MAILING LIST  HISTRIA  CONCORSO 2013 – Medie Superiori – Lavori individuali  – Categoria “ b “, sottocategoria “ 1 “:

 

1° PREMIO

 

       motto chanel                                                                                                             Matea Linić              

 Classe II    Scuola Media Superiore Italiana Fiume

                  Insegnante: Emili Marion Merle

Motivazione: Riflessione matura e sentita sul viaggio affrontato in piena libertà sulle ali della fantasia per andare alla scoperta della realtà inesplorata del sogno, alla scoperta dell'ignoto che, sebbene a volte spiacevole, fa crescere. Rincuora il dolce ritratto della figura del nonno, compagno di viaggio e maestro di saggezza. Esposizione originale, chiara, fluida; controllo sicuro delle strutture grammaticali e del lessico.

  “Nella mia giovinezza ho navigato lungo le coste dalmate... Oggi il mio regno è quella terra di nessuno. Il porto accende ad altri i suoi lumi; me al largo sospinge ancora il non domato spirito e della vita il doloroso amore”

 

    Viaggiare...Questa parola mi apre la mente e il cuore. Mi fa ricordare, sorridere, sperare. Ci sono tanti modi di viaggiare, tanti percorsi da seguire, strade tortuose, strade in salita, strade in discesa, che ci permettono di percorrere il nostro viaggio verso la vita. Il mio è iniziato tanti anni fa.
 

Ogi prendemo un secieto e una paleta perché anderemo fino al parcheto ala fine del parchegio e chissà cosa troveremo...”-  Il ricordo di queste parole, per me, rappresenta tutto. Le diceva spesso mio nonno quando, diversi anni fa, ci preparavamo per la nostra passeggiata quotidiana. Non si andava lontano, anzi, generalmente giravamo intorno al nostro quartiere ma, ogni volta era una magnifica avventura. Prima di uscire facevamo mille progetti su ciò che avremmo fatto, cercato, costruito, scoperto... Sapevamo che, prima di raggiungere il nostro parco, avremmo dovuto attraversare un po’ di strada e affrontare qualche scalinata, una discesa e un paio di stradine in salita, ma ciò non ci preoccupava, anzi, era proprio quel percorso che ci stimolava.. Talvolta non lo raggiugevamo neanche, il parco... Eravamo pieni di entusiasmo e curiosità per ciò che avremmo trovato lì fuori, nel mondo, sopra o sotto la terra che regolarmente scavavamo con la ‘paleta’ alla ricerca di tesori nascosti. Era un viaggio verso l’ignoto. Durante lo stesso tutti i nostri sensi percepivano le infinite sfumature e sfaccettature della realtà che ci circondava, tantoché, alla fine, rientravamo a casa con le tasche ed il ‘secieto’ pieni di sassi, erba, legnetti, foglie, fiorellini, bambole, matite colorate e briciole. Ci portavamo addosso ciò che avevamo preso alla partenza, oggetti trovati durante la passeggiata e tante idee su quello che ne avremmo fatto. Era un  piccolo impasto di passato, presente e futuro. Erano i miei primi assaggi di vita.
 

Da allora è passato un po’ di tempo ma, ancora oggi, o forse soprattutto oggi, mi chiedo spesso cosa mi aspetti lì fuori o, anche, dentro di me. Il timore è grande, ma la curiosità lo supera. Il desiderio di viaggiare e conoscere  pervadono il mio giovane ed inesperto spirito.
 

La parola viaggio implica un cambiamento, che figuramene è visto nello spostamento, nel moto di oggetti e persone, ma non sempre è così. Il viaggio vero e proprio è un'idea, un' ipotesi che balena nella mente di tutti noi e, per realizzarlo, basta avere fantasia, voglia di esplorare, di capire...Viaggiatore è colui che sperimenta, ipotizza, vive l'esperienza della vita; visitare luoghi e conoscere tradizioni differenti dalle nostre è solo una parte del "lavoro" di viaggiatore.            I profumi ed i sapori che dilagano tra le viuzze di un borgo, i panni stesi al sole mossi dalla brezza primaverile, il cinguettio di un uccellino alla ricerca di qualche briciola di pane, il cambiamento improvviso delle nuvole che scorrono libere e felici in quella distesa celeste appesa ad un gancio impercettibile. Il calore delle persone che con un sorriso ti rallegrano il cuore... Questi sì che sono gli strumenti che il viaggiatore deve saper ricercare per poterli utilizzare nelle future fughe dalla realtà quotidiana. Quando si intraprende un viaggio si è certi della partenza, ma non sempre di un ritorno. Può essere vago, deciso, imprevisto... E' una condizione che dobbiamo sempre porci poiché noi, desiderandolo fortemente, possiamo modificare la realtà ma il futuro o il destino non sono di nostra competenza.             

