Scuole Medie Superiori 2014
Mailing List Histria concorso 2014

 

1° PREMIO

 

                 motto SOLE                                 Nina Rukavina  

  Classe II - a Scuola Media Superiore Italiana Fiume

                                                  Insegnante: Emili Marion Merle

 

Motivazione: Righe che testimoniano la profonda maturità nel raccontare eventi terribili con un linguaggio senza retorica ma di grande effetto. L’autrice conclude il triste racconto scrivendo riguardo alla storia della sua città: “mi appartiene ed è giusto che io la conosca, ma è anche giusto che la conoscano i miei amici e coetanei, perché possano apprezzare la pace e comprendere il dolore di popoli costretti a lasciare la loro terra per colpa dei giochi politici, dei potenti.

E questa non è solo storia, ma continua ad accadere anche oggi.”

 

 "I nostri veci ne conta" ovvero "I nostri nonni ci raccontano"

E' una pagina di storia che nessuno mai ci aveva insegnato, che non si trova in nessuno dei manuali scolastici che usavamo in classe. Ne avranno scritto altri libri e giornali, ne avranno anche discusso gli esperti in varie trasmissioni televisive, ma io non ci avevo mai fatto caso prima, o meglio non l'avevo collegata con il mio mondo, con la mia famiglia. L'ho scoperta direi quasi per caso, guardando lo spettacolo "Magazzino 18" di Simone Cristicchi, sull'esodo e sulla tragedia degli istriani, fiumani e dalmati. Ne sono rimasta talmente impressionata che ho voluto conoscere più a fondo la vicenda, approfondire l'argomento con mio nonno da parte materna. Lui è di Pola e sto parlando della strage di Vergarolla. Non ho ancora capito bene fino in fondo quello che è successo, anche perché navigando su Internet ho trovato tante versioni, tanti dati, anche discordanti, tante ipotesi e poche certezze. Sui fatti, più o meno, non ci sono controversie, cosa che non si può sostenere per le responsabilità dell'esplosione, la dinamica e perfino il numero delle vittime, che sono tuttora fonte di accesi dibattiti. Se ne possono trovare degli articoli sull'"Arena di Pola", che mio nonno mi ha passato, con il rammarico di non possederne altre e altri numeri di questo giornale che esce in Italia, pubblicato da quella parte dei "polesani" che dopo la Seconda guerra mondiale non videro altra scelta che andarsene.

Dunque, il 18 agosto del 1946 si teneva una festa del circolo di canottieri Pietas Julia, con centinaia di persone, famiglie con bambini, che si erano riversate sulla spiaggia polese. La città cercava di ritornare alla normalità, dopo aver superato quattro anni di dura guerra, ferita da una serie di bombardamenti angloamericani che, a partire dal gennaio 1944, la martellarono fino al marzo 1945. La popolazione cercò di reagire, dapprima disponibile ad un certo spirito di solidarietà – gli operai del cantiere navale rinunciarono persino alla paga di un giorno per aiutare i sinistrati – poi, mentre aumentava il numero delle vittime civili, diventava sempre più preda dello scoraggiamento e del fatalismo, colpita nell’animo dallo sfollamento in campagna e dalla distruzione di molte abitazioni e di tre luoghi simbolo dell’identità cittadina: il Duomo, la parte anteriore del Tempio di Augusto e il cantiere navale di Scoglio Olivi. Molti cittadini giunsero a trascorrere intere notti e giornate nei rifugi, dove addirittura furono celebrate le messe del Natale del 1944. Mio nonno Franco, che all'epoca era piccolissimo, aveva appena 2-3 anni (è del febbraio 1942), ha dei ricordi solo vaghi, sa quello che gli raccontarono poi i suoi genitori, ossia delle fughe nei ricoveri. La sua famiglia abitava davanti all'Ospedale della Marina, per cui era nei sotterranei di quest'ultimo che si recavano tutti. Lui non si rendeva conto di quanto succedeva, era un bambino che aveva voglia di giocare e scorrazzava per i corridoi, tant'è che in uno di questi suoi continui girovagare gli capitò addirittura di piombare in sala operatoria durante un intervento!

