13° CONCORSO MAILING LIST Histria 2015

 

Mailing List Histria – Elementari – Lavori individuali  – Categoria “ b “, sottocategoria “ 1 “

2° Ciclo - Scuole elementari - classi dalla 5a all’ 8a per la Croazia - classi dalla 6a alla 9a per la Slovenia

 

- Traccia 1: “I nostri noni ne conta - i nostri nonni ci raccontano" - storie e memorie del vostro passato familiare   

- Traccia 2: “Una fotografia in un cassetto”   
- Traccia 3: “Un avvenimento importante”

 

 

L’AMICIZIA E’LA COSA PIU' IMPORTANTE                           Aurora Cigui   -   Classe VI

  Scuola Elementare Italiana “ Edmondo De Amicis” Buie

                                                               Insegnante: Arlene Kauzlarić          

I nostri nonni ci raccontano 

Mia nonna si chiama Liliana. È nata a Brazzania il 11.9.1941 ed ha 73 anni. Lei aveva una vita dura e difficile.

Mia nonna mi racconta…
Quando suo padre arrivò a casa dalla Seconda Guerra Mondiale, mia nonna aveva due anni e quando lo vide per la prima volta non voleva andare da lui perché aveva paura della divisa che indossava.
Vi racconto la storia del primo giorno di scuola di mia nonna: era il mese di settembre del 1947 quando mia nonna iniziò il primo giorno di scuola. La sua mamma non l’ha accompagnata a scuola ma l’ha portata dalla sua cuginetta Lucia che l’ accompagnasse a scuola. Quando finirono le lezioni mia nonna scese le scale e uscì davanti alla scuola. Si trovò da sola e si mise a piangere. Lei non conosceva il paese di Verteneglio perché i bambini non se li portavano a passeggio perché facevano la vita di campagna. Quando i bambini andarono a casa, dopo un po’ di tempo per fortuna scese la bidella Ida e le chiese perché piangeva. Mia nonna rispose che la cuginetta l’ha accompagnata e adesso non c’è e lei non sa la strada per tornare a casa. La bidella l’ha consolata e le ha detto che Lucia non è andata a casa ma è ancora in classe e che arriverà presto.
 A mia nonna piaceva andare a scuola ed era molto attenta alle lezioni. Visto che i suoi genitori non erano interessati alla scuola come lei e non la ascoltavano mai, l’unica persona che la ascoltava era la sua nonna materna. Siccome lei era l’unica persona che l’ascoltava le spiegò le lezioni di geografia. Mia nonna mi racconta che l’unico regalo che ha preso da bambina era una mela da un suo parente che veniva a comprare la legna e ancora oggi mia nonna si ricorda il colore della mela. Da piccola aveva un grande desiderio di avere una bambola per cucirle dei vestitini ma non era possibile chiedere questo ai suoi genitori. Allora ha pensato di chiedere alla mamma degli stracci per farsi da sola una bambola. Lei le chiese più volte ma la mamma non le rispondeva perché una volta i bambini non avevano voce in capitolo. Non avendo una risposta mia nonna si è stancata e ha deciso di andare in camera a rompere dei suoi vestitini da quando era piccola. Dopo li ha portati vicino al muro e li ha messi per terra pensando di averli nascosti. Suo padre quando è andato a prendere la paglia per i buoi ha visto i vestiti rotti per terra. Allora lui prese la frusta e l’ha frustata per le gambe. Questa lezione le servì per tutta la vita e oltre. Mia nonna era magra e debole e doveva camminare due chilometri per arrivare
fino alla scuola. Quando tornava da scuola verso casa camminava sempre piano per fare ritardo pensando che quando tornerà a casa le aspetterà il pranzo però lei non aveva appetito. Frequentava la quinta classe e il suo insegnante le dava da portare una borsa piena di panni da lavare fino dov’era una signora che lavava i panni. Questo era molto faticoso per lei e allora una volta si stancò e non portò con sé la borsa e ha fatto finta d’averla dimenticato. Così l’insegnante si è arrabbiato e la punì diminuendo il voto di ricamo perché lei ci teneva tanto. Mia nonna frequentò la scuola solo fino alla sesta. I suoi genitori non erano interessati alla scuola perché volevano che lei lavorasse in campagna. Quando mia nonna era ragazza ha frequentato due corsi di taglio e cucito. Quando lei aveva 20 anni si trasferì a Verteneglio nella casa dove vivo io adesso. A 24 anni si sposò con mio nonno Duilio ed è andata ad abitare a Buroli con mio nonno. A 25 anni nacque il fratello di mio papà che si chiama Roberto. Dopo 9 anni hanno costruito una casa vicino a Umago e dopo un anno è nato mio papà che si chiama Fabrizio. All’età di 3 anni mio padre iniziò a frequentare l’asilo e mia nonna iniziò a lavorare in Istraturist. Fu allora che lei frequentò un corso di tedesco e fece la patente per la macchina. Due o tre anni fa quando io andavo a scuola a Verteneglio c’era una mostra e un’ intervista su quelli che una volta andavano a scuola a Verteneglio. Partecipò alla mostra anche mia nonna con le sue pagelle delle elementari, con i quaderni, e la sua intervista. Da quando mia nonna è in pensione il suo tempo libero lo passa in campagna. Da quando è morto mio nonno anche lei ha cominciato a guidare la macchina. Mia nonna mi racconta sempre come era la sua vita e mi dice sempre che: “Non bisogna mai essere pigri perché la pigrizia è una brutta bestia dai peli lunghi e neri”, mi dice anche che: “Bisogna sempre rispettare tutti, anche i più bisognosi”. E un’ultima cosa che mi dice: “Di farmi una cultura che sarà mia sempre e non la perderò mai”. Mia nonna è molto in gamba e penso che potrà vivere anche fino 100 anni. Mia nonna mi aiuta sempre e mi sostiene. Le voglio un mondo di bene!

 

  ANONIMO BIBALAN                                                                                       Daniele Bibalo  
                                                                           Classe VIII  Scuola Elementare Italiana “ Edmondo De Amicis” Buie
                                                                                                         Insegnante: Arlene Kauzlarić    

 

  I NOSTRI VECI NE CONTA

Cari mii ve voio contar una storia che se succesa subito dopo la capitulazion de l Italia nel settembre 1943.
Mio nono Aldo che deso no se piu a quel tempo el gaveva 15 anni. Lui questa sroria el ghe la ga contada a mio papà e mio papà me la ga contada a mi. Dopo che se capitulada l'Italia i partigiani del posto i se stadi avvertidi che vegnarà ocuparne i tedeschi cusì che i voleva prontarghe una bella imboscada, pensando che vegnarà quattro tedeschi in moto come turisti e non un battaglion de carri armati e autoblinde. I vari partigiani qua del mio posto dal nome de battaglia: Gnasca, Striz , Pupaz e Bogati i ga grumado anche i fioi qua de Bibali. Mio nono non ghe ga dito a sua mamma questa roba, ma el ghe ga dito che el ciol el falzon e chel va in pineta cuor fraschi perche l'imboscada i voleva farghe in valinari dove che se deso el campo de balon. In quella volta valinari iera un campo de formenton. Così che armadi de sciopeti de caccia i se ga sparpaglià per el campo de formenton e i spetava che rivi i tedeschi, bona de Dio che i ga lasà i piu giovani de piu de drio. La colona de tedeschi se moveva de Trieste verso Pola, mio nono contava che la colona de carri armati la faceva tremar la tera in stazion a Buie quando la iera pena a Caldania. I primi colpi de mitraglia li ga sentudi quando i iera in Plovania e dopo in comincio de stazion. Mio nono iera dentro in tel formenton carigo de paura. In quela el contava che se ga visto venir i primi auto blinda tedeschi cusì che quei partigiani piu veci che iera piu vicini alla strada i ga comoncià sbarar verso la variante, una delle blindo tedesche ga girà la cupola verso el formenton e ga comoncià sbarar, questi che iera sparpagliadi per el formenton i ga comincià scampar verso la pineta perche diseva mio nono che in pochi secondi i ga razo al suolo el campo . Nel scampar verso la pineta mio nono ga lasado el sciopeto per terra e el correva con la falze in man verso casa pien de paura e correndo per el bosco el se ga fracado la falze in tel zenicio el ga dito che sprizava pien de sangue. Rivado a casa sua mama la ga ciapado paura perche non la saveva cosa ze succeso, la ghe ga ligado torno el zenocio una straza piena de azeo che bruzava come el fogo, la ghe ga zigà de tutto però la iera contenta che el se tornado vivo. Questa storia ve la volevo contar in ricordo de mio nono e de tutti i bibalani che non ze piu con noi!                                                                 

 

 MELI                                                                                                           Melissa Boccali
                                                                               Classe VI Scuola Elementare Italiana “ Edmondo De Amicis” Buie

                                      Insegnante: Arlene Kauzlarić   

                                                                     

  I NOSTRI VECI NE CONTA

Mia nona se ciama Maria, la xe nata a Parenzo nel 1933. Là, a Varvari vicin a Parenzo, la xe visuda i primi cinque anni, con la sua famegia la xe andada viver a Trieste, ogi la vivi con un gatto che se ciama Tomi e la ga tante foto de ela con suo marì e con la sua famegia, mio nono, e con i suoi fioi. Quando mia nona la jera picia la ziogava con questi gioghi: zioghi con i fili, zioghi con la carta, ziogo paradiso inferno, zioghi dela sexa (ciaparse), zioghi con el cerchio de legno, zioghi con le bambole, zioghi dela tana (campana), imitar animali e le mame, ziogho del pendolo, zioghi con le biglie, zioghi dele bele statuine xe pronte.
Le classi una volta le jera molto numerose solo de fioi, però bisognava andar a scola in uniforme però tutti uguale, i banchi in clase i jera distacai però uno de drio al’altro. Quela volta nei primi ani sesanta jera le cinquecento che le ciamava “Topolino”, jera i tram, jera i cari con i manzi o con i cavai, quando i cavai o i manzi i faceva e i le bugaze el paron gaveva el omo che puliva le strade. Ze ancora el Tram de Opc’ina che funziona. I lavori quela volta, jera tutti artigianali come el calzolaio, el carboner che vendeva el carbon, el bottegher, la venderigola che vendeva la fruta e la verdura, el spazacamin, el scovazin, el barista, el mugnaio, el falegname, el orologiaio, el lataio, la magliaia, la ricamatrice, el fioraio, el fuocaio e tanti altri che oggi non xe. Quela volta se girava con i treni a vapore o treni a carbone. A Parenzo solo chi jera rico gaveva el telefono a disco. Quando fisciava la sirena i butava zo le bombe e la zente scampava in galeria. Una volta i se scaldava con la stufa a legni e camini in casa. Una volta non jera i gabineti ma solo el bucalin,e l’acqua se riscaldava e se lavava in mastela, jera el cadin con la broca, non esisteva la vasca da bagno e neanche i eletrodomestici. Fino ai ani sesanta non jera la television. Negli ani setanta in poi jera tanto lavor a Trieste per via del porto e la zente ga incomincià a diventar benestante. El pare e la mare i gaveva l’osteria in città vecia. Durante la guera i lavorava tanto perché i se iutava nel rion tutti. Anche qua in Istria me contava mia nona de Umago ghe jera tanti mestieri come fabri, calzolai, marangoni e tante botteghe che oggi non xe più. In paese de mia nona Vanda jera tante fameje che stava ben perché gaveva tante bestie e se faceva scambio dele robe e non serviva i skei.

 

KIKA                                                                                                          Erika Paoletić 
                                                                           Classe VII Scuola Elementare Italiana “ Edmondo De Amicis” Buie

                                                                                             Insegnante: Arlene Kauzlarić      

 

I nostri veci ne conta

Mia nona la xe nata in un piccolo paese vizin Montona de nome Laze, la xe nata nel 1952. In paese in quei anni no iera luce, acqua, no iera la strada per le machine, iera solo la strada de campagna che se podeva pasar col caro, con i manzi e con el mus. La luce se vignuda nel 1962, mentre suo papà ga fato una cisterna e cusì dopo i gaveva l' acqua, la strada bianca xe stada fatta nel 1964 cusì che iera un poco più fazile. In quei tempi là, prima che nasci mia nona iera 2 zii, mama e papa`,  un fradel e 4 sorelle, nel 1947 el zio e el fradel de nona i xe scampadi a Trieste. Dopo anni, in famiglia se vignuda una lettera cusi` i ga scoperto che el fradel nol iera piu in Italia ma in Australia, ghe se rivada solo quella lettera e noi ga savu` mai  piu` niente altro.
Mia nona no la ga mai conosu` el fradel dato che el se anda` via prima che ela la nasi. Lori i se tutti bastanza piu` veci de ela, el fradel se piu` vecio de 23 anni, la sorella de 19, una de 17 anni, una de 15 anni e una de 10 anni, cusi` che mia  nona de picia no la se ricorda che la giogava con le sorelle, ela la giogava con le amiche e visine da casa a nascondino, i giogava con la bala fatta de roba e a ciaparse. Mia nona no la xe mai stada in asilo perche´ nol iera in vicinanze, i viveva de campagna cusi` che gnanche la botega noi gaveva vizin, soldi iera pochi cusi` che nona de picia subito la doveva andar pascolar i animai, una mucca, un manzo e el mus. Quando nona la ga comincia` andar scola la doveva caminar due chilometri e mezzo per la strada de campagna e quando pioveva la doveva gaver i stivai, quando iera suto nona no la gaveva le scarpe ma le zavate fate de sua mama a casa e anche le calze fatte in casa, la borsa no iera come oggi de marca ma iera fatta de roba con due tirache, pochi libri, pochi quaderni, pochi colori, astuccio no iera,iera solo la scatola de legno.
La scola la iera a Caldir la` la andava fina la sesta classe, dopo la andava Montona fina l´ ottava classe. Nona no la gaveva i soldi per i vizi. No iera naranzi, no iera banane, no iera ciocolate, iera solo qualche bombon sciolto. In suo paese i gaveva i frutti casarecci che Laze xe ancora oggi conosciuda per questo, i gaveva ciliege,  peri, suzini, mele, uva e un poco de olivi. Le sorelle de nona siccome le iera piu` vecie le se ga sposa` e nona la xe restada sola de 10 anni con mama e papa` e un zio, cusi` che la doveva iutarghe a mama cuzinar, lavar perche´ non iera le macchine ma se lavava a man, netar la casa, no iera le piastrelle ma iera le tole come pavimento e se doveva fregarle con la scartaza de carsin, casa se fazeva fuzi, tagliatele, piucanzi, tutto questo nona la doveva imparar de 10 anni. La doveva iutarghe in campagna, ingrumar i frutti, le verdure, quando mancava l' acqua la andava ciorla con el mus sulla sorgente, fien i andava cior con el caro con la mucca e el manzo. Mucca e manzo se menava imbeverar in potoco 500 metri via, ela de fioi no la andava mai al bagno, no la andava al cinema, no la gaveva la television, la gaveva solo una radio, no iera telefono ne computer. Al massimo qualche fiera e quella si che iera una festa dato che iera solo quel come divertimento.
Nona de 12 anni la andava con el mus e un sacco de formento a Montona in mulin. Quei tempi i fioi i gaveva poco tempo per giogar perche´ se doveva iutar in casa. In paese iera poche case e tutti se conoscieva e tutti i viveva solo de campagna. Nona la gaveva la casa
dove che la stava, vizin i gaveva la stala per i animai e per el fien, una staletta per i animai e una staletta per le galine cusi` che iera sempre lavor, se doveva preparar el fien che se segava a man con la sega dopo se restelava con el restel, dopo se ingrumava quando che iera sciuto se lo menava casa con el caro che zucava el manzo e la muca , per le galine se fazeva el grano che se doveva seminar e ingrumar, per i maiali i impiantava zucche, bietole, grano dopo se andava in mulin fina Montona che iera otto chilimetri de strada. Per batter el grano no iera el combai ma iera la trebbia. Dotrina e messa nona la andava a Caldir a pie in compagnia con le amiche. Dopo con el tempo se vignu` qualche auto in paese, anche mia nona la ga fato la patente e suo zio de Trieste quando la gaveva 19 anni ghe ga compra` l' auto cusi` che iera piu` fazile moverse. Cusi` la xe andada lavorar a Isola. La gaveva dei parenti vignudi viver a Verteneglio de Montona e cusi` la vigniva a Verteneglio dato che una volta iera sai conosciu` per i balli, qua` la ga conosciu` mio nono i se ga sposa` e se nato mio papa`. E cusi` eccome anche mi qua!

 
 MORO                                                                                                          Nea Ipša  
                                                                            Classe VI Scuola Elementare Italiana “ Edmondo De Amicis” Buie
                                                                                                         Insegnante: Arlene Kauzlarić     

  I NOSTRI VECI I NE CONTA

Mia nona Rozana la se la quarta de cinque fradei, nata el 28 genaio 1958 in un picio paesin vicin Citanova che se ciama Stanzia Roselo.El paese gaveva un per de case fate in piera istriana,le strade in iarina gaveva raso pien de graia e dograzia che ogni tanto vegniva i stradini netar le cunete se no saria sta graia partuto.Iera poche stale con bestie parche le famiglie che viveva la iera piutosto povere, mancava anca l' acqua che se andava cior Citanova con i cari. Sua mama però no gavendo ne caro ne manzi ge tocava andar fina Antenal coi seci e portarli indrio sula testa pieni de acqua.No mancava pero un picia ceseta dove che se faceva mesa una volta al ano, in primavera per Santa Rosalia quando le zanestre iera in fior. I fioi ingrumava piene borse de sti bei fiori giali e li spagliava per la strada dove pasava el prete. Dopo la mesa iera usanza che el prete vadi a pranzo ogni ano de un altra famiglia, quel giorno sì che iera festa, ma no per mia nona che la gaveva el papà comunista e nol voleva nianca sentir de gaver el prete in casa. Lo steso mia nona e i sui fradei se stai tuti batezadi anca se in sconton. I gioghi de quei pochi de fioi quela volta iera ciapar rane e pice tartaruge in laco dove se imbeverava i animai, giogar le sconte e la fefa,saltar la corda e corerse drio per el paese pasando cusi el tempo.
Scola se andava con una vecia coriera che ingrumava tuti i fioi dei paesi vicini. Mia nona la andava in scuola croata anca se no la saveva dir nianca una parola in croato e per questo ge iera sai dura pero dopo tre ani sua mama la ga mandà in scuola taliana dove ge iera piu facile. Pero' no ste pensar che iera tuto rose e fiori in casa de mia nona no mancava barufe parché suo papa gavendo pasà la guera beveva speso e se criava con sua mama vanti de ela e i sui fradei. Dopo ani de lota prima se scampada de casa la mia bisnona e dopo due mesi co la ga trova una vecia casa a Citanova la se tornada ciorse i fioi.

