I seguenti elaborati, prodotti dalla Scuola Elementare Italiana “Bernardo Benussi” di Rovigno, per disguidi postali sono sfortunatamente giunti alla sede di Roma troppo tardi per essere valutati dalla Commissione all’interno del Concorso. Dato il loro valore si è ritenuto comunque opportuno inserirli in questa pubblicazione:

 

 

Lavoro di gruppo - Scuola Elementare Italiana " Bernardo Benussi" Rovigno

 

INTRODUZIONE

Siamo un gruppo di ragazzi tredicenni.

Frequentiamo la stessa classe: la VII-a della SEI “Bernardo Benussi” di Rovigno.

Ci fa piacere raccontare un po’ la storia dei tempi passati, della vita, degli usi, dei costumi, delle tradizioni rovignesi e perché no?!? anche dei  piatti tipici della nostra città.

Per svolgere questo compito abbiamo chiesto aiuto ai “nostri Veci”: nonni, nonne, zii, zie, vicini, parenti, familiari e conoscenti vari…che ci hanno aiutato con grande piacere ed entusiasmo e con un po’ di malinconia ricordando e rivivendo i tempi ormai passati, ma con altrettanta allegria menzionando i momenti trascorsi piacevolmente,

Loro, alla nostra età, lavoravano già per aiutare le rispettive famiglie.

Accompagnavano le caprette al pascolo ed in tasca avevano un unico pezzo di pane, che doveva bastare per tutto il giorno ed invece finiva in un boccone dietro al giro del primo angolo, ormai fuori portata degli sguardi dei genitori. Quando la fame si faceva sentire non rimaneva altro che fare una bella corsa, dare una “sbirciatina” alle campagne più rigogliose, “prestare” qualche frutto qua e là e riprendere la corsa del ritorno  a gambe levate.

Aiutavano i pescatori a pulire e a riparare le reti; molti andavano già a pescare da soli per guadagnarsi la cena.

Le ragazze svolgevano le   pulizie, cucivano, oppure aiutavano in  cucina, o badavano ai bambini nelle case della popolazione più benestante.

Tutti aiutavano nelle faccende di casa, molto più di noi oggi.

Qualcuno già lavorava per la paga, che quella volta era settimanale e così poteva contribuire alle spese di casa.

Accanto a tanti doveri c’erano anche i piaceri, che sono ancora vivi nelle loro menti. Si divertivano giocando assieme in strada, nelle piazzette e su e giù per le “contrade”. I giochi preferiti erano : “balena scondi” (cioè nascondino), “balena cori” (acchiapparello) e altre varianti come “balena color” e “balena riga”.

Passavano molto più tempo all’aperto dei bambini di oggigiorno e la strada era il loro mondo dei divertimenti, dove inventavano storie, cantavano, recitavano poesie, filastrocche e conte apprese dalle loro mamme e nonne.

I più grandicelli, i giovani con le “morose” (fidanzate),  andavano a passeggio per la riva fino a Monte Mulini e a Lone. Si recavano ai balli organizzati in città  per le varie occasioni festive e le ragazze, naturalmente, dovevano stare sotto l’occhio vigile delle rispettive madri, severissime per quelle occasioni!!!

A primavera, specialmente per la festa di San Marco e per il 1° Maggio, si organizzavano scampagnate e pic-nic nelle campagne, era tradizione accendere un bel falò ed arrostire granchi (“granzi-poveri, pioni e grancevole”).

Non mancavano nemmeno le domeniche sulle isole: tutti quanti in compagnia!!! Le mete preferite dei rovignesi erano le isole di Figarola, Sturago e san Giovanni.    Sempre a primavera erano usuali le attività volontarie per ripulire l’ambiente naturale come isole, spiagge, boschi e prati; perciò i terreni boschivi sono molti, proprio grazie al lavoro di rimboschimento dei nostri nonni.

Fra i giorni più belli e divertenti, in molti, ricordano quelli del Carnevale, ricchi di scherzi  e tradizioni. Per questo motivo abbiamo raccolto tutto ciò che ci hanno raccontato in merito.

Ogni festa poi, aveva un suo menù particolare e così alla fine delle nostre chiacchierate con i nonni abbiamo riassunto una specie di “calendario culinario”.

Per finire, non manca una nota dolente, la più triste della loro infanzia o giovinezza, quella della guerra, del dopoguerra e dell’esodo di molti loro concittadini.

Storie che vorrebbero e tentano di dimenticare perché hanno fatto male, ma che raccontano volentieri a noi; per insegnarci, per ricordarci che la guerra rovina e divide TUTTO e oggi, come ieri e come sempre, continua a distruggere e dividere anche se altrove, sotto altri cieli.

Riportiamo nelle pagine seguenti tutto ciò che abbiamo ascoltato dalla viva voce dei nostri “cari veci”, come li chiamiamo anche noi affettuosamente, suddividendo tutto il materiale raccolto in tre sezioni. 

IL CARNEVALE A ROVIGNO 

Dai racconti dei nonni e sul loro modo di festeggiare il Carnevale ci siamo accorti che quella tradizione si è mantenuta fino ad oggi ed anche noi con i nostri insegnamenti ripercorriamo gli stessi usi.

Al primo posto c’è la “VIÈCIA BATIÈCIA”: è una vecchia piuttosto brutta, impersonata da un fantoccio, che viene processata in mezzo alla piazza cittadina. È accusata di aver provocato tutte le disgrazie, le malattie, le malefatte, i danni…successi durante l’anno passato a Rovigno e anche nel mondo. Naturalmente ci sono i testimoni con accuse ben precise, il giudice e due boia per l’esecuzione.

Al termine del processo viene dichiarata colpevole e la condannata alla “segatura”: i due boia, con un’enorme sega (finta) le tagliano la pancia contenente centinaia di caramelle, che poi vengono lanciate al pubblico, per la gioia di tutti i bambini.

Un tempo, ma oggi non più, al termine della “segatura”,  veniva condotta sul molo piccolo per essere incendiata vicino al mare.

 Per quel che riguarda le maschere tradizionali ne abbiamo solo una, il “DOMINO”, che oggi non viene quasi più usata, ma solo ricordata per le sue particolarità; è infatti molto semplice senza alcun decoro, il suo vestito assomiglia ad un saio da frate col cappuccio che ricopre tutta la testa, anche il viso ne rimane seminascosto.

I vecchi rovignesi essendo in maggioranza gente povera, non avevano soldi per ricche mascherine, quindi il modo più facile di mascherarsi era di vestirsi da donna e per le donne di vestirsi da uomo.

Dopo la sfilata ed il processo seguiva il ballo in maschera denominato la “cavalchina”. Molto spesso veniva organizzato al Teatro Gandusio e per l’occasione (e anche e per l’occasione (e anche per creare lo spazio necessario) venivano tolte tutte le poltroncine della platea.

Si ballava e si cantavano le canzoni tradizionali legate al carnevale, in dialetto rovignese.

    I DOLCI tradizionali per l’occasione, ma le nostre mamme ce li fanno ancora oggi, erano le “fritole” e i “crostoli”.

Le “fritole” sono una specie di frittelle con uvetta sultanina, fritte in olio bollente e poi cosparse di zucchero a velo. (OTTIME!!! Gnam! Gnam!)

Vengono preparate anche alla vigilia di Natale.

   I “crostoli” sono invece dei pezzetti di pasta sfoglia a forma di nodo, anch’essi vengono fritti in olio bollente e poi scoparsi di zucchero a velo.   

CUCINA ROVIGNESE

La nostra gente non viveva, come oggi, negli agi e nei lussi e per lo più, nelle case c’era la fame che veniva interrotta soltanto in occasioni speciali come festività e ricorrenze: Natale, Capodanno, carnevale, Pasqua, battesimi, matrimoni…  

Per Natale i rovignesi preparavano (e molto di ciò si è mantenuto fino ai giorni nostri) dei piatti particolari:

1.      BACCALA’ ALLA MARINARA: baccalà bollito dopo 24 ore di ammollo e sbattuto ben bene unitamente all’olio d’oliva, a due spicchi d’aglio, al prezzemolo e ad un pizzico di pepe e sale.

