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13° Concorso Letterario Internazionale
MAILING LIST HISTRIA 2015

Sezione A

 

Temi premiati elementari
 

 

Mailing List HISTRIA – Elementari – Lavori individuali  – Categoria “ a “, sottocategoria “ 1  - 1° ciclo":

 

1° PREMIO   ECIO                                                   Eric Pamić  
                                       Classe IV Scuola Elementare Italiana “Giuseppina Martinuzzi” Pola

                                                 Insegnante: Ester Contossi

 

Motivazione: Eric, “mulo polesan”, sa le conte ed i giochi di una volta e gli piace poter dividere questo sapere antico con i suoi amici. Impresa non sempre facile perché molti sanno soltanto il croato ma lui è testardo e, almeno a scuola, può ancora "zogar in dialeto"... beato lui !!

Me presento 

Bongiorno, me ciamo Eric e son Polesan de Pola e ghe son proprio fiero. Go dieci ani e vado in scola italiana che ga un nome de dona e precisamente Giuseppina Martinuzzi. Go un mucio de amici e me giogo tanto con lori. Però a chi ghe voio più ben xè la mia maestra che la ga una pazienza dei Santi con mi; sì, son piutosto vivacin per usar un eufemismo e non me stufo mai de parlar tanto che la mia maestra me domanda se non me fa mai mal la lingua…
Come go nominà prima, vivo a Pola; la mia famiglia xè composta, oltre che de mi, de ancora quatro familiari e semo una bela grande famiglia e non se anoiemo mai. Go amici anche fora  de scola, però i fioi che sta soto casa mia non i sa el polesan e mi me dispiasi perché so tanti gioghi in polesan. Mi ghe cerco de imparar qualcossa, ma lori ridi come mati e ala fine me toca parlar croato. Vaghe ti spiegar che xè belisimo giogar e cantar le vecie filastroche in polesan come „El prete ga roto le zavate“ o „Xe rosto el pan“ o anche giogar a scinche… Per fortuna che in classe trovo ancora qualche anima che sa el mio dialeto…
Un mio difeto xè che son un poco testardo e  che voio gaver sempre ragion se no me rabio e fazo l' ofeso; però me passa presto perché me piasi star in compagnia e possibilmente al centro dell' atenzion. Per fortuna che tuti i masceti della classe i xè come mi e cossì semo tuti amici.
Adeso voio parlar dei mii svaghi: vado a nudar in piscina e a giogar la bala…sì, a calcio e tifo, se sa, per la squadra della mia cità che ultimamente non ghe va proprio tanto ben…me sa che mi e i mii amici doveriimo andarghe ad  aiutar.

Me par che me go ben presentà…saluti  a Voi da un „vero“ Polesan!

 

 

 

2° PREMIO  ASINA NINA                                    Alex Smotlak  
                                           Classe V
 Scuola Elementare Italiana “Vincenzo e Diego de Castro”

                                                                        Sezione di Sicciole

                                                                   Insegnante: Gloria Frlič

 

Motivazione: Protagonista è Nina l’asinella che al ritorno dai campi con un carro strapieno di fieno e tre bambini sopra, incontra uno sciame di calabroni che la pungono e lei dolorante e spaventata corre sbandando parecchio. Il padre, in bicicletta, segue temendo il peggio, ma la ritrova tranquilla e beata davanti all’osteria dove si fermano abitualmente per uno spritz. Racconto di nonna Antonietta

 

I nostri noni ne conta- i nostri nonni ci raccontano

Io ho due nonne. La nonna paterna si chiama Maria, ma tutti la chiamano Meri e abita a Dolina. Con lei parlo in sloveno. Molte volte mi racconta di quando il mio papà era piccolo e di come erano freddi, quella volta gli inverni. La nonna materna invece vive da sempre a Sicciole. Con lei parlo in italiano, o meglio, in dialetto istroveneto. Si chiama Giuseppina, ma tutti la chiamano Pinuccia, perché in famiglia c’erano tante zie che si chiamavano Giuseppina come lei. Spesso nonna Pinuccia mi racconta com’era la vita quando lei era piccola e andava a scuola. Le classi erano molto grandi e non c’erano caloriferi, ma grandi stufe a legna che fumavano in continuazione e affumicavano tutti i bambini. Per questo motivo, anche se faceva freddo,  aprivano spesso le finestre. I pavimenti erano fatti di tavole di legno e la bidella, ogni sabato le “lucidava” con il petrolio. Non vi dico la puzza che c’era in classe il lunedì, quando ritornavano a scuola. Anche in inverno dovevano tenere le finestre spalancate.

