11° CONCORSO MAILING LIST HISTRIA  2013

 

MAILING LIST  HISTRIA  – Superiori – Lavori individuali  –
 

- Traccia 1: “ I nostri veci ne conta” “ I nostri nonni ci raccontano “

- Traccia 2: " Ho letto un libro che ha lasciato un profondo segno in me "

- Traccia 3: " Nella mia giovinezza ho navigato/ lungo le coste dalmate...Oggi il mio regno/ è quella terra di nessuno. Il porto/ accende ad altri i suoi lumi; me al largo/ sospinge ancora il non domato spirito/ e della vita il doloroso amore."
Sono versi tratti dalla poesia "Ulisse" di Umberto Saba che ribadiscono l'amore per la vita e l'ansia di avventura innati nell'uomo e soprattutto nel giovane"

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Motto LA PICIA MULA FIUMANA        Nika Skerbec   -   Classe II - a

                                                             Scuola Media Superiore Italiana Fiume

                                                             Insegnante: Emili Marion Merle

 

I BAGNI DI FIUME 

            Qualche mese, come di tradizione nella nostra famiglia, ci siamo riuniti tutti insieme per il pranzo di Natale. Tra un boccone e l’altro, abbiamo discusso di vari argomenti, tra i quali pure quelli inerenti la scuola, ai piani futuri e quant’altro. Questa fu inoltre un’occasione per il nonno, come lo fa sempre, del resto, di evocare i vari ricordi e le vicende di quando era stato giovane. Questa volta il nonno ci ha raccontato delle sue “prodigiose” avventure legate alle estati di Fiume trascorse in riva al mare. Inevitabilmente questo tema ci ha portato a discutere in merito ai bagni e alle spiagge di Fiume, partendo dai tempi remoti a quello della fine della seconda guerra mondiale.

Dai tempi remoti, Fiume ha avuto una grande tradizione balneare. Ai tempi dei vecchi romani l’attuale Piazza Jelačić (ex Piazza Scarpa) era una spiaggia e ai limiti settentrionali di questa c’era un accampamento romano che serviva da sistemazione per il riposo dei legionari dopo i combattimenti.  Nel Medioevo poi, con l’allargamento della città di Fiume, le spiagge che si trovavano sull’odierno Corso, erano usate dalla popolazione per i rinfreschi estivi.  Con lo sviluppo dei traffici marittimi, specialmente durante il periodo austro-ungarico, fu costruito il porto di Fiume, e di conseguenza sparirono le varie spiagge affiancate sulla parte meridionale della città. 

Per tale motivo, a metà del Molo longo fu costruito uno stabilimento balneare multiuso denominato bagno Quarnero. Siccome il Molo longo rappresenta una diga relativamente stretta, il bagno Quarnero dovette essere progettato adeguando lo spazio dello stabilimento balneare alle dimensioni della diga stretta. A tale scopo furono costruiti tre edifici con scale interne e piccoli depositi, e sul piano superiore fu costruito un piano per le cabine per le necessità dei bagnanti, di cui una metà designata alle donne e ai bambini, mentre l’altra metà era designata agli uomini. Il tutto era coperto da un tetto, in funzione di due terrazze per coloro che desideravano prendere una tintarella, e che la sera si trasformava in un terrazzo di riposo e da ballo. Data la profondità del mare all’esterno del Molo longo, i progettisti splendidamente idearono tre zattere di legno, due grandi per gli uomini e le donne, e una più piccola per i minorenni, il tutto collegato alla diga con un ponticello. I nuotatori più esperti si tuffavano direttamente dalle zattere in mare, mentre i meno esperti scendevano in mare per degli scalini di legno. Tutta la zona circostante alle zattere era recintata da reti sotto il livello del mare, per evitare incontri sgradevoli con i pescecani, che nel periodo tra le due guerre mondiali erano molto più frequenti nel Golfo del Quarnero, in quanto seguivano la rotta delle numerosi navi che erano dirette a Fiume.

            Mi racconta il nonno, che nel recinto dell’impianto balneare, oltre ad un’attività prettamente da svago e di riposo, si svolgevano pure gli allenamenti delle squadre sportive di nuoto e pallanuoto, come pure le competizioni sportive; mentre d’estate, sulle terrazze superiori andavano di moda le serate danzanti e le varie manifestazioni sociali. All’impianto balneare Quarnero si poteva arrivare a piedi percorrendo il Molo longo, oppure via mare con piccole imbarcazioni a motore che erano sempre a disposizione a pagamento.

Oltre al bagno Quarnero, a Cantrida c’erano altre due stabilimenti minori, il bagno Cantrida (o Savoia ) e il Riviera, che cessarono la loro attività poco dopo la Seconda guerra mondiale. A ovest dello Stadio di Cantrida, per diversi anni c’erano gli edifici del Centro scolastico per allievi delle scuole elementari, designati agli alunni che in seguito agli impegni dei genitori non potevano recarsi ai bagni estivi.

Dopo a firma del Trattato di pace nel 1947 furono aboliti i controlli di Polizia sul Ponte di Sušak, e la popolazione di Fiume cominciò a frequentare pure i tre piccoli stabilimenti balneari di Pecine e le spiagge di Costrena.

Mi resta soprattutto impresso, quanto mi racconta il nonno, che nel corso del ritiro delle truppe tedesche da Fiume, nel 1945, la Riva centrale fu notevolmente danneggiata dalle esplosioni che i tedeschi innescarono per distruggere le rive. Il risultato ne fu che mezza Riva si era trasformata in spiaggia, e di ciò, per alcuni anni ne approfittarono i giovani, che sino al 1953 dopo le passeggiate serali sul Corso, si rinfrescavano in queste spiaggette, tuffandosi nell’oscurità del mare, spesso nudi.

Più tardi, in seguito all’aumento della popolazione, i bagni esistenti diventarono ormai stretti, e sul delta occidentale dell’Eneo (Riječina) venne costruito un grande bagno sulla riva del mare, denominato “Gradsko”, ove si versò tutta la massa di abitanti del centro di Fiume e Sušak, mentre contemporaneamente veniva demolito il Bagno Quarnero.

Come prima sul bagno Quarnero, così più tardi sul Gradsko, si svolgevano tutte le manifestazioni sportive sul mare, però dopo qualche decennio di funzionamento, negli anni settanta del secolo scorso, fu chiuso in seguito all’inquinamento sempre più persistente del mare di fronte al centro cittadino. Con questa carrellata storica dei bagni di Fiume finì il racconto del nonno. Cosa mi racconterà il nonno il prossimo Natale? Non lo so’, però sono certa che sarà un altro racconto interessante e degno di essere tramandato ai nostri figli e nipoti, per non dimenticar quel che i nostri veci ne conta!

                                                                                  La picia mula fiumana         

A Fiume, marzo 2013
 

__. Motto CHI TROVA UN LIBRO TROVA UN AMICO
                                                                                 
Christian Baković   -   Classe IV - m

                                                                               Scuola Media Superiore Italiana Fiume

                                                                                  Insegnante: Gianna Mazzieri Sanković

 

Ho letto un libro che ha lasciato un profondo segno in me

 

Mi sono interrogato spesso sul perché della lettura e sulla sua utilità. Era la domanda che mi ponevo soprattutto, negli anni di passaggio dalle elementari alle medie della prima adolescenza. Preferivo il computer e i giochetti online, erano così avvincenti e interessanti, potevo scegliere qualsiasi ruolo ed immedesimarmici.

Quando mi vedevo dinanzi un "mattone" di letteratura d' obbligo non riuscivo a reprimere un "uffa ma perché mai?". Procedendo poi con la lettura venivo ammaliato come in una rete, il libro catturava via via la mia attenzione e mi sentivo parte di un universo tutto suo e particolare. Tant' è vero che i personaggi diventavano miei buoni conoscenti, discorrevo con loro, pensavo con loro e provavo compassione per le loro vicende. Camminavamo assieme giorno per giorno apprendendo tante cose nuove e concetti.

Un buon amico di questo tipo l’ho incontrato di recente leggendo la Coscienza di Zeno. La Coscienza di Zeno dopo Una vita e Senilità è il terzo romanzo di Italo Svevo. Il romanzo si apre con la Prefazione. Lo psicoanalista dottor S. (forse Siegmund Freud oppure Svevo) induce il paziente Zeno Cosini, commerciante triestino di successo a scrivere un'autobiografia come contributo al lavoro psicoanalitico. L'opera riassume l'esperienza umana di Zeno, il quale racconta la propria vita in modo ironico e disincantato. La storia appare tragica e assieme comica. Zeno matura delle convinzioni: "La malattia è una convinzione ed io nacqui con quella convinzione", la nostra coscienza è un gioco comico ed assurdo di autoinganni più o meno consapevoli. Il personaggio acquista quella saggezza necessaria per vedere la vita umana come una brillante commedia e per comprendere che l’unico mezzo per essere sani è la persuasione di esserlo.

Svevo usa nel suo romanzo l’italiano standard. L' autore si allontana dal naturalismo e si avvicina allo stile del romanzo novecentesco di Proust e Joyce. I momenti di Zeno non sono narrati secondo un ordine cronologico, ma vengono messi nell' ordine alogico con cui la coscienza li richiama in vita. La storia è caratterizzata da una forma particolare: il romanzo, nel senso tradizionale non c'è più. Subentra il diario, in cui la narrazione si svolge in prima persona. Il protagonista, infatti, non è più una figura a tutto tondo, ma è una coscienza che si costruisce attraverso il ricordo, ovvero di Zeno esiste solo ciò che egli intende ricostruire attraverso la sua coscienza. Il protagonista della sua malattia è il fumo, vizio del quale non riesce a liberarsi.

L' inettitudine è un altro ostacolo di Zeno. Egli si ricorda di aver iniziato a fumare quando era ancora adolescente a causa del rapporto conflittuale con il padre. Ogni volta che prova a smettere di fumare, Zeno decide di prendere un’” ultima sigaretta"(u.s.). Dopo numerosi fallimenti, Zeno si avvede che fumare "ultime sigarette" è per lui un'esperienza piacevolissima, in quanto quelle assumono ogni volta un sapore diverso perché dopo non potrà fumare più. Si sposa con Augusta, la più brutta delle sorelle Malfenti, anche se è pazzamente innamorato di Ada, che spietatamente rifiuta ogni sua dichiarazione d' amore. Zeno in seguito imparerà a rispettare e ad amare Augusta e non lo smetterà mai. Augusta dimostra verso di lui un atteggiamento materno e gli infonde sicurezza, anche se la tradirà poi con Carla Gerco, per lui solo una "povera fanciulla", bellissima, che inizialmente suscita un istinto di protezione.
Zeno analizza onestamente e lucidamente il suo odio nei confronti di Guido, il marito di Ada, e solo grazie alle sue autoanalisi, riesce a temperare in modo razionale l' intensità di questo sentimento. Il protagonista è un bravo attore. In primis, egli non è né debole né malato. Fingendo studia astutamente l’avversario cercando la compassione e la commiserazione altrui. Man mano la storia procede, Zeno diventa sempre più forte nella sua rivincita: Ada, che all' inizio era bella e rifiutava l’amore di Zeno, viene sfigurata dal morbo di Basedow, mentre Guido, suo concorrente e prototipo del buon borghese, si toglie la vita.

Inoltre, Zeno finge di essere sbadato e di non saper fare i conti, mentre infatti sa farli assai bene. E mentre la ditta dell’antagonista, il cognato Guido, sta andando a rotoli, Zeno non accorre in suo aiuto né gli dà una mano a far i conti, mettendo così alla prova il "buon borghese". L' inettitudine e insicurezza di Zeno si rivelano in fine come qualità positive, perché lo spingono a cambiare e adattarsi a un mondo che muta continuamente, mentre la sicurezza e bravura dei "buoni borghesi" si rivelano inutili, in quanto essi non vogliono cambiare e per questo motivo non possono sopravvivere nel mondo moderno.

Questa, una rapida considerazione dei contenuti rilevanti. Ma che cos’è stato in effetti questo protagonista per me?

Zeno Cosini è stato una compagnia piacevole, simpatica, spiritosa, intelligente e in fin dei conti anche umanamente onesta. Il romanzo si chiude con la previsione apocalittica dei grandi conflitti del XX secolo come unico antidoto al decadimento morale, alla "vita inquinata alle radici". La visione laica della vita di una coscienza impietosamente analitica è molto diversa da un altro capolavoro della letteratura italiana, nato anch' esso ai margini dell’italianità, con l’intento di creare un progetto di vita e di cultura, I promessi sposi. Il grande protagonista del romanzo è la storia con la sua barbarie, il male che molte volte non ha giustificazione. Le vicende umane sono però tenute assieme dalla Provvidenza Divina che ha diretta ingerenza nell' andamento del mondo, persino nella catastrofe della peste. I promessi sposi è uno dei libri più belli che abbia letti. Le figure di Lucia, don Cristoforo, don Abbondio, l’Innominato, il cardinale Borromeo, le loro vicende, i conflitti interiori e decisioni sono diventati parte integrante della mia fantasia. Spesso mi ricordo della bontà e cristianità di don Cristoforo, che non è un personaggio semplice, ma molto umanamente egli è un gran penitente, un uomo che ha peccato uccidendo e che è riuscito a risollevarsi e dare un senso alla propria esistenza, alla sofferenza. In tal modo anche la sua fine durante il contagio acquista una luce di speranza. Egli è il prototipo di bontà, un uomo pronto ad affrontare ogni rischio per una causa di bene che egli reputa giusta. L'impossibilità del legame fra Lucia e Renzo lo commuove, e decide di fare tutto il possibile che esso non si spezzi, egli è la forza di coesione dell’amore fra i due giovani. Don Cristoforo affronta persino la causa di tutti i mali dei due sposi, don Rodrigo. Nonostante non gli sia andata di mano l’intenzione di calmare il male causato da don Rodrigo, egli trova delle vie alternative per arrivare al bene. Don Cristoforo infine riuscirà a compiere la sua missione di benefattore e Lucia e Renzo si sposeranno. L'obiettivo di morire aiutando il prossimo si avvererà.  

Fra il disincanto e la speranza catastrofica della Coscienza di Zeno e la concezione ottimistica del cammino storico dei Promessi sposi passa grande differenza. L' opera manzoniana inaugura il Risorgimento, si fa suo portavoce ed è quindi un’opera giovane, dove la borghesia inizia la propria ascesa. Nella Coscienza di Zeno la borghesia si è già affermata, ha accumulato le ricchezze e non può fare a meno di constatare il proprio declino che è innanzitutto morale. Tutte e due le opere si pongono in "periferia dell'italianità". L'autore triestino conferma la propria singolarità a partire dallo pseudonimo poiché è italiano con note germaniche, mentre il Manzoni deve "sciacquare i propri panni nell'Arno".

L' italiano è per i due autori madrelingua da conquistare paradossalmente passo per passo, attraverso la scrittura che diventa ragione di vita e autoaffermazione. In questo senso mi sono identificato con le vicende dei due scrittori poiché anch' io sono di madrelingua italiana, ma in modo particolare, lontano da un ambiente di maggioranza italiana. Ho capito allora quante facce possa avere l'essere italiani e come le opere e i contributi più grandi alla letteratura e cultura "del bel sì" siano stati apportati da autori "riposti", appartati, non direttamente inseriti nell' humus italiano.

 

Motto ZAC                                  Paolo Zacchigna   -   Classe II Perito Informatico

                                                    Scuola Media Superiore Italiana “Leonardo da Vinci” Buie

                                                    Insegnante: Daliborka Novello

 

Nella mia giovinezza ho navigato/ lungo le coste dalmate...oggi il mio regno/e' quella terra di nessuno. il porto/accende ad altri i suoi lumi; me al largo/ sospinge ancora il non domato spirito/ e della vita il doloroso amore.“

Sono versi tratti dalla poesia „ulisse “di umberto saba che ribadiscono l’amore per la vita e l’ansia di avventura innati nell' uomo e soprattutto nel giovane

 

Questi versi raccontano anchessi una storia che non hanno bisogno di spiegazioni. Parlano del fascino di queste terre che hanno lasciato nel poeta un grande senso della completezza, un senso che è riuscito ad unire lo spirito libero, l' immaginazione e i pensieri in un tuttuno, creando, così un equilibrio quasi invidiabile che separa lo scrittore dal mondo circostante portando ad una visione superiore e ancora più significativo di tutto il paesaggio che il protagonista di codesti versi ha visitato e non.

Sicché tutti essendo o essendo stati giovani abbiamo provato anche una  sola volta il desiderio di esplorare, di andare alla ricerca, di visitare posti a noi sconosciuti. Questi possono essere luoghi vicini a noi oppure lontani.

Sognamo posti fantastici e quando siamo lì dove volevamo essere ce ne accorgiamo subito, ammiriamo quei luoghi per la loro bellezza, per un qualcosa che ci fa stare bene a volte per arrivarci la strada è insidiosa e piena di ostacoli ma non ci siamo arresi.

Ci crogioliamo per un pò in quella beatitudine, ma poi l' ignoto ci attrae. L' impazienza ci brucia sotto i piedi.

E' parte della nostra natura spostarsi, cercare sempre qualcosa DI NUOVO E DI EMOZIONANTE, siamo, come Ulisse che finalmente ritornato a Itaca riparte per ritrovare le isole della sua prima avventura. Ma rimane deluso perchè ovunque sbarchi non trova tracce delle imprese della sua giovinezza.

Molto probabilmente anche noi come Ulisse rimarremo delusi dal nostro girovagare, perché i nostri desideri rimarranno un sogno di giovinezza.

 

 

Motto CHANEL                                    Matea Linić   -   Classe II

                                                             Scuola Media Superiore Italiana Fiume

                                                             Insegnante: Emili Marion Merle

 

“Nella mia giovinezza ho navigato lungo le coste dalmate... Oggi il mio regno è quella terra di nessuno. Il porto accende ad altri i suoi lumi; me al largo sospinge ancora il non domato spirito e della vita il doloroso amore”

 

    Viaggiare...Questa parola mi apre la mente e il cuore. Mi fa ricordare, sorridere, sperare. Ci sono tanti modi di viaggiare, tanti percorsi da seguire, strade tortuose, strade in salita, strade in discesa, che ci permettono di percorrere il nostro viaggio verso la vita. Il mio è iniziato tanti anni fa.