Liberata dalla dominazione nazista, a differenza di buona parte dell'Istria e del Quarnero occupate dalla Jugoslavia di Tito, che l'aveva occupata fin dal maggio 1945, Pola invece era amministrata a nome e per conto degli Alleati dalle truppe britanniche, ed era quindi l'unica parte dell'Istria al di fuori del controllo jugoslavo. Nel giugno 1945 fu istituito il Governo Militare Alleato della Venezia Giulia, comprendente parti delle province di Trieste e Gorizia, sotto la cui autorità passò anche l’enclave dell’area urbana di Pola, fino al settembre 1947, quando, per effetto del Trattato di Pace di Parigi, anche questa città, come il resto dell’Istria, venne ceduta alla Jugoslavia di Tito. Nel frattempo le autorità alleate avevano dato inizio alla ricostruzione di edifici, case e quant’altro danneggiato dalla guerra, valendosi di ditte e cooperative locali. Addirittura fu fatto un importante sforzo da parte dei funzionari italiani della Soprintendenza ai monumenti di Trieste, che curarono il restauro del Duomo e del Tempio di Augusto.

Nel tentativo di riprendere con la vita di tutti i tempi, la Società Pietas Julia organizzò una festa sportiva che prevedeva anche gare di canottaggio nei pressi della spiaggia di Vergarolla, zona molto frequentata per i bagni. Oltre alle gare erano previsti anche chioschi gastronomici perché si trattava a tutti gli effetti di una festa popolare. Sulla spiaggia però gli Alleati avevano ammassato ventotto mine marittime con nove tonnellate di tritolo, prive di detonatori ma non vuotate dell’esplosivo in esse contenuto. Quelle mine, dalle varie informazioni recuperate in rete e dalle varie testimonianze diffuse, sembra che siano state disinnescate da tre squadre di artificieri, e che dunque non sarebbero mai potute scoppiare senza detonatori. Alcune testimonianze, proprio per evidenziare la convivenza che sussisteva con quelle mine, evidenziavano che i bambini ci giocavano, a cavalcioni sopra i cilindri metallici, che tutti sapevano essere degli oggetti di origine militare, ma inoffensivi e lasciati incustoditi sulla spiaggia dai militari alleati verso cui, gli italiani di Pola, riponevano una immensa fiducia. Alle 14,15 l'esplosione di queste mine uccise diverse decine di persone, da 70 a 87, e decine di feriti. Alcune rimasero schiacciate dal crollo dell'edificio della Pietas Julia. Il boato si udì in tutta la città e da chilometri di distanza si vide un'enorme nuvola di fumo. I soccorsi furono complessi e caotici, anche per il fatto che alcune persone furono letteralmente "polverizzate". Questa è una delle cause per cui non si riuscì a definire l'esatto numero delle vittime. Naturalmente la città fu fortemente scossa da un fatto così tremendo. All’epoca furono successivamente aperte delle inchieste che però non riuscirono a venir a capo dei motivi reali del fatto. Ogni ipotesi rimase senza prove che potessero portare a scoprire chi o cosa avesse fatto esplodere quelle mine. Un colpevole non venne mai trovato, in ogni caso per molti la strage era frutto della volontà di colpire gli italiani che stavano dimostrando, con quella manifestazione sportiva dimostrando l’attaccamento alla “patria” e la contrarietà alla cessione alla Jugoslavia della città. La Società Pietas Julia, del resto, fin dai primi anni della sua attività aveva molto a cuore la difesa dell'italianità, fatto per il quale fu anche soppressa dalle autorità austriache dal 1915 al 1918, quando Pola era ancora sotto gli Asburgo e l'Austria-Ungheria era in guerra contro l'Italia. Cercando su Internet informazioni in merito alla strage di Vergarolla, la quasi totalità dei siti, molti dei quali di destra ed anche estrema destra, liquidano il tutto come opera dell'OZNA di Tito (i servizi segreti jugoslavi). Da una nota informativa (ancora tutta da verificare) contenuta nelle carte del National Archives di Kew Gardens, nei pressi di Londra, emergerebbe che quella che è conosciuta come la strage di Pola sia stata organizzata dall’OZNA e tra gli esecutori materiali spunterebbe il nome di un agente di tale organizzazione: Giuseppe Kovacich, trentenne, allora già noto allo spionaggio alleato come terrorista.