   Quando ritornavano da scuola dovevano aiutare i genitori nel lavoro nei campi. Il papà della nonna si chiamava Antonio, ma tutti lo chiamavano Antonietto. I suoi campi erano sparsi in tutta la valle di Sicciole e fino a sotto Castelvenere. Ogni pomeriggio, dopo aver finito il lavoro nella miniera, prendeva i figli: mia nonna, sua sorella Bianca  e suo fratello Guido e partivano verso uno di questi campi. Lui ci andava in bicicletta, mentre i bambini lo raggiungevano con il carro tirato dall’asinella Nina. Un giorno dovevano raccogliere il fieno in un campo verso la valle del fiume Dragogna. Lavorarono tutto il pomeriggio con forche e rastrelli. Dopo aver raccolto tutto il fieno, lo caricarono sul  carro  e  lo  legarono   bene   con  delle  corde. Il mio  bisnonno  fece   salire  i  bambini  sopra  il  fieno e partirono verso casa: lui in bicicletta e  loro  in cima al fieno, sul carro, con le briglie in mano. Dopo un po’ di strada, il carro urtò un salice e ne uscì uno sciame di calabroni. Alcuni di essi punsero l’asina che, spaventata e dolorante, iniziò a galoppare in tutta fretta. La strada era polverosa e dietro al carro si alzava un nuvolone di polvere bianca. Il carro ondeggiava a destra e sinistra e i bambini, per non cadere, si tenevano stretti alle corde che legavano il fieno. La corsa - galoppo proseguì da Sicciole fino a San Bortolo e non si fermò nemmeno quando furono sull’asfalto. Per fortuna Nina era abituata a fermarsi ogni giorno davanti all’osteria di San Bortolo, dove il nonno si fermava a bere uno spritz. Anche quel giorno l’asina si fermò proprio davanti all’osteria e la sua folle corsa finì lì. I bambini, ancora tutti sudati, impolverati ed impauriti tirarono un sospiro di sollievo. Quella strana avventura era finita senza grossi danni (a parte un bello spavento).                     

 

 

 

3° PREMIO  GATTINO                                       Mattea Glišić Rota   
                                                     Classe II Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei”

                                                               Sezione Periferica di Bassania

                                                               Insegnante: Carmen Rota

 

 Motivazione: Una bella presentazione quella della nostra piccola Mattea, dai buoni geni matematici, con tanti simpatici animaletti, con due dentini in meno ma con tanta, tanta fantasia … Brava!!

 

 Tema: "Mi presento"

Io mi chiamo Mattea e so cucinare molto bene. Io ho il compleanno l'otto gennaio e sono nata nel 2007 a Fiume. Ho 700 000 giocattoli. A scuola ho solo 4 e 5 dei compiti. Io sono bravissima di matematica peró non la amo anzi la odio. Sapete perché sono brava di matematica? Perché ho i geni di mio zio Fabrizio, ho anche gli occhi verdi e i capelli uguali a lui.
Di carattere sono un po' permalosa.
Mi piace giocare con la mia gatta Kitty e la mia cagnolina Milù.
Io e mia sorella maggiore Federica facciamo le case per le bambole sulla fighera di mio nonno. In cima all'albero mio papà ci costruisce la casa sull'albero per me e mia sorella.
Io do da mangiare alle mie galline acqua con granoturco. Loro sono le mie clienti preferite quando giochiamo al ristorante. Ieri ad esempio hanno fatto la guerra per mangiare i chicchi della pannocchia mescolati ad acqua ed erba. Per sbaglio le mie galline mi hanno beccato il dito tre volte, però a mia sorella la gallina bianca le ha beccato il dito che le faceva male da morire.
A me piace andare in campo col trattore o a piedi perché é distante un chilometro e io corro giù per la discesa con le pietre e salto sulle pietre.
In campo vado sulla čeka* che è molto alta. Lì ci sono tanti asparagi e io li raccolgo per la mia mamma.
Ieri ho fatto una torta di fango con Federica, da mangiare per il mio coniglio.
Mi piace il gelato di vaniglia e di fragola. Io mangio anche un quintale di Čokolino.
Due giorni fa di sera mi sono caduti due denti che si chiamano un canino e un premolare e tutte e due nello stesso momento! Me li ha cavati mia mamma. Sono stata tanto coraggiosa. Adesso ho i buchi perché i denti erano vicini e la fatina dei dentini mi ha portato i soldini  nel letto.
Vorrei raccontarvi un sogno che ho fatto questa notte. È cominciato così: eravamo allo zoo e ho comprato 32 conigli, ma non costavano niente. Ho visto il serpente corallo. Mia sorella aveva fatto il budino bianco alla vaniglia e io ho leccato il budino che era ruvido. A me era strano che il budino fosse ruvido e ho leccato di nuovo ma quando mi sono svegliata ho visto che non avevo leccato veramente il budino ma stavo leccando il mio peluche che ho nel letto, la mia nonna bruco.

 *čeka: torre di osservazione

 

Mailing List HISTRIA – Elementari – Lavori di gruppo – Categoria “ a “, sottocategoria “ 2 - 1° ciclo“:

 

 

1° PREMIO  NARIDOLA                  Fabiana Ferlin, Roberto Hrelja, Lara Jakominić, Chiara Leonardelli, Etan Perković, Paola Vasić

                                           Classe I Scuola Elementare Italiana “Giuseppina Martinuzzi”  Sezione Periferica di Gallesano

                                                                             Insegnante: Alda Piccinelli Cetina

 

tema in pdf:  NARIDOLA

                                           6 alunni

 Motivazione: bel lavoro di gruppo con tanti nonni “sgai” e bravissimi piccoli artisti che ne hanno illustrato i gustosi ricordi con dei deliziosi disegnini. Un lavoro che fa veramente piacere premiare. 