2.      BACCALA’ CON LE PATATE. Baccalà bollito con le patate, aglio, olio d’oliva, una foglia d’alloro ed un po’ di sale.

3.      FRITOLE: (come quelle di Carnevale) 1 Kg. di farina, 4 uova, una bustina di lievito in polvere, latte quanto ne viene assorbito, una buccia di limone grattugiata e uva sultanina. Il tutto deve lievitare e poi, “a cucchiaiate”, si frigge nell’olio bollente.

4.      FRITOLE POVERE: la mollica di mezzo filone di pane imbevuta nel latte, 1 uovo, 1 cucchiaio di zucchero, 1 dcl di olio, un po’ di buccia di limone, farina quanto basta e una bustina di lievito in polvere. Quando lievita si frigge nell’olio bollente.

Per il giorno di Capodanno, invece, era tradizione fare:

5.      CUSCINETTI RIPIENI

Ingredienti: 2 uova – 3 cucchiai di zucchero- ¼ di latte – 1 bicchierino di grappa – 1 limone grattuggiato – farina quanto basta – 1 bustina di lievito - 1 pizzico di sale.     

Svolgimento: impastare tutti gli ingredienti e tirare con il matterello la pasta così ottenuta. Poi tagliarla a quadri. Al centro di ogni quadro va messo un cucchiaio di crema e poi viene chiuso a triangolo. Il “cuscinetto”      va fritto nell’olio caldo e servito cosparso di zucchero a velo. 

Crema: mescolare marmellata con cioccolata in polvere ed uvetta sultanina. 

Dopo il mese di dicembre seguivano gli scherzi di Carnevale!

6.      Ancora FRITOLE 

7.      CROSTOLI 

8.      MACCHERONI: ½ kg. di farina – 10 dag di zucchero – 2 tuorli d’uovo – 1/8 d’olio – 1/8  di vino bianco – un po’ di grappa- 1 bustina di lievito – 1 limone  grattugiato – noce moscata.

Impastare ben bene gli ingredienti ed ottenere una pasta non troppo molle. Prenderne a pezzetti  fra le palme delle mani modellando dei piccoli cilindri che poi vengono fritti nell’olio caldo.

9.      CORNETTI DI PATATE: patate lessate e schiacciate con un uovo, un pizzico di sale, un po’ d’olio e farina quanto serve. Con l’impasto ottenuto formare dei cornetti, friggerli nell’olio, cospargerli di zucchero a velo e…

MANGIARLI CALDI!

A primavera seguiva la PASQUA…con l’agnello (quasi d’obbligo):

10.  RISOTTO CON L’AGNELLO

11.  TIESTE E PININI

INGREDIENTI:   - testa d’agnello (tagliata in due)-zampe d’agnello (dal ginocchio in giù) ripulite dalla pelle - trippa d’agnello -  budella d’agnello (ben pulite) -  cipolla, pepe, sale, prezzemolo -   un po’ di brodo di carne

PREPARAZIONE: i pezzi di testa e di zampe si avvolgono con le budella formando come dei piccoli salami.

Questi involtini vengono cotti nel sugo preparato con tutti gli altri ingredienti.

Il dolce tradizionale pasquale, da noi, è la:

12.  PINZA: 4 uova – 20 dag. di zucchero – 15 dag di lievito sciolto nel latte – 1 kg. di farina -10 dag di burro – un po’ d’olio – un po’ di rum - 1 buccia di limone grattugiato - 1 bustina di vanillina – 20 dag. di uvetta sultanina.

Mescolare il tutto e lasciar lievitare per due volte.

Impastare e cuocere nel forno caldo.

13.  PIGNOLE  o “DRESE” (in dialetto istro-veneto significa “treccia”).

Far bollire per sette minuti delle uova nell’acqua contenente bucce di cipolle.

Lasciar raffreddare le uova, che ne usciranno colorate di un bel marroncino e poi ricoprirle con delle strisce di pasta di pinza, incrociandole onde ottenere una treccia. (Erano destinate, quasi sempre ai bambini). 

Il 25 aprile ricorreva, poi, la festa di SAN MARCO!

Era tradizione, in questo giorno, andare nei campi o sulle isole, accendere un piccolo falò ed arrostire dei granchi.

In altre occasioni, come matrimoni, battesimi, compleanni,…si preparavano altri dolci:

14.  FIOCCHI:  1 kg. di farina – 8 uova – 250 gr. di zucchero -  8 cucchiai di olio – 1 bicchierino di rum – 2 limoni grattuggiati.

Mescolare gli ingredienti e stendere la sfoglia; tagliarla a strisce larghe 5-6 cm. circa; friggere le strisce nell’olio bollente avvolgendole su loro stesse, o così larghe facendo solo 2-3 taglietti, o annodandole a forma di fiocco o nodo (similmente ai crostoli di carnevale, che però erano più piccoli).

15.  MOINI (biscotti): ½ kg. di farina – 2 uova – 15 dag. di burro – 20 dag. di zucchero – 1 limone grattuggiato - 1/2 bicchiere di rum – ammoniaca –

Impastare gli ingredienti onde ottenere una pasta omogenea. Tagliarla a pezzi, formare i biscotti (rettangolini lunghi circa 8 cm. e larghi 3 cm.).

16.  I CASSETTI

INGREDIENTI:  - 4 uova - 15 dag. di zucchero - 30 dag di zucchero  - 3 dag di strutto - 1 cucchiaino di bicarbonato di soda - 1 pizzico di sale - farina quanto basta per impastare

PREPARAZIONE: Le mandorle si tagliano a pezzetti.

Si mescolano assieme tutti gli ingredienti ottenendo un impasto piuttosto solido, in modo da formare tre filoni (simili a quelli del pane).

I filoni si sistemano nella teglia, precedentemente imburrata ed infarinata; s’inforna per 30 minuti circa. Quando i filoni s’intiepidiscono  si tagliano a fette (grossezza a piacere) e poi le fette s’infornano ancora una volta per latri 10 minuti.

Tutto ciò che vi abbiamo elencato  va bene ed è buonissimo,  ma i piatti più caratteristici del nostro paese sono senz’altro quelli a base di pesce, perché noi siamo ”gente di mare!” (la-la-la-laaaa!!! ♪ ♫ ♪)

17.  RISOTTO COL BRODETTO: Soffriggere le cipolle con l’aceto ed il succo di pomodoro.

Aggiungere poi il pesce (più sono le varietà più è buono), il pepe e il sale. Cuocere per 20 minuti. Separatamente lessare il riso. A metà cottura togliere il riso dall’acqua ed unirlo al brodetto ultimandone la cottura assieme.

18.  PISO LISO (ovvero pesce lesso)

Il pesce si ripone nell’acqua fredda con due foglie di alloro, una cipolla e una carota.

Quando raggiunge l’ebollizione si continua ancora con la cottura per 15-20 minuti circa.

Se si vuole ottenere anche il brodo, allora si aggiunge il riso ed un cucchiaio di olio d’oliva.

19.  SARDELE IN SAVOR

INGREDIENTI:   - 1 kg. Di “sardelle” (= sardelle) - 1 cipolla grande  - rosmarino, aglio, olio e farina.

PREPARAZIONE:  una volta puliti i pesci s’infarinano prima di friggerli. Poi vengono sistemati in una teglia abbastanza capiente,

Il soffritto si prepara con l’aglio, l’olio e la farina (varianti: con cipolla o con un cucchiaio di conserva).

Si versa sui pesci fritti e sopra si sistemano 2-3 rametti di rosmarino.

Si ricopre tutto con un coperchio e si consiglia di servire freddo.