                                                  
Mio nonno mi ha insegnato a fare tesoro di ogni esperienza, anche di quella più piccola e apparentemente insignificante. Ho imparato a chiedere, osare, cadere e rialzarmi . E non avere paura . La vita, nonostante tutto, va vissuta a braccia aperte e polmoni pieni. Dobbiamo esserei audaci e folli a modo nostro, di quella follia che rende coraggioso un debole e saggio un presuntuoso. Bisogna saper correre dei rischi, vivendo, e non lasciarci sfuggire le opportunità, le occasioni che il destino ci offre... Certo, cadremo mille volte, e mille volte saremo costretti a fermarci, ma altrettante mille volte ricominceremo il viaggio se il nostro cuore sarà sazio di coraggio e di fiducia. Come per Ulisse, esso non può consistere solo nell'approdo al porto finale, ma piuttosto nel superamento di mille pericoli, ostacoli, prove e nella verifica di tante esperienze. Così, il viaggio diventa prova di conoscenza, è lo stimolo naturale alla ricerca del nuovo, l'istintiva attrazione o repulsione per ciò che è estraneo, la sfida al confronto, la capacità di adattamento a situazioni imprevedibili...                 
                                                                                     
 La vita è piena di  “isolotti scivolati al sole”, che rendono difficile il cammino, ma che ci segnalano quanto la bellezza ed il dolore ne facciano ugualmente parte. Sta a noi fermarci e nasconderci, o fronteggiarli. Io, se posso, scelgo sempre la seconda opzione. Guardo al futuro e all'ignoto come ad una nuova e continua sfida da affrontare e, come il coraggioso eroe omerico, desidero incoscientemente farmi trascinare al largo...Voglio rischiare e vivere la vita in entrambi i suoi aspetti di amore e di dolore. Come insegnatomi da mio nonno essa  può essere un tratto di strada in salita oppure una discesa spiritosa, ma in entrambe le situazioni siamo noi a percorrerla. Ed io desidero abbracciare il mondo, esplorarlo e scavarlo. D’altronde la mia giovane età me lo permette, anzi me lo impone! Perciò, come da piccola, mi armo quotidianamente di metaforici ‘secieto e paleta’ perché – “chissà cosa troveremo... C’è sempre tempo per approdare ad un porto sicuro.                 Nel frattempo voglio ubriacarmi di vita.

 

2° PREMIO

 

motto   TOPOLINA                                                                                                          Emi Forišek  

                                                                                                                             Classe II – Liceo Generale

                                                                                                               Scuola Media Superiore Italiana Rovigno

                                                                                                                                 Insegnante: Maria Sciolis

Motivazione: Per la grande genuinità, l’approccio fresco e non convenzionale. L'autrice svolge un’approfondita analisi dei ricordi di famiglia che va a concludersi in un finale tragicomico decisamente originale. Sobrio lo stile, buona la lingua.

  I nostri nonni ci raccontano…         
 
Sono l'ultima cucciola, di una cucciolata in verità poco numerosa ed arrivata troppo tardi per conoscere i suoi nonni. Ma per fortuna mio nonno aveva un fratello maggiore, lo zio Uccio, che ha un posto speciale nel mio cuore. Da piccola passavo del tempo con lui giocando a carte. E lo zio mi parlava della sua infanzia, di quel nonno che non avevo conosciuto e di sua madre maestra in fabbrica. Lui raccontava, ma io, credo come tutti i bambini, ero più intenta a giocare, a tentare di vincerlo piuttosto che ascoltare ciò che mi diceva. Oggi provo tanta rabbia, perché i suoi racconti sono degli echi lontani e non riesco a legare tutti i fili. Lo zio c'è ancora ma non può raccontare più nulla, mi fa soltanto dei bellissimi sorrisi, mi bacia e mi dice: ,,Che bella, picia bella“. Ed io ho una voglia matta di sapere, di conoscere almeno in parte le vicende della sua vita sportiva, perché in tanti anche oggi mi dicono: „Oh, ma tu sei la nipote di Uccio del campo!“

