e croato oggi.

Per oltre 60 anni gli uni e gli altri si sono reciprocamente accusati di essere tutti fascisti o tutti comunisti, dimenticando per troppo tempo che di fatto erano tutti, se non di fede quantomeno, ed è forse persino più importante, di cultura, italiani. A questo obiettivo ho lavorato negli ultimi 10 anni e da ultimo sono riuscito a riportare non pochi dei miei associati nella loro amata Pola, non come semplici turisti, come soprattutto d’estate fanno molti nostri connazionali inconsapevoli dei trascorsi romani, veneziani, austriaci ed anche italiani di quella Città, ma come polesani doc, ancorché esuli, riavvicinandoli a chi era rimasto.

C’E ANCORA BISOGNO DI RICORDARE?
Avviandomi a concludere dico che avrei potuto titolare questo mio intervento, in maniera più immediatamente comprensibile, “10 anni dopo”, facendo in questo caso sì specifico riferimento all’istituzione del Giorno del Ricordo e formulando delle considerazioni sul prima ed il dopo che lo caratterizzano. È lecito chiedersi se qualcosa da allora sia effettivamente cambiato. Pensando alle circa 500 intitolazioni alle “Vittime delle foibe ed all’esodo” oggi presenti in moltissime città d’Italia ed alle tante cerimonie che in questi giorni vi si compiono, nonché a taluni significativi atti formali recentemente compiuti dai Capi di Stato d’Italia, Slovenia e Croazia verrebbe da dire di sì, che oggi finalmente la nostra storia è conosciuta, che i dissidi e le conflittualità del passato sono stati superati.

Purtroppo non è così!

Basta chiedere un po’ in giro per scoprire che ben pochi, e non mi riferisco ai soli giovani, sanno qualcosa di quanto effettivamente successo ad Istriani, Fiumani e Dalmati; basta scorrere i giornali per scoprire che c’è ancora chi, con visioni di parte, cerca di giustificare quanto da essi sofferto addossando loro le colpe del fascismo che, se tali sono, lo sono comunque dell’intero popolo italiano, e chi si ostina persino a negare l’evidenza di quanto occorso e che sempre più va emergendo; basta vedere il saltuario, ma non infrequente riaccendersi, di tensioni e diatribe tra i suddetti Paesi, ancorché ormai praticamente tutti membri della comune casa europea.

Sono considerazioni piuttosto amare che da sole rispondono alla domanda se, a distanza di così tanti anni da quei fatti, ci sia ancora la necessità di ricordare.

Sì bisogna farlo!

C’è ancora molto strada da percorrere perché ciò che è stato diventi, non motivo di scontro, ma bagaglio di conoscenza dell’intera nazione; perché le vicende della seconda metà del ‘900 entrino con obiettività nei testi di storia delle scuole; perché alla conflittualità tra le diverse etnie subentri la consapevolezza che nessuno è esente da colpe, che tutti indistintamente hanno inferto e subito sofferenze.

Ma c’è anche da chiedersi se ricordare sia sufficiente.

La risposta è no; è necessario, ma non sufficiente. È necessario che ciascuno operi al proprio livello per promuovere un effettivo cambiamento, per indurre al dialogo, al civile confronto, alla comprensione e, ove possibile, al reciproco rispetto. Il rancore e la volontà di rivalsa, dovuti a ragioni ideologiche, a sentimenti nazionalistici, a credenze religiose o quant’altro sono cancri congeniti nel genere umano e come una malattia vanno trattati. Vanno prevenuti in ogni possibile modo; come ampiamente dimostrato dalla storia e ahinoi anche dall’attualità, pretendere di curarli una volta insorti può risultare tardivo, molto doloroso e troppo spesso inefficace.

Cari ragazzi, con queste mie parole ho inteso rivolgermi in particolare a voi, per suscitare interesse per ciò che è stato, per fornirvi spunti di riflessione e soprattutto per rendervi consapevoli che costruire un futuro migliore è responsabilità di tutti e di ciascuno, quindi anche mia e vostra.

Silvio Mazzaroli direttore de "L'Arena di Pola"

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                                                              PERCORSO DI UNA INTENSA ATTIVITA' PER “ ISTRIA EUROPA”.

                                                                                                             di Lino Vivoda
 

A conclusione di una lunga battaglia, durata anni e non senza difficoltà, ho avuto la soddisfazione a Pisino, che conosco bene poichè mia madre era di Gallignana (oggi Gracisce) e mia nonna materna, prima di iniziare a Pola una attività in proprio, aveva operato a Pisino con l'Albergo Aquila Nera, di vedere il mio sogno di una riappacificazione tra Istriani coronato da un grande successo. A Pisino infatti una prima volta , durante la consegna di trecento libri del Fondo Pertan alla biblioteca del Circolo italiano, fummo accolti dal coro croato col verdiano Va' pensiero, ed il sindaco, in croato ed italiano, disse che la cultura ci doveva unire nell'Europa senza poù confini. E poi alla fine, al rinfresco, tutti assieme a cantare La mula de Parenzo. Poi l'anno scorso al bellissimo centro vicino al campo sportivo, la premiazione degli alunni premiati al concorso annuale della Mailing List Istria. Altra gioiosa festa di fratellanza tra istriani, presente anche il presidente dell'Unione Italiana Tremul con famiglia.