 

 

2° PREMIO   NADALINI              Classe I: Fabiana Ferlin, Roberto Hrelja, Lara Jakominić,  Chiara Leonardelli, Etan Perković, Paola Vasić

                            Classe II: Emanuel Capolicchio, Eni Vuković, Valentina Patrun, Manuel Peršić, Erika Pustijanac, Alessandro Gregorović,

                            Classe III: Mascia Deghenghi, Dorotea Patrun, Paola Pužar, Matteo Šterpin, Paolo Šterpin, Lara Zupičić   

                                      Classe IV: Irene Hrelja, Pietro Leonardelli, Noemi Matošević, Erik Šimunović

                                       Scuola Elementare Italiana “Giuseppina Martinuzzi”

                                       Sezione Periferica di Gallesano

                                                                          Insegnante: Sinajda Perković Matošević

 

tema in pdf: NADALINI

                                       22 alunni

 Motivazione: I pici della scuola elementare di Gallesano, 1° ciclo, hanno svolto un'impegnativa ricerca per non solo raccogliere le testimonianze ma rivivere il Natale di una volta, meno consumistico ma molto più sentito. Ricerca corredata da belle fotografie e da tanti brani nell'antico ma appropriato dialeto de Galesan. Bravissimi tutti i pici e brave le maestre. 

 

 

3° PREMIO  MOREDE                 Emi Čikada, Samilla Gagić, Chiara Giacometti, Nika Lenić,
                                               
 Erica Ostoni, Paola Peršić, Krista Noelle Rajko, Lana Skaramuca

                                                                                       Classe IV Scuola Elementare Dignano – Sezione italiana

                                                                         Insegnante: Fabiana Lajić

                                                 8 alunni

 

 Motivazione: Otto morede de Dignan favelando co i noni le scopre grandi tesori. I nonni sono i portatori della tradizione e non vanno messi da parte, brave.


tema in pdf: MOREDE

 

 

 

Mailing List HISTRIA – Elementari – Lavori individuali  – Categoria “ b “, sottocategoria “ 1 - 2° ciclo “:

 

 

1°PREMIO   JUVE                                                       Alex Ćetojević  
                                          Classe V
Scuola Elementare Italiana “Galileo Galilei” Umago

                                                      Insegnante: Cristina Sodomaco
 

      Motivazione: Grazie ai suoi splendidi familiari "Juve" entra in contatto con "Magazzino 18". Lo spettacolo gli chiarisce la storia del suo mondo istriano pieno di lutti e dolori, che mai più dimenticherà. Pregevole risulta la volontà del nostro autore di conoscere la storia, nonché la sua sensibilità, espressa peraltro in un italiano ben dominato.

I miei nonni raccontano

-        Simone Cristicchi? No xe quel che ga vinto Sanremo?-.

-    Si, ma lui el xe anca un ator che ga fato „Magazzino 18“-.

   

Tutto cominciò così, quando mia nonna, dopo essere tornata a casa da teatro, iniziò a parlarmi di uno spettacolo bellissimo intitolato „Magazzino 18“ presentato da Simone Cristicchi. Era molto emozionata.
Da quel giorno mi incuriosii molto il tema trattato, chiesi alla nonna informazioni di questo attore, chi fosse,
cosa facesse, perché trattasse proprio quel tema. Poi capii che l'argomento in questione era l' esodo.

     Mi raccontò che durante la Seconda guerra mondiale c'erano molti esuli. Lei ne conosceva molti, mi incuriosii molto e le chiesi se avesse dei ricordi della Seconda guerra mondiale. Mi disse che lei non era ancora nata, ma i suoi genitori le raccontarono che era un periodo difficile per la popolazione di tutto il mondo. Pensadoci un po', le chiesi se esistesse qualche libro o DVD perché il tema era molto interessante. Mia nonna mi regalò così un libro nel quale ci sono delle storie corte come ad esempio „La strage di Vergarolla“ e molte altre. Dopo aver letto il libro ho chiarito un po' le idee e mi sono fatto una visione sull' accaduto. La nonna mi aveva confermato che le mie idee erano più o meno giuste. Sapendo che mia nonna era andata a vedere lo spettacolo ero triste perché quello spettacolo volevo vederlo anch' io. Mia nonna mi disse di non preoccuparmi perché lei mi avrebbe raccontato quanto accadeva in esso. Ma io le dissi che andava bene, ma vedere lo spettacolo e farselo raccontare dalla nonna o da qualcun' altro non sono la stessa cosa,  non era quello che  volevo.