Ogi prendemo un secieto e una paleta perché anderemo fino al parcheto ala fine del parchegio e chissà cosa troveremo...”-  Il ricordo di queste parole, per me, rappresenta tutto. Le diceva spesso mio nonno quando, diversi anni fa, ci preparavamo per la nostra passeggiata quotidiana. Non si andava lontano, anzi, generalmente giravamo intorno al nostro quartiere ma, ogni volta era una magnifica avventura. Prima di uscire facevamo mille progetti su ciò che avremmo fatto, cercato, costruito, scoperto... Sapevamo che, prima di raggiungere il nostro parco, avremmo dovuto attraversare un po’ di strada e affrontare qualche scalinata, una discesa e un paio di stradine in salita, ma ciò non ci preoccupava, anzi, era proprio quel percorso che ci stimolava. Talvolta non lo raggiungevamo neanche, il parco... Eravamo pieni di entusiasmo e curiosità per ciò che avremmo trovato lì fuori, nel mondo, sopra o sotto la terra che regolarmente scavavamo con la ‘paleta’ alla ricerca di tesori nascosti. Era un viaggio verso l’ignoto. Durante lo stesso tutti i nostri sensi percepivano le infinite sfumature e sfaccettature della realtà che ci circondava, tantoché, alla fine, rientravamo a casa con le tasche ed il ‘secieto’ pieni di sassi, erba, legnetti, foglie, fiorellini, bambole, matite colorate e briciole. Ci portavamo addosso ciò che avevamo preso alla partenza, oggetti trovati durante la passeggiata e tante idee su quello che ne avremmo fatto. Era un piccolo impasto di passato, presente e futuro. Erano i miei primi assaggi di vita.

Da allora è passato un po’ di tempo ma, ancora oggi, o forse soprattutto oggi, mi chiedo spesso cosa mi aspetti lì fuori o, anche, dentro di me. Il timore è grande, ma la curiosità lo supera. Il desiderio di viaggiare e conoscere pervadono il mio giovane ed inesperto spirito.

La parola viaggio implica un cambiamento, che figuramene è visto nello spostamento, nel moto di oggetti e persone, ma non sempre è così. Il viaggio vero e proprio è un'idea, un’ipotesi che balena nella mente di tutti noi e, per realizzarlo, basta avere fantasia, voglia di esplorare, di capire...Viaggiatore è colui che sperimenta, ipotizza, vive l'esperienza della vita; visitare luoghi e conoscere tradizioni differenti dalle nostre è solo una parte del "lavoro" di viaggiatore.  I profumi ed i sapori che dilagano tra le viuzze di un borgo, i panni stesi al sole mossi dalla brezza primaverile, il cinguettio di un uccellino alla ricerca di qualche briciola di pane, il cambiamento improvviso delle nuvole che scorrono libere e felici in quella distesa celeste appesa ad un gancio impercettibile. Il calore delle persone che con un sorriso ti rallegrano il cuore... Questi sì che sono gli strumenti che il viaggiatore deve saper ricercare per poterli utilizzare nelle future fughe dalla realtà quotidiana. Quando si intraprende un viaggio si è certi della partenza, ma non sempre di un ritorno. Può essere vago, deciso, imprevisto... E' una condizione che dobbiamo sempre porci poiché noi, desiderandolo fortemente, possiamo modificare la realtà ma il futuro o il destino non sono di nostra competenza.  Mio nonno mi ha insegnato a fare tesoro di ogni esperienza, anche di quella più piccola e apparentemente insignificante. Ho imparato a chiedere, osare, cadere e rialzarmi. E non avere paura. La vita, nonostante tutto, va vissuta a braccia aperte e polmoni pieni. Dobbiamo essere audaci e folli a modo nostro, di quella follia che rende coraggioso un debole e saggio un presuntuoso. Bisogna saper correre dei rischi, vivendo, e non lasciarci sfuggire le opportunità, le occasioni che il destino ci offre... Certo, cadremo mille volte, e mille volte saremo costretti a fermarci, ma altrettante mille volte ricominceremo il viaggio se il nostro cuore sarà sazio di coraggio e di fiducia. Come per Ulisse, esso non può consistere solo nell'approdo al porto finale, ma piuttosto nel superamento di mille pericoli, ostacoli, prove e nella verifica di tante esperienze. Così, il viaggio diventa prova di conoscenza, è lo stimolo naturale alla ricerca del nuovo, l'istintiva attrazione o repulsione per ciò che è estraneo, la sfida al confronto, la capacità di adattamento a situazioni imprevedibili...    La vita è piena di “isolotti scivolati al sole”, che rendono difficile il cammino, ma che ci segnalano quanto la bellezza ed il dolore ne facciano ugualmente parte. Sta a noi fermarci e nasconderci, o fronteggiarli. Io, se posso, scelgo sempre la seconda opzione. Guardo al futuro e all'ignoto come ad una nuova e continua sfida da affrontare e, come il coraggioso eroe omerico, desidero incoscientemente farmi trascinare al largo...Voglio rischiare e vivere la vita in entrambi i suoi aspetti di amore e di dolore. Come insegnatomi da mio nonno essa può essere un tratto di strada in salita oppure una discesa spiritosa, ma in entrambe le situazioni siamo noi a percorrerla. Ed io desidero abbracciare il mondo, esplorarlo e scavarlo. D’altronde la mia giovane età me lo permette, anzi me lo impone! Perciò, come da piccola, mi armo quotidianamente di metaforici ‘secieto e paleta’ perché – “chissà cosa troveremo... C’è sempre tempo per approdare ad un porto sicuro.             
  Nel frattempo voglio ubriacarmi di vita.

 

 

Motto FARFALLINA                            Matija Božić   -   Classe I - m

                                                             Scuola Media Superiore Italiana Fiume

                                                             Insegnante: Emili Marion Merle

 

I nostri vecchi ci raccontano

 

            Lo faccio spesso. Quasi come un rituale, un’abitudine. Mi soffermo. Passo in rassegna. Penso alle cose che ho fatto; mi chiedo perché le ho fatte e le valuto. Cerco di imparare dalle scelte giuste come da quelle sbagliate. Penso a come il mio futuro avrebbe potuto prendere percorsi alternativi che le mie diverse decisioni potrebbero aver creato.

Lo faccio per la chiarezza che ne deriva.

            Una delle realizzazioni che ho tratto da questo è che mi piacciono le storie e provo piacere in raccontarle.

L’amore per le storie l’ho ricevuto in eredità dalla nonna. Mia nonna, donna incrollabile e inventiva, raccontava sempre delle storie. Si sedeva per ore e ore assieme a me, raccontandomi le avventure di Pimbo, principe del Paese della Sporcizia, e altri personaggi simili. Essendo la nipote maggiore, ero la prima ad amare i suoi piccoli eroi, ma come gli anni passavano c’erano sempre più bambini attorno al tavolo rotondo in cucina.

 

Dalmazia, estate 2003.

            C’erano una volta un ragazzo e una ragazza che si volevano tanto bene. La ragazza, Annetta era una principessa e il ragazzo, Pippo era figlio di un contadino. Un giorno Pippo indossò il suo miglior abito e andò a chiedere al re la mano della sua figlia. Il re ascoltò Pippo e poi gli disse: “Se vuoi sposare mia figlia, vai e chiedi al Sole perché non riscalda la notte tanto bene quanto il giorno. Se ritorni con la risposta, non solo avrai la mano di Annetta, ma anche tutte le mie ricchezze.” Questa condizione non spaventò Pippo, che si diresse nella ricerca del Sole.

            Camminava per giorni e giorni, per monti e colli, attraverso le valli e fitte foreste, finché non giunse ad una terra dove vivevano le ragazze più belle del mondo. Pippo ha voluto fermarsi, ma continuò a camminare, volendo quanto prima raggiungere il Sole. Pochi giorni dopo, si trovò in una terra dove i soldi crescevano sugli alberi e ognuno era libero a prenderli. Pippo di nuovo volle fermarsi, ma continuò a camminare, pensando ad Annetta.

            Dopo lunghi peregrinaggi, arrivò finalmente al Sole, e lo trovò pronto ad iniziare i suoi viaggi. “O, Sole,” invocò, “fermati per un attimo, non partire prima che tu mi risponda ad una domanda.” Il Sole gli rispose: “Va bene, ma fa’ presto. Ho tutto il giro del mondo da fare.” Pippo parlò: “Ti prego, dimmi perché non riscaldi la notte tanto bene quanto il giorno?” “Per il semplice motivo che, se lo feci, la Terra e tutto ciò che si trova su di essa sarebbe bruciato.” Il Sole poi continuò con il suo viaggio, dato che Pippo non aveva più domande da fare.

            Tornando a casa, passò di nuovo per la terra dove i soldi crescevano sugli alberi e la terra dove vivevano le ragazze più belle del mondo, ma il suo amore per Annetta era troppo forte perché si fermasse.

            Annetta era piena di gioia quando vide il suo amato tornare a casa, ma suo padre, il re, non condivideva il sentimento. Lui non voleva mai più vedere Pippo e per questo l’ha mandato nella cerca del Sole, sperando che, vedendo gli altri paesi, non tornerà più a sposare Annetta. Però grazie al suo amore Pippo tornò non solo sano e salvo ma con più sapere del re. Così il re non poté trovare una ragione perché Annetta e Pippo non si sposino, e il matrimonio fu celebrato con cibi e bevande esotici i quali Pippo ha trovato durante il suo viaggio. Ma più bella di tutto era la musica, ed ancor oggi i viaggiatori in quelle regioni sentono i suoi dolci suoni.

 

Mia nonna mi diceva che le storie sono ciò che unisce le persone. Tutti amiamo uccidere il drago e corteggiare la principessa. Vogliamo essere eroi. Vogliamo salvare il mondo. “Dammi una possibilità,” chiediamo nelle nostre storie. “Dammi una possibilità e io cambierò il mondo.” 

Mi mancano le storie di mia nonna. Nei momenti difficili della mia vita sento spesso la sua voce calma raccontare la mia storia. Vedo la curva nell’angolo della sua bocca che mi dice: “La verità è malleabile. Scrivi la tua storia. Racconta la tua storia.”

 

 

Motto INFINITY                                    Tina Corelli   -   Classe IV - a

                                                             Scuola Media Superiore Italiana Fiume

                                                             Insegnante: Gianna Mazzieri Sanković

 

I nostri nonni ci raccontano...

Ci sono diverse storie che mio nonno Antonio mi raccontava, però potrei individuare solamente una che mi ha commossa e mi ha fatto capire quanta fortuna possa avere un uomo, un soldato, durante la guerra.

La storia che sto per raccontarvi ebbe inizio nel 1940 quando l' Italia entrò in guerra a fianco della Germania nazista. Nel 1941 mio nonno fu chiamato alle armi e fu inviato a Genova per fare il suo servizio militare. Lì vi restò fino alla capitolazione e la firma dell' armistizio dell' 8 settembre 1943. Dopo due lunghi anni, era ora di tornare a casa. I soldati istriani, con cui conviveva per quasi tre anni, salirono al treno che doveva portarli fino alla Trieste occupata dai tedeschi. Erano giorni pieni di paura; paura di non venir catturati, uccisi oppure buttati nelle foibe.

All' alba del 23 settembre 114 soldati, compreso mio nonno, partirono verso la penisola istriana ma furono in pochi, quelli fortunati , ad arrivare alla destinazione. Mentre viaggiavano, nel treno che trasportava bestiame, nascosti tra nel fieno, ricevettero l' informazione che le truppe tedesche stavano aspettando il loro arrivo a Trieste, e decisero di scendere a Piacenza per poi continuare a piedi. Furono tantissimi i soldati che presero questa decisione, tra questi, ci fu anche mio nonno ma proprio quando stava per scendere dal treno una mano lo tirò indietro. Fu la mano di Giuseppe Ghersini dal villaggio Corelli, un suo vicino di casa e vecchio amico che gli disse: “ dai Tonio, ho un brutto presentimento. Se dobbiamo morire, è meglio farlo a Trieste; è più vicino all' Istria.” Pochi minuti dopo, risuonarono fortissimi rumori , rumori che potevano essere provocati solamente da mitragliatrici: i soldati istriani furono fucilati a Piacenza.

Fortemente turbati dall' avvenimento, Giuseppe e il nonno riuscirono dopo poche ore a raggiungere la stazione ferroviaria di Trieste che era piena di guardie tedesche. Sceso dal treno, mio nonno prese in braccio un bambino e con sua madre si diresse verso l' uscita. Non sospettando nulla, i tedeschi lo lasciarono passare. Scampato il pericolo, ringraziò alla donna e le spiegò che era solamente un camouflage per non venir acchiappato. Si riunì con altri 25 soldati sopravvissuti e dopo 8 ore di cammino ritornò in Istria, a Draguccio.

Dopo 4 giorni, il 27 settembre, a casa , con tutta la famiglia, festeggiò il suo compleanno. In realtà, negli anni successivi festeggiava il compleanno anche il 23 settembre assieme a Giuseppe Ghersini, l' uomo che gli salvò la vita.

Alla fine del '43 e nella primavera del '44 moltissimi istriani di origine italiana entrarono, a volte anche malvolentieri, nelle file partigiane. In tempi di guerra, le forze partigiane attuarono una feroce e rigida politica di persecuzione e punizione di coloro che non seguivano i loro principi.

Per non venir perseguitato, il nonno si rifugiava di notte nel bosco. Una sera decise però di rimanere in casa. A tarda notte, i partigiani bussarono alla porta cercando i maschi maggiorenni che avrebbero dovuto aderire al loro movimento. Il nonno riuscì a fuggire attraversando lo scantinato e uscendo di casa tramite una piccola finestra affacciata al lato posteriore della casa.

Nuovamente sentì una mano sulla sua spalla; era il vecchio Giuseppe, che non riuscì a scappare ai partigiani ed quindi si trovava obbligato a svolgere il ruolo di guardia. Gli disse di tornare in cantina e di nascondersi in una delle vecchie, vuote botti per il vino. Il nonno lo ascoltò e fece esattamente quello che gli disse. I partigiani rovistarono tutta la casa ma si dimenticarono della cantina e il nonno si salvò. La fortuna arrise alla sua vita per la seconda volta.

Da allora non ha abbandonato mai più la cittadina: lavorava nei campi, si prendeva cura delle vigne e trascorreva gli anni circondato dalla famiglia. Giuseppe aveva aperto un piccolo ristorante a Draguccio,chiamato “ All'Alba”, che esiste ancor oggi e che conserva, in una piccola parte, questa e tante simili storie del villaggio.

Ora comprendo con maggior facilità i versi di Ungaretti Si sta/ come d'autunno /sugli alberi/ le foglie. Quello che mio nonno mi diceva sempre era che la vita è la cosa più fragile, instabile e imprevedibile. Diceva, inoltre, che era sufficiente un attimo in cui tutto poteva cambiare.

Non so ancora se al mio nonno era capitata una grande fortuna nell'incontrare Giuseppe oppure era stato il destino ad unirli nei momenti più terrificanti della loro vita.

Le più belle storie non devono per forza contenere tutte le risposte, certi segreti rimarranno per sempre nascosti sotto il cielo profumato dei nostri ricordi.

 

 

Motto MATRI                                   Patrick Barlessi   -   Classe I

                                                         Scuola Media Superiore Italiana “Dante Alighieri” Pola

                                                         Insegnante: Annamaria Lizzul
 

I NONNI CI RACCONTANO

 

I nonni sono delle figure molto importanti nelle famiglie.Loro ci raccontano del nostro passato, delle nostre radici e di tante cose che non conosciamo. Ci ricordano modi di dire nel nostro dialetto, mestieri che c'erano una volta e che ora sono scomparsi.

Una volta c'era l'arrotino che andava di casa in casa ad affilare forbici e coltelli ; c'era lo stagnino, l'uomo che aggiustava le padelle che si bruciavano. Perchè un tempo, se una pentola si bruciava, non si buttava mica via per comperarne una nuova, ma si faceva riparare.

Poi c'erano i fornai, chiamati „pek“, che non erano come i panettieri di oggi che fanno il pane e i dolci per venderli; loro avevano il loro forno dove le donne portavano ad arrostire il pane che avevano preparato a casa.

C'erano i sarti da uomo e le sartine da donna. I vestiti, infatti, si facevano cucire, non si comperavano in negozio. C'erano pure le modiste che confezionavano i cappellini.

Al tempo dei nostri nonni, pochi avevano la radio o il televisore, nessuno neanche se lo sognava. Ora a noi sembra impossibile che si possa vivere senza radio, televisore, telefono e telefonino, ma allora era così.

I ragazzi non conoscevano i computer e i loro giochi si svolgevano più di tutto nelle strade,s pecialmente in periferia. Si giocava a palla, a saltare la corda, a nascondino e a tantissimi altri giochi che si fanno all'aperto e sono mille volte più sani che stare incollati davanti al computer o a giocare la Play Station.

Una cosa curiosa era che non esistevano i salvagenti per imparare a nuotare. Ci si arrangiava infilando dei pezzi di sughero in uno spago che poi si legava attorno alla vita e così si riusciva a stare a galla.Oppure si usavano le zucche fatte asciugare al sole, svuotate dei semi e poi chiuse con un tappo e legate con una cordicella. E,una zucca per ogni fianco, si aveva il salvagente "fai da te".

Mi piace ascoltare mia nonna che mi racconta queste storie, ma non voglio sentirla parlare dei bombardamenti e delle guerre. Se penso a come vivevano una volta, però, sono più contento di essere nato in questa epoca.

 

 

Motto STEFI                                       Sara Resanovič Bevitori   -   Classe III                                                                          

                                                           Comunità degli Italiani “Dante Alighieri” Isola d’Istria

                                                           Insegnante: Giorgio Dudine

 

ME NONA STEFI
 

Me nona, mama de me mama, la ga otanta ani, ma no la li mostra. La xe 'na bela dona, elegante e la me vol tanto ben. E alora a chi dovevo domandarghe aiuto se no a ela? Cussì son andada a trovarla e ghe go dito de contarme un poco de la sua vita, de quando che la viveva a Fiume, indove che la xe nata. Ben credeme, che no podevo domandarghe roba più bela. El suo viso ancora fresco, incornisà coi sui bei cavei bianchi, se ga duto iluminà, la ga 'bandonà quel che la stava fassendo. La se ga cavà la traversa  e la me ga dito: “Séntite cara, che ‘desso te conto mi un fià de storia, i più bei ani dela mia vita, anca se iera ani bruti, sa!”

Se ‘vemo sentà dute do sule poltrone e me nona ga tacà a parlar.

'' Son nata 80 ani fa a Fiume, la mia bela Fiume, ancora Italiana. La casa indove che vivevo i la ciamava “Casa Ungherese, perché la iera stada costruida soto l'Impero Austro-Ungarico e là viveva le fameie dei uficiai ungheresi. La iera 'sai granda e quando che son nata mi, là dentro ierimo in diese fameie, dute povere ma felici. Gavevimo tanto spazio per sogar; là sul monte. Lo ciamavimo cussì perché là 'torno iera solo la nostra granda casa, el monte e un bosco pien de castagneri. Quando che iero fia, me ricordo, che in primavera andavimo duti insieme a ingrumar sparisi e nele noti calde d'estate dormivimo sul prà, soto le stele. Dopo purtropo xe rivada la guera. Me ricordo che a dodise ani 'ndavo a ingrumar legni, un poco più xo del monte. In quel logo iera una caserma de tedeschi, che fasseva la guardia. I iera duti soveni e de lori go un bel ricordo. I iera gentili con noi fioi e i ne 'iutava a meter i legni in spala. Col pensier de desso penso che i iera poco più che fioi, strassinai via dele propie fameie, indove che le mame varà pregà giorno e note acioché i possi  tornar vivi a casa. Me ricordo anca che, quando che iera i bombardamenti, corevimo duti in rifugio: noi de una parte e i tedeschi de l'altra. Mi e mio fradel, che el gaveva do ani meno de mi, se strensevimo un vissin de l'altro per vinser la paura. Me ricordo anca che una volta stavimo vardando un tedesco che gaveva in man un panin col formagio. Ben, no ti credarà, ma co i nostri oci se ga incrosà co' quei del tedesco, lù ga roto el panin in do tochi e a ne ga dà metà de quela sua marenda. No go mai dimenticà sto gesto. Come che te vedi, anca fra de lori iera tanti che gaveva un cuor de oro, ma purtropo la guera xe la guera.