Uccio, in realtà Domenico Sciolis è nato il 4 luglio del 1922 a Rovigno in una casa presa in affitto in Via del Fornetto dai suoi genitori Maria nata Garbin e Giuseppe Sciolis. Sua madre aveva solo 19 anni ed era già maestra in fabbrica tabacchi, insegnava alle giovani come fare i „sigari“, tutto il procedimento veniva fatto a mano. Lei era in realtà figlia d'arte, perché anche sua madre (la mia trisavola) Gaspara Budicin in Garbin e una volta rimasta vedova si risposò con Antonio Valenta, era una stimata maestra in fabbrica tabacchi. Anche dopo il matrimonio Giuseppe, Bepi continuava a lavorare con il padre che alla fine dell' anno gli dava „una parte dell'entrada“. Bepi, anche perché c'erano le sorelle, i cognati e la mamma Francesca Zuliani era forse troppo magnanima con le figlie decise di mettersi in proprio. Era difficile ma poteva farcela, dato che sua moglie Maria aveva un lavoro sicuro, un'entrata ed il cugino Marocco, il farmacista fu disposto a fare ai due giovani da garante in banca. Così Bepi ebbe in regalo dal padre un pezzo di terra, per la verità piena di sassi, dove c'era un „tagur“ e si diceva che un loro avo si fosse nascosto proprio lì quando a Rovigno erano arrivati i soldati francesi. Nel 1926 i coniugi Sciolis costruirono la loro casa a S.Vin (S.Vito)e nl 1930 avendo già restituito il credito aggiunsero un altro pezzo alla casa: una cucina,“la lisiera“ e una cantina scavata nel terreno, perché la prima era troppo piccola.

Intanto lo zio Uccio cresceva libero, correndo in campo, saltando, arrampicandosi sugli alberi seguito dalla nonna Gaspara, dalla zia Mita, la signorina, sorellastra della mamma. Ma a S.Vin c'erano solo tre case: quella dei „Furminanti“ , dei Saina, dei Cernia, però un po’ più giù,verso la Fontana c'erano i Salesiani e lui iniziò a trascorrere sempre più tempo all'Oratorio dei Salesiani. La scuola salesiana fu molto importante per lo zio.

Gli allenamenti mirati e le sue capacità fisiche ben presto ebbero i loro risultati. Inizialmente scelse l'atletica: il salto in lungo, il salto con l'asta, il lancio del peso e le corse. Ma naturalmente il calcio era il suo primo amore, il campo di calcio era a confine della sua terra, il babbo era adibito a segnare lo stesso prima delle partite e i giocatori si spogliavano lasciando quelle belle scarpette con i tacchi proprio a casa sua.

Ho trovato una foto con didascalia del 1938, la didascalia dice: „Parenzo, 15 gennaio 1938, Uccio arrivato primo alla corsa campestre nella sezione Avanguardisti“. Ma sulla stessa pagina ci sono altre due piccole foto in bianco e nero, si intravede un campo di calcio e la solita didascalia dice : „Parenzo 19 marzo 1938“. Vale a dire che a 16 anni lo zio era nel pieno della sua attività agonistica.

Spesso sua madre parlando con le amiche diceva a proposito del figlio ,,Quel nato dun can el ze de novo in giro“ ma si capiva che lo diceva con orgoglio, perché sapeva che quel suo figlio non avrebbe avuto una vita dura e piena di stenti come il marito o l'altro figlio, quel povero Nino che non lasciò mai Rovigno se non per andare a fare il soldato , uno dei primi della Jugoslavia nella lontana Macedonia.

So dai racconti fattimi da mia madre che poi lo zio si specializzò nel salto con l'asta, non ho trovato da nessuna parte quanto saltasse ma sicuramente tra i quattro e i cinque m. Ho visto la sua asta: è una grossa canna di bambù che mio nonno conservava gelosamente.

