13° CONCORSO MAILING LIST  HISTRIA 2015

 

Scuole Superiori – Lavori individuali  –

 

- Traccia 1"I nostri noni ne conta - i nostri nonni ci raccontano"  storie e memorie del vostro passato familiare

- Traccia 2"Si dice che  Augusto, Dante e Petrarca abbiano passeggiato dalle tue parti… chissà quante personalità della storia e della letteratura hanno visto il tuo stesso panorama...”                                                                                                                               

- Traccia 3"Personaggi come Diocleziano, Eufrasio, Massimiano o papa Giovanni IV sono nati in Istria o Dalmazia, testimoni della continuità della civiltà latina nell'Adriatico orientale, dopo la fine dell'Impero Romano d'Occidente. Scegline uno illustrando  questo  poco conosciuto periodo della storia.”

 

 _______________________________________________________________________

 

 

UNBELPOSTODESERTONELMEZZODELNULLA                              Leo Bogdanović Vlah
                                                       Classe I Perito Turistico – Alberghiero Scuola Media Superiore Italiana Rovigno

                                                                                           Insegnanti: Doris Ritossa, Maria Bujovac

 

  I nostri noni ne conta – i nostri nonni ci raccontano             

I miei nonni spesso mi raccontano storie di un'epoca passata, lontana e diversa da quella in cui vivo oggigiorno. Le storie riguardano i miei antenati e in particolar modo loro stessi. Le storie che mi sono rimaste piu' impresse sono le avventure vissute dal mio nonno materno, Franjo. Verso la fine del quarantacinque del secolo scorso mio nonno iniziò a frequentare la prima elementare. A quel tempo non possedeva né quaderni né matite né pennarelli, ma usufruiva di una lavagnetta e di un gessetto per scrivere i compiti. Era il dopoguerra, tempi di miseria, carenza di denaro, in poche parole tempi duri. Spesso e volentieri i compiti sparivano per motivi strani e poco chiari, ignoti, cioé venivano cancellati dalla manica durante il tragitto da casa a scuola.               Frequentemente al nonno veniva assegnato il compito di portare quelle poche mucche che avevano al pascolo. Era ormai quasi un adolescente quando in un soleggiato pomeriggio di fine primavera portò le mucche a pascolare e prese un libro con sé per studiare. Arrivato al pascolo si sedette sotto ad un albero e iniziò a leggere, avendo attorcigliato attorno alla vita un catenaccio che dall'altra estremità era agganciato al collare di un vitello irrequieto. Avendo sentito ad un certo punto un frastuono, il vitello si spaventò, e come risultato se la diede a gambe levate, facendo volare il povero nonno. Il vitello lo trainò per un bel pò, dandogli ogni tanto qualche calcio. Il nonno fu salvato da due sconosciuti che per caso passavano da quelle parti.

               Ma il racconto  che mi ha divertito di più era l'episodio che era accaduto durante l'ora di religione. A quel tempo tale materia a scuola era obbligatoria e dato che mio nonno non ne era tanto entusiasta, non riusciva a stare calmo durante l'ora di lezione, perché non gliene importava propio nulla; così veniva spesso e volentieri punito dall'insegnante che era un sacerdote. Le punizioni consistevano nelle bacchettate che venivano scagliate sul palmo della mano rivolto verso l'alto. Più il nonno ritraeva la mano, più bacchettate riceveva. Durante una mattinata invernale si stufò, aprì la finestra, e se la squagliò. Tornato a casa, la madre lo riaccompagnò a scuola. Arrivato a scuola le ricevette di nuovo perché era fuggito e lui se la diede a gambe per la seconda volta saltando dalla finestra nella coltre soffice e gelida.
              Ripensando a questo episodio mi diverte la ribelle fuga del nonno, ma mi infastidisce il metodo usato dell'insegnante per zittire l'alunno e farlo rispettare la propria pesona. Le lesioni corporali sono, dal mio punto di vista, una cosa insensata e inaudita, inconcepibile e retrograda.

              Mio nonno Franjo mi racconta spesso l'episodio sorridendo, ricordando lo stupore del prete per la sua articolata e spericolata fuga. Il nonno, durante il suo percorso di vita, ha dovuto affrontare molte avversità e difficili prove, ma nonostante ciò è una persona serena, scherzosa, piena di allegria e rappresenta una figura importante nella mia quotidianità, un punto di riferimento perché è una persona ricca di saggezza.

 

 HEISENBERG 737                                                                   Ruben Finderle
                                                      Classe III – Liceo Generale Scuola Media Superiore Italiana Rovigno

                                                                     Insegnanti: Ivana Mitić Rakić, Maria Bujovac

 

I MIEI NONNI MI RACCONTANO

Mia nonna Mariza è sempre stata una donna fiera e giusta, calda e gentile, mai severa. La sua giovinezza fu felice e segnata dalla musica italiana ed internazionale del tempo, musica che non perde di ascoltare ancor oggi. Si ricorda che tutta la casa tremava mentre ascoltava i Rolling Stones a tutto volume. Dopo aver completato la sua educazione a Parenzo, cominciò a lavorare all`albergo Rubin, a Parenzo, per poi passare al Diamant, dove conobbe molti sportisti famosi, tra cui Dražen Petrović. Nel 1970 conobbe l`uomo che diventò suo marito, mio nonnno Miloš. Durante la guerra, nel 1993, decise di lavorare come cameriera e co-proprietaria del ristorante Ulika in un campeggio di Parenzo.
Oggi la nonna riempie di gioia e felicitả ogni giorno che passo con lei.

 

 MORE 523                                                                               Debora Mofardin
                                                        Classe III – Liceo Generale Scuola Media Superiore Italiana Rovigno

                                                                       Insegnanti: Ivana Mitić Rakić, Maria Bujovac

 

I MIEI NONNI MI RACCONTANO

Ognuno di noi ha una storia da raccontare, fatta di vicende e avventure passate. Chiedendo a mia nonna di raccontarmi una sua vicenda, sono venuta a conoscenza di tanti particolari del suo passato. Nonna Marina afferma che il periodo più  felice e spensierato della sua vita è stato  il periodo dell`infanzia.
La sua famiglia era umile e laboriosa. Non avevano tante cose materiali, ma i suoi genitori hanno sempre fatto in modo che sia lei che suo fratello avessero quello di cui avevano bisogno.
Una cosa che non dimenticherà mai sono i giochi che faceva con i suoi amici e le infinite giornate estive trascorse al mare a divertirsi. Le famose scinche ovvero le biglie oppure giochi come la balena scondi e balena corri, che al giorno d`oggi equivalgono a nascondino e al rincorrersi, erano i giochi piu`divertenti. Si ricorda pure dei sei mesi trascorsi all`ospedale dopo che si era fatta male cadendo da un albero. Per una bambina di sei anni, il periodo passato tra le quattro mura bianche dell`ospedale sembrava un`eternità. Ancora oggi li considera i sei mesi  peggiori della sua vita.
Quando ha iniziato ad andare a scuola, ha capito che studiare non faceva per lei. A quindic
i anni ha pregato la mamma di lasciarla lavorare fuori casa per guadagnare un pò di soldi. Ha iniziato nella fabbrica tabacchi dove ha lavorato per un anno e poi nella fabbrica dei pesci „Mirna“ dove ha conosciuto mio nonno che lì faceva il meccanico. I due hanno iniziato a frequentarsi, per sposarsi un pò più tardi, a ventidue anni.
Dopo quarantadue anni di matrimonio, non possono stare l`uno senza l`altra.
La vita di mia nonna, come constata lei da sola, ẻ passata molto in fretta. Non è stata una vita entusiasmante e avventurosa, ma sicuramente una vita ricca di affetti ed emozioni.

 
LIBRO    
                                                                                Sintia Djerdj
                                                 Classe III – Liceo Generale Scuola Media Superiore Italiana Rovigno

                                                                       Insegnanti: Ivana Mitić Rakić, Maria Bujovac

I MIEI NONNI MI RACCONTANO

Una delle domande piu` difficili da chiedere alle persone è quella  di parlare della propria vita. Quando posi questa domanda alla nonna, lei non sapeva da dove iniziare. Decise così di partire dall`inizio. La nonna nacque a Valle ed era la più giovane di due sorelle. Il primo anno di vita lo trascorse in ospedale per problemi di salute. Suo padre lavorava come postino e sua madre vendeva pesci. Aveva solo due anni quando tutta la famiglia si trasferì a Rovigno in cerca di opportunità migliori. Da piccola passava le sue giornate giocando tutto il giorno con gli amici per le strade di Rovigno e cantando vecchie canzoni. A scuola era un'alunna mediocre a cui non piaceva la storia. Allora si portavano i grembiuli, tutti erano vestiti uguali, giocavano insieme e si accontentavano di piccole cose. Quelli che non avevano la tv in casa, come mia nonna, andavano in Comunitả per vederla lì e per divertirsi con gli amici. Sia durante le vacanze estive che quelle invernali la nonna andava dai parenti a Valle dove poteva godersi la tranquillità del villaggio e della natura circostante. Aiutava nei lavori domestici e si divertiva ad ascoltare le storie dei „veci“. A quattordici anni andò a lavorare d'estate come venditrice di gelati ma il suo primo vero lavoro fu come barista sull`Isola Rossa. Era diciottenne che si sposò ed ebbe una figlia. Purtroppo iniziarono problemi di salute dei due genitori ma anche  problemi matrimoniali. Dopo il fallimento del matrimonio, si risposò una seconda volta ed ebbe altre due figlie, tra cui mia madre. Il destino volle che anche questo matrimonio fosse di breve durata. Ciononostante, non si arrese, anzi, incontrò una persona che le fece di nuovo vibrare il cuore e che la rese felice. Ma la vita, crudele, come lo è a volte, le prese il nuovo compagno. Questo fatto fu sicuramente una delle cose più ingiuste della  sua vita.
Mia nonna dimostrò però di essere forte, fortissima, e non smise mai di ridere e di scherzare. Da giovane provò la pesantezza della vita, sacrificandosi per i figli e cercando di condurli sulla st
rada giusta.
Sono molto contenta di averla vicina perchè  lei è e sarà sempre il mio punto di riferimento e la mia aiutante saggia.


 GAIA
                                                                                            Nika Skerbec  
                                                                  Classe IV - a
 Scuola Media Superiore Italiana Fiume

                                                                                    Insegnante: Emili Marion Merle

 

"Personaggi come Diocleziano, Eufrasio, Massimiano o papa Giovanni IV sono nati in Istria o Dalmazia, testimoni della continuità della civiltà latina nell'Adriatico orientale, dopo la fine dell'Impero Romano d'Occidente. Scegline uno illustrando  questo  poco conosciuto periodo della storia.”