     Un giorno, mia nonna mi chiamò a casa sua dicendo che aveva una sorpresa per me. Io, tutto contento, andai a vedere di che cosa si trattasse. Quando la nonna mi disse che erano i biglietti per andare al Teatro Rossetti di Trieste a vedere l'opera di Simone Cristicchi intitolato „Magazzino 18“ scoppiai a urlare di felicità. Diedi cento bacini alla nonna ringraziandola. Quella sera era una delle sere più belle della mia vita. Nell' opera avevo visto la storia vista come voleva presentarcela l'autore. In scena vidi molte sedie e armadi che appartenevano agli esuli. L' opera parlava delle foibe, la strage di Vergarolla, il campo di concentramento ad Arbe e molti altri argomenti legati all'esodo. Mi è piaciuto molto che l' autore si fosse fatto aiutare dal coretto di bambini. Mi è anche piaciuta la fine soprattutto quando ho scoperto che dietro alle quinte c' era un' orchestra di cento persone. Ero molto entusiasta dopo aver visto quell'opera.

     Nel frattempo la nonna mi comprò un altro libro. Leggendo ho scoperto che molti esuli vennero uccisi. Il libro mi è piaciuto molto perché il linguaggio in esso era molto semplice e capibile, anche per bambini. Ho dedotto che Simone Cristicchi ha usato quasi tutte quelle storie che avevo trovato nel primo libro.

    

Un giorno vengo a sapere che la Comunità degli Italiani di Umago organizza un'uscita al Centro Raccolta Profughi di Padriciano e soprattutto al Magazzino 18! Vedere il Magazzino 18 era il mio sogno. La sera prima ero tanto emozionato che non ho dormito neanche un secondo. Venuti al C.R.P. di Padriciano, la guida ci spiegò che lì la gente viveva in una grande sala divisa da tappeti. Entrando in una sala, vidi molte sedie e armadi vecchi con le scritte delle persone alle quali appartenevano. 

     Il C.R.P. di Padriciano è un bellissimo museo molto interessante proprio perché troviamo rappresentate le camere con i tappeti. Dopo aver visitato il C.R.P. di Padriciano abbiamo proseguito verso il mio da sempre sognato Magazzino 18. Arrivati al Magazzino 18, abbiamo fatto delle foto di gruppo. Dopo di che, la direttrice dell' I.R.C.I. ( Istituto Regionale per la Cultura Istriano- fiumano- dalmata) Chiara Vigini ci ha parlato che le masserizie che si trovano lì sono cose che gli esuli hanno lasciato con la speranza di ritornare un giorno. Ha precisato che di magazzini ce ne sono anche a Venezia, Genova… Ha detto che le masserizie che si trovano nel Magazzino 18 all' inizio  appartenevano al Magazzino 26 e che poi, per problemi, vennero trasportate nel Magazzino 22 che poi venne bruciato. Da quel giorno in poi le masserizie si trovavano nel Magazzino 18. Ha detto che l' I.R.C.I. è molto importante per la manutenzione del Magazzino 18. Ha anche detto che il Magazzino 18 è stato ristrutturato perché stava per crollare. Dopo aver sentito il suo discorso mi sono un po' emozionato. All' interno del Magazzino ho visto molte cose tra sedie, armadi, vasi di porcellana, comò, letti ed altro, ma la cosa che mi ha colpito maggiormente sono stati i quaderni di scuola dei bambini. Ho visto molti quaderni e pensai che bei quaderni avevano i bambini di quella volta, ordinati. Questi quaderni mi hanno un po' scoinvolto nel senso che non avrei mai pensato di trovare dei quaderni lasciati dagli esuli nei magazzini. Camminando per il museo ho visto molte sedie, di tutte le forme, tutti i colori, ma la cosa più importante è che ognuna di esse aveva un proprietario diverso. Ho visto una bellissima macchina da cucire vecchia che mi ha un po' sorpreso perché era di ferro, non aveva nessun aiuto elettronico, era tutto fatto a mano. In tutto, il Magazzino 18 ha moltissime masserizie appartenenti a moltissimi esuli mai ritornati a Trieste.
     Dopo la visita al Magazzino 18 mi sono sentito gioioso per aver fatto quello che volevo, cioè aver scoperto in che cosa consistesse questo famoso „Magazzino 18“, felice per aver realizzato il sogno della mia vita.
                 Questa storia mi è piaciuta molto e sono orgoglioso dei miei genitori e della mia cara nonna Ornella per aver contribuito alla realizzazione del sogno. Ancora oggi ripenso alla vita difficile degli esuli e sono contento di aver conosciuto un pezzo di storia molto importante che mai più dimenticherò.                                                                                 

 

 

2° PREMIO   CROSS                                                       Manuel Bellè  
                                             Classe VII Scuola Elementare Italiana "Edmondo De Amicis" Buie

                                                                     Insegnante: Arlene Kauzlarić

 

Motivazione: Divertente tema in dialetto con il nonno, seguito dalla nonna, che raccontano episodi della vita di paese d'un tempo, dei loro semplici divertimenti, mai maliziosi e sempre vissuti tutti insieme. Stile scorrevole che si sposa bene con un dialetto vivo e vegeto appropriato al tema prescelto. 