So che lo zio ha sempre tifato per la Signora, soltanto recentemente ho capito anche perché.

Lui si sposò nel '43 a 21 anni però già prima di quella data gli scauti della Juventus erano venuti anche in Istria e a Trieste e avevano parlato con il nonno Bepi per fare un contratto allo zio, ma lui aveva altri piani, probabilmente aveva già messo gli occhi sulla zia Ita. Ma sta di fatto che il contratto con la Juventus non fu mai firmato.
Fu sicuramente un peccato perché lo zio continuò a giocare a calcio anche dopo la fine della II guerra mondiale ed era sempre il capitano della squadra. Sua madre Maria quando c'erano le partite a Rovigno si chiudeva in casa perché a ogni squillo dell'arbitro il cuore le andava in tumulto pensando all'incolumità del figlio. Lo zio giocando era come un mastino, doveva segnare, e tutti i mezzi erano buoni. E fu anche il saluto prima delle partite „salve“ a fargli conoscere il caloroso (in tutti i sensi) soggiorno all'Isola calva.
 

3° PREMIO

 

motto  CIVETTA                                                                                                              Kris Dassena  
                                                                                                                                                Classe II                                                                          

                                                                                                           Comunità degli Italiani “Dante Alighieri” Isola d’Istria

                                                                                                                                    Insegnante: Giorgio Dudine

 

Motivazione: Il tema, scritto nel bellissimo dialetto della valle del Quieto,  è il racconto che fa “nona Beta”, alla nipote che era  andata da lei per imparare a fare la “pinsa”, di  quanto "iera bel festegiar la Pasqua a Caldier", paese vicino a Montona. La processione con le migliori lenzuola alle finestre, la mitica “pinsa”, che richiede non poco lavoro, impastata più volte a mano e, dopo il pranzo il gioco in piazza con un uovo sodo e monetine  vinte da chi lo colpiva. Tema scorrevole, con immagini vive dei bei ricordi e  che l'attivissima nonna  termina con il tipico detto istriano "basta ciacolar, che qua el sol magna le ore".   

 “RICORDI”
Eco che, come sempre, anca sto ano stava per 'rivar Pasqua, una dele più grande e bele feste in famea. Iera rivà el momento per scominsiar coi preparativi, e per queste robe me nona xe propio maestra. Oni ano, tra ovi piturai, pinse e titole me nona la resveia i ricordi dela so giovinessa, de quando che la viveva ancora a Caldier, un paesin vissin de Montona. In quei giorni me nona Beta xe duta indafarada. Per questo go pensà che xe giusto che la vado a 'iutar almeno a far la pinsa.  La xe stada 'sai contenta de sto mio pensier perché ghe piasi star in compagnia e ciacolar. E questa iera propio la volta bona.          

Insoma, 'pena che son 'rivada a casa sua 'vemo tirà fora duto quel che serviva: farina, ovi, suchero, buro, ievito e altre robe per insaporir sto bon dolce dela nostra tradission.  Dopo 'ver fato un montisel de farina, che più che monte pareva un vulcano, sempre soto i ordini de nona, pian pianin 'vemo scominsià a ficar drento duto quel che serviva e scominsià a impastar.

Duto int'un però me nona se ferma. La vedo col pensier chissà dove. Po la me varda con quei sui oci svei e sgai e la me dixi: ''Eh picia, no ti podarà mai imaginar quanto che iera bel festegiar Pasqua a Caldier.'' E sensa gnanca spetar che verso boca, rimetendose a impastar, la taca a contar.

''In paese iera un omo che subito de matina, la domenega de Pasqua, a 'ndava in strada col suo s'ciopo de cassia a sbarava do colpi, per ricordarghe ai paesani, anca a quei che ancora dormiva, che xe Pasqua. Anca se oramai ierimo duti abituai a
sto rito”, mi ogni volta me instremivo,  ma dopoduto iero contenta perché, anca se iera una stranessa, iera sempre un xorno de granda festa, un xorno importante, un xorno diferente dei altri. Se alzaimo e se prontaimo per quela che saria stada una  xornada de festa, anca se prima dela festa ghe voleva far serti lavori. Prima de duto iera de portar la piegora a pascolar sul formento. De solito la portaimo a pascolar sul prà, insoma su l'erba. Ma per Pasqua anca ela la gaveva dirito de magnar un poco meio. No te par? Ben, fato sto lavor, se se meteva el meio vestito che se 'veva in armer e se 'ndava a Messa col pianer o cola sésta
Mi, sensa acorserme, devo ver fato qualche smorfiesso perché me nona, prima de continuar, la me ga da una ociada de quele... e po’ la xe ‘ndada ‘vanti. 