             Senza alcun minimo dubbio, la civiltà latina ha avuto un influenza preponderante di carattere culturale, politico e sociale sulle coste bagnate dall’Adriatico orientale. Il grande e potente Impero romano si affacciò gradualmente sulle sponde dell’Adriatico settentrionale ed orientale verso il III secolo a.C., con i primi contatti con le popolazioni locali degli Istri e dei Liburni. Ne risulta dalle fonti storiche  che nel 221 a.C., una prima spedizione militare romana giunse in Istria e nei decenni successivi, con altre campagne di guerra (le più importanti nel 178-177 a.C.), la conquista dell’intera regione venne completata.   Le colonie di Tergeste (Trieste) e di Pola posero le basi per la profonda romanizzazione dell’intera Italia nord-orientale, che ai tempi di Augusto fu proclamata a Decimo Regio Venetia et Histria. La Dalmazia divenne provincia romana a pieno titolo dal 33 a.C. La colonizzazione delle terre istriane e dalmate, con lo sviluppo delle vie di comunicazioni, prevalentemente marittime, ma pure di quelle terrestri, inevitabilmente sviluppò i  traffici ed i commerci tra l’Istria, la Dalmazia e le altre terre romane. Ben presto gli abitanti della costa settentrionale ed orientale dell’Adriatico assorbirono gli usi, le consuetudini, i culti e la lingua di Roma. Notevoli tracce architettoniche della presenza romana sono visibili ancora oggi in Istria, come l’Arena, il Tempio di Augusto, Porta Gemina e l’Arco dei Sergi a Pola, l’Arco Romano a Fiume e in Dalmazia con il foro di Zara, con le imponenti rovine di Salona e con il Palazzo di Diocleziano a Spalato.

            Gaio Aurelio Valerio  Diocleziano nacque a Salona, attuale Solin, nei pressi di Spalato nel 244. Senza alcun dubbio fu uno dei più importanti e influenti protagonisti dalmati romani che la storia conosce, e che queste terre hanno sfornato. Le fonti storiche raccontano che Diocleziano era nato in una famiglia di umili origini, però ben presto scalò i ranghi dell'esercito romano fino a divenire comandante di cavalleria sotto l'imperatore Marco Aurelio Caro (282-283). Dopo la morte di Caro e di suo figlio Numeriano nella campagna contro i Sasanidi,  nel 284 fu acclamato imperatore dalle legioni romane e vi rimase al potere sino al 305. Il grande impero romano ai tempi di Diocleziano si trovava già in una crisi profonda di carattere politico – economico, così che Diocleziano, arrivando al potere per tentare di uscire dalla crisi e soprattutto per dare una svolta all’impero romano, crea un nuovo  modello legislativo innovativo e per la prima volta applicato nella storia - la cosiddetta  «Tetrarchia»,  nominando al suo fianco il  co-imperatore e due vice imperatori. La tetrarchia consisteva nel dare a ciascuno dei colleghi il potere di governare parti dell’impero.

Un'altra novità applicata da Diocleziano per la prima  volta nella storia dell’impero romano, era la separazione dell’amministrazione civile da quella militare. Diocleziano riformò completamente il sistema tributario romano e varando una serie di nuove leggi fiscali riuscì a migliorare notevolmente le entrate dell'Impero, e grazie a tali misure fiscali, riuscì indubbiamente se non ad arrestare almeno a rallentare notevolmente il processo di decadimento, cui era soggetto l'Impero romano in quel periodo. Diocleziano fu inoltre noto per una forte persecuzione dei cristiani nelle terre romane, che risultò la più violenta che sia mai stata attuata contro i Cristiani. Indebolito da una malattia, Diocleziano abdicò nel 305, e la storia lo conosce come il primo e l’unico imperatore romano a fare questa scelta volontariamente. Si ritirò nel proprio palazzo a Spalato, sulla costa dalmata, fino alla morte, avvenuta nel 311, rifiutando gli inviti a riprendere il potere nel caos politico che corrispose al collasso della Tetrarchia.

Indubbiamente l’imperatore Diocleziano, nel periodo nel quale si trovò a capo dell’Impero romano, influenzò notevolmente lo sviluppo economico e culturale, non solo della Dalmazia, suo paese natio, ma bensì di tutta la zona limitrofa e le coste bagnate dal Mare Adriatico. Basta solo menzionare la colossale opera architettonica del “Palazzo di Diocleziano” a Spalato, che fu sicuramente costruita nel corso di più decenni e che ingaggiò tantissimi costruttori e mano d’opera locale. Diocleziano costruendo il proprio palazzo a Spalato, e formando un nuovo conglomerato urbano, inevitabilmente spronò in quel periodo lo sviluppo della cantieristica, dell’agricoltura, dell’artigianato, della marineria e tutti gli altri mestieri pertinenti. Creò pure un nuovo porto e un corridore marittimo, rimasto quale tale fino ad oggi.

 Però l’influenza e l’importanza di Diocleziano non è solo quella storica. Si riflette pure ai giorni odierni, e lo sarà certamente per altri decenni ancora. Basta pensare solo quanti turisti di tutto il mondo adorano, parlano, tramandano l’opera immortale di Diocleziano e con la loro presenza contribuiscono e incrementano finanziariamente l’attività economica locale in genere. Diocleziano non solo costruì un bellissimo e grande palazzo che sino ai giorni d’oggi è rimasto ben conservato in forma originaria, bensì sulle fondamenta di questo palazzo si è formata e si è sviluppata un’importante città quale lo è Spalato.

E’ molto interessante da rilevare, che la caduta dell’Impero romano d’occidente e l’insediamento dei popoli slavi in queste zone, non hanno assolutamente interferito sull’influenza della cultura latina in queste zone. Senza l'esistenza di Diocleziano e la sua posizione d’imperatore romano, tutto ciò indicato in precedenza, non esisterebbe affatto. L'influenza latina e la cultura romana, sulle coste dell'Adriatico orientale, oltre che a essere provate da innumerevoli fonti storiche materiali, sono rimaste perseverate a oggi pure nella lingua locale con evidenti e non poche parole di origine latina. Tutto ciò ne è la prova che la cultura unisce i popoli e non li divide e che la cultura in generale porta benessere. Sono certa che i dalmati, gli istriani e in genere tutti gli abitanti delle coste del Adriatico orientale, sono fieri di aver fatto parte di questa cultura latina che ha portato  tante cose positive e certamente ha influenzato notevolmente la vita, l’economia e la cultura locale.

 

 NONNA                                                                                   Gloria Govorčin  
                                                                    Classe I - a Scuola Media Superiore Italiana Fiume

                                                                                  Insegnante: Emili Marion Merle

 

I NONNI CI RACCONTANO 

Vi vorrei narrare dei miei nonni, precisamente di mia nonna. Adesso è un'anziana in gamba, ma lo era anche da bambina.
Una volta, io e lei stavamo facendo ordine tra le carte e le foto vecchie. Ho trovato dei documenti con la firma della professoressa Kovač e il timbro della scuola Kantrida. Lei, si è accorta  del foglio e ha iniziato a ridere imbarazzata. Poi ha raccontato: „A me la scuola non piaceva per niente. Ci dovevo andare solo perché i genitori lo volevano. Ma a dire la verità non era veramente interessante.
Mi  ricordo di un tale Nevio, che stava sempre seduto in prima fila, egli sapeva sempre la risposta  a tutte le domande, si vedeva nei suoi occhi il sapere che possedeva. Alzava la mano e si sporgeva oltre la bancata solo per rispondere, ma nonostante io mi rendessi  piccola come una formica, l'insegnante mi interrogava sempre. Io mi alzavo rossa per l'imbarazzo con il sudore che colava per il viso ricoperto da lentiggini. Incominciavo ad arrotolare il grembiulino attorno all'indice dal nervoso e poi mi scriveva un'insufficienza „grande come quella scuola“!  Anche le mie pagelle non erano un gran che. Una volta dovevo mostrare al padre i voti di fine anno, ed essi erano terribili, al contrario di mia sorella Maria. Ero impaurita della sua reazione e perciò avevo macchiato la pagella con del burro per rovinare i voti. Per forrtuna però la sua reazione è stata diversa:“non sono tutti nati per essere bravi a scuola“.  Ai miei tempi tutte le ragazze avevano due trecce e vestivano dei vestitini che se si macchiavano erano guai. Io invece ero tutto il contrario. Avevo i capelli fino alle spalle, rossi e lucenti, con le guance lentiggininose e gli occhi grigi. Mia sorella minore doveva tenermi lo zaino mentre giocavo con i ragazzi e mi dondolavo dagli alberi, poi quando veniva a casa la mamma ci sgridava e io la convincevo che ero caduta perché la gonnellina era sempre sporca di fango. Tra i ragazzi con i quali giocavo c'era anche tuo nonno, che poi prese una cotta per me. Non ero interessata ad alcuna materia e tanto meno ai lavori femminili. L'unica cosa che mi riusciva  era il cucito. A volte scappavo dalle lezioni per andare ad aiutare la sarta che lavorava vicino a casa mia. Quello sì che era un vero divertimento. Papà mi fece un armadietto per appendere tutti i vestitini che cucivo dagli scarti di materiale che mi regalava la sarta. Ahi, che bei tempi!“

Così finisce la breve storia dell'infanzia di mia nonna. Lei è una vera prova che è importante fare sempre ciò che ci piace e che ci rende felici. infatti, finita la scuola elementare, lei è diventata una grande sarta e ha aperto la propria sartoria.

 
NIN456
                                                                                       Alessio Benussi
                                                         Classe I – Liceo Generale Scuola Media Superiore Italiana Rovigno
                                                                                   Insegnante: Patrizia Malusà Morožin

I nonni raccontano

I miei nonni mi raccontano sempre dei loro genitori, i miei bis-nonni, di com’erano dei bravi nonni e genitori e di come li hanno istruiti ed educati. Il mio bisnonno Antonio, chiamato Nin , era un combattente e mi è stata raccontata ogni avventura che lui ha vissuto. Una tra quelle che mi piace di più è la storia che narra la volta che a Tripoli si è imbarcato sul cacciatorpediniere Gioberti. Rimase illeso per miracolo: dopo un siluramento da parte dei Giapponesi, riuscì a buttarsi in mare e a salvarsi assieme ad un altro amico di Rovigno e a tornare a casa sano e salvo. Lui ha anche combattuto nel battaglione Pino Budicin ed anche lì ne ha vissute di cotte e di crude, riuscendo a salvarsi nelle battaglie e nelle imboscate del nemico. Il mio bisnonno ha lavorato tutta la vita come facchino e si è sempre preso cura dei suoi cari, era un nonno a cui tutti volevano bene, uno a cui confidare i segreti, uno che ti faceva sempre ridere. I miei nonni mi raccontavano molte storie, ma queste che riguardavano il bisnonno erano mie preferite, perciò erano anche quelle più frequenti.

Mia nonna e mia zia mi raccontavano di come si viveva sotto la Jugoslavia e il maresciallo Josip Broz Tito. Quello era il tempo in cui i mariti dovevano andare a pescare per guadagnarsi da vivere e mantenere la famiglia, ma il lavoro non mancava e la paga era sempre regolare. Quello era il tempo in cui i branzini valevano pochissimi soldi e la carne di gallina era talmente cara che si poteva comprare per cene speciali e per le feste. Per averla se la poteva barattare con altre cose ma di equo valore. A quel tempo solo chi studiava seriamente poteva trovare un lavoro ben remunerato. Le case erano a due o tre piani con una grandissima soffitta dove tutta la famiglia poteva comodamente rilassarsi di sera o di pomeriggio. Di solito le case si trovavano tutte in centro città.  La casa dei miei nonni si trovava nella piazza Matteo Campitelli dove adesso c’è la gelateria Italia. La mia famiglia era molto numerosa visto che io ho una nonna e due zie, e i miei bisnonni avevano molti fratelli e sorelle che avevano figli a loro volta, quindi si era sempre in buona compagnia, per non parlare del fatto che ci si poteva ritrovare in qualche compagnia per il weekend.

Nei miei ricordi di bambino quei tempi sono stati, come alcuni li definiscono, “i più belli” e mi sarebbe piaciuto poterli vivere.