 I nostri veci  ne conta

 Apena la maestra me ga asegna sto tema, za me go fato un mezo soriso tra mi e mi, go pensò.. adeso me speta un' altra longa ciacolada con mio nono. L' unico nono che go vivo ze quel da parte de mama e el ga 84 ani. El godi de otima salute fisica, solo le gambe no lo scolta più perché nela vita el ga fato tanta fadiga lavorando in campagna e anche in fabrica. Adeso el pasa le giornade sentà davanti ala porta spetando che pasi qualchedun per far la ciacolada, ricordando sempre i veci tempi. Mia nona ze sempre pronta a rimproverarlo che el ghe fa perder tempo ala gente. Ma ela, non la sa, che soto soto a tuti noi ne fa piazer scoltar ste vecie storie. Mi e i mii amici se femo dele ridade con lui perché el ga sempre la batuda pronta. De sicuro de giovane el sarà sta un bertoldo.
 A si che non andemo fora tema de dove comincio? I nostri noni ne conta sempre che una volta la vita iera più bela. No se gaveva niente, ma la gente iera più contenta. Za de fioi se incominciava a iutar la famiglia. Se andava a pascolar i „ciuri“ o le „vache“. Se li portava a imbeverar sul „calic“. Vignudi a casa se cenava tuti asieme, de solito: minestra, polenta, brodo brustolà o scroboli. Se se lavava in „cadin“ pena pena le man e i pii. Dopo se faceva i compiti soto el ciaro del lume a petrolio.
In quel epoca per le case no iera ne acqua ne luce. Finidi i compiti tutti a dormir in „paion“. La domenica inveze non se lavorava. Se se vestiva el vestito dele feste e se andava tuti a mesa, veci grandi e pici. Chi vigniva dei paesi intorno se portava le scarpe de festa in borsa e davanti ala ciesa i se le meteva. Una volta se portava asai rispeto per i preti, i maestri i per i dotori. Ogi inveze no se porta rispeto più per nisun. Dopo la mesa, vigniva el bel. I omini andava in ostaria a farse la partida de carte. Le done se fermava in piaza a ciacolar e i giovani andava al balo che se svolgeva de dopopranzo sul „tavolazo“ davanti ala scola. E ze la' che naseva i primi amori.
Quasi ogni paese gaveva la banda che sonava per tute queste ocasioni. Se balava, se cantava e se rideva. Apena calava la sera finiva tuto e i giovini andava acompagnar le ragaze a casa e i piu fortunai i se ciapava anche qualche baseto. Dopo jera le varie processioni che se fazeva per la fiera, per corpus domini. Bandiere, santi, baldachini, candele, incenso. De tuto jera. Una dele feste che tuti spetava de festegiar jera el carneval. (Qualchedun anche per saziarse). Mio nono propio del carneval el ga un ricordo interesante. 
 De giovane come ogni ano con i sui amici el se prepara per andar in carneval. Vestiti fati in casa de strazi, visiere de carton e via lori, tuto el giorno in giro per i paesi a far baldoria e a ingrumar ovi, luganighe e vin. Che se capimo sempre e per tuto a pie. Insoma, bevi che te bevi el suo amico che portava el cesto dei ovi el se ga imbriagà, el ze casca e el ga roto tuti i ovi. Che disgrazia. Tuta quela fadigha per ingrumarli e adeso adio festa. Cosa far? Pieni de morbin che i jera e anche un poco brili i ga deciso de farghela pagar. Due de lori lo ga ciapà soto brazo e tuti i altri drio, vignindo verso casa a turno che i ghe dava „peiade“ per ricordarghe el dano che el gaveva fato. Ga dito mio nono che quel suo amico  nol ga mai più bevu vin in vita sua.
Mia nona, per sentirse importante anche ela, la vien sentarse in tola con noi e la cominzia: „Anche mi per carneval una volta quando jero fioi go combina una stagna. Mi e mio fradel voleimo andar in carneval ma mia mama no la ne voleva lasar perché jera la luna bona e ghe voleva andar in campo a impiantar l' aio. No jera cosa discuter. Via noi in campo tuti rabiadi. Cominziemo a impiantar e mai la fine. Ma ben presto ne ze vignu un' idea. Gavemo fato un buso un poco piu grando, gavemo svodà tuto l' aio dentro e via noi casa e in carneval. Contenta la mama e contenti noi. Quel ano pero' no gavemo ingruma neache un spigo de aio.  Dopo grandi ghe gavemo conta ala mama cosa che gaveimo fato."
 Nanche fini de parlar ela, nono taca subito con un altra storia. „Ti te ricordi che dispeti che ve fazeimo a voi ragaze quando andaivo cior l' acqua coi seci sula spina in piaza?“ „Tasi“ disi nona, „che ancora adeso me vien voia de darte un scapeloto per i dispeti che fazeivo. Ti devi saver, che tuo nono e i sui amizi i se scondeva drio la spina, i spetava che noi ragaze impinisimo i seci de acqua e se li metesimo in testa e apena se incaminaimo verso casa, lori, i saltava fora del scuro i ne fazeva ciapar paura e a noi ne se ribaltava el secio e se bagnaimo tute e lori, alo che i tacava rider come mati.“ 

Contandome ste storie i oci dei mii noni i se tuti lucidi e in facia ghe se ga stampà un soriso che quasi me gavesi piasù eser la con lori in quei tempi. Adeso pero' basta el resto ve lo conto la prosima volta. 