20.  POLENTA E “FRITOULUN” 

INGREDIENTI:   -  polenta a piacere (a seconda delle persone)   -  olio e sale -    pesce vario

PREPARAZIONE: si prepara la polenta grossa mentre sta friggendo il pesce infarinato.

La polenta si serve a grosse fette, condita con l'olio della frittura, il "frituloun", per l'appunto, - ("in barba al colesterolo").

(Nota: I rovignesi non avendo possibilità economiche salvavano lo stesso olio per diverse fritture).


   I NOSTRI NONNI CI RACCONTANO

"I NOSTRI NONNI CI RACCONTANO", proprio così!  Sono loro i protagonisti di queste pagine, sono i nostri "memorialisti" .

Riportiamo le loro parole come le abbiamo annotate velocemente e spontaneamente sui nostri quaderni degli appunti e delle ricerche e ve le presentiamo senza modificarle, sapendo di farvi percepire anche la loro voce: qualche volta allegra, poi triste, melanconica, bassa, roca, emozionata, … ma con noi sempre calda, premurosa ed affettuosa.

 

    Sono nonna Liliana, nata nel 1943.

Nella vita ho lavorato come impiegata nella contabilità comunale, ora sono in pensione.  Di cinquanta anni fa ricordo la mia giovinezza; allora c'era più tranquillità, più serenità e la famiglia aveva più valori. La miseria era tanta, ma le persone erano allegre e contente. Si cercava la felicità nelle piccole cose, ci si accontentava di poco e non esisteva questa corsa di oggi verso la ricchezza e la sovrabbondanza. Nel periodo dell'esodo di massa ero molto piccola, avevo solo sei anni e frequentavo la scuola elementare. Ricordo solo alcuni fatti.Rammento molta gente che se ne andava, portava via le proprie cose, quelle più personali, quelle che poteva, qualcuno anche i mobili, li portava fino alla ferrovia per caricarli sul treno e partire. Molte persone invece vendevano i loro beni perché non potevano o non sapevano dove metterli. Una di queste vendette a mia madre dei contenitori da cucina in ceramica, quelli per le spezie; poi sono rimasti a me, li conservo ancora e mi sono molto cari.

        A quei tempi la gente aveva timore di camminare per le strade di sera perché molti scappavano, altri partivano regolarmente, altri si nascondevano nelle  cantine per paura; alcune case erano rimaste completamente vuote e disabitate, perciò vigeva un'atmosfera di sconforto e quella sensazione era proprio brutta.         Dopo il trattato di pace, in città, tutte le persone cominciarono ad impegnarsi per un futuro migliore. Si faceva soprattutto lavoro volontario. C'era molta solidarietà per ricostruire il paese.

         La mia famiglia decise di rimanere a Rovigno e di rimboccarsi le maniche impegnandosi nel lavoro quotidiano, la decisione riguardava anche me che ero ancora piccola. In quel periodo abbiamo cambiato casa più volte, sempre alla ricerca di una sistemazione migliore. In una, faceva molto freddo perché era abbastanza grande, allora l'abbiamo cambiata per una molto più piccola, ma più calda. Abbiamo modificato anche lo stile di vita: molte amiche di mia madre erano andate via; molti nostri parenti pure; altri vari amici di famiglia idem … e per questo  motivo ci sentivamo soli.

In generale stava cambiando un po’ tutto, anche qualche abitudine; però non abbiamo mai trasformato il nostro cognome ed abbiamo sempre mantenuto l’uso della nostra Lingua italiana, anche se abbiamo dovuto imparare quella croata. All’inizio a scuola era un po’ dura, dover imparare ancora una lingua, per noi nuova.             Ho mantenuto vivi i contatti con le persone andate via: tanti amici e parenti che rivedo quasi ogni anno; alcuni sono già morti, ma rimangono e rimarranno ancora i loro figli e i loro nipoti e …si … anche loro nei miei ricordi.

    Io sono nonno Giuseppe, nato nel 1938.

Ho fatto l’operaio, il meccanico, il pescatore ed altri lavori vari per aiutare la mia famiglia.

Cinquanta anni fa ero ancora un ragazzo e ricordo che c’era molta felicità tra le persone prima dell’esodo che ha portato insicurezza e tristezza.

     Molti miei parenti avevano deciso di andare via, solo la mia famiglia rimase, perché mia madre non aveva una professione, aveva ben quattro figli e non voleva lasciare la sua città per andare da un’altra parte chissà dove. Così noi siamo rimasti e altri se ne sono andati, fra questi molti miei amici.

    In seguito al trattato di pace si notò molta solidarietà fra la gente nella ricostruzione. Non ho cambiato la mia casa, in quel periodo, ma stile di vita si, come tutti del resto. Ho sempre mantenuto la mia lingua, ma logicamente ho dovuto imparare anche quella croata.  Per fortuna non ho mai cambiato il mio cognome anche se, ricordo, al servizio militare volevano cambiarmi il nome, ma non ho accettato.

        Con gli amici ed i parenti più vicini ho sempre mantenuto i contatti. Vengono regolarmente a Rovigno, d’estate, per farci visita o in vacanza. Quelli trasferitisi in America, però, li ho rivisti solo una o due volte. Peccato!

 

    Io sono nonno Domenico, chiamato Uccio, ho 66 anni; facevo il meccanico ed ora sono in pensione.   Degli eventi dell’esodo ricordo che ero un ragazzo di 10-12 anni circa, la mia famiglia non voleva partire, ma rimanere nella nostra cara Istria. I tempi, si, erano difficili e c’era poco da mangiare, I miei genitori erano poveri e allora ho dovuto frequentare la scuola in uno dei collegi di Pola. Data la mia giovane età, quella volta, non potevo comprendere tanto le ragioni delle numerose partenze dei miei concittadini, ma ricordo che sentivo parlare la gente di persecuzioni e che per questo dovevano trasferirsi in Italia.

La mia città si trasformava anche se molto lentamente, specie dopo il Trattato di pace.

La mia vita sociale cambiò, ma non tanto per gli eventi, quanto perché rimasi orfano di padre. Le abitudini e le tradizioni cambiarono pian piano con gli anni (con l’arrivo di molta gente dall’interno dell’allora Jugoslavia), ma non radicalmente. La mia famiglia, come per esempio molte altre rimaste, ha mantenuto sempre gli usi vecchi, il cognome dei padri e la lingua italiana che usano ancora oggi con i figli e nipoti pur imparando la nuova lingua croata, che stava prendendo sempre più piede nella vita ufficiale accanto a quella italiana. Non bisogna dimenticare che Rovigno è una città bilingue. Molti e noi tra questi continuiamo a frequentare le scuole italiane, a comunicare in italiano, a seguire la nostra stampa in italiano grazie al quotidiano “La Voce”.

I contatti con le persone che scelsero di andarsene non si sono mai interrotti e con parecchi ci rivediamo regolarmente ogni anno.

 

    Sono zio Francesco, ho 72 anni; per vent’anni ho fatto l’operaio, per altri venti il dirigente di reparto, sempre nella Fabbrica Tabacchi di Rovigno; attualmente sono in pensione.

       Nei primi anni del dopoguerra ci sono stati dei grandi cambiamenti di tipo sociale con la formazione delle cooperative, come il forzato invio della gente delle campagne nei paesi più grandi e nelle città, cioè nelle industrie ed altre varie forzature. Cosa specifica per la nostra regione, negli anni 49-53, è stata l’apertura dell’istituzione dell’opzione per le popolazioni di lingua italiana di scegliere di andare o no in Italia. Essendo la situazione sociale molto pesante, una gran parte di  questa popolazione ha preferito lasciare la propria terra e andare a vivere all’estero, chi in Italia, chi in Australia, chi in America e altrove.

     All’epoca avevo 18 anni, vivevo ancora in famiglia, perché non ero sposato, ma lavoravo già; i tempi erano duri, tutti dovevano lavorare e contribuire alle spese di casa.