L'idea di una regione autonoma Istria, in Europa, mi venne a Sanremo, durante un incontro all'Hotel Royal, parlando con Bruno Salvadori, esponente dell'autonomismo Valdostano, che al termine di un lungo colloquio mi regalò il suo libro "Pourquoi etre autonomiste". Fu così che alle prime elezioni europee mi candidai assieme all'ing. Riccardo Agnesi (quello della pasta di Imperia), ed al direttore dell'Archivio di Stato imperiese Enrico Berio, nel gruppo ALPAZUR, che raggruppava autonomisti a cavallo delle Alpi Marittime: Nizza, Imperia e Cuneo.

Imparai cosi anche il concetto di regione transfrontaliera, naturalmente pensando sempre all'Istria. Ed ebbi i primi attacchi perchè nel cartello degli autonomisti alpini con noi c'erano i Valdostani, Occitani,

Altoatesini, Lumbard di Bossi (che conobbi in quell'occasione) e un gruppo di sloveni del goriziano. Ma non erano elezioni europee per marciare verso l'Europa unita? Mi confortò il sapere che tra i candidati in Lombardia c'era anche il dalmata Tolja mosso dai miei stessi ideali.Incominciai ad interessarmi quindi delle Regioni transfrontaliere o Euroregioni che i tedeschi avevano creato per primi.

Durante lo sfaldamento della Jugoslavia, ero sindaco del Libero Comune di Pola in esilio, mi battei sul piano europeo. Lanciai a Milano un MANIFESTO, firmato da trenta esuli residenti in tutta l'Italia, che chiedeva per l'Istria una autonomia nell' Europa. Iniziai a cogliere firme di sostegno sul giornale “L'Arena di Pola”, che però dopo le prime centinaia di adesioni troncò la pubblicazione, iniziando nei miei confronti un feroce ostracismo, sobillato e messo in atto principalmente dal direttore di allora e dallo “zoccolo duro”, formato anche da ex titini rifugiatisi in Italia.

Presi contatti, inviando lettere in inglese, francese e tedesco, con il presidente della Conferenza europea di Bruxelles sulla Jugoslavia, Lord Carrington, che mi mandò il riscontro dal segretario Richard Lewis. Ebbi il plauso, tra gli altri, di Leo Valiani, Maria Pasquinelli, di Otto d'Asburgo dalla Baviera. Ma le mie forze, come sindaco del Libero Comune di Pola in esilio erano limitate. Avrebbe potuto raggiungere di più la Libera Regione in esilio, che con Nerino Rismondo, Luigi Papo e Fulvio Miani volevamo costituire al posto della Federazione, sulla quale dovemmo ripiegare. Tutti i filogorvernativi ci erano contro. Eppure i Serbi erano pronti a riconsegnare l'Istria all'Italia! Ne sarebbe potuta uscire una regione autonoma a cavallo dei confini. Così come avevo studiato avrebbero voluto, l'ing. Onorato Mazzaroli, poi ucciso in un tranello dell' OZNA, e Franco Amoroso liberale, osteggiato però da Antonio de Berti, socialista, alla Conferenza di Parigi.

E' con grande soddisfazione, quindi, che più tardi ho letto le dichiarazioni di Nino Jakovcic, ai festeggiamenti di Medolino per i vent'anni della sua presidenza della Dieta Democratica Istriana, (con i cui programmi concordai, assieme a due miei cari amici, Nino Valenti e Giulio Cuzzi, sin dal Congresso Mondiale degli Istriani a Pola nel 1995, dove conobbi anche l'istro-australiano Mario Demetlica), sull' autonomia che raggiungerà l'Istria entro due anni, una volta che la Croazia sarà entrata in Europa. Autonomia che vuol dire "Istrianità" multiculturale, multilingue e multietnica.

Ma veniamo ora alle tappe della mia battaglia per la ricongiunzione tra i polesani esuli e i rimasti (direi meglio residenti). I primi contatti incominciarono verso l'inizio degli anni cinquanta, quando una grave crisi che interessò tutta la Jugoslavia, venne sentita in particolar modo in Istria, dove interi paesi erano quasi disabitati perchè abbandonati dalla stragrande maggioranza degli abitanti, esuli in Italia e per il mondo.

Partirono così pressanti richieste dall'Istria ai parenti ed amici esuli: abbiamo bisogno di aiuto, qua manca tutto, beati voi che siete partiti.