 

 

 

3° PREMIO   ZINZOLANDO                                              Anna Rosso  
                                             Classe IX Scuola Elementare Italiana “Vincenzo e Diego de Castro” Pirano

                                                            Insegnante: Romina Križman

 

Motivazione: "Frizzante lo svolgimento in dialetto di Zinzolando, che incuriosisce nella presentazione di un meraviglioso nonno che condivide con la nipote "le robe di una volta" importanti per la crescita, con l'acquisizione dei veri valori legati al mondo istriano"

 

   Traccia 1: “I nostri noni ne conta – i nostri nonni ci raccontano”

Sentadi sul mureto de la piesa con le gambe a pendolon

Me nono no sta mai fermo, lu sbisiga senpre qualcosa, anca quando el xe malà. No’l xe bon de farse do giorni de leto. El me dizi senpre che le forze ghe ven senpre meno, ma come vedo no’l mola mai. El dizi: “Se ronparà, ma no molo!”. El xe tacado a la sua tera come el simize sul can. Mi son tanto tacada a lu, che ormai lo conoso quando el ga qualcosa per storto o se’l xe contento; fato sta che lo go vudo visin da quando son nata. Me ricordo che de picia el me contava le storiele, magari tante le inventava sul momento e, pensandoghe deso, le iera dute sage. Cresendo, da le storiele e favole el xe pasado a parlarme de robe più concrete. Magari dei problemi de duti i giorni, del tempo, de le stagioni, de l’atmosfera, dei mestieri, de la storia magari quela più lontana visuda de nono, che mi no la rivavo capir, o meio viverla intensamente come la sfoiava lu con la logica e l’inpeto. Magari mi pensavo tra de mi: “Tanto a duti i veci ghe piazi contar le robe de una volta”.

Ogni tanto nono dizeva: “Bon bon”. Mi no ghe davo importansa a quel bon bon. Tra le altre robe che me ricordo con più sinpatia xe quando un giorno de marso semo andadi a sumenar patate. Quel giorno mi go voludo seminar la mia picia piesa, pochi busi de patate. Dopo un mezeto semo andadi senpre con nono a sapusar le piantine de patate che iera cresude. So che iero gelosa se qualchedun tocava le mie. E nono - daghe de novo - con el suo bon bon, fatto sta che sentivo mio quel toco de tera che gavevo lavorado con tanta lena e amor. Anca el prodoto a la fine iera bon, anche se drio el mio lavor stava el lavor de nono che quando lu andava de solo in campagna el curava el mio seminado. A farla curta, rivemo a metà marzo quando nono va a podar i olivi a Strugnan sul giro. Ghe dizemo “sul giro” perché soto pasa la strada che colega Strugnan a Portorose e po vanti verso Pola e la fa un giro sai streto. Più tardi semo andadi con papà a portar el pranzo a nono e anca per iutarlo a portar fora del campo le frasche dei ulivi. Nono me contava che una volta con ste frasche se faseva le fasine che serviva per far fogo in forno grando dove se faseva el pan per duta la setimana. Adeso invese se porta duto in mezo ala piesa e dopo gaver ciamado i ponpieri al 112 e gavudo el permeso de far fogo, se fa un grande fogoron. Proprio quel giorno al momento del pranso, sentadi sul mureto de la piesa con le gambe a pendolon, lu che no pol star mai fermo - ecolo con un de i sui zogheti.

Pertera el ga ingrumà una manada de casete de cagoie e po el me ga sfidà a far centro su un paleto che stava inpirà a do metri de distansa. E chi ga vinto? ...Lu! Co iero più picia vinsevo senpre mi. Dopo gaverme dito almeno per do volte quel bon bon, mi ghe go domandà: “Nono, ma perché te son tanto tacà a sti tui campi?”. Nono no’l spetava altro e daghe con i sui raconti, le sue storie vivude.

El me fa: “Te vedi quela radiza de l’ulivo? E oltra a quela ghe ne xe ancora tante che lo tien sù e lo aiuta a vivi. Cussì xe anche con noi, sensa conosi le nostre radize, che saria i nostri avi, no savesimo chi semo, no sariimo nisun. Sti campi i iera de me papà e prima de me nono e ancora prima de bisnono e cussì via. La tera xe una roba nostra che la ne ga dà de vivi e la ne xe entrada nel sangue. Se vado via per un poco de tempo no vedo l’ora de tornar.

Nel 1965 fasevo el servisio militar a Belgrado e son vignù in licenza in dicenbre. Volevo rivar casa per el giorno de nadal, ma per farme dispeto el capitano me ga fato partir un giorno dopo, cussì che son rivado casa per San Stefano. Ma duto questo no ga gnente de far con quel che volevo farte capir. Anzi, ga aumentado ancora de più el desiderio de vignir casa. Col treno da Belgrado a Lubiana e po fin a Divacia. La go ciapà la coriera per Capodistria, ma rivadi dopo Herpelia Cozina, dove da la strada se riva vedi el golfo de Trieste e la costa de l’Istria, go comincià a sudar e in tel petto me ga comicià a bati el cuor cussì forte, ma cussì forte che me pareva che el se spacasi in do. In quel momento me son dovù ciapar con dute due le man su’l sedil davanti per poder calmarme. Eco, te vedi, questo xe l’amor per la nostra tera istriana.