       Il paese ha avuto si delle trasformazioni, come per esempio l’uso della lingua. Fino a quel momento per la nostra Rovigno la lingua d’uso era prettamente l’italiano, mentre a quel punto ha iniziato a farsi sentire sempre più la lingua croata, specialmente nel mondo del lavoro. Per questo motivo si sono formate le società artistico-culturali con lo scopo di mantenere viva la lingua, la cultura, gli usi ed i costumi, insomma tutte quelle tradizioni proprie della cultura italiana e rovignese. Con nostra grande soddisfazione, ancora oggi tutto questo funziona, non solo come società, ma come vere e proprie istituzioni: Scuola materna italiana “Naridola”,  Scuola elementare italiana “Bernardo Benussi”, Scuola media superiore italiana, Centro di ricerche storiche e Comunità degli Italiani … e poi tutte le informazioni, gli avvisi, la tabelle, i nomi delle vie, ecc. sono previsti in entrambe le lingue perché a Rovigno il bilinguismo funziona.

         Io decisi autonomamente di rimanere a Rovigno, ero ormai maggiorenne; cambiai casa e anche lavoro, per migliorare la mia condizione sociale e anche perché era più interessante. Mantenni sempre il mio cognome e la mia lingua, ma in ambito lavorativo, per poter svolgere le mie mansioni e collaborare con gli altri, dovetti impossessarmi molto bene anche della lingua croata che stava prendendo piede con i nuovi cambiamenti che la città stava subendo.

    Sono sempre stato in contatto con i parenti e gli amici che avevano optato per andarsene. Ci vediamo spesso e Rovigno, ma anch’io vado in visita da loro in Italia.

 

   Sono nonno Antonio, nato nel 1932, ho trascorso la mia fanciullezza negli anni di  guerra e vissuto l’entusiasmante periodo del primo dopoguerra, quello della Rinascita con tutti gli avvenimenti che si susseguono fino ai giorni nostri.

      Ora sono in pensione, come molti altri che sono rimasti e che non se ne sono andati a seguito delle opzioni. Nulla di quel periodo, dal 1945 al 1953, si è perduto nella nebbia degli anni. Le lacerazioni sono ancora brucianti: la perdita di tutti gli amici, o di gran parte di essi, dei conoscenti, lo sfollamento triste, angosciante di coloro che se ne andarono. Non è facile rispondere alla fondamentale domanda: perché se ne andarono verso un destino ignoto e non privo di incognite e di pericoli, perché altri, i più, restarono?

   Le cause sono moltissime: è un fatto però che le famiglie vennero lacerate al loro interno, che le lacrime non finirono nemmeno dopo molti anni, sia dei rimasti che di quelli che se ne erano andati. Provarono lo strazio di sentirsi chiamati in mille modi infamati, provarono le angosce di vivere per anni in campi di raccolta, prima di trovare una sistemazione; oggi ancora tutti o quasi, hanno nel cuore Rovigno che  piangono nelle notti silenti e che non possono dimenticare mai.     Dopo l’esodo la città cambiò, soprattutto nei legami e nei rapporti sociali, ma la  vita riprese lentamente. Il trattato di pace di Parigi del 1947, toglieva all’Italia, stato perdente, l’Istria e la Dalmazia per assegnarle alla Jugoslavia.

Non fu sempre facile la vita degli Italiani, molti vennero presi di mira da parte di frange nazionalistiche ed estremiste e vennero sfrattati dalle loro case e anche

licenziati.     La Comunità nazionale italiana, però, resistette e con il passare degli anni e con i  mutamenti democratici in atto nel Paese, riuscì a riconquistare l’orgoglio nazionale e la coscienza di essere una parte di quel popolo che tanto aveva dato all’umanità intera.

   Ovviamente molte cose sono cambiate negli usi e nelle tradizioni e anche nella  lingua, ma gli Italiani sono convinti, alle soglie dell’Europa, di poter dare alla

Croazia un valido contributo con la propria cultura. Tra rimasti ed esuli i rapporti si sono fatti sempre più stretti e vicini; Rovigno sta ridiventando anche la loro città, specie d’estate quando le famiglie di un tempo si ricongiungono in una nuova, seppure dolorosa, armonia.

 

Sono Giuseppe, nonno Bepi, ho 68 anni; per sedici ho fatto il falegname e per altri ventiquattro il pescatore, anche con molte soddisfazioni; ora sono in pensione. Cinquant’anni fa ero un ragazzo, ma lavoravo già e stavo anche imparando un mestiere. I mezzi economici della mia famiglia non mi permettevano di continuare gli studi, dovevo mantenere i miei fratelli. Ricordo benissimo che i miei amici se n’erano andati via, mentre io ero rimasto.

I miei genitori non se la sentivano di lasciare il loro paese d’origine, soprattutto dopo cinque anni di sofferenze, guerra e fame. Decisero di restare e di ricominciare tutto da capo anche perché la mia era una famiglia molto numerosa e sarebbe stato molto diffide spostarsi.

C’era molta povertà e si leggeva la disperazione negli occhio  della gente. Molti optarono di partire per l’Italia, al loro posto arrivarono cittadini jugoslavi.

La mia vita subì i cambiamenti che la guerra provoca e comporta. Naturalmente, dal punto di vista pratico la vita quotidiana si fece più pesante, ma col tempo si andò verso un progressivo miglioramento: le energie vitali sono state riutilizzate al meglio. Purtroppo, dal lato psicologico, le difficoltà sono state maggiori. Non si dimentica una guerra, il dolore, la povertà e tutte le vittime che sono state coinvolte rimarranno per sempre indelebili nella mia memoria, fanno parte del mio passato ed hanno influito sulla mia persona.

Certamente una guerra prima e l’esodo dopo, ti toccano nel profondo dell’anima. Ho sentito molto la mancanza dei miei amici, che solo dopo molti anni ho potuto rincontrare con molta gioia. Tutt’ora sono in contatto con loro e ci vediamo ogni anno; cerchiamo di ricordare anche in modo piacevole un passato non troppo allegro.

Purtroppo, nel tempo, molti se ne sono andati , ma continuano a vivere nei nostri racconti e nei nostri ricordi.

Nella mia famiglia cambiarono alcune abitudini della vita di ogni giorno, come pure in città, ma le tradizioni sono molto più resistenti al mutamento, quindi rimasero le stesse. Le stesse, tali e quali, le ho trasmesse alle mie figlie e ai miei cari nipoti. Il  rovignese è rimasto per me la mia lingua-madre, mentre il dialetto istro-veneto è la lingua di tutta la mia famiglia. Bisogna continuare ad essere se stessi indipendentemente dai ricambi al vertice del potere politico, che non dovrebbero influenzare l’essenza di una persona.

 

Concludiamo con un’ultima testimonianza: parla uno di noi, anzi una di noi, per presentare sua nonna:

Mia nonna si chiama Giovanna, ha 84 anni.

Ha sempre lavorato alla Manifattura Tabacchi di Rovigno dove è nata e dove sono nati i suoi genitori.

E’ l’ultima di sei figli, anche se lei ne ricorda solo quattro, dato che due erano morti prima della sua nascita. Dei suoi fratelli due sono morti a Rovigno, mentre il penultimo è morto a san Paolo in Brasile, dove era espatriato dopo la guerra. Mia nonna attualmente non fa niente, è in pensione, anche se lei dice che prega e si prepara per andarsene, perciò deve essere un grande lavoro. Lei abita a casa nostra perché la mamma dice che non è più in grado di occuparsi delle sue cose. Dei tempi dell’esodo ricorda tutto quello che le è successo. Se le chiedo perché non se ne è andata come hanno fatto quasi tutti i suoi parenti, lei non è sicura del perché. La mamma tra le sue carte aveva trovato dei documenti con la richiesta di espatrio, tutti gialli, ma li conservava ancora. Quando è venuta ad abitare da noi, la mamma ha ripulito la sua casa e così ha buttato via anche quei documenti, ma chissà perché la nonna si è tanto risentita, più che per i mobili che avevamo regalato e che lei aveva comprato nel 1955 con tanti sacrifici a rate. Perché allora non è partita?