I stava tuti insieme in una camera parché le altre le iera ocupade de altra gente.La mama de mia nona la se ga sempre tormentà facendo tanti lavori perfin la serviva famiglie de dotori e maestri, ma lo steso soldi iera pochi. Mia nona però iera sempre ben vestida parché sua mama gavendo le man de oro ge cusiva de tuto con quei quatro strazi che ge dava i altri. No bastava mai parché lo steso capitava speso che a mia nona ge tocava andar domandarge ala segretaria dela scuola i quaderni. La se vergognava sai parché in clase le sue amiche gaveva de tuto e de più. El bel in tuta sta tristeza iera l'amor che mia nona sentiva per sua mama. El colpo più duro per ela ze sta quando la ge ze vegnuda mancar. Mia nona gaveva solo quindici ani, e ancora ogi la se ricorda tuta la soferenza de quel momento. La ga sentì la mancanza de sua mama ogni giorno dela sua vita. Anche se la gaveva i fradei piu grandi ge ga toca tornar Stanzia Roselo de suo papà col fradel piu picio visto che lori i stava per farse una famiglia. No iera fazile parché suo papa in sto tempo se gaveva fato un altra famiglia e ge se nato un altro fio. La moglie de suo papà ga dimostra subito de eser una madregna de quele cative cusì che la soferenza no finiva mai.Tra parole brute e momenti teribili pasadi in quela casa mia nona ga deciso de andar via, parché za a sedici ani la lavorava no gavendo la posibilità de andar vanti scuola. De subito la ga ciolto con se suo fradel più picio che la madregna no lo maltrati.
 Finalmente iera un fia de pase anca se per un curto periodo la ga dovù mantegnir el fradel. La ga lavora sai, con tanta fadiga la se andada vanti fina i sui ventiun ani,qundo la se ga sposà e se nata sua fia, mia mama.In quel momento la ga dismentigà tute le robe brute che ge ga toca.L'unica sodisfazion per mia nona iera gaver mia mama, perché anca el suo matrimonio pian cominciava andar mal, fina che no se sta più posibile soportar. Pasadi un per de ani la ga divorziado, ma no per questo la se ga butà zo. La vita la ga fata diventar forte e relevar la fia sola no ge se sta pesante. Col pasar del tempo anche mia nona iera finalmente felice. Vederse creser la fia contenta e con tanti valori. Una volta che mia mama se ga sposà per mia nona se rivade le sue gioie più grande, mi e mia sorela. E tuto l'amor che ge ga mancà a ela la ne dà ogni giorno a noi.


CRICHETO GELATO
FESTA                                                                      Raul Barnabà  
                                                                                  Classe VI  Scuola Elementare Italiana “ Edmondo De Amicis” Buie
                                                                                                           Insegnante: Arlene Kauzlarić                                                                         

  I NOSTRI NONNI  CI RACCONTANO 

I miei nonni mi raccontano che: quando erano bambini non avevano la TV, il computer, il telefonino e tanto meno mangiavano tanta carne come noi e non bevevano la  Coca Cola, l’aranciata o succhi di frutta. Quando andavano a pascolare i buoi giocavano con delle pietre grandi e piccole che rappresentavano i buoi, e la stalla la facevano con dei rametti presi dai cespugli e la coprivano con del fieno, era il gioco della fattoria. Uno dei giochi che preferivano era quello delle biglie di vetro che si giocava in mezzo al villaggio e quelle delle plosche ovvero delle pietre appiattite che si gettavano vicino a un palino di pietra e vinceva chi le gettava più vicino e così per ore. Uno dei piatti più saporiti era quando si uccidevano le galline. Una volta pulite le galline venivano tagliate e con cura venivano messe da parte le interiora, il cuore e il fegato ecc. Una volta puliti questi ingredienti venivano soffriti con l’olio d’oliva e la cipolla e alla fine si aggiungeva il sangue e un po’ di vino, questa è la famosa frittura di gallina.
Solo alla domenica si faceva il brodo di gallina e mi raccontano che litigavano con gli altri fratelli per chi prenderà un pezzetto di gallina, perché le famiglie erano numerose, vivevano anche più di due famiglie assieme. Tutti avevano un ruolo chi mungeva le mucche, chi pascolava gli animali, i più anziani facevano il lavoro più difficile, i bambini come anche i miei nonni prima di andare a scuola portavano il latte munto alla gente o addirittura in qualche paese più vicino. Non c’erano le automobili andavano a piedi o con l’asino o i buoi e il carro. Raccontano addirittura che i genitori dei miei nonni andavano a piedi anche fino a Trieste. Però nei loro racconti vedo che cera tanta felicità, dopo aver passato delle intere giornate così dure alla sera avevano la voglia e il tempo di radunarsi tutti assieme attorno il fogoler “ il camminato per cantare qualche canzoncina, ballare, raccontare tante storie, suonare, perché in ogni famiglia c’era qualcuno che sapeva suonare soprattutto l’armonica, o l’armonica a bocca. La vita dei miei nonni non era facile, non avevano tutto quello che noi abbiamo noi oggi, però vedo che quando ricordano il loro passato gli brillano gli occhi, perché alla fine avevano dei bei racconti ed erano felici così.

 

 IN ARRIVO!                                                                                              Carlos Šepić
                                                                             Classe VI Scuola Elementare Italiana “ Edmondo De Amicis” Buie

                                                                                           Insegnante: Arlene Kauzlarić

                                                                        

  I NOSTRI VECI NE CONTA

 Me ricordo quando mio nono me contava de come se viveva una volta..
“E... quando mi gavevo i tui ani, in paese dove vivevo non gaveimo ne radio ne television, non esisteva niente de queste robe tecnologiche. Non gaveimo nianca la luce. La sera se andava presto dormir, e ala matina se sveiaimo bonora. Noi se ziogaimo o de estate, quando i giorni jera piu lunghi, o per mezogiorno, quando i nostri genitori andava riposar. Jera dele banchine de piera in ombra, sun lore jera intajadi i zioghi dela tria, e cosi se ziogava. Faimo anca dei dispeti. Quando jera la stagion dela trebia, in luglio, che se trebiava el formento.  Un vecieto, che se ciamava Arturo, dopo la trebiatura, de sera el ze anda dormir sula paia. Noi fioi gavemo ciolto la pompa de acqua, che ghe se dava verderame ale vide, la gavemo impinida de acqua, se gavemo meso drio un mureto, e lo sprizaimo. Lo sentiimo come che el besciema: "... ma cosa anche dal ciel stelado adeso comincia piover, che tempi...".

Non gaveimo neanche l'acqua in casa, bisognava andar ciorla su qualche fontana o qualche sorgente, stenize. Anca i animai doveimo portarli a beverar piu volte al giorno. Senza i animai non se podeva viver. I manzi i serviva per arar, tirar el caro, per tuti quei lavori che ogi se dopera el trator. El mus, inveze, jera come un picio tratorin. La vaca la smolzeimo per el latte, le pecore ne dava la lana, le galine i ovi. Tutti insieme, sti animai, i ne dava el ludame col qual concimaimo i campi. Non jera facile viver, bisognava tanto lavorar per gaver poco, pero’, de quel poco saveimo contentarse. Anche mi, ala tua età, andavo con mio papà a giornada. Se aiutaimo de più uni coi altri, l'amicizia e la parola o una strenta de man le gaveva sai più valor de ogi.”

 
 CANTANTE                
                                                                                Erika Puž  
                                                                           Classe VII  Scuola Elementare Italiana “ Edmondo De Amicis” Buie
                                                                                       Insegnante: Arlene Kauzlarić    

La mia nonna mi ha raccontato come ha passato la sua infanzia.

E’ nata a Oscurus il giorno 11 maggio 1924, da una famiglia molto povera. Lei aveva 3 sorelle e 2 fratelli, sono rimasti senza madre quando avevano più bisogno di lei, con un padre e 2 nonni. Suo padre si chiamava Giacomo e i suoi 2 nonni Nina e nonno Matteo, non avevano cosa mangiare né cosa vestire ed erano senza acqua e senza luce. Quando aveva 9 anni ha cominciato a lavorare nelle famiglie del paese così prendeva da mangiare per lei e i suoi fratelli. Un giorno e capitato che il suo nonno quando andò a pascolo con la sua capretta, mia nonna e andata a vedere se gli serviva aiuto e aveva visto che lui era a terra deceduto e lei comincio a piangere perché gli voleva molto bene. La sua nonna come lavoro cuciva le calze di lana e cosi donava alle famiglie del paese perché così riceveva qualcosa per vivere. All’età di 15 anni suo padre le aveva imparato a cucire e lei si era fatta dei pantaloni con dei pezzi di stoffa cuciti sopra. Nel 1943 tutta la gioventù erano chiamati alle armi sotto l’Italia perché c’era la guerra, e la mia nonna doveva lavorare nei campi perché non c’era nessuno che poteva lavorarci. Quando aveva compiuto 18 anni aveva conosciuto i Partigiani e nel 1943 comincio a lavorare con loro. Nel 1944 i Tedeschi sono venuti nel suo paese e tanta gente scappava perché avevano paura però lei era l’unica che non scappò via.
Suo padre era cacciatore e tutto quello che lui prendeva loro mangiavano e pure quello che cresceva nei campi tipo: volpe, lumache, patate, rane, asino, carne di cavallo e tutti i tipi di animali e verdura.  Loro per stirare utilizzavano un ferro da stiro che si metteva dentro il fuoco, per lavare i vestiti si utilizzava una bacinella con dentro un po’ di acqua e un pezzo di lavanda. Il giorno 8 marzo 1960 il suo caro papà è deceduto per via di malattia e lei ogni giorno chiedeva alla nonna dove fosse suo padre perché gli diceva che lavorava e non poteva tornare a casa. All’età di 19 anni aveva capito che suo padre non c’era più e lei non voleva più uscire fuori di casa. All’età di 24 anni lei scappò di casa per andare a lavorare come cuoca nella guardia popolare di Salvore, e dopo aver lavorato lì andò a lavorare nelle altre parti, e dopo aver lavorato da tutte le parti un uomo le aveva detto che doveva andare a lavorare su tutti i confini. Durante il servizio conobbe mio nonno Drago che quando lei aveva 27 anni si sposarono. A 27 anni partorì 3 bambini di cui una mori per via di malattia e dopo la sua morte mia nonna partorì il mio caro e dolce papà. I suoi bellissimi bambini si chiamano Ester di 64 anni, Valter di 58 anni e il mio caro papà di nome Dragan di 53 anni.  Mia nonna mi ha detto che diceva che lei voleva avere 5 nipotine sane e molto belle. E fu che il 26 settembre 1987 suo figlio Dragan sposò una donna di nome Ondina. Passati un po’ di mesi mia mamma partorì una bellissima bambina di nome Kristina che oggi ha 27 anni poi e nata Samanta che oggi ha 26 anni, e dopo è nata Martina che oggi ha 23 anni e poi le ultime 2 siamo state mia sorella Valentina e io di nome Erika.  

 Il suo paese era povero però erano tutti per uno e uno per tutti perché si aiutavano quando avevano bisogno. Lei andava in una bellissima scuola a Oscurus di  cui in classe erano 20 ragazze e 10 maschi. La mia nonna mi ha detto che io da bambina facevo molti dispetti a lei e ai miei genitori perché ero molto furbetta, e mi dice che oggi sono diventata una ragazza molto intelligente e molto divertente, perché sono l’unica che le fa tanta compagnia. Mia nonna fino a oggi non era malata, tranne che una volta era andata
all’ospedale e io temevo di perderla perché non esiste una donna come lei, così spiritosa, così paziente e che altro dire di una donna così. Oggi la mia cara nonnina ha la bella età di 90 anni compiuti a maggio. Mia nonna e una bellissima e carissima donna perché ancora oggi aiuta la gente di cui ha bisogno di aiuto e di cui ha bisogno di compagnia mia nonna c’è. Mi piace vedere mia nonna così sorridente e sempre così allegra, mi fa piacere che lei c’è ancora qua con noi perché così mi racconta di come ha passato la sua infanzia e cosa faceva quando era piccola. C’è solo una cosa che volevo dire a mia nonna che non sono mai riuscita a dirle ma che un giorno le dirò con tutto il cuore: ‘TI VOGLIO BENE CON IL PROFONDO DEL CUORE’.
Questo era tutto sulla vita di mia nonna e spero che vi abbia fatto piacere leggere una storia così importante, di quando la gente andava in guerra e delle cose che loro facevano e che oggi non si fanno più.

                                                               
MILI                                                                                                       
Ivan Visintin 
                                                              Classe VII  Scuola Elementare Italiana “ Edmondo De Amicis” Buie
                                                                                       Insegnante: Arlene Kauzlarić      

     I nostri nonni ne racconta

Mio nonno si chiamava Giovanni e si dedicava al commercio e all’agricoltura. E' nato a San Giovanni vicino a Portole. Commerciava prodotti agricoli, vino,cereali, olio di oliva, tabacco e sale. Aveva pure dei propri campi dove produceva grano orzo mais patate e frumento. Mio nonno possedeva boschi di pino, querce e castagno. Si dedicava al commercio di legname, ed aveva trenta operai al giorno i quali lavoravano nella sua proprietà?

Mio nonno Giovanni aveva a Portole due negozi nei quali vendeva pasta, zucchero, farina, caramelle e cioccolata e nell’ altro vendeva piatti sedie e indumenti e materiale tessile. I trenta operai che mio nonno aveva nei propri campi si dedicavano a falciare l’ erba, zappare le viti, tagliare i boschi seminare e raccogliere i frutti e altri prodotti ed inoltre mio nonno per tener alto il morale dei operai e per farli lavorare più allegramente pagava un suonatore con la fisarmonica che suonasse mentre lavoravano. Mio nonno economicamente era benestante possedeva due case una piccola e una grande. In quei tempi le famiglie erano molto numerose perché abitavano tutti assieme. Siccome abitavano nella stessa casa ognuno si dedicava ad un altro lavoro, uno si dedicava all’allevamento di bestiame, uno si dedicava ai polli, altri ai maiali e ai loro prodotti quando veniva il tempo per macellarli. Tutto si mangiava in famiglia, la nonna con il cesto delle uova in testa andava ogni quindici giorni al mercato. Mio nonno aveva due grande stalle dove teneva le pecore e durante l’ inverno le donne filavano la lana e producevano maglie e calze di lana. Con il grasso di maiale producevano sapone. Mio nonno vendeva legno di castagno e lo portava a Trieste, vendeva castagne e funghi. Oggi di tutto questo che mio nonno faceva non è rimasto più niente solo terra abbandonata, case in rovina e dei bei ricordi dei tempi che furono.

Il nonno è stato tradito dai suoi paesani come patriota comunista e partigiano e gli è stato tutto confiscato e dato alle fiamme. Prima è stato portato in carcere a Pola, poi trasferito nella risiera di San Saba a Trieste ed infine è stato deportato in Germania a Dachau dove e morto.

 

   ZOE                                                                                                      Iris Kljajić  
                                                                     Classe VI  Scuola Elementare Italiana “ Edmondo De Amicis” Buie
                                                                                         Insegnante: Arlene Kauzlarić   

     I NOSTRI VECI I NE CONTA-I NOSTRI NONNI CI RACCONTANO STORIE E MEMORIE DEL PASSATO FAMIGLIARE

Mio nonno si chiama Lucio,ha 72 anni e abita a Buie. È un tipo molto attivo e lavora molto .Adoro andare da lui perché mi piace ascoltare le storie del suo passato e come si viveva una volta. Quando mio nonno era bambino giocava molto all’aperto. Ha trascorso la sua gioventù in un periodo molto difficile,dopo la guerra del 1945. C’era la miseria,mancavano molte cose e naturalmente anche i giocattoli. Quindi i bambini dovevano inventarsi da soli i giochi. Si giocava molto all’aperto. Giocavano a nascondino, chiapparella e a caffè. Nel frattempo i loro genitori, amici e parenti si riunivano in contrada per prendere un po’ d’aria fresca e chiacchierare. In quel periodo non c’erano le televisioni e i computer, certe volte si andava al cinema e guardare i film dove i guerrieri combattevano con le spade. Il giorno dopo costruivano le spade e giocavano immedesimandosi nei personaggi. Uno dei passatempi di una volta era acchiappare gli uccelli. Mettevano la colla di vischio su un giunco e acchiappavano gli uccelli. Certi uccelli erano destinati ad essere mangiati mentre altri venivano chiusi nelle loro gabbie e si ascoltava il loro canto.
Quando gli zii arrivavano da Trieste con il giornalino ˝Tex Willer˝ i nipotini erano felicissimi e correvano a chiamare gli altri. Poi facevano un mercatino dove si scambiavano i giornalini. Quando mio nonno andava a scuola i professori erano un po’ più severi. Alcune volte se un alunno combinava un grosso guaio veniva punito severamente,anche con qualche schiaffo. Quando invece facevano i bravi venivano premiati con la lettura, da parte dell’insegnante, di alcuni capitoli del libro ˝Cuore˝. A proposito di guai, mio nonno mi raccontò,di una volta quando un alunno mise un ratto nel cassetto della cattedra dell’insegnante d’inglese. Naturalmente quando aprì il cassetto prese una grossa paura.
Durante l’intervallo tutti gli alunni andavano in piazza a Buie a giocare a calcio. Per tutti loro la piazza simboleggiava il campo da calcio. Purtroppo con il passar degli anni molti alunni e maestri lasciarono Buie per andar a cercar fortuna in altri paesi. In prima classe con mio nonno erano in 36 mentre in quarta solamente in 6. E quindi anche le scuole,dove prima c’era una in ogni paese,cominciarono a chiudere.
Dopo questo bel racconto di mio nonno di come i bambini vivevano una volta e come giocavano riesco a capire che noi dobbiamo capire che siamo molto fortunati di avere molte cose in più di quelle che avevano i nostri nonni una volta, però non dobbiamo approfittare di queste cose, perché e’ meglio andare all’aria aperta ,come andavano una volta invece che stare attaccati al computer o alla TV.