 

  Mailing List HISTRIA – Elementari – Lavori di gruppo  – Categoria “ b “, sottocategoria “ 2 - 2° ciclo“ :

 

 

1° PREMIO  SCARPENE                                     Classe VI: Valentina Morožin, Chiara Rocco, Alessio Sponza

                           Classe VII: Lara Kercan, Nikea Cafolla

                                                      Classe VIII: Alessio Giuricin, Gaia Poretti                                                 

                                            Gruppo giornalistico della SEI:

                                            Scuola Elementare Italiana “Bernardo Benussi” Rovigno

                                                       Insegnante: Ambretta Medelin

                                           

                                                                                     Tema in pdf: SCARPENE

Motivazione: Una ricerca corposa sul bon vin istrian e sui pesci che se magna e il modo de pescarli, disegni e foto illustrano degnamente il tutto. Ottima l'impostazione

 

 2° PREMIO  TESORO NASCOSTO                                   Classe V: Doris Grubica

                        Classe VII: Karla Sorčić

                                                    Scuola Elementare Italiana “Bernardo Parentin” Parenzo

                                                    Insegnanti: Ester Grubica, Nikolina Velić

 

Motivazione: Con l’originale espediente di un’avvincente narrazione, i ragazzi alla ricerca di un tesoro nascosto, ci conducono per mano a scoprire i tesori ed i segreti della Basilica Eufrasiana di Parenzo, ci raccontano la sua storia, descrivono con cura le sue bellezze artistiche e ci inducono infine a realizzare che è la Basilica stessa il vero tesoro. 

 

Tema in pdf: La Basilica Eufrasiana di Parenzo

                                                    

 

  

3° PREMIO  LE TRE RAGAZZE                                 Matilda Vassalli, Morgana Vassalli, Maya De Matteo

                   Classe VIII - a  Scuola Elementare Italiana “Belvedere” Fiume

                                                 Insegnante: Roberto Nacinovich

 

                                                 Motivazione: un tema fantasioso e ben scritto che si legge tutto d'un fiato sino alla fine: bello avere nonni così fantasiosi e ragazzine così attente.

“I nostri nonni ci raccontano - storie e memorie del vostro passato familiare”

Nessuno parlava già da cinque minuti. Johnny Scheggia continuava a lanciare la pallina da tennis contro il muro provocando un rumore fastidioso, ma ormai, ci eravamo abituati da un po’. Erano circa le cinque e mezza, anche se il sole era ancora alto. Mi fissavo i mocassini sporchi di terra pensando a come fosse finita la partita.

“Hai finito con quella pallina, Scheggia?” sbottò Pellicina. In effetti quel suono cominciava ad essere davvero irritante.

“Perchè, tu hai di meglio da fare?” rispose quest’ultimo. Pellicina si limitò a guardarlo con aria indifferente e poi si girò di nuovo dalla sua parte. Tutti gli altri cercavano di riparare il pallone che Poloski aveva bucato. Così trascorrevamo le calde giornate d’ estate in quel parco vicino  casa mia.

D’un tratto, mentre ero ancora assorto nei miei pensieri, sentii un rumore grottesco. Mi guardai attorno, un po’ spaventato, ma piuttosto indifferente. Tutto era normale, quindi abbassai nuovamente la testa sulle mie scarpe. Poi, udii lo stesso rumore, sempre più forte e vicino. Mi sembravano passi, magari di un orso o qualche altro grande mammifero. Riflettei: quale animale si avvicinerebbe a dei ragazzi annoiati in un parco in pieno agosto? Era escluso. Dopo alcuni secondi, la panchina iniziò a tremare sempre più forte, fino a farmi compiere dei piccoli saltelli su di essa. Guardai a destra e a sinistra allarmato cercando di capire se anche i miei compagni sentivano gli stessi rumori. Iniziavo già a pensare a quali animali mi sarei trovato di fronte e al conseguente modo di scappare.

“Ragazzi, lo sentite?” dissi allarmato. Mozzarella alzò la testa: “Cosa?” .

Mi resi conto che ero l’unico ad aver udito quei rumori. “ Ma come?!” balzai in piedi, “ascoltate bene.”

Tutti cercarono di sentire qualcosa, alcuni tesero le orecchie, altri si alzarono tirandosi in punta di piedi, nella speranza di riuscire a percepire qualche suono. Silenzio assoluto.

Ad un certo punto, Pellicina non resse più le punte e atterò sul prato. Poi gridò: “ L’ho sentito!”. Ci girammo tutti verso di lui,  che ancora accovacciato con l’orecchio verso il prato ci faceva segno con la mano di copiare la sua posizione. “ Lo sento ancora, si stà muovendo.”