La nostra mama fasseva la lissia per dei siori de una picia fatoria. Per paga la ciapava prodoti per poder sfamar la fameia. Papà iera murador, ma nel periodo de guera nissun gaveva bisogno de lu. Duti sercava de 'rangiarse e cusì quel che portava a casa mama no bastava mai.

Xe passai oramai tanti ani, ma de la guera me ricordo specialmente el dover scampar, sconderse e la granda fame che gavevimo duti e specialmente noi fioi, che ierimo nel periodo del svilupo.

A quatordise ani, finida la guera, me ricordo che a casa duti netavimo matoni. Iera comincià el periodo dela ricostrussion e duto vegniva in ben. Ogi se qualchidun faria sto lavor i ghe ridaria in muso. Adesso la gente li compra bei, fati e impachetai. In quel periodo gavemo anca netà e lustrà la caserma, perché la doveva diventar una casa per studenti.

Dopo che Fiume xe andada soto la giurisdision jugoslava, go perso tanti amici. I partiva co' le propie fameie. Ierimo sempre in meno e se sentivimo sempre più soli. Noi giovini restai a Fiume, oramai gavevo diciassete ani, con tanti altri dela nostra età, semo andai a costruir el toco de autostrada Šamac-Sarajevo. Xe stada anca quela una esperiensa che no desmentegarò mai.

Tornada indrio go trovà lavor in cusina dell'albergo Bonavia. Netavo i risi e el capocusina me sigava sempre e a me dava colpi per la testa perché, per lu, 'varia dovù lavorar tanto più presto. Poco dopo – oramai de ani ghe ne gavevo disdoto - son andada a lavorar al bar de l'albergo. Là vegniva solo i cantanti del teatro Giuseppe Verdi che iera là vissin. Ogi el teatro se ciama Ivan Zajc. In quela epoca girava le jugolire.

Altri tempi, fia mia, altri tempi. Tempi dificili. Ma con duto che la guera iera bruta e che el dopoguera no iera po' tanto meio, iera bela la mia gioventù. Con i mii amici andavimo a balar, cantavimo, se se divertiva. Ma quei ani xe pasai, svelti, come quei treni moderni che de un momento a l'altro i 'riva de l'altra parte del mondo. E cussì son diventada vecia. No me xe restà più gnanca el mio compagno de soghi, el mio caro fradel che go perso poco tempo fa!

De zovena pensavo al futuro, 'deso penso solo al passato.

 

 

Motto QUADRIFOGLIO 2                  Martina Ban   -   Classe I - a

                                                             Scuola Media Superiore Italiana Fiume

                                                             Insegnante: Emili Marion Merle

I  NOSTRI  VECCHI  CI  RACCONTANO

 

        Quel mattino sono rimasta sola con lei. Ho deciso di approfittare della situazione per scoprire la sua storia, il suo tragitto dal giorno della sua nascita fino al giorno d'oggi, siccome nessuno me l'ha mai raccontata oppure rispondevano dicendomi: ''Nessuno sa raccontarti la sua storia meglio di lei stessa''.  Non ha un udito perfetto, perciò decisi di avvicinarmi e parlare più forte. Chiesi come stava e lei mi rispose che aveva sete preciò le portai del tè. Avvicinandomi a lei pensai di tutte le domande che volevo farle, delle risposte e delle reazioni che potevo ottenere. Ad un certo punto mi guardò con quegli occhi blu vecchi ben 95 anni e disse: ''Questo tè sembra lo stesso che mi preparava mia madre. Grazie.''  ''Non c'è di che.'' risposi.  Bevve un po' e, come se nei miei occhi fosse stata scritta la mia intenzione, disse di seguirla e mi condusse nella sua camera da letto. Aprì con la chiave una scrivania, prese un vecchio fotoalbum, soffiò la polvere per pulirlo e ci sedemmo sul letto. Da sempre mi aveva impressionato la sua agilità, ed ero felice di avere una bisnonna così piena di vita. Aprì il fotoalbum alla prima pagina e mi fece vedere la prima foto: ''Questa è mia madre, Katarina, e l'uomo vicino è mio padre. Qui sono nata, in questa casa, mia sorella altrettanto'' disse mostrandomi con il dito due teste in un gruppo di persone davanti a una grande casa. Non mi era mai chiaro perché, quasi sempre, le persone delle foto così vecchie erano sempre serie, forse per la situazione difficile di allora. Non sapevo che aveva una sorella. ''È  morta poco prima che tu nascessi'' disse intuendo il mio pensiero. Altre  fotografie e lettere lunghissime, documenti, uscivano dalle pagine di quel fotoalbum, continuando a parlare dei suoi ricordi e di come aveva incontrato il suo amore, mio bisnonno Giuliano. Si soffermò ad una pagina vuota, vi era scritto soltanto l'anno: 1942. ''Durante questo periodo non è successo nulla degno di essere ricordato'' disse, ma guardandomi negli occhi capì che era necessario dirmelo. Volle incominciare ma ci interuppe la voce di mio padre che mi chiamava. ''Vai.'' Mi  alzai a malincuore. Giunta all'uscita la guardai e lei mi disse: ''Torna domani.'' e sorrise.

           Il giorno dopo venni dopo aver pranzato. Lei stava là seduta, e guardava la televisione. La chiamai ma non mi sentì, quando entrai  nel salotto sorrise e mi fece il segno di segurila. Sedute sul vecchio letto difronte al dipinto della Santa Vergine con il fotoalbum nelle mani mi rivolse uno sguardo dicendomi: ''Quel giorno era il 1 luglio del 1942. Mi trovavo a casa con mia madre e mio figlio, preparavo il pranzo'' a quel punto guardò la foto della pagina precedente. In quel momento mi chiesi se quel figlio fosse stato mio nonno. ''Era un bel girono, sai, mio padre e mio marito sono andati nel bosco, a fare una passeggiata.'' Prese la tazza di tè, la sua mano tremava ma lei sorrideva. Volevo dire qualcosa per interrompere il silenzio ma non sapevo che cosa. ''Guardavo mio figlio che dormiva. Ad un certo punto si svegliò e cominciò a piangere.'' La sua mano tremava ancora ''Sai, da quel giorno non ho visto mai più quella casa. Ci hanno deportati, a Buccari, poi ad Arbe e infine al campo di concentramento di Udine. Il tempo tra il 10 gennaio 1943  all'  8 settembre 1943  l'abbiamo trascorso a Udine. '' Per alcuni secondi stavamo in silenzio in quella camera, su quel letto. In quella giornata mi parlò di suo figlio di due anni che morì di fame a Udine, dei suoi genitori e di quegli anni di dolore e di sofferenza. Parlava ancora di suo marito, di suo padre e dell resto della famiglia. Non sapevo come reagire, sentivo un dolore allo stomaco e alla gola ma non ero io la persona che soffriva in quella stanza. Non era necessario più dire nulla. ''Credo che i tuoi si preoccupino, cara, vai a casa. Vieni domani.'' Mi alzai e la lasciai da sola nella camera, seduta sul letto.

          Era un giorno di primavera, quasi estate. Dalla finestra si udivano le voci dei bambini che giocavano e il canto degli uccelli. La porta di casa era aperta e entrata vidi una tazza di tè sul tavolo. La presi e entrai nella camera da letto. ''Oh, cara, vieni, entra pure. Oggi ne ho preparato un po' di più sai, ma, sta attenta che scotta.'' Mi sono seduta vicino a lei e mi resi conto che eravamo quasi alla fine dell'album. Sorridendo mi disse: ''Ah, senti le voci? Dei bambini? Io ne avevo otto, sai.'' ''Otto?!'' chiesi non credendo alle mie orecchie. ''Sì, otto. Ah, adoro i bambini, esseri, angeli inconsapevoli del male e dell'odio.'' con la mano strofinava leggermente la foto di due persone adulte e tre bambini. ''Tuo nonno, i suoi due fratelli e sua sorella sono sopravvissuti, Dio li benedica. Fame e guerra cara, fame e guerra.'' Ancor oggi non riesco a credere la forza della donna con cui parlavo, la sua resistenza, fede. 'Com'è possibile avere fede dopo tutto ciò?' fu l'unica cosa che mi era in mente. Lei stava calma e zitta, la sua faccia era illuminata dai raggi del sole in tramonto che entravano dalla finestra. Poi, ad un tratto, lentamente, una lacrima cominciò a scendere lungo la sua guancia rugosa. Presi piano il fotoalbum dalle sue mani e lo posai sul tavolino vicino il letto e accanto misi una tazza di tè. Lei si stese sul letto e chiuse gli occhi mentre io la coprivo con una coperta. La lasciai nella sua pace, nei suoi pensieri e sogni. Un vento debole portava nella stanza l'aria calda e profumata di erba. Le voci dei bambini non si sentivano più ma fui sicura che lei li sentiva benissimo.

           Quel giorno non smisi di pensare a lei. Mi resi conto di quanto importante sia stato ascoltarla e di quanto lo sia per chiunque abbia ancora i propri nonni o bisnonni accanto... ascoltarli almeno per alcune ore e una tazza di tè.

  

 

Motto JUVENTINA                            Sara Calderara   -   Classe II - m

                                                             Scuola Media Superiore Italiana Fiume

                                                             Insegnante: Emili Marion Merle

 

I nostri veci ne conta


I racconti delle persone anziane e sagge sono sempre molto piacevoli da ascoltare nonché molto interessanti per conoscere la storia della nostra città.
Io personalmente ho la grande fortuna di avere una nonna di avanzata età ma che con lucidità perfetta ha intatti tutti i suoi ricordi di quando era una piccola.


Mi piace ascoltare i suoi racconti che mi fa ritornare a tanti anni fa, quando la nostra città era molto diversa da quello che lo è oggi. Mia nonna ricorda la sua scuola ˝Anita Garibaldi˝ oggi conosciuta come˝San Nicolò˝. La ricorda con rispetto ed un po’ di timore per la severità degli insegnanti che non sempre erano piacevoli.
A quell’epoca come mezzo pubblico c’era il tram che da Scoietto arrivava a Cantrida con un percorso che attraversa tutta la città. Mi sembra di vedere questo famoso tram con tanti fiumani che salgono e scendono, persone di tutte le età con il loro chiacchierio in dialetto fiumano. Mia nonna faceva parte dei gruppi di passeggeri che scendeva in centro dove si trovava la scuola superiore ˝Emma Brentari˝, dirimpetto all’odierno albergo ˝Bonavia˝.


Nelle estati calde si andava a Cantrida dove c’erano le spiagge pubbliche (e ci sono pure oggi) e dove allegri bagnati piccoli e grandi sguazzavano nel mare blu, e poi tutti alla sera tornavano a casa, chi camminando, chi con il tram.
Di sera i bambini giocavano fuori davanti casa e non erano esposti a nessun pericolo; mia nonna ricorda i prati verdi dove le violette facevano capolino in primavera e poi la raccolta delle famose ˝sparughe˝ (˝asparagi˝). Oggi come oggi la mia cara nonna dice che tutto è invaso dal cemento. Infatti, la vita della città è cambiata radicalmente già con lo scoppio della seconda guerra mondiale. Mia nonna ha vissuto la guerra qui a Fiume, nella sua città. Il pericolo dei bombardamenti era reale ma grazie ai rifugi sotterranei della nostra città, una via di fuga dalla morte era offerta a tutti. Questi rifugi esistono ancora oggi e come labirinti attraversano il sottosuolo della città.


La nonna mi racconta ancora che, finita la guerra, i suoi cittadini con tanto lavoro fatica e amore hanno ricostruito e fatto risplendere la loro città. Oggidì giovani e anziani sono fieri di appartenere a questa città dai bei palazzi e dal mare che la coccola la sua costa e  il Monte Maggiore che le fa da guardia fedele e che pronostica il tempo. Infatti mia nonna tiene molto al vecchio proverbio ˝se il Monte Maggior mete el capel prendi de sicuro l’ombrel˝, e credete, non sbaglia mai!


Per concludere sono fiera di avere una così nonna saggia che mi consiglia, mi racconta del passato della mia città o delle mie lontane radici siciliane. Sono grata perché grazie a lei sono più matura e conosco quel patrimonio che viene tramandato oralmente e che se non c’è chi lo racconta non può mantenersi vivo. 

 

 

Motto AUTOMOBILE                         Ivo Šubat   -   Classe I - a

                                                             Scuola Media Superiore Italiana Fiume

                                                             Insegnante: Emili Marion Merle

 

I NOSTRI VECI NE CONTA
 

Cosa conta i nostri veci? Raccontano di tutto, basta avere la pazienza di ascoltarli. Per scrivere questo tema ho chiesto un parere alla nonna e le ho chiesto : „Cosa conta i veci?“-    Lei mi ha guardato stupita e mi ha detto:“ Perché, te par che mi son vecia?“ Comunque, interessata alla mia domanda si è messa a raccontare di tutto e di più: della Fiume della sua infanzia, dei suoi amici, della scuola e immancabilmente anche dei suoi „veci“.

Ha ricordato un'infanzia serena, trascorsa in allegria senza ciò che per noi oggi sono cose di importanza „vitale“come i cellulari, la televisone con il telecomando, computer e altre tecnologie; però anche senza frigorifero, lavatrice, aspirapolvere...“Ma avete avuto una vita durissima allora? E penso a quando per castigo mi tolgono per un giorno il computer o al panico che regna in casa quando si guasta la lavatrice? E come si comunicava? Come vi mettevate d'accordo per uscire? Magari dovevate usare i colombi per inviarvi i messaggini?“

„Colombi? Mica vivevamo nel Medio Evo. Per cose importanti o urgenti c'era il telefono poco usato per i nostri accordi perché davvero superfluo. Le lezioni finivano per un'ora decente, e non si avevano le cartelle di “20 kg“, ci si fermava a giocare per strada e per i giardinetti della città, poiché il traffico era molto modesto; vi passava qualche rara macchina, prima il tram e poi la filovia, qualche carro trainato da cavalli e l'immancabile treno merci. Al pomeriggio dopo aver fatto i compiti ci si radunava sotto casa per giocare fino a quando i genitori non ci chiamavano per la cena.“

„E quando pioveva? Saranno stati guai senza televisione, telefonino, fb…“ – „Quando pioveva, ma anche quando il tempo era bello si leggeva molto e di tutto: favole, fumetti, giornalini che circolavano da mano in mano e che qualcuno sempre portava dall' Italia. Comunque, a un certo punto è arrivata anche la televisione in bianco e nero e così si poteva seguire il Festival di San Remo, Canzonissima e qualche romanzo sceneggiato.

D'estate si andava con la filovia allo stabilimento balneare“Riviera“ a Cantrida, oppure in spiaggia a Pećine; c'era pure lo stabilimento balneare “Gradsko“ alla foce del fiume Eneo. La  domenica era spesso riservata per le gite con il vaporetto che partiva al mattino da Fiume e faceva il giro lungo la Riviera di Abbazia fermandosi come ultima stazione a Draga di Moschiena (Val Santa Marina) dove si faceva il bagno e il pic-nic, vi si rimaneva fino al tardo pomeriggio, dopo di che si ritornava a casa. Alle volte alla domenica si facevano le gite in bicicletta, fino alla chiesetta di Val Scurigne oppure ad Abbazia. „

„E dove si usciva?“ „Si usciva dappertutto, ci si divertiva tantissimo ma sempre con rispetto e con orari decenti. Si sapeva esattamente quando è ora di uscire e quando è l'ora di dormire. E poi la musica era musica e non rumore da ascoltare con le cuffie agli orecchi come fate voi oggi.  D'inverno si organizzavano balli nelle discoteche e si ballava al suono delle più belle canzoni evrgreen cantate dai Beatles,Elvis Presley, Paul Anca, Harry Bellafonte… d'estate invece si ballava sulle terazze di Abbazia, Fiume, Tersatto ecc. al suono delle orchestrine. Ah, quello si che erano tempi! Tutti erano più gentili e rispettosi, specialmente nei confronti degli anziani e dei bisignosi. Era un dovere cedere il posto in filovia a una persona anziana a un invalido o a una donna con un bambino.“

Alla fine di questa bella chiacchierata la nonna ha concluso che i tempi erano migliori perché anche lei era più „in gamba“  e visto che i tempi sono cambiati per essere sempre più aggiornata e con le amiche sempre disponibile on-line mi ha proposto una nuova lezione di informatica sul suo nuovo computer portattile in cambio di un aiuto con il compito.

 

Motto NICKY                                      Vanna Vidotto   -   Classe III - a

                                                              Scuola Media Superiore Italiana Fiume

                                                              Insegnante: Emili Marion Merle

«I nostri veci ne conta»

I nostri veci ne conta... tante robe. Certe volte me par che i conta anche trope robe, perché non sempre go voja de ascoltar quel che i faceva quando lori i gaveva "i mii ani". Anche se qualche volta giro i oci e magari non ascolto, certe robe me resta in testa e ghe penso sopra quando vado a passegiar con el can. Se ghe penso ben, tuti i conta che "ai mii tempi" era così e colì, se faceva questo o quel... Insomma, me par che ogni generazion era meja de quela dopo. Per qualcossa ghe devo anche dar ragion, come per esempio per la musica. Quela che ascoltava mio pare, nei ani '70, era de sicuro meja che quela che ogi i lassa per i locali. Ogi non esiste più le discoteche delle quali me parlava el pare e dove se lassava sempre la musica più bona che era in circolazione e che non se podeva gnanche procurar perché qua non se vendeva tutti i dischi, ma bisognava andarli comprar a Trieste o ordinarli a Londra. Era altri tempi...

Un pochetin me dispiasi che non xe più le discoteche de una volta. Ogi xe bar noturni in ogni canton ma tuti me par de "basso rango", senza anima, con musica inascoltabile a volume così alto che non se pol gnanche parlar con i amici. El papà me conta anche che "ai sui tempi" i giovani se comportava mejo, che no i andava in giro con le boze de vinaza in man, quel più a bon prezo, per capirse, per imbriagarse dopo meza ora. Non posso dir che no 'l ga ragion. El me disi anche che le mule una volta le se vestiva con più gusto e in modo meno provocante. Ogi molte le se vesti in maniera "immorale" e le fa gara chi gaverà la cottola più curta e el decoltè più profondo. Purtroppo, devo darghe ragion anche in questo.