Mia nonna all’epoca aveva circa trent’anni, non era sposata e viveva con i miei bisnonni. Poi la bisnonna è morta e il bisnonno che si chiamava Giovanni, detto “Pasarola”, secondo la mia nonna era una “testa dura”, non voleva sentire di andarsene, diceva che piuttosto sarebbe andato a Monte Mulini e si sarebbe annegato.

La nonna sapeva che l’avrebbe potuto fare, visto che non sapeva nuotare. Così decise di rimanere. Ha continuato a lavorare in fabbrica come impiegata, questa volta, dato che era una delle poche rimaste ad avere i tre anni delle scuole medie.

Ha subito un vero”shock”, sicuramente, quando si è vista arrivare dall’oggi al domani tutti i documenti riguardanti il suo ufficio, in lingua croata. Lei aveva nell’orecchio solo un po’ di slavo, quello che si sentiva ogni tanto dai contadini dell’interno, ma il croato per lei era più che arabo. E arabo è rimasto ancor oggi, perché non è mai riuscita ad inserirsi nelle cose della sua città così trasformata; non capiva la lingua, non capiva gli usi nuovi, le intenzioni e così si è chiusa nel suo piccolo mondo familiare. Certamente, lavorare doveva, così ha continuato imparando il significato di quelle parole  che le servivano per compilare i fogli-paga, ma tutto si è fermato lì. Mia nonna non è stupida, perciò credo che ci sia stato qualcosa d’altro che le ha impedito d’imparare un minimo di croato; lei dice che ha la testa dura, ma la mamma dice che per la nonna imparare la nuova lingua sarebbe stato come perdere ancora di più se stessa e i suoi ricordi.

Con i suoi parenti, sia quelli in Italia, che quelli in Brasile e anche in Australia, è sempre rimasta in contatto: pian piano quelli della sua età  se ne stanno andando. Pochi mesi fa è morta la sua amica del cuore, la Maria che viveva a Lucca e  che ogni estate ritornava a Rovigno. L’amica di nonna ha tre figli che sono grandi amici della mia mamma e questi figli hanno dei figli che sono amici miei e di mia sorella. Così come dice la nonna “IL FILO NON SI E’ ANCORA ROTTO!”

 

I NOSTRI NONNI CI RACCONTANO

Eufemia Barselatto

Classe III

 

Le storie dei miei antenati sono tante. I miei nonni paterni raccontavano a mio papà le cose che succedevano molto prima della loro nascita. Rovigno era da sempre la città dei pescatori. Esisteva il pastificio, la fabbrica del pesce, la fabbrica dei liquori, la fabbrica Tabacchi. La gente a Rovigno viveva una vita povera ma tranquilla. Delle storie ne esistono tante, è difficile scegliere una storia da raccontare. La storia dell’arrivo di s. Eufemia a Rovigno la sappiamo tutti. Le nuove generazioni ricordano che la statua di s. Eufemia nel 1994 è stata restaurata e messa al suo posto sul campanile con l’elicottero, ma c’erano delle difficoltà per sistemarla. Pochi sanno la storia come tanti anni fa la statua di s. Eufemia è stata urtata ed è caduta e la gente di Rovigno è riuscita a metterla al suo posto senza gli elicotteri. Era caduta nel 1936 del 20 di Febbraio quando un aviatore dell’idrovolante, urtò con un’ala la statua di s. Eufemia. Furono dei morti e anche feriti. L’anno 1906 il giorno 25 settembre morì una donna d’anni 80 la quale nel suo testamento lasciava scritto che alla sua morte desiderava il funerale fatto con la partecipazione della banda cittadina suonando marce allegre fino al cimitero, e la sua volontà fu rispettata.

Guardando le foto di tanto tempo fa Rovigno era da sempre una città bellissima con tutti i suoi cambiamenti, e lo è anche oggi. Per non dimenticare le storie già accadute nel passato esistono tanti libri, documenti e testimonianze. L’ultima cronaca di Rovigno è stata pubblicata nell’anno 2000 e contiene il diario e cronaca della città di Rovigno di Francesco Antonio Segariol – Barbiere. Tante bellissime storie dei nostri antenati si possono leggere nel giornale “La voce della Famia Ruvignisa” che arriva da Trieste e viene pubblicata una volta al mese. In quel giornale si trovano scritti tanti belli e brutti ricordi dei nostri antenati. Con tutti i cambiamenti che succedevano nella nostra piazza è rimasta sempre bella con il grande orologio e il leone con il libro aperto.

 

 

I NOSTRI NONNI CI RACCONTANO

Tena Borsani

Classe III

 

C’era una volta un marito molto geloso della moglie.

Il marito era geloso anche del prete in chiesa. Un giorno seguì la moglie che andava a confessarsi. Il marito vide il prete sbadigliare, subito dopo vide anche la moglie sbadigliare e pensò: questo è il segnale accordato.

La mattina dopo il marito le disse: andiamo a fare una passeggiata in spiaggia all’aria fresca. La moglie acconsentì per accontentare il marito.

Il marito le aveva fatto mettere le scarpe con i tacchetti e così vestita andarono in riva.

Per camminare la moglie era costretta a saltare di grotta in grotta e molte volte stava per cadere e rompersi l’osso del collo. La moglie piagnucolando chiese al marito: Marito mio mi fai saltare di grotta in grotta come lo sbadiglio và di bocca in bocca.

Il marito capì di aver sbagliato nel giudicare sua moglie. E felici tornarono a casa.

 

IL PESCE DORATO

Mauro Burić

Classe III

 

Mio nonno spesso mi racconta delle storie che lui ha vissuto da giovane, e io lo ascolto attentamente. Una delle sue storie che mi ha colpito di più è quella del pesce dorato. Siccome mio nonno è un pescatore, gran parte della sua vita l’ha trascorsa in mare vivendo momenti magici. La storia del pesce dorato è una storia di molti anni fà realmente accaduta quando era molto giovane.

Come ogni mattina si svegliò presto per andare a tirare su le reti. Si ricorda che era una mattina di bora, faceva molto freddo. Partì con la barca e dopo molte miglia arrivò sul posto. Iniziò a tirare su le reti ma ben presto si accorse che sulla rete c’era un pesce particolare anzi sembrava magico.

Aveva un colore dorato con delle righe verdi e gli occhi erano di colore blu molto profondi.

Il nonno lo prese in mano e lo osservò a lungo, non aveva mai visto un pesce così bello. Riempì un secchio d’acqua di mare, lo mise dentro e tornò a riva. Il pesce era molto agitato e guardava il nonno come per chiedergli di lasciarlo andare. Quando il nonno arrivò a riva tutti i pescatori guardavano il pesce dorato, ma nessuno, nemmeno i pescatori più anziani aveva mai visto un pesce così bello e particolare. Gli consigliarono di portarlo all’istituto delle ricerche marittime dove si trova tutt’ora un bellissimo acquario. Il pesce era molto agitato e continuava a guardare con occhi dolci il nonno. Ad un tratto il nonno decise di riportare il pesce dove l’aveva pescato e così fece. Prima di lasciarlo andare lo prese in mano e si guardarono per l’ultima volta. Il nonno lo salutò e lo lasciò andare. Da quel giorno il nonno pescò molti pesci, ma nessuno era dorato con gli occhi blu profondi come il colore del mare, un colore che il nonno non se lo scorderà mai

 

I MIEI NONNI MI RACCONTANO CHE …

Jennyfer Ipša

Classe III

 

I miei nonni mi raccontano che la vita di una volta era molto diversa che quella di oggi. Vivevano in campagna e dovevano occuparsi del loro bestiame, coltivavano: frutta, verdura, frumento ed altro. Si alzavano alle cinque del mattino per dare al loro bestiame da mangiare e poi andavano nelle loro campagne.

Nelle campagne non avevano l’acqua per annaffiare e dovevano portarla da casa. Tutto doveva essere finito prima che il sole si alzi. I bambini dovevano fare i compiti da soli, perchè i genitori non avevano tempo per loro. In casa non c’erano elettrodomestici che aiutavano a svolgere i lavori in casa così dovevano faticare. Per fortuna la vita è diventata più facile, così i genitori e i nonni hanno più tempo per dedicarlo ai loro figli e ai loro nipotini.


 

IL MIO NONNO

Federica Košara

Classe III

 

La mia nonna mi ha raccontato una storia che le raccontava spesso suo papà quando era piccola. Mio nonno Antonio quando era un bambino di circa otto anni fu stato invitato a dormire da una coppia di zii, un pò anziani, che non avevano figli e che vivevano in una casa enorme. Il nonno fino allora non aveva mai dormito fuori casa e non sembrava esser intenzionato nemmeno quel giorno. Ma lo zio aveva tanto insistito promettendogli che lo avrebbe portato a giocare con il pallone di cuoio che a lui piaceva molto, perchè era un pallone speciale. Alla sera lo avrebbe portato al cinema alla fine per farlo addormentare gli avrebbe raccontato una storia d’avventura che al nonno piaceva molto. Il nonno tuto contento accettò senza più esitare. La giornata fu realmente come lo zio gli aveva promesso. Nel pomeriggio giocarono con il pallone tanto custodito dallo zio, perchè a quei tempi era una rarità, per chi lo possedeva era una cosa preziosa. Alla sera andarono a vedere un bellissimo film e dopo un’ottima cena con molti dolci lo zio come promesso gli raccontò una storia d’avventura che lasciò il nonno a bocca aperta. Quando il racconto fu terminato lo zio e la zia gli diedero il bacio della buonanotte e spensero il lumicino. Tutto sembrava tranquillo fino a quel momento. Lo lasciarono a dormire in quella stanza enorme con quadri appesi su tutte le pareti che a lui non piacevano molto perchè lo agitavano. Il nonno non si sentiva più tranquillo, si rigirava nel letto senza poter addormentarsi. Avrebbe voluto tanto trovarsi nella sua camera che divideva con sua sorella e suo fratello. Non sapeva più cosa fare, avrebbe voluto chiamare gli zii e farsi accompagnare a casa. Il tempo che lui rimase sveglio gli sembrò un’eternità. Si ricordò di un trucco che gli aveva insegnato suo padre per addormentarsi, quello di contare le pecore con gli occhi chiusi. Aveva funzionato sempre ma quella sera niente, era ancora più sveglio di prima. Non ce la faceva più, sentiva rumori strani che lo spaventavano. Si alzò dal letto e si vestì più in fretta che poteva, bussò alla porta degli zii, voleva farsi accompagnare a casa. Gli zii non risposero, allora quando si avviò verso la porta dell’uscita della casa fece per aprire la porta che lo zio gli chiese dove stava andando. Fu allora che gli raccontò tutto. Era quasi l’alba e lo zio cercò di convincerlo ma niente da fare. A casa gli aprì la porta la nonna che lo abbracciò senza chiedergli nulla anzi coccolandolo e prendendolo a dormire in mezzo nel loro lettone, anche se di dormire si parlava di un paio d’ore. Da quel giorno il nonno non andò mai più a dormire da nessun’altra parte che non era la sua casa.

 

 

LE AVVENTURE DI MIO NONNO

Noemi Pamić

Classe III

 

Mio nonno mi racconta sempre tante storie di quando era piccolo, ma quella che mi piace di più è questa: “Un giorno sua sorella più grande stava stirando, con uno stiro fatto di ferro sul serio. Per farlo funzionare bisognava metterci dentro la brace e ogni tanto si doveva agitare per farlo riscaldare.

Mio nonno che era un birichino, le faceva un sacco doi scherzi; ad un tratto le si avvicinò troppo e lei senza volere, mentre agitava il ferro da stiro gli scottò il sederone. Lui cominciò ad urlare e corse in mezzo alla stanza dove si trovava un secchio pieno d’acqua e si sedette dentro. La povera sorella se le prese dalla mamma. Perchè mio nonno indossava i pantaloni, quelli belli, per andare all’asilo; ma tanto non gli servivano perchè dall’asilo scappava sempre perchè voleva andare con il papà in campagna.

 

I NOSTRI NONNI CI RACCONTANO

Rebecca Pellizer

Classe III

 

Mia nonna e mio nonno mi raccontano che quando loro erano piccoli c’era più silenzio nelle vie perchè tutti andavano a dormire.

Loro mi dicevano che non c’erano giochi tecnologici, ma solo bambole di pezza.

La scuola era diversa, imparavano cose diverse e anche in modo diverso, senza guardare la televisione.

Mia nonna e mio nonno mi raccontavano anche che quando erano appena nati non c’era neanche la televisione.

Loro mi dicevano anche che erano vestiti tutti in un modo, non tutti con vestiti diversi. Loro avevano i libri in bianco e nero, no come noi abbiamo adesso.

Questo è quello che i miei nonni mi raccontano.

 

STORIA RACCONTATA DAL NONNO!

Andrea Šuran

Classe III

 

Questa è una storia accaduta c.ca 30 anni fa. Era estate, stagione di pesca dei “angusei”, e noi pescavamo sempre sulla riva dove allora si caricava la bauxite nelle grandi barche. Quel giorno io e un mio amico, abbiamo deciso di andare a nuoto sulla boa che era distante dalla riva c.ca. 30 m.

Abbiamo preso le lenze e l’esca, messo tutto in un sacchetto di plastica e in mutandine da bagno, e via in acqua. Arrivati sulla boa abbiamo cominciato a pescare, e tutto andava per il meglio fino a quando dalla riva certe persone gridavano “attenti ai pescecani”. Io mi sono quasi pietrificato dal terrore, mi sono seduto sulla boa, e per 10 minuti non sapevo cosa fare ne cosa dire. Poi mi sono rialzato e chiamavo aiuto dalla riva, affinchè qualcuno venisse a prenderci con una barca. In lontananza si vedevano le due pinne dei pescecani. Per nostra fortuna quel giorno erano sulla riva due pompieri, che avevano la sede li vicino. Ci hanno sentito, hanno preso le barche e sono venuti a prenderci. Da quel giorno pescavo soltanto dalla riva.

 

QUANDO I NONNI

RACCONTANO…

 

Tanti anni fa, quando ero una bambina e frequentavo le elementari, la nostra scuola organizzò un’azione per la salvaguardia della natura.

Precisamente un’azione di rimboschimento dell’odierna pineta, dietro alla fabbrica del pesce Mirna, che allora era solo coperta da macchia e arbusti. A tutte le classi sono state date delle piantine di pino mediterraneo, zappe, pale, e acqua in quantità … e poi … tutti al lavoro!!!

Era bello vedere tanti bambini scavare buche profonde e deporvi le piantine, eravamo felici e soddisfatti di noi stessi..

Da quel giorno, per quasi un mese, ogni giorno, un diverso gruppo di noi bambini andava alla pineta ad abbaffiare le giovani piantine di pino.

Oggi, ogni qualvolta passa davanti a questa bellissima pineta, sono orgogliosa di essere stata uno di quei bambini, e con gioia ricordo i giorni della mia infanzia.

Oltre a questa azione la nostra scuola ne ha organizzatev altre di rimboschimento; ad esempio ogni classe aveva a disposizione un pezzetto di giardino da abbellire, così anche davanti alla scuola sono stati piantati molti cipressi dei quali, purtroppo, oggi ne sono rimasti solo tre.

Sono convinta che anche oggi le scuole dovrebbero organizzare questo tipo di azioni, sia per salvaguardare la natura, che per insegnare ai bambini il rispetto e l’amore verso quest’ultima. 

MIRELLA RUSSI, la nonna di Martina Ivančić della IV classe della SEI “Bernardo Benussi” di Rovigno – Croazia

 

 

I NONNI RACCONTANO…

 

Anch’io quando ero piccola, come tutti i bambini giocavo.

Ai miei tempi, non è che si giocava molto, quando ero ancora una bambina c’era la guerra, e oltre a questo dovevo badare ai miei fratelli più piccoli di me.

Comunque il tempo si trovava sempre per stare con gli altri bambini e divertirsi.

Ci divertivamo con poco, si giocava al girotondo, a nascondino, i maschi giocavano con le biglie, con il cerchio, con il monopattino.

Tutti questi giocattoli erano fatti da noi bambini, con l’aiuto dei nostri genitori.

Mi ricordo di un gioco, che i ragazzi di ogni età si divertivano molto, si chiamava “Pandolo”…; i ragazzi tenevano in mano un bastone e a turno guardavano di colpire un pezzetto di legno più piccolo, che nel mezzo era grosso e aveva le estremità appuntite, chi lo lanciava più lontano aveva vinto!

Ricordo con nostalgia i tempi della mia prima giovinezza, anche se è stata molto breve. 

MARIA BENUSSI, la nonna di Juraj Mastilović della IV classe della SEI “Bernardo Benussi” di Rovigno – Croazia

 

 

I NONNI RACCONTANO

 

Quando mia nonna era piccola badava alle mucche e alle capre. Andava con suo papà a prendere l’acqua perché non avevano l’acqua in casa.

Mia nonna mangiava a quel tempo: frutta, verdura, minestre varie, pane, polenta, sugo di gallina e altre cose di campagna.

In casa non avevano la luce ecosì dovevano prendere il petrolio per illuminare la casa.

Lei giocava con palle fatte di calze rotte, con le pigne, con i suoi fratelli e sua sorella: Maria, Toni, Bozo e Slavo.

Mia nonna ascuola è andataselo per cinque anni, tre anni a Rovino e due a Spanidigo.

Lei dormiva con i suoi fratelli econ sua sorella in un solo letto, grande matrimoniale (pensate quanto era povera!).

Lei, sua sorella e i suoi fratelli giocavano a guardie e ladri, a nascondino, e ad altre cose che purtroppo non riesce ricordare. Ai suoi tempi non c’erano il computer e la TV e perciò lei stava tutto il giorno fuori casa. Lei ha cominciato a cucinare a dodici anni.

Spolverava la casa, dava da mangiare agli animali domestici, lucidava le finestre, sapeva fare tutto.

Nonna ANNA… la nonna di Valentina Sponza della IV classe della SEI “Bernardo Benussi” di Rovigno – Croazia 

 

LA NONNA RACCONTA

Roberta Venier

Classe IV

 

Io, purtroppo, sono una nonna che ha trascorso la sua infanzia, durante la II Guerra mondiale. Pertanto non posso dire di avere dei bellissimi ricordi.

Eravamo privi di tantissime cose, non soltanto i giocattoli, che in qualche modo, con la fantasia tipica di noi bambini, compensavamo usando cose elementari.

Ad esempio: le nostre bambole erano fatte di vecchi stracci. Ma ciò che più mi mancava erano certamente certi alimenti.

Ricordo che all’epoca sfogliando un libro illustrato, rimasi attratta dalle bellissime foto di certi frutti esotici, quali l’ananas, i datteri di palma e le banane. Pensavo che mai avrei visto o gustato tali delizie. Con la mia fantasia sentivo il loro sapore.

Perché ti racconto tutto questo? Perché un giorno una mia amica, sapendo di dover ricevere un pacco da un suo parente in Algeria, mi promise che mi avrebbe fatto assaporare una banana. Quel giorno atteso giunse.

Vidi la mia amica arrivare con una salviettina che conteneva qualcosa. Aprì questo involucro e vidi un  pezzettino di una cosa molliccia senza buccia, di un colore nerastro. La mia amica insisteva: “ Mangia, mangia è banana!”

Per non farle un torto presi a malincuore, con due dita, questa cosa appiccicosa. L’assaggiai e non provai nessun piacere. A dire il vero, non ricordo neanche se fosse dolce. Delusa da questa esperienza non pensai più ai bei frutti esotici illustrati e descritti dal mio libro. Dovette passare parecchio tempo per ricredermi su ciò che avevo assaggiato. Oggi ripensando a quel episodio, con una punta di malinconia, mi viene da sorridere.

                                                                      Nonna Maria

 

 

I NONNI RACCONTANO…

 

Mia nonna da giovane si svegliava alle sette di mattina, bevevo il latte caldo e mangiava la ricotta e il pane casalingo. Subito dopo andava a pascolare le capre e le pecore. Mia nonna stava al pascolo fino alla sera. Quando tornava a casa, aiutava la mamma a portare la legna, lavare e stirare il bucato. Poi cenava e andava a dormire. Mia nonna non poteva andare ogni giorno a scuola perché doveva occuparsi degli animali domestici e aiutare la famiglia. 

Nonna Maria… la nonna di Sandro Venier della IV classe della SEI “Bernardo Benussi” di Rovigno – Croazia

 

 

I NONNI RACCONTANO…

 

La mia infanzia non è stata bella perché erano anni di miseria causa la guerra. Durante la mia giovinezza ho vissuto tanto bene. Dopo è cominciato l’amore, dopo l’amore è arrivato il matrimonio, le cose andavano bene. Poi sono arrivati i figli, allora cominciava qualche problema e qualche spesa in più.

Tutte le spese si facevano per i bambini. Quando i figli hanno cominciato a lavorare andava molto meglio per noi in famiglia. Adesso siamo diventati quasi vecchi e preghiamo Dio che ci dia solo la salute.

ZILLI GIGGI … il nonno di Sara Zilli della IV classe della SEI “Bernardo Benussi” di Rovigno – Croazia

 

 

I NOSTRI VECI NE CONTA

(Ciacolando con mia nona)

Francesca Delbianco

Classe V

 

Beati voi, muli de ogi, adesso, con sta tecnologia podè comunicàr con una persona via internet, co’l telefono, co’l celulàre, in meno de cinque minuti con tuto el mondo e podè viagiar con le machine, motori e i aparèchi.

Dovè savèr che quando mi iero giovane, tuto questo non esisteva: la television, la radio e sta benedetta tecnologia… no iera niente!

Qua a Rovigno, tanti ani indrio, per poder comunicar a un parente, bisognava mandar la posta con un corièr o la matina presto se ciolèva el carèto co’l caval e se andava drito a portar la notìssia.

Ma lassèmo star le comunicazioni; adesso ve parlo un po’ de Rovigno de una volta…

Rovigno, cità de pura belèssa, la se inalava a forma de cugùia (chiocciola) con tute le sue case, alte e strete, tacàde una con l’altra. Come un diamante la splendeva con in alto, su’l campanil, la sua pritetrice: Santa Eufemia. Un gioielo tapessà de tanti bei caminetti che d’inverno i sporcava el ciel de nuvolette grigie inofuschendo un po’ el paesagio.

Le case, gioirli de tanti colori, cantine càrighe de bote de vin, grandi nissiòi candidi che se sugàva, spiegàdi al sol, i completava el quadro co’l Molo Grande.

Le pìcie battane (imbarcazioni tipiche) le stava più comode in porto, vicine a grandi batèi e i piciòni e i cucài i ghe fassèva de scetro, corona e trono, perché in fondo, le batane, le xe ancora ogi un po’ le nostre regine.

Su la riva, i pascadori consàva le rede per pescà sardèle o altri pessi del nostro limpido mar.  Per le canisèle (calli) se podeva incontrar le done che le cantava “le arie da cuntràda” (canti tipici) o che le circolava robe de done, insoma le criticava.

Valdebòra (porto), con la grande pesa (bilancia), iera el centro del commercio de la cità. Dovè savèr, che Rovigno iera un tempo, tuto un’armonia che, purtropo, con la moderinisassiòn, sta per svanir ogni giorno de più e questo a noi “ruvignisi”, ne dispiàsi e rattrista. Per questo cercheremo de tramandar el nostro dialetto e de migliorar i “murièdi e li muriède” (ragazzi e ragazze) de oggi. A ne dispiàsi anche perché la pièra sul nostro anèl non xè più un “Rubin”, la nostra cara cità abandonada, ma Rovigno, la nostra cità “amàda”.

Ormai fra le sue canisele se ga perso el son de l’antico dialetto. Raramente se lo senti, meno mal che xe ancora veci “pascaduri” (pescatori) che i lo “favièla” (lo parlano) fra de lori.

E per fortuna che xe ancora chi a scuola nostra lo insegna a chi lo vol studià.

Ah, sì! – devo dirve ancora dei vestiti tradissionali: per la cità ti vedevi le “siùre” (signore) vestide con còtole lunghe, colorade e sora le travèrse, bele camisète bianche e el “scial” (scialle), i cavèi sempre ligàdi a “cugòn” (sulla testa). Poi iera i mas’ci con le braghe nere ligàde al zenòcio, la fassa “russa”, la camusa a quadri e quel bufo capèl ciamado “cana”.

Me piasèva un mondo scoltar le “arie da nuoto” (canti notturni) e le serenade me fassèva capir da picia, l’amor per questa cità.

Ma la roba che me piasèva de più, iera de sera, quando iera la scura, el mar pien de diamanti: le lampare, che con la sua luce le te fassèva brilar i oci… Là, go lassà tanti sogni ormai svanìdi, persi come le stele nel ciel de una note d’estate…

Ne la canisèla Drio Castel (via di Rovigno), ogi Svalba,  iera i nobili, che ai contadini i ghe conprava la carne, le verdure e i fruti, nose e fighi sechi.

Poi iera el grande ponte levatoio, che de sera el se alsàva per render più difficile l’atàco maritimo da parte de’ i pirati. Iera anche le mure che circondava e proteggeva la cità, ancora ogi dominada da la Cesa de S. Eufemia, venda da la Calcedonia, dove la iera stada punìda da suo pare perché la credeva in Dio. I la ga butàda ne la màsina e poi, restàda viva de questa tortura, i la ga butàda ne l’arena co’i leoni, dove uno ghe ga magnà la man e infine la xe morta; i la ga messa in un sarcofago de pièra, che galegiando el xe rivà a Rovigno. Un muleto de Rovigno, coi suoi manzi el la ga tiràda fora dal mar, strasinada fino in cima al monte, da quel giorno S. Eufemia xe la Santa dela nostra cità.

Ghe xe anche la legenda de Cissa – l’isola produtrice de color porpora, che se produsèva da certi fruti de mar, la se trovava verso el mar verto, dopo l’Isola Rossa e San Giovanni (isole dell’arcipelago rovignese) e non se sa perché la xe sprofondàda: forsi per via de un maremoto o per un onda gigante.

Ma la roba più strana xe che de Cissa non se ga trovà mai niente, nianche i veci palombari non ga mai trovado niente sul fondo del mar e per questo la sua la xe una legenda.

Tra le mura de la cità iera sempre el profumo de le sardèle che se frisava su l’oio de boio, le finiva in padèla apèna pescàde.

Simbolo de la cità xe el “pomo ingranà” (mela grana) e sette porte de le quali ghe ne xe restade solo tre, poi xe l’arco dei Balbi, che l’ospita un leon de San Marco e l’orologio che ne ospita un altro subito difronte. E poi xe el teatro “Gandussio”, che’l porta el nome de un grande atòr de fama mondiale.

Xe tante altre robe che voleria contarve, ma el tempo strensi e per mi xe ora de andar a riposar. Una poesia per darte la bonanote, “a la ruvigniSa, ca Si cume l’italian”: (in dialetto rovignese che è come l’italiano – detto cittadino)

 

“La mia mento, oûn leîbro vièrto,                                            “La mia mente, un libro aperto,

la sa Svìa int’un munumènto,                                                   si sveglia in un momento,

E cun ilo liève calàr da la sira                                       E con questo lieve calar della sera,

taSo el suòvo lamento;                                                tace il suo lamento;

sa straca el mièio pensèr,                                                        si stanca il mio pensiero,

uramài el nu par pioûn viro.                                                     Ormai non sembra più vero.

Arivadìrse, Ruveîgno cara                                                       Arrivederci, Rovigno cara,

cun la vuS mièia ‘màra !!! ”                                                     con la voce mia amara !!!” 

 

 

I VECI MI FAVELA

David Opšivać

Classe V

 

Ecome ormai rivada ale ultime luS de ‘ne eSistensa ‘nfondada da ‘na banda dal duro laor e da l’altra dala siensa moderna. Ma.... ‘n rimorso... ‘n pensier... me lasa inserta. Ti ti cresi nevodo me, ma no ti je ‘nparà che che vol dì la parola vita.

Mi... la je ‘nparada co je ‘ncontrà el me vero amigo che el mi jo ‘nsegnà che che vol dì esi vivo e vivi...

Quel di de sol,  mi, como sempro, je sta con la me bicicleta a fa ‘n giro par le cale bianche de San Micel.

Questo Se el me pajeS, sa sen nata, sa scomensarè a xbati le me ale, de sa scomensarè a Sgola sun, sun sempro piun sun.

Ma qualco olta, la nostalgia me ciapa, e l’anema mi fà piurà, ma poi mi sovien che sen de sango valeS e che nisun me rivarò a separà da jel .

Poi ‘nte ‘n colpo sen cajuda, e mi je fato mal, e je scomensà a piurà.

‘n picio de cor puro mi jo dà la man e el mi jo judà. Da quel di noi jerundu amighi e a dì la verità a vintun ani se vemo spoSà.

Ma quel picio misterioS mi jo gambià la vita e el mi jo fato vedi che ghivol lotà se se vol vè, vinsi e amà.

 

Nota: ho reso con “S” il c.d. Viermo... usata da taluni in istrioto per rendere il suono della esse di rosa. Visto la particolarità del dialetto di Valle ne propongo qui una traduzione per godere appieno di questa toccante storia.

 

I vecchi mi narrano

 

Eccomi oramai arrivata al lumicino di un’esistenza fondata da una parte dal duro lavoro e dall’altra dalla scienza moderna.

Ma.... un rimorso... un pensiero... mi lascia incerta.

Tu cresci, nipote mio, ma non hai ancora imparato che cosa voglia dire la parola vita.

Io... l’ho imparata quando ho incontrato il mio vero amico che mi ha insegnato quel che vuol dire vivere ed essere vivi...

Quel giorno di sole,  io, come sempre, sono andata con la mia bicicletta a fare un giro per la stradina bianca di San Michele.

Questo è il mio paese, qua sono nata, qua ho iniziato a muovere le mie ali, da qui ho iniziato a volare sù, sù sempre più sù.

Ma qualche volta, mi prende la nostalgia, e l’anima mi fa piangere, ma poi mi torna in mente che sono si sangue vallese e che nessuno arriverà a separmi dal mio paese.

Poi tutto ad un tratto son caduta, e mi sono fatta male, ed ho incominciato a piangere.

Un bimbo dal cuore puro mi ha dato la mano e mi ha aiutato. Da quel giorno noi siamo diventati amici e, a dire la verità, a ventuno anni ci siamo sposati.

Ma quel bimbo misterioso mi ha cambiato la vita e mi ha fatto vedere quel che vuol dire lottare se si vuole avere, vincere ed amare.

GdeA