In seguito all'esplosione, l'ospedale cittadino "Santorio Santorio" divenne il luogo principale della raccolta dei feriti (nell'opera di assistenza medica si distinse in particolar modo il dottor Geppino Micheletti, che nonostante avesse perso nell'esplosione i figli Carlo e Renzo, di 9 e 6 anni, per più di 24 ore consecutive non lasciò il suo posto di lavoro). Mio nonno guardò tutto ciò dalla finestra, i camion scoperti che venivano all'ospedale. "C'era sangue dappertutto, persone morte, feriti che urlavano e chiedevano aiuto, gente con gli arti stracciati, pezzi di carne che pendevano come brandelli di carta. Un orrore. E io vidi tutto questo scempio, perché mia mamma non era riuscita a tirarmi via in tempo dalla finestra. Non si sapeva che cosa era successo, si pensava a una nuova guerra. Io, questo mi hanno raccontato dopo, ne soffrii a lungo di quelle scene terribili che si presentarono ai miei occhi, e per una settimana circa mangiai a malapena qualcosa, rifiutando assolutamente la carne", mi ha detto il nonno. Lui più tardi approfondirà sull'accaduto, leggerà nel frattempo tanti libri e articoli di giornale sull'eccidio di Vergarolla. Ma una verità, la Verità che tutti cercano, non è stata ancora scritta e lui non è stato in grado di presentarmela.

In ogni caso, qualche mese dopo la maggior parte della popolazione andrà via dalla città. Mio nonno, la cui famiglia deciderà di restare, perderà una parte dei parenti e tanti amici e compagni di scuola, tra cui l'attrice Laura Antonelli. Anche di questo parla lo spettacolo di Simone Cristicchi, che personalmente mi ha aperto certi orizzonti e mi ha insegnato una storia che mi appartiene e che è giusto che io la conosca, ma è anche giusto che la conoscano i miei amici e coetanei, perché possano apprezzare la pace e comprendere il dolore di popoli costretti a lasciare la loro terra per colpa dei giochi politici, dei potenti. E questa non è solo storia, ma continua ad accadere anche oggi.
 

                                   2° PREMIO                                 

 

        motto ELEFANTE                           Martina Ban  

   Classe II - a Scuola Media Superiore Italiana Fiume

                                                     Insegnante: Emili Marion Merle

  

Motivazione: Per mezzo di un linguaggio fresco, diretto e ben costruito, l'autrice mette a confronto la propria vita fatta di certezze e privilegi, con quella di una sua coetanea costretta a combattere per uno dei diritti più fondamentali: l'istruzione. E lo fa accusando orrore di fronte al fanatismo, ma anche fede in un mondo migliore.

 

Prendete i vostri libri e le vostre penne, sono la vostra arma più potente. Un bambino, un insegnante, una penna e un libro possono cambiare il mondo. E’ il messaggio di  Malala Yousafzai, la ragazza simbolo del diritto allo studio, a quale riflessione ti associano le sue parole

L'ARMA PIÙ POTENTE

                    È lunedì. Suona la sveglia alle sette del mattino, l'ora di inizio di una giornata comune per Laura. Laura vive a Milano con i suoi genitori e suo fratello di 5 anni, il maestro dei bisticci, come lo descrive lei. Si alza, si veste, fa colazione, si lava i denti e, come ogni giorno, accompagnata dal bacio della mamma e del papà esce da casa e si avvia verso scuola. Esce dalla macchina e attraversando la strada con la sua nuova borsetta in mano, regalo del padre per il suo quindicesimo compleanno, pensa al momento di mostrarla alla sua amica del cuore, Anna. Si ricorda altrettanto di non aver fatto nuovamente il compito di inglese. ''Ti sta benissimo'' dice Anna mostrando la borsetta. ''Grazie cara. Eh già! Hai fatto per caso il compito di inglese?'' ''Laura, da quand' è che tu hai interesse per il compito di inglese? Non li fai mai, e poi, come dici tu, queste cose non ci aiuteranno nella vita: specialmente la matematica, la biologia...Dio mio, oggi interroga fisica vero?'' risponde Anna. ''Che noia... che ne dici di andarcene via le ultime due ore? Andiamo a prendere un caffè, non ho voglia di restare qui tutto il giorno.'' chiese Laura salutando Marco dall'altra parte del corridoio. ''Stai scherzando? Vuoi che chieda a Marco di accompagnarci? Credo sia matto per te!''