                                                                

 SQUID                                                                                                 Petra Grace Zoppolato  
                                                                        Classe VIII   Scuola Elementare Italiana “ Edmondo De Amicis” Buie

                                                                                              Insegnante: Arlene Kauzlarić      

 

STORIE E MEMORIE DEL NOSTRO PASSATO FAMIGLIARE 

Tutto cominciò nel 1965. Mia nonna e mio nonno stavano insieme. Lui faceva parte del team nazionale di ginnastica. A quei tempi era una vera e propria star. Lavorava sodo per ottenere risultati sempre migliori. Si stava preparando per le Olimpiadi. Faceva allenamento tutti i giorni al punto che ogni tanto restava perfino a dormire in palestra. Naturalmente, avendo tanti impegni, la loro relazione era un pochino complicata. Avevano paparazzi che li inseguivano e interviste sulla loro relazione che a volte diventavano imbarazzanti. In ogni caso, riuscivano sempre a trovare un po' di privacy. Di sera facevano lunghe passeggiate al chiaro di luna, e poi, la mattina mia nonna si risvegliava con un mazzo di fiori accanto al letto. Tutto era perfetto. Naturalmente, però, le cose perfette non durano mai a lungo. Infatti, facendo troppa attività fisica, mio nonno si ammalò di tubercolosi. Quando mia nonna lo venne a sapere si preoccupò molto perché a quei tempi si moriva di tubercolosi, ma fortunatamente, mio nonno aveva molti buoni amici nel campo della medicina e riuscì a permettersi le cure migliori. Mia nonna andava ogni giorno all'ospedale a trovarlo sperando in qualche miglioramento.

Un giorno il dottore arrivò in camera con un mucchio di scartoffie in mano. Era particolarmente pensieroso. Venne vicino a mio nonno e gli disse: “Senti, io sono un tuo buon amico, quindi . . . quindi mi è ancora più difficile dirti ciò che sono qui per dirti . . . ehm. . .“. Mio nonno, stupito dal comportamento dal suo amico, disse: “Dai su . . . guarda che cominci a farmi  preoccupare. Che cosa c'è di tanto urgente?”. Il dottore dopo un gran sospiro disse: “Bene, il fatto è che ho qui i risultati delle analisi . . . e in base a ciò che vedo, non sarai più in grado di fare ginnastica ai livelli che facevi fino ad ora . . . ovviamente potrai fare ginnastica per conto tuo, ma dovrai lasciare la tua carriera da sportivo.”. Mio nonno non poteva crederci. Le notizie si sparsero in fretta, e dopo qualche giorno tutti i giornali avevano reso pubblica la notizia. Quando mia nonna lo venne a sapere si sentì molto triste per mio nonno ea andò subito a trovarlo in ospedale. Lui le disse che sarebbe rimasto in ospedale per circa sei mesi.

Le infermiere  lo venivano a trovare spesso, con la speranza di conquistarlo. Mio nonno però non avrebbe lasciato mia nonna per nessuno al mondo. Lei sapeva che era l'unica per lui, ma iniziò ad essere un po' gelosa. Erano passati circa quattro mesi quando la sua gelosia raggiunse il culmine. Una mattina entrò nella camera di mio nonno e vide due infermiere che lo corteggiavano. Lui ovviamente tentò di opporsi, ma non era in grado di alzarsi dal letto. Quando vide mia nonna che iniziava a scappare, urlò: “Amore! Aspetta! Ritorna ti prego!”. Lei però si limitò a girarsi e poi se ne andò. In una sua intervista gli chiesero che piani avesse per il futuro, e lui rispose: “Ora che non posso più continuare la mia carriera da sportivo il mio desiderio più grande è sposarmi ed avere figli”. I suoi amici per quest'intervista  lo prendevano in giro sapendo che lei ormai non lo voleva più vedere. Per i due mesi successivi mia nonna non si fece più viva. Mio nonno aspettava con ansia il giorno in cui se ne sarebbe potuto andare dall'ospedale. Finalmente, dopo tanti lunghi giorni, arrivò quel giorno. Mio nonno portò le sue cose a casa e poi con un mazzo di fiori corse davanti all'appartemento di mia nonna. Bussò alla porta, e lei all'interno chiese: “ Chi è?”. Lui, ansioso, con un tono pentito disse:“ Sono io, l'uomo che ti ama e vorrebbe tanto che lo perdonassi. Quello che ti portava a far passeggiate al chiaro di luna per i parchi. Quello che ti vorrebbe tanto indietro. . . ” Mia nonna gli disse: “ Vattene!” Lui a questo rispose : “Io tentavo di oppormi a quelle infermiere . . . Se mi lasciassi entrare ti potrei spiegare tutto.”. Mia nonna era ormai convinta e disse: “Vattene via e non tornare più!”. A questo punto lui se ne andò, ma non si era di certo arreso. Infatti tornò il giorno seguente. La persuase, la pregò, ma venne respinto. Fece lo stesso ogni giorno per un anno intero e lei ogni giorno lo ignorava. 

Un giorno a mio nonno venne una nuova idea. Quella sera si mise sotto alla sua finestra ed iniziò a cantare. Sapeva di non essere dotato a cantare, ma ci provò comunque. Lei si affacciò alla finestra e sorrise. Era tanto felice che si fosse affacciata, gli mancavano quei stupendi occhi verdi. Il sorriso le si era stampato in faccia. Ad un certo punto, però, lei se ne andò dalla finestra. Lui continuò a cantare per ancora qualche secondo, ma vedendo che non si faceva più viva pensò che era arrivato il momento di arrendersi e quindi smise di cantare. Stava per andarsene, quando, di corsa arrivo mia nonna e lo abbracciò e gli disse: “ Grazie al cielo hai smesso di cantare!”.
Questa storia mi è stata raccontata da mio nonno, ma non so se mia nonna concorderebbe con tutti gli avvenimenti scritti nella storia perché immagino che anche lei abbia la sua versione dei fatti. In ogni caso, oggi sono ancora insieme ed è bello vedere che dopo 50 anni si amino ugualmente come allora.       

 

 FISARMONICA                                                                                                Paolo Biloslavo  
                                                                            Classe VI Scuola Elementare Italiana “ Edmondo De Amicis” Buie

                                                                                              Insegnante: Arlene Kauzlarić    

      

I nostri nonni ci raccontano 

Mio nonno ha settantasei anni e si chiama Romano. Vive in un piccolo paese di nome Castagna. Lui è basso, robusto, intelligente, simpatico, altruista, severo ma soprattutto un bravo nonno. Mi ha raccontato che ha vissuto con i suoi genitori,con i suoi fratelli e con sua sorella in una piccola casetta su un monte di nome Biloslavi, poi dopo aver fato il militare in Serbia, a Castagna. Quando aveva diciassette anni suo padre morì a causa di una malattia e restò da solo con sua madre, con i suoi fratelli e con sua sorella. Visto che era il figlio più grande gli toccò fare da padre e da fratello. Quella volta c’era la crisi e per mantenere la famiglia doveva lavorare molto. Non c'erano gli acquedotti e per avere l’acqua in casa bisognava prenderla con gli asini, con le mucche o la portavano le donne con un cesto sulla testa. Per lavare i panni sporchi usavano la cenere e l’acqua che prendevano dai pozzi. Questo si faceva perché non cerano tutte queste macchine che ci sono adesso, ma l’importante è che se lo faceva in amicizia e allegria. Non cerano ancora i trattori perché arrivarono appena nel millenovecentosessantadue e perciò per arare e sminuzzare la terra bisognava lavorare con gli animali. Mi ha anche raccontato che Castagna aveva:due macellerie, un fabbro, un torchio, due osterie, un negozio, un falegname e anche una bella scuola colma di bambini. A Castagna arrivavano addirittura a cinquecentocinquanta abitanti e adesso poco più di venti.
Ma non solo a Castagna in quel tempo c’erano molti abitanti, ma anche in altri paesi le case erano più abitate, arrivavano anche a dodici persone per casa. Questa grande differenza di abitanti è successa nel 1943 quando quasi tutti scapparono via a causa della guerra. A Castagna ogni sera dopo il lavoro  ognuno portava quello che voleva e si faceva una grande festa in cui c'era da mangiare e da bere per tutti e si scherzava in allegria. Quando ebbe vent'anni fu preso dai militari che lo portarono in Serbia in cui fece due anni di militare. In questo tempo che fece il militare e anche dopo cerano le jugolire in cui si viveva bene. Appena arrivarono sul mercato i trattori mio nonno ne comprò uno e cosi si facilitò i lavori. Andava lavorare in giro con il suo trattore per guadagnare qualcosa. Più tardi comprò una mietitrebbiatrice e un frantoio per lavorare la pietra. D’estate  andava in giro a lavorare con la mietitrebbiatrice a trebbiare il raccolto. Invece d’inverno andava a macinare le pietre con il frantoio per fare la ghiaia che serviva a raddrizzare le strade. Il primo automobile che arrivò in Istria credo che lo avesse lui e grazie a questo faceva da taxi a quelli che avevano bisogno di andare dal dottore, in negozio, ecc. Fece da istruttore a quelli che volevano guidare l’automobile o altri macchinari. Le comunicazioni erano difficili perché non c’erano i telefoni ma delle radio trasmittenti, soltanto più avanti arrivarono i telefoni fissi. Mio nonno mi disse che la più grande differenza che ha cambiato da quella volta a oggi è che in quel tempo si lavorava di più ma erano tutti contenti e allegri, invece oggi si lavora di meno e siamo tutti tristi e arrabbiati.

 

   DADA                                                                                                       Matea Čalić  
                                                                         Classe VI  Scuola Elementare Italiana “ Edmondo De Amicis” Buie

                                                                                            Insegnante: Arlene Kauzlarić     

      

I NOSTRI VECI NE CONTA 

Mio bisnono se ciamava Piero. El xe nato el 24 marzo 1920, tanto tanto tempo fa, eppur tutti se ricordemo de lui. La sua infanzia iera bruta perche' iera dapertutto poverta' e non iera facile trovar del cibo in un paese cosi' povero, brutto, disgraziato e affamado. Dala sua infanzia fino deso el xe restà sempre uguale, cioe' el solito, el nono Piero che tutti conosemo. Iera un omo belissimo, alto,forte con el pancion rotondo, i sui pici oci marroni e i sui cavei bianchi come la neve. Iera un omo de bon cuor, regalava sempre, ghe piaseva star in compania e amava all'eterno la sua famiglia e per questo spetava ogni domenica quando tutta la famiglia se riuniva. El gaveva tre fie e viveva la pension con sua moie in una casa vecia, picia e cocola. Drio la casa el gaveva le galine e andava sempre cior ovi. El gaveva anche un vigneto dove ghe piaseva lavorar e far el vin e anche un orto grando dove ghe cresceva tante verdure e ghe ne gaveva cusi' tante che ghe le regalava ai visini de casa perché iera un omo bravo che sempre lavorava, sia in orto che al lavor.
 El lavorava tutta la vita in una azienda agricola a Umago.
Mio bisnono non gaveva l'auto per andar lavorar, per questo andava con el suo miglior amico Giovanin. Lori due ga pasado tantissime avventure insieme. Piu' amici de lori due non se podeva eser: i se giogava sempre insieme, i ga frequentado le elementari insieme e qualche volta i andava con i amici in un bar giogar carte e bever qualcosa. Mio bisnono iera sai vivace e allegro, pero' el iera quasi sempre sfortuna' e povero, perché de ragazzin el iera andado nel esercito italiano per combatter una brutissima guerra. In quela guera el podeva morir, là el ga rischiado la vita e el xe stado anche prigionier dei inglesi in una prigion brutisima dove iera altra gente povera. El ga vissudo una infanzia bruta piena de sfortune, pero' el gaveva una fortuna, el gaveva la fortuna de gaver una famiglia che ghe vol ben, le fie che e la moie che le iera sempre la vicin de lui, i nipoti e i pronipoti che lo ricorda. El iera un esempio per la famiglia e tutti ghe piaseva star in sua compania.Tutti ghe voleva ben, pero' disgraziatamente el 7 dicembre 1993 el xe morto. Quella data tutti pianseva e i iera tristissmi perche' x

e morto un omo importante per noi. Due mesi dopo che xe morto mio bisnono xe nato un suo pronipote che se ciama proprio come lui.
Mi son anche una sua pronipote e deso son qua che scrivo la vita meravigliosa del mio fantastico bisnono,
anche se non lo go mai conosu.

                                                             

 

RMZ250                                                                               Pierre Giovanni Bibalo   
                                                        Classe VIII Scuola Elementare Italiana “ Edmondo De Amicis” Buie

                                                                                       Insegnante: Arlene Kauzlarić     

 

           I NOSTRI VECI NE CONTA 

No me ricordo la data e nanche el giorno ma so che gera l'anno 1914. Mio biznono Piero el ze entrà in tel ezercito talian, el combateva sui fronti dela Carnia e del Friuli Venezia Giulia. Lui povero omo de Baredin nul saveva e nol capiva per cos chel devi combater pero' el gera ciama' ale armi a ezeguir i ordini dei uficiai. In quei 4 anni de combatimento i lu spostava sul fronte de qua' e de la' finke noi lo ga capà e imprigonà i nemici. El ze sta porta' per lavori forzai in Rusia, piu' de precizo a Odesa (ogi Ukraina). El gera sotomeso a una familia ke gaveva un mulin dove kel lavorava come muniaio. Per 5 lunghi anni el lavorava tute le giornade 16 ore... Ste giornade le gera sai dure, carigar saki, scarigar saki, mazinar el gran e tender tuti i makinari che nui se fermi. Con tuta la fadiga kel faceva Piero gera contento perke' el padron lo tratava ben. Cusì giorno per giorno, meze per meze ga pasà ben  5 anni e lui gaveva sconta' la sua prigionia. Stado liberado el se ga incuntrà con un altro prigionier de Tolmin e insieme i ga fato el pian per tornar caza. In kuei anni gera solo miseria e poverta', nanka auti o curiere per tornar a caza, niente nu gera. Una bela matina i ga parti' apie del Ukraina verso l' Istria. A giorni i caminava e dormiva per le cunete, si ge capitava anka de qualke familia rica, ke per dormir li faceva lavurar, i spacava legne, i ge netava el cortil e tante altre robe... In Romania per 3 ziorni li ga ospitai un campo de zingani, la solo i magnava e dormiva dela stancheza. Dopo kei se ga un poco tira' su i ga continua' el viagio oltra i teritori del ex Jugoslavija. Dopo 3 mezi pasai patindo fame, sede, temporai e tanta soferenza i ze rivai fina Fiume de dove ogni dun ze anda' per la sua. Quel altro ze nada' in su verso Tolmin, invece mio biznono pur gaver riva' pasar el monte Magior el ga tirà su tute le forze per tornar in Baredin... Quela matina kel ze viniu el se ga presenta' sula porta de casa batendola 3 volte... Quando lo ga visto su mare la ga dito, Piero,fio mio, ti son vivo! Dela cuntenteza e del emozion la ze cascada in svenimento.
 Tute ste robe ke ge ga toca' mio biznono Piero ze solo un esempio de quanto una persona pul eser forte e coragiosa per tornar dela sua familia e in tela sua tera nativa.

  
DO I WANNA KNOW                                                                        
Iva Biondić  
                                                               Classe VIII
Scuola Elementare Italiana “ Edmondo De Amicis” Buie                                                      
                                                                                               Insegnante: Arlene Kauzlarić                                                                         

Una fotografia in un cassetto  

Tutto iniziò come una normalissima mattinata di sabato, solo che quel sabato mia madre gridò dal altra parte della casa: “Pulizie primaveriliiii, prima cominci a riordinare e meglio è!”.
Spensi la televisione e mi alzai pigramente dal divano, avviandomi verso la mia stanza. Scelsi di cominciare a riordinare dal posto più piccolo e semplice: un cassetto. Dopo averlo aperto, osservai attentamente cosa c’era al suo interno: quaderni vecchi di quando frequentavo la prima classe, mini giocattoli, cianfrusaglie varie, ma solo un oggetto aveva attirato la mia attenzione: una fotografia. Allungai la mano e presi delicatamente la foto come se fosse un oggetto antico e prezioso. La foto non sembrava antichissima, ma aveva sicuramente una decina d’anni ed era un po' ingiallita. Era una foto che ritraeva me e le mie compagne di classe di oggi. Non era una foto speciale tipo una gita, era un’ abitudinaria foto d’asilo. Io e le mie amiche ci divertivamo dietro la mini cucina di plastica fingendo di essere delle esperte cuoche. Osservando questa foto mi venne una nostalgia improvvisa, e le lacrime di gioia iniziarono a colmare i miei occhi e scendere per le mie guance già umide, anche se sul mio viso era stampato un sorriso enorme. Pensando a quei giorni spensierati mi avviai verso il mio letto distendendomi e avendo tra le mani la fotografia. Guardai attentamente la foto concentrandomi specialmente sulla piccola cucina in plastica azzurra e rossa. Pensai a quando avevo l’età di cinque anni e dicevo sempre: “ Voglio crescere e andare a scuola!” mentre adesso rimpiango quei giorni d’asilo. Pensai a quante avventure passai con le mie amiche, a quanto abbiamo riso, pianto e bisticciato assieme.
All’improvviso mia madre sbucò sulla porta facendomi prendere spavento e disse allegramente:” Dai, muoviti che la stanza non si pulisce da sola!”. Mi alzai lentamente ridendo e pensando che i ricordi vanno conservati e apprezzati e mai rimpianti. Così facendo, presi la foto e la incorniciai pensando che ogni volta che lo sguardo cadrà sulla foto, sorriderò.