  

 QUESADILLA                                                                           Romina Marković 
                                                        Classe II – a – Ginnasio Generale Scuola Media Superiore Italiana Fiume

                                                                                Insegnante: Gianna Mazzieri Sanković

 

I nostri nonni ci raccontano 

Se qualcuno dovesse domandarmi qual è la cosa della mia vita che mai e poi mai vorrei perdere, la risposta sarebbe semplice: la memoria, perchè ci fa sorridere nel ripensarci. Anche se, devo essere sincera, la memoria mi colpisce con tutti i suoi ricordi belli e brutti. I periodi felici durano un attimo e di loro resta solo un vago ricordo impresso per tutta la vita nella nostra anima. A volte, quando non ho niente da fare, intraprendo un breve percorso tra i miei ricordi. Talvolta mi capita di piangere, altre volte mi capita di ridere; ma solo quando penso alla nonna piango e rido allo stesso momento. Lei era capace di generare in me le più belle emozioni del mondo, sorridendo mi faceva concepire quanto era bella la vita e mi faceva felice di esistere.
Accomodata su una vecchia seggiola di legno, imbottita con il suo poggiapiedi preferito, con le mani storpie per l'artrosi, la mia nonna paterna, donna incrollabile e piena di fantasia, gesticolava nel narrare la sua vita. Attorno al tavolo rotondo nel soggiorno, noi, i nipotini e la nonna, ci radunavamo frequntemente.
La nonna Emma accennava un sorriso dando così inizio alla vicenda. "Eh, quando mi ricordo il giorno del matrimonio con il vostro nonno.." diceva soddisfatta. Ogni volta quando menzionava questo avvenimento, mi mettevo a ridere dentro me stessa, non potendo immaginare il nonno e la nonna insieme da giovani. Mio nonno, piccolo, grande uomo; piccolo di statura con baffi allungati che spianava fissando pensierosamente un punto all' orizzonte, ma grande per la sua lealtà, fedeltà, amore e principi. La nonna continua il viaggio riportandoci alcuni eventi riferibili alla guerra. Si ricorda il suono imprevisto della sirena per l'avvicinamento di aerei avversari quando riuniva i suoi figli mettendogli al sicuro, passandoci lì tutto il tempo neccessario per stare tranquilli.
Mi prendevano delle emozioni soltanto ascoltando lei, la mia nonna, la mia figura di donna perfetta- emozionante e vulnerabile allo stesso tempo. Ad un tratto, una lacrima appare sul suo viso, la guardiamo attoniti, la sua voce traballa. Il suo pensiero vola fino al suo fratello, morto in guerra durante il ritorno a casa. Che la cosa sia ancora più grave, la notizia della sua morte ha colpito la famiglia dopo un lungo periodo di tempo in compagnia con una borsa di tessuto contenente i suoi indumenti. Alla famiglia non fu detto nemmeno il posto dove morì il loro figlio e fratello. Alla nonna, rimasta adesso figlia unica, restava solo piangere di fronte alla foto messa insieme a dei cimeli di guerra di mio nonno con una piccola luce ad olio accesa di continuo, non potendo così cessare di bruciare mai, come il dolore presente nel cuore della nonna.
Il viaggio prosegue ascoltando i racconti del lavoro duro di ogni giorno, con la terra e gli animali. Tutti in casa avevano un compito ben preciso: chi in casa, chi nel campo lavorando la terra e curando gli animali. La casa sta ancora lì, nello stesso posto in cui stava anni e anni fa, quando la nonna
era bambina. Nella sua stanza usavamo dormire insieme a lei, io e i miei cugini, per farle compagnia e ricordarle i tempi lontani. Non potrò mai scordare i versi che la nonna Emma ci raccontava ogni sera prima di andare a nanna: "Dormi, dormi bel bambin, vien dal monte un uccelin. Una stella vien dal mar, sul tuo capo vuol brillar, …" ma la fine di questa filastrocca ora per me è un incognita e me ne dispiace un sacco. Altre storie che sicuramente non dimenticherò mai sono i racconti riguardanti le condizioni della vita odierna, trattenuti nella mia memoria con un timbro per migliorare il nostro modo di vivere. Me la ricordo la nonna seduta sulla sua sedia o sul divano o all' ombra della casa, già "infastidita" delle mie continue richieste quando stavamo da sole; non volevo giocattoli o caramelle, ma solo le sue storie umili ispirate al mio mondo di bambina. Amavo la sua voce.. Se solo avessi potuto racchiuderne un po' in una bottiglietta per ascoltarla ogni sera prima di dormire. Sulle note della sua voce ho imparato a sognare.
Sono convinta che al mondo esistano delle persone che s' incontrano una sola volta durante il percorso della vita: la nonna faceva parte di questo ristretto numero di persone. Per quel breve periodo di tempo in cui le nostre vite si sono incontrate, è riuscita a offrirmi l'affetto e ad insegnarmi a donarlo agli altri. La nonna per me era un motivo d'onore, narrava le sue storie a tutti, grandi e piccini; ci indirizzava verso le cose più belle della vita, ma anche quelle brutte, per poter stare attenti nel futuro, pizzicava le nostre curiosità con parole ignote in modo da cercarle sul dizionario. Col passare degli anni, il ricordo della sua immagine sbiadisce nella mia mente, ma rimane sempre ben nitido e chiaro il suono della sua voce con la quale m' insegnava il rispetto verso il prossimo.
Non so mai dove il futuro mi porterà e come sarò da grande, ma una cosa la so bene: non sarei mai la ragazza che sono oggi se non avessi avuto la mia nonna. E chissà se un giorno la riconoscerò in me stessa? Se riconoscerò e sentirò dentro me una forza proprio in quei giorni quando non avrò niente da fare, da sola, guardando il cielo, la notte.. "Dormi, dormi bel bambin, vien dal monte un uccelin. Una stella vien dal mar, sul tuo capo vuol brillar, …"

 

  PARKOUR                                                                                        Matteo Marič
                                            Classe I – m  Ginnasio Scientifico – Matematico Scuola Media Superiore Italiana Fiume

                                                                                         Insegnante: Gianna Mazzieri Sanković

I NONNI CI RACCONTANO 

                   Ero ancora piccolo quando mio nonno mi ha lasciato... La mamma mi aveva detto che il nonno era andato a fare un grande viaggio e che non sarebbe ritornato più. Ero molto triste perché nessuno raccontava le storie come mio nonno. Ricordo che ogni sera si sedeva sul mio letto e mi parlava delle sue avventure da quando era giovane fino a quando io non mi addormentavo. Ogni sera aveva una nuova storia da raccontarmi. Una volta mi ha parlato della Seconda Guerra Mondiale e di come lui ha salvato la vita al suo amico più caro. Mi ha detto che era una notte piovosa. Il suo amico era andato a far la guardia e ad un tratto si sono sentiti due colpi di pistola. Mio nonno è andato a cercare il suo amico per aiutarlo in caso di necessità. Quando finalmente lo ha trovato era scioccato. Ha visto il suo migliore amico per terra accasciato, appoggiato sul muro di una casa in rovina. Qualcuno gli ha sparato su entrambe le mani. Mio nonno lo ha preso e messo sulle spalle e lo ha portato a casa. Per fortuna lì c'era un dottore che ha tolto subito i proiettili dalle mani dell'amico di mio nonno e ha fermato l'emorrogia. Quella era la mia storia preferita. Non sono sicuro se fosse vera, ma da piccolo mi è piaciuta moltissimo. Ci sono tante altre storie che il nonno mi ha raccontato ma io non ne ricordo molte. Per fortuna mia nonna è ancora con me. Lei non mi raccontava tante storie ma mi diceva sempre di uscire di casa a giocare con gli amici piuttosto che al computer. Mi ha insegnato che i miei "amici" da Facebook o Twitter non sono veri amici e che ognuno può presentarsi come un mio amico usando un profilo falso. Anche se non le credevo, ascoltavo comunque e uscivo a giocare nel parco. Lei andava sempre con me. Si sedeva su una panchina e stava lì a leggere qualche libro per ore. Al calar del sole mi accompagnava a casa e mi preparava qualcosa da mangiare. Allora io accendevo il televisore e mi mettevo a guardare i cartoni animati. Mia nonna guardava con me per un po' ma poi si addormentava.
Ogni mattina quando mi svegliavo, ricevevo una colazione calda che mia nonna aveva già preparato. Di solito c'era del latte caldo e alcune fette di pane con nutella. Dopo il pasto ero sempre tutto impasticciato di nutella.
Dopo la colazione la nonna ed io andavamo al mercato a comprare il pranzo ma pure dei biscotti e delle caramelle per me. La nonna era l'unica persona con la quale mi piaceva andare a fare le spese. Era perché lei non si fermava ogni due secondi per guardare cose inutili che non le servivano. Le sue spese duravano cinque minuti: entrava, prendeva ciò di cui aveva bisogno, pagava e usciva.

                   Questi sono i ricordi più belli dei miei nonni. Mi sento triste solo pensando a quei tempi bellissimi. Adesso vedo e frequento la nonna due o tre volte all'anno e prima era con me ogni giorno. Per non parlare del nonno che una volta era sempre con me e adesso non lo posso più vedere.

 

 FORZA FIUME                                                                         Igor Dželajlija
                                                Classe I – m Ginnasio Scientifico – Matematico Scuola Media Superiore Italiana Fiume

                                                                          Insegnante: Gianna Mazzieri Sanković

I NONNI  CI RACCONTANO 

Un giorno ero solo in casa e stavo guardando la TV. È arrivata mia nonna e mi ha detto che fuori c’era il sole e che era una giornata bellissima. Io non avevo voglia di uscire perché tutto il giorno prima ero stato fuori a giocare a calcio. Mia nonna insisteva ancora ed ha cominciato a raccontarmi della sua infanzia. Ogni volta che c’era il sole lei usciva e giocava con gli amici e trascorreva così intere giornate. Raccontava che si divertivano in vari modi: giocavano a nascondino, a palla, arrampicandosi sugli alberi... Dopo averla ascoltata, ho ribattuto che ero troppo grande per giocare a nascondino o per arrampicarmi sugli alberi. Inoltre, ero troppo stanco perché il giorno precedente ero stato fuori per un bel po’. Mia nonna però, non desisteva; continuava a raccontare dei numerosi amici che abitavano nelle sue vicinanze, l’intero vicinato, e giocavano tutti insieme divertendosi un sacco, più di noi oggi.