Quando finalmente tutti riuscirono a sentirlo, rimasero a bocca aperta. Lo sapevo io come loro: era il passo di un Troll. Era davvero molto strano e ci sembrava surreale, ma non poteva essere nient’altro. Noi ci credevamo, credevamo a tutte le creature fantastiche, ma forse un Troll era l’ ultima di queste che avremmo voluto incontrare. Cominciammo ad allontanarci lentamente. Dovevamo stare molto attenti e silenziosi: i Troll non possono vedere gli umani, quindi hanno un olfatto molto sviluppato. Ordinammo a Poloski di gettare immediatamente la caciotta che teneva nella tasca del pinocchietto. Non avremmo permesso a nessun Troll di mangiarsi un membro della Banda, anche se Poloski era un bersaglio piuttosto facile (aveva l’aspetto di un succulento bombolone alla crema). Dopo circa venti minuti che camminavamo, non avevamo ancora trovato nulla. La strada di sassi che portava al boschetto era sempre più buia e deserta. Io avevo una gran fifa, se mi fossi distratto solo per un attimo sarei rimasto indietro dal gruppo, e magari non avrei neanche più trovato la strada di casa. Forse non era stata una buona idea incamminarci verso il bosco. Cercai di non pensarci e aumentai il passo. Io ero il più piccolo della Banda, e per questo gli altri non mi badavano molto. Arrivati nel bosco ci sedemmo sul terreno pieno di foglie secche. Lì c’era molta più ombra e tirava un lieve venticello. Guardai l’orologio: erano le sei passate, la mamma mi avrebbe ucciso appena sarei tornato a casa, ma stranamente la cosa non mi turbava più di tanto.

L’ unico che non si era seduto e non aveva mai abbassato la guardia era Tony La Piovra, che annusava ancora l’ aria e si guardava intorno attentamente. In mano stringeva un grosso sasso appuntito che aveva trovato sul sentiero. Tony era il più coraggioso della Banda, e di certo il più avventuriero. Si allontanò a qualche passo da noi, quando ad un tratto non lo vidi più. Mi spaventai subito, e sbarrai gli occhi, ma mi accorsi che tutti erano accasciati per terra e non si erano accorti di niente. “Ra-ragazz…” non feci in tempo a finire di balbettare quell’ unica parola che sentii la voce di Tony irrompere tra gli alberi: ”Ragazzi, correte, presto! Venite a vedere!”

Tutti improvvisamente alzarono la testa e balzarono in piedi, compreso io. Che avesse davvero trovato un Troll? Non volevo andare, ma sono stato trascinato dagli altri che erano cosi entusiasti e curiosi. Ci recammo da Tony La Piovra che, con mio grande sollievo, non aveva trovato un vero e proprio Troll, ma la situazione mi allarmava lo stesso, dato che, ci ritrovammo a circondare letteralmente un enorme buco dalla forma di un piede. Sarà stato grande circa cinque metri, forse di più, ormai era sicuro: di lì ci era passato un gigantesco e affamato Troll.

Girammo intorno a quell’ enorme impronta per ore, cercano di studiarla e analizzarla nei minimi dettagli, ma ormai la paura era passata, tra noi regnava solo la curiosità ed il divertimento. Non volevamo più andarcene, ci sentivamo dei misteriosi investigatori, anzi no, degli avventurosi esploratori, oppure degli importanti scienziati, perché no.

Ci divertimmo molto ad immaginare di essere dei conduttori del telegiornale ed annunciare “avvistata presunta orma di Troll, sette coraggiosi ragazzini ci salvano la vita!”, oppure di indagare sull’ avvistamento di un vero Troll e circondare la zona nei panni di poliziotti professionisti, ma l’ unica cosa davvero incredibile in questo, è che nessuno sarebbe mai venuto a conoscenza di quell’ orma. Sarebbe rimasto il nostro segreto, il segreto della Banda.

 Erano circa le dieci e mezza quando, di soprassalto, mi svegliai confuso. Mi guardai attorno: mi trovavo nel bosco e tutta la Banda dormiva attorno a me; cercavo disperatamente di ricordare cosa ci fosse successo, ci eravamo persi?

D’ un tratto un ricordo riaffiorò nella mia mente: un orma gigante, diverse storie, tutta la Banda riunita. Finalmente, si svegliò Pellicina, anche lui confuso e disorientato. Che fosse successo per davvero? Ricordavo vagamente quell’ orma e, mentre pensavo tra me e me cosa fosse realmente accaduto, mi accorsi che quasi tutti si erano svegliati, solo Poloski continuava a dormire.

Pellicina mi guardò: “Troll.” Iniziammo a guardarci, un po’ stupiti, un po’ divertiti mentre sui nostri volti apparivano timidi sorrisi, lasciando per sempre in dubbio se fosse accaduto veramente o se avevamo semplicemente sognato.  

“E noi, quelle tre bellissime ragazze, quel giorno nascoste dietro i cespugli sbirciando quella banda così strana e nel mentre chiacchierando di pettegolezzi mangiando fette di pane e marmellata.” “Che bello nonna, raccontaci un’ altra storia!” “ e sentiamo nonna, com’era il nonno?”

“Oh, era il ragazzino più piccolo e dolce di tutta la Banda.”

E così finì anche quella giornata, mentre stavo accoccolata tra le braccia del nonno, vicino a mia sorella, in quel parco, quel solito parco in cui i nostri nonni ci narrarono l’ ennesima storia, forse la più affascinante di tutto il loro passato.