 

KATY                                                                                                 Katia Makovac  
                                                                 Classe VIII Scuola Elementare Italiana “ Edmondo De Amicis” Buie

                                                                                             Insegnante: Arlene Kauzlarić     

 

           Una fotografia in un cassetto

Un giorno trovai una vecchia fotografia. La trovai in un cassetto. Mostrava una bella signora.Fin da subito fui curiosa e chiesi a mia nonna Silvana di parlarmi di questa donna.
Mi ha detto che la persona nella foto era sua madre. A quel punto incomincio` a raccontarmi un po'della sua vita. Inanzitutto si chiamava Giuseppina,
era nata il 14 ottobre 1914 e viveva nelle vicinanze di Grisignana. A 14 anni aveva gia` perso la madre e viveva assieme a suo zio, suo padre, sua sorella minore e con i suoi 2 fratelli. Fin da piccola cucinava, puliva gli indumenti, portava il pranzo ai lavoratori in campagna e svolgeva tutte le altre faccende domestiche. Quasi ogni giorno percorreva circa 3-4 chilometri per fare la spesa o per andare a prendere l'acqua potabile dalle sorgenti. All' eta` di 25 anni si sposo` con Giovanni e piu tardi, nel 1940 e nel 1945 nacquero 2 bambine che oggi hanno piu di 70 anni e che in pratica sarebbero mia nonna e mia zia.
Durante la seconda Guerra mondiale andarono in guerra i suoi 2 fratelli che non ritornarono mai più. Si aveva una grande paura dei tedeschi che andavano da casa in casa a prendersi tutto cio` che volevano. Sono andati anche da lei, Giuseppina, e mia nonna Silvana quel tempo ancora piccola piangeva dalla paura. Le hanno puntato contro il fucile ma senza sparare, si sono presi via una mucca di quelle misere due che avevano. Nel 1980 diventa vedova e pochi anni dopo, esattamente nel 1988 all' eta` di 74 anni Giuseppina muore. Oggi mia nonna mi ha raccontato di una donna che ha vissuto la sua vita felicemente anche se purtoppo ha perso la  madre in un periodo in cui era ancora una bambina, ed è per questo che i miei pensieri mi portano a pensare che era una persona forte e con tanta voglia di vivere anche se quella volta non era davvero facile.
Alla fine, posso dire che mi sarebbe piaciuto conoscerla e passare almeno un paio d'ore con lei per scoprire la sua personalità e la sua
simpatia.

 

 

 SIMON J.                                                                                  Kevin Simone Visintin
                                                                  Classe VI Scuola Elementare Italiana “ Edmondo De Amicis” Buie

                                                                                          Insegnante: Arlene Kauzlarić  

I nostri nonni ci raccontano 

Mia nonna abita a S. Lorenzo, un piccolo paese vicino al mare. Spesso vado a trovarla, e a volte mi fanno dormire da lei. In quei giorni lei mi racconta della sua infanzia e di come si viveva in quei tempi. Proviene da una famiglia numerosa. I suoi genitori erano contadini. Nella casa dove viveva da piccola non c'era né luce né acqua. Il cibo se lo procuravano lavorando il campo, pescando e dagli animali che possedevano. Non c'era né la radio né la tv, come neppure il telefono. A scuola si andava a piedi perché non avevano neppure la bicicletta. Giocattoli ce n'erano pochi, ma nonostante questo si giocava sempre con gli altri ragazzi. A me piace quando la mia nonna ci racconta tutte queste cose, perché così posso capire come si viveva in quel tempo non molto lontano.

                          

ENRICO                                                                                                Erik Valentić  
                                                                          Classe VI Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Umago

                                                                                             Insegnante: Cristina Sodomaco

I miei nonni mi raccontano 

Un giorno sono andato dalla nonna. Eravamo davanti al camino dove il fuoco ardeva. Mia nonna mi chiese se volevo ascoltare una storia. Io le risposi di sì, così cominciò il suo toccante racconto. Mi riportò indietro nel tempo, all'epoca in cui lei era ragazza e si alzava ogni mattina circa alle due per andare a fare i lavori in campagna. Andava nell'orto a zappare con i fratelli e le sorelle finché il fratello piu vecchio comandava. Quando tornavano a casa andava con sua mamma a raccogliere la legna nel bosco. Dopo si portavano al pascolo i tacchini e le mucche. La nonna mi ha raccontato che tante volte doveva correre dietro al tacchino che voleva scappare. Il tacchino era veloce, ma lei ce la faceva sempre a prenderlo. In primavera seminavano il frumento, potavano le viti, gli olivi, il fieno, ecc. Il papà tagliava l'erba che diventava fieno, i figli e le figlie dividevano la paglia dal fieno e quando si finiva si lavavano in mare perché erano pieni di polvere. Erano tutti felici!

In autunno si raccoglieva l'uva per fare il vino. Si raccoglievano anche i funghi e in primavera i  “sparosi“. Con gli asparagi e i funghi si cenava benissimo. Quando si rientrava dai lavori si pranzava e via tutti a scuola. Andavano a scuola anche di sabato e ci andavano con le scarpe di “straza“ che con la pioggia si rompevano. La scuola a quei tempi era il pomeriggio e tornavano tardi a casa. Quando tornavano a casa si cenava e ogni tanto si riunivano i bambini del paese per giocare a nascondino. A volte fino a mezzanotte o all'una. Durante i fine settimana si andava al mare non per fare il bagno ma per pescare, racogliere le “naridole“, “gransipori“ e se si trovavano anche le seppie. Con tutti gli ingredienti si faceva la pastasciutta con il brodetto. Tutto quello che si cucinava, era o nel forno davanti a casa, oppure sul focolare. Quando il loro abbigliamento si sporcava le sorelle lo lavavano a mano: si andava fino alla sorgente più vicina per prendere l'acqua, poi si scaldava e si metteva tutto dentro a lavare. Il papà vendeva la legna. La portava con l'asino. Con i soldi ricevuti comprava il sale e lo zucchero che erano l'unica cosa che si comprava.
Facevano proprio di tutto e ne hanno passate delle belle, ma anche delle brutte!

 

 UMAGO                                                                                           Karlo Burić 
                                                               Classe VIII Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Umago

                                                                                        Insegnante: Cristina Sodomaco

I miei nonni mi raccontano

Sicuramente vi ricordate che alcuni vostri amici vi raccontavano sempre come i loro nonni giocavano e avevano una bella infanzia, ma i miei nonni però non la avevano perché lavoravano sempre neI campi  o aiutavano le propie famiglie. Adesso  vi vorrei presentare i miei due nonni, i loro nomi sono: la nonna Palmira Radmanović, cognome da nubile Šorgo, nata a Školfi Portole (Buiese superiore) il 27-06-1948, mentre mio nonno si chiama Dušan Radmanović, nato a Gornje Biljane - Benkovac vicino a Zara il 23-03-1939. Dopo averli presentati vorrei parlare un po' di entrambi. Per prima vorrei parlare di mio nonno Dušan. Lui di origini dalmate,viveva in una povertà assoluta; difficile da capire ai nostri giorni.
La loro famiglia era composta da 4 fratelli e 3 sorelle, la mamma Sava e il papà Špiridone. In  totale  erano in 7 più i genitori e vivevano in pessime codizioni. Mio nonno mi raccontò che quando morì padre Špiridone, dopo 3 mesi se ne andò anche sua madre di dispiacere.
Vi ho parlato poco di mio nonno perché ho ricevuto pochissime informazioni, ma della nonna ne  ho ricevute moltissime e mi soffermerò a parlarne. Mia nonna è nata a Škofi che è un villaggio vicino al comune  di Portole nel buiese superiore. La famiglia di mia nonna era composta da mio nonno Jakov (ma noi lo chiamavamo Giacomo perché ha cambiato il nome durante la II Guerra Mondiale). È nato il 22-09-1913. La mia bisnonna si chiama Ruža (Rosa), cognome da nubile Sorgo,
sposata Šorgo,nata a Škofi il 04-08-1920. Mia nonna aveva anche due sorelle, la più vecchia si chiama Gina nata a Škofi il 11-02-1940 e la più giovane  si chiama Marijela nata a Škofi 05-09-1959.

La vita di mia nonna era molto povera perché a quell' epoca la povertà  era come  una malattia che si diffondeva. Mia nonna non giocava molto anche perché non c'erano giocattoli: il gioco più conosciuto era quello di aiutare i genitori a casa  o nei campi e ciò dipendeva dalle stagioni
La casa di mia nonna era diroccata a causa degli anni. Mio bisnonno Giacomo per questo comprò un' altro casa che ancora oggi è intatta. Mentre parlavo con la nonna mi raccontò che all'epoca l'acqua si traportava  sugli asini con l'aiuto dei secchi chimati “brente„ che venivano appoggiati sulla schiena dell'asino. I cibi che mia nonna consumava erano molto poveri.
Per colazione si mangiava il brodo brostolato, per pranzo c'era minestra di mais, iota, brodo con osssa di maile e pochissime volte c'era anche polenta con salsicce. Per cena c'erano solo patate lesse e radicchio in insalata. La scuola era molto distante, circa 7 chilometri e le strade non erano asfaltate. 
 Alla fine  vi vorrei dire che i nostri nonni  si sono sacrificati, hanno sudato e pianto solo per darci un bel e sereno futuro.       

 

DANCER                                                                                                 Chiara Anić 
                                                                      Classe VI Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Umago

                                                                                             Insegnante: Cristina Sodomaco

 

I miei nonni mi raccontano

Voglio raccontarvi un po' della mia famiglia che è composta da mia mamma, mio papá, mio fratello e me, gli altri componeti non meno importanti sono i miei nonni. Nonna Sonja e nonno Sergio sono i miei nonni materni, e nonno Vito il mio nonno paterno. Ci sono anche le mie due bisnonne Marie, e si, proprio così, tutte e due Maria. Noi le chiamiamo nonna Maria de Umago e nonna Maria de Petrovia. Mi piace andare da loro perché mi cucinano molte buone cose e spesso mi raccontano com'era la loro vita alla mia etá. Per esempio nonna Maria de Umago mi dice sempre : „Cosa te fasi sempre sul quel telefonin.“ E io le dico : „ Nonna me xiogo.“ Allora nonna comincia a raccontarmi che quando lei era piccola non avevano né telefoni né telefonini, ma neanche altri giocattoli; mi racconta che loro si costruivano i giocattoli e inventavano i giochi. Le bambole le costruivano con gli stracci e anche i palloni, ma la cosa che mi colpisce così tanto è quando mi racconta che da Morino andava a scuola a piedi fino a Umago e certi bambini non avevano nemmeno le scarpe.

Anche nonna Maria de Petrovia mi racconta che nella casa dove lei oggi vive da sola vivevano in sedici e dovevano dividersi proprio tutto, e si aiutavano a vicenda. Lei era la piú vecchia, doveva badare ai bambini piú piccoli e faceva sempre compagnia alla nonna. Certo la loro vita non era facile come la nostra oggi e anche se era così dura e impegnativa le mie nonne la raccontano sempre con tanta serenità. Forse noi oggi, avendo tante cose in piú, non dovremo lamentarci tanto e accontentarci delle piccole cose come facevano loro.
Voglio molto bene alle mie bisnonne e sono felice di averle conosciute e di poter stare in loro compagnia.

 

  NEYMAR JR 1                                                                                   Timothy Lakošeljac  
                                                                            Classe V 
Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Umago

                                                                                                Insegnante: Cristina Sodomaco


I nonni raccontano

Un giorno andai da mia nonna che si chiama Silva. Le domandai se mi potesse raccontare una storia o un avvenimento importante della nostra famiglia. Lei iniziò a raccontarmi di mia zia Vittoria, alla quale, durante la seconda guerra mondiale, i partigiani chiesero se potesse far loro da corriere. Mia zia Vittoria aveva  sedici anni. Era una bellissima ragazza, aveva un bellissimo viso con dei capelli castani e degli occhi verdi. Tutto cominciò così: era l ‘inizio della seconda guerra mondiale.I nazisti erano pronti per cercare di conquistare il mondo. Mia zia viveva a Stridone. Un giorno i partigiani erano venuti a domandarle se potesse fare loro da corriere e lei rispose di sì. Lei aveva paura per la propria vita e la cosa che la terrorizzava era di non rivedere mai più il suo innamorato che si chiamava Stanko che aveva gli stessi suoi anni ed ogni volta lui veniva a trovarla in groppa di un bellissimo cavallo bianco .

Un giorno i tedeschi giravano per i campi e la colsero sul fatto mentre dava delle lettere ad un partigiano. La catturarono e la misero su un treno. In treno fece amicizia con una bambina chiamata Maria e quest’ultima disse che quel treno era diretto ad Auschwitz . Mia zia appena arrivata tremava dalla paura .Le venne stampato con il fuoco il numero della persona. Dopo essere entrata l ‘avevano messa a testa in giù su una trave e la picchiarono .Mia zia stette lì per ben due anni. Oramai tutte le donne che si trovavano con lei erano morte, tranne lei, che resistette. Un tedesco fortunatamente si accorse che lei era viva e la nascose sotto i corpi delle persone decedute. Dopo un po’ arrivò un treno ed il tedesco la caricò di nascosto. Il treno portava a Trieste, dove l’ aspettavano mio zio Stanko e il padre di mia zia. Mio zio Stanko la riconobbe anche se lei era enormemente cambiata e portava addosso i segni di quella terribile tortura. Prima di arrivare ad Auschwitz pesava sessanta chili ed in quel momento ne aveva trentacinque. Zia Vittoria si sposò con zio Stanko. Ebbero quattro figli ed andarono a vivere in Francia.
Questo racconto lo dedico al ricordo di mia zia Vittoria e a tutte quelle persone che hanno sofferto e che sono decedute nell’ inferno di Auschwitz.

 

  MUSICA                                                                                                   Romina Miloš  
                                                                           Classe VII Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Umago

                                                                                                 Insegnante: Cristina Sodomaco

 

I NONNI RACCONTANO... 

Mia nonna si chiamava Elena. Le volevo un mondo di bene ed aveva sempre delle storie da raccontare. Era sabato pomeriggio e mi annoiavo molto, ma la nonna mi disse: "Andemo fora, xe un bel tempo, te contaro' cosa me xe successo tanto tempo fa".

Davanti alla casa abbiamo un tavolo in pietra e ci siamo sedute. Mia nonna cominciò  il suo racconto: "Una sera ierimo mi e mio fradel in casa, lavaimo le scodele e i piatti. Iera tutto silenzioso, ma el silenzio non ga durà tanto. Qualche  dun ga butà una piera su de una finestra. Mi piena de paura go domandà chi che xe. Iera i tedeschi. I ga rotto la finestra e i xe vignudi in casa. Mio fradel i lo ga batù fina a sangue e i lo ga portà via e nissun de quel giorno ga più sentì niente de lui... E cusì me resta solo el ricordo del mio povero fradel e niente più...“ Ascoltando mia nonna ho capito quanto soffriva. Il 22 febbraio del 2012 mia nonna è passata a miglior vita e lasciò tra noi un grande dolore e mille riflessioni e pensieri. Mi dispiace molto di non averla ascoltata molto di più, ma poi è stata colta dalla malattia e la memoria la tradiva. Ogni giorno, quando mi siedo al tavolo di pietra mi ricordo di lei, della sua misera vita e del suo sorriso, sempre presente. Resterà per sempre nel mio cuore. Nonna ti voglio molto bene !!!!!

 
SEGHETTO  
                                                                                        Domenik Rabak
                                                                           Classe V Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Umago                                                     
                                                                                                  Insegnante: Cristina Sodomaco

I nonni raccontano

Io vivo in un paese che si chiama Seghetto dove i nonni raccontano che in un grande palazzo vivevano i conti De Franceschi. Erano tre fratelli, uno dottore e gli altri due proprietari di un' azienda agricola. Attorno al palazzo c' era un grande recinto di mura con un grande portone ( lì dove adesso aspettiamo l' autobus), per non far entrare i bambini nella proprietà. Il dottore veniva anche chiamato “Il medico dei poveri“ perché accorreva anche se non avevano soldi per pagarlo. Gli altri due possedevano enormi campi e boschi. Loro coltivavano grano, mais, furmento e una grande piantagione di mandorle. Sulle more coltivavano i bachi da seta. Dal portone di Seghetto fino a Rosazzo  c' erano piantati uno dietro l'altro due mandorli, una mora, due mandorli, una mora....La famiglia possedeva una ricca biblioteca e una cappella privata. Fino al 1941 suonava a Seghetto la banda d' Ottoni, suonava a tutte le manifestazioni patriottiche. Vicino  a casa mia c' era un torchio dove si faceva  l' olio d' oliva. I contadini portavano  le olive in grandi macine di pietra, poi il  grano d' oliva  veniva messo in grandi sacchi e veniva pressato in una grande pressa di cinquanta brt, mentre gli operai versavano acqua bollente. L'acqua e l'olio andavano in una vasca e siccome l'olio è piú leggero rimaneva in superfice. L'olio veniva messo in grandi botti e veniva filtrato , così si otteneva l' olio. I lavoratori erano per la maggior parte contadini e venivano pagati con mais, olio, grano, vino e ottanta lire, dicevano che era una buona paga a quei tempi. Molte case di Seghetto erano destinate ai dipendenti, e ai servi molte erano stalle e magazzini. La casa a sinistra del palazzo era una rimessa per gli attrezzi e le carrozze e davanti c'era un grande lago. Una cosa molto buffa e` che quando i De Franceschi se ne sono andati i bambini usavano la „scrila“ come scivolo anche se non è dritta e scivolosa, ma a loro non importava ed era destinata a una lapide da cimitero.

Um giorno d' estate,  mentre noi bambini coi genitori  decoravamo e pitturavamo la sala da noi chiamata „Sala  per le feste Seghetto“  è venuta nonna Basilia, che è la nonna piú vecchia del paese, ed è rimasta sorpresa  perché  ci ha raccontato che una volta era un enorme magazzino e invece adesso è una sala con muri azzurri con nuvole e un grande Sole come decorazione. Io vorrei leggere  i libri della biblioteca dei De  Franceschi, ma purtroppo sono stati portati a Fume.  Forse quando sarò piú grande ne avro` la possibilita`.

 

CORONICA                                                                                           Serena Coronica 
                                                                           Classe V Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Umago

                                                                                                  Insegnante: Cristina Sodomaco

 

“ I nostri noni ne conta “
Tanta fadiga per pochi soldi 

La matina se se sveiava torno le 4, 4 e mesa, se beveva zicoria, orzo o brodo brostola’ . I fioi i se sveiava piu’ tardi e la nona li preparava per andar scola. La nona la iera la casalinga e la portava de magnar in campo, la ghe dava de magnar ale bestie, la spetava i nipoti che i vegni de scola. Dopo 4 ore de fadiga in campo se faseva un picio riposin e se magnava qualcosa de piu’ concreto. Anche dopopranzo ( torno mezogiorno ) se faseva un picio riposin in tel qual se magnava e dormiva soto la pianta fina le due, due e meza. Se lavorava finche il sol no tramontava. Intanto i fioi i tornava de scola, i pranzava e dopo i podeva scielzer o arar in campo, o pascolar le armente. Al nono el dizeva sempre “ Quando el sol va in tel mar voi dove’ tornar casa “. La lezion se faseva la sera prima e dopo cena. Se cenava in compania la sera in una picia cusina de pochi metri ogni sera. Se iera in sie sete de lori. Co se mazava el porco o quando iera qualche festa se saveva eser anche in tredize, quatordize de lori.