“Cosa ti impiri quei oci? Col pianer o cola sésta se portava a benedir
ovi, pinse, titole e scalogna, e chi che 'veva massà l'agnel, portava anca quel. Dopo dela Messa, tornai a casa, prima de duto fassevimo marenda e magnavimo le robe che el prete 'veva benedì. Iera la prima roba che se magnava quel xorno. El pranso po' doveva esser qualcosa de speciale. Roba che no se podevimo permeterse de magnar oni xorno, sa? In sta xornada, a casa mia se fasseva brodo, capussi e pastasuta col sugo de galo. Per mi gnente iera più bon de questo. Solo pensando a l'odor de quel sugo, me ven l'aquolina in boca! De dopopranso 'ndaimo duti in piassa indove che i ma'sci, xoveni e veci, i fasseva una gara con ovi e monedine. Un xiogo che se fasseva solo per Pasqua. Se meteva un ovo duro vissin del muro e i omini butava el soldin. Chi che 'rivava a ciapar l'ovo col soldo, ingrumava dute la monedine dei altri xogadori che'veva poca mira. Certi i iera proprio lugheri, sa picia. I inventava dute le tecniche posibili per vinser. E credime che iera 'sai divertente vardarli cusì impegnai a becar l'ovo.          
  
Ma no sta pensar che se fasseva festa solo la dimenega de Pasqua! Per Pasqueta la festa continuava. Per le case 'rivava duta la parentela che no se gaveva fato veder el xorno prima... e ale de novo festa. Se magnava pinse, titole, se beveva del bon vin e po se cantava. E sì, fia mia. Una volta, in Istria, 'pena che se ingrumava do – tre de lori se cantava. El canto iera qualcosa che ne fasseva star ben.

La prossima festa granda, dopo Pasqua, iera el Corpus Domini. Anca quela iera una granda festa, sa. Me recordo che in paese duti meteva i linsioi più bei sulle finestre. No, no xe ghe in paese se fasseva duti el leno ala stessa ora. No! I linsioi iera perché per quela strada saria passada la procission. E i linsioi serviva per far più bel el passagio de sto corteo sacro, indove duti i paesani dava un aiuto. Se caminava fina ai altari e le fie le butava petali di rose. A Caldier tre i altari: un in ciesa dela Santa Trinità, un altro davanti ala casa del paroco e el terso invese iera in centro del paese. Per mi sto ultimo iera el più bel. Me recordarò fina che vivo la terassa de me sia Nina, duta piena de linsioi bianchi come la neve. Dio che bel che iera.''    

A sto ponto nona se ga inacorto cossa che stavo fasendo col mio toco de paston e la ga gambià subito argomento: 
Ma cosa ti fasi de quel paston? Ti sa o no ti sa far la pinsa? Varda che no ti son istriana se no ti sa farla!''

Per dir el vero mi iero là per imparar a far la pinsa, e sercavo de copiar quel che fasseva nona, ma come che savevo mi. E alora nona:
Cos' ti pensi, che una volta gaveimo duti sti machinari eletronici che xe ogi? Indove che basta strucar el boton e te salta fora el dolce? Eh no bela! La pinsa la faseimo sul fogoler. Te devi saver che a casa nostra iera el fogoler e no vevimo gnanca un vero forno. Se netava ben el fogoler, sora se meteva l'impasto, se lo coverseva co' una campana de lata e sora sta campana se meteva bronse e senera. De noi sto tipo de forno se ciamava “crepnja”.

Dito questo nona buta un ocio sul grando orologio che la ga in cusina e la se acorsi che xe 'sai tardi e alora te la senti:
O Dio, picia mia, che tardi che xe. Ala sbirulo, basta ciacolar, che qua el sol magna le ore.''