''Ancora ore da giustificare Laura?'' dice la madre vedendola entrare in casa. ''Mamma, non mi sentivo bene,ti avevo mandato il messaggio.''

''Ti ho vista passeggiare con Anna, non dire bugie...'' risponde la madre con una voce stranamente calma.

''Scusami. A dire la verità, non avevo voglia di restare a scoula, e poi l'interrogazione di fisica...sai che odio la scuola!''

''Non apprezzi affatto la tua educazione, è l'arma più potente che avrai, Laura!''

                   È lunedì. Sono le sette del mattino e i raggi di sole penetrano dalla finestra e avegliano la sedicenne Aalyah. Alzandosi in piedi ringrazia Allah per un altro giorno e si reca velocemente da sua madre per la prima preghiera. Pensa a suo fratello: non l'ha visto da due mesi siccome è in guerra, spera che sia salvo e prega per lui. Dopo aver fatto la colazione si avvia verso scuola. Cammina per la strada con paura poichè i talibani hanno emanato un editto che proibisce a tutte le ragazze di andare a scola. Solo 10 compagne di 25 si sono presentate alle lezioni. Molte altre hanno abbandonato Swat con la famiglia per paura.

''Hai avuto probelmi arrivando?'' chiede Aalyah alla sua compagna di banco, Nihli. ''Ho sentito un uomo dire 'ti ucciderò'; ho affrettato il passo guardandomi alle spalle per vedere se mi stava seguendo ma poi ho capito che stava parlando al cellulare. Minacciava qualcun altro'' rispose Nihli.

Quel giorno la professoressa comunica che si proibisce alle alunne di indossare abiti colorati. Poi, verso la fine della giornata il preside annuncia la data d'inizio delle vacanze ma, stranamente, non dice la data del loro rientro. I giorni seguenti quindi potevano essere gli ultimi giorni di scuola per Aalyah.

''Dove'eri fino a quest' ora?'' dice la mamma vedendo Aalyah entrare in casa. ''Scusa, a dire il vero, non lo so se ci ritornerò mai più.'' risponde la figlia disperata, abbracciando il fianco della madre.

           ''Non importa di dovermi sedere sul pavimento a scuola. Tutto ciò che voglio è l'istruzione. E non ho paura di nessuno'', ''Un bambino, un'insegnate, una penna e un libro possono cambiare il mondo'' e molte altre sono citazioni di quella bambina, ragazza, donna che oggi  rappresenta il simbolo vero e proprio del coraggio e della verità. L'unica, la cui voce parla per quelli che non possono parlare, le cui parole penetrano in coloro che non vogliono sentire e alzano il mondo in piedi. La grave ferita provocata dai talebani non le ha probito di parlare e continua a combattere per il bene di questo mondo, per la pace e l'armonia. Il fatto che mette al primo posto il bene degli altri, i loro diritti e la loro liberazione rende Malala il simbolo della lotta all'estremismo. Sono persone come lei che cambiano questo mondo e ci fanno aprezzare il bene che abbiamo, la fortuna di essere privilegiati. Il suo esempio è una spinta per tutti coloro che vogliono procedere sulla strada della pace e della giustizia modificando il mondo, sfruttando la vita per il bene.

''Questo non  è il mio giorno, ma  è il giorno di coloro che combattono per una causa, io sono qui per dare la parola anche a chi non ha voce.''

 3° PREMIO

motto SOLSTIZIO D’ESTATE                Anna Frlič  

  Classe I Ginnasio “Antonio Sema” Portorose, Pirano  

                                                            Insegnante: Dora Manzo

   

Motivazione: C'é la Storia scritta, o taciuta, sui libri e c'é la storia degli uomini che l'hanno vissuta e sofferta. Stavolta ce la trasmette un nonno che ha conosciuto il dramma dell’Esodo dalla parte dei rimasti, con l'abbandono, la solitudine, la perdita del proprio tessuto umano ormai lacerato. E questa esperienza di dolore é mediata dalla nipote, che si fa portavoce dell'esperienza di una famiglia e di un intero popolo, dimostrando di aver capito che conoscere serve per non commettere più gli stessi errori.