Tra le tante robe che me conta el pare, xe anche che "ai sui tempi" se faceva molto più sport. El me conta che una volta bisognava far la fila nei campi de calcio e de basket prima de poter giogar, ma ogi i campi sportivi xe tuti zvodi. Vol dir che tuti i giovani xe a casa davanti el computer o col telefonin in man. Se esistessi la machina del tempo, me piaseria far un picolo "viaggio" nel passato e veder come era a quei tempi. I tempi dei nonni non me interessa troppo: era i tempi della guerra e del primo dopoguerra e forse saria mejo saltar quei ani. I ani 70, invece, me par che i era proprio particolari e che i giovani se sapeva far sentir, anche con la musica. Bon, xe robe che me par ridicole, come certi vestiti de alora, le braghe a trapezio o le giache de pelle con el coleto lungo. Ridicolo o no, me par però che la gente, i giovani era più vicini e no come adesso, che ognidun pensa solo a sé stesso e pensa che comunicar sulle reti sociali vol dir gaver molti amici. Volerio proprio che certe robe cambi e che la gente se senti meno sola in questo mondo, sempre più virtuale e sempre meno reale, almeno per i giovani, che forse no i vedi gnanche un futuro po i se lassa andar. Volerio tanto non esser sola con questo modo de pensar, perché se penso che i giovani de ogi sarà i veci de domani, bruta me la vedo. Per questo spero che tuti i capissi che per viver mejo dovemo tuti cambiar un bic' el modo de pensar.

 

 

 Motto CINICO CLASSICO                   Andrej Antonič   -   Classe II - a

                                                               Ginnasio “Antonio Sema” Portorose, Pirano  

                                                               Insegnante: ???

 

Viaggio senza meta

 Se c’è una cosa di cui vado veramente fiero è il mio silenzio, che invece di contrastare arrogantemente il destino, mi fa pensare. ln questo modo riesco a capirlo e quindi a convivere con esso. Nel mio caso questa pazienza mi ha fatto scoprire molte sfaccettature della vita e in primo luogo mi ha insegnato ad aprire gli occhi e vedere meglio, a pensare andando ben oltre all’apparenza e alla proprietà materiale delle cose.

Ora mi ritrovo in questo immenso oceano chiamato vita, ed è grazie alla mia volontà se riesco a trovare una rotta. Non lascio che i venti decidano la mia rotta, remo verso la mia meta. Remo contro correnti che mi impongono il loro volere. Però, nell'immensità di questo oceano ho scoperto che non arriverò mai alla terraferma. Viaggio senza meta osservando il cielo, sogno tutti i giorni di essere una cometa. Una cometa che viaggia nello spazio sconfinato. Passando vicino alle stelle più belle, quelle nascoste pure all'occhio di Copernico, scappo dai pianeti conosciuti e dai desideri che mi vengono affidati dalla gente. ln fine collido ed esplodo, così i miei frammenti vengono sparsi e ognuno di essi continua il suo viaggio. Questo per me è soltanto un altro inizio, perché riapro gli occhi e mi ritrovo a remare contro le insidie della realtà, intuendo che sono proprio loro la mia meta.

Accettare l'irrazionalità della vita alimenta una sete implacabile, una sete di conoscenza, un irrefrenabile desiderio di viaggiare. Sono questi i traguardi: conoscere e viaggiare. Non possiamo prevedere il nostro futuro, per cui aggrapparsi alla speranza di approdare sulla terraferma può portare a terribili delusioni. Però, una volta capito che gli eventi che viviamo e le cose che apprendiamo rendono la nostra esistenza preziosa, allora nasce
 I ‘amore per la vita.

Viaggio senza meta, perché il mio scopo è quello di non averne una.

 

Motto STEKICA                              Andjela Samardzić   -   Classe II

                                                          Ginnasio Cattaro/Kotor, Montenegro

                                                          Insegnante: Slavica Stupić

 

Ho letto un libro che ha lasciato un profondo segno in me

 

Tutte le famiglie felici assomigliano l’una all’altra, ma quelle infelici... Si deve vivere, ma come e con chi? Chi sono i membri della nostra vera famiglia, famiglia che ci ama quanto noi amiamo essa? E` facile vivere con queste domande quando hai una famiglia completa e felice ma che cosa si puo` fare nel caso diverso? Io avevo una bellissima infazia e anche adesso vivo felice  e tranquillamente con il mio papa`, mamma, sorella, fratello e nonna. E` proprio per questo il libro ˛˛Anna Karenjina’’ ha lasciato  un prafondo segno in me. Anna era una donna che ha vissuto otto anni con suo marito e figlio. Lei ha amato il figlio molto piu’ di tutti ma suo marito, signor Karenjin, lo ha solo rispettato. Non la amato perche’ il loro matrimonio era uno di quei matrimoni che concludevano d´interesse. Anna pensava che era felice e che non poteva essere meglio, ma non sapeva come un incontro avrebbe cambiato la sua vita. L’incontro con Vronski si e` transformato in amore a prima vista. Lascia il marito e il figlio. Parte con Vronski . Nell fratempo ha una figlia con lui. Lei deve essere felice con la nuova famiglia, con persone che la amano, pero`  non lo e`. E` sempre triste perche le manca molto suo figlio. Il signor Karenjin non le permette di vederlo.  Con passar del tempo comincia a sospettare il suo amore con Vronski. Tutte queste paure  e quei sentimenti la hanno portato al sucidio. Questo probabilmente non sarebbe la sua fine se lei fosse piu`  forte. Pero`  questo  e`  destino di Anna Karenjina mi ha fatto pensare della vita, di tutte quelle famiglie sfortunate e, prima di tutto, pensare ai bambini in quelle situazione. La storia di Karenjini mi ha sconfortato molto, ma grazie ad essa ho imparato ad essere piu` contenta e riconscente di avere una famiglia felice.

 

 

Motto KEVIN                                   Sebastian Horvat   -   Classe III 

                                                          Scuola Media Superiore Italiana “Dante Alighieri” Pola

                                                          Insegnante: Marisa Slanina

Ho letto un libro che ha lasciato un profondo segno in me

 

Lionel Shriver: Dobbiamo parlare di Kevin, Milano, Edizioni Piemme, Milano, 2006

 

   Qualche volta succede che un film visto al cinema o alla TV mi spinga a prendere in mano il libro da cui è stato tratto. Così è stato con il film tratto dall'omonimo libro „Dobbiamo parlare di Kevin“, un film del tutto particolare che coinvolge dalla prima all' ultima sequenza, talmente drammatico e coinvolgente che ci induce a prendere in mano il libro. L'ho fatto e non me ne  sono pentito. L'autrice del romanzo è Lionel Shriver, o Margaret Ann Shriver,che prese un nome maschile dicendo che la vita per i maschi è più facile. In breve, si tratta di un sedicenne newyorkese, proveniente da una famiglia benestante medio borghese, figlio di genitori   inamoratissimi come il primo giorno, con una casa lussuosa, scuola privata e tutta la dovuta attenzione dei genitori, dei nonni, delle numerisissime baby sitter...eppure  qualcosa non andava perchè divenne protagonista di un omicidio di massa, amazzando a sangue fredda ben 11 persone: 7 scolari, 2 insegnanti, la propria sorella e il proprio padre.

    Tutto questo succede un giovedì, l'8 aprile 1999, tre giorni prima del suo sedicesimo compleanno. A raccontarci la storia crudele di una famiglia normale è la madre, Eva Khatchadaurian, una donna di successo, colta, intelligente, entusiasta, ricca di interessi che, dopo la strage si rivolge al tanto amato marito Franklin scrivendogli lettere alla disperata ricerca di ricostruire le vite fallite. Rievocando situazioni banali, come il suo modo di „spalmare il burro di arachidi sul pane“ Eva dimostra la propria fragilità, il suo intenso dolore e il desiderio di tornare indietro, prima di quel giovedì, il suo immenso amore per lui come unica forza che rimane stabile nonostante tutti i fatti accaduti dopo. Eva che scrive le lettere al marito è una donna che non vive più, una donna conosciuta dai media come la madre di KK, una donna fantasma che cerca di sistemare quel poco rimasto della sua vita, la donna che non ha a che fare con la donna che era stata prima di quel giovedì quando viaggiava, guadagnava, studiava, esplorava, conduceva una vita profonda e felice e trovava il grande amore nella forte, stabile persona di Franklin. Per questo motivo Eva non amava i cambiamenti repentini, non voleva gravidanze, non le desiderava, addiritura era terrorizzata dal pensiero di diventare madre, fatto che riconobbe poi  con amarezza come uno dei motivi della deviazione di Kevin.

  Il bambino crebbe con un padre troppo premuroso, disponibile, generoso talmente da giustificare tutte le sciocchezze del suo primogenito e una  madre che capiva la situazione molto bene e cercava di dedidicarsi al figlio al massimo, cosciente però di tutto ciò che intorno a loro succedeva. Così accettò, ma non approvò, l'acquisto di una nuova casa in un quartiere di lusso, con tanto di verde e di fiori, una casa senza porte, senza angoli retti, senza personalità, che Eva odiò sin dall'inizio. Però la nascita di Kevin fece cambiare la situazione in tal modo che Franklin, nel suo grande desiderio di offrire al suo primogenito un'infanzia tranquilla e giocosa, senza consultarsi con la moglie, comprò la casa fatale. Uno spreco completamente inutile! Scoppiò tutto  quel giovedì quando il povero Franklin rimase ucciso nel verde del cortile da suo figlio Kevin che usò l'arco ricevuto in regalo il Natale precedente dallo stesso papà. Un'ironia troppo crudele per essere vera! La domanda che distrusse Eva durante tutto il suo disperato soliloquio fu: Perchè? Perchè c'è sempre in mezzo la famiglia o, come dice Eva, bisogna farsi domanda sui genitori del ragazzo. La protagonista cerca le risposte analizzando nei minimi particolari la situazione dopo la nascita di Kevin. Così, con la sua profonda umanità e sincerità, si trasforma in osservatrice delle scene feroci  di cui è artefice Kevin: la sua malvagia falsità, il suo perverso godere nella distuzione delle piccole cose, la scena nella quale copre di inchiostro rosso e nero la sua stanza piena di mappe, biglietti di viaggio, carte topografiche, mentre lei avrebbe voluto un angolo tutto suo, oppure il caso con la docile Celia, la sorellina che lo adorava a tal punto da accettare tutto il male che lui le provocava come la perdita dell'occhio e, alla fine,  una morte crudele, colpita dai dardi che inchiodarono il suo fragile corpo. Oppure lo stesso Franklin Plastic, con la sua ossessione di essere un padre bravo, disponibile e comprensivo che dal figlio riebbe lo stesso „dono“ che gli aveva messo sotto l'albero di Natale, un dardo nel petto. Una situazione troppo tragica per essere spiegabile e decifrata che Eva disperatamente cerca di snodare accusandosi per la sua indifferenza alla gravidanza o il fatto che era stata terrorizzata dal pensiero di diventare madre. Kevin, con la sua mente lucida, con gli occhi diabolici e penetranti, eliminava tutti quelli che coltivavano qualche interesse positivo perché la sua forza stava nell'indifferenza verso tutti e tutto.

   Questo romanzo, con la sua storia tragica e complessa, non offre una semplice risposta al perché, non offre nessuna soluzione chiara e ottimista, non disegna una famiglia in cui si possono riconoscere le origini di una patologia mentale. Eva, con la sua mente fredda,  ragionevole e logica, cerca in tutti i modi di recuperare la mancanza dell'istinto materno, il che però non le impedisce di vedere con profonda acutezza la personalità danneggiata di Kevin. Forse è questo il motivo per cui non viene uccisa in quanto, nella sua mente deforme, Kevin prova verso di lei uno strano rispetto che va oscillando dal pieno odio a qualcosa che assomiglia alla stima.

    L'unico interesse di Kevin sta nel distruggere, punire, negare, eliminare, senza un motivo, senza senso, senza scopo. Io mi pongo la domanda: come è possibile tutto ciò in una famiglia benestante in cui c'è  un amore profondo e sincero tra i genitori che cercarono di ignorare tutte le situazioni abiette, di trovare in ogni situazione qualcosa di positivo, come faceva soprattutto il papà, sempre in difesa di suo figlio. Lo stesso papà alla fine viene definito sdolcinato e, di conseguenza, eliminato.

    Un romanzo così drammatico e plurisignificativo richiede una lettura profonda o meglio, una rilettura. Raccontando di questa famiglia, l'autrice parla di tutti noi, del nostro mondo attuale con valori sbagliati e con la forza come unica intelligenza suprema. Alla fine l'unica spiegazione che Eva ha come  risposta ai suoi „perché“ del comportamento del figlio fu: „Credevo di saperlo. Adesso non ne sono più sicuro“. Forse in queste poche parole si nasconde una sottile traccia di umanità che lascia la speranza che ognuno di noi possa cambiare, in meglio.

 

 

Motto XENIA                                   Ksenija Ivanović   -   Classe I - 1

                                                          Ginnasio Cattaro/Kotor, Montenegro

                                                          Insegnante: Aleksandra Vuksanović

 

I nostri nonni ci raccontano

 

      Io vivo a Cattaro, una città in cui da sempre c’erano molti marittimi. Anche mio nonno lo è. Il suo nome è Slavko. Il nonno faceva questo lavoro per quarantatre anni, era il capitano, ed adesso è pensionato. Come ho già detto, a Cattaro ci sono tanti marittimi e loro si radunano spesso e parlano delle proprie avventure vissute nelle terre lontane. Per me, siccome sono una ragazza, questi racconti delle loro esperienze sembravano sempre monotoni. Pero, una volta durante una cena famigliare mentre mangiavamo il nonno si é ricordato delle storie del periodo di quando navigava ed è cominciato a raccontarci gli aneddoti legati alla cucina.

     La storia comincia così...Mio nonno era un giovane marittimo. Durante le i primi anni passati sulle navi, ha avuto capitani molto rigorosi, compreso anche il capocuoco. Una volta il capocuoco si è ammalato e ha dovuto sostituirlo il cuoco aiutante. Ma lui non si intendeva molto della cucina e per questo ha avuto sempre i problemi con il capocuoco. Un giorno si sono annunciati gli ospiti sulla nave. Il capocuoco ha chiamato mio nonno e gli ha detto: '' Di' a quel incapace di prepararmi qualcosa da mangiare, qualcosa di speciale, e se vuole veramente mantenere il suo lavoro digli di inventare qualcosa di nuovo. ’’

      Quando il cuoco aiutante, pieno di rabbia, ha sentito queste parole ironiche si è innervosito molto ed ha deciso di mettersela tutta nella preparazione del piatto speciale per il capocuoco. Ha fatto la carne, e quando l’ha preparata, mentre il mio nonno lo guardava l'ha buttata sulla terra e l'ha calpestata. '' Che cosa stai facendo?! '' – ha gridato mio nonno. '' Niente di speciale, sto soltanto aggiungendo un po' di spezie '' – sorridendo ha risposto il cuoco.  Mio nonno voleva vedere tutto da vicino e così ha preso il piatto e l'ha portato nella camera da letto del capocuoco.

   '' Squisito, non ho mai mangiato una cosa simile '', ha detto il capocuoco mangiandosi l'intero piatto. Mio nonno è rimasto a bocca aperta e se ne è andato via dalla camera sorridendo.

   Quella sera sulla nave tutti ridevano e anche noi intorno a tavolo dopo aver sentito questa storia.  Da allora avevo sempre voglia di sentire questi racconti interessantissimi di cui parlava mio nonno. E poco a poco mi rendevo conto che poi le sue storie non erano così noiose come l’avevo pensato quando ero piccola.

 

Motto VIKI                                       Violeta Vujković   -   Classe III

                                                          Ginnasio Cattaro/Kotor, Montenegro

                                                          Insegnante: Slavica Stupić

I nonni ci raccontano

 

Mia nonna si chiama Mira. Ha 73 anni. E alta magra con i capelli grigi e occhi azzurri. E una persona onesta e sincera. E modesta, si accontenta con poco e non vuole sempre di piu. Mi piace molto ascoltarla perche sempre ha qualcosa interessante per dire. Mi parla spesso della sua vita che era molto difficile. Quando mio padre aveva 3 anni il suo padre, il marito della mia nonna aveva un accidente in Italia e mori. Dopo questo mia nonna doveva lavorare molto per sfamare i suoi figli. Pero non voglio scrivere più di questo. Mi parla anche della dei suoi origini. Mi ha raccontato una volta che il suo bisnonno Bogdan Nikolic aveva ucciso un pascio ottomano Mahmud Bushatlija nel 1796 nella battaglia di Kruses. Pietro I Petrovic Njegosh gli aveva dato una medaglia per il suo coraggio. Io non potevo credere pero dopo ho letto di questo nei molti libri. Tutto sommato volevo dire che mi piace molto ascoltare le storie della mia nonna perché ascoltandole posso imparare molto.  

 

 

Motto CRISPS                              Anna Marušić   -   Classe III Liceo Generale 

                                                    Scuola Media Superiore Italiana “Leonardo da Vinci” Buie

                                                        Insegnante: Larisa Degobbis

 

''Ho letto un libro che ha lasciato un profondo segno in me''

Forse è banale dire che ''P.S. I love you'' è il libro che ha segnato la mia adolescenza, il libro che porterò per sempre nel cuore e con il quale comparerò la mia vita. Non è un libro che si basa su tesi avanzate o filosofie aristoteliche, ma è un libro che parla dell'amore, quello vero, quello puro, quello che non segue alcuna logica, ti toglie il fiato e ti dà una ragione di vita. Forse per molti è banale perché lo hanno commercializzato facendone un film, ma secondo me l'essenza dell'amore è quella ed è estremamente importante. Ti insegna a non arrenderti mai, neanche di fronte agli ostacoli più insormontabili, neanche di fronte alla morte, e ad aggrapparti all'amore ogni qualvolta tu ne abbia bisogno.

Il cuore non smette mai di battere, neanche quando la persona amata ti abbandona, neanche quando non vuoi più soffrire, lui continua a battere e non sei più tu che comandi, ma è  lui. Quando sei innamorato lui prende il sopravvento sulle tue azioni, sui tuoi pensieri, sulla tua vita. Le persone non sanno perché s'innamorano, lo fanno e basta, vengono travolte e portante in questo grande labirinto che a volte le rende ridicole, a volte confuse e a volte anche pericolose. Non siamo consapevoli delle nostre azioni, non dirigiamo noi l'orchestra della nostra mente, ma lo fa lui ed è curioso come un organo della grandezza di un pugno chiuso abbia la straordinaria dote di comandare e rendere stupide le persone quando sono innamorate. 

Questo libro ti insegna a fidarti ciecamente dell'amore poiché è in grado di riportarti alla vita e funge da paracadute quando ti trovi da solo a mezz'aria. E' quella cosa che arriva per sbaglio, senza preavvisi, ma di cui non vorresti mai più separartene. A volte può distruggerti in un momento, può diventare un precipizio infinito, un peso straziante, però ricordati che l'amore è e sarà la cosa più spettacolare che la vita ti possa regalare. Tratta la storia di due giovani innamorati che, come purtroppo succede spesso, devono dirsi addio prematuramente. Infatti Gerry, a causa di un tumore, lascia sua moglie Holly da sola all'età di trent'anni. Lei è straziata, però ben presto le arriveranno delle lettere che suo marito, attraverso altre persone, le farà recapitare in mille modi. Non ha voluto abbandonarla per nessun motivo nel momento più duro e doloroso della sua vita. Alla fine di ogni lettera le scriveva ''P.S. Ti amo'' per dimostrarle quanto lui veramente l'amasse e per far capire alle persone che non è mai troppo tardi, neache quando pensi che tutto sia finito, che niente abbia più un senso, non è mai troppo tardi.