Ascoltandola, mi ha preso un senso di sconforto: io per giocare a calcio con gli amici, non posso  solo uscire da casa e chiamarli perché viviamo lontano gli uni agli altri. Poi le ho fatto notare che oggi si possono conoscere molti amici in più, anche senza incontrarsi, è questo il vantaggio delle tecniche moderne, cioé di Skype, Facebook, Whatsapp, Twitter su Internet. Mia nonna però, ha ribattuto che tra questi nuovi amici possono esserci delle persone pericolose che si presentano con falsi profili. Ha detto ancora che questi non sono amici veri perché non puoi stringer loro la mano, non conosci i loro genitori, né la loro casa, né dove vivono. E poi ha osservato, la nonna, che i giochi elettronici non sono paragonabili a un gioco fuori, all’aperto, all’aria, la luce del sole ci fa bene, mentre guardando la televisione, il computer o il telefonino per ore roviniamo la vista. Questo lo sapevo anch’io, ma affinché non lo dimentichi, mia nonna me lo ripete ogni volta che mi vede al cellulare. Lei sa che stiamo vivendo in un’era tecnologica, che ogni giorno cambia e si sviluppa sempre più e che dà tante soddisfazioni. Comunque “Un po’ di tempo fuori all’aria ti farà bene come quando giochi a calcio e ti farà dimenticare i tuoi problemi.” dice la nonna. Questo mi fa riflettere e a quel punto ho voglia di uscire e di liberare l’energia che sento dentro di me. Allora esco in giardino e mi alleno un po’ con esercizi che migliorino la mia condizione fisica oppure le mie qualità tecniche. Mi piace giocare a calcio. Ho cominciato con gli allenamenti da quando ho iniziato a frequentare la prima elementare. Oggi conseguo buoni risultati anche ringraziando i miei genitori e specialmente i nonni che mi hanno supportato dal primo allenamento. Il nonno è entrato ad un tratto nel soggiorno e ha sentito di cosa stavamo discutendo. Egli ha detto che se io non mi allenassi così tanto, che non sarei diventato immune a tutti i virus che durante l’ anno girano nell’aria causando varie malattie. Il mio organismo si è rafforzato perché mi alleno sulla pioggia, sulla neve, quando soffia la bora e in giornate estive quando fa molto caldo e quando la maggioranza fa il bagno e tutti sono in spiaggia. 

Quel giorno dopo la lunga chiacchierata con mia nonna ho concluso che noi, ragazzi di questi tempi, viviamo in un’ era tecnologica molto sviluppata e che continua a evolversi di giorno in giorno. Essa senz’altro porta molte cose positive, ma non dobbiamo lasciarci influenzare troppo. Un po’ di tempo al computer e poi del tempo all’aria aperta sia per una partita, per un allenamento o per una passeggiata. Mi piace ascoltare le storie di mia nonna. Attraverso queste sue storie immagino come si viveva un tempo, quando non c’erano telefoni, televisioni, Internet. Penso a come prima le persone sapevano godere in cose piccole, come i miei antenati (nonne, nonni), spendevano più tempo con i loro coetanei, come comunicavano tra di loro, come studiavano insieme. Oggi tutto è differente perchè le persone si sono allontanate le une dalle altre. Comunichiamo e trascorriamo tempo insieme con l’aiuto delle tecniche più moderne (telefonini, Internet, computer...), però con questo abbiamo perso l’immediatezza e la vicinanza. Mi piace ascoltare le storie di miei nonni  perché così conosco le storie di una vita migliore che si viveva in tempi passati, quando le persone erano più felici e quando sapevano godersi cose piccole e che per altri non avevano alcun significato. Mi piacerebbe che anche oggi più attenzione sia dedicata agli amici, alla fiducia e all’unione come ai tempi dei miei nonni.

 
ELIOBONAVITA                                                                       
Marina Apollaro 
                                      Classe I – m Ginnasio Scientifico – Matematico Scuola Media Superiore Italiana Fiume                                                                                               Insegnante: Gianna Mazzieri Sanković

I NOSTRI NONNI CI RACCONTANO 

Le storie che raccontano i nonni sono sempre emozionanti, sia per il modo in cui le raccontano sia per gli avvenimenti che a noi sembrano strani. Infatti, rispetto a sessant’anni fa, il mondo ha cambiato “faccia” ovvero lo stile di vita è completamente diverso nel senso che le generazioni attuali hanno come base di vita dei beni materiali inutili come i computer o i cellulari. Nella vita di oggi, i miei nonni, mi fanno capire che troppe cose sono cambiate (in peggio); intanto i genitori erano sempre presenti ad ogni piccola difficoltà non come adesso che appena scoprono qualcosa che nei figli non va li abbandonano. Le famiglie erano sempre tutte unite si conviveva con tutti e si comunicava, si raccontava la giornata mentre adesso si usa solo il cellulare e la comunicazione è sparita. Vivevano tantissime avventure anche se  durante il loro periodo di infanzia c’era la guerra. Il tempo per divertirsi, giocare e imparare non mancava mai. Non tutti potevano permettersi la scuola o magari vestiti più alla moda ma i bambini di allora non facevano differenze: chiunque, ricco o povero che fosse, aveva il suo modo di divertirsi. Si stava sempre all’aria aperta e si stava in comunità per “cucire” palloni, bambole o anche cose utili come magliette o zaini per la scuola. Ogni volta che io e i miei cugini stiamo in casa a giocare la nonna ci racconta come loro si divertivano senza videogiochi e che per stare in compagnia e divertirsi non serviva ubriacarsi ma ci si trovava tutti insieme e ognuno raccontava ciò che gli era accaduto quel giorno. Avendo una nonna in un paese e una in un altro sono riuscita a capire che la cultura non era poi molto diversa da com’è adesso. Si facevano molte distinzioni tra i popoli, durante la guerra, ma alla fin fine si collaborava tutti insieme per la pace nel mondo. Anche l’ambiente era diverso perché era tutto riciclabile e l’inquinamento non esisteva, mia nonna dice sempre: “ eravamo solo io, delle amiche e la natura - la cosa più bella”. La natura era quello che rendeva le giornate dopo scuola le più belle, ogni giorno diverse e illuminate dal sole d’estate e d’inverno tutto bianco un paradiso terrestre che il pomeriggio su quella neve soffice rimanevano le impronte dei bambini che si divertivano e facevano i pupazzi di neve. Per comunicare o ci si incontrava nei parchi, o si mandava la letterina. Tutti gli anziani dicono che la colomba o il piccione viaggiatore portava davanti alle case. I miei nonni all’età di 10 anni lavoravano già o con il papà, prevalentemente i maschi, e le femmine nel tempo libero aiutavano la mamma sarta. O si pescava, si andava a raccogliere funghi, frutta o si faceva una pedalata con gli amici oppure ancora si cacciava per la sopravvivenza perché la paga non sempre bastava.

Le giornate erano molto corte ci si incontrava in famiglia per pranzo e la cena si faceva molto presto perché non c’erano le lampadine e soprattutto in inverno quando le giornate di sole duravano molto poco e mancava il riscaldamento, infatti si usava la candela di cera sia  per fare luce e stufe a carbone o a legna per scaldarsi. I panni si lavavano a mano poche volte alla settimana perché l’acqua era molto costosa, infatti la maggior parte delle volte si lavava nel fiume vicino a casa. Ci si sposava molto presto circa all’età di 18 anni e negli anni successivi si iniziava a partorie si aveva in media dai quattro ai cinque fratelli e si collaborava tutti insieme per aiutare i genitori che lavoravano molto. Solitamente la spesa la facevano i figli anche se la maggior parte degli alimenti veniva fatto a casa come il liquore, il sapone, il pane e la pasta. Svolgevano anche i lavori domestici ma il modo di fare tutto ciò era molto diverso da quello di adesso. C’erano delle apposite botteghe piccole e mercatini con le cose principali mentre il latte invece veniva portato da un signore che, con la bicicletta, prendeva le bottiglie lasciate fuori dal portone di casa e le riempiva. I mezzi principali erano la bicicletta e il sidecar per quelli che se lo potevano permettere. I giocattoli erano molto rari quello che si aveva si cuciva a casa a mano. Durante la guerra ci si trasferiva in campagna e per i bambini era piuttosto un gioco perché non capivano cos’era questo strano modo di comunicare. Si divertivano con poco, bastava un bastone che faceva da spada, un pezzo di carta sulla testa e si faceva finta di combattere come vedevano fare dai genitori. La gente dei vecchi tempi manca perché non c’è più la vita avventurosa con mille scoperte nuove ma le amicizie si fanno in base ai “mi piace” su facebook, ci si conosce virtualmente e non ci si diverte come prima. Nei parchi non c’è più nessuno solo poche anziane e anziani che si ritrovano come ai vecchi tempi.

Quello che raccontano i nonni non si può paragonare a quello che succede oggi, è completamente diverso e si sente anche dal modo in cui ne parlano. Riescono a farci capire che nel giro di trent’anni /quarant’anni il mondo ha cambiato lo stile di vita rovinando tutto il bello di quella vecchia epoca. L’ultima volta che mi hanno raccontato come si viveva, ho provato a chiudere gli occhi e mi è sembrato di vivere quei momenti con loro. Ci mettono così tanta passione e precisione a raccontare ciò che succedeva che sembra di viverla in prima persona. È un’emozione unica. Sarebbe un sogno provare a rivivere la loro vita passo per passo, mano nella mano con tanta allegria e voglia di scoprire. Tutto questo mi è stato raccontato dai nonni che, avendo vissuto sia allora che nell’epoca nuova, hanno vissuto in prima persona tutti i cambiamenti e possono metterli a confronto. Loro sono i più saggi. Quando saremo noi a diventare nonni non avremo tutte queste cose belle e diverse da raccontare? Mi auguro che, almeno in una piccola parte, la vita  in un futuro ritorni quella di prima senza cellulari e dipendenze.

 

  DANTE 99                                                                                   Raul Pende
                                          Classe I – m Ginnasio Scientifico – Matematico Scuola Media Superiore Italiana Fiume
                                                                                 Insegnante: Gianna Mazzieri Sanković

I NOSTRI NONNI  CI RACCONTANO 

  Era una di quelle giornate d’estate  priva di sole, pioveva come se fosse inverno ed io mi trovai da solo in casa con mia nonna. Giravo di camera in camera in cerca di un’ occupazione, ma non trovai niente da fare che che trattenesse la mia attenzione. Lei era seduta in cucina già dal mattino, per dir la verità non l’ho mai sentita svegliarsi. Indipendentemente dall’ora in cui io mi alzavo lei era sempre già là, in pieno lavoro. Di mestiere sarta, cuciva sempre qualcosa, non lasciava ferme le mani dal mattino, tranne per prendersi uno spuntino e bere due sorsi d’acqua. Dopo aver finito i miei giretti, senza che la nonna lo notasse, mi sedetti sul vicino divano seguendo con attenzione i movimenti delicati delle sue mani con ago e filo. Ammiravo come cuciva pazientemente dei minuscoli ciuffetti ai bordi di una gonna e mi chiedevo perché tanta precisione per dettagli che pochi noteranno,  Era una sua specificità, un motto che usava da tutta una vita, ma che non mi era completamente chiaro.
Mi interruppe nei pensieri con la sua voce tenera: “Dimmi figliolo, che cosa vuoi?”.
“Nonna perché sei tanto pignola in tutto ciò che fai, a volte bisogna andare più velocemente per fare di più no?” chiesi con quel tono sicuro e fiero tipicamente giovanile. Lei ridacchiò: “C’erano tempi nei quali succedevano cose che tu non dovrai mai né vedere né sentire, ma questi avvenimenti lasciarono delle tracce sul mio carattere che si riflettono oggigiorno in tutto ciò che faccio.” Notò che la guardavo un po’ confuso perciò proseguì raccontandomi la storia che, come lo diceva lei, avrebbe dovuto chiarirmi le idee:

erano i primi mesi del 1945 quando i tedeschi marciarono nella nostra piccola cittadina per eseguire quello che loro chiamavano “razzia”. Una razzia tedesca consisteva nell’andare di casa in casa e trascinare tutti gli abitanti in piazza. I loro beni, indipendentemente se gioielli o bestiame, venivano sequestrati e portati via. I tedeschi sentivano già che stavano perdendo la guerra ed era poco più di due mesi prima del bombardamento di Fiume. Poi, scapparono in quello che è rimasto della loro patria. Quando capitò il turno a noi a casa eravamo in cinque, mio padre, mia madre, una vicina, mia sorella ed io. Avevo dieci anni, un’età quando sei già conscio di quello che sta succedendo attorno a te e avevo paura, una paura dalla quale gelava il sangue nelle vene. Non bussarono nemmeno, entrarono due soldati, uno tirò fuori mio padre senza aver neanche rivolto una parola al compagno, l’altro si girò verso noi vide mia madre e la sua amica strette l’una vicino all’altra con lo sguardo per terra. Era un ragazzo giovane, evidentemente ancora non completamente distrutto e plagiato del regime cui prestava servizio. Forse per questo dopo un minuto che sembrava eternità si girò verso il compagno e facendo un cenno con la testa, uscì senza pronunciare parola. Non ci era chiaro che cos’era successo in quel momento, pensavamo che sarebbero venuti a riprenderci dopo perché non è successo mai prima che lasciassero qualcuno.
Grazie a Dio non tornarono mai più. Uscii di casa poco dopo e mi recai per delle viuzze in piazza. Feci un giro per i giardini, situati al bordo della Cittavecchia per evitare incontri con altri soldati quando all’improvviso venni coinvolta in un episodio stravolgente, un nostro vicino di casa scappava da qualcuno, probabilmente da un tedesco, e si nascose in un sottoscala riparato e buio.  Il soldato venne, sparò tre colpi nel buco con la sua pistola poi sparì. Pensai fosse morto, ma il vecchietto si era stretto tanto alle pareti della camera che nessuno dei tre colpi lo ferì.
Erano questi i momenti quando mi ponevo domande del tipo: chi e perché faceva questa guerra, in fin dei conti eravamo  tutti umani che si ammazzano a vicenda?  Dopo essermi calmata ripresi la mia via e giunta a un terrazzino vidi la nostra piazza centrale affollata. Guardando da destra a sinistra cercando di individuare mio padre un  grande colosso attirò la mia attenzione. Non ho mai visto un tale mezzo, era lungo come due macchine con una cupola e un tubo che puntava verso me, lo chiamavano “Panzer” oppure, tradotto, carro armato. Fu questo il mio primo incontro con una tale macchina che col suo solo aspetto seminava terrore. Un forte grido mi cacciò i pensieri dalla testa, fu probabilmente uno di alto rango che cominciò a gridare, ordinò ai nostri di posizionarsi in file di trenta o quaranta sul palco in piazza. Sistemarono una mitragliatrice davanti alla folla, un soldato si preparò in posizione e mise il dito sul grilletto, pronto a sparare. Vidi poi mio padre in prima fila immediatamente davanti al tubo dell’automatica, fu quello il momento che non dimenticherò mai nella mia vita. Una confusione di sentimenti odio, tristezza e preoccupazione, sentimenti che si confondevano in uno, un’angoscia atroce. Non mi era chiara la ragione della lunga attesa, era infatti piuttosto strano che i tedeschi, di solito determinati e sistematici nel loro lavoro, aspettassero l’ordine definitivo dallo Stab esecutivo di Novi Vinodolski. Il generale, che ho riconosciuto dalla montagna di medaglie che aveva fissate al petto, si rivolse a un soldato nel carro. Era stata presa la decisione; fece un gesto con la mano sinistra dicendo: “Waffe weg!”. Il mio vocabolario tedesco era piuttosto limitato ma nonostante questo riuscii a comprendere le sue parole che scatenarono in me un sollievo indescrivibile. Smontarono la mitragliatrice e, allontanandosi, dissero qualcosa alla folla. Questa non fu però la fine ideale che mi sono messa in testa. Sentii che dicevano alla gente di portare nell’edificio del consiglio cittadino fasci di foglie di granoturco secche. Ognuno ne aveva parecchie in soffitto. Nessuno si preoccupava delle possibili conseguenze, credettero invece alle parole dei tedeschi che dicevano di voler dormirci sopra.  Riempito l’edificio inzupparono due fasci con benzina e li incendiarono. Sebbene fosse visibile l’agonia della gente, tennero d’occhio  la situazione affinché qualcuno non cercasse di spegnere il fuoco che ormai si era diffuso su tutto l’edificio. Poco tempo dopo, con il loro carro,  partirono via e per ultimo “saluto” ci spararono una granata 
addosso dal colle all'uscita dalla città. Questa, per fortuna deviò, finendo in mare.
 Dopo un momento di silenzio nel quale riflettevo e cercavo di digerire la storia che mia nonna narrava con tanto di leggerezza, lei mi interruppe nel pensiero indicando col dito la croce che stava appesa in cucina sopra il televisore dicendo: ”Era Lui che ci accompagnava ed è per questo che oggi sono viva, i miracoli non succedono quando lo vogliamo noi, ma quando lo necessitiamo, perché tutti coloro che stavano per essere uccisi quel giorno in quella piazza non fecero altro che pregare e aspettare pazientemente la conclusione del loro destino.”. Finita la lunga e intrigante storia, visibilmente scosso,  osservai:” Cara nonna ma alla fin fine che cosa centrano i ciuffi e i dettagli del ricamo con questa storia?”
Lei sorridendo rispose: “Questa te la racconto un’altra volta.”,  procedendo disciplinata – come sempre - con il suo lavoro

 

 CLARINERO                                                                         Petra Duhović
                                         Classe II – a – Ginnasio Generale Scuola Media Superiore Italiana Fiume

                                                                       Insegnante: Gianna Mazzieri Sanković

 

I NOSTRI NONNI CI RACCONTANO

Già da piccola amavo le storie d'amore. Ero quella principessa che non vedeva l'ora di guardare un altro classico di Disney per conoscere il suo nuovo principe preferito. Devo ammettere che le cose non sono cambiate tanto, sono sempre la solita appassionata di racconti d'amore, però uno di questi ha cambiato assai il modo in cui ragiono e la mia percezione d'amore. Questa storia ha influenzato il mio modo di riflettere e dal momento che l'ho sentita, ammiro il mondo da  un altro lato. Le storie d'amore più commoventi e incantevoli, spesso rimangono segrete, eppure la storia di mia nonna e di suo padre è stata scoperta perché c'è ancora un pezzetto di curiosità rinchiusa in me. Non si tratta di una storia d'amore semplice, non è un racconto cliché perché di quelli ne ho abbastanza. È una narrazione d'amore diversa perché si tratta di amore paterno. Mia nonna Antula è nata a Zlarin, una piccola isola che nel passato era piena di vita, mentre oggi d'inverno di rado si vede un'anima viva. L'isola, nota per i coralli, ai tempi di mia nonna era magnifica, risplendeva con gioia e allegria dappertutto perché c'era tanta gente. Eppure Antula provava sempre nostalgia e tristezza guardando i raduni delle famiglie perché lei non conosceva suo padre. La madre di Antula, Veronika, si è sposata da giovane e siccome in quel periodo era difficile procurarsi i soldi per il pane, suo marito era costretto ad abbandonare la sua famiglia e la sua città nativa, e ad andare a Buenos Aires per lavorare. Poco tempo dopo è nata Antula. Lei appariva sempre allegra e contenta con i suoi successi, ma soltanto lei sapeva, in fondo al cuore, che questa non era la verità. La realtà era che si sentiva sola, abbandonata dal papà, che avrebbe dovuto essere la persona che ti offre sicurezza e protezione. Vivere in assenza del padre  per lei era era come se vivesse senza un pezzetto del suo cuore, era doloroso crescere senza di lui. Certo, la madre le stava sempre vicina ma in certe situazioni non puoi rivolgerti a lei. Il problema più grave per lei era scrivere temi sui genitori o ancora peggio, ascoltare le lamentele delle sue amiche che fuggivano di notte perché i genitori non permettevano loro di uscire. Era gelosa e inquieta. Considerava molto deprimente il fatto che alcune persone, che, nemmeno si rendevano conto dei sacrifici che i loro genitori facevano per loro, avevano la famiglia completa, mentre lei no. La vita è ingiusta, mi dice spesso mia nonna. Sono d'accordo con lei, le persone si rendono conto di quanto il ruolo di una persona sia importante appena quando la perdono. Purtroppo la società è così, soprattutto quella parte che ha il privilegio di godersi la vita. Antula si è sposata a diciotto anni e aveva anche due figli. Ormai, si era resa conto che era impossibile che il suo sogno si avverasse, quando un giorno un uomo apparve davanti alla loro casa. Antula, allarmata, pensava  si trattasse di un intruso, ma non lo era, si trattava di suo padre.

Mia nonna aveva 42 anni quando ha visto per la prima volta suo padre. Era il momento più bello e gioioso di tutta la sua vita!  Dall'altra parte, però, mia nonna grazie alla vita trascorsa in assenza di suo padre per un lungo periodo, ha imparato ad apprezzare le persone e le opinioni altrui. Anche nei nostri giorni cerca di trascorrere quanto più  tempo possibile con la famiglia. Ora comprendo la vera ragione che sta dietro a numerose cene alle quali viene mezzo mondo. Forse questa storia mi è piaciuta assai perché parla di un amore „ diverso e insolito “ per le storie d'amore, ma lo stesso molto potente. Per essere sinceri, questa storia mi è piaciuta così tanto perché anch'io, causa il divorzio tra i miei genitori, trascorro la maggioranza del tempo senza in assenza di mio padre. Capisco come si sentiva mia nonna nell'adolescenza, e anch'io a volte provo sentimenti simili. La forza e la persistenza con la quale mia nonna continuava e sperava di incontrare suo padre sono un'ispirazione favolosa per me. Quando puoi metterti in correlazione con un'altra persona che ha trascorso situazione più difficili delle tue e quando con la stessa puoi condividere i propri sentimenti ti senti benissimo! L'amore „normale“ è molto potente, ma credo che nulla possa superare l'amore paterno o materno per i propri figli, perché loro amano in tutti i sensi. Vivere in assenza dei genitori è difficile, non c'è chi ti educa e indica la via corretta in mezzo all'oscurità. Quando ho sentito questa storia c'era una nuova forza in me che mi ha dato la forza di continuare.
 Dopo averla sentita, ho iniziato ad apprezzare tutto ciò che mi circonda e ho capito che le cose non sono così brutte e deprimenti come sembrano a prima vista.


CASTRUCCIO                                                                        Jelena Penko
                                          Classe II – a – Ginnasio Generale Scuola Media Superiore Italiana Fiume

                                                                               Insegnante: Gianna Mazzieri Sanković

I nostri nonni ci raccontano

Mi sono sentita da sempre distante dalla mia famiglia, soprattutto dai miei nonni. Non saprei spiegarne il motivo ma non mi sono interessata mai interamente della vita dei miei famigliari, non era un argomento dal quale ero attratta o che volevo ascoltare. Certo che voglio del bene a loro ma non volevo sembrare qualcuno che si impiccia negli affari altrui e quindi non ho mai osato chiedere qualcosa; o perlomento fino a quel giorno.