 

I NOSTRI NONNI CI RACCONTANO

Come tanti anziani, mio nonno sempre mi racconta avventure che ha passato quando era piccolo. Da piccola ridevo tanto quando mi raccontava storielle comiche. Da subito avevo capito che la vita di un tempo era molto diversa dalla nostra. Mio nonno, anche se non aveva un computer e un telefonino, aveva tanti amici. Non aveva giocattoli costosi ma, assieme ai suoi amici di sempre, i giocattoli se li costruiva da solo. Bastava un bastone e le corse nei boschi diventavano meravigliose avventure. A scuola leggeva qualche libro di Emilio Salgari o di Jules Verne. Poi con gli amici faceva proseguire le storie nel boschetto dietro casa sua. Diventavano tutti pirati o cacciatori. A proposito di cacciatori, mio nonno, assieme ad i suoi amici cacciavano davvero la selvaggina con trappole e lacci. Ora queste attività sono severamente proibite. Anzi forse lo erano anche in quegli anni. Ma mio nonno mi racconta sempre che quando era piccolo c’era molta fame perciò ammazzare una lepre o degli uccellini diventava una festa per tutta la famiglia. La cosa che mi piace di più dei racconti di mio nonno è l’ unione che c’era tra le persone. Tra amici erano sempre disposti ad aiutarsi e così la vita diventava meno dura per tutti. Quando c’erano dei grossi lavori nei campi, tutti si aiutavano a vicenda e il lavoro diventava quasi un far festa e per i bambini diventava tutto un gioco: anche raccogliere i granelli di uva caduti durante la vendemmia oppure giocare a pallone con la vescica del porco macellato in mattinata… Chi aveva l’ aratro nuovo volentieri andava ad arare anche i campi dei vicini. In cambio i vicini gli prestavano il torchio per l’ uva o altro.
Le storie che ho sentito non sono tutte allegre ma c’è anche una storia che mi ha fatto tanta tristezza. C’è stata la guerra, mancavano le cose da mangiare… ma sono accaduti avvenimenti ancora più brutti.
In classe i bambini erano tanti ma ad un certo punto i bambini hanno iniziato a “sparire” ogni settimana qualcuno mancava all’ appello. Le maestre erano tristi ma non dicevano niente. A casa, sua mamma e suo papà parlavano tra di loro, i bambini non capivano niente. La sua mamma, mia nonna Anna piangeva tanto perché suo zio una notte era stato portato via e non sapeva dove lo avessero portato e perché. Sarebbe, poi, ritornato? Come stava?
In classe con mio nonno c’erano altri ventiquattro bambini e bambine, com’ era bello giocare tutti assieme. La scuola non era così pesante se potevano giocare, scherzare, prendersi in giro ed inseguire le bambine spaventate. Poi settimana dopo settimana Maria non era più venuta, poi neanche Giorgio, Mattia, Rosetta, Gina….ma dove erano finiti? Claudio, era il migliore amico di mio nonno, era un ottimo costruttore di cerbottane e cacciatore di quagliette. Vivevano vicini e si vedevano ogni giorno. Claudio ad un tratto era diventato strano. Era molto pensieroso perché aveva sentito parlare i propri genitori, se ne sarebbero andati via per sempre perché qua era diventato impossibile vivere. Cosa significava ciò? Perché era impossibile vivere qua? Qua era tutto bello come sempre, solo la gente stava diventando ogni giorno più cupa. No, Claudio stava scherzando, aveva sentito male, non se ne sarebbero andati lui ed i suoi fratelli. Dove poi sarebbero andati? Perché?
Invece una notte le lampade della casa di Claudio erano rimaste accese a lungo. Poi si erano spente. Chi batteva chiodi a quella ora così tarda? Un brusio….Poi mio nonno aveva sentito dei suoni strani, non riusciva a vedere cosa stava accadendo.
Il giorno dopo Claudio non era venuto a scuola, ne’ il giorno dopo, né mai più. Che tristezza, mio nonno per la prima volta in vita sua si era sentito solo. Prima era pieno di amici, il tempo libero lo passava a giocare con essi e ora se ne doveva stare da solo. Alla fine dell’ anno scolastico in classe erano rimasti solo in tre e la maestra piangeva.
Passò l’ estate, le pozzanghere con le rane c’erano, le cicale stridevano come sempre ma mio nonno doveva giocare da solo. I suoi fratelli erano troppo piccoli per seguirlo nelle sue scorribande. Non riusciva a capire cosa fosse successo ma sapeva che la situazione era brutta ma non immaginava che il brutto stava ancora per arrivare.
Il primo settembre si preparò ad andare a scuola. Era solo e suo padre lo accompagnò perché stava per succedere qualcosa. Mio nonno non doveva più frequentare la scuola italiana perché il suo cognome non andava bene. Lui si era sempre chiamato così, cosa era cambiato? Si ritrovò in una classe di venti bambini, non erano cattivi ma lui non capiva cosa dicevano. La maestra si che era severa, era venuta da chissà dove e appena mio nonno non sapeva dire qualcosa o scrivere in croato giù bacchettate sul dorso delle mani. Per fortuna dopo tre mesi arrivò un’ altra maestra più comprensiva che dopo le lezioni prendeva mio nonno e altri tre ragazzi delle classi superiori e insegnava a loro la lingua croata. In primavera mio nonno già sapeva parlare e scrivere e non aveva più tanti problemi ma non era più felice come prima. Aveva perso tutti gli amici, era dovuto crescere troppo in fretta. Aveva conosciuto la paura e la solitudine. Suo papà si era chiuso nel mutismo e non era riuscito ad infondergli più la sicurezza che aveva prima. Sua mamma si era ammalata. Nonno capiva che erano successe cose brutte e con gli anni venne a sapere cosa era successo e quali erano state le conseguenze. Mi ha raccontato dello zio finito morto in una foiba, solo perché era proprietario di un negozietto. Mi ha raccontato dei bambini morti nei campi profughi per colpa del freddo. Mi ha raccontato di parenti partiti pieni di speranze per andare in Argentina e di cui non sì è mai più avuto notizia. É inutile raccontare l’ amarezza che gli è rimasta dentro.
Io, ora ho quindici anni e so che cosa sia successo e credo di aver capito come si sono sentiti i miei nonni e cosa abbiano provato. Ho studiato storia e so che l’ uomo in certe occasioni si comporta molto peggio degli animali, perde la sua “umanità”. So cosa significhi sentirsi soli, quando hai mille problemi e ti senti sbattuto come una barchetta nella tempesta. Non puoi fare nulla ma solo aspettare che passi. Ti senti solo nell’ anima. Ma qualche volta la solitudine ti fa crescere, ti fa capire le cose meglio. Contempli la vita e impari ad accontentarti dei piccoli ma immensi tesori che la vita ti porta ogni giorno.
Così mio nonno non ha sofferto la solitudine per sempre ma poi, diversi anni dopo, ha incontrato mia nonna, insieme sono stati felici, hanno coltivato le campagne appartenenti al mio bisnonno. Gli alberi che aveva piantato suo papà sono cresciuti e danno frutti succosissimi. Come anche noi, nipoti di mio nonno, e di mio bisnonno che ha avuto il coraggio di restare. Ognuno sceglie la sua strada ogni strada può essere sbagliata come può essere quella giusta, nessuno può saperlo ed in definitiva è inutile saperlo. Hanno sofferto tutti, quelli che sono rimasti, quelli che hanno dovuto abbandonare tutto e se ne sono dovuti andare. Chi era rimasto era abbandonato a se stesso e mal visto da chi arrivava. Chi era andato doveva vivere e soffrire la solitudine, malvisto anche nella propria Patria.
Non ha scopo e non aiuta nessuno portare dentro rancori. Importante è che ognuno nella vita si costruisca qualcosa di bello e fare in modo che la storia non si ripeta, che non si debba mai più soffrire per colpa di ingiustizie e nazionalismi né in Istria né in altre parti del mondo.
 

 

 

MAILING LIST HISTRIA – Medie Superiori – Lavori di gruppo  –

 

1° PREMIO  NON ASSEGNATO

 

 

2° PREMIO  NON ASSEGNATO

 

 

3° PREMIO  NON ASSEGNATO