''Tu sei stata la mia vita, ma io sono solo un capitolo della tua.''
Gerry tenta di aiutarla a trovare la via giusta, ad aprire il suo cuore ed andare dove lui la porta, senza aver paura di innamorarsi ancora. Vuole farle capire che innamorarsi non è mai inutile, anche se la persona amata ama un'altra, anche se la tua è la storia più terribile e catastrofica, non è inutile perché l'amore ha sempre un senso. Dobbiamo essere sempre pronti ad accettare a braccia aperte questo sentimento, cercare quel segnale e quel brivido sotto la pelle tanto da voler urlare : '' Eccolo è lui, è lui quello che mi cambierà la vita''.
Possiamo pure aggrapparci ai bellissimi ricordi del passato, ma non dobbiamo aver paura di crearne dei nuovi, perché la vita è troppo breve per vivere di soli ricordi.

''Questa è l'unica cosa che abbiamo ed è una cosa grande, terribile, breve e infinita e nessuno di noi ne esce vivo.'' Probabilemte si capisce che in fondo sono molto romantica, ma questo libro, più degli altri, mi ha segnato profondamente. Non è facile trovare una persona che ti ami con tutta se stessa e per quello che sei, ma quando ciò accade non credo ci sia niente di più bello e soddisfacente. Puoi crearti dei muri infiniti attorno, ma di fronte all'amore niente è più importante, quindi lasciati andare e fatti trasportare dalle correnti del destino, perché l'amore è tutto, l'amore è vita.

 

  

Motto LA SPERANZA E’ L’ULTIMA A MORIRE

                                                                    Joanna Vranjac   -   Classe III Liceo Generale 

                                                   Scuola Media Superiore Italiana “Leonardo da Vinci” Buie

                                                          Insegnante: Larisa Degobbis

 

Ho letto un libro che ha lasciato un profondo segno in me

 

 Ci sono stati molti libri che mi hanno cambiata, che hanno cambiato la mia prospettiva sulla vita, sull'amore e sull'amicizia. Ma c'è stato un libro, uno speciale,c he non mi ha cambiata, ma capita. Mentre lo leggevo sembrava come se mi trovassi a casa. Era sicuro, conosciuto, affettuoso e soprattutto empatico. Il libro, intitolato ''Harry Potter e la pietra filosofale''.

Ricordo quanto ero emozionata,  a undici anni, mentre lo stavo leggendo. Avevo trovato un nuovo mondo, perfetto per me. Il Hpgwarts Express mi prese a bordo quell'autunno del 2006 e non sono scesa più. Tra tutti i sette libri scritti dalla brillante e fantastica J.K.Rowling,il mio preferito è sicuramente ''Harry Potter e il prigioniero di Azkaban''. Mi ha trasportata in questo magnifico mondo di maghi, draghi e creature mistiche. In questa vita parallela potevo essere una stregha e stare nei dormitori di Hogwarts e parlare con gli amici, mentre mangiavamo rane di cioccolato. Mi immaginavo di vedere la sala da pranzo in primavera, decorata con i fiori, e i tavoli pieni di zucche nella notte di Halloween. Sognavo di studiare ''Pozioni'' invece di matematica, di guardare fuori dalla finestra e vedere la neve sopra il colle di Hogwarts. Invece di andare a scuola di mattina, volevo aspettare la mia civetta bianca con la lettera della mamma, la quale si preocuppava di come erano andate le prime lezioni di volo. Era un vita diversa e migliore che volevo condurre.

Purtroppo non ho più undic'anni, ho dovuto crescere, prendermi le mie responsabilità e crearmi una personalità. I film mi hanno fatto conoscere tanti fan come me, che grazie al web sono diventati dei buoni amici. Loro mi hanno spiegato quanto i libri e i film abbiano influenzato le loro decisioni e le ragioni per cui sono delle persone migliori. Questo è quello che ha fatto la Rowling, non ha solamente creato una grande famiglia potterana, ma ha anche fatto capire che i pregiudizi sono sbagiati e inutili. Lei parla molto della morte di una persona cara e di come questa scomparsa ci costruisca come persone. Parla dell'amore, di quello che si spegne, di quello che aspetta e di quello che dura per tutta la vita. Ci insegna i valori della vita e ci fa capire quanto importanti siano gli amici per affrontare ogni difficoltà.

''Tutti dobbiamo scegliere tra ciò che è facile e ciò che è giusto.'' Questa citazione mostra quanto maturi siano i libri pur essendo scritti per bambini. Io porto con me i libri, i ricordi, le emozioni provate e le lezioni imparate. Voglio farli leggere ai miei figli, voglio farli innamorare di quel mondo lontano, irragiungibile che è accessibile solamente con la fantasia e tanta immaginazione.

Tutti i sette libri hanno lasciato un segno profondo, indelebile e permanente nella mia vita. La Hogwarts mi accetta per come sono e sono sicura che chiudendo gli occhi a ottant'anni volerò ancora sulle ali di un ippogrifo.

 

 

Motto LA FORTUNA AIUTA GLI AUDACI  
                                                                     
Nina Vuli
ć   -   Classe III Liceo Generale 

                                                Scuola Media Superiore Italiana “Leonardo da Vinci” Buie

                                                          Insegnante: Larisa Degobbis

 

Ho letto un libro che ha lasciato un profondo segno in me

 

Le mie giornate della settimana sono perlopiù basate sullo studio, mentre per la lettura di libri non ho molto tempo. Però, quando ne ho un po’, amo immergermi nella lettura di un buon libro.

Recentemente ho letto un libro che mi ha cambiato interiormente. All’esterno sembrava una libro come gli altri, ma all’interno c’era un mondo quasi magico. Il titolo è “Orgoglio e Pregiudizio”, anche se non è un libro del mio genere, uno di quelli che non leggo di solito, mi è piaciuto molto. Un libro così, non avrei mai pensato che mi potesse piacere, perché è romantico, pieno di intrecci, incontri-scontri, amori, ecc. Probabilmente il segno che mi ha lasciato è dovuto al personaggio principale col quale ho trovato molte somiglianze.

Il libro narra della famiglia Benett, una famiglia mediocre, formata da cinque figlie e dai genitori. Lo scopo principale della madre era quello di far sposare tutte e cinque le figlie, le quali tra loro erano di carattere molto diverso. Le due maggiori, Jane e Elisabeth, erano viste come quelle più importanti, ed io mi sono immedesimata completamente nel personaggio di Elisabeth. Lei era la più ribelle, cocciuta, ambiziosa e aveva sempre una risposta pronta. Siccome aveva un carattere molto simile al mio, diventò immediatamente la mia preferita. Elisabeth era sempre quella diversa dalle altre, alla quale non bastava che il suo partito fosse ricco, ma a lei importava solo di trovare il vero amore, che alla fine trovò in un uomo che inizialmente odiava: il signor Darcy, un nobile ricco, testardo, pieno di orgoglio e che non socializzava molto. Anche se Elisabeth credeva ciecamente che lui fosse un uomo arrogante, prepotente ed egoista, in realtà era un uomo buono, gentile ma timido, che aveva paura di una vera e propria comunicazione, paura di esprimere i propri sentimenti alla persona amata. Alla fine, grazie al consenso del padre, i due si sposarono.

Questo libro non è stato solo coinvolgente per me, ma mi ha portato anche degli insegnamenti. Gli insegnamenti più importanti li ho ricevuti da Elisabeth, che da quella volta diventò per me un idolo da seguire. Lei mi ha insegnato a restare me stessa, a non cambiare niente di me, a non dubitare di me stessa, a tenere alti i miei principi, a vedere la vita con ottimismo, a non giudicare una persona dalla prima impressione poiché anche se essa sembra arrogante, forse nel suo interno è buona e dolce.

Nonostante la società descritta sia quella dell’Ottocento, nell’opera vengono riportati anche molti elementi della società di oggi, con problemi quotidiani come i quelli di cuore e di matrimoni basati solo sul denaro. “Orgoglio e pregiudizio” dimostra la grande capacità della scrittrice di descrivere la società di quel periodo in un modo semplicemente perfetto, coinvolgente, capace di far suscitare molte emozioni diverse.

Questo secondo me è un libro che ogni donna dovrebbe leggere. Non è uno come tanti, che parla della storia di una ragazza e del suo principe, ma si basa su una storia reale, che spesso non ha un lieto fine. Non è come Cenerentola, Biancaneve, e tante principesse perfette che si sposano con un bel principe e vivono felici e contente, ma parla di una ragazza semplice di bellezza mediocre, che tiene duro e lotta per i suoi diritti e per il suo amore fino alla fine. Il mio consiglio sarebbe che tutti lo leggessero perché esso cambia il modo di essere e di vedere la vita. Ti convince che puoi arrivare ai tuoi obbiettivi se sei convinto in te e nelle tue capacità.

 

 

Motto CARPE DIEM                       Stephanie Mikatović   -   Classe IV Liceo Generale 

                                                    Scuola Media Superiore Italiana “Leonardo da Vinci” Buie

                                                          Insegnante: Larisa Degobbis

 

I nostri veci ne conta -I nostri nonni ci raccontano

 

E mi trovavo là, dentro a quella stanza ormai piena di ricordi, seduta sul divano ricoperto da un tessuto di pizzo bianco, fatto dalla mia cara nonna. Le pareti ricoperti da carta da parati, tipica degli anni Settanta, Ottanta forse. Oggi una casa così vissuta, ieri un nido felice. Avevo attorno a me una decina di foto album e fotografie sparse per il cassetto. Il tavolo davanti limitava la mia visione, oltre alla finestra e alle tende bianche riuscivo ad intravedere soltanto un camino rosso e un pino. Sul tavolo c'era una collezione di tazzine da caffè ordinate in modo rigoroso e un vaso, probabilmente di ceramica, decorato a mano con motivi floreali, pieno di fiori colorati e profumati provenienti dal giardino che nonna coltivava con molto amore e dedizione. C'era anche una ‘’terina’’, meta di ognuno che varcava quella soglia, poiché conteneva sempre qualcosa di sfizioso, dalle caramelle ai biscotti fatti in casa. Quest’ultimi sapevano essere, dopo tanti anni di preparazione, a volte imperfetti e irregolari, ma il loro gusto e il loro profumo erano una delizia per il palato. Li arrostiva soprattutto d'inverno e li serviva solitamente con i tè alla frutta. L'odore dei biscotti ancora caldi, mescolati al profumo della calda bevanda, mi facevano vivere una favola.

Ritornai a guardare quel mucchio di fotografie, e mi venne una sorta di malinconia, infatti, mi stavo rendendo conto del valore immenso che esse avevano per la mia famiglia. Oggi tutte le foto scattate assieme agli amici finiscono su ''Facebook'' oppure restano nei nostri ''Smart phone'' o nei computer. Ormai sono pochissimi gli adolescenti che preferiscono andare da un fotografo invece di postare le foto al più presto in rete. Queste foto invece ritraevano la mia famiglia: mia mamma e i suoi fratelli assieme alla nonna e il nonno. Sentivo il cuore battere forte nel vedere la felicità nei loro volti. Tanta felicità, pur avendo come unico giocattolo un elastico oppure un pallone, mentre oggi siamo soliti notare delle scene in cui ragazzini viziati si mettono a piangere in mezzo ai negozi se la mamma non compra loro i giocattoli di ultima generazione.

In fondo al cassetto vidi una foto bellissima che ritraeva la nonna assieme al nonno nel giorno del loro matrimonio. La osservai a lungo e mi sentii travolta da una marea di sentimenti. Nello sfondo potevo notare com’era diverso il paese, non c’erano tutte quelle case con piscina costruite solo a fini commerciali. Ormai, a causa della globalizzazione, stiamo perdendo le nostre radici e ci si concentra troppo sul denaro. Dietro alla chiesa c’era ancora un boschetto, le case avevano ancora gli orti e le strade non erano asfaltate. Mi commossi nel vedere tutta quella gente col sorriso stampato in faccia, per il solo fatto che stavano assistendo alla conciliazione dell’amore tra due amici a loro cari, nel sacro vincolo del matrimonio.

A quel punto decisi di alzarmi e di andare nella stanza di fianco oltrepassando quel lungo corridoio, quasi scricchiolante, dalle pareti bianche riempite di foto e con le piante negli angoli. Entrai in quella cucina piccola, ma molto accogliente, e trovai mia nonna mentre stava facendo gli gnocchi. La televisione era severamente accesa, così poteva essere sempre aggiornata anche mentre stava cucinando. Il sugo era già pronto e il profumo proveniente dalla pentola si poteva odorare a chilometri. Stava impastando il tutto con le sue mani delicate ma ormai segnate dal tempo. Ed è proprio di quelle mani che si vantava tanto perché grazie a loro aveva tirato su tre figli, il marito, la casa e tutto ciò che aveva a che fare con essa. E secondo me aveva tutto il diritto di vantarsene. Decisa le chiesi: “Nona come ti ga conosù nono?‘’ Lasciò l’impasto, si pulì le mani nella sua ‘’traversa’’ che non toglieva quasi mai, face una lunga pausa e guardandomi stupita mi disse: “Andemo un poco fora sull’aria che te conto la storia’’. Infatti lei era fissata con questa storia dell’aria fresca perché secondo lei noi giovani stiamo rinchiusi tutti i giorni nelle nostre stanze dietro a quelle ‘’scatole’’ ovvero ai computer. Uscendo, di passaggio prese una foto che si trovava sul comodino di legno marrone vicino alla porta. Mi disse di sedermi proprio su quella panca che mio nonno aveva costruito per abbellire il giardino, perché di mestiere faceva il falegname. Me lo diceva sempre mia nonna che aveva costruito quella casa a tre piani con tutte le sue forze. Al piano terra aveva posto l’officina, dove lui e mio zio trascorrevano giorni interi.

Mi pose davanti quella foto presa al volo e notai subito che il campo da calcio era totalmente diverso da quello odierno. Era strano guardare quanta natura lo circondava. Nella foto c’erano tre ragazzini che giocavano a pallone e due ragazzine in disparte, che si stavano probabilmente raccontando qualche avventura giornaliera. Uno dei tre era proprio mio nonno. ‘’Mi no gavevo coragio parlarghe a nono, el iera più vecio de mi e quela volta no iera tuta sta confidenza come ogi.’’ ‘’Ma alora nona come se rivadi fin le noze? Dai scurtimela che son curioza’’.  “Sini mio, quela volta gavevimo i bali che iniziava le sei e i finiva le dieze de sera che ierimo za casa. Ma no podevimo noi ziovine putele andar sole, ne compagnava le nostre mame, e le controlava tuto.’’

Già con questa frase notavo quando il mondo sia cambiato, oggi si esce alla mezzanotte e si rientra a casa tardi al mattino, e se non si termina la serata con un’ubriacatura, la serata non è stata un successo. Dove abbiamo perso tutti i valori di una volta? Come mia nonna anche gli altri si accontentavano di andare a ballare e di scambiare due chiacchiere con le loro simpatie. E mi disse ancora: ‘’Picia mia, quela volta el primo restava anche per ultimo. No xe più come deso, se qualcosa se rompi se buta subito via; quela volta quando se rompeva qualcosa se riparava. Eco perché mi e nono ierimo tanti ani sempre insieme.’’ Ad un certo punto notai i suoi occhi brillare, forse perché per un momento aveva rivissuto gli anni più belli della sua vita, oppure per nostalgia del suo primo amore che l’ha lasciata da sola nel mezzo del cammino della sua vita. Come tutti, anche lei aveva immaginato la sua vita assieme a lui fino alla fine, ma la vita a volte è ingiusta e dobbiamo accettarla. Mi disse inoltre che non sempre tutto era facile. “Pena sposai vivevimo con mia suocera, e no la me voleva ben, la iera tropo protetiva nei confronti del fio e no la me rivava azetar. No iera facile combater con ela ma ghe la go fata. Ricordite che per amor se pol far tuto, basta tanta pazienza e bona volontà’’.

Ricordava anche i giorni in cui non c’era tanta richiesta di lavoro e si dovevano accontentare con quello che avevano. “No esisteva boteghe quela volta, e tute ste monade che magnemo deso, prima gaveimo i nostri orti e magnavimo sempre verdura fresca e sana, e no questa piena de velen che ne toca magnar ogi.‘’

A quei tempi non pensavano ai soldi, anche perché non li aveva nessuno. Trascorrevano giornate intere assieme ai loro amici, magari seduti in contrada per terra. Se oggi vedessimo dei bambini seduti per strada la prima cosa che ci verrebbe da dire è che sono degli ubriaconi oppure che non hanno nessuno a casa che si prenda cura di loro. Le amicizie di una volta erano proprio vere amicizie quelle con l’A maiuscola, ed erano sempre disponibili ad aiutarsi a vicenda in qualunque momento senza pensaci due volte e senza chiedere una ricompensa. Amicizie del genere oggi se ne vedono poche. Quel tipo di amicizie finivano soltanto quando tutti assieme andavano a salutare uno del loro gruppo per l’ultima volta.

Era ormai ora di pranzo, avevo fame e non volevo trattenerla ancora. Si alzò e in fretta salì le scale, io restai seduta sotto quel grande pino che avevano piantato assieme. Ad un tratto prima di entrare in casa mi disse: ‘’Ti sa, che te digo una roba, se stava meio co se stava pezo.’’ Con il sorriso stampato in faccia si girò. Guardavo quella casa così grande, il mio rifugio nei momenti più tristi e la mia ragione di gioia nei momenti più felici. Quel terrazzino, il tavolino e le sedie, i vasi con i fiori rossi, le scale, la strada asfaltata fino alla panca sulla quale mi trovavo, si stava meglio quando si stava peggio? Forse oggi non sono ancora in grado di dare una risposta a questa affermazione con spiegazioni valide, ma nel mio piccolo sono pienamente d’accordo con la mia maestra di vita, mia nonna Maria.

 

 

Motto MEGLIO TARDI CHE MAI                   

                                                           Deborah Fattori   -   Classe II Liceo Generale 

                                            Scuola Media Superiore Italiana “Leonardo da Vinci” Buie

                                                        Insegnante: Larisa Degobbis

 

I nostri veci ne conta-I nostri nonni ci raccontano

 

Sfogliando l'album delle foto di famiglia, vedo i bisnonni, i nonni, i miei genitori e sento che ho una storia da raccontare.