L' igene la iera pessima:  no se se lavava i denti, no se se lavava le man, se portava le mudante le done oto giorni e i omini quindize. E pur se ze restadi vivi! Per ciapar poche lire quando vigniva turisti, tuti, noni, genitori e fii i dormiva in sofita e i se coverzeva coi capoti. Ghe go domanda’ a mia nona “Ciapaivo bastanza soldi? “ E ela la me rispondi solo “ magari “ solo per no ricordarse cosa che la ga pasa’ .Ogi se se domanda “Come mai una volta se iera piu’ contenti con poco come ogi che se ga tuto”??? 

 
MILKA  
                                                                                    Caterina Napoletano  
                                                             Classe VI  Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Umago
                                                                                       Insegnante: Cristina Sodomaco

I  miei nonni mi raccontano

Umago è una bellissima cittadina situata sul mare. Nei secoli la popolazione si occupava di pesce e la gente lavorava la terra. Dai racconti di mia nonna che viveva a Cipiani, un paesino non lontano da Umago, ho scoperto che sua madre da ragazza lavorava nella fabbrica per la lavorazione del pesce chiamata ˝Arrigoni˝ che si trovava in riva di Umago. In quel periodo l’Istria faceva parte dello Stato italiano. La fabbrica  ˝Arrigoni ˝ voleva dire molto per Umago perché tutte le donne trovavano lavoro così le famiglie  avevano un reddito sicuro. La fabbrica "Arrigoni" viene fondata  da  Pietro Manzutto nel 1912 .La fabbrica aveva più di cinquecento  lavoratrici che venivano da tutti i paesini nei dintorni di Umago. La fabbrica "Arrigoni" si occupava  della conservazione  del pesce e delle verdure. La fabbrica continua così fino al 1953. Mia bisnonna e tutte le operaie  si svegliavano  presto al mattino per andare a piedi, in bicicletta e più tardi col camion a lavoro, e altrettanto facevano al ritorno. Alla domenica, quando uscivano di casa, avevano sempre l'odore di pesce  addosso ed era un grosso problema toglierselo. In quel periodo le abitazioni non avevano il bagno in casa e non si poteva lavare  via  l'odore  del pesce. Quando le donne tornavano a casa si toglievano subito i vestiti con cui lavoravano e li mettevano ad arieggiare fuori dalla finestre per tutta la notte in modo che vada un po’ via  l'odore. Adesso la fabbrica non  esiste più perché  è stata sostituita.  Al suo posto troviamo la fabbrica per la lavorazione del pomodoro  che  tutti conoscono come " Podravka".  La  fabbrica " Podravka" si trova sempre lì dove stava la fabbrica "Arrigoni", cioè in  riva al mare.

 

 BARCELONA                                                                                 Gabriel Nadal
                                                                     Classe V Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Umago

                                                                                             Insegnante: Cristina Sodomaco

  I nostri  nonni  ci  raccontano (Le  maschere  di  una  volta )

Cinquanta  anni  fa,  quando  mia  nonna  era  piccola, ogni  paese  in  Istria  aveva  le  proprie  maschere. La  gente, anche  se  era  povera, si  divertiva  e  tutti  erano  contenti. I  vestiti  si  preparavano  mesi  prima. Si  lavorava  insieme  in  compagnia. Si  mascheravano  soltanto  i  maschi. Le  maschere  erano  formate  da: musicisti, dottore, spazzacamino, altre  maschere  ed  un  uomo  che  raccoglieva  le  uova  e  le  metteva  nel  grande  cesto. Un  uomo  che  veniva  chiamato: „Carnevale“  guidava  tutte  le  maschere. Tutti  andavano  insieme  per  le  case  cantando  e  ballando. I  padroni  delle  case  li  aspettavano  con  le  frittole, i  crostuli, il  vino  e  la  grappa. Alle  maschere  si  dava  sempre  qualcosa: le  uova  e  le  salsicce. Ogni  giorno  le  maschere  cambiavano  paese  e  duravano  tre  giorni. L' ultima  sera  tutta  la  gente  del  paese  ballava  e  cantava. Qualche  giorno dopo, con  quello  che  avevano  raccolto, facevano  una  grande  festa: con  il  vino, con  le  uova  e  salsicce. Il  mercoledì  si  bruciava  il  Carnevale  fatto  di  paglia.

Mi  è  piaciuta  la  storia  che  mi  ha  raccontato  la  nonna  e  spero  che  questa  bellissima  tradizione  si  tramandi  avanti.

 

  MILAN                                                                                             Salvatore Napoletano  
                                                                           Classe VIII Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Umago

                                                                                                    Insegnante: Cristina Sodomaco

Un avvenimento importante  

Pensando ad un avvenimento importante ci viene subito in mente un compleanno, un matrimonio, una cresima, una vittoria sportiva, ecc... Non sapendo quale avvenimento importante descrivere ho deciso di chiedere a mia nonna qual è  stato l'avvenimento più importante per lei nella sua infanzia. Lei mi rispose che quando era piccola viveva in campagna e che la raccolta del grano a quei tempi era un avvenimento importante per lei e la sua famiglia, ma anche per tutti i contadini. Ogni anno a metà luglio si cominciava a mettersi d'accordo con le altre famiglie su come ci si aiuterà, chi farà la mietitura per primo, come prestarsi i sacchi perché ne servivano tanti siccome ogni famiglia non ne aveva abbastanza,chi preparerà le merende, il pranzo e la cena.
Poi arrivò un anno molto importante per le famiglie contadine sia di quel tempo, ma anche per le generazioni future. Io l'ho soprannominato "l'entrata della tecnologia nella vita dei contadini". La cooperativa agricola di Matterada acquistò la prima mietitrebbiatrice. Non si parlava d'altro tra i contadini di tutto il paese e dintorni, increduli al racconto che tutto il lavoro che veniva svolto da 12 persone ora verrà svolto solo da una macchina e da 3 persone.
Quando fu testata per la prima volta in una campagna, la gente accorse numerosa ad assistere a quel avvenimento che per tanti sembrava un miracolo. Da quel giorno l'uomo nella raccolta del grano è inutile, serve solo a trasportare il grano dalla campagna alla cantina. È stato un grande sollievo per le casalinghe perché  erano molto indaffarate.

Ecco cosa secondo mia nonna è un avvenimento importante e indimenticabile e io sono d'accordo.

 

 CUZZI                                                                                                         Erik Kozlović  
                                                                            Classe V Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Umago

                                                                                                   Insegnante: Cristina Sodomaco

Una foto in cassetto

Un giorno cercavo del matreiale per una ricerca e in un cassetto trovai una foto che mi colpii molto. La foto ritraeva un anziano con in braccio un neonato davanti a una casa. Andai da mio nonno per capire di chi si trattava e per capire quando venne scattata la foto. Mio nonno mi disse che l'anziano era il mio bisnonno, ma chi fosse il neonato era ancora un mistero percio' andammo per tutto il paese alla ricerca di qualcuno che sappia di chi fosse quel neonato. Stavamo per arrenderci quando tornò a casa mia nonna che mi disse che quella neonata era la signora Graziella che quest'anno è giunta a  sessantadue anni così ho capito che la foto è stata scattata circa sessant' anni fa'. Mio nonno mi disse inoltre che la foto è stata scattata per il primo compleanno della signora Graziella e con questo si spiega il bicchiere di vino nella mano del mio bisnonno. Ho pensato a lungo al momento in cui e' stata scattata la foto, al luogo che mi risultava famigliare, ma non capivo in che parte di Seghetto si trovasse e mio nonno ni disse che adesso, dove sulla foto c'era il cielo, ora ci sono solo  pietra e malta. Questa foto mi ha riportato al passato e per una volta sono felice di dover fare una ricerca per la scuola.

 

 PALLONE                                                                                                      Filip Paljuh  
                                                                              Classe VIII Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Umago

                                                                                                      Insegnante: Cristina Sodomaco

 

Una fotografia in un cassetto

Pochi anni fa, quando avevo 11 anni, stavo rovistando nei vari cassetti della nonna come un cucciolo di lupo in cerca di cibo. In un cassetto trovai delle foto in bianco e nero che raffiguravano dei carri armati avvolti da una coperta di neve, delle persone in uniforme militare e qualche casa.Poi vidi un volto un po' familiare; quel volto fece affiorare nella mia mente delle immagini; immagini sfocate, poco chiare. Allora decisi di prendere tutte le foto e portarle a mia madre che stava cucinando. Chiesi a lei se conosceva il volto di quella persona raffigurata nella foto; lei mi rispose che era mio nonno Mario (oggi defunto). In quel momento tutte le immagini sfocate che avevo nella mente diventarono ad un tratto chiare, limpide come l'acqua più pura. Chiesi a mia madre se mi potesse parlare di più di mio nonno, e lei cominciò a raccontare. Mi raccontò che nonno Mario passava la maggior parte del suo tempo libero a farmi divertire con semplici ritornelli, mi portava sempre sul trattore quando andavamo a lavorare la terra o a prendere il raccolto. Mi aveva fatto imparare la canzone “Bandiera Rossa„ e mi dava ogni tanto un lecca lecca. In poche parole, mio nonno era la colonna portante della mia infanzia, ed ora credo che il mio nonno Mario sia il mio angelo custode. Mi manca molto!

 

AC/DIC TNT                                                                                   Leonardo Pozzecco 
                                                                    Classe V Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Umago

                                                                                             Insegnante: Cristina Sodomaco

UNA FOTO IN UN CASSETTO

Un giorno, durante il weekend, ero dalle nonne. Era una giornata di pioggia e mi stavo annoiando, così ho preso un album pieno di foto e ne ho vista una con dietro scritto "Valentina e Fulvio". Era di mia mamma e Fulvio Tomizza e nella foto c'era lei da piccola seduta sulle sue ginocchia e si divertiva a inzuppare il pane nel suo bicchiere di vino. Incuriosito, ho chiesto alla nonna di raccontarmi come era Fulvio come persona e come era entrato a fare parte della loro famiglia e mi racconto' che come persona era bravo e simpatico e che era un amico di infanzia di mio bisnonno e poi e' diventato testimone di nozze dei miei nonni e padrino di battesimo di mia mamma. Cercando ho trovato altre foto di Fulvio e ho fatto alla nonna mille domande e lei ha sempre risposto. Mi ha raccontato che era una persona semplice, che amava i cibi fatti in casa e in particolare gli gnocchi e il pane fatto in casa, lavorava la campagna e gli piaceva scrivere da solo nella sua casa vicino Matterada. Poi mamma e' venuta a prendermi per andare a casa e durante il viaggio ho fatto molte domande anche a lei. Le ho chiesto di raccontarmi di quella fotografia, di raccontarmi come se lo ricordava lei e se aveva mai letto qualche suo libro. Le ho chiesto anche di raccontarmi qualcosa che ancora non sapevo. Così ho scoperto tante cose private e belle da una foto trovata per caso.

 

JOLIE                                                                                                     Maj Bisaki  
                                                                               Classe V Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Umago

                                                                                                 Insegnante: Cristina Sodomaco

Una fotografia in un cassetto 

Un sabato piovoso i miei genitori sono andati a Zagabria. Ero da solo con la nonna, ero in una camera e lei in un'altra, giocavo al computer. Dopo un po' ho iniziato ad annoiarmi. Ho visto che c'erano dei miei vestiti asciutti e mi sono ricordato che mia mamma mi sgrida sempre se non li metto al posto. In un attimo ho aperto l'armadio e  ho iniziato a riordinarlo. Nel mettere una maglia al posto, mi è caduta una vecchia foto di un paese a me molto caro di nome Drniš, vicino a Sebenico.Quel paese è il paese nativo di mia nonna, di mia mamma e di mia zia. Mi sono ricordato come la mamma mi descriveva il paese dopo la guerra. Le case erano distrutte e bruciate, le strade piene di polvere e fango, i cani erano abbandonati nei giardini, le persone non uscivano dalle case, c'erano pochissime macchine. La cosa più spaventosa per me è il fatto che ci siano ancora tantissimi prati sopra i quali i bambini non possono giocare perché pieni di mine. Che tristezza!!!
A casa ho tanti bei ricordi di questo paese, ma a me quello più caro sono le calze di lana fatte proprio con la lana delle pecore del mio bisnonno.

 

DANZA                                                                                                  Erika Bernardis  
                                                                             Classe VII Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Umago

                                                                                               Insegnante: Cristina Sodomaco

Una fotografia in un cassetto 

Un  giorno sono andata in soffitta a cercare dei quaderni vecchi per una ricerca di italiano e per caso ho trovato un vecchio armadio. L'armadio aveva  cinque cassetti: due da ogni lato e uno al centro. Era grandissimo e di un marrone molto scuro. Ho aperto il cassetto al centro e ho trovato tantissime  fotografie di tutti i tipi, piccole, grandi, rotonde, colorate…C'erano le fotografie del matrimonio dei miei genitori e innumerevoli  foto di quando ero piccola, ma la fotografia che mi ha colpito di più era un po' rovinata ma bella a modo suo, l'unica in bianco e nero, quella dei miei nonni materni. In essa erano raffigurati i miei nonni davanti a una casa di pietra. Appena l'ho vista, l'ho presa e sono corsa da mia mamma che mi racconti qualcosa di loro perché io non li ho mai conosciuti siccome sono morti prima che io nascessi. Si chiamavano Marija e Emil Krajcar.                                                  

Sono nati lo stesso giorno, il 2 aprile, ma con due anni di differenza. Da bambini andavano nella stessa scuola. Abitavano a Semici, un piccolo villaggio vicino la Cicceria. Lavoravano in campagna. Poi sono venuti ad abitare a Umago, per cercare un lavoro e una vita migliore. Mia nonna lavorava in cucina e mio nonno in una fabbrica di cemento. Poi mia nonna andò a lavorare nella ditta ''Sipro''. Nel 1969 si sono sposati. Nel 1971 è nata mia mamma. Il loro rapporto era magnifico, si volevano molto bene. Dove andava uno andava anche l'altro. Mia mamma aveva un'infanzia bellissima e felice. Purtroppo mia nonna morì quando mia mamma aveva ventitrè anni, mio nonno un anno dopo. Mia mamma mi racconta che assomiglio molto a loro, soprattutto nell'aspetto fisico e nel carattere. Erano due persone molto allegre, simpatiche che andavano d'accordo con tutti. A me dispiace molto non averli conosciuti perché penso che saremmo andati molto d'accordo.Io voglio loro molto bene, come ai miei nonni paterni. Quando sono sola, oppure ho qualche problema, inizio a parlare con loro normalmente, perché sono sicura che loro mi ascoltano. Sono sicura che loro mi vogliono un mondo di bene e che mi proteggono dal cielo, come mi dice sempre la mia mamma.

 

  LALA                                                                                                         Laura Alessio  
                                                                            Classe V Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Umago

                                                                                                 Insegnante: Cristina Sodomaco

Una fotografia nel cassetto

Era un giorno piovoso, ero dalla nonna e mi stavo annoiavo. Mi sono chiesta perché non fare un giro per casa? Per prima cosa sono andata nella camera di mia cugina, quando viene dall'Italia sta sempre là. Ho frugato tra i suoi cassetti, ma non ho trovato niente di interessante. Poi sono andata nella camera dei miei nonni, mi sono messa a scavare anche nei loro cassetti e... ho trovato una cosa molto interessante. La fotografia di mia nonna alla mia età. Sono corsa da lei e le ho chiesto che mi racconti un episodio della sua infanzia. Lei mi raccontò una storia che sua madre le raccontava. Non era proprio una storia, era più un episodio della vita della mia bisnonna.

Era una notte durante la seconda guerra mondiale. I soldati di un'altra regione erano venuti dove loro vivevano prima. La mia bisnonna era incinta e proprio quella notte lei dovette partorire. Scappando dai soldati loro due arrivarono vicino ad un fiume, la mia bisnonna doveva partorire proprio in quell' istante. La mia bisnonna si sedette sulla riva del fiume, e sua madre l'aiutò a partorire. Mia nonna si fermò per un attimo e poi continuò il suo racconto. Disse che per la mia bisnonna fu difficile partorire proprio in quella notte in cui dovevano mettere in salvo le loro vite e quella della piccola creaturina appena nata. Dopo aver partorito sua mamma tagliò il cordone ombelicale con due pietre, lavò il bambino nel fiume e continuarono a scappare. Io mi immaginai quell'episodio così incredibile e continuai a porre mille altre domande alla mia nonnina. Quando mia nonna finì di raccontarmi la storia, io riportai la fotografia nel cassetto dove l'avevo trovata. Finì di piovere, venne il sole e andai a giocare fuori con i miei amici. Sono contenta che mia nonna abbia condiviso una parte della sua infanzia con me e che mi abbia spiegato come fosse difficile il periodo della guerra.

 

 NOTA                                                                                                          Mattea Šubat  
                                                                                    Classe V Scuola Elementare Italiana “Belvedere” Fiume

                                                                                                    Insegnante: Roberto Nacinovich

I nostri nonni ci raccontano di tutto e tutto di tutti, anche se non glielo chiediamo basta avere la buona volontà di ascoltarli.  

 A me piace ascoltarli perché così posso capire e apprendere tante cose del passato che credetemi non si trovano in nessun libro di storia. Spesso, dopo aver terminato le lezioni, vado a pranzo dalla nonna che abita a Cosala in un  grattacielo. Dal balcone del suo appartamento si vede il Monte Maggiore, Drenova, Castua e il cimitero di Cosala. Incominciando da qui, da questo panorama, la nonna  ha subito pronto il racconto d'occasione: le gite domenicali sul Monte Maggiore che faceva da piccola con i genitori da ragazza  con gli amici. Il mare che si vede dalla finestra le riporta alla mente i bagni Riviera che non ci sono più o con le gite con il vaporetto. La casa della nonna è stata costruita  sui tre mitici prati, luogo nel quale generazioni  e generazioni hanno giocato, fatto gite e passeggiate scolastiche. I racconti continuano a pranzo, con delucidazioni sul  menù del giorno, poi seguono le ricette su come si fanno le minestre, le pinze, le frittole …Questi racconti mi interessano e la nonna dice che devo ascoltarli attentamente per poterli un giorno, quando lei non ci sarà, tramandarli ai miei discendenti.

La nonna non è troppo a favore delle tecnologie moderne come ad esempio i telefonini e i computer, comunque si è aggiornata e li usa pure perché bisogna andare avanti con i tempi. Quando lei era piccola non c'era il frigorifero ne la lavatrice e le automobili si contavano sulle dita di una mano. I mezzi di trasporto erano il tram, il vaporetto o il treno per viaggi più distanti. La domenica si andava in gita nei dintorni di Fiume; spesso a Valscurigne dove c'è ancora la chiesa della Madonna mentre tutto il resto è ricoperto da palazzi, cemento e centri commerciali. Alla fine delle gite si tornava a casa felici spesso intonando „Quel mazzolin di fiori“…Chiudo gli occhi e cerco di immaginare Cosala tutta verde,  le strade piene di gente e senza traffico, Valscurigne senza enormi scatoloni di cemento e scopro che quasi quasi questa Fiume di una volta mi piace!

 

 CARPE DIEM                                                                                               Debora Kalebić  
                                                                          Classe VII Scuola Elementare Italiana “Giuseppina Martinuzzi” Pola

                                                                                                  Insegnante: Ingrid Ukmar Lakoseljac

 

I NOSTRI VECI NE CONTA 

Iera un bel sabato matina de febraio, al vento fisciava tra i scuri, i uxeletti cantava spensieradi e el sol splendeva alto nel ciel limpido. No gavevo che far, po' go deciso de 'nda giogame col can. Dopo un po', vedendome davanti casa, me ga ciama nona, domandandome se ghe podesi venji juta meti in ordine la camera. Me go precipità soridente nel suo abracio caldo e go deciso de restar jutaghe. Nono no jera a casa, perciò jerimo sole e semo 'ndade in camera.

»Speransa mia, va tirar fora dell' armadio i lensoi, per favor, la me ga dito.
»Eco, vado subito.« ghe go risposto.
Finche' nona netava la polvere mi son 'ndada tira' fora i lensoi. Come li tiravo fora me xe cascà per tera una  busta piena de robe. '' E che sara' sta roba? '', go pensà incuriosida. Go posà i lensoi sul leto e go verto la busta. Che bela sorpresa, un sacco de foto vecie de nona co la iera picia, altre invece iera foto de quando la jera signorina. Le go posà sul leto e le guardavo con atenzion e tanto stupor.
»Nona, ma questa ti son ti?«
»Che roba?«, la se ga girà perché non la vedeva cos ghe mostravo »Aj Dio, ste foto xe ancora qua« la ga comincià ridi e la guardava incredula.
»Ti me dixi chi iera tuta sta gente?«
»Si gioia, sentemose.«
La me ga contà chi iera tute quele sue amiche. Ridevo, perché alcune la le conosi ancora ogi e insieme le ga visù tante bele aventure.
»E sì, quei sì che iera bei tempi. Tempi de emozioni e amicizie vere, tempi duri quando però ti savevi chi te xe amico e chi no, ti savevi sempre su chi ti pol contar. E, cara mia, anche la situasion a scuola jera ben diversa dela vostra ogi. Ah, quanto tempo che xe pasà. « e dixendome ste robe la ritornava con i pensieri indrio nel tempo.
»Perchè, come se feva una volta?«
»E, a scola iera tuto diverso. A scola iera proprio bel. Mi, no ti crederà, me divertivo come una mata a scola. Iero una brava aluna, gavevo quasi tuto cinque.«
»A, quasi come mi« go dito con un po' de ironia e se gavemo meso a rider »Ma no credo dai, cosa no iera propio njente che non te andava a scola?«
»Me piaseva tuto. L'unica roba che ne iera un po' faticosa iera venji fin scola«
»Perché? No andavino con le coriere?«
»Ma che coriere« la ga comincià ridi »Ogni giorno de Galesan fina Dignan e de Dignan fina a Galesan a pie.«
Go verto i oci come le civette e incredula pensavo a cos la gaveva pena dito.
»A piedi? No anderia mi a piedi… comunque, come ve iera, che fevivo? Dai dai, che me interesa!«
»Jera super, davero super! I maestri ne insegnava robe bele. I saveva trasmeter el loro saver a noi fioi. Per questo no iera afato dificile studià.« la scoltavo e in mi pensavo che tempi iera quei, perchè mi no son nata a quela volta.
»E fasevivo barufa tra de voi in clase, come tuti, xe vero?«
»Afato no. Ierino una clase bravisima. Tuti ierimo colegiali e se iutavino a vicenda. I maestri no gaveva problemi con noi. Talvolta sucedeva qualche disguido, ma nel giro de qualche minuto iera tuto risolto« e mi pensavo denovo beati voi, »Gavevino una maestra de geografia bravisima, la piu' brava de tute con un metodo de insegnamento ideal, fantastico per trasmeter al saver a noi fioi. La ne iutava anche sempre nel risolver i nostri problemi, pur non esendone capoclase. Tuti gavevino quatro o cinque  de ela, pensa che me ricordo ancora come che la se ciama.« e mi avanti pensavo che daria mi per gaver cinque de geografia »La iera bravisima!«
»E, gavevivo scola ala matina o de dopopranso?« go domandà curiosa, sperando ke la dirà de dopopranso, dato che mi vado de sempre a scola de matina.
»De matina. Ma per questo co gavevino el sagio in onor del ex presidente jugoslavo Tito, dovevino restà tuto el dopopranso a Dignan
« hmm, noi mai fate robe simili, pensavo tra mi e mi »Al sagio dovevino venjir vestidi come i pioneri. Con le braghette nere curte e le maie bianche.«
»E come venjivivo vestidi a scuola, invece? Podevivo gaver maiete e braghete curte?«
»E no, no iera steso come al sagio.« la ga comincià ridi »Savevino giusto come che dovevino venjir vestidi. Asolutamente no dovevino gaver le scarpe col taco e per l' amor de Dio venji a scuola pituradi in facia, come fe voi ogi.
« ah, che vita, pensavo sempre mi.
»E poi? Co venjivivo caxa ke fevivo? Ti te divertivi a casa?«
»No, divertivo purtropo no. Se divertivino quando tornavino verso casa de scuola, per strada. Parlavino dei morosi, dele simpatie, dele storie, ma de tuto. El camin iera, credime, molto lungo.«
»Ma no capiso perché no andavino i uni dei altri? Perché parlavi per strada? Cos i genitori iera severi e no i ve lasava o?«
»Beh, dipendi, come quai. I mii no. Nanke quei dele mie amiche. Ma iera fatto de lavorar. Ghe dovevino iutar ai genitori e ai fradei o sorele piu' grandi. Dovevino far anke i compiti, e fa uno fa l'altro venjiva sera e tempo de dormi.«
»E come ghe dovevivo iutà ai genitori?«
»Dovevino iutaghe ala mama a far le facende de casa, invece al papà a racogli el fien, el grano, darghe de manjà ale galine e cusì, ste robe qua.«
»Aj, ke bel. Mi volesi. E, scolta nona…«
»Gioia, dovemo anda meti in ordine la camera, gavemo xa parlà tropo e fato poco.«
»Ma dai, no xe giusto. Me stavo interesando sempre de piùùùùùùùùùù!«
»Te contero' avanti un altro giorno… ala, ala, che el tempo pasa e dopo ti dovera' anda casa.«
»Ale su, se proprio dovemo meti in ordine sta benedeta camera.« se gavemo alzà del leto e gavemo comincià riordinar. Le foto la le ga mese in un caseto.

 Ve go dimenticà contà che finché la me parlava i oci ghe iera asai lucidi. E a chi no i ghe saria ricordandose de cusì bei momenti, persone e emosioni.. ricordi che trasporta in una vita lontana, con modi de far diferenti de quei de ogi. Anke mi me go emosionà, iera proprio una bela storia.

 

BRONTOLO                                                                                                  Katarina Masia  
                                                                          Classe V - a Scuola Elementare Italiana “Giuseppina Martinuzzi” Pola

                                                                                                          Insegnante: Susanna Svitich

UNA FOTOGRAFIA IN UN CASSETTO 

Un bel giorno la mamma mi portò a casa della nonna perché lei aveva degli impegni da svolgere. A me piaceva tanto stare con la nonna: avevo persino una camera da letto tutta mia al piano superiore e, dopopranzo, ci andai a riposare. Ero proprio sul punto di addormentarmi quando sentii dei rumori provenienti dal terzo piano, dall’oscura e un po’ inquietante soffitta. Quei suoni estranei mi riempivano d’ansia, perciò scesi a chiamare la nonna che purtroppo dormiva. Allora mi feci coraggio e mi incamminai lentamente verso la soffitta. Appena entrai vidi che la finestrella era accidentalmente rimasta aperta e la forte bora la faceva sbattere ed io, più rilassata, la richiusi. Stavo per andarmene ma il mio sguardo fu attirato da un vecchio comò con cinque cassetti. Sbirciai nel primo e vidi un paio di libri e quaderni vecchi, zeppi di polvere e sporcizia. Nel secondo c’erano tre contenitori con bottoni e altro materiale per il cucito. Il terzo e il quarto non contenevano niente, a parte polvere e qualche famiglia di ragni. Il quinto però era diverso dagli altri perché conteneva soltanto una fotografia; non potevo però riconoscere chi fosse la persona raffigurata. Mi venne allora in mente che la nonna avrebbe di sicuro saputo dirmi chi fosse: oh no…la nonna! Mi ero totalmente dimenticata di lei. Lasciai cadere la foto nel cassetto, corsi velocemente nella mia camera da letto e vi giunsi proprio prima che la nonna entrasse per dirmi che mia mamma era ritornata.

Penso che questa avventura “frizzante” non la racconterò mai a nessuno e di chi fosse quella foto rimarrà sempre un mistero…

 

  MAMMOLO                                                                                                   Valentina Kolić
                                                                             Classe VIII - a Scuola Elementare Italiana “Giuseppina Martinuzzi” Pola

                                                                                                          Insegnante: Susanna Svitich

I NOSTRI NONNI CI RACCONTANO 

Un giorno mia madre, mio nonno ed io eravamo seduti sul divano a guardare la televisione quando, durante una discussione, mio nonno iniziò a raccontarci come fosse trascorsa la sua adolescenza e la sua gioventù. Quando non c’era ancora l’elettricità, i bambini trascorrevano i pomeriggi giocando in campagna e in strada. In primavera mio nonno, con gli amici, andava per i campi dei vicini e si arrampicava sui ciliegi, ne raccoglieva i frutti in gradi quantità e prima che il proprietario se ne accorgesse, il gruppo se l’era svignata. Avevano un piano molto ingegnoso: uno stava a fare la guardia, mentre gli altri facevano il lavoro “sporco”, e se il proprietario arrivava quello sotto imitava un particolare cinguettio per allertare gli atri. Un giorno però un anziano contadino li vide e li rincorse ma essendo vecchio il suo bastone non giunse a segno…

Questi dispetti erano fatti per far passare il tempo in quanto telefonini e videogiochi non esistevano. I pomeriggi allora non erano virtuali come , dice il nonno, lo sono oggi…osservando mio fratello e me che stiamo discutendo sul nuovo smartphone che vorremmo comprare!

 

  CUCCIOLO                                                                                                    Emma Fornažar
                                                                                       Classe VI - a  Scuola Elementare Italiana “Giuseppina Martinuzzi” Pola

                                                                                                             Insegnante: Susanna Svitich

 

UNA FOTOGRAFIA IN UN CASSETTO 

Non trovo che sia il massimo del passatempo sfogliare album di fotografie, ma le rare volte che lo faccio mi piace soffermarmi su una foto risalente la prima classe elementare… Mi rivedo con i miei compagni nel parco della scuola, tutti sorridenti, noi piccoli birbantelli tenuti sotto controllo dalle care “vigili”. Quanti ricordi mi hanno lasciato i quattro amatissimi anni della scuola elementare!. Questa foto me li fa rivedere tutti, mostrandomi e facendomi ricordare gli istanti più significativi. Sono così incantata da questa foto e spesso la confronto con il mio presente. Che potere ha una macchina fotografica! Basta un clic e tutto resta impresso catturando i ricordi, le sensazioni, i sentimenti. Un flash ti permette di conservare nel tempo la memoria e anche a distanza di anni, ti permette di fare dei raffronti. Osservando quella foto penso a coloro che rientrano nella sfera dei compagni di scuola attuali e penso anche a quelli che se ne sono andati altrove. Mi piacevano tanto le classi inferiori e mi è dispiaciuto lasciarle. Ora però sono vicina ad un altro addio, quello delle classi superiori. E sarà un addio pesante perché dopo quattro anni di condivisione sceglieremo forse tante strade diverse, le strade delle scuole medie superiori.

La vita dopotutto è fatta di capitoli: uno si chiude ma un altro si apre, segnando la nostra esistenza e le fotografie ce lo ricordano.

 

 AVVOCATO                                                                                                             Marko Drandić 
                                                                                        Classe VI - a  Scuola Elementare Italiana “Giuseppina Martinuzzi” Pola

                                                                                                                  Insegnante: Susanna Svitich

UNA FOTOGRAFIA IN UN CASSETTO

 Era una giornata piovosa, mi trovavo a casa di mio nonno Mario e di mia nonna Milka. Mi annoiavo perché alla TV non c’era niente di interessante e avevo appena finito di leggere un libro sulla Imperial-Regia Marina austro-ungarica. Siccome mi piace la storia e nella casa dei nonni ci sono molti oggetti antichi risalenti soprattutto all’epoca asburgica che a me attira particolarmente, mi sono messo a curiosare per la casa. La ricerca mi ha portato in un’ ala della soffitta per me sconosciuta. Accesa la luce, il mio sguardo cadde su qualcosa coperto da un lenzuolo e, toltolo ho visto una scrivania antica con lo stemma dell’impero Austro-ungarico. Doveva avere più di cent’anni e mi sono messo ad aprire i cassetti che erano pieni di fogli scritti a mano o a macchina, in tedesco e in italiano. C’era anche una foto che raffigurava un uomo alto e baffuto con addosso l’uniforme da ufficiale e cioè pantaloni e giacca a doppio petto neri con una fascia e un berretto da ammiraglio, simile a quello di Napoleone. Alla cintura portava una sciabola, mentre sul petto brillava la croce al merito militare e le insegne di cavaliere di gran croce dell’ordine di Francesco Giuseppe e di commendatore dell’Ordine militare di Maria Teresa. Era appoggiato ad un tavolo con delle bellissime decorazioni in legno, in una stanza con le tappezzerie ai muri. Riconobbi il tavolo, era proprio quello della soffitta. Girai la foto e lessi le seguenti parole: “Ammiraglio Martino.......1912”. Sono corso dal nonno e gli ho mostrato la foto ed egli mi riferì che quello era suo nonno ammiraglio nella marina Imperiale. Prima di ritornar a casa mi ha permesso di tenere per me la foto e adesso quando vado dai nonni vado alla ricerca di quelle medaglie che dovrebbero essere da qualche parte nella casa e non perdo la speranza di ritrovarle…

 

 GONGOLO                                                                                                                  Jure Paus  
                                                                                                Classe VI - a Scuola Elementare Italiana “Giuseppina Martinuzzi” Pola

                                                                                                                      Insegnante: Susanna Svitich

I NOSTRI NONNI CI RACCONTANO 

Quando mio nonno era bambino non c’erano veicoli e a scuola si andava a piedi. La scuola era distante due chilometri dal suo paese ed era frequentata dai bambini di tutti i villaggi dei dintorni. Nella scuola c’erano due grandi classi formate dalla prima, seconda, terza, quarta e sesta. Le due maestre vivevano con le loro famiglie nella scuola e a quel tempo non c’era l’elettricità. Ogni giorno dopo le lezioni andavo in un piccolo negozio che vendeva alimentari e lì si potevano scambiare le uova ad esempio con il salame. A casa producevano il formaggio con il latte delle mucche con le quali anche aravano i campi e le vigne. Mio nonno doveva aiutare i genitori e doveva fare la guardia alle mucche, e mentre le custodiva anche studiava. Finì la sesta classe nel 1955 e per frequentare la settima e l’ottava doveva camminare fino a Šaini, distante quattro chilometri dal suo paese, Orihi. Quando finì l’ottava classe, andò a Pola per studiare da meccanico. Il treno per arrivare a Pola lo prendeva alla stazione ferroviaria di Čabrunići. Quel periodo lo trascorse in un collegio di Pola che per lui era gratuito in quanto suo padre era uno dei caduti delle seconda guerra mondiale.
Ancora oggi mio nonno vive a Orihi assieme a me e alla mia famiglia.

 
PISOLO  
                                                                                                                      Daniel Valić 
                                                                                                Classe VI - b Scuola Elementare Italiana “Giuseppina Martinuzzi” Pola
                                                                                                                        Insegnante: Susanna Svitich

UNA FOTOGRAFIA IN UN CASSETTO 

Un giorno, annoiandomi, sedevo sul letto fissando costantemente un cassetto del comodino. Mi incuriosiva vedere cosa ci fosse dentro, in particolar modo perché il cassetto era chiuso a chiave e mi ricordava qualche forziere pirata contenete oro e gioielli… Andai dalla nonna per chiederle la chiave però lei dopo tanti anni non si ricordava dove l’avesse messa e decidemmo di andare alla sua ricerca. Quando ormai avevamo perso le speranze, io la trovai nella dispensa, incastrata tra i vasetti di marmellata e salsa di pomodoro. Andammo ad aprire il cassetto e vi trovammo una fotografia di mia nonna da bambina. Mi raccontò che quando venne il fotografo per scattare la foto a tutta la famiglia che era intenta a raccogliere le patate lei, essendo piccola, faceva la guardia alle galline, perché a quei tempi, se i “tati” ti rubavano qualche animale rappresentava una disgrazia. E quindi lei sorpresa dal fotografo e pensando che fosse un ladro, cominciò ad allontanarlo per paura che rubasse i polli. Suo padre tornando dalla campagna vide la scena e corse subito a scusarsi con il fotografo che le scattò la foto…gratis.

 

DOTTO                                                                                                                        Chiara Sudulić  
                                                                                              Classe VIII - a Scuola Elementare Italiana “Giuseppina Martinuzzi” Pola

                                                                                                                       Insegnante: Susanna Svitich

UNA FOTOGRAFIA IN UN CASSETTO 

23 dicembre 2014, primo giorno di vacanza, ore 9: “Chiara alsite, domani xe la vigilia de Nadal. Vara che casa che gavemo, xe tuto per aria! Se devi distrigar, lavar e lustrar tuto. Movite, alsite!”

E’ mia mamma che puntualmente prima di ogni festa diventa intrattabile perché deve fare mille cose. Mi sembra un incubo! Ed io ero convinta di poter dormire fino a mezzogiorno! Dopo aver sentito per mezz’ora i suoi strilli e le sue minacce, devo proprio alzarmi. Osservo la mamma tutta rossa e sudata e mi sembra un atleta che fa le gare di corsa per la casa. Bevo in fretta il cioccolato e, dato che con lei non si scherza, mi metto subito al lavoro. Inizio dalla mia camera dove domina il caos totale. L’armadio è troppo grande, ci sono troppe cose da sistemare e allora decido di cominciare dalla scrivania. Libri quaderni, schede e penne volano in un baleno al loro posto. Ora tocca ai cassetti: il primo è in ordine ma il secondo… Riesco ad aprirlo con difficoltà perché è troppo pieno. Ci sono tante cose inutili e, per risparmiare un po’ di tempo, lo vuoto sul pavimento. Anelli, braccialetti, lucidalabbra, temperini rotolano dappertutto e trovo anche una fotografia. Strano, mi sembra di non averla mai vista fino a quel momento. La raccolgo, osservo meglio la bimbetta bionda e scopro di essere proprio io. Mostro la fotografia alla mamma che si mette a ridere, spegne l’aspirapolvere, si siede sul mio letto e inizia a raccontarmi la storia di questa foto. Avevo circa due anni quando i miei genitori hanno deciso di farmi il passaporto. In quel periodo loro, assieme a mia sorella, andavano spesso a Trieste mentre io, essendo piccolina, rimanevo a casa con i nonni. Secondo la mamma, già a due anni avevo dimostrato il mio caratterino e non mi piaceva rimanere a casa. Finché loro erano a Trieste piangevo tutto il giorno e facevo diventare matti i nonni. Così hanno deciso di consegnare i documenti per il passaporto ma occorreva una bella foto. La mamma mi ha fatto indossare un completino a quadretti bianchi e verdi e siamo andate dalla fotografa, una persona gentile e molto paziente. Appena arrivate nel suo studio ho iniziato a fare i capricci, non volevo mettermi in posa ma correvo tutt’intorno urlando: “no, no, non voio!”. La mamma tentava di prendermi da una parte e mia sorella dall’altra mentre la fotografa rideva. Ad un certo punto, dato che non avevo nessuna intenzione di ascoltare la mamma e di stare ferma, la fotografa portò un bel cavallino a dondolo. Spalanco gli occhi e tutta felice e contenta mi siedo sopra, mentre la mamma tira un sospiro di sollievo e, per assicurarsi che stia ferma per qualche attimo mi riempie la bocca di caramelle. Finalmente la fotografa riesce a scattare alcune foto e questa che ho in mano è riuscita meglio di tutte.

Questi ricordi hanno fatto tornare il buonumore alla mamma che è riuscita a far brillare tutta la casa per la vigilia di Natale.

 
CUPCAKE  
                                                                                                    Aurora Lovrečič 
                                                                         Classe VI Scuola Elementare Italiana “Vincenzo e Diego de Castro” Sezione di Sicciole
                                                                                                              Insegnante: Gloria Frlič

I NOSTRI NONNI CI RACCONTANO... 

Un giorno mia nonna mi cominciò a raccontare un avvenimento che le è successo quando era piccola. Mia nonna si svegliava ogni giorno alle cinque per andare a far pascolare le capre e gli asini con una sua amica. Un giorno andarono a pascolare e si portarono dietro le cose da mangiare. Quando vennero su un monte su cui l'erba era secca si fermarono a mangiare. Poiché era inverno le amiche accesero il fuoco per riscaldarsi. Li c'era l'erba secca e quindi tutto il monte si incendiò. Il giorno dopo tutti a scuola parlavano del monte in fiamme, e loro restarono zitte, zitte per conto loro.

 
 RADIO GAMER                                                                                     
Jan Markežič 
                                                                            Classe VI  Scuola Elementare Italiana “Vincenzo e Diego de Castro”  Sezione di Sicciole
                                                                                                      Insegnante: Gloria Frlič

UNA FOTOGRAFIA IN UN CASSETTO

Un giorno ero a casa dei nonni a fare i compiti, aspettando la mamma che finisse di lavorare e mi venisse a prendere. Quando finì i compiti, i nonni mi lasciarono da solo a casa perchè dovevano uscire per fare delle commissioni. Quando se ne andarono iniziai ad annoiarmi. Mi guardai un pò attorno e notai un cassetto socchiuso. Lo aprì a vidi una foto che ritraeva il nonno seduto accanto ad una stazione radio, con delle cuffie sulle orecchie. Mi ricordai che il nonno mi aveva raccontato che faceva il marconista sulle navi e ciò lo faceva viaggiare molto. Purtroppo questo lavoro lo allontanava spesso da casa e dalla sua famiglia. Mentre osservavo la foto, i nonni ritornarono. Corsi dal nonno con la foto in mano perchè volevo che mi spiegasse qualcosa del suo lavoro. Mi spiegò che il suo lavoro consisteva nel mantenere il contatto radio con le navi e con la ditta per cui lavorava. Per poter comunicare usava l'alfabeto Morse. Ogni lettera di questo alfabeto era composta da punti e linee. Per poter mandare qualsiasi messaggio usava il telegrafo senza fili che era costituito da un pulsante che teneva premuto oppure toccava velocemente in modo da ottenere una linea oppure un punto. Qualsiasi comunicazione che l'ufficiale marconista mandava dalla propria stazione radio, veniva ricevuta dalla stazione radio terrestre. Mentre quando era lui a ricevere delle comunicazioni queste gli arrivavano sotto forma di suoni (corti e lunghi) che lui doveva tradurre in lettere e parole. Questo modo di comunicare andò avanti fino agli anni '90. Poi con lo sviluppo della tecnologia questo sistema non venne più usato e si cominciarono ad usare le comunicazioni via satellite.

Il nonno mi raccontò anche che stava lontano da casa per lunghi periodi, i primi tempi anche per un anno intero, poi invece stava via quattro mesi e due invece a casa. Per avere notizie della propria famiglia si mandavano lettere. Una volta al mese telefonava a casa, ma i collegamenti erano spesso disturbati ed era difficile parlare e capirsi.

Quando il nonno finì il racconto capì quanto la tecnologia abbia cambiato il modo di lavorare e di poter comunicare fra le persone e di quanto gli mancasse la famiglia.

 
 ZOCCOLI D’ORO          
                                                                                Laura Putar  
                                                          Classe VI Scuola Elementare Italiana “Vincenzo e Diego de Castro” Sezione di Sicciole
                                                                                                             Insegnante: Gloria Frlič

NOSTRI NONNI CI RACCONTANO

Un giorno mia nonna, mi ha raccontato una storia di com'è salita per la prima volta a cavallo. Giovanna, che è mia nonna, la chiamavano Gigia. Un giorno la nonna e i suoi compagni di scuola, andarono in gita in una scuderia. Alla nonna non piacevano i cavalli, finchè non conobbe Pongo, un cavallo baio, alto e magro. Gigia se ne era innamorata così tanto che ritornò alla scuderia con sua madre. Qual giorno montò per la prima volta a cavallo. Lei disse che aveva montato un cavallo speciale, per il quale aveva dei sentimenti. Gigia per Natale desiderò ovviamente ricevere per regalo Pongo, ma con poco denaro non si poteva. Gigia era così triste e disperata che chiese a nostro Signore di fare in modo di averlo. Ed è successo un miracolo. La scuderia si ritrovò al verde e così dovettero chiuderla, annunciarono che avrebbero regalato i cavalli, tra i quali c' era anche Pongo, a chi li voleva. Gigia dall' allegria gridò e con la mamma andarono alla scuderia. Presero Pongo e se ne andarono. Dopo trenta anni Pongo morì e Gigia era un' pò triste, ma sapeva che aveva vissuto una vita bellissima e pensa che ancora oggi a Pongo che le sta accanto chiedendole la carota.

 

 
  SALVORE 2 
                                                                                                  Luca Laganis
                                                                                         Classe VII  Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Umago

                                                                                                          Insegnante: Cristina Sodomaco Damijanić

 

           Piroscafo San Marco - tema in pdf

 

 

 DE MULETA                                                                                                  Hana Susman
                                                        Classe VIII Scuola Elementare Italiana “Vincenzo e Diego de Castro” Pirano Sezione di Sicciole

                                                                                                         Insegnante: Romina Križman

“I nostri noni ne conta – i nostri nonni ci raccontano˝

Un de sti giorni ghe go fato a mia nona Laura una picia intervista. Volevo che la me conti come iera la scola ai suoi tempi; e alora la me ga contà…

“Nel 1959 go comincià a frequentar la prima classe a Santa Lucia. Sicome ierimo in pochi, le classi iera conbinade la prima con la seconda e la terza con la quarta. In tel steso edificio iera anche la scola slovena, cussì che durante la marenda se giogava duti insieme. Noi de la scola italiana gavevimo a disposizion solo una classe, per questo fazevimo lezion a turno una volta  de matina un’altra de dopopranzo. El mio primo maestro iera el signor Luigi Gržinič (el papà de la nostra maestra de ginastica Cristina), sloven ne imparava la maestra Milena Čok. I iera severi ma sai bravi. Le lezioni cominciava a le otto e le finiva verso la meza, le una. Le materie iera più o meno quele de ogi. Per ogni lezion gavevimo un quaderno, i libri italiani i ne li dava a scola, quel de sloven, “Berilo”, dovevimo comprarselo de soli in libreria. Ierimo sentadi in due per banco, sul banco iera el calamaio con l’inchiostro perché scrivevimo col penin, questo da la seconda in vanti, in prima scrivevimo solo con la matita. Vestivimo el grembiulin nero col coleto bianco le femmine, duto nero i mas’ci.

 A scola no’ iera come ogi el riscaldamento centrale, noi fioi de inverno dovevimo portar in classe i legni, cusì el bidel ne podeva inpizar la stufa per scaldarse. Da la quinta a la ottava classe sono andada a scola a Piran, da casa a la stazion de le coriere de Santa Lucia andavo a píe e dopo con la coriera a Piran. Co finiva le lezioni tornavo presto casa per far i compiti e studiar, e dopo andavo iutar i mii genitori in campagna. Per via de la campagna no’ gavevo tanto tempo libero; se capitava giogavo con le bambole o legevo qualche libro o giornaleto. Finida la scola elementare me son iscrita a la scola media economica de Isola. Dopo me son inpiegada a la cooperativa agricola de Santa Lucia. Qua go lavorà per cinque ani e mezo. Per motivi de malatia in famiglia go dovù lassar el lavor. Per quasi dieci ani son restada casa e dopo son andada a lavorar in asilo italian de Piran fino a quando no’ son andada in pension.

Cara picia mia, questa in breve xe la mia storia. Come te vedi son a casa, ma go senpre mile robe de far e el tempo no’ basta mai.



 GUARDIA DI  
FRONTIERA                                                                          Matteo Duniš  
                                              Classe VIII Scuola Elementare Italiana “Vincenzo e Diego de Castro” Pirano Sezione di Sicciole
                                                                                                     Insegnante: Romina Križman

Una fotografia in un cassetto

Un giorno sbirciavo tra le foto di mio nonno, quando ho trovato una foto del mio nonno col suo cane e un suo diario mentre era nell’armata jugoslava. Per ulteriori informazioni andai dal nonno per farmi raccontare un po' di questa foto e del libro, ma anche della vita. Mi raccontò che era nell'armata dal '58 al '60, in Macedonia. Gli chiesi dove e mi rispose un po' dappertutto. A Skopje rimase più a lungo, ma era stato anche a Dojran e Novo Selo, sul confine con Grecia e Bulgaria. Era una guardia di frontiera e mi disse che era molto pericoloso in Grecia, perché c'era molto traffico e tante di queste erano persone che cercavano di scappare. Siccome era una guardia di frontiera, ricevette un pastore tedesco di nome Vule. L'ha ricevuto mentre stava a Skopje. Mio nonno lo portava anche a scuola per i cani a Gjorče Petrov, per sei mesi. Un giorno dovette portarlo dal veterinario a Strumica (sempre in Macedonia), dove lo operarono.
Nell’anno 1960 è tornato a casa, dove dopo dieci giorni ricevette una lettera nella quale stava scritto che Vule era morto.


 RICORDI 2                                                                                                     
Etian Križman 
                                                          Classe VIII Scuola Elementare Italiana “Vincenzo e Diego de Castro” Pirano Sezione di Sicciole

                                                                                                          Insegnante: Romina Križman

Una fotografia in un cassetto

Proprio oggi avevo da pulire la soffitta? Un lavoro così noioso proprio oggi doveva capitare...! È tutto pieno di polvere lassù… Beh, tanto prima o poi lo dovevo fare comunque. Prendo una torcia e salgo le scale; la prima cosa che vedo sono le ragnatele, ragnatele ovunque. Impugno un bastone di legno, lo uso per togliere le ragnatele. Col bastone, senza volere, colpisco un vecchio mobile con tre cassetti. I primi due sono vuoti, ma il terzo rinchiude una vecchia foto di me da piccolo mentre giocavo a calcio con mio padre e mio nonno, stavo calciando la palla. Che bei ricordi mi tornano in mente! Il nonno… Giocavo sempre con lui: a carte, con la palla… A volte mi raccontava delle storie di com’era il mondo prima che io nascessi. Vorrei davvero che ci fosse ancora il nonno. Rimetto la foto nel cassetto e prendo l’aspirapolvere, è vecchio ma funziona comunque abbastanza bene. Lo accendo e comincio a passarlo dappertutto. Tutto ad un tratto noto una scatola di cartone. Lascio stare l’aspirapolvere e apro la scatola. Vi trovo la collana che indossava spesso mia nonna. La indosso, si sente ancora il suo profumo. Ogni volta che mi abbracciava, sentivo quel profumo. Corro a portargliela, lei mi dice che la cercava da tempo. Mi abbraccia stringendomi forte. Sono felice di vederla felice. Finalmente finisco di pulire la soffitta. Scendo e vado a sfogliare l’album di famiglia. Quanti bei ricordi mi stanno tornando alla mente! Tutta la mia infanzia mi passa davanti come un treno in corsa. I miei primi compleanni, il primo giorno di scuola, i miei amici, le corse e i viaggi che ho fatto. In questo momento la mamma mi abbraccia da dietro, così tutti e due continuiamo a guardare l’album di famiglia insieme.

 

 CIACIA                                                                                              Chiara Rocco 
                                                                           Classe VI Scuola Elementare Italiana “Bernardo Benussi” Rovigno

                                                                                                      Insegnante: Ambretta Medelin

Nonno, Nonno

 Camminando per riva col mio Nonno

nascono nuove storie del passato.

 Dopo un lungo silenzio…

con la sua voce secca come un vento estivo,

inizia a parlare della sua vita condivisa con l'immenso mare:

 „Il mare,

 amico o nemico,

 il mare,

ha visto le terre del mondo

nei secoli cambiare.

 Il mare,

cristallino ci fa specchiare,

e la verità su noi scoprire.

 Il mare ti pulisce,

e la purezza in te rifiorisce.“

 
 
 BABAU                                                                                                         Valerija Fortuna
                                                                         Classe VIII  Scuola Elementare Italiana “Vincenzo e Diego de Castro” Pirano
                                                                                                           Insegnante: Marina Dessardo

UNA FOTOGRAFIA IN UN CASSETTO 

Un giorno ero in soffitta della mia nonna e mettevo  a posto dei vecchi armadi. Nel cassetto di  uno di essi ho trovato tante vecchie foto e  una in particolare ha attirato la mia attenzione. I colori erano un po' sbiaditi ma si vedevano chiaramente tante persone vestite in modo elegante e due giovani che risaltavano tra tutti gli altri per la loro particolare eleganza.  Ho riconosciuto subito mia nonna, ma mio nonno no, era molto piu magro e molto giovane. Lei  aveva moltissimi capelli mossi di colore bruno scuro  e mi sembrava molto diversa  perché adesso li ha neri e lisci. Indossava un lunghissimo vestito azzurro con dei guanti bianchi. Era molto curata: aveva degli orecchini che scintillavano come i suoi occhi, si vedevano anche le scarpe bianche col tacco che però erano un po' nascoste dal vestito. Mio nonno era elegantissimo come non l'ho mai visto: indossava una giacca scura,la cravatta e delle scarpe lucidissime. Tra tutte quelle persone ho riconosciuto mio zio, il fratello di mia nonna. Anche lui era giovanissimo, non aveva neanche vent 'anni. Pure lui era vestito bene. Guardando meglio la foto, ho concluso che era stata scattata durante il matrimonio di mia nonna e mio nonno. Credo che il matrimonio sia andato benissimo anche se non era perfetto come sono oggi i matrimoni. Quella volta bastava l'amore e la felicità senza cose molto costose perché quasi nessuno se le poteva permettere.


ROSA                                                                                                           Sara Romanello 
                                                                                  Classe VIII  Scuola Elementare Italiana “Vincenzo e Diego de Castro” Pirano

                                                                                                        Insegnante: Marina Dessardo

 

UNA FOTOGRAFIA IN UN CASSETTO

Iera una noiosa giornada de piova e no savevo cossa far. Go girado un poco per la casa e dopo me xe vignù l'idea de andar a darghe un'ociada in sofita. Iera za diverso tempo che no andavo su e forsi iera cambià qualcossa. Son andada svelta su per le scale e go verto la porta che la iera serada a ciave. Son entrada e go comincià a guardarme in giro. Più o meno iera sempre i stessi strafanici dell'ultima volta. Ma guardando meio, go visto in un canton un picio scabel che una volta nol iera. El gaveva tre cassetini. Go verto el primo e dentro go trovà le robe de cusir e qualche toco de stofa de una volta. In tel secondo go trovà veci strafanici de ogni tipo e quando li go spostadi, go visto una foto de grupo. Go guardà se conosevo qualchedun, ma fora che  mio bisnono Rudi, me iera tuti sconosudi. Go messo la foto in scarsela e son corsa zo per le scale de mia nona. Ela la stava sul divano a leger el giornal. Me go sentà visin de ela e go tirà  fora de la scarsela la foto, ormai un poco ingialida. Ghe go domandà curiosa se la saveva forsi chi che iera quei dela foto. La ga ciolto in man la foto e la ga fato un soriso e la me ga domandà: »No te me riconosi?« e mi ghe go risposto de no. Alora la ga continuà: » Su questa foto gavevo forse sinque ani e la gavemo fata quando gavemo comprà el mus.« La me ga dito i nomi de tuti i altri e el nome del logo dove i iera andadi a comprar la bestia. E dopo qualche secondo la me ga domandà se la me gaveva contà la storia del mus. Mi, anche se la gavevo  sentida un vagon de volte, ghe go dito de no. E ela la ga cominciado a contar:
»Una volta quasi ogni famiglia gaveva  el mus. Iera uno che gaveva un mus che el iera sai vecio per questo el ga deciso de venderlo e comprarse uno novo. Alora el ga vendù el vecio mus e dopo qualche giorno el xe andado a compraghene uno novo. Tra tanti, un el ghe xe parso più inteligente dei altri, per questo lo ga comprà. Quando che el tornava a casa. xe sucessa una roba sai strana: el mus saveva la strada per vignir casa! El paron iera tuto contento de gaver scelto el meio  mus. Dopo qualche giorno ga piovudo e el mus iera fora. Riva el paron e el vedi una lama de color nero partera e el mus grigio. Adeso ghe iera ciaro perché sto mus saveva la strada de casa, difati iera el suo vecio mus che i lo gaveva piturà de nero.« Mia nona xe morta de rider mi invese go fato finta perché la gavevo sentida za sento volte e no la me iera più ridicola. In fin la riguardà  la foto e la me ga domandà dove la gavevo trovada. Dopo la ga dito: » Ehh, xe bei ricordi questi, dela vita de una volta. Se lavorava in campagna tuti insieme, se ciacolava insieme, no come ogi che ognidun sta sul suo telefonin a giogarse da solo…«

 

 TURCHESE                                                                                             Laura Babnik  
                                                                Classe VIII Scuola Elementare Italiana “Vincenzo e Diego de Castro” Pirano

                                                                                                Insegnante: Marina Dessardo

I nostri noni ne conta

EL VERMO DE RIMANO (Il verme di Rimini, cussì lo ciamava i rovignesi)

Iera de inverno, verso la fine dela guera. Gaverò avù, su per xo, 4 ani. Rovigno iera ancora soto l'Italia, ma in cità comandava i Tedeschi. Se podeva moverse de giorno, fino al »coprifuoco«. Mio pare no iera in guera perché el xe sta riformà xa prima, ala leva. Quel giorno iera fredo ma calmo, con un sol debole. El gaveva deciso,de andar in mar e de portarme con lù. Sarà stà una dele prime volte. El me ga dà de portar un remo in spala. Lui portava quel'altro e tuto el resto. Per calarse de Rovigno vecio in porto,  ghe vol far certe canizele strete con bruti  cantoni e ti devi star atento de no bater col remo contro i muri dele case. Se me andava ben, batevo col de drio del remo per la scalinadfa che va verso el molo grande e me faseva mal la spala, picio che iero.
Una volta, molada la barca, semo andadi verso Santa Caterina, vogando poi a »a gondola« a colo de le grote atorno l'isola. L'intension de mio pare iera de ciapar qualche vermo de rimano che xe la meio esca per le orade e altri pesi fini. Se fa a tochi e inescandoli ben, vien un bel papo che i pesi grandi lo ingorga in un bocon.
Anche se iera calma de mar, mio pare ga butà xo l'ancora e el se ga meso a vardar el fondo con la »lastra«. El tempo pasava, mi gavevo sempre più fredo e cominciavo a rugnar per andar a casa. Mio pare ala fine el ga cedù: »Sta calmo fio, adeso salperemo!«Mi, per far prima anche se lu el vardava ancora le grote del fondo, son andà a pupa per tirar su l'ancora. Ma la iera pesante e per tirar, l'ancora no se ga moso e mi son finì in mar. Mio pare invese de vedi el vermo oltre la lastra el me ga visto mi, che son rivà in « sabuso ». El se ga cavà el capoto e i mutandoni de fustagno e, mezo vestì, el se ga butà in mar per salvarme. Mi iero restà blocà, coi oci verti e senza respiro dela sorpresa. Xe stà una fortuna perché no go bevù tanta acqua. El me ga sburtà in barca e sugà, ala meno peso, con i mutandoni e involtisà in tel capoto vecio che  el tigniva per pescar col fredo. Anche lu bagnà, el ga vogà in porto più presto che el podeva. Per fortuna che no ierimo andadi lontan! A casa el me ga tocià in acqua calda e meso in leto.

Quel giorno no gavemo ciapà gnanche un vermo de rimano, ma vemo tuti due fato un bagno fora stagion e, forsi, ciapà un po' de paura. Mi pò me xe vegnu un febron e me la son scurlà senza »lecadol«, con la cura dele « tre elle »: lana, leto e late finché no pasa! Da quela volta no son cascà più in mar anche se iero sempre per le grote e forsi son diventà più previdente anche per le altre robe. Insoma, go imparà qualcosa! Xe pasà più de setanta ani e ancora me ricordo come se fosi ogi, el remo che me se intopava sui muri ogni tanto e che el me  bateva sui scalini per de drio.
 No par vero che xe pasà tanto tempo, una vita intiera!

 

FELICITA’                                                                                                     Virna Vozila  
                                                                             Classe V Scuola Elementare Italiana “San Nicolò” Fiume

                                                                                                         Insegnante: Sara Vrbaški

 

Una fotografia in un cassetto 

Un pomeriggio piovoso ero a casa della nonna e mettevo a posto i cassetti della scrivania. Nel terzo cassetto ho trovato una fotografia piuttosto strana. Sulla fotografia c`erano due facce molto serie che non conoscevo. Guardando meglio ho notato che erano due sposi. L'ho capito perche´ lei aveva un vestito in pizzo bianco che le copriva i piedi e aveva il velo in tulle bianco con la bordatura in pizzo. I suoi capelli erano pettinati accuratamente in una rocchia e aveva un mazzo/bouquet di rose, mentre lui aveva un vestito elegante nero con il fiore al occhiello, aveva la camicia bianca con un papillion scuro e aveva dei baffi sottili arrotondati alle punte. Non vedevo i colori della fotografia perché era scattata in bianco-nero. Mi interesserebbe vedere di che colore erano le rose del bouquet, di che colore era il papillon, come erano le scarpe della sposa, dove hanno scattato la fotografia,ecc. Ma la cosa che mi interessava di più e mi interessa ancora  è chi sono loro, come si chiamano, quando si sono sposati, quanti anni avevano quando si sono sposati, chi ha cucito i loro vestiti, come si sentivano quel giorno e la domanda che mi interessava più di tutto è ˇPerché non ridono sulla fotografia delle nozze?˝. Alla prima domanda la nonna mi ha risposto qualche giorno fa, ha detto che sulla fotografia sono i sui nonni quando si sono sposati. 

 

  PALLANUOTO                                                                                         Lara Kinkela  
                                                                               Classe VII Scuola Elementare Italiana “San Nicolò” Fiume

                                                                                                        Insegnante: Sara Vrbaški

Una fotografia nel cassetto

Io sono Amanda. Da un po’ di tempo io e mio padre viviamo nella grande casa della nonna materna perché mia madre è morta quando avevo quattro anni. Mio padre ha deciso che sarebbe meglio per entrambi vivere dalla nonna, di modo che lei ci possa aiutare. Da un po’ di tempo mio padre ha conosciuto una nuova compagna che a me non piace affatto e ha deciso di trasferirsi nella nuova casa. Abbiamo iniziato ad arredarla e a prendere le nostre cose che si trovavano nella casa della nonna.

Un giorno ho deciso di andare in soffitta a prendermi le mie bambole e i miei giocattoli. Fino a quel momento in soffitta non ci sono mai stata perché la nonna mi diceva che in soffitta abitano i fantasmi e io naturalmente ci credevo. Sono salita per le scale e davanti a me ho trovato una meraviglia. La soffitta inoltre che essere piena delle mie cose era piena anche delle cose che appartenevano alla mia mamma e alla nonna. Ho cominciato a curiosare. Quanti bei vestiti aveva mia mamma!! Com' è bello quel cappello rosa che mi sono ricordata che portava sempre. Mi sono avvicinata a un cassetto, l'ho aperto e da dentro mi guardava una fotografia, la fotografia più bella del mondo. La mamma, il papà ed io sorridenti sulle spiagge della Spagna. L'ho presa e l'ho portata a casa. Adesso la fotografia è sul mio comodino. Ho chiesto alla nonna se ci siano ancora delle fotografie di noi tre insieme e lei ha risposto di no. Questa era l'unica. La più importante per me.
Per questo motivo che è unica ha un enorme importanza per me.

 

 QUINTA                                                                                                        Luciana Levanić  
                                                                                   Classe VII Scuola Elementare Italiana “San Nicolò” Fiume

                                                                                                             Insegnante: Sara Vrbaški

Una fotografia nel cassetto

Oggi ho compiuto 25 anni, ed ho deciso di aprire quel vecchio cassetto che contiene tanti ricordi della mia vita fino ad oggi. In tutta sincerità, ho paura di aprire questo cassetto. Sono poche le persone che vi possono accedere. I sentimenti che mi fanno ricordare avvenimenti nascosti nel profondo del mio cuore sono tutti lì. Oggi avrò di nuovo la possibilità di percepire questi sentimenti, e di far rinascere tutti i miei ricordi. I ricordi sono quelli che fanno la nostra vita completa.

Davanti a me, mi sono trovata una fotografia di me stessa, e della mia cavalla Quinta. Quinta aveva, e ha tuttora, un grande ruolo nella mia vita. Tutti questi anni sono passati in un batter d'occhio, troppo veloci. Tutto quello che c'era rimasto infine erano i soli ricordi. I momenti vissuti accanto a lei erano un privilegio. I momenti più tragici sono rimasti incisi nella mia mente, come quel giorno quando Quinta aveva deciso di fermarsi prima che avevamo fatto il salto, buttandomi direttamente nell'ostacolo. Però, non viviamo per i momenti tragici, viviamo per quelli che rendono la nostra vita felice. Mi ero trovata davanti a molte persone che mi avevano detto che Quinta sarà la cavalla con la quale imparerò tutto.  Lei non aveva fatto solo questo, lei mi ha aperto le porte del mondo, mostrandomi tutto quello che esso nasconde. Tutte le bellezze del mondo erano nascoste nei suoi occhi dolci, che raccontavano quello che la sua bocca non era in grado di dire. Sapevo che il giorno quando la dovrò lasciar andare sarebbe arrivato, ho mantenuto la mia promessa. L'ho fatta vivere nei miei ricordi. Piangere davanti a quel box, dove una volta ero accolta dal nitrire di Quinta, era inutile. Nessuno ha il potere di ridarmela, però lei è vissuta, e lei vive ancora nei miei ricordi, dove il suono del galoppo dei suoi zoccoli, è eterno. Ho adagiato la fotografia nuovamente nel cassetto, con un sorriso fragile e una lacrima di gioia.

 
 SELFIE  
                                                                                                        Ana Vujović 
                                                                                Classe VII Scuola Elementare Italiana “San Nicolò” Fiume
                                                                                                          Insegnante: Sara Vrbaški

UNA FOTOGRAFIA NEL CASSETTO 

Oggi le persone scattano fotografie in ogni momento. Vanno particolarmente di moda i cosiddetti “selfie”, gli autoscatti che uno si fa col cellulare, ma che in fondo non hanno un significato o un valore paragonabili alle foto di una volta. Io l’ho capito un giorno quando sono andata dalla nonna a chiederle qualcosa, e lei – felicissima – ha iniziato a tirare fuori da un cassetto fotografie vecchie per farmi conoscere la mia famiglia e le vecchie usanze. Per ogni fotografia aveva una storia da raccontarmi. Mi parlava di come le persone prima si facevano fare delle foto solo in momenti particolarmente importanti, speciali, e con addosso i vestiti più belli. Erano foto molto diverse da quelle di oggi. La nonna era felice di poter far vedere a qualcuno tutte le sue foto, rigorosamente in bianco e nero, tutte ben organizzate nel cassetto e nessuno nemmeno un po’ stropicciata. Tirava fuori una foto dopo l’altra, fino ad arrivare all’ultima, la più importante. In questa foto c’erano il suo nonno Josephus e la nonna Carola. Era il 1905, il giorno del loro matrimonio. La mia nonna mi ha detto che nonna Carola era molto abile, si era fatta da sola il vestito della foto e pure l’abito dello sposo era opera sua. Mi sono subito resa conto come quella fotografia raccontasse non solo l’emozione di quella giornata importante, bensì l’emozione di tutta la loro vita.

La nostra famiglia non è mai stata ricca, e così Josephus è dovuto andare in America per guadagnare un po’ di soldi. Per anni ha lavorato in una miniera, fino ad ammalarsi e tornare ad Abbazia. Nemmeno una settimana dopo era morto. Nonna Carola piangeva tutti i giorni guardando proprio quella foto che ora io avevo tra le mani; l’unica che li raffigurava insieme. L’unico ricordo di suo marito. Tante erano le foto che avevo visto quel giorno, ma nessuna come questa mi ha fatto riflettere, mi ha fatto sentire lì, con loro, con le loro stesse emozioni, belle o brutte. Quel giorno avevo capito di come le fotografie vecchie ci facciano rivivere i nostri ricordi, rendano presente un evento passato.
 Spero di sbagliarmi, ma ho la sensazione che i “selfie” questo potere non ce l’avranno mai...

 

ACCADEMIA                                                                                                     Fani Kinkela
                                                                                Classe VII  Scuola Elementare Italiana “San Nicolò” Fiume

                                                                                                         Insegnante: Sara Vrbaški

 

  UNA FOTO NEL CASSETTO 

Durante l'estate devo sempre passare una settimana dalla mia nonna in un picollo villaggio istriano. Non  è vero che non  mi piace stare con mia nonna, ma è solamente che non ci stanno tanti ragazzi della mia età lì. Veramente non c'è neanche uno, e allora l'estate lì può essere molto dura. Perciò di solito prendo una marea di libri perché non posso nemeno stare al telefono siccome per chiamare qualcuno devo uscire di casa e allontanarmi una decina di metri perché non  c'è rete. Così l'anno scorso ho calcolato male e ho letto tutti i libri  alcuni giorni prima di andarmene e perciò la nonna mi ha dato un libro suo, che era una vera noia ma era l'unica opzione, perchè la nonna stava fuori con sua sorella nell'orto. Volevo andare anche io ad aiutare ma non mi lasciavano e perciò sono andata col libro a guardarle.

Mi sono seduta e ho comincato a leggere, ma quando ho aperto il libro c'era una foto in bianco e nero con dietro scritto il nome di mia nonna e di  mia bisnonna. Mia nonna aveva forse dieci anni, e da come era vestita penso che sia stato la sua prima comunione. Aveva un vestito lungo bianco, e una corona di fiori. Aveva capelli lunghi e lisci. Era molto carina. La mia bisnonna invece  aveva un vestito fino alle ginocchia con tanti piccoli fiori sopra. Stavano vicino alla chiesa su un prato. Mi ricordo quando mia nonna parlava della sua comunione. Non si ricordava tante cose, ma si ricordava che una signora le aveva  portato della stoffa dalla Italia per fare quel vestito. Ma allora ho visto che manca una parte della foto. Ho chiesto alla nonna dove fosse, e lei ha detto che  suo padre voleva solo le loro foto quando andava in guerra e che per questo le ha tagliate per portarle con sé. Era una cosa così carina che sono subito corsa in casa a prendere l'altra metà che era nel cassetto vicino al letto della nonna. Ho preso lo scotch e ho attaccato le due parti della foto. Quando sono tornata a casa dopo questa settimana ho chiesto alla mamma di ingrandire la foto e di metterla in una cornice. Adesso sta appesa vicino al letto della nonna.

 

 BRUSCHETTE                                                                  Paola Butorac, Lisa Mihelec, Emma Juretić

                                                                               Classe VII - a  Scuola Elementare Italiana “Belvedere” Fiume

                                                                                           Insegnante: Roberto Nacinovich

                                                 

I NOSTRI NONNI CI RACCONTANO 

A tutti noi, ragazzi, i nonni ci raccontano storie piene di avventure. Ricordandosi del loro passato e dei fatti avvenuti quando erano giovani i loro occhi si illuminano e per un momento, come per magia, le rughe sul loro viso si riempiono di una strana gioia rievocando il fascino della loro vita passata.Tutti i nonni hanno quella storia che raccontano sempre, quella che tutti sanno a memoria, quella che, anche se l'abbiamo sentita un migliaio di volte,ci piace sentirla di nuovo. Amano parlare di come si sono conosciuti, come il destino li ha uniti e dell'amore che durera' per sempre.

I miei nonni, ad esempio, raccontano un aneddoto che cambio' la loro vita: ogni giorno mia nonna si recava con il treno da sua zia. Un giorno anche mio nonno casualmente si trovo' su quel treno. Non potendo resistere all'incantevole bellezza della nonna,mio nonno inizio' a conversare con lei e di conseguenza tra i due nacque l'amore che dura ancor'oggi.  Ma mio nonno ha un sacco di altri momenti che non sono tanto romantici,ma divertenti e talvolta anche ridicoli. L'avvenimento che gli e' rimasto particolarmente impresso nella memoria e' quello che riguarda la sua giovane eta', la sua infanzia. A quell' epoca il budino non era un cibo che si mangiava ogni giorno,ma quella sera mia bisnonna ebbe un ' idea di farlo,avendolo ricevuto in regalo. Per preparalo, aveva bisogno dell'acqua fresca e aveva chiesto a mio nonno di andarla a prendere alla sorgente che si trovava non lontano da casa sua. Siccome vivevano sull'isola, a pochi metri dal mare, la sorgente era piu' distante che il mare e mio nonno, essendo un pigrone, invece che dell'acqua porto' un po' di acqua marina. La madre, ignara della stramberia di suo figlio, servi' il budino salato a tutta la famiglia!

 Un' altra storia invece,riguarda mia nonna istriana. La famiglia della mia nonna aveva un boscarin che divorava con gli occhi il cibo che tutti mangiavano. Quando mia nonna usci' di casa, lui le rubo' il cibo dalle mani,colpendola con tutta forza. Non sapendo cosa fare, se la diede a gambe. Ma cio' non fu una cosa saggia da fare. In un attimo, il boscarin di nome Fervido,le corse dietro e la feri'. Ancora oggi diventa nervosa quando narra questa storia con ansia e paura.  Ogni storia raccontata dai nostri nonni ha un particolare fascino per noi, che magari non ci servira' nella vita, ma fara' sempre parte di noi, anche quando verra' il nostro tempo per raccontare le nostre memorie ai nostri nipoti. Percio' dobbiamo ringraziare ai nostri nonni che ci fanno sempre ridere e divertire con storie che magari sono lontane dalla nostra realta' ma ci insegnano che per essere felici, basta una risata, un ricordo e soprattutto stare insieme e „volerse ben“ .