E così si assiste ad un fatto che dimostra la solidarietà tra polesani, (come poi avverrà anche durante la guerra patriottica” di distacco della Croazia dalla Jugoslavia). Poiché praticamente ogni famiglia ha parenti o conoscenti tra gli esuli e viceversa tra i rimasti Dimenticando le ristrettezze ed amarezze, passate e presenti, dai campi profughi partono pacchi-dono diretti in Istria, contenenti aghi per cucire, filo, bottoni, pettini, zucchero, sapone, vestiti usati e quant'altro le scarse finanze degli esuli possono permettere per alleviare i disagi dei rimasti, parenti ed amici, non compromessi con gli attivisti “titini” favorevoli alla politica filojugoslava. Cose di poco valore economico ma di grandissimo significato morale, e per i rimasti una manna del cielo! Poi a metà degli anni cinquanta i primi ritorni, con passaporto come turisti, di quanti, già sistemati con casa e lavoro, sentono la nostalgia della terra natia ed il bisogno di rivederla.

Tra questi quanti, occupati a Torino nella FIAT che, grazie alla politica aziendale possono sfoggiare in Istria le loro utilitarie invidiati dai compaesani rimasti. Sono poche persone ancora, ma iniziano ad allacciare i rapporti coi rimasti con scambio di notizie ed indirizzi.

Per quanto concerne specificatamente la città di Pola può essere utile ricostruire di seguito quelle che sono le tappe di una lunga serie di accadimenti, nel delicato processo di avvicinamento tra esuli e rimasti. Sin dal 1972, quando Pola faceva ancora parte della Jugoslavia, gli iscritti del Circolo giuliano dalmata genovese, guidati dai polesani Carlo Brenco presidente e Orlando Devescovi, (il colonnello poeta), vicepresidente, avevano iniziato annualmente con un pullman le gite pellegrinaggio per la visita dei cimiteri per la commemorazione dei Defunti.

Vollero anche donare una targa di amicizia tra concittadini, ma furono sconsigliati. L'Unione Italiana di Pola allora poteva avere contatti solo con organizzazioni proletarie di sinistra. Furono anche impediti, poi anche di pregare in gruppo nei cimiteri, così don Staver li accolse nel Duomo di Pola per la Messa in italiano.

Cambiarono i tempi attorno agli anni '90. Nel corso di una riunione del Consiglio del Libero Comune di Pola in esilio, sul lago di Garda, il 14 settembre 1991, il vicesindaco Mario Ive presentò una mozione (votata all'unanimità) che autorizzava il sindaco Vivoda all'apertura di “ponderati contatti” coi rimasti, in linea con quanto deciso a Trieste dalla Federazione esuli sotto la presidenza di Aldo Clemente.

Fu così che a Brescia, durante la Rassegna della Venezia Giulia (tra dirigenti esuli e rimasti) avvenne l'incontro tra Vivoda, Sindaco dei polesani in esilio, e Olga Milotti, presidente della Comunità degli Italiani di Pola, che invitò i polesani a ritornare a casa. Il che avvenne nel novembre 1992 a Pola, nella sede della C.I.

Guidava la Delegazione ufficiale Vivoda, sindaco del LCPE, con Toth presidente nazionale ANVGD, assieme al vice Codarin, col console d'Italia a Capodistria Luigi Solari, con il presidente dell'Università popolare di Trieste Luciano Sattler e un folto gruppo di Consiglieri delLibero Comune. Con la presidente Olga Milotti erano il deputato per la minoranza italiana a Zagabria on. Furio Radin, con tutti i dirigenti della Comunità.

Vi fu quindi successivamente la mia partecipazione, con dirigenti degli esuli, alla preparazione in Municipio a Pola e successivamente con una delegazione di dieci aderenti a Istria Europa, il mio giornale che avevo appena fondato per diffondere le mie idee boicottate da tutta la stampa degli esuli,.al Congresso Mondiale degli Istriani all'Hotel Histria, dal 13 al 16 aprile 1995 (dove presi la parola applaudito dagli ottocento congressisti, tutti con auricolare per la traduzione simultanea in croato, sloveno e italiano). Un grande incontro dell'amicizia tra i lettori di Istria Europa, con grande soddisfazione per la riuscita,

Organizzai poi a Gallignana (Gracisce), dopo il raduno di Trieste del cinquantesimo dell'esodo. Al pranzo nel locale caratteristico del palazzo seicentesco, erano presenti, con i polesani che condussi con un pullman dalla Liguria, (con spezzini, genovesi, savonesi e imperiesi), Loredana Bogliun, vicepresidente italiana per la Dieta Democratica Istriana, della Regione Istria, Marucci Vascon, esule capodistriana, deputata per Trieste a Roma, il M° Luigi Donorà, noto compositore dignanese esule a Torino, Livio Dorigo, esule da Pola, presidente del Circolo Istria di Trieste, l'on. Ivan Pauletta, residente a Promontore, fondatore della Dieta Democratica Istriana, i componenti della Comunità Italiana di Pola, Diego Buttignoni, Olga Milotti col marito ing. Carlo, i polesani Della Pietra e consorte ed i coniugi Defranceschi da Barbana. Dopo tutti a Pola per l'inaugurazione del cippo in ricordo di Vegarolla, (ideato da Dorigo, Vivoda e Quaranta), donato dal Comune di Pola. Messa in Duomo cantata dal coro Mariani, benedizione e discorso, del sindaco croato Del Bianco, presente il comandante della Marina croata del Porto di Pola.

Da allora ci furono sempre cerimonie congiunte, con Vivoda chiamato dai vari Consoli succedutisi e dai dirigenti polesani nella prima fila in Duomo in rappresentanza degli esuli. Giunse annualmente un gruppo compatto della Liguria sino con tre Pullman Genova, La Spezia e Imperia (con Savona) e salvo due anni di guerra continuò, con un pulmann, organizzato e condotto da Vivoda, sino a due anni or sono..

Nel frattempo, forte delle amicizie fatte a Pola, ed in Istria giunsi ad appurare che l'attentato di Vergarolla era opera dell'OZNA. Aiutato da un giornalista del Glass Istre, giunsi a scoprire che N.B. - un appartenente all'OZNA (la polizia segreta di Tito) - che aveva partecipato all'attentato, prima di suicidarsi per il rimorso, aveva lasciato un biglietto con una specia di pentimento per quello che aveva fatto. Questo, molto prima della recente conferma del Piccolo di Trieste, da documenti inglesi d'archivio, sulla matrice del'attentato. La mia denuncia apparve su un reportage di cinque pagine a colori fatto da una giornalista giunta da Zagabria ad Imperia per intervistarmi per il settimanale croato Globus.

Naturalmente per il mio operare in tutti questi anni ho avuto inizialmente anche molti fastidi, come, tra gli altri, quando in un libro in croato, ispirato dai servizi segreti jugoslavi, Talijanski Iredentizam, mi sono state dedicate quattro pagine con foto: come sindaco del Libero Comune di Pola in esilio e come Direttore di

Istria Europa. Ma, nonostante le dure vicende di tanti anni, la soddisfazione del Primo Raduno a Pola di oltre duecento esuli, superstiti da sessantacinque anni d'esilio, è stata qualcosa di stupendo: a Pola, come esuli che ritornano a casa!

Ed ancora di più lo sarà tra qualche tempo, quando anche Pola sarà in Europa. La nemesi storica del ritorno ci avrà reso quella Giustizia negataci dagli uomini.

Lino Vivoda direttore di Istria - Europa e consigliere del Libero Comune di Pola in Esilio

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Giulio Ruzzier della Comunità Italiana di Pirano

Sono nato a Portorose nel 1940 da una famiglia di agricoltori, il primo di quattro fratelli. Sempre a Portorose ho frequentato la scuola elementare italiana per poi proseguire per altri quattro anni al Ginnasio di Pirano. Gia` in quelli anni avevo una grande passione per il disegno di cui le prime nozioni le appresi dal mio insegnante, Prof. Guido La Pasquala che tuttora vive a Trieste e che più volte vado a visitare.

Purtroppo, per motivi economici, i miei genitori non potevano permettersi di farmi studiare in qualche Accademia o Scuola d'Arte,  quindi non mi rimaneva altro che imparare un mestiere: il meccanico nel cantiere navale di Pirano. Nel frattempo frequentai per tre anni la Scuola Apprendisti di Isola. Esercitai questo mestiere in vari rami: automeccanica, macchine edili e industriali e negli ultimi anni ho lavorato in proprio con servizio e manutenzione di macchine agricole, fino al pensionamento.

 Poi, per una decina d'anni mi dedicai alla fioricoltura nella nostra azienda familiare aperta anni prima da mia moglie, figlia e genero. Sei anni fa venne il momento di mollare tutto e di mettermi a riposo, si fa per dire, iscrivendomi ad un corso di computer e al Gruppo di Pittura guidato da Liliana Stipanov, in seno alla Comunita` Italiana di Pirano dove faccio parte pure alla »Famea dei salineri«, un gruppo folcloristico che si impegna a rivivere le vecchie tradizioni salinare. Iniziando a dipingere, i miei sogni assopiti da tanti anni divennero realtà. Iniziai con l'acquarello e poco dopo con i colori acrilici con cui sono più soddisfatto. Normalmente dipingo su tele di medie dimensioni. I miei motivi preferiti sono i paesaggi e scene di vita dell'Istria, della nostra terra, riproduco in maggior parte immagini del passato, per non dimenticare, per ricordare la storia e per farla conoscere anche alle giovani generazioni ed ai posteri.

Ho presentato i miei quadri in varie mostre collettive della nostra Comunita` ed anche fuori. La mia prima mostra personale l'ho avuta, nel 2009, ad Isola nella Galleria Krajcar (motivi istriani) con l'aiuto della Comunita` Italiana »Dante Alighieri«. Poi, tre anni fa ho iniziato a dipingere una serie di 35 quadri della Parenzana, la mitica ferrovia a scartamento ridotto che per 33 anni, dal 1902 al 1935, ha collegato Trieste a Parenzo. E` stato un lungo lavoro di ricerca, con vecchie foto, con libri, col computer, percorrendo più volte il tracciato della vecchia ferrovia, fotografare e per cercare le tracce di quello che è ancora rimasto delle stazioni, viadotti, gallerie, ponti, per poter riprodurre le immagini in modo più verosimile possibile. Nel marzo del 2011, col patrocinio della Comunita` Italiana di Pirano, per la prima volta, ho presentato la Parenzana nella Galleria delle Saline di Sicciole, nel marzo del 2012, all'Auditorio di Portorose ( in versione piu` ampia e arricchita con due modelli del trenino). In maggio, la stessa mostra, per tre mesi, al Museo Etnografico di Buie, in settembre alla Galleria ALGA di Isola ed in novembre nella Galleria Comunale di Muggia. Comunque sto ancora svolgendo ulteriori ricerche sul tema di questa mitica ferrovia per poter ampliare la collezione.

Oggi, il tracciato, che e` in maggior parte percorribile, viene chiamato: »La strada della salute e dell'amicizia« e conduce attraverso vecchi luoghi e villaggi, ora nell'immediata vicinanza del mare, ora tra i vigneti e gli oliveti, entra nelle gallerie brevi e ordinate, taglia le valli con i suoi imponenti viadotti e si arrampica sulle colline. Il percorso è movimentato e adatto a tutti: escursionisti, ciclisti, sportivi, corridori…. In particolar modo e` molto apprezzato dai ciclisti che sono molto numerosi. La bici e` il veicolo che dopo tanti anni ha sostituito le sbuffanti locomotive che trainavano vagoni merci e passeggeri. Con questo concetto mi e` maturata l`idea di abbinare il treno alla bici, ed ho costruito due trenini composti di pezzi di vecchie bici in disuso, unendo i particolari tramite saldatura elettrica e tondino di ferro. Così ho realizzato due locomotive, la U-37 e la P-2 e un vagone passeggeri ed uno merci con rispettive rotaie, in scala 1:7 , la lunghezza complessiva e` di 4,5m. e pesa 85kg.

Con la pittura ho documentato anche la presenza della linea tramviaria Pirano – S.Lucia, inizialmente al servizio della Parenzana e che si e` protratta fino al 1953, cioè 18 anni dopo la chiusura della ferrovia. Il tram ha avuto un ruolo importante per la gente di Pirano e dei dintorni e anch'io me lo ricordo forse con un certo rimpianto avendo avuto l'opportunità` di usarlo per alcuni anni. L'anno scorso in occasione del centenario della sua inaugurazione ho realizzato una decina di quadri presentati in due mostre con la collaborazione dell'Archivio Regionale di Capodistria. La prima mostra in aprile nell'atrio del Comune di Pirano e la seconda, in dicembre, All'Auditorio di Portorose, con la presentazione di un opuscolo illustrato.


 RICORDANDO IL TRAM
Ad una certa età siamo portati a rievocare gli anni della nostra gioventù ricordando i fatti che più sono rimasti impressi nella nostra mente.

Succede anche che riemergano dei ricordi che credevamo di aver dimenticato. In questi appunti vi voglio raccontare quello che ancora ricordo del tram di Pirano che per oltre 40 anni e` stato un mezzo di trasporto comodo, economico, puntuale, e che ha avuto un importante ruolo nella vita Pirano, Portorose, S.Lucia e dintorni. Ho viaggiato con il tram negli ultimi tre anni del suo esercizio, cioe' dal 1950 al 1953 per recarmi a scuola, da Portorose dove abitavo, a Pirano, dove frequentai quattro anni della scuola ottenale.

Il tram partiva da Pirano e rispettivamente da S.Lucia ad intervalli di mezz' ora, iniziando le corse alle cinque del mattino e terminando alle 23. Non era veloce, tanto che per compiere il tragitto di poco più di cinque km., impiegava circa mezz' ora, anche a causa delle numerose fermate, più di una ventina, in maggior parte a richiesta. Cerchero` di elencarle con le denominazioni di allora. Partendo da Piazza Tartini la prima fermata era al Borgo (Piazza S.Rocco), Sottomogoron (o Sanita`), Bagni Riviera, Rimessa del tram, Case gialle, Fabbrica Salvetti, S.Bernardino, Squero, Officcina gas, Casa Rossa, Sisa (Riedl), Scambio (Fisine), Magazeni, Direzione saline, Villa Maria, Hotel Central, Portorose piazza, Acqua Madre (Campi Tennis), Villa S.Marco, S.Lorenzo, Saline, Marasca (S.Lucia), Casa del Popolo ed in fine il capolinea della Stazione. Le vetture tramviarie, 5 motrici e 6 rimorchi, uno dei quali per il servizio estivo, aperto lateralmente. Avevano ciascuna 20 posti a sedere, su sedili di legno a strisce ed in alto le reticelle per bagagli e pacchi, ed altrettanti posti in piedi. Gli adulti, si aggrappavano con la mano su appositi appigli che pendevano dal soffitto, per mantenersi in equilibrio durante il tragitto. I tramvieri, normalmente, erano due: il conducente, ritto in piedi, con le sue manovelle e leve di comando, ben lucidate, con il piede premeva sulla campana per avvertire eventuali veicoli e pedoni, di sgomberare la strada. L'altro tramviere era il fattorino, con la sua borsa a tracolla vendeva i biglietti, o, con l'apposita pinza, bucava gli abbonamenti. Era munito anche di un fischietto con cui avvertiva il conducente di poter proseguire la corsa…

Per prenotare le fermate a richiesta, si premeva su pulsanti sistemati in vari punti delle vetture. Talvolta, quando non c'era spazio a sufficienza nelle vetture, alcuni passeggeri viaggiavano anche sui gradini e pedane esterni. I viaggiatori abituali erano operai delle varie industrie locali: la Fabbrica Salvetti, il cantiere navale, saline, miniera di Sicciole, nel turismo, e poi gli scolari, le massaie, provenienti dalle campagne circostanti portando sul capo i »pianeri« (cesti rotondi e bassi) e »saine« (cesti semisferici con manico) colmi di frutta e verdure con cui fornivano la Piazza di Pirano, le cosidette »done de late« (lattaie), provenienti anche da Malio, Corte, Sicciole che di buon mattino trasportavano le loro »ramine« (contenitori in metallo per il latte) a dorso d' asino fino alla stazione di S.Lucia per trasbordarli sul tram e per poi distribuire il latte in molte famiglie piranesi.

 Io, a quei tempi abitavo a Santiane, l'altura sovrastante Portorose. Per recarmi a scuola dovevo prendere il tram alle 7.30 in piazza a Portorose partendo da casa circa 10 minuti prima. A volte anche lo perdevo. Se sentivo lo stridere delle sue ruote sul giro di S.Lorenzo (oggi Metropol), allora non mi restava altro che mettermi di buon passo camminare verso Croce Bianca, cimitero, Carrara di Raspo fino in Piazza Tartini e arrivavo in classe, tutto affannato, pochi istanti prima che vi entrasse l'insegnante. La scuola era ubicata nell' ala sinistra del palazzo comunale, sopra la vecchia Caserma dei Pompieri. A volte, noi ragazzi, si combinava qualche scherzetto a conto del tram: poco prima che arrivasse in piazza a Pirano, mettevamo sulle rotaie, a debita distanza, delle cartucce di pistole-giocattolo o scacciacani. Quando arrivava il tram provocava un rumoroso scoppiettio simile ad una raffica di arma da fuoco. Immaginate il disappunto dei tramvieri…. Mi ricordo anche di uno strano personaggio: alto, magro, portava a tracolla un sacchetto con la merenda, era addetto alla manutenzione delle rotaie. Lo chiamavamo Toni Clanfa. Munito di una specie di pala appuntita, la spingeva davanti a se inserendola nella scanalatura della rotaia asportando eventuali detriti, sassi, terriccio, che potevano provocare il deragliamento delle vetture. Da notare che le strade non erano ancora del tutto asfaltate. Noi ragazzi ci divertivamo a prenderlo in giro, se durante il tragitto lo vedevamo al lavoro, lo facevamo arrabbiare gridandogli: »Clanfaaa…« e lui, ad alta voce ci malediva i parenti più stretti, agitando minacciosamente la sua pala…. Poi c'era una pescivendola ambulante, Maria Slanca, una povera diavola che si guadagnava il pane (ed il vino) vendendo pesce nei dintorni di S.Lucia e Sicciole. Di buon mattino acquistava il pesce dai pescatori, nel mandracchio di Pirano, quindi con due secchi colmi di sardelle, spari, menole… e saliva sul tram scendendo poi a S.Lucia per proseguire, a piedi, verso le campagne, offrendo la sua merce di casa in casa gridando: »Done, pesceee…pesce frescoooo…«.  Nelle giornate calde d'estate era seguita da una nuvola di mosche attratte dall' odore del pesce. Nel tardo pomeriggio, traballante, con i secchi vuoti, faceva ritorno a S.Lucia per prendere nuovamente il tram per Pirano…

Siccome il tram non era eccessivamente veloce, specialmente nelle curve, alcuni ne approfittavano anche per salirvi o scendere durante la corsa. Ricordo pure che una volta deragliò, uscendo dalle rotaie, forse per l'inadeguata velocità, dopo aver attraversato il ponte di S.Lucia in prossimità della trattoria di Bastian (poi Ravaliko). Anche al capolinea di Piazza Tartini più volte fuoriuscì dove finivano le rotaie, proseguendo per vari metri verso la Casa Veneziana, lasciando sul lastricato scanalature provocate dalle ruote.

A tarda sera, il tram rincasava e andava a godersi il meritato riposo dopo la lunga giornata di servizio, nella rimessa che noi ragazzi chiamavamo »La casa dei trani«. E così giunse il 31 di agosto 1953. Una pagina di vita si chiuse nella storia della cittadina e dei dintorni. Il Tram dunque se ne va. Colpito da anzianitàdi servizio, questo veicolo che fu per Pirano un simpatico distintivo di vita per oltre 40 anni, lascerà` per lungo tempo un senso di nostalgia nell`animo della gente. Dopo tanti viaggi via terra, lo vedemmo partire per via mare. Ricordo ancora il mesto corteo delle vetture che sul giro della Rotonda vennero imbarcate sul motoveliero »Nanos« (ex Delphino), diretto verso destinazione ignota……
Giulio Ruzzier

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                                                                       Premiazione del concorso 2012 in Montenegro

 

            Quello del 2012 è stato il decimo concorso letterario indetto dalla Mailing List Histria  e, come tutti gli anni, la premiazione si è tenuta in uno dei tanti luoghi amati da noi italiani, in quanto ricchi di significati, memorie, emozioni della nostra Istria, ora in Slovenia e Croazia.

            Quest'anno è stata Pisino, con la sua calorosa comunità, ad ospitarci.

            Ben più difficile, in genere, è portare il premio nella Dalmazia e in quella montenegrina in particolare, perché, essendo la parte più meridionale, non è  facile da raggiungere; con qualche sforzo è ormai da più di un anno che riusciamo ad incontrare i ragazzi del Montenegro nella sede della Comunità degli Italiani ubicata nella prestigiosa Cattaro .

            Perché la sede della Comunità è proprio a Cattaro?      

            E' questa una città di antica memoria italica : gli scavi archeologici, il ricco patrimonio culturale e storico ne sono la testimonianza.

            I primi  abitanti, popolo illirico, furono sconfitti dai Romani nel II secolo a.C.; per lungo tempo fu urbs romana da loro chiamata Akruvium e dalmata a seguire. Infatti, dopo che i Romani in queste terre individuarono due province, la Pannonia e la Dalmazia, sotto il primo imperatore romano Augusto il Montenegro entrò a far parte della provincia di Dalmazia, ulteriormente divisa in province tra cui la prevalitana, confine montenegrino che nel 397, dopo la morte di Teodosio, diventò confine tra Occidente e Oriente.

            Diventò, quindi, città bizantina quando, allo sfacelo dell'Impero Romano, ci fu l'ascesa di Bisanzio, proseguimento, per ancora un millennio, del dominio romano come Impero in Oriente segnando per questi luoghi alla linea di confine meridionale la testimonianza di due imperi, il contatto e scontro di due mondi, quello bizantino con rito religioso orientale e quello latino influenzato dalla chiesa romana, diventando frontiera tra le due grandi religioni cristiane. Bisanzio, dunque, che pose queste terre nel 535 sotto il suo dominio, le difese dagli arabi che tenne lontani dalle  coste orientali dell'Adriatico meridionale.

            Subì nel nono secolo un'incursione dei Saraceni e, dopo insediamenti benedettini e qualche signoria locale, alla fine del dodicesimo secolo, tra vicissitudini alterne, si vide occupata dapprima dalla Serbia e, dopo un paio di secoli, ceduta alla Bosnia; si offrì a Venezia il 25 luglio del 1420, diventando possedimento separato della Repubblica, tanto da esser chiamata da Venezia stessa “l'Albania veneta”.

            Fu questo il momento in cui il veneto divenne  lingua ufficiale.

            Saranno, poi, proprio i veneziani a proteggerla ed a sollevarla dall'invasione turca, tra il plauso di tutta l'Europa per l'impresa eroica sostenuta.

            Nel 1797 Venezia cadde, diventando possedimento austriaco e la nostra gente, piangendo, a Perasto, fedele borgo veneziano,  seppellì sotto l'altare maggiore della sua chiesa il gonfalone veneto a fedele memoria di una patria perduta, episodio rappresentato in tempi recenti in  maniera suggestiva dal pittore Lallich.

            Cattaro sopportò ancora vicende di occupazioni, a succedersi, e da parte  russa , francese e  anglo-montenegrina.

            Durante la prima guerra mondiale fu occupata dagli eserciti dell'Intesa e liberata dai Montenegrini stessi fu assegnata al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni poi  Jugoslavia per  essere rioccupata dagli Italiani nella seconda guerra mondiale, nonché dai Tedeschi.

            Ha ora configurazione indipendente.

            Terra sofferta e di sofferenza è stata dunque quella di Cattaro, con quelle sue Bocche mozzafiato; con le sue catene  montane dell'estrema parte angusta della Dalmazia, chiamate così anche perché  la zona veniva chiusa a livello difensivo, proprio dai veneti, con vere catene per ben 2200 m.

            Bocche non tanto ambite nel tempo per interesse commerciale da Romani,Veneziani e Austriaci, ma per l'importanza militare del dominio sul basso Adriatico.

            Ora struggente ricordo per i nostri esuli e rimasti, per la loro bellezza esplosiva, perché questa terra respira la nostra storia e il mare azzurro e trasparente è ancora l' incontro ravvicinato l'unione di questo mondo alla nostra Italia, ai profumi di quella stessa macchia mediterranea, al nostro mondo.

            La Bar ( Antivari) montenegrina che  si affaccia sull'Adriatico, sbarco obbligato per chi viene dalla penisola italiana, è il prosieguo naturale del verde nella sua terraferma montuosa della nostra Bari e, la sua chiesa dedicata a San Nicola nel 1089 , diventa l'ideale proseguimento della nostra cultura, appunto del santo patrono barese San Nicola.

            Le onde trasmettono nel tempo la nostra memoria, le imprese eroiche; i marinai, i pescatori dei tempi dei romani sono quei rinnovellati pescatori e marinai, in bocca ai quali ancora si evince quell'idioma italico-veneto che pare cancellare la dominazione del tempo, confermando, almeno nella costa, la nostra  fratellanza.

            Qui è là si respira l'italianità; uno sguardo attento coglie ovunque o quasi, iscrizioni latine, tracce dei resti romani, chiese con madonne bizantine, campanili a vela o veneti, torri con il leone di San Marco.

            Dove sprofonda la montagna si rincorrono spiagge dorate e oliveti millenari, distese di grano e viti che raccontano la laboriosità di quegli abitanti rurali,  nostri avi.

            Il vento e il sole che continua a illuminare questa terra è lo stesso che la nostra gente ha sempre amato.

            I fenomeni carsici con le doline sono quelli che ricordano una Dalmazia che ha vissuto quanto l'Istria l'orrore delle  foibe.

            I pendii che emergono dal mare sono particolarmente belli quando fiorisce la ginestra, il  simbolo leopardiano che emana un profumo delicato che pur consola, fiore difficile da recidere e che insegna a guardare in faccia il destino come natura matrigna e  a contrastarlo con consapevolezza, con una volontà fondata nel dolore, ma anche sulla solidarietà della ” social catena” tra gli uomini.

            Tanti sono i messaggi di questa terra, ma questo, in primis, quello che si vuole comunicare ai ragazzi ed agli insegnanti parlanti italiano delle scuole montenegrine, partecipate anche dai giovani della Comunità Italiana che scelgono  di apprendere in migliore maniera la lingua  e la nostra cultura e che, con il rispondere al concorso bandito dalla M L Histria , compongono una riflessione sulla terra dei loro avi e le origini dei loro parenti, sugli aspetti storici e culturali, che pur in una condivisione con la nuova realtà storica, permette loro di mantenere la propria identità.

            Anche quest'anno è stato dunque per me immenso piacere presenziare il momento di premiazione, in qualità di membro della Commissione di valutazione del sovra citato concorso che, come negli anni precedenti, si è svolto nella elegante dimora dell'Hotel Cattaro .

            Nel sottolineare che vanno lodati tutti gli alunni del decimo concorso che hanno misurato le loro capacità gareggiando con  le  altre scuole montenegrine, soprattutto si esprimono i complimenti a Angela Barzelatto e Vanja Matković,  due vincitrici che si sono confrontate con i loro coetanei dell'Istria,  dove l'italiano è lingua d'insegnamento e non lingua straniera.

            A festeggiarli dall'Italia è arrivato un nutrito gruppo, partito dal padovano,  guidato dall'instancabile e colto generale  Ricciardi,   già promotore e fondatore della Comunità degli italiani stessa e rappresentante dell'Associazione dei Dalmati Italiani nel mondo, sponsor del Concorso.

            La comitiva  è stata accolta con gioia dal Presidente Paolo Perugini, indefesso sostenitore di tante iniziative, nonché  organizzatore della manifestazione stessa e dalla squisita giovane dottoressa Martina Saulacich, che con tanta solerzia ha curato il trait d'union con le varie scuole. La manifestazione è stata allietata da un delizioso intermezzo musicale  eseguito impeccabilmente da  giovani musiciste locali.

            Un encomio doveroso va espresso per lo spirito di abnegazione dimostrato dalle insegnanti nel comporre un lavoro che porta fatica, esulando dalla routine didattica e che dimostra la loro professionalità nella cura della lingua italiana  che, dai temi svolti, si evince ogni anno più compiuta e godibile.

            Un ringraziamento particolare anche ai dirigenti scolastici per la loro sensibilità nel permettere l'adesione a questa iniziativa.

            E per tornare a quella ginestra dalla quale siamo partiti, connotazione di questa terra, mi piace congiungerla all'anima nobile e grande della nostra gente Giuliano-dalmata che tanto ha penato nel tempo,  solo per essere e rimanere italiana, nella scelta di rimanere o di venir via . Da questa tensione  eroica, dalla loro memoria d'italianità, i nostri giovani tutti devono prendere coscienza che, per crescere e costruire una condizione ottimale di europeizzazione nel rispetto della nuova realtà, è indispensabile  una  memoria,   atto di amore, che non concepisce  frammenti e  lacune. 

                                                                                 

                                                                                                  Mirella Tribioli,

                                        Componente della Commissione giudicatrice della MLHistra e responsabile per il Montenegro