Era una domenica mattina, andai con i miei genitori e mio fratello a trovare i nonni. Venne anche mio zio con noi e quando arrivammo vidi mia nonna con in mano un piccolo scrigno di legno vecchio. La salutai e mi sedetti accanto a lei. All'interno c'erano tantissime fotografie. Presi in mano una foto che mi incuriosì molto: c'erano tre bambini con una donna, si poteva anche intravedere un corpo di un uomo però, mancava un pezzo di foto , proprio dove doveva esserci la testa.
„Oh, questa è la foto della mia famiglia. Vedi, ci sono mia madre Giulia, i miei fratelli Mario e Silvano ed io in braccio alla mamma“ disse mia nonna con una lacrima di nostalgia che le scendeva dagli occhi.
„Era proprio una bellissima donna tua mamma. Però chi e' quest'uomo senza la testa?“ chiesi io. Cambiò espressione e con gli occhi pieni di risentimento mi disse:
„È quel fantastico uomo di mio padre, che tradì mia mamma con una contadina che lo aiutava in campagna, abbandonandoci da soli a casa. Un giorno, quando mia mamma stava vendemmiando con i miei fratelli, vide sull'albero mio padre che addirittura le cantava: „Ora sei rimasta sola…“ Mia madre chiese ufficialmente il divorzio dopo esser stata tradita e presa in giro. Negli anni '50 questo divorzio fu uno scandalo“.
Rimasi allibita da quello che mi raccontò mia nonna, questo però servì a farmi capire il motivo per il quale c'era quel ritaglio nella foto. Guardai le foto e vidi quanto fossero state belle tutte le persone che adesso sono oramai vecchie. Ne vidi una bellissima in cui c'erano i miei nonni che passeggiavano mano nella mano in una vecchia via di Buie.
Erano giovanissimi, lui aveva un giubbotto di pelle nera ed in mano un fiore raccolto per mia nonna, che aveva un vestito rosso. Vidi l'amore nei loro occhi ed i loro sguardi che quella foto aveva catturato. È come se li avesse immortalati per sempre perché ancora oggi si guardano in quel modo. I loro cuori battono come allora, si guardano ed è come se non fossero mai invecchiati. Mi alzai dal divano e vidi la foto dei miei genitori appena sposati, in una cornice d'argento. Non l'avevo mai notata prima . A dir la verità neanche il papà si ricordava di averla mai vista. Era nascosta dietro la TV. Le chiesi perché si trovasse lì.
„Oh, quella foto! Stupenda vero? Il vestito della mamma era degno di una principessa. Comunque me l'ha chiesto lei di nasconderla, visto che la volevo tenere ad ogni costo“. Rise guardando la mamma che aggiunse:
„Non potevamo scegliere un giorno più umido e piovoso per sposarci. Dopo la cerimonia il fotografo doveva farci il servizio fotografico, però rinunciò, visto il tempo. Il giorno dopo però, alle cinque del mattino lui bussò alla nostra porta:
„Vestitevi ed andiamo subito a fare le foto. Riusciamo anche ad immortalare questa fantastica alba di stamane, se ci sbrighiamo!“
„Così ci preparammo in cinque minuti ed andammo in riva al mare“. Non capii comunque il motivo per il quale alla mamma quella foto non piacesse. Continuò:
„Ci siamo solamente vestiti, non mi ero messa neanche un filo di trucco, sono orribile in quella foto“. Capii che anche lei si faceva complessi in testa come le ragazzine. La foto era bellissima, naturale. La riguardò nuovamente dopo ventitré anni e vedendo che era davvero bella, la mise sul comodino e diende un bacio a papà.
Tornammo a casa, anche se sarei voluta restare. La mamma andò  in cucina ed io mi stesi sul divano con mio padre e mio fratello. Sotto il tavolino trovammo delle lettere che erano cadute, la mamma le stava guardando prima di andare dai nonni. Erano le lettere che mio padre le scriveva mentre stava prestando il servizio militare. Ci addormentammo là, con le lettere in mano e con i ricordi ancora vivi nei loro cuori.

 

 

Motto ALEA IACTA EST!               Elmi Bernardis   -   Classe III Liceo Generale 

                                                    Scuola Media Superiore Italiana “Leonardo da Vinci” Buie

                                                          Insegnante: Larisa Degobbis

 

I nostri veci ne conta-I nostri nonni ci raccontano
 
Tutto ciò che ricordo è che due secondi fa stavo tranquillamente camminando con il mio migliore amico Sam quando, ad un tratto, i miei occhi non videro più la luce e il mio corpo cadde a terra.
Riaprii di scatto gli occhi. Il buio più totale era attorno a me, non c'era nessuno al mio fianco, ero completamente sola. Non sapevo dove mi stessi trovando e come fossi finita lì, in quel posto buio e lugubre. Ma non volevo cedere alla paura e al terrore, quindi, decisi di mettermi in cammino.

„Dove mi trovo? “Era l'unico mio pensiero in quei momenti di angoscia, ma non ricevevo alcuna risposta. Non un segno, un suono, un rumore. Regnava il silenzio. Non so per quanto camminai ma mi all'improvviso mi sembrò di trovarmi all'interno di un tunnel buio e oscuro. Avevo sentito parlare di persone cadute in coma e che avevano attraversato il tunnel per poi ritrovarsi in un posto illuminato dalla luce più bella che ci sia. Un luogo nel quale la pace regna sovrana: il Paradiso.

Mi sentivo un po' come Dante Alighieri, anche lui era entrato in una selva oscura dalla quale poi, passando prima nell'Inferno e poi nel Purgatorio, era alla fine arrivato al tanto desiderato Paradiso. Quindi, per farmi coraggio, iniziai a canticchiare, a modo mio, i primi versi della Divina Commedia, “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per un tunnel oscuro, che la diritta via era smarrita…“

Di solito, quando avevo paura, mi mettevo a canticchiare qualsiasi cosa che mi capitasse per la mente. Dovevo farmi coraggio, in qualche modo, e cosa c'era di meglio di una canzone? Purtroppo, sin da piccola, avevo paura del buio e quindi dovevo trovare un modo per non cederle, non volevo piangere, anche se in quel momento era l'unica cosa che avrei potuto fare. Io però non lo volevo fare perché pensavo che piangere fosse un segno di debolezza. Molti dei miei amici mi dicevano sempre: “Emily, non tenere il dolore dentro di te, piangi e fa' sì che questo dolore esca “. Ma io ero cocciuta e testarda e non volevo ascoltarli.
Camminavo ormai da molto tempo, ma non arrivavo da nessuna parte. Allora decisi di fermarmi e riflettere. „Ma allora sono morta? “

Di nuovo nessuna risposta. Ora sì che avevo paura. Paura di essere morta, di non rivedere mai più la mia famiglia, i miei amici e tutte le persone a me care. Paura di non realizzare tutti i progetti e i sogni che mi ero prefissata; tutto mi sembrava ormai così lontano e impossibile. Non volevo essere lì, non era ancora arrivata la mia ora, ero troppo giovane per morire. Comunque continuai a camminare, sperando di risvegliarmi da un momento all'altro. In fondo non poteva essere che un brutto sogno, frutto della mia immaginazione. Sì, doveva per forza essere così. Eppure qualcosa mi convinceva che questo non era un sogno.
All'improvviso vidi una luce. Allora era vero, ero morta e quella era l'entrata del Paradiso, il regno della pace eterna. Ricordo che non molto tempo fa una mia vecchia zia mi aveva raccontato della sua esperienza vissuta mentre era in coma. Si trovava in un tunnel nero e continuava a camminare ma, ad un tratto, vide una luce. Una luce talmente accecante da non riuscire a tenere gli occhi aperti. Si avvicinò e vide davanti a sé un enorme prato pieno di fiori. In lontananza si sentivano delle voci di persone che stavano ridendo. Ma zia allora si svegliò, non era ancora giunto per lei il momento di oltrepassare la soglia.

Mi feci coraggio e decisi di andare verso la luce. In fondo cosa poteva succedere di peggio? Oramai mi ero rassegnata, non mi importava più di niente e di nessuno. Ero lì, da sola, quindi questo voleva dire una cosa sola, dovevo morire, andare in Paradiso e far sì che la mia anima riposasse in pace! Tutto ciò che avevo progettato e tutte le persone a me care stavano lentamente svanendo dalla mia mia mente, man mano che mi avvicinavo sempre di più alla luce.
Poi ad un tratto sentii pronunciare il mio nome: „Fermati Emily, non è ancora arrivata la tua ora!“
Mi fermai, la luce era accecante e per un momento dovetti chiudere gli occhi. Comunque era una luce calda e rassicurante. Tentai di capire di chi fosse quella voce. Non l'avevo mai sentita prima, eppure aveva qualcosa di familiare. „Emily, tesoro “, disse la voce, e io tentai di capire a chi appartenesse. Davanti a me si presentò la figura di una donna anziana di statura media, capelli marrone chiaro e occhi azzurri. Indossava un abito color celeste e bianco. Aveva un bellissimo sorriso stampato sulle labbra e dai suoi occhi trapelava una luce calda piena di affetto. In un primo momento non capii chi fosse la donna che mi stava davanti e che mi aveva appena impedito di oltrepassare la soglia tra la vita e la morte.
Ritornai in me, ripensai ai miei amici, ai miei genitori e a Sam. No, non era tutto finito, qualcuno mi stava fermando e quindi questo voleva dire solo una cosa: dovevo vivere e non morire! „È da molto tempo che aspetto questo momento, finalmente ho l'occasione di vedere mia nipote “, disse la donna. Solo in quel momento realizzai che la donna che si trovava davanti a me era la stessa di cui mia madre mi parlava molto spesso. La stessa donna che aveva scelto con cura e amore il mio nome. Era mia nonna, la donna che ora mi stava davanti e mi sorrideva. „Non posso crederci, nonna, sei davvero tu?“
Dire che ero sbalordita e sorpresa è ben poco. Non ci sono parole per descrivere il mio stato d'animo perché nemmeno io sapevo come mi sentissi in quel momento. Provate a pensare ad una persona a voi cara che ha lasciato questo mondo. Come vi sentireste se questa persona da un giorno all'altro apparisse davanti ai vostri occhi? Beh, fino a poco tempo fa io la ritenevo una cosa impossibile ma, ora che vedevo mia nonna davanti a me, iniziai a crederci.

„Sono io tesoro, ma non pensavo che ti avrei rivista così presto. Perché ti trovi qui?“ chiese lei e io non ricordavo nulla con precisione, solo un gatto che rincorreva una farfalla, e poi il buio.
„Mia nipote è un'amante degli animali“, disse un'altra voce. Davanti a me apparve un'altra figura, un po' più alta. Era un uomo, anche lui anziano. Mi sembrava di averlo già visto e la sua voce…l'avevo già sentita prima, molti anni fa. „Vedo che sei cresciuta parecchio dall'ultima volta che ci siamo visti “, disse l’uomo. „Tu chi sei?“ chiesi, non riuscendo ancora a riconoscere l'uomo che mi stava davanti. Lui sorrise e frugò in una delle tasche della sua giacca. Estrasse qualcosa di piccolo a forma di rettangolo che sembrava una fotografia. Chiusi e riaprii gli occhi rapidamente e le mie guance si inumidirono da un pianto improvviso. Quella che l'uomo teneva in mano non era una semplice foto. Era la mia foto di quando ero piccola, di quando avrò avuto circa un anno.

„Nonno sei tu? Non ci posso credere. Questo è un sogno. Non può essere vero. Non è così?“ continuavo a interrogarlo piangendo di gioia. Davanti a me c'erano le persone che desideravo incontrare più di chiunque altro da tutta la mia vita. Erano lì, a qualche passo di distanza da me. I miei nonni, i genitori di mia madre. Quante volte lei mi aveva parlato di loro mentre io la ascoltavo con ammirazione. Quante volte aveva pianto solo pensando ai loro nomi. Dalle sue descrizioni capivo che erano due persone fantastiche e inseparabili, nel loro legame unico e autentico.
Se ci penso, al giorno d'oggi sono poche le coppie che, dopo il matrimonio, rimangono assieme per sempre. Molti si sposano solo per interesse e pochi pensano all'amore, un sentimento puro e profondo, capace di legare due persone e di renderle inseparabili. Il concetto di amore viene spesso svalorizzato. Sono i soldi e il potere a contare sempre più. La maggior parte delle persone tende a cercare dei compagni che possiedono molto denaro, solo per accontentare il proprio ego. Vogliono avere tutto, per loro l'amore non conta, l'importante è possedere beni materiali, mentre, in realtà, non si rendono conto che sono i beni materiali a possedere loro.

Ma che cosa sono i soldi al giorno d'oggi? Dei semplici fogli di carta con sopra dei numeri che fanno diventare gli uomini viziati ed egoisti, capaci di pensare solo ai propri interessi. Adesso che vedo i miei nonni uno vicino all'altra, capisco che l'amore non è stato dimenticato, dopotutto ci sono ancora persone che ne comprendono l'importanza. Anch'io da grande voglio trovare una persona che mi ami e mi rispetti. Voglio amare, ma soprattutto essere amata, poiché credo nell'amore e continuerò a crederci proprio grazie ai miei nonni. Ogni volta che avrò dei dubbi ripenserò a loro e al rapporto che li legava. „Nonna, prima di tutto vorrei fare una cosa che avrei voluto fare da tanti anni “. Mi fermai e sorrisi. “Grazie per aver scelto il mio nome. Non sai quante volte ho desiderato che tu fossi al mio fianco. Hai lasciato questo mondo due mesi prima della mia nascita e io mi sono sempre chiesta il perché. Ma ora che sono qui, con voi, non ha più importanza “.

Il mio nome era da sempre stato un argomento molto importante. Mia madre mi raccontava sempre che prima della mia nascita era sicura che sarebbe nato un maschietto, invece la nonna era convinta che sarebbe nata una femminuccia e quindi decise di pensare ad un nome idoneo. Alla fine si era decisa per Emily. Adoro il mio nome e sono felice che sia stata mia nonna a sceglierlo. Mi sento speciale per questo.
„Nonno, la tua voce mi sembrava familiare prima, quindi non mi sbagliavo, eri davvero tu“.
Ricordo che la mamma mi diceva sempre che quando ero piccola il nonno mi prendeva in braccio e iniziava a canticchiare delle canzoncine per bambini e ogni volta sorridevo al suono della sua voce. Ecco perché quella voce, la sua voce, mi era familiare.

„Già, vedo che sono rimasto nei tuoi ricordi. Mi dispiace di aver lasciato te e tua madre da sole, ma al vostro fianco c'era tuo padre, quindi sapevo di poter lasciare questo mondo in pace“.
„Quando ho visto che in mano tenevi la mia foto, ti ho riconosciuto subito. La mamma mi aveva detto che il giorno del tuo funerale aveva messo una foto nella tasca della tua giacca. Voleva che tu la mostrassi alla nonna “, dissi io e guardai la nonna.
„Mi dispiace di non poter essere al tuo fianco ogni giorno della tua vita. Avrei voluto crescerti e insegnarti così tante cose. Ma la malattia ha rovinato tutti i miei piani. Comunque, ora che ti vedo, posso constatare di avere una nipote fantastica “.
„Tu esageri nonna…“ dissi io.
„No Emily, tu sei speciale, sei la mia Emily“.
A quelle parole anche alla nonna scese una lacrima lungo il viso, o almeno mi era sembrato.
„Ogni tanto la mamma diventa triste non avendovi accanto. Sente molto la vostra mancanza “, dissi io e chinai la testa pensando a tutte quelle volte che mamma mi diceva di quanto le era difficile andare avanti sapendo che sua madre e suo padre non erano accanto a lei per ascoltarla e consigliarla. Quante volte abbiamo pianto insieme.
 „Mi dispiace anche di questo, ma tua madre è una persona forte, con un carattere deciso e combattivo, anche quando sembra che stia per arrendersi, alza la testa e continua a lottare. Fa tutto ciò anche perché al suo fianco ci siete tu, tuo padre e la tua sorellina. Lo so che soffre ma non mi preoccupo troppo, è pur sempre mia figlia e io credo in lei e nelle sue capacità. Quando tornerai indietro dille ciò che ti ho appena detto. Me lo prometti? “
„Te lo prometto nonna “, dissi io sorridendo.

Ripensai a mia madre. Era vero quello che diceva la nonna di lei. La mamma è una persona forte e combattiva, nonché una madre fantastica; non desiderei averne una migliore. Non dico che sia la migliore, perché nessun essere umano è migliore di un altro e da questo punto di vista siamo tutti uguali. Ogni essere umano è speciale a modo suo, con i suoi pregi e i suoi difetti che lo rendono diverso dagli altri. Mia madre è una persona meravigliosa e so di poter contare sempre sul suo appoggio, lei ci sarà sempre per me. „L'unico desiderio di tua madre era che sia io che la nonna proteggessimo la sua famiglia. È quello che facciamo da qui, osserviamo tutto ciò che accade sulla Terra. Siamo un po' i vostri angeli custodi. Di' a tua madre che sono fiero di avere una figlia come lei. È un'ottima madre e una bravissima moglie, non avrei potuto desiderare una figlia migliore! “
Ero davvero contenta di ciò che mi avevano detto i nonni. Mia madre sarebbe stata felicissima se avesse sentito queste parole. Di solito quando parlavamo si chiedeva sempre se da lassù i suoi genitori erano fieri di lei. Immaginai la sua reazione nel momento in cui le avrei riferito le loro parole e, a questo pensiero, un sorriso apparve sulle mie labbra.
Ad un tratto però sentii una voce. „Emily, ti prego, svegliati, torna da me“.
Ero quasi sicura che si trattasse di Sam. La sua voce però non era quella di sempre, non era felice, anzi era triste, molto triste. Sembrava davvero preoccupato per me.

Sam era da sempre stato il mio migliore amico. Lo conobbi cinque anni fa ad una festa di compleanno e da quel giorno capimmo subito che saremmo diventati dei grandi amici. Era davvero un amico fantastico, uno di quelli su cui so sempre di poter contare: un amico che ci sarà sempre per me, sia nel bene che nel male, sempre pronto a farmi tornare il buon umore quando mi sento giù di corda. Un amico speciale, il mio amico! Gli voglio tanto bene, è una persona eccezionale, un amico che si incontra una sola volta nella vita, ma che rimane nel cuore per sempre. „Sam…“riuscii a sussurrare, non capendo che cosa stesse succedendo. Come mai potevo sentire la sua voce?
„Credo sia arrivata l'ora dei saluti“, disse la nonna, ma io non me ne volevo andare, ero appena arrivata. Avevo ancora così tante domande da fare.
„Non farlo aspettare, il tuo amico è davvero preoccupato per te“.
„Come fai a saperlo nonna?“
„Te l'ho detto, noi vediamo e sappiamo tutto“, disse lei in tono gentile.
„Sam ti è stato sempre accanto, è ora che tu torni da lui e dalle persone che ti vogliono bene e sono in pensiero per te“, mi disse il nonno.
Capii che Sam ci teneva a me. Lo ritenevo uno dei miei migliori amici perché quando ho avuto più bisogno di aiuto, c'è sempre stato, sempre pronto a consolarmi e aiutarmi senza mai chiedere nulla in cambio. In sua compagnia tutto mi sembra più semplice. Parlare con lui è davvero rilassante perché so che posso riporre in lui tutta la mia fiducia. Lui non mi tradirà mai. Di questo sono sicura.
„Non ti preoccupare cara, noi ci rivedremo, saremo qui ad aspettarti. È una promessa“, disse la nonna.
„Vi voglio bene nonni e sono contenta di avervi visti“.
„Anche noi lo siamo e ti vogliamo un mondo di bene, più di quanto tu possa immaginare. Ma ora vai“.