Era un pomeriggio d'estate ed ero sola a casa. Per caso mi sono ritrovata davanti a una vecchia foto della mia nonna nella quale aveva più o meno venti anni. Rimasi affascinata dalla sua bellezza impressionante, ma non solo. Attraverso quella foto trasmetteva un qualcosa di regale, sembrava quasi una regina o una principessa, un'entità superiore agli altri. Qualche giorno dopo ho fatto visita a loro, ai miei nonni,  e, ispirata dall'antica foto,   ho porto loro una domanda tanto semplice quanto complicata: com'era la loro vita prima della mia nascita? Inutile dirlo: entrambi ne rimasero entusiasti, sembrava come se avessi detto loro che avevano vinto alla lotteria! Ne erano tanto sorpresi  perché non si sarebbero aspettati mai una domanda del genere quindi nessuno dei due era prepareato e non sapevano da dove iniziare.  Da quel momento ho sentito tante storie e racconti vari, tanto che continuavano a parlare e parlare finché alla fine dovevo fermarli io, il che mi rincuorava perché i loro racconti erano pieni di emozioni e sentimenti. Li consolavo dicendo che domani potevano continuare con la loro storia. Ce n'erano tanti di racconti felici come quando il nonno si vantava più volte di come è nato in Istria nella famosa „Zona B“, del suo amore per i motorini (ancora oggi è un guidatore appassionato in materia) e di come doveva comprare i pezzi per la sua Vespa in Italia vista la situazione in Jugoslavia, dei sui giorni a scuola, ecc. La nonna, più taciturna, lasciava quasi sempre parlare il nonno e quando capitava il suo turno aggiungeva spesso qualche battutina senza raccontare qualcosa di concreto. Parlava dello suo Zagorje nel quale aiutava la madre con il bestiame, delle sue follie giovanili e delle memorie che la fanno ancora oggi sorridere. Purtroppo, per i due non erano stati sempre „tutto rose e fiori“; essendo vissuti in periodo di guerra la morte e la tristezza sono sempre stati parte della loro vita giornaliera. Mio nonno ha dovuto superare la perdita del padre ucciso dai tedeschi, entrambi hanno dovuto abbandonare le loro città natali giungendo a Fiume dopo la guerra, hanno dovuto assistere all'immagine di esuli fuggire da tutte le parti e hanno dovuto salutare vari amici e parenti, non per scelta loro, ma a causa della guerra.
Durante quei racconti l'atmosfera si faceva sempre più cupa e il tutto sembrava più reale quando una persona a te così vicina e cara lo raccontava in prima persona.
Ci sono due cose che accomunano i miei nonni, entrambi sono ottimisti e non si sono lasciati scoraggiare da quel periodo. L'altra è una passsione comune: l'amore per il ballo. È impossibile spiegare quante volte hanno ripetuto le stesse storie che parlano sempre di quando andavano a ballare e quanto era divertente e popolare a quei tempi. Ormai non ballano più ma la danza è per loro un secondo amore, il loro amante segreto che adesso è conosciuto un po' da tutti. Infatti, secondo me, una delle storie più belle che abbiano raccontato era del loro primo incontro che avvenne, appunto, in una pista da ballo. Era un venerdì sera e tutti e due si trovarono nello stesso luogo a ballare. All'inizio sembrava come ogni ballo finché mio nonno non vide la sua futura moglie. Era una giovane donna, elegante e inacantevole in modo inimmaginabile, portava uno chignon ed un vestito che volteggiava con lei nella pista. Aveva il suo trucco usuale, la matita nera con un rossetto rosso del quale lui non badò troppo essendo attratto piuttosto dal suo carattere solare. Sembrava volare su quella pista e non poteva fare a meno di chiederle un primo ballo. Lei lo ricorda come piuttosto imbranato e anche un po' strano, ma divertente e con una confidenza che poteva abbattere ogni strano comportamento. È normale che di quella serata non ricordino troppo gli avvenimenti essendo entrambi presi l'uno dall'altro. Ancora oggi è un po' un mistero questo loro primo incontro, forse sono loro che non vogliono raccontarne troppo tutti i dettagli in modo da poter lasciarlo quale loro segreto, una memoria condivisa che appartiene solo a loro. Sembra una storia talmente surreale e da film che stento ancora a crederci.

Devo dire che questa storia è riuscita, un po' come le altre storie, a farmi pensare e capire che il modo nel quale ero indifferente verso la storia della mia famiglia era un atteggiamento sbagliato. Ho capito che non solo i nonni ma ogni persona di questo mondo ha una storia da raccontare, un racconto da trasmettere, un evento che ha segnato e cambiato completamente la sua vita. Da queste storie si riesce ad imparare e a comprendere talmente tante cose che ci saranno più tardi utili nella vita ed è grazie ai miei nonni se capisco il bisogno di parlare e di raccontare perché soltanto in questo modo possono restare vive le memorie, le lingue, le tradizioni e le culture. Sono estremamente grata dei miei nonni per aver condiviso con me il loro passato e ho imparato molto dalle loro storie. C'è una cosa, però, di cui li devo rimproverare: è che non mi hanno insegnato mai il fiumano!

 

 BANDIERA BLU                                                                 Jan Mastrović 

                                 Classe IV – m Ginnasio Scientifico – Matematico Scuola Media Superiore Italiana Fiume

                                                                               Insegnante: Emili Marion Merle

I nostri nonni ci raccontano 

Vi racconterò una storia speciale, la storia della migliore nonna al mondo.
Con sicurezza posso dire che era proprio lei una delle rari persone buone al mondo. Buone nel vero senso della parola. Era laboriosa, piena di vita, sempre felice e contenta, insistente e mai non lasciava le cose incompiute. La nonna faceva parte della mia vita sin dall'inizio. Me la ricordo ai vari appuntamenti con la famiglia, per Natale, per Pasqua, per i compleanni. Tutti sapevano già in anticipo il posto della nonna attorno al tavolo - sempre in mezzo tra il nonno e qualcun' altro in modo da non poter "saltare" subito quando qualcuno aveva bisogno di qualcosa, perchè non era necessario.
Si chiamava Margareta Mastrović, di cognome nubile Ivanišević, e il soprannome Giga ha origine probabilmente ancora nei lontani anni della scuola elementare. Durante tutti questi anni d' istruzione, la nonna frequentava la stessa classe con l'uomo che in seguito è diventato il suo marito e, di conseguenza, mio nonno. Ancor' oggi, il nonno racconta la storia di loro due alla quale ridiamo sempre tutti assieme: "Margareta ed io frequentavamo la stessa scuola, per di più, la stessa classe, sia nelle elementari che nelle superiori. La media dei voti di Margareta era sempe 5.0, mentre io combattevo sempre con i voti (qualche volta anche con i professori) per un due. La storia continuava alla faccoltà - Margita dava i suoi esami anche prima del previsto, invece io mi torturavo sempre all'ultima possibilità. Così, per sfotterla, io la sposai".
La nonna ha dedicato tutta la propria vita alla protezione del mare e della zona costiera. Persino dopo il pensionamento, lavorava per l'associazione "Lijepa naša" facendo parte dei progetti legati appunto alla salvaguardia della natura. Siccome lavorava con molte persone prendendo cura all'ambiente attorno a noi, aveva anche tanti amici e sempre conosceva tutti. Facendo parte del progetto che aveva l'idea d'incontrare coetanei di tutta l' Europa, la nonna Margareta ha conosciuto così Margaret dall' Inghilterra e la loro amicizia dura ancora oggi, siccome i figli di Margaret, con il tempo, sono diventati amici con il mio papà e il mio zio. Appunto a questo è collegata ancora una storia interessante riguardante la mia nonna. Lei voleva sempre avere una figlia, ma il nonno aveva le sue regole: "Se vuoi avere una figlia, avrai prima tre figli!" Così quando Marko (mio papà) e Joško (mio zio) sono nati, la nonna ha capito che il nonno aveva serie intenzioni e di seguito ha rinunciato all' idea di avere una figlia.
Però, torniamo a Margaret. La nonna diceva di aver scelto Margaret nel progetto a scuola soltanto perchè avevano nomi quasi identici. Dalla prima volta che la nonna era andata in Inghilterra a visitare la sua nuova amica, avevano costruito un rapporto che non si trova nelle amicizie d' oggigiorno.

Ripensando ai piatti della mia infanzia, quelli che mi piacevano di più e quelli che mi rendevano felice, mi sono tornati alla mente i pranzi della domenica a casa dei nonni con le ricette della nonna Margareta, quando tra adulti e bambini arrivavamo ad essere anche più di una ventina senza bisogno di celebrare qualcosa in particolare. Ho ripensato a quella cucina così grande in cui mia nonna, mia mamma e mia zia preparavano per tutti chiacchierando rumorosamente. Se solo aveste potuto assaggiare almeno un pizzico del suo "Muški kolač", sapreste di cosa stia parlando. In casa era appunto lei a prendere le decisioni; tutto quello che non rappresentava mio nonno con il suo essere un tantino inetto, spettava a mia nonna che era la vera capo famiglia.

La nonna Margareta fu la prima ad andarsene dei miei nonni. In un orrido e freddo ospedale fu divorata dall' incompetenza dei medici nei momenti nei quali lei e la sua malattia avevano bisogno di loro più che mai. Da quel giorno non fu più la stessa cosa entrare nella casa del nonno, ora rimasto vedovo. Mancava sempre la forte presenza della nonna capace di tenere unita la famiglia nonostante le eventuali incomprensioni.
Oggi, ma sono convinto anche domani, tra due anni, tra dieci anni, sentirò l'onore dentro me stesso per aver avuto una nonna come la mia, che mi ha praticamente insegnato a vivere e a combattere per ottenere il meglio possibile durante tutta la vita.

 

 MARGHERITA                                                                  Katia Marušić 
                                              Classe IV – Liceo
Scuola Media Superiore Italiana “Leonardo da Vinci” Buie

                                                                            Insegnante: Tamara Tomasich
 

I nostri nonni ci raccontano storie e memorie del passato familiare

L'alba stava cominciando ad illuminare il paese. Il sole, sorgendo,creava una luce intensa, ma rilassante. Le sfumature rosa del cielo e I'aria tiepida rendevano piacevole il
mattino. Uno spiraglio di luce che entrava dalla finestra mi svegliò'. Guardai I'orologio: erano le sei. Mi sfregai gli occhi stupita. Era strano. Non mi ero mai alzata così presto di sabato. C'era qualcosa nell'aria. Una sensazione strana. Mi vestii e scesi le scale per raggiungere la cucina. Non c'era nessuno, la casa era completamente vuota. Stava succedendo qualcosa di insolito. Corsi fuori, tutto era deserto. Stranamente, nonostante la situazione, sentivo di poter rimanere calma.
Quando ecco una voce venire da dietro. "Ciao piccolina". Era una voce che non conoscevo, ma che dentro me sapevo essere famigliare. Il suo tono era serio, ma tanto gentile. Mi voltai un po' tesa. Era lui. Era mio nonno. Il nonno che non ho mai conosciuto, ma che sognavo sempre di incontrare un giorno. Non sapevo però che quel giorno sarebbe arrivato così in fretta. Il suo sguardo era dolce, pieno d'amore. Era proprio come me lo immaginavo. Le rughe sul viso e le mani consumate erano segno di una vita vissuta. Rappresentavano quello che avevo da sempre saputo fosse mio nonno: un grande lavoratore. Una persona onesta che gli altri stimavano. Una persona che
nonostante le difficoltà' della vita non si era mai né arreso né lamentato. La sua voce era calda, mi scioglieva il cuore. Mi prese per mano e con la calma, che da sempre era la sua caratteristica maggiore, cominciòa camminare. Mi mostrò i campi dove i contadini lavoravano, i luoghi dove giocava da ragazzo, le strade dove la gente si incontrava. Mi raccontò delle campagne infinite e dell' ombra sotto ai gelsi. La vita non era facile, ma c'erano quelle piccole soddisfazioni che adesso non ci sono più. Quando si arrampicavano sugli alberi per mangiare ciliegie e fichi. Quando bisognava aiutare i genitori e sembrava inutile ma bisognava farlo, per poi capire che, in fondo, ti insegnavano I'arte più importante: I'arte di vivere. Perché arriva un punto nella nostra vita in cui siamo soli e dobbiamo essere forti. Io ascoltavo stupefatta. Le sue parole mi rapivano. Ad un certo punto lui si fermò, si chinò a terra e raccolse una rosa. Me la porse e mi disse che quella rosa rispecchiava la mia
bellezza. Era arrivato il momento dell'addio. La sua mano lasciò la mia e una lacrima scese sul mio volto. Mi saluto con un bacio sulla fronte e se ne andò'. Sparì come il sole al tramonto, come le foglie d'autunno che vengono spazzate via, trascinate dal vento. Mi incamminai verso casa. L' aria era fredda. Non mi avvolgeva più. C'era malinconia, tristezza.
'Driiiiin " Il suono monotono della sveglia mi aveva ricordato per I'ennesima volta che la routine della mia vita stava per ricominciare come ogni giorno. Aprii gli occhi e pensai. "Stavo solo sognando." Guardai il comodino. Su di esso c'era una rosa. Quella rosa. Quella che mio nonno mi aveva regalato. Forse avevo solo sognato..o forse..no.

 

 PER NON DIMENTICARE                                                                 Paolo Zacchigna 
                                                Classe III
Perito Informatico Scuola Media Superiore Italiana “Leonardo da Vinci” Buie

                                                                                            Insegnante: Daliborka Novello

I NOSTRI NONNI RACCONTANO
 
Tra gli olivi e i vigneti dove ho trascorso l'infanzia, oggi lavoro assieme ai miei genitori mancano i miei nonni. Mi sembra ancora di vederli con le loro schiene curve, i volti segnati, le mani callose, gli occhi vispi e un sorriso sincero. Mi rimangono i ricordi belli del tempo passato con loro.
Per me erano un mito, raccontava e raccontavano... spesso le stesse cose più volte, quello che li emozionava maggiormente, commossi e con gli occhi lucidi. Una gioventù fatta di stenti, si andava a scuola scalzi anche d'inverno, perché le scarpe erano un lusso. A un compagno di classe il papà benestante aveva fatto fare dal calzolaio un bel paio di scarpe, ma tutti si burlavano di lui, allora andando a scuola le aveva tolte e nascoste in un cespuglio. Al ritorno non c'erano più, non oso pensare la mano pesante del padre.
La loro gioventù era fatta di sacrifici, si lavorava dall'alba al tramonto, ogni lavoro era buono per guadagnare qualche soldo. L'impiego veniva pagato giornalmente o a cottimo. Quando si costruivano le strade la ghiaia veniva frantumata a mano con il martello, praticamente si prendevano le pietre che venivano ridotte in ghiaia e per un metro cubo di materiale prodotto si riceveva un tot lire che erano l'equivalente di una camicia o un litro d'olio d'oliva, al tempo apprezzato come oggi. Tuttavia bastava poco per divertirsi, la domenica era giorno di riposo, un ballo all'aperto, un giro in bicicletta fino a Umago o in vaporetto a Pirano.
Ma i miei nonni, classe '19  e '21, si sono trovati coinvolti, arruolati come soldati italiani, in quel vortice di avvenimenti che travolsero l"Europa durante la seconda guerra mondiale, catapultati in un mondo di odio e follia, un mondo impazzito, vittime, come tanti altri di una guerra da loro non voluta, non cercata e non capita.
Sballottati a destra e a manca per cinque lunghi anni, in Francia, Grecia e Germania, un solo pensiero fisso in tutte quelle brutture, sopravvivere per tornare a casa. Tra tutte quelle cose brutte, fame, freddo, paura, emergevano episodi che mettevano in luce la parte umana della guerra. Mio nonno lavorava come prigioniero in una fabbrica di locomotive in Germania, ogni prigioniero aveva come superiore un operaio locale, a volte questi erano così crudeli che i prigionieri si suicidavano. Loro ricevevano dei buoni per il pane che però in quanto prigionieri
non potevano spendere e perciò capitava spesso soffrire la fame. Mio nonno però era stato fortunato, il suo superiore non era malvagio, gli portava del cibo da casa, niente di che, una fetta di pane e marmellata ma che in quella situazione faceva la differenza tra la vita e la morte. La lasciava per lui in un armadietto di nascosto senza parlare, se fosse stato scoperto sarebbe stato punito, mio nonno gli lasciava i buoni che tanto non poteva spendere. L'operaio si comportava in questo modo perché a sua volta era stato prigioniero in Francia durante la prima guerra mondiale.
Dormivano nelle baracche e alla sera vagavano per i campi alla ricerca di qualcosa da buttare in pentola, qualche radice, qualche foglia commestibile. Una sera mio nonno con ancora due commilitoni incontrò dei bambini, questi se ne andarono subito e poco dopo ritornarono con tre paia di calze nuove, gliele diedero senza dire una parola e scapparono via. Probabilmente avevano raccontato alla madre di quei disperati che vagavano scalzi sulla terra gelata e lei impietosita mandò le calze, cosa non da poco in quel tempo di miseria per tutti.
Sono stati molto fortunati, sono sopravvissuti, provati e segnati da quegli avvenimenti, particolarmente toccante il racconto della lunga ed estenuante marcia verso casa, l'ansia di rivedere i propri cari, solo qualche ora di sonno all'aperto, l'incredulità, il dubbio che sia veramente finita e al ritorno l'abbraccio con chi ce l'aveva fatta a sopravvivere. ll dopoguerra era stato altrettanto duro, fame, miseria, odi, ma ce l'hanno fatta nuovamente e hanno resistito, tenaci, ostinati, ancorati a queste terre come gli olivi centenari che qui vivono e resistono a tutte le intemperie. Nelle vene dei miei nonni scorreva la terra rossa istriana, qui sono vissuti tra i vigneti e gli olivi
lavorandoli e curandoli con un amore incondizionato e a volte poco corrisposto fino all'ultimo giorno della loro vita, nella casa dove sono nati, sulla terra dei loro genitori e dei loro avi, amandola come una parte di loro stessi e trasmettendo a noi nipoti lo stesso amore per questa terra.

 

SOLE                                                                                             Martina Ban
                                                                      
Classe III Scuola Media Superiore Italiana Fiume

                                                                                       Insegnante: Emili Marion Merle

 

 I NOSTRI NONNI CI RACCONTANO

IL SENSO DELLA VITA

 ''Non bisogna arrendersi mai. Quando si pensa che sia la fine, spesso è appena l'inizio.''

             Beati coloro che non conoscono il male del mondo, coloro che non ne sono coscienti. Beati coloro che riempiono le spaccature del mondo, delle persone, con felicità e amore. Beati gli innocenti e le anime pure. Chi sono le anime pure? Nel mondo che conosciamo è difficile mantenere la purezza, la permeabilità all'odio, al male. Siamo circondati dal continuo pericolo e dalla paura. Beati i bambini che non capiscono la realtà trasformandola con la fantasia.            Io sono sempre stata forte. Sin dai primi giorni della mia infanzia non c'era posto per la fantasia, per l'armonia e spensieratezza giovanile. La vita mi ha costretta ad essere forte e ad andare avanti, in una continua ricerca dell'armonia, della pace. Vissuta in povertà non conoscevo il significato del possesso, dell’egoismo e dell’ignoranza; la famiglia mi ha insegnato a saper trovare i valori e la felicità nelle piccole cose, nelle persone vicine, nei sentimenti. Poi ho capito che i sentimenti ci distruggono. Beati coloro che semplicemente vivono la loro vita e non hanno il peso della sopravvivenza.

            Era il 18 gennaio del 1922 e avevo otto anni quando è giunto il giorno della morte di mia sorella appena nata. È incredibile come il male accompagna sempre i più poveri e deboli. Una bambina della mia età non dovrebbe avere l'obbligo di sentirsi colpevole in un certo senso, come mi sentivo io. Mia sorella è morta dal freddo e della povertà, fatto abbastanza comune a quei tempi. Ma da quel giorno qualcosa è cambiato in me. Da quel giorno ho deciso che sarò una donna forte, responsabile. Quel sentimento intenso provocato in me si è mantenuto durante tutta la vita. Il fato mi ha fatto del male, ma io ce l'ho fatta.
Il male però, mi ha fatto crescere nella mia resistenza e nella mia forza, mi ha procurato la speranza nel bene, nel mondo migliore. Due guerre mondiali, moltissimi cambiamenti politici nei nostri territori, le morti dei miei famigliari tra cui mio marito in guerra, due figlie deportate e morte in carcere e due figli morti di fame in povertà e malattia, le case dei miei vicini bruciate dai soldati. Da tutto ciò ho appreso la possibilità di convertire la mia rabbia e l'odio per il male in coraggio e fede, di sottomettere i miei sentimenti e le mie debolezze. Sì, ho conosciuto il male troppe volte. Il male si manifesta quando qualcuno è in grado di spostare i margini della tua libertà e modificare la tua pace e armonia in caos e dolore. La mia vita non è stata facile, ma non ho mai cercato consolazione in nessuno. Non ho mai capito la ragione, le cause del mio destino infelice perciò ho deciso di porre fine alla preoccupazione e di combattere per un destino migliore.
Nel mondo che conoscete oggi tutti sono alla continua ricerca della felicità, si lamentano sempre, e non sono coscienti del fatto che possiedono l'opportunità di costruire la propria felicità e l’armonia. Anche quando sono stata in carcere, e poi deportata ad Udine, non ho mai avuto in mente l'odio e i lamenti, ho combattuto invece per l’esistenza dei miei cari, non ho creduto nella fine ma nella realizzazione del nuovo inizio. Poi è giunta finalmente la pace e ho capito che la cosa migliore è non pretendere. Questo è lo stato d'animo delle persone felici, semplicemente non desiderare. I miei pensieri, la mia vita, non sono stati raccontati per esprimere una compassione o per consolare il lettore, bensì offrire un semplice messaggio. Il male è presente ovunque, lo è sempre stato e lo sarà, per risolverlo dipende se l'umanità sia pronta a combatterlo. Io ce l'ho fatta. In ogni momento della mia vita dentro il mio cuore mi accompagnava l'amore e la felicità.

Ora sorrido, poiché ho scoperto il significato della vita: amare, avere fede nel prossimo e in un domani migliore e trovare il bene e l'armonia in ogni segmento del mondo che ci circonda.

~ Marija Ban (1914-2013) ~
___________________________________________________________________________

 Gli ultimi racconti di mia bisnonna.

 
 LUCE
                                                                                         Laura Šverko 
                                                  Classe III – Liceo Generale
Scuola Media Superiore Italiana “Dante Alighieri” Pola

                                                                                        Insegnante: Annamaria Lizzul

"I nostri noni ne conta - i nostri nonni ci raccontano" 

Qualche giorno fa, arrivata a casa dopo una lunga giornata a scuola, il pranzo, preparato come al solito dalla nonna, mi aspettava. A tavola eravamo soltanto io e lei e, parlando un po' di tutto, si è ricordata di una storia che le aveva narrato suo padre. Subito dalle sue prime parole l'ho trovata interessante e me la sono fatta raccontare nei minimi dettagli.
Era il periodo del dopoguerra. Il padre di mia nonna abitava a Gallesano, si occupava di varie cose come tutti i contadini, ed allevava pure le pecore. Andava a pascolare ogni giorno nelle campagne dove oggi c'è la zona industriale. Le pecore brucavano l'erba su un grande prato vicino al quale c'era un monticello che, ricoperto da pietre, era in una posizione ideale per osservare e tenere sotto controllo tutta l'area circostante e soprattutto le pecore. Il mio bisnonno si metteva a sedere sempre lì, e precisamente su un grande sasso a forma di capra. Dal primo giorno si era accorto della particolare forma di questa roccia, ma per lui era sempre stata soltanto un ottimo posto per riposarsi durante le lunghe ore del pascolo. Era passato così già un anno da quando lui andava tutti i giorni da quelle parti. Le sue giornate in quel luogo tranquillo trascorrevano più o meno sempre nello stesso modo, c'erano le giornate di pioggia improvvisa quando doveva scappare a casa, e quelle in cui il sole splendeva. Durante una di queste, mentre stava tranquillamente pascolando le sue pecore, vide arrivare sul portone della radura due signori in macchina. Capì che erano due stranieri perché le targhe della loro automobile erano tedesche. Aprirono il portone, entrarono e iniziarono indisturbati a girovagare per la radura con dei fogli in mano, guardandosi attorno come se stessero cercando qualcosa. Lui incuriosito si diresse verso i due uomini e, arrivato loro vicino, chiese che cosa cercavano e osservò che avevano una mappa. Uno dei due parlava croato e gli disse che erano in cerca di una pietra a forma di capra che doveva trovarsi lì nei paraggi. Il mio bisnonno capì subito di che cosa stavano parlando e li portò sul monticello. Aveva notato sui loro volti un'espressione meravigliata e contenta, però, per lui era arrivata l'ora di spostarsi in un altro pascolo, perciò li salutò, loro lo ringraziarono e si diressero verso il portone. Lui, appena radunate le pecore, partì. Dopo circa due ore, per ritornare a casa, doveva ripassare di lì, e, arrivatoci, si accorse che le pietre del monticello erano tutte spostate. Si affrettò a salire e con grande sorpresa scoprì che il sasso a forma di capra che per anni aveva ricoperto il grande buco era spostato. Avvicinatosi, guardò dentro e scorse ben cinque monete d'oro e un foglietto su cui stava scritto un messaggio: “Grazie per aver custodito il nostro tesoro”. Non poteva credere ai suoi occhi! Prese le monete e il pezzo di carta e si incamminò verso casa. Appena arrivato, alla moglie che stava in cucina mostrò le monete. Lei gli chiese subito dove le aveva prese e lui le raccontò tutta la storia. Per loro quelle cinque monete significavano molto, immaginarsi cosa sarebbe successo se avesse trovato lui tutto il tesoro: sarebbero diventati straricchi.
Questa sembra una storia inventata, una leggenda, ma invece è molto di più, è una storia vera, dall'inizio alla fine, accaduta proprio qui, a Gallesano, un paese quasi dimenticato dal mondo, che oggi, però, rinasce prevalentemente grazie a storie come questa e grazie alle generazioni più anziane che tramandano le proprie tradizioni. Questa storia è anche un esempio di come, nella vita di ogni giorno, abbiamo tante cose proprio sotto al naso, ma da soli spesso non ce ne accorgiamo affatto.

 

 MARJA                                                                                            Lovre Marjanović
                                                                           
Classe I Scuola Media Superiore Italiana Fiume

         Insegnante: Emili Marion Merle

 

I nostri nonni ci raccontano 

  Pochi mesi fa andai con mia nonna in città. Parcheggiammo la macchina davanti a una sinagoga. La nonna uscì dall'automobile. Ebbe uno sguardo diverso. Fissava quell'edificio. Capì che i suoi pensieri erano lontani. La presi per la mano per proseguire, ma lei iniziò a raccontarmi la storia della nostra famiglia della quale io sapevo pochissimo.   La nonna era discendente di una famiglia ebrea. Le loro origini risalgono ancora al XV secolo, quando i Sefarditi, gli ebrei della Penisola Iberica, immigrarono in molti paesi del bacino mediterraneo e altrove. La nostra famiglia di cognome Hajon, emigrata dalla Spagna, si insediò a Sarajevo, che in quel periodo era il centro ebraico più importante dell' Europa orientale. Vi erano ben 15 sinagoghe e i rapporti con le altre religioni erano pacifici. Qui rimasero per un paio di secoli. La situazione, però, cambiò  e la maggioranza degli Ebrei vennero deportati da Sarajevo e la maggioranza dei luoghi sacri vennero distrutti. In quel periodo, i miei antenati si trasferirono a Ragusa. Essendo bravissimi sarti, misero su un negozio con i vestiti più prestigiosi per i ricchi del tempo e vissero bene. Con l'inizio della Seconda guerra mondiale furono introdotte le leggi razziali e gli ebrei subirono delle persecuzioni. Il negozio venne chiuso e distutto e la famiglia fu costretta a portare delle fasce con cucita sopra la stella di Davide, simbolo ebraico. Così, facilmente identificabili, furono esclusi dalla società. Durante quel periodo, mia bisnonna si innamorò del bisnonno, che era cristiano. Questo complicò le cose, e lei dovette cambiare religione per potersi sposare, in quanto i genitori del bisnonno non potevano (ne volevano) accetare che il loro primogenito sposi un'ebrea.   A questo punto si persero le tradizioni ebree e non vennero più tramandate da generazione a generazione. Ma, una cosa, di cui io non ero a conoscenza, è curata ancor oggi  dalla mia famiglia, pasti della cucina ebraica. A me piace il „maces“, un tipo di pane senza lievito, salato e croccante, che la nonna mi raccontò si mangiava per „Pesah“,  la festa di pelegrinaggio ebraica. Poi c'è anche il „Pastel“, un tipo di crostata ripiena di carne, gustosissima.

  Anche se la nonna mi raccontò la storia con nostalgia io ne fui ben  contento di aver avuto l'occasione di conoscere una parte della storia della mia famiglia.

    
INFERNO                     
                                                                 Karlo Žakula
                                                                  
Classe I - a Scuola Media Superiore Italiana Fiume
                                                                                                                                                                      Insegnante: Emili Marion Merle

I nostri nonni ci raccontano...

Ognuno di noi ha una propria storia familiare unica e speciale. Si pensa di sapere tutto sulle proprie origini, ma dopo essersi immersi più profondamente nella propria storia si scoprono dei luoghi straordinari dove da piccoli, sull'erba verde e fresca, senza i grattacieli e le tecnologie di oggi, giocavano i nostri nonni. Personalmente non posso riferirmi a un paese specifico, poiché ho una storia vasta, che comprende la Dalmazia, l'Istria, l'Ungheria e persino tutti i paesi partendo dalla Macedonia alla Croazia.
Mi ricordo di un giorno freddo e nevoso di quando mi sedetti sul divano nel soggiorno riscaldato dalla stufa a legna. Ad un tratto, mio papà mi disse: - „Karlo, guarda che ho trovato un articolo su
i tuoi bisnonni. Scrive delle loro avventure e successi militari.“ Chiesi a mia nonna di raccontarmi la sua infanzia e qualcosa di pi
ù sui miei antenati. Lei mi disse che suoi genitori erano degli eroi nazionali. Tutti e due erano stati colpiti in guerra da 4 proiettili. Un giorno la loro unità militare doveva oltrepassare un ponte largo su una montagna alta. Nessuno sapeva se ci fossero dei tedeschi dall'altra parte che potevano distruggere il ponte. Il bisnonno, Kosta, si mise avanti e con il suo cavallo oltrepassò il ponte tutto da solo. Secondo le storie di mia nonna avevano ricevuto come premio la casa a Drvar, parte della Bosnia occidentale. Mi disse che questo non era un posto grande, ma ogni giorno si svegliava con il canto degli uccelli e con tanti alberi attorno alla sua casa. In primavera correva scalza sull'erba piena di rugiada. Mangiava la frutta del suo giardino e addirittura prendevano il miele dal loro vespaio. Mi disse però che le ferite dei suoi genitori hanno lasciato delle conseguenze. Sua mamma era spesso nervosa. Il suo passato aveva anche dei periodi neri. Mi disse che a 18 anni fuggì a Zagabria. Lì continuò gli studi. Vorrei visitare un giorno Drvar anche se penso che non sia più tanto abitato. Le sue storie mi rendono orgoglioso e svegliano dentro di me la voglia di sapere di più sul mio passato.
Un paio di giorni fa chiesi all'altra nonna di dirmi qualcosa sulla sua infanzia. La culla di mia nonna è Tersatto e da bambina parlava solo il ciacavo.
È probabilmente per questo che anche a me mi è rimasto un po' di questo dialetto nell'orecchio. Lei disse che i suoi genitori non parteciparono alla guerra, bensì ebbero una vita piuttosto tranquilla. Non mi ha parlato tanto di suo padre. So che era dalmato e si chiamava Ante. Era un uomo magro magro, lo comparavano sempre con un fiammifero. Lui era un uomo di mare e pesca. Non fumava mai, era un uomo sanissimo. Mangiava poco, ma era un uomo pieno di energia. Ogni giorno giocava a briscola con gli amici sulle spiagge, sotto quel sole forte e le temperature alte. Probabilmente non aveva mai bisogno di una giacca. E questo tutto ciò che so di lui. Darinka invece, sua mamma e mia bisnonna, era una vera fiumana. Era esperta nel „far soldi“ e non li usava mai. Ne nascondeva una parte mentre l'altra la consegnava al marito e a mia nonna e di conseguenza veniva considerata da tutti una persona povera. Ogni giorno vendeva frutta, verdura o mazzolini di fiori.
Mia nonna lavorava come impiegata in una famosa ditta fiumana di stampatrici. Riusciva a stampare tantissimi fogli in un paio di minuti. Era tra gli impiegati migliori. Lei era una donna bellissima, per me non c'è differenza d'aspetto tra lei e mia mamma. A 26 anni si sposò con mio nonno, alcune volte severo e freddo e altre pieno di vita e voglia di scherzare; un vero bosniaco. Già da giovane cominciò a lavorare come tassista. Seguiva le orme di mio bisnonno Rajko, suo padre. Anche se non mi ha parlato tanto della sua vita, ho sentito che Rajko era un famoso tassista. Guidava un taxi per il governo. Quando nacque il primo figlio si trasferì a Costrena, un comune vicino alla mia città. Mi parlava dei tempi quando si divertiva in giro con i suoi amici. D'estate andavano al mare, in primavera prendevano una chitarra e cantavano tutti insieme, d'inverno giocavano con i fuochi d'artificio. Mi disse che un suo amico aveva una radio, a quei tempi era una cosa di lusso... Non c'erano gli IOS o gli Android, ma non c'era neanche lo smog. Le strade erano pi
ù sicure. Quello che oggi è grigio quella volta era verde. Loro godevano dei colori e dei frutti della natura. Il cielo di notte era strapieno di stelle, nessun fumo le copriva.

Dopo le storie di miei nonni ho voluto conoscere i miei antenati in persona. Sono orgoglioso di entrambi! Gli uni persone coraggiose e forti mentre gli altri persone astute e abili. Queste storie mi hanno insegnato che vale la pena combattere per ciò che si ama, conoscere le proprie radici significa conoscere meglio se stessi e gli altri.