Li salutai con le lacrime agli occhi e dopo un po' le loro voci diventarono sempre più lontane e distanti. Continuavo a piangere ma non importava perché avevo realizzato uno dei miei sogni chiusi nel cassetto. Uno di quelli irrealizzabili, ma che ora per me era diventato realtà. Mi voltai e la luce scomparve. Di nuovo il buio, ma questa volta non avevo paura. Niente poteva spaventarmi perché sapevo che i miei nonni sarebbero stati al mio fianco, anche quando non li potrò vedere e inoltre c'erano tutti i miei amici e la mia famiglia ad attendermi e non volevo farli aspettare.
Lentamente riaprii gli occhi. Mi trovavo in una stanza con le pareti bianche: ero in ospedale. Guardai attorno a me e notai che alla mia destra c'era un comodino e sopra vi era un vaso con tantissimi fiori colorati. Sotto al vaso c'era un bigliettino con la scritta “Guarisci presto!“ Riconoscevo le firme, erano quelle dei miei amici. Poi voltai lo sguardo dall'altra parte. Alla mia sinistra c'era un ragazzo dai capelli neri e gli occhi color nocciola che stringeva la mia mano. I nostri sguardi si incrociarono ed entrambi sorridemmo.
„Ben tornata Emily!“
„Ciao Sam, è bello rivederti, non crederai mai a quello che mi è successo!“
„Non ti preoccupare, abbiamo tutto il tempo che vuoi, ma ora risposa. Io vado a chiamare tua madre che era davvero preoccupata per te. Eri tra la vita e la morte. Per un momento avevo paura di perderti “, mi disse lui e io ero molto sorpresa. Ciononostante gli rivolsi con uno dei miei soliti sorrisi.
„Ma ora sono qui e non me ne andrò, promesso!“
Detto questo, Sam uscì per chiamare mia madre.
Ora che ero ritornata ricordavo tutto ciò che era successo. Stavo passeggiando con Sam quando vidi che un gatto stava inseguendo una farfalla e dall'altra parte della strada stava arrivando un macchina. Mi affrettai a salvare il gatto ma per me non ci fu scampo: venni travolta dalla macchina e tutto divenne buio.
Sin da bambina adoravo gli animali, specialmente i gatti che erano i miei animali preferiti e quando vidi che il micetto stava per essere investito, non resistetti, volevo, anzi dovevo salvarlo! Mia madre si precipitò di corsa da me baciandomi e abbracciandomi. Con le lacrime agli occhi mi parlava ma non riuscivo a capire una sola parola di ciò che mi stava dicendo perché piangeva, singhiozzava e parlava allo stesso tempo. Le dissi di sedersi vicino a me perché dovevo dirle qualcosa di molto importante. In fondo lo avevo promesso ai miei nonni e una promessa è una promessa. „Mamma, sono stata tra la vita e la morte. Ho visto la luce e ho deciso di seguirla, ma qualcuno mi ha fermata prima che fosse troppo tardi“.
„Chi è stato?“
„Tua madre, mamma...“, dissi e lei iniziò a piangere nuovamente. Iniziai a raccontarle tutto per filo e per segno. Nemmeno io credevo a ciò che le stavo raccontando, ma era tutto vero.
Ero tra la vita e la morte. Nessuno sapeva se mi sarei mai svegliata. Ero in coma per tre mesi, tutti speravano e pregavano per me. Comunque ero felice perché avevo incontrato i miei nonni che mi avevano salvata, impedendomi di morire. Ora ero tornata indietro ed ero in grado di raccontare la mia storia.
                                     Allora gli angeli custodi esistono davvero. . .

 

 

Motto CHI LA FA, L’ASPETTI!   
    

 

                  Ilaria Valenta   -   Classe IV  Liceo Scientifico - matematico 

                         Scuola Media Superiore Italiana “Leonardo da Vinci” Buie

                                                  Insegnante: Larisa Degobbis

 

I nostri veci ne conta – I nostri nonni ci raccontano“   

 

    Mi piace andare in quel luogo in ogni momento della giornata. Mi piace andarci soprattutto quando mi sento estranea in ogni altro luogo, con qualsiasi altra persona. Mi siedo su quell'erba non curata, libera di crescere e allargarsi come crede. Ma la cosa che più mi piace di quel luogo è quella quercia. Niente di speciale, in fondo, per tutti è solamente un albero come un altro, ma per me no, per me è molto di più.
         Entravo ormai in quella casa come se fosse la mia, senza bussare, senza suonare al campanello, „Ciao nona! Ti ga fato de magnar?“. Quello era il mio saluto. In fondo si sa, le nonne sono esseri creati per viziare i nipoti e offrire loro ingenti quantità di cibo. „Si, xe za tutto pronto sul tavolo. Go lasà in tecia che non se iazzi.“ E questa invece era la tipica risposta.
La cosa più interessante dei pranzi con mia nonna, a parte le ottime pietanze, erano, di sicuro, i suoi lunghi monologhi. Non sempre ero dell'umore adatto per ascoltarla, e non sempre i temi che trattava erano interessanti, ma sentire lei parlare, sentirla dirmi cose che reputava importanti, che reputava perle di saggezza a lei pervenute da esperienze personali, era rassicurante. È vero anche che noi giovani non sempre accettiamo i consigli delle persone più anziane. Siamo in quella fase in cui ci sentiamo al centro dell'Universo e crediamo di sapere tutto meglio di chiunque altro. E invece sbagliamo! Dovremmo fare molta più attenzione a quello che arriva alle nostre orecchie, ma preferiamo sbagliare e imparare la lezione sulla nostra pelle.
Il discorso che più mi è rimasto impresso, per non so quale motivo, è stato quello di alcuni anni fa. Era il racconto di mia nonna sulla Guerra. All'epoca lei aveva solamente otto, nove anni, ma è incredibile come si ricordi tutti quegli avvenimenti, quelle sensazioni, quei pensieri che passavano nella mente di quella bambina. E pensare che io nemmeno mi ricordo cosa ho fatto il giorno prima. Scherzi a parte, il fatto che quei ricordi siano così impressi nella sua memoria sta ad indicare il fatto di quanto quel periodo fosse strassante, pieno di paura e di preoccupazioni. Sentimenti questi che non appartengono a dei bambini, ma piuttosto, sentimenti provati dagli adulti e poi riflessi su di essi. „...e me ricordo quando noi fioi se giogaimo fora in strada e sentivimo i avioni che svolava sora el paese. Tutti alora scampaimo. Ne ciamava i nostri veci che vegnimo sconderse perché i gaveva paura che non i butasi qualche bomba...“ Parla di questi argomenti con tanta leggerezza oggi. Ma osservando il suo sguardo, chi la conosce, può intendere una certa angoscia, un certo rammarico nel ricordo di quei momenti della sua infanzia. Nei suoi occhi si vede quanto per una persona, ormai ottantenne, il passato non possa essere dimenticato, e in questo caso il famoso aforisma che dice che il tempo guarisce le ferite non ha alcun fondamento.
         La casa di mia nonna è piena di ricordi. Quando mi siedo lì in soggiorno e guardo verso qualsiasi punto della stanza, per ognuno di essi riesco a ripescare dalla memoria almeno un episodio interessante. Riesco a risentire vicino anche chi, purtroppo, in quella casa, e nelle nostre vite, da alcuni anni, non c'è più entrato. Mio nonno si sedeva sempre a capotavola, ed era lui quello che riusciva a tenere la famiglia unita, nonostante facesse poco a riguardo. Mi ricordo che rimaneva sempre l'ultimo a tavola, che mia nonna ogni volta lo sgridava perché doveva aspettarlo sempre prima di poter lavare i piatti. Ora come ora non saprei descrivere mio nonno. I ricordi che ho sono quelli di una bambina, che non sapeva ancora guardare in profondità alle cose. Posso affermare però che mio nonno è stato importante per me e che mi ha lasciato di sicuro un grande insegnamento, che nella società di oggi viene spesso sottovalutato. Mi ha insegnato che non si deve essere troppo severi con se stessi quando si sbaglia, che non si deve sempre buttare tutto all'aria, ma che bisogna sedersi e con calma rimettere insieme i cocci. Mi ha insegnato che a tutto c'è rimedio e che niente va buttato via.
         Dopo la sua morte tutto il peso della famiglia è passato addosso a mia nonna che tante volte, a causa anche della sua ingenuità, è stata accusata ingiustamente. Non so come lei ce la faccia a sopportare tutto a ottant'anni, ma evidentemente la sua vita è stata piena di sofferenze e di periodi difficili. Ovviamente ci sono stati anche dei momenti di gioia, di tranquillità che hanno contribuito a formare la persona forte che è oggi. Posso dire di conoscere ogni ruga di mia nonna, è sempre stata presente nella mia vita, soprattutto nella mia infanzia, ed è proprio per questo motivo che la stimo e la rispetto molto. Non mi ha mai giudicato, anzi, ha tentato sempre e solo di farmi capire qual era la cosa migliore da fare, non attaccandomi mai. Mi ha fatto capire che in fondo tutta la tecnologia, la modernità di oggi, anche se utile per noi che la usiamo, serve a poco o niente. In fondo i nostri nonni sono cresciuti senza videogiochi, computer e televisioni che portano via gran parte del tempo ai giovani d'oggi. Non potrò mai dimenticare tutte le volte che mi ha detto „metti via quel vraizo mobitel e parla un poco con mi“. Devo comunque ammettere che nonostante la sua età ha sempre conservato uno spirito giovane, un coraggio e un pensiero sempre personale. Magari ha mantenuto anche la visione del mondo che avevano un tempo, ma tenta sempre e comunque di essere a pari passo con la vita attuale. È una persona come poche, ma non posso, e non voglio dire che sia l'unica. Ci sono tante altre persone buone e gentili attorno a noi e spesso gli anziani possono insegnare a noi giovani cose che mai potremmo immaginarci. Possono insegnarci quali sono i veri valori, la famiglia, che in tutti i momenti della vita è al nostro fianco, gli amici, quelli veri, che rendono le nostre giornate meno pesanti, la voglia di fare, che deve spingerci ogni giorno a non mollare, a dare il meglio di noi, a mostrare agli altri che anche noi siamo in grado di tirare fuori gli artigli. Ma l'insegnamento più importante che una persona come mia nonna può trasmetterci è che la vita è fatta di alti, di bassi, e di periodi intermedi, che non esistono solo il bianco e il nero, ma il grigio è molto più presente, che la vita va vissuta nonostante le avversità, le crisi personali e sociali e, soprattutto, che nella vita non si smette mai di scoprire cose nuove.
         Per mia sfortuna non posso andare da mia nonna molto spesso in questo periodo. La lontananza, dovuta ai miei studi, a volte pesa sulle persone. Oso dire che qualche volta, quando mi rimprovera al telefono, sono sollevata dal non averla davanti, perché comunque, nemmeno mia nonna è perfetta. Ma mi piace andare sotto quella quercia, che tanto mi ricorda mia nonna. E anche se piove, so che sotto i rami di quella quercia sarò al sicuro, come sono al sicuro nell'abbraccio „de mia nona“. 
„“Chi la fa, l'aspetti!“
 

 

Motto BEAUBROOKS              Cristina Antonac   -   Classe III Liceo Generale 

                                                    Scuola Media Superiore Italiana “Leonardo da Vinci” Buie

                                                    Insegnante: Larisa Degobbis

 

I nostri veci ne conta- I nostri nonni ci raccontano
 
Il mio nome è Sofia, ho ottantaquattro anni e sto seduta sulla mia sedia a dondolo a contemplare il cielo. Voglio raccontare la mia storia, la storia dell'ultimo giorno in cui sono stata felice. Di quel giorno quando una semplice lettera cambiò tutta la mia vita.
Era il giorno del mio ventiduesimo compleanno e mi trovavo a migliaia di chilometri da casa mia, dalla Russia. Mi sono trasferita qui per avere un futuro migliore, con più possibilità di essere felice, e vivevo in un appartamento con il mio ragazzo.
Quel giorno scesi le scale in pigiama, felice, perché appena aperti gli occhi sul cuscino vicino al mio scorsi una lettera. La aprii e lessi gli auguri di felice compleanno da parte del mio ragazzo, il quale era anche il mio unico amico, l'unico che mi aveva fatto sentire a casa in questo posto sconosciuto. Scrisse che era dispiaciuto di non poter essere lì con me in quel momento ma che aveva in serbo per me una sorpresa, un regalo che mi sarebbe piaciuto moltissimo.
Ero curiosa e felice. Scesi in cucina e feci colazione con dei pancakes; poi andai all'università a lezione. Stavo ascoltando il mio professore di latino parlare di Cesare quando una contabile dell'università, o non so chi, si avvicinò al mio banco e mi chiese cortesemente di uscire dall'aula perché aveva una consegna di massima urgenza per me. Appena uscite dall'aula, la signora mi porse una lettera con uno sguardo preoccupato e delle labbra tremanti, e si congedò. Io mi accomodai su una panchina che si trovava nel corridoio ed aprii la busta. Ciò che stava scritto all'interno andava più o meno così: „Spettabile sig.na S.B., abbiamo il dispiacere di comunicarle una tragica notizia.“
Sentii un nodo formarsi in gola e feci fatica a leggere le righe successive a causa delle lacrime che colavano sulle mie guancie calde, silenziose come se venissero dalla parte più triste, più buia e sconsolata di me stessa; dalla mia anima che cercava una ragione, una ragione per continuare. Continuare a vivere, a inalare aria, respiro dopo respiro. Tutte quelle che fino a quel momento erano funzioni meccaniche del mio corpo, ora sembravano così difficili e complicate che cominciai a domandarmi se fosse giusto continuare a svolgerle, ora che non erano più naturali.
Lessi quelle righe, lettera per lettera, un dozzina di volte per riuscire a convincermi che erano verosimili. Quelle righe nelle quali non so quale ospedale mi comunicava la morte di tutte le persone che amavo. La sorpresa che aspettavo con tanta curiosità, con la quale il mio ragazzo voleva rendermi tanto felice era il suo viaggio in Russia per andare a prendere i miei genitori che non vedevo da dieci anni. I miei genitori che non avevo abbracciato da quand'ero bambina, non avevo sprofondato il mio naso nelle loro spalle, sentito le loro braccia stringermi, percepito il loro profumo, da tanto tempo che avevo dimenticato come ci si sentiva. Sarebbe stata la sorpresa più bella di sempre.
Nel viaggio di ritorno un camion decise di non fermarsi ad un incrocio e morirono tutti all'istante. Un camion che ha reso quello che doveva essere il più bel giorno della mia vita, il peggiore di sempre. Quella lettera che aveva trasformato le parole più dolci nelle più dolorose.
Il mio nome è Sofia, ho ottantaquattro anni e sto seduta sulla mia sedia a dondolo a contemplare il cielo, pensando alle persone a me più care. Aspettando ormai da sessantadue anni di raggiungerli in un posto senza spazio e tempo, di poterli riabbracciare dopo così tanto tempo.
 

 

Motto CRISTAL                        Mikaela Brozolo   -   Classe III  Liceo Generale 

                                                    Scuola Media Superiore Italiana “Leonardo da Vinci” Buie

                                                    Insegnante: Larisa Degobbis
 

I nostri veci ne conta- I nostri nonni ci raccontano
 
     Scesa dall’auto mi avviai verso quel cancello di ferro che avevo tante volte aperto, eppure ad ogni visita mi sembrava sconosciuto. Lo aprii con un movimento leggero ma spedito, ed entrai. Mi feci la il segno della croce in segno di rispetto e mi avviai verso quella tomba ben nota ad un’estremità del piccolo cimitero. Dopo di me entrò anche mia nonna con i fiori e i lumi e dopo aver ripulito il marmo rosso che formava la tomba di mio nonno e dei suoi genitori, li appoggiammo nel vaso e lo riempimmo d’acqua. Dopo aver finito tutti i doveri pregammo assieme per salutarli e ci avviammo verso la strada di casa.
     Ogni volta che vengo con mia nonna al cimitero sento come una strana sensazione arrivarmi dritta al cuore. È strano come una persona alla quale volevi bene adesso non c’è più e che come segno del suo passaggio da questa ad un'altra vita ci sia solo una pietra fredda con una sua immagine impressa sopra, sistemata nella terra scura, dove solo qualche anno prima la stessa aveva camminato. Così ogni anno, per l’anniversario della morte di mio nonno, in aprile, ci incamminiamo al cimitero per salutarlo per l’ennesima volta da quando ormai non c’è più. Di solito questo avviene proprio di domenica, dopo la messa che mia nonna puntuale non si dimentica mai di ordinare per lui. Dopo questa parte solenne andiamo tutti assieme a pranzo da mia nonna che, come sempre, instancabile, ha preparato per tutti noi.
Come d’abitudine prepara un pranzo sontuoso con la pasta fatta in casa che anche a ottantadue anni prepara tutta a mano senza l’aiuto di stirapasta meccanici ma solo non il vecchio mattarello di legno. Durante il pranzo ci racconta aneddoti di quando ero piccola. Quello più divertente secondo lei è quello che per farmi mangiare doveva portarmi in giro per il paese a raccontarmi storielle. Con le sue parole mi rivengono in mente ricordi di quel tempo che mi sono rimasti impressi nella memoria, come un’istantanea scattata in quel momento. Così rivedo quel vecchio orto circondato da una alta rete verde e quella vite subito vicino ad essa. Mi piaceva correre attorno ad essa ed ancora adesso mi piace stare seduta all’ombra di quella stessa vite come facevo allora. Rivedo mia nonna intenta a farmi mangiare uno yogurt che mi chiamava e inseguiva in ogni dove. Commossa da questi ricordi sorrido, mentre aiuto la nonna a sparecchiare la tavola.
Molti ricordi di quel periodo mi si affollano nella testa e tanti altri ne potrebbe raccontare mia nonna ma in quel giorno uno in particolare mi ritorna alla mente. Ogni volta che vorrei chiederle di raccontarmelo mi si stringe un nodo in gola e non riesco a pronunciare una sillaba. Appena però vedo i suoi occhi persi in chissà quali pensieri, non c’è bisogno di dire neanche una parola che tutto mi diventi chiaro.
Avevo all’incirca quattro anni ed una mattina dopo essermi svegliata capii che qualcosa non andava. All’inizio tutto mi sembrò normale, non capivo ancora che quel giorno si sarebbe rivelato uno dei più difficili e dolorosi da dimenticare per chi mi era più vicino. Dopo un po’ di tempo chiesi alla nonna dove fosse andato nonno e lei mi rispose semplicemente: “El xe andà fora.” Continuai a salterellare su e giù per il resto della mattinata, come mio solito, continuando però ad interrogare mia nonna sul fatto di dove fosse andato nonno. Non volevo arrendermi alle prime risposte, così dopo un po’ nonna mi prese per la mano e mi condusse fuori a fare una passeggiata. Mi ricordo di aver chiamato: “Nono, dove ti son?” ripetute volte. Arrivammo fino ad un recinto ai margini di una vallata ed entrammo. Ci fermammo a metà discesa e mia nonna puntando il dito verso un mucchio di rocce ed alberi mi disse: “ Guardilo, el xe là!”. Mi ricordo di aver risposto: “Ma dove? No lo vedo.” “Come no, là el xe.” fu la sua risposta e sempre tenendomi stretta per mano mi riportò in casa. Ero confusa visto che non avevo visto nessuno e non avrei sospettato neanche lontanamente che mia nonna mi avesse mentito.
Le ore seguenti passarono, ma non saprei dire come, so solo che era pomeriggio quando vidi arrivare molta gente attorno a casa mia. Mi ricordo chiaramente che c’erano il parroco e due agenti della polizia che stavano guardando nel nostro piccolo pozzo vicino alla stalla. Non mi potevo spiegare cosa stesse succedendo perché ero molto piccola e tutto mi sembrava surreale. Faceva caldo e mi appartai vicino ai gerani sul balconcino che affiancava la casa; canticchiavo qualcosa, in quel momento si avvicinarono i miei secondi nonni, che erano arrivati nel frattempo, e mi dissero che dovevo venire per un paio di giorni a stare da loro. Ero sempre molto contenta di andare a fare loro visita perché adoravo guardare mio nonno nella stalla mentre dava da mangiare ai vitellini, ma quella volta, non so per quale motivo, gli dissi di no. Ciò che successe dopo non me lo raccontò mai nessuno e non mi ricordo nemmeno di qualcuno che sia venuto a dirmi che nonno era morto. Forse è perché ero troppo piccola per capire. Dopo molto tempo scoprii, non so se per caso o meno, che nonno era morto annegato proprio in quel pozzo, che dopo quell’incidente non è stato mai più riaperto, nell’intento di recuperare qualcosa che gli era caduta all’interno.
     Così oggi rivedo nonna con gli stessi ricordi in testa e con le lacrime agli occhi. Penso che un racconto di questo genere sarebbe troppo doloroso da affrontare per tutte e due ma sopratutto per lei che dopo aver amato un uomo per tanti anni dovrebbe ritornare a raccontare quel giorno così doloroso. È proprio per questo motivo che voglio bene a mia nonna, perché con uno sguardo riesce a raccontarti una storia meglio di come lo farebbe a parole.
 

 

 Motto ITALO SVEVA                Alyssa Crebel   -   Classe II  Liceo Generale 

                                                    Scuola Media Superiore Italiana “Leonardo da Vinci” Buie

                                                    Insegnante: Larisa Degobbis

I nostri veci ne conta-I nostri nonni ci raccontano

 

L'Istria, il nostro paese natio, questa meravigliosa terra nella quale abitiamo, può raccontarci tante storie nascoste.  La valle del Quieto che, illuminata dalla Luna piena, era posto d'incontro degli innamorati, e precisamente di due innamorati che volevano vivere il loro amore non accettato e impossibile.

    È così che da piccola ho immaginato il luogo in cui sono cresciuta e che ho imparato ad amare con le sue meraviglie. Mio padre e mia madre erano soliti a prendermi con loro durante i  pomeriggi domenicani a fare delle passeggiate per l'Istria. Salivamo in macchina e partivamo senza una meta precisa. Andavamo nel canale di Leme, in Cicciaria e viaggiavamo per i paesi più piccoli e belli che io avessi mai visto.  Il tempo passava velocemente, ma durante quei pomeriggi sembrava non passare mai.
    L'Istria mantiene il suo fascino anche con la pioggia, ma i miei genitori non vedevano il senso nell'uscire di casa durante i pomeriggi ricoperti da un cielo grigio che metteva ansia. Non ero mai stanca di scoprire cose nuove della terra in cui mi sentivo a casa e protetta, perciò scendevo per le scale, andavo da mia nonna e mi facevo raccontare le storie della sua infanzia e di come ha vissuto lei l'ambiente  che conoscevamo tutte e due così bene.
    "Co jero mi picia, credime, che tutto sto schifo non jera. Non jera tutti sti auti, ste fabbriche e cusì tante case come oggi. Ghe ne jera poche e tutti conoseva tutti, se se jutava a vicenda. Non gavevimo nianche tutti sti lussi che gave voi oggi. Per andar a scola, dovevo camminar bona meza ora, ma non me ga mai dispiazù far tutti quei chilometri. Per strada incontravo i mii amici e fin scola se la contavimo, de cos che gavemo fatto el giorno prima. De estate non ne menava nisun al mar per far el bagno. Se metevimo d'accordo e andavimo tutti insieme zo in valle per rinfrescarse nel fiume. I muli se ciogheva drio le cane de pesca e se i ciapava qualcosa per cena magnavimo pesce fresco. Dovevimo lavorar e jutar in campo, ma credime che gavevimo più bella infanzia noi de quella che podarè mai gaver."

Ero piccola e non capivo bene cosa intendeva con l'ultima frase, con la quale finivano tutti i suoi racconti, ma crescendo so cosa volesse dire. Guardando le foto di una volta sento il desiderio di voler abitare in un paese ancora così tranquillo e incantevole. Vedo l'immagine dei miei nonni con i loro amici che, sorridendo, stavano sulla strada che conoscevo benissimo, alla quale è affacciata la mia casa, ma era tutto così diverso da oggi. La strada non asfaltata, la stazione delle corriere era sostituita da folti cespugli di more e gli unici vicini che avevano erano la coppia di vecchietti che ci vivono ancora oggi.
    "La gente non jera cusì stresada, non i pensava solo sul lavor come oggi. Co vedo tuo pare me se alza subito i cavei. El vien dentro de una porta, el se senta cinque minuti per pranzar e za el sparisi fora dell'altra porta. El mondo sta andando sempre in peso. Non ti trovarà più giovani che se incontra de nascosto, che scampa de casa durante la notte per veder la persona che ghe piazi. Cos te par come se vedevimo mi e tuo nonno? Lui vigniva de Cittanova, mi de Crassiza e via zo in valle. Non jero come ti che ghe portavo za morosi in casa, NON DOVEVO!" Sono queste le cose di cui mi parla oggi, e devo darle ragione. Ho diciasette anni, ma non faccio le cavolate che mia nonna sospetta che io faccia. Mi sento come se avessi saltato la parte più bella e divertente della mia vita, o come se non l'avessi vissuta al massimo. Siamo troppo a contatto con i problemi degli adulti per poter vivere spensieratamente.
    I nostri nonni ci raccontano di una vita più bella e di un tempo che non tornerà più. Un tempo in cui i bambini erano solo bambini, e nessuno pretendeva qualcosa di più da loro.

 

 

motto UNO PER TUTTI  E TUTTI PER UNO!      

                                                Mateo Sirotich   -   Classe IV  Liceo Scientifico - matematico 

                                                Scuola Media Superiore Italiana “Leonardo da Vinci” Buie

                                                 Insegnante: Larisa Degobbis

 

I nostri veci ne conta -I nostri nonni ci raccontano
 
Corsi giù dalle scale di casa e presi il guinzaglio. Falco mi corse subito dietro appena udì il tintinnio di quella catena ormai arruginita. Attraversai il cortile pieno di foglie cadute da poco da quel ippocastano malato e lui era già seduto davanti al portone d'entrata, scodinzolante ed ansioso di avventurarsi di nuovo in quel mondo già scoperto. Aprii il portone e lui sgusciò fuori. Percorsi quei venti metri che mi separavano dalla casa accanto per poi fermarmi all'entrata e suonare il campanello. Mio nonno, non abituato a queste „stramberie dell'era moderna“, come le chiamava lui, non rispose al citofono, ma si affacciò alla finestra e con quella sua voce bassa e rauca gridò:
-„Cos' ti vol?“
-„Demo far un giro che ze bel tempo, che no te faria mal un poco de aria fresca“, dissi io, anche seguendo le direttive di mia nonna di portarlo fuori all'aria aperta per alleviargli i dolori di una malattia ai polmoni.
-„Ala, des rivo, solo che ciogo la bareta“. In realtà quella era una scusa per tirare un sorso di grappa dalla sua „riserva speciale“.
Dopo cinque minuti di attesa, finalmente arrivò. Aveva il fiatone, che, con i settantacinque anni che si portava in spalla, giù per quelle scale traballanti di casa sua, non era nemmeno da stupirsi. Aveva addosso quella sua tuta da lavoro blu ed il cappello in testa. Credo ne avesse a migliaia di tute del genere nell'armadio, come ogni persona sopra i sessant'anni in Istria. Non so da dove le abbia avute, ma erano uno di quei dettagli che se ne fosse rimasto senza sarebbe stato una persona a me totalmente estranea.
Non potevamo però partire senza il biscotto del mattino che nonno portava per Falco. Era diventata una routine senza la quale la giornata non poteva iniziare. Ci incamminammo verso il prato vicino a casa: l'uno accanto all'altro, con Falco che annusava ogni cosa da una parte della strada all'altra. Era una camminata lenta. Cercavo di tenere il suo ritmo aiutandomi con il rumore del suo bastone fatto in casa.
-„Nono, cos' ti faria ti senza 'sto tuo baston dela veciaia?“
-„Fio mio, 'sto baston dela veciaia, come ti lo ciami ti, ze tuto per mi. Lo uso anche per cambiar canal sula television, che quela scatoleta me ze mi tropo complicada per usar.“
Mi scappò una risata. Le risposte che uscivano da quella testa vissuta mi stupivano sempre, poi continuò: 
-„Ti te ricordi come iera qua finche ancora non iera tute 'ste case?“
-„Ma nono, come poso ricordarme se le ze qua de quaranta ani, a mi ghe ne go pena diciaoto!“
-„'Sta mularia... Ben, te conto 'lora..“
Mi piacevano molto le sue storie: parlava così lentamente che mentre raccontava una cosa, ricordava dettagli che a me o a chiunque altro sfuggirebbero e poi cercava di metterli assieme in una frase che non aveva né capo né coda. Ma riusciva comunque a farmi immaginare perfettamente ogni situazione che raccontava.
-„Ti sa che la tera, dove che ze deso l'hotel, iera de tua bisnona?“
-„No savevo questo. E come mai la ga vendù?“
-„No ze che la la ga vendù. Ti sa, in tei mii tempi tuti se conoseva e tuti se fidava dei altri. Per questo la gaveva ciapado 'sto toco de tera de una famiglia che ze andada in Italia durante l'esodo e el comun la voleva comprar, ma za che no se trovava i proprietari, i la ga comprà dal stato.“
-„Ma alora ghe ga lasa la tera solo 'a parola'?“
-„Si... Ma va ben, no voio anoiarte con 'ste robe. Dai che te conto come iera bel quando qua iera solo campagna e niente altro.“
Avevamo fatto sì e no un centinao di metri ma lo vidi subito che aveva di nuovo il fiatone e lo invitai a sedersi su una panchina al ciglio della strada. Falco ci raggiunse poco più tardi, dopo aver fatto un giro di perlustrazione nei dintorni e si sedette vicino a lui, guardandolo con gli occhi da cucciolo bastonato. Gli appoggiò la testa sulle ginocchia. Sembrava che volesse approfittare di ogni momento per stare a fianco del suo vecchio padrone. Nonno lo accarezzò. Quelle sue mani rugose e callose, rovinate dal tempo e dal lavoro, mi fecero ritornare in mente quei momenti quando lo vedevo lavorare nella sua officina, che in realtà era la cantina di casa, soltanto un po' atrezzata. Ricordo ancora i giocattoli che mi costruiva quand'ero piccolo: gli archi e le frecce e le spade di legno, oggetti così semplici ma che mi facevano vivere avventure indimenticabili.
Gli lasciai prendere un po' di fiato e poi chiesi:
-„E cosa iera qua, al posto dei campi de tenis?“
-„Qua iera un grando pra' e solo un picio toco de tera coltivada. La iera de Nino, nostro vizin. El gaveva patate e un per de file de uva.“
Fece una brese pausa e poi continuò: -„Ghe iutavo sempre co' iera tempo de vendemia e el me dava, ogni volta, un cesto de uva per portar casa.“ Poi mi guardò e mi disse con un sorriso: -„E nianche el suo vin no iera mal!“
-„ Ma quanti ani ti gavevi quela volta?“
-„ Iero anche più ziovine de ti: quindezi me par.“
-„ E za ti bevevi?“
-„ Iera altri tempi quei, fio mio. Come ti pensi che fazevo dormir tuo pare?“
Gli risposi soltanto con un sorriso. Continuai a guardarlo. Lui spostava lo sguardo di qua e di là guardando quei luoghi con nostalgia. Il ricordo dei tempi passati, della sua giovinezza e di quell'età quand'era ancora forte, gli mancavano. Glielo si leggeva negli occhi. Mi piaceva, però, quello sguardo. Anch'io vorrei guardare il mio passato in questo modo: senza rimpianti, ma con nostalgia dei bei tempi vissuti.
Ripartimmo, di nuovo a passo lento. Io lo seguii quando girò lungo la stradina sterrata che portava al pineto dietro a casa. Ad un tratto si fermò. Stava fissando un masso che sbucava dal terreno.
-„ Qua go portà tua nona, tanto tempo fa“, disse, -„ E qua, me go inamorà per la prima volta.“
-„Te manca quei tempi?“
-„No, ma son felice che i xe sucesi.“ Si vedeva però la nostalgia nei suoi occhi. Nostalgia di quella passione che aveva da giovane e la voglia di viverla di nuovo, anche se sono sicuro che era felice di come quegli eventi si erano sviluppati.
Ritornammo in strada, tra le macchine. Girammo l'angolo ed fummo già davanti a casa sua. Lo accompagnai fino al portone d'entrata.
-„Ciao nono!“, dissi.
-„Ciao fio mio!“, rispose lui.
Lo guardai avanzare verso casa. La nonna stava spazzando il cortile. Lui le si avvicinò e la baciò su una guancia. Poi entrò in casa. 
„Uno per tutti e tutti per uno!“
 
 

Motto RAIKIRI95                       Andrea Končar   -   Classe III Liceo Generale 

                                                    Scuola Media Superiore Italiana “Leonardo da Vinci” Buie

                                                    Insegnante: Larisa Degobbis
 

I nostri veci ne conta – I nostri nonni ci raccontano
 
    Un bel giorno estivo, dopo aver tagliato l'erba, vidi mia nonna scendere dalle scale con in mano un sacco dell'immondizia. La fermai e le dissi: „Nona, no sforzarte! Lascime mi il compito de portar le scovazze.“ Lei, con un sorriso stampato in faccia, mi rispose: „Bel mio fio, grazie tante! Go visto che ti taiavi l'erba e no volevo stancarte ancora de più.“ Le tolsi il sacco dalle mani, mi incamminai verso il contenitore dell'immondizia e le dissi: „No farme rider! Mi son giovine e poso far tante robe, no me stanco facilmente, son pien de energie. Comunque va prontar caffé perché co torno vegno far una ciacolada con ti.“


    Dopo esser ritornato, andai da mia nonna. Entrando in caso, la prima cosa che ho percepito è stato il profumo di lavanda mescolato al profumo di caffé. Mi sedetti a tavola, sulla quale c'erano due tazze di caffé fumante, e chiesi a mia nonna: „Nona, ti me conti come iera viver quando ti ti gavevi i mii anni ?“

 

Lei, stupita, ma sempre con il suo sorriso raggiante stampato in faccia, mi disse: „Hahaha! Che domande te me fazi! Fio mio, la mia gioovineza no la iera bela come la tua. Per prima roba, no andavo scola. In quei anni, le prime quattro classi dela scola elementare iera obbligatorie per tutti, ma, una volta finide, solo i masci i andava avanti a studiar. Iera famie povere, e tutta la speranza della famia la andava sul fio mascio. Cusì mi ghe iutavo a tua bisnona a far i lavori de casa: forbivo per terra, lavavo i piatti, stiravo e cusì vanti fino l'ora de pranzo. Dopo el pranzo se andava iutar in campo o se portava pascolar le ermente. De sera no iera internet e tutti sti ordigni che gavè voi oggi, noi guardaimo la television e dopo a una certa ora se andava dormir. Cusì pasava i mii giorni, fino a quando no go incontrà tuo nono e deso semo qua a parlar de ste robe.“ Io rimasi strabiliato da questo racconto e le dissi: „Ti ga ragion! Voi no gaveivo sta tecnologia, ma saveivo come divertirse, invece noi solo ghe scurtemo la vita al nostro cervel. Grazie per la bella storia e grazie per il caffé.“ Mi alzai e lei mi disse: „ De niente, fio mio. Me piaxi parlar dei mii ricordi. Te voio ben!“


    Prima che io potessi rispondere, tutto svanì: il tavolo, il profumo di caffé, mia nonna. Mi ritrovai nel mio letto e capii di aver sognato tutto. Mi alzai e mi recai in città. Quando sono arrivato in città, comprai un'orchidea, il fiore preferito di mia nonna, e mi recai al cimitero. Arrivato alla sua tomba, misi il fiore sulla lapide e, in lacrime, le dissi: „ Anche mi te voio ben, nona!“
 

 

Motto MAKIVESNA                        Marija Marković   -   Classe III

                                                       Ginnasio Cattaro/Kotor, Montenegro

                                                                        Insegnante: Slavica Stupić

 

  Ho letto un libro che ha lasciato un profondo segno di me

C'e un libro che mi ha fato riflettere, prima di tutto. Si tratta di "Il piccolo principe" di Antoine de Saint-Exupéry. Devo ammettere che non avevo proprio capito questo libro quando era lettura obbligatoria, nelle elementari. Mi sembrava un po' noioso, senza storia vera.
Ma qualche tempo fa' per puro caso un caro amico me l'ha fatto leggere di nuovo, e ho scoperto un mondo tutto nuovo leggendolo. Si rivolge in apparenza ai bambini, ma, come dice la dedica dell'autore, si rivolge agli adulti in quanto sono stati bambini.
Cerca di trasmetterci un messaggio d'amore, ci insegna ad amare, di un amore universale.
Il capitolo che mi ha colpito di più e quello che parla d'amicizia e d'amore: "- Che cosa significa "addomesticare"? Chiese di nuovo il piccolo principe.
 - E 'una cosa da molto dimenticata,' disse la volpe, significa "costruire ponti ..."
- Creare collegamenti?
-Certo, vedrai, 'disse la volpe. Tu non sei per me ancora, ma un ragazzo uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno. Non hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l'uno dell'altro. Voi sarete per me unico al mondo, per voi sarà unico al mondo ..." L'amicizia, come amore, e molto fragile, e bisogna costruirla, non viene sempre da sola. Qualche volta e' difficile, devi metterla tutta per conservarla. Soprattutto al giorno d'oggi, avere degli amici è una cosa importante, visto che di solito si possono contare sulle dita di una mano, dobbiamo cercare di mantenerli nel tempo, curando l'amicizia come se fosse un fiore delicato. Come una rosa, che ha curato ili piccolo principe.
Finirò con la frase più importante del libro, sperando che spieghi perche questo libro forse non ti cambia la vita, ma di certo ti fa cambiare l'anima:
"Non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi"