14° Concorso Letterario Internazionale
MAILING LIST HISTRIA 2016
Sezione A


Temi premiati
ML HISTRIA – Elementari – Lavori individuali – Categoria “ a “, sottocategoria “ 1 “:


1° PREMIO

motto ORCHIDEA                        Lorna Anna Novak

Classe VI  Scuola Elementare Dignano – Sezione italiana
Insegnante: Manuela Verk

Motivazione: "In una splendida prosa poetica l’autrice decanta la vita e le bellezze del suo luogo natio per lei il
più bello del mondo. Fasana viene presentata brillantemente nella sua realtà di vivace cittadina marittima"

Spesso vi è per ognuno un luogo speciale, in genere dove si è nati e vi si è trascorsa l’infanzia.
Qual è il cantuccio che parla al “tuo” cuore e spiega perché.

             In lontananza si sentono i gabbiani. Il vento con le foglie tra le vie strette. Le barche legate nel porto si dondolano al ritmo delle onde. Il suono delle onde è sempre presente come una melodia che suona di continuo. Il profumo del mare si sente ovunque. Il faro orgoglioso sta alla fine della diga e instancabile segue tutto ciò che succede intorno a lui. Sa di essere importante per tutti, ma in particolar modo, ai pescatori che ne hanno bisogno per ritrovare la via di casa. Questa è la mia Fasana. Viene descritta da poeti e viaggiatori come un posto pittoresco di pescatori, ma è il mio cantuccio che parla al mio cuore.

D’inverno tutto tace. Fasana è silenziosa. Sembra andata in letargo. Si possono solo sentire i pescherecci che arrivano in porto accompagnati dallo stridere dei gabbiani affamati. E’ tutto un po’ triste e malinconico. Il vento, la pioggia, la nebbia fanno di Fasana un posto un po’ cupo. D’estate invece Fasana è piena di rumori e profumi che si mescolano tra di loro. La gente viene e va, si meraviglia e si stupisce della bellezza unica di questo paese.

La mia casa è ad un passo dalla riva, si sente ogni rumore che proviene dal mare. Sedendomi davanti alla mia casa riesco a sentire tutto ciò che succede in riva. Si sentono i rumori della vita quotidiana della gente. Il mormorio delle persone che stanno nei bar, le risate dei bambini che giocano, la sirena del traghetto che parte per Brioni, il rombo dei motori dei pescherecci e il suono delle campane a mezzogiorno mi riempiono di ricordi che conservo con cura.

A Fasana sono cresciuta. I primi passi li ho fatti proprio in riva al mare. Le prime amicizie sono nate in questo paese per me magico. Tutto ciò che è legato al mio paese fa parte di me, di ciò che sono e di ciò che diventerò. Fasana è il mio luogo speciale che porto e custodisco gelosamente nel mio cuore.

 
2° PREMIO

motto PIRATA                                    Lorenzo Zanghirella

Classe IV - a 150 euro Scuola Elementare Italiana “Giuseppina Martinuzzi” Pola
Insegnante: Rosanna Biasiol Babić

Motivazione: Lorenzo nel suo racconto ci permette di camminare insieme al nonno per le strade di Dignano respirando la tradizione e gli usi di tipo veneziano, introducendo il dialetto istroveneto e l'istrioto. E' bello, suo tramite, ritrovare la cultura istriana.

Col nonno ho scoperto la  Dignano veneta

 Vivo a Pola ma sono sempre contento quando vado a Dignano, la terra dei miei avi. Lì c’è mio nonno e con lui molte volte vado in giro per le vie del paese. Oggi sono un po’ pensieroso. Gli spiego che a scuola dovrei descrivere la Dignano veneta. Il nonno si rassicura:

“Se ti vadi a Venesia e ti parli come con nono sta sicuro che tuti te capise. A Dignan ogni canton parla de Venesia.” Siamo in Calnova che è la via più lunga di Dignano. Il nonno mi fa osservare i palazzi e le case più modeste.  È vero, non avevo mai notato gli stemmi in pietra su alcune facciate e neppure le grosse teste i “mascheroni” scolpiti che sembrano vigilare le entrate. Qua e là si possono leggere frasi  e date scolpite nella pietra: 1680, 1400...

“Varda” mi dice il nonno,  ”de sto portigo se va in San Martin. Dignan xe fato de contrade”.

Prendono il nome delle chiesette che vi sorgono ( “perchè una volta la gente de Dignan gaveva grande tradision religiosa” dice il nonno) : San Giacomo, San Roco, San Zane, Sant’Antonio e xe anche San Lorenso. Altre portano il nome per la loro posizione: sul Pian,  Divatei, Portarol, Forno Grande.  

In “ Contrada de l’azì” c’è la casa dei miei bisnonni. “ Eco la casa de nona Rosa e de nono Zanito” mi racconta il nonno “ Xe una casa de contadini e lori ga sempre favelà”. È  nell’antica parlata di Dignano ormai quasi dimenticata che  il nonno mi dice:  “ Me maro la stava sempro in cuseina zouta la napa a cusinar sul fogoler. Co pensi a me paro, me par de vidilo ancura là, straco, in piantada in Terafeita o sui vulì de Marana con rento la maziera el so caro e i so sameri...  Ale ximo nanti.....”. Continuiamo così il nostro percorso per Forno grande.  Il nonno mi dice che non solo la lingua ma tutto a Dignano è legato a Venezia:

 “ Venesia ti la vedi anche nei  usi e nele tradisioni dela gente, nele nostre abitudini , nela nostra storia, nei canti e nei bali, nei nomi,  nella nostra cusina, nel toco de pan che  una volta se faseva in forno  e .....anche nel bon bicer de vin ”

  Ogni “cal” a Dignano porta in piazza. Davanti a noi appare palazzo Bradamante con la facciata decorata da una bella trifora. Il grande portone è sormontato da un mascherone. In alto l’orologio segna instancabile  lo scorrere del tempo.  Sulla sinistra il palazzo del municipio in stile veneziano domina la piazza.

Prendiamo la via che va verso il duomo.  É la via Castello fatta di pietra.  “Pensa a quanta gente  ga pasado per sta antica salisada” mi dice il nonno.   In via  Castello fa bella mostra di se’ Palazzo Bettica,  ”el castel” come viene  chiamato dai bumbari.  Il nonno mi fa vedere da una fessura del grosso portone il cortile con al centro  una bella “gisterna”. A Dignano al tempo di Venezia c’è n’erano molte : più di trecento. Erano importanti perchè l’acqua a Dignano scarseggiava. “Una tradision ligada al acqua xe la lisia” narra il nonno “Lavar la roba iera un lavoro sai pesante”.

Arrivati davanti al duomo di  San Biagio il nonno mi prende per mano. Poi guardano il campanile mi chiede “El ghe somia o no a quel de San Marco?” Ed io che a Venezia ci sono stato devo dire proprio di sì.

Il nonno mi ha insegnato anche una bella canzone: “ I dixi che Dignano no xe belo... “ Ma per me Dignano è affascinante perchè parte della mia vita è legata a questo luogo pieno di storia e di tradizioni. Sono orgoglioso di essere “bumbaro” come il mio papà e il mio nonno..

 

 3° PREMIO

motto MINION                         Alessia Antonaz

 Classe VII  Scuola Elementare Italiana “Gelsi” Fiume
Insegnante: Ksenija Benvin Medanić


Motivazione: I nonni, preziosa fonte di storia vissuta! Ascoltando la nonna, la nipote ci presenta, con maestria uno spaccato di vita nella città di Fiume dalla seconda guerra fino al giorno d'oggi: dalla paura dei bombardamenti alla tecnologia attuale. Bella la figura della nonna tecnologica in grado di stare al passo col tempo della nipotina!

"I nostri veci ne conta" – Storia e tradizioni della mia terra nei racconti di famiglia

 Io sono nata a Fiume, perciò sono appassionata della storia di Fiume e dintorni.  Vivo con mia nonna che mi può raccontare la storia della mia città ed ho scelto il tema della storia e delle tradizioni nei racconti di famiglia. Mia nonna mi racconta spesso della sua gioventù, di com'era la vita di tanti anni fa ed io l'ascolto con ammirazione. Lei è una donna anziana, ha appena compiuto settantotto anni ed è la persona ideale per raccontarmi com'era la vita a Fiume nel periodo della Seconda guerra mondiale ed il periodo dell'immediato dopoguerra che è proprio il periodo storico che sto studiando ora a scuola.

Un giorno ho deciso di intervistare mia nonna per capire com'era la vita di un tempo, quali erano le abitudini e come si sopravviveva durante la guerra. Mia nonna è nata a Fiume nel 1938. Fiume all'epoca era parte integrante dell'Italia. Anche se erano tempi difficili, mia nonna mi racconta di essere nata in casa, nell'appartamento nel quale viviamo tuttora che all'epoca era nuovo di zecca. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale mia nonna aveva appena tre anni, però ricorda benissimo le corse al rifugio mentre suonava l'allarme che indicava il pericolo di bombardamenti. Al ritorno dal rifugio, la prima cosa che passava in mente ai suoi genitori era la seguente: "La nostra casa è ancora in piedi?" Appena imboccata la strada per il ritorno a casa vedevano la casa ed erano subito felici. Mia nonna mi racconta che una volta ritornati a casa videro che tutti i vetri delle finestre erano in frantumi. Ciò è successo perchè le finestre erano chiuse e lo spostamento d'aria provocato dallo scoppio delle bombe cadute lì vicino aveva fatto scoppiare i vetri di tutte le finestre. Siccome i tempi non erano dei migliori, ci volle parecchio per sistemare e cambiare i vetri delle finestre, nel frattempo si dovevano accontentare del legno compensato al posto dei vetri. Questo è stato anche un bene. Durante il coprifuoco si dovevano spegnere tutte le luci in casa per non far vedere la luce agli aerei che bombardavano e mia nonna poteva tenere la luce accesa in casa visto che il compensato non filtrava la luce. Una cosa che mi colpisce è che durante la guerra mia nonna e la sua famiglia, come pure tutti i cittadini di Fiume, doveva essere sempre all'erta ed essere preparata per correre al rifugio. Mia nonna si ricorda che dormiva nel lettino e il suo papà faceva la guardia di notte per sentire l'allarme per primo. In quei momenti c'era poco tempo per prepararsi, ma lo zainetto con il necessario era sempre pronto e stava appeso sul lettino. Suo papà, il mio bisnonno che purtroppo non ho mai avuto la gioia di conoscere, svegliava tutta la famiglia e tutti iniziavano a correre all'impazzata per prendere un posto nel rifugio e arrivare prima che iniziassero i bombardamenti. Cessato l'allarme la vita tornava apparentemente alla normalità. Mia nonna mi racconta che doveva persino abbandonare la sua città natale per trasferirsi per un periodo a Ivrea in quanto tutti gli abitanti di Fiume erano stati sfollati e mandati in zone che non erano a rischio di bombardamenti. Il mio trisnonno aveva dei problemi di salute ed era rimasto a casa, però doveva nascondersi. Cessato il pericolo, la famiglia si è nuovamente riunita a Fiume.

Il periodo del dopoguerra è stato duro. Non c'erano generi alimentari e tutto quello che c'era da mangiare arrivava con i pacchi UNRA degli Americani. I pacchi UNRA contenevano burro di arachidi, uova in polvere, chewing gum, cioccolata ed altre prelibatezze all'epoca sconosciute nei nostri territori. Il sapore di tutto quello che si riceveva era ottimo, anche perché all'epoca si pativa la fame. Nel dopoguerra a Fiume e in Istria ci fu il grande esodo e la popolazione di Fiume è cambiata nel senso che molti Fiumani hanno optato cercando una vita migliore all'estero tra i quali anche molti amici di mia nonna. A sei anni mia nonna ha iniziato a frequentare la prima classe. In classe non c'erano, come ora, solo bambini di sei o sette anni, c'erano pure bambini molto più grandi di lei che lei temeva. Siccome a casa mia nonna parlava il dialetto fiumano, non consceva il croato ed è stato appena in quinta elementare che mia nonna ha iniziato ad imparare la lingua croata. Mia nonna è stata sempre brava a scuola. Dopo le elementari ha frequentato il Liceo classico terminando gli studi nel 1957. Mia nonna mi racconta che quando frequentava il Liceo le ragazze portavano la gonna e i calzini corti. Cominciava appena l'era delle calze nylon. Non so proprio come facevano d'inverno con la bora che soffia a Fiume.

Negli anni successivi mia nonna si è impiegata presso la ditta Ina che all'epoca era il colosso dell'industria petrolifera. Poi si è sposata, è nato mio zio, dieci anni più tardi è nata mia mamma. I tempi sono cambiati, la tecnologia ha fatto progressi da gigante, ma mia nonna è rimasta sempre la stessa, vera e autenica ed altruista come lo è sempre stata. L'era degli smartphone, di Internet e dei social non è la sua epoca, ma anche lei pian pianino ha iniziato a usare il cellulare. Per lei è sicuramente utile usarlo per essere sempre sicura di aver qualcuno in caso di bisogno e per me è utile che lo usi perché mi piace sentirla ed è come se l'avessi sempre accanto.

Dopo essere ritornata con la fantasia nel passato ascoltando il racconto di mia nonna faccio un salto nel presente e vado a vedere che c'è di nuovo sui social, un post dei miei amici o qualche altra novità per tenermi sempre aggiornata.

ML HISTRIA – Elementari – Lavori di gruppo – Categoria “ a “, sottocategoria “ 2 “:


1° PREMIO

motto EL FUTURO SEMO NOI

Mattia Aiassa, Ivano Baressi, Ania Capolicchio, 200 euro Katia Cossara, Vito Jakovljević, Nikolas Jevtić,
Nora Karaman, Giorgia Marsetič, Ilenia Ostović
Classe I Scuola Elementare Dignano – Sezione italiana
Insegnante: Fabiana Lajić

Motivazione: "Lavoro estremamente interessante svolto in modo scientifico da una prima classe, con disegni, foto e glossario di termini in dialetto, eseguito con il contributo degli anziani. L'elaborato, molto bello, affascinante e sicuramente originale lascia intravedere l’impegno di tutta una classe guidata con polso fermo."

 

Tema in formato Pdf :_"In cuzina de mia nona"


2° PREMIO

mottoTURISTI

Classe I: Beatrix Antonia Brajković, Dejan Denić,  Ilari Cindrić, Natali Blaškovic, Giovanni Brajko
Classe II: Damjan Blaškovic, Chrysel Eterea Marušić, Lana Kljajić, Aron Paoletić, Nino Miškulin, Manuel Vidonis
Classe III: Sandi Božić, Maximilian Alexander Brajković
Classe IV: Enea Topani, Gordana Garaj Denić, Alex Flego
Scuola Elementare Italiana “Edmondo De Amicis”
Sezione Periferica di Momiano
Insegnanti: Serena Kljajić, Branka Marušić, Dragana Savić

Motivazione: "Lavoro assolutamente impegnativo con una parte tecnica molto ben approntata, presenta la mappa, disegnata dai ragazzi, dei luoghi vicini a Momiano, con foto, disegni e testi di tipo turistico, dedicati soprattutto al vino. La mappa può essere percorsa in modo interattivo per accedere alle informazioni. Estremamente difficile da impostare, facile da usare.
Bello, bello, bello."

 

Carta interattiva:__"L'unione fa la forza"

 

3° PREMIO

motto SCOLARI
Mascia Deghenghi, Dorotea Patrun, Paola Pužar, 100 euro Matteo Šterpin, Paolo Šterpin, Lara Zupičić
Classe IV Scuola Elementare Italiana “Giuseppina Martinuzzi”
Sezione Periferica di Gallesano
Insegnante: Sinajda Perković Matošević

Motivazione: "Come ogni anno i pici de Galesan fanno incetta di premi strameritati. Questo tema di gruppo, bello
e divertente, dimostra il loro grande impegno e l'inesauribile ricchezza delle tradizioni del loro amatissimo paese.
Complimenti a tutti."

 

Tema in formato Pdf:___"I mesi a Galesan"


ML HISTRIA – Medie Superiori – Lavori individuali o di gruppo – Categoria b

 1° PREMIO

motto TRINACRIA                    Martina Scalia

 Classe IV  Comunità degli Italiani Crevatini
 Insegnante: Maria Pia Casagrande

L'autrice narra, con lodevole estro letterario, il dramma intimo di un'esule che riscopre la propria terra abbandonata tra le pagine di un album di famiglia, per troppo tempo dimenticato in soffitta. La maschera, che la ragazza di ieri ha indossato per nascondere i propri sentimenti, finalmente cade. La madre di oggi spera che i figli un giorno capiscano il motivo per cui il suo pensiero ogni sera era rivolto alla propria terra, l'Istria. Solo allora si renderanno davvero conto dell'importanza del ricordo delle origini.

LE MEMORIE DI FAMIGLIA E LE RICERCHE D'ARCHIVIO, DUE IMETODI PER RISALIRE ALLE PROPRIE ORIGINI...SAPERE DA DOVE VENIAMO È SEMPRE AFFASCINANTE.

Le memorie di famiglia e le ricerche d’Archivio, due metodi per risalire alle proprie origini….sapere da dove veniamo è sempre affascinante.È raro trovare un luogo dove ti senti bene, dove ti senti te stesso e che chiami casa. Altrettanto raro è desiderare di tornare nella propria città natale dopo anni nei quali hai agognato andartene.
Eppure io, che tanto avevo sognato di spiccare il volo e trovare la mia strada, mi ritrovavo seduta su una panchina in riva al mare, ad inspirarne l'odore e perdermi nei ricordi legati alle mie amate terre, alle giornate passate a leggere sotto i meli, a correre tra i campi di grano.
Mi mancava anche essere a casa a settembre, quando tutti -familiari e amici –ci rimboccavamo le maniche e andavamo a vendemmiare.
 Mi mancano gli ulivi, la terra rossa caratteristica del mio paese.
Mi mancavano i racconti di mia nonna la sera della Vigilia.
Mi mancavano le piccole cose, quelle che non ero riuscita a ritrovare da nessun'altra parte. Non è facile lasciarsi il passato alle spalle, così come non è facile lasciare i ricordi e le persone a te care.
Non è semplice costruirsi una nuova identità e una nuova vita. Dopo poco ti senti sopraffatto e più di una volta ti ritrovi a pensare che forse andartene, lasciare tutto ciò che avevi non era stata la scelta migliore.
Dieci anni dopo la mia partenza, o meglio, della mia fuga, mi ritrovavo tra le mani il libro di un autore che anni prima mai avrei immaginato di leggere al di fuori delle aule scolastiche.
ln questo momento, però, il caro Tomizza sembrava esser riuscito a trasmettermi qualcosa. E’ riuscito a dar voce ai miei pensieri.
"A frugare nella coscienza si trova sempre di aver trasgredito qualcosa."
Non è divertente come una sola frase possa colpirti a pieno, facendo capitolare tutte le menzogne che t'eri propinato fino a convincertene?
Ho una famiglia qui, un lavoro e persone alle quali tengo e che a loro volta tengono a me.
Ho pranzi da organizzare la domenica, escursioni in montagna da fare. Ho tante cose da insegnare ai miei figli e altrettante da imparare. Non si smette mai di apprendere cose nuove.
Mi dispiace però, di non poter far conoscere loro una parte delle loro radici: come si prepara la panadela o come fare una vera jota. Come potare una vite o anche mostrare loro i luoghi nei quali sono cresciuta. Non impareranno il dialetto né andranno mai ad una sagra paesana. Non conosceranno zia Marjeta né sentiranno le sue buffe storie.
Non andranno a scuola a Capodistria e non si sbucceranno le ginocchia a Pola giocando a calcio. Non faranno nulla di tutto ciò e mi sembra di far loro un torto. Come posso privarli di conoscere parte della loro storia?
E mi sento in torto con mio fratello e mia madre, che tanto sperano riavermi a casa e potermi riabbracciare.
Mi sento una vigliacca per essermene andata, per non esser tornata e per non aver fatto avere loro mie notizie quanto avevano desiderato. Una cartolina per le feste, una telefonata ogni seconda domenica. Un pacco speciale per i loro compleanni e basta.
Ecco cos'hanno avuto da me in dieci anni.
Quando me ne sono andata ero ancora una ragazza, troppo debole e codarda per sopportare ciò che ciò che la vita aveva in serbo per me. Così me ne andai, con un peso nel cuore troppo grande che ben  presto soffocai in una parte remota del cuore e della mente, sperando che non tornasse mal a galla.
Mi sento di aver violato ogni valore che mi è stato insegnato da bambina. Perché non sono accanto alla donna che mi ha donato la vita?
Quando la grande mietitrice verrà a prendermi, vorrei essere ricordata come una persona che sapeva amare e aiutare gli altri nel momento del bisogno; come la figlia, la nipote, la sorella, la moglie e la madre che ha dato tutto per vedere i propri cari sorridere.
Vorrei che si ricordassero di me sorseggiando il primo caffè della giornata e sfogliando l’ultima pagina di un libro prima di coricarsi a letto.
Invece non credo mi ricorderanno così e nemmeno me lo merito.
Sono scappata da una vita frenetica e sono stata una pessima figlia, nipote e sorella.
Ho cercato di compensare essendo una buona moglie e una buona madre, ma in questo momento mi sento vuota, come se quel peso che avevo cercato di reprimere fosse tomato per irrompere nella quiete creatasi negli ultimi anni.
Ogni sera i miei pensieri sono rivolti alla mia Istria.
Alle persone che mi hanno aspettata, altre volte sono le persone che mi hanno distrutto, che mi hanno fatto vivere le pene dell'inferno ad occuparmi la mente.
Ogni sera ripenso alla mia giornata e pian piano inizio a tessere le fila di ricordi e desideri legati alle persone a cui tengo o alle persone che mi hanno colpita.
Mi addormento con la speranza di rincontrare quelle persone nei miei sogni giacché il fato non me li fa incontrare da sveglia, ma nemmeno lì riesco ad incrociare i loro sguardi.
Quante volte ci diciamo di essere forti?
Che siamo stati troppo deboli, troppo ingenui?
Io tante. Puntualmente mi ripetevo di dover cambiare, di innalzare un muro, indossare una  maschera che nascondesse i miei sentimenti.
Per sfortuna o per fortuna forse, non ce la faccio.
Però molte persone sì, riescono a camminare a testa alta, lo sguardo fiero, le spalle diritte. Alcune volte riescono pure a convincersi di non essere quelle persone meschine, fredde o indifferenti che cercano disperatamente di essere agli occhi degli altri. Altre volte lo diventano davvero. Alcuni hanno imparato a togliere quella maschera una volta tornati nel loro rifugio personale.
C'è chi rimugina per ore e ore su ciò che gli è successo e chi continua la sua vita come se nulla fosse accaduto. Però alla fine arriva sempre quel messaggio, quel pensiero, quella canzone, libro, foto che ti fa venire un po'di malinconia che ti dilania.
Vuoi ritornare indietro, a quando potevi arrossire -dalla vergogna o dalla rabbia-, a quando potevi piangere, o ridere senza timore di far cadere una maschera che ti sta troppo larga.
Poi però....poi però la mente ti fa rivivere tutti i momenti, ti fa ricordare tutte le scorrettezze e i torti che hai subito, i momenti in cui ti sei rinchiuso in camera e hai urlato alle mura il tuo dolore e pensi che in fondo è meglio così.
Così, dieci lunghi anni fa feci la valigia e me ne andai, incurante delle preghiere di mia madre delle lacrime che aveva versato mia nonna, dello sguardo severo di mio fratello.
Solo ora, quando la mia mente -quella maledetta! -ha deciso di farmi ricordare che un tempo ero una semplice ragazza istriana, mi sono resa conto dell'errore che ho commesso.
Mi ero promessa di non essere mai una persona che non sono, eppure sono diventata la nemica di me adolescente. Vivo in una casa lussuosa, con persone che mi riveriscono quasi fossi una dama, dispenso sorrisi falsi a tutti. Per un periodo ci avevo creduto: avevo pensato di essere felice della vita che stavo vivendo e solo ora, solo ora! Mi sono resa conto di quanto infelice io sia realmente. Ho disobbedito a ciò che mi diceva il cuore e ora mi aveva punito. Nemmeno la mente giocava più dalla mia parte, ma anzi, mi faceva ripensare ai ricordi che avevo cercato invano di seppellire nei meandri della ragione.
Quel giorno corsi a casa, tolsi le scarpe e salii in soffitta. In un angolino, sepolto dalla polvere, vi era la valigia con la quale me n'ero andata da casa. La guardai per un secondo indecisa sul da farsi: davvero volevo aprirla, riscoprire il mio passato?
Feci un sospiro profondo dopodiché l'aprii.
Dentro vi erano album di fotografie, lettere, cimeli e vecchi libri che avevo rubato dalla libreria di mio padre. Trovai anche il mio diario e una boccetta con il profumo che usava la mia migliore amica; me l'aveva donato poco prima di partire, nella speranza che usandolo, mi sembrasse di averla sempre lì vicino. Inutile dirlo, non lo usai mai. Non perché non le volessi bene, ma perché quell’odore mi faceva ripensare a troppe cose che mi ero lasciata indietro nonché mi faceva ricordare gli errori che avevo commesso.
Presi l'album in mano. Pareva un archivio, con tutte le foto dei parenti e degli amici. Tristemente constatai che ormai pochi erano rimasti in Istria. Là, tra i colli, in un paesino chiamato Grisignana ebbe inizio la nostra famiglia. Cogli anni, man mano che i figli si sposavano ci eravamo spostati a Capodistria, Trieste, Umago,  alcuni si spostarono sino a Pola.
Con l'esodo, molti se ne andarono alla ricerca della fortuna in Canada, in Italia o anche in Germania e altri ancora, i più studiosi, si erano trasferiti a Zagabria o Lubiana per studiare.
Rimasero quattro fratelli. Il figlio maggiore, Aldo, rimase a Grisignana con la moglie, a coltivare le terre. I figli decisero di rimanere, pensavano che in quella piccola cittadina ci fosse la tranquillità che serviva loro per poter trovare l'ispirazione per i loro quadri e le loro canzoni.
Il secondogenito, Rino, scappò dal paese per andare in città, dove trovò una moglie. Il loro unico figlio purtroppo decise di andarsene in Spagna -aveva trovato l'amore e non voleva lasciarselo scappare.
Le più giovani sono mia madre Karolina e la zia Marjeta, che poverina non aveva avuto figli. Mia madre invece aveva dato alla luce tre figli. Io e mio fratello ce ne andammo, scappammo dalla nostra famiglia, togliemmo l'unica famiglia rimasta a nostra madre.
Solo nostro fratello rimase lì, con loro, a tenere uniti i rimasugli della famiglia Marsich. Si destreggiava tra lavoro, una madre infelice, una zia un po' folle e dei nonni malati, che si rifiutavano di prendere le medicine.
Sfogliando le pagine del mio diario invece, lessi della cotta della mia migliore amica per un mio lontano cugino, Mario. Anche lui purtroppo se n'è andato dalle nostre terre. Suo fratello Elia invece, aveva deciso di rimanere in Istria e aveva dato alla luce due piccole pesti che ora frequentavano la scuola di Verteneglio. Ormai andranno anche al liceo, però purtroppo abbiamo perso i contatti.
Chiusi gli occhi per un attimo.
Quelle pagine ingiallite non contenevano solo margherite essiccate o pensieri infantili ed innocenti, non raccontavano solo storie irrilevanti e non erano solo pagine intrise dell'odore di casa mischiato a quello della naftalina.
No, erano la testimonianza dell'esistenza della nostra famiglia, dei nostri pranzi di famiglia, dei bei momenti passati insieme e perché no, anche dei nostri litigi.
Avevo ritrovato una parte di me stessa, della mia vita e solo allora mi resi conto di quanto fosse importante quel paesino lontano in una regione sconosciuta ai più per la mia famiglia, per i miei figli soprattutto. Un giorno, se mai avranno domande sulle loro origini, non dovranno far altro che sfogliare quell'album, quei diari e quelle lettere per riscoprire un pezzo della loro storia.
E io, forse solo quando arriverà quel giorno, mi renderò davvero conto dell'importanza che hanno quelle terre per me.

 

2° PREMIO

motto ELEFANTE                   Martina Ban

 Classe IV - a Scuola Media Superiore Italiana Fiume
Insegnante: Emili Marion Merle

Elaborato scritto in maniera eccellente. Tratta in maniera delicata e struggente un tema difficile come quello dell'amicizia e dell'amore per il diverso, lo straniero, tema assai d'attualità. Purtroppo, come nel caso del racconto in questione, le convenzioni sociali hanno spesso la meglio anche sui sentimenti più forti e il pessimismo/realismo che traspare dalle parole dell’autrice così giovane lasciano un retrogusto di amaro in bocca.

Sul nostro Mediterraneo si è avuto uno scontro secolare tra la Croce e la Mezzaluna e in questi anni lo scontro sembra riproporsi nuovamente … ci sarà mai una via d’uscita?

 IL PONTE 

            Il ponte non si oltrepassava.

         Veronica sapeva tale legge meglio di qualsiasi altra, era la legge più importante del villaggio. Ormai, a nove anni, capiva che le storie di mostri e creature strane con le quali i suoi genitori cercavano sempre di tenerla lontano da quell'altra parte, non fossero vere. Il suo interesse per la parte mistica, sconosciuta del villaggio bosniaco che era tra l'altro il suo luogo nativo, aumentava di giorno in giorno.

Fu la curiosità ingenua che condusse Veronica al ponte quella mattina. La nebbia non le faceva intravvedere l'altra parte della sponda. La primavera, appena giunta nel villaggio, il vento mite profumato e i primi fiorellini la richiamavano a scoprire il mondo; la pietra abbandonata del ponte segnava il confine. Veronica, illuminata dai primi raggi del sole della mattina, stette in silenzio aspettando che la curiosità superi i livelli di paura e insicurezza che la ostacolavano nell'impresa. Dopo un po' l'aria fresca ripulì il passaggio scacciando la nebbia e la bambina si accorse di una figura che la osservava dall'atra parte del ponte. L'ombra sembrava pietrificata per qualche motivo, come del resto lo era lei. Nessuno si mosse per molto tempo e finalmente la persona sconosciuta fece il primo passo provocando un brivido in Veronica, e la costrinse a fare lo stesso. I battiti del cuore aumentarono mentre i passi dei due rallentarono con lo stesso ritmo fino al punto in cui era chiaro per Veronica che si trattasse di un ragazzino della sua età. Il suo livello di curiosità giunse al massimo e i due si guardarono allo stesso modo in cui un bambino osserva se stesso per la prima volta allo specchio. Lei pose lo sguardo nel suo e i suoi occhi scuri che fecero trasparire una traccia di insicurezza nella quale Veronica trovò conforto e qualcosa di intrigante, misterioso; quel ragazzino provocò in lei una voglia di esplorare il proibito, l'invalicabile.

           Veronica porse per prima la mano e si presentò; il fatto di incontrare una creatura simile a lei, dall'altra parte del ponte proibito, la eccitò e volle conoscerla.

Lui si chiamava Amir e aveva dieci anni. Si sedettero sul bordo del ponte, Amir trovò della cioccolata in tasca e gliela offrì. Incominciò così uno di quegli spensierati discorsi che soltanto i bambini sono in grado di fare, senza pregiudizi, dotati soltanto dall'interesse per scoprire nuovi mondi. Amir amava il calcio e i cavalli. Veronica era spassionata di cani e leggeva molto. Ambedue adoravano i dolci e l'arcobaleno. Da quel giorno in poi i due s’incontravano di nascosto e con regolarità. Per arrivare a scuola in tempo, partivano da casa prima del solito accompagnati dall'aria fresca dell'alba e s’incontravano al solito posto. Finivano il giorno dandosi appuntamento al loro posto segreto; ridevano e si divertivano e di sera si coricavano pensando a ciò che si sarebbero raccontati il giorno dopo. Divenne una sorta di abitudine e l'amicizia tra di loro si consolidava sempre più... 

Bussarono così alla porta i primi giorni d'estate e i due non videro l'ora di trascorrere le giornate assieme. L'ostacolo che li collegava era il ponte. Era ovvio che non avrebbero valicato l'altra sponda, avevano paura di andare contro la volontà dei loro genitori. Stavano benissimo lì, uno accanto all'altro, lontani dal male del mondo, due anime con la stessa voglia di libertà. La loro amicizia era l'unica cosa della loro vita che non rappresentava ostacoli e leggi. Vivevano in armonia, ma pur sempre tenendo segreti i loro incontri. A volte discutevano delle loro abitudini e capivano che la loro cultura non era la stessa. Ciò comunque non era un ostacolo bensì la loro diversità li univa, li completava, lasciando spazio allo scoprire ogni giorno qualcosa di nuovo.  

              Caddero le prime foglie. Le prime piogge d'autunno resero l'aria umida. Ciò non pose fine agli incontri. Un pomeriggio Veronica si rese conto del mal umore di Amir che, preoccupato, disse:’Ci ha visti mio fratello. Mi ha detto che se non la finiamo, lui porrà fine ai nostri incontri.''

Ciò non li ostacolò e due decisero di continuare con gli incontri che però divennero più radi, il mercoledì e il sabato mattina, all'alba. Giunse un mercoledì.  Il vento umido portava nell'aria una specie di malinconia. I due eccitati di rivedersi si abbracciarono al ponte come se fosse la prima volta. A un tratto sentirono dei passi, era il padre di Veronica che quel giorno l'aveva seguita sospettoso per le sue assenze. Furioso la condusse a casa e senza alcuna parola si avviò verso l'altra parte del ponte.
     Le famiglie dei ragazzi distrussero il ponte.I ragazzi finalmente scoprirono la storia del ponte. Le due parti del villaggio, una di maggioranza cristiana e l'altra musulmana, non andavano mai d'accordo e il ponte era la linea di separazione.

Veronica e Amir non capirono mai tale spiegazione, ritennero che la loro amicizia non centrasse con tale fatto spiegando che essa non provocasse alcun danno a nessuno. I genitori furono comunque contrari.  Dopo una lunga serata di polemiche e domande prive di risposte, Amir fuggì di nascosto e si sedette presso le rovine del ponte. Veronica fece lo stesso un po' più tardi. I due, disperati, cercavano un modo per stare insieme. L'unica via era il fiume. Senza pensarci molto, scesero al fiume che si era ingrossato per l'enorme quantità di pioggia caduta in quei giorni. Il gelido delle acque e le rocce scivolose non potevano ostacolare la volontà dei ragazzi ma una volta afferratisi per mano, non riuscirono, però, a combattere contro la corrente d'acqua che li portò via.
                            Quanta libertà deve essere sacrificata per sentirsi finalmente liberi? 

Nella storia dell'umanità si è da sempre stati testimoni di scontri tra popolazioni di religione, lingua e tradizioni diverse. L'assurdità più grande ancora è che si combatte a nome di credi che parlano di pace e fraternità e non tollerano la guerra e l'odio!
In questo caso gli adulti dovrebbero imparare dai bambini, che per loro natura non intendono queste diversità, ma hanno il cuore aperto... 
 

 3° PREMIO

motto TIGRE 16                        Petra Gruden

Classe II – m - Ginnasio Scientifico – Matematico  Scuola Media Superiore Italiana Fiume
 Insegnante: Gianna Mazzieri Sanković

La storia ha insegnato molto all' autrice di questo meditato e documentato lavoro, che rivive il dramma del nostro Esodo con toccante umanità e partecipazione e lo attualizza con un profondo senso di pietas.

Esodo, termine che abbiamo imparato a conoscere dalla Bibbia ma che, da quello Giuliano-Dalmata agli attuali flussi migratori, sta tragicamente segnando la storia dell’Umanità

             L'esodo è  la partenza volontaria di un gran numero di persone dal proprio paese, per motivi di lavoro, religiosi, politici, etici. Detto così, sembrerebbe un passo semplice e indolore, voluto da volontaria decisione. Noi invece sappiamo che non è proprio così. Dopo l'esodo più remoto, quello narrato dalla Bibbia, dove il popolo d'Israele lasciò l'Egitto per venir liberato dalla schiavitù, si susseguono nella storia umana altri simili spostamenti di persone dovuti principalmente a guerre ed a motivi economici e politici. Motivi che costringono intere famiglie di un paese ad abbandonare le proprie case e fuggire altrove in cerca di una vita priva di pericoli.

I nostri connazionali Giuliano-Dalmati, hanno subito alla fine della seconda guerra mondiale, il grande esodo degli italiani di Fiume, dell'Istria e della Dalmazia, che ha visto più di 300.000 esuli abbandonare le proprie dimore e il proprio paese. Si tratta di un numero imponente di persone che fino a quel momento, avevano avuto un'identità, un mestiere, una vita da vivere liberamente, per diventare poi desolati profughi diretti verso l'ignoto. Impaurite ed inquiete, le famiglie, portando le poche cose che si potevano permettere, si imbarcavano su apposite navi o altri mezzi messi a disposizione e, gettando un ultimo sguardo verso quello che era stata la loro vita e i loro cari, partivano incontro all'incerto destino.

Per me è difficile immaginare il loro stato d'animo, perchè nella mia giovane vita non sono stata neanche vicino a simili esperienze. Però, da ciò che mi raccontano i nonni, allora bambini, era molto triste vedere che di giorno in giorno i loro compagni di gioco se ne andavano piangendo, forse per non tornare mai più. Il mese scorso si celebrava la Giornata del ricordo. Ne abbiamo parlato a scuola, ma anche a casa con i miei ed io ho provato ad immaginare come mi sentirei se all'improvviso fossi costretta ad abbandonare la mia stanzetta, gli amici, i luoghi e le cose a me care. Come mi sveglierei al mattino senza vedere il verde attorno alla casa, il mare in lontanza, il Monte Maggiore, la mia bella Fiume e anche la mia cara Parenzo dove trascorro le vacanze d'estate. Al solo pensiero, mi ha preso una grande tristezza, però anche un senso di  orgoglio e solidarietà verso i profughi, allora miei coetanei, che coraggiosamente hanno affrontato  i pericoli della vita in esilio e superato i brutti momenti. Sono sicura che dopo tutte le disgrazie passate, quasi tutti si sono rifatti  una vita altrove, chi più vicino, chi oltreoceano.

Oggi, nell' era dei computer e Facebook, i nostri esuli giuliani, sono in stretto contatto con i connazionali rimasti e da ogni loro parola scaturisce una commovente nostalgia ed amore per i luoghi d'origine, dei quali ricordano ogni dettaglio.

Alla storia, però piace ripetersi di continuo. Oggi, alla televisione ed a volte anche dal vivo dei recinti ai confini, abbiamo modo di essere testimoni di un nuovo tipo di esodo. Sono migrazioni di profughi che fuggono dalle città siriane completamente distrutte dalla guerra, dai disordini del Medio Oriente e dalla miseria e la fame dell'Africa.

Intere famiglie con tanti bambini, si avventurano in viaggi pericolosi a bordo di imbarcazioni malsicure, a piedi o con tutti i mezzi possibili, nell' intento di raggiungere l' Unione Europea che ai loro occhi rappresenta il sogno di una nuova vita senza pericoli. E nuovamente, bambini spaventati e stanchi, spesso vittime di naufragi, donne e uomini infreddoliti e desolati, però decisi ad arrivare a destinazione o morire, perchè non hanno altra scelta. E ritorna questa empatia e questo senso di solidarietà e pietà per chi soffre e per chi è direttamente catturato nel vortice dei grandi cambiamenti storici e di conseguenza ne paga il più alto prezzo.

In effetti, la nostra storia sta veramente mutando il suo corso. Sono processi, purtroppo innarrestabili che gli uomini difficilmente potranno controllare con successo. Queste migrazioni volontarie di massa, in questo momento più simili ad un caos completo, sono diventate per l’Europa, un problema difficile da gestire perchè si parla di milioni di sfollati solo della guerra siriana, senza contare gli afghani e gli iracheni. È una manifestazione che secondo alcuni esperti, continuerà circa fino al 2050 quando si prevede che la popolazione mondiale raggiungerà i 9-10 miliardi di abitanti.

Quale sarà la struttura degli europei fra 35 anni, è difficile prevedere e forse in questo momento è meglio non pensarci, perchè la storia dell’umanità è come una ruota che non si ferma mai. Io comunque vorrei che tutti i paesi di questo mondo concordassero con me che il nostro pianeta può e deve diventare una dimora calda, confortevole e sicura per tutti i suoi abitanti.

 Concorso Associazione dei Dalmati Italiani nel Mondo 2016
Sezione B

 Temi premiati DALMAZIA in CROAZIA – Elementari individuali o di gruppo e Superiori individuali o di gruppo – Categoria “ a “

1°  PREMIO

 motto NONNI, CHE STORIE!    
Maja Cabrajić, Dea Domljanović, Antea Giljanović 

Classe II Liceo Linguistico Informatico “Leonardo da Vinci” Spalato
 Insegnante: Marina Modrić

 Con rapidi, e semplici tocchi, le autrici ci portano in una Spalato che non esiste più. Una cittadina in cui ancora si poteva sentire il palpito di quella Dalmazia veneziana per usi e linguaggio degli abitanti della città vecchia, quella arroccata tra le mura del palazzo di Diocleziano e, se è vero che oramai è un mondo scomparso, se ne possono ancora cogliere le eco nel lessico del dialetto croato degli attuali spalatini così ricco di venetismi.

“I nostri veci ne conta” – storia e tradizioni della mia terra nei racconti di famiglia.

I nostri nonni raccontano che, in mezzo alle due guerre, Spalato era una piccola città. I cittadini vivevano nel centro storico e le parti di Spalato che oggi fanno parte del centro erano periferia. Là vivevano i contadini che avevano i campi attorno a Spalato, nei quali andavano ogni giorno. I “mussi” erano al posto degli automobili di oggi. Queste parti della periferia di Spalato si chiamano Varoš e Lučac.

Nel centro storico della città vivevano i cittadini. La lingua dei cittadini spalatini era prevalentemente il dialetto veneziano. Oggi nel dialetto croato degli spalatini ci sono tante parole del dialetto veneziano che si usano ogni giorno.

Dunque, quelli che vivevano nei quartieri della periferia erano contadini e quelli che vivevano nel centro storico di mestiere facevano: pasticceri, panettieri, sarti, orologiai, orafi o commercianti. Il “pazaro” (mercato) centrale della frutta e della verdura era nel centro storico. Il cuore della città era la Piazza dei signori dove si svolgeva tutta la vita sociale.

La gente si vestiva bene per andare a passeggiare in Piazza, dove si incontravano con gli amici. I giovani passeggiavano da una parte della piazza mentre i più anziani stavano da un’altra parte e si incontravano tra di loro.

Nel Giardino pubblico, vicinissimo al centro storico, c’era l’Ospedale civico di Spalato. Attraversando il Giardino si trovava anche la Scuola elementare italiana. Tutti quelli della Comunità di italiani di Spalato frequentavano questa scuola. C’era anche una “chiesa italiana” in centro.

I nostri nonni avevano la vita sociale molto più ricca e frequentavano molto il tetro che è il più vecchio teatro di questa zona.

Il ballo tradizionale di Spalato si chiama Monfrina e la gente di quel tempo ballava la Monfrina, che oggi si balla nelle feste di san Doimo per mantenere viva la tradizione. L’importante tradizione di Spalato era la festa di San Doimo: era talmente popolare che tutti i cittadini uscivano per le strade. La cosa più importante era la tombola. San Doimo è il patrono di Spalato e si festeggia il sette maggio.

Ah, che belle storie che raccontano i nostri nonni.

2° PREMIO

motto MEDITERRANEO NOSTRO           Dina Banić

 Classe IV Liceo Linguistico Informatico “Leonardo da Vinci” Spalato
Insegnante: Marina Modrić

 Un tema difficile da trattare, quello degli scontri religiosi che si sono susseguiti nelle nostre terre, un tema difficile perché, come ci fa sapere l’autrice, non è il mondo di un lontano passato da analizzare con distacco ma una situazione che ha visto, anche recentemente, insanguinare terre a noi e a lei così vicine. Non possiamo quindi non concordare con la sua chiusa: “Speriamo che arrivi un giorno in cui scappare non sarà più necessario e tutti gli uomini vivranno in pace”.

Sul nostro Mediterraneo si è avuto uno scontro secolare tra la Croce e la Mezzaluna ed in questi anni lo scontro sembra riproporsi nuovamente… ci sarà mai una via d’uscita?

Nel Mediterraneo da sempre si incontrano diverse religioni: la religione musulmana, la religione ebrea e la religione cristiana (divisa tra cattolici e tra ortodossi). Una grande diversità religiosa e culturale spesso arricchisce le persone ma allo stesso tempo è anche motivo di scontro. Nei secoli passati ci sono state tante guerre di religione nel Mediterraneo. Ancora dai tempi delle crociate assistiamo allo scontro tra la civiltà occidentale e quella orientale. Purtroppo, con il tempo non abbiamo imparato a convivere in modo pacifico: gli uomini ripetono sempre gli stessi errori e non imparano niente. Anche la storia recente del Mediterraneo è piena di scontri. Non c’è bisogno di andare lontano: ad esempio, nella ex Iugoslavia le diverse religioni si incontravano e convivevano assieme.

Per questa ragione anche l’ultima guerra dei Balcani si potrebbe definire come una guerra tra le religioni. I musulmani in Bosnia, i cattolici in Croazia e gli ortodossi in Serbia e in una parte della Bosnia erano in conflitto: anche se le ragioni della guerra erano anche economiche (come in tutte le guerre) i valori religiosi contavano molto.

Oggi, con la crisi dei migranti, pare che i conflitti non finiscono mai nel Mediterraneo. In questi giorni si potrebbe quasi dire che le religioni non sono così forti perché viviamo in una società moderna, ma guardando la realtà si capisce che non è vero: le religioni ancora dividono e creano conflitti. Ma non si tratta solo di uno scontro tra religioni: si tratta piuttosto di uno scontro tra culture. Bisogna dire che nella storia ci sono sempre stati gli esodi dei popoli. Dopo la seconda guerra mondiale ci sono stati tanti episodi di migrazioni: ad esempio tutti gli ebrei partivano verso l’Israele. In questi giorni vediamo tanti musulmani scappare dalle loro terre. La storia ci mostra che in tutte le guerre c’è una parte del popolo che abbandona le proprie case e cerca la sicurezza in altri paesi, andando verso l’ignoto, sperando sempre in un domani più sicuro. 

Speriamo che arrivi un giorno in cui scappare non sarà più necessario e tutti gli uomini vivranno in pace. Per davvero.

 

3° PREMIO

motto COLORBLU                 Mia Nina Valković

 Classe II Comunità degli Italiani Zara
Insegnante: Ivana Radović

Delizioso disegno di questa bimba che da grande vuol fare la pittrice. Speriamo di vederne i prossimi capolavori.

 

DALMAZIA in MONTENEGRO – Elementari individuali o di gruppo – Categoria “ b “

1° PREMIO

motto FIORE                           Ana Maria Marinović

Classe IX - 3  Scuola Elementare “Njegoš” Cattaro/Kotor, Montenegro
 Insegnante: Maja Brkanović Dončić

Con espressioni poetiche ed intense riflessioni, il pensiero torna ad un bel parco verde e ad un treno “fermo ma che sembra muoversi con il carburante della fantasia”: ricordi di una infanzia serena e spensierata.

 Spesso vi è per ognuno un luogo speciale, in genere dove  si è nati e vi si è trascorsa l’infanzia
Qual’è il cantuccio che parla al ‘’tuo’’ cuore e spiega perché

                Davanti al titolo di questo tema, a pensare di scrivere, per prima cosa ho sbuffato, poi fatto una smorfia e infine, un lungo sospiro. Il mio primo pensiero­­­? È troppo speciale scrivere della propria vita! Perché è unica, come lo è di ogni persona che viene a questo mondo!

               Inizio questo viaggio, lascianadomi trasportare da un vortice di emozioni e sensazioni che cercano di collegarsi agli eventi della mia vita, che poi, è quella di una quattordicenne ... un po’ a metà ... ecco il perché ...

               Perché, nata e cresciuta per i primi nove anni, in un cantuccio verde del Veneto, che fu per me la città di Vicenza, per poi finita la terza elementare lì, trovarmi catapultata in quarta qui a Cattaro, in Montenegro. Erano gli eventi, e una sofferta decisione dei genitori, di aver scelto per me ... La mia infanzia? La vedo un po’ come un ape che svolazza su vari splendidi fiori, cioè i luoghi e le estati passate al mare dai nonni a Cattaro.

               ... Ma, quel cantuccio del Viale Trissino, ha qualcosa che non so neanche spiegare a parole. C’era un parco giochi, vicino alla casa dove sono nata. Un bello spazio verde, tra il prato e l’ombra degli alberi, e una collinetta che col tempo, man mano che crescevo, leggermente si rimpiccoliva. Il parco era ben curato, dal prato sempre perfetto, perché c’era lì il gentile signore coi baffi di nome Lino. Nel parco c’era un treno particolare, fatto di cemento e dipinto, su misura di bambino, giusto per entrarci. Una locomotiva con dei vagoni ... specie di tunnel all’interno, con dei finestrini, per sbirciatine ... era buono anche per salirci su. Indistruttibile quel treno, che anche se duro e fermo, sembrava muoversi, col carburante della fantasia del gioco.

               Poi, mi viene l’immagine di me e mio fratello, a scendere giù a rotoloni, da quella collinetta ... vedo tutto, da dentro il treno, da quella finestrella ... Salto nel prossimo scompartimento, sbircio da un altro finestrino, vedo tante feste e compleanni dei nostri amici, trascorsi lì dopo scuola ... tutto preparato con amore dalle mamme, per gioia loro e nostra. Se prendo posto del capotreno, vedo la maestra d’inglese, Sonia. Ci racconta della sua vita per sette anni trascorsa a Londra. Dice che le persone con tali esperienze di cambiamenti, si trovano sempre con un cuore diviso tra ‘’due case’’, e si resta sempre un po’ a metà e perciò più ‘’interi’’. Ho capito solo in seguito, il vero significato delle sue parole.

               Il treno si leva in volo, mi trasporta a Cattaro, un mondo diverso, nuovo ... con l’italiano che si studia come lingua straniera, che per me non lo è ... e ci ridacchio un po’ su ... e mi sento un po’ prof ... del mio cantuccio e del talento nell’apprendere nuove lingue...

  Ma ecco che sento quel fischietto di signor Lino, che avverte che il parco sta per chiudere ... o è quel treno nella mia testa che se ne ritorna a riposare all’ombra degli alberi dalle foglie di mille ricordi di cui spesso, sento il fruscio ... rimboccandomi le coperte .. ovunque io sia, tra la vita che fu e quella che ci sarà, tra sogni e realtà della mia età.  
 

2° PREMIO

motto MESSI ’03             Marko Pecović

Classe VII - a Scuola Elementare “Srbija” Antivari/Bar, Montenegro
 Insegnante: Jadranka Ostojić

Originale e commovente la prospettiva di esprimere attraverso l’attività culinaria, “da grande sarò un bravo chef”, i sapori e la bellezza della propria terra natia, con il desiderio di riprendere le tradizioni gastronomiche apprese dalla propria nonna: il tutto espresso in modo adeguato e ricercato.

Cosa voglio fare da grande

 Ogni bambino ha propri desideri e sogni della sua vita nel futuro, ma sono pochi quelli che riescono a realizzarli. Spero di essere proprio io uno di loro.

Il mio sogno è diventare uno chef famosissimo. Quando sarò grande, voglio aprire un ristorante con cinque stelle. Tutti verranno da me per la varietà dei miei piatti. Sarò importante e famoso come Gordon Ramsey, e di più, perché la mia cucina rappresenterà l'unione di sapori del mio paese. I miei piatti saranno amari e dolci, come la natura montenegrina, come le montagne, orgogliose e alte, che accarezzano il lago di Scutari e le sue acque dolci. I miei ospiti gusteranno la carpa e le piccoleukljeve, tutte di sapore forte, ma indimenticabile. Ci saranno gamberi, salmone,  sarma. Preparerò anche i piatti tradizionali e quelli della mia famiglia. Mia nonna Roza sarà orgogliosa quando leggerà i nomi dei suoi piatti nel menù. Cucinare per me non è solo un passatempo o un modo per impressionare gli altri, ma è anche un modo di ravvivare i ricordi e di sentire il sapore dei tempi passati. Perché la cucina del mio paese racconta diverse storie con i suoi piatti: le storie veneziane, turche, austriache. Tutti si svegliano i riappaiono nei profumi delle spezie varie.

Anch'io vorrei avere i miei piatti e raccontare una storia tutta mia, unica e calda. 

 

 3° PREMIO

motto MAGI ’01                      Margaret Čelić

Classe IX - b 100 euro Scuola Elementare “Srbija” Antivari/Bar, Montenegro
 Insegnante: Jadranka Ostojić

Nel tratteggiare la vita di Elena Petrović, nella quale ritrova i caratteri di una vera montenegrina, esprime con grande coinvolgimento amore per la propria terra e la sua storia, accompagnata da gioia e vivo interesse per l’intreccio con la storia d’Italia di cui Elena divenne regina.

‘’I nostri veci ne conta’’- Storia e tradizioni della mia terra nei racconti di famiglia

Mi piace molto quando sono con la famiglia in riunione, ma particolarmente quando il mio papà mi promette di raccontarmi le storie del mio paese. Mi piacciono soprattutto le storie dei montenegrini che vivevano in Italia e negli altri paesi del mondo. ll papà ha compiuto la sua promessa quando  un giorno siamo stati insieme e io gli ho chiesto di raccontarmi di nuovo la storia di Elena Petrović, perché ho letto qualcosa di lei e mi interessava di sapere di più. Ho capito che Elena era una belissima principessa, la figlia del ré Nikola Petrovic Njegos, che aveva le virtù di una vera regina.

È nata nel 1873 come una di dodici figli del re. Lei è battezzata dall’ imperatore russo Alessandro II Romanov. È cresciuta con la governante francese nel tempo quando il Montenegro era in guerra. A dieci anni lei è andata a San Pietroburgo per studiare presso l’ instituto Smolnyj. Lì hano scoperto il suo talento artistico. A Venezia ha conosciuto il principe Vittorio con cui è diventata amica. Tra la principessa Elena e Vittorio è nato grande amore e così un giorno si sono sposati nella chiesa di Santa Maria. La principessa ha preso il cognome Savoia e la fede cattolica. La coppia è vissuta molto felice in palazzo Quirinale a Roma. Era un oasi di felicità e di gioia. La Regina Elena del Montenegro ha dimostrato grande umanità. Mostrava le virtù del popolo montenegrino, era allegra, ma modesta e generosa. Rispettando le abitudini delle donne montenegrine, era piena di considerazione per gli altri, prendeva cura di malati non facendo caso alla sua salute. Era la Savoia più rispettata dagli italiani che spesso chiamavano le sue figlie come lei. La principessa Elena e il suo principe non si sono mai separati. I meriti di Elena di Savoia per la gente italiana sono stati così grandi, che il vescovo cattolico di Montpellier ha insistito di dichiarare la sua santità. Nella storia è scritta come ultima regina.

Amo molto i racconti della mia famiglia di storia del mio paese, ma anche degli altri paesi di cui il destino era collegato con il nostro in un momento del passato. Quella di Elena è rimasta la più bella per me.


DALMAZIA in MONTENEGRO – Medie Superiori individuali o di gruppo – Categoria “ c “

 1° PREMIO

motto ZEKRI                     Zeljko Krivokapić

Classe II Ginnasio Cattaro/Kotor, Montenegro
 Insegnante: Valerija Jokić

Il racconto, breve ma essenziale, colpisce per la sua autenticità e simpatia. Corretto l'uso della lingua italiana.

''I nostri veci ne conta“ – Storia e tradizioni della mia terra nei racconti di famiglia

 Come tutti gli altri bambini, anch’io ero molto curioso. Volevo sapere tutto quello che si parlava nella mia famiglia. Sicuramente, c’erano molte storie che io non potevo capire perché in quei momenti ero piccolo.

Nella mia famiglia, le storie che sono accadute molto tempo fa, di solito erano raccontate dopo il pranzo. Le storie di tutti erano interessanti, ma le migliori e le più interessanti e divertenti erano quelle di mio nonno. Certo, ero presente quando si parlava degli eventi passati, ma ora non posso ricordarli tutti. C’è una storia che per me è sicuramente la più interessante e che ancora oggi racconto a tutti. Spero che sia interessante anche a voi e ora ve la racconto. 
Dunque, la storia è accaduta molti anni fa e ci racconta come si sono incontrati i miei nonni.
Due anni fa, un giorno dopo il pranzo, mio nonno ha deciso di raccontarci come ha incontrato mia nonna. Eccola storia!
Lui viveva a Cattaro, città antica vicino al mare. C’erano, ed anche ora ci sono molti turisti che amano questo tipo di città e ci vengono per visitarlo. Ogni sera, mio nonno passeggiava perché amava vivere la vita sana. C’era la gente di tutto il mondo, specialmente quella d’Italia. Lui sapeva un po’ d’italiano e voleva parlare con gli stranieri perché era molto socievole e aveva voglia di conoscere la cultura italiana. Una sera, mentre tornava dalla passeggiata, sentì una voce spaventata: ‘’Aiuto, aiuto, mi sono persa!” Quando si voltò, ha visto una donna bella che non poteva trovare la sua amica con cui era stata cinque minuti fa. Lei era impaurita e lui la portò a casa sua per mangiare qualcosa perché aveva fame. Durante la cena, loro due parlavano delle loro vite e del suo soggiorno a Cattaro. Finalmente, quando si era calmata un po’, lei vide attraverso la finestra la sua amica davanti un negozio. In quel momento era sorpresa perché pensava che lei fosse già ad un’altro parte della città. La abbracciò e continuarono a parlare insieme tutta la sera, perché le amiche partivano per Italia il giorno dopo.
Domani matina, quando dovevano salutarsi, si misero d’accordo che lei sarebbe venuta l’estate prossima a Cattaro. Non erano in contatto fino all’estate prossima, ma lei ritornò come si furono messi d’accordo, perché era innamorata di lui. Ritornò da sola e decise di restare a Cattaro per vivere insieme con mio nonno. Decisero di sposarsi e di avere i figli. Loro vivevano insieme fino alla morte di mia nonna, sua moglie. Lei è morta un’anno fa, ma lui è ancora triste ogni giorno, e non parla delle storie come questa.

Secondo me, questo era l’amore a prima vista, l’amore per sempre. 

 2° PREMIO

motto RAGAZZE MONTENEGRINE              Milica Šćepanović, Jovana Gagović 

Classe IV – g – 2 Scuola Media Superiore “Mladost” Teodo/Tivat, Montenegro
 Insegnante: Tamara Božinović

Efficace e dettagliata sintesi dei prodotti culinari montenegrini che evocano un passato ricco di tradizioni genuine.

 

Si è conclusa da poco l’EXPO di Milano: tutto il mondo ha proposto le proprie eccelenze nel campo dell’alimentazione. Voi cosa proporreste per valorizzarequelle del vostro territorio


Il Montenegro, il paese delle bellezze naturali è molto celebre come il paese in cui si mangia bene. La prova migliore sono i montenegrini robusti e le montenegrine sane, che da piccoli mangiano sanamente e in abbondanza. La cucina montenegrina ha i suoi piatti nazionali e riconoscibili, anche se è stata influenzata dalle altre cucine: italiana, turca e ungherese. Secondo la preparazione della carne, pane, “raštan”(tipo di verdura) o formaggio. Nel Montenegro centrale o lungo la riva Adriatica, è ovvio l’influenza italiana. La qualità del latte è una cosa particolare, e il Montenegro può essere orgoglioso con la buonissima qualità. Nei pascoli delle montagne settentrionali e nelle pianure fruttifere di Zeta e Bjelopavlići, le mucche, pecore e capre hanno il pascolo migliore in questa parte dell' Europa. 

Il fior di latte è il simbolo della cucina montenegrina, oltre agli altri prodotti del nord del nostro paese. Si può dire che questo territorio è stato influenzato di meno dalle altre cucine mondiali. In questo territorio, soprattutto in Durmitor, la montagna  molto conosciuta dalle sue bellezze nel Europa e nel mondo, sono riconoscibili molti tipi interessantissimi di cibo, unici, è rapresentano il nostro tesoro nazionale. Ai piedi di Durmitor è situata una piccola città- Žabljak. Piccola, ma nota della conservazione della nostra tradizione in cui c’è la nostra cucina. Ogni menu del ristorante tradizionale offre tutti i piatti nazionali: “kačamak”-un piatto che si prepara dalle patate, farina di mais e formaggio e fior di latte. Sembra molto semplice, ma solo le cuoche esperte possono prepararlo. Il piatto molto simile è „cicvara“ che si prepara dal formaggio di mucca, che riscaldandosi libera/rilascia il suo grasso. Si aggiunge della farina è così alla fine si ha „kačamak“ che „nuota“ nel suo grasso. È migliore servire questi piatti con lo yogurt che si mette sopra. Le specialità della nostra cucina sono anche tutti i tipi della carne sotto la cenere. La carne della pecora è molto caratteristica per questa regione: carne secca che si mangia come antipasto e carne cotta, più nota come “kaštradina”, si mangia con legumi e la patate cotte. 

Se si vuole una colazione piena di energia si può prendere „popara“-un piatto semplice preparato da pane, latte, formaggio e fior di latte. Si può ordinare anche il pane domestico con tutti tipi di piatti. Questo pane non può mancare alle tavolate ricchissime.Le montagne sono piene delle erbe da cui si preparano delle minestre e dei tè tradizionali. È molto specifica la minestra di ortica, è molto buona per la salute. Questo teritorio è conosciuto dai frutti di bosco: fragole, mitilli, lamponi e more da cui si preparano le marmelatte e vari tipi di dolci. La parte centrale del Montenegro abbanda del paese dal lago di Scutari che la gente locale prepara perfettamente.“Ukljeva,Karaš,Skakavica,Šaran,Krap“ con la goccia del vino di Crmnica e con una conversazione calda rimangono nella vostra memoria come una delle piu' bellissime.“Brodet“ (Brodetto) è una specialità mondiale che si prepara dai molti tipi di pesce,verdura e l'olio d'oliva ma in Montenegro c'è un brodetto unico nel mondo preparato solo di una specie di pesce –  „Sardela“.Non è importante in quale parte del Montenegro si trova un ospite,e sempre servito con il prosciutto , formaggio e le olive. Si serve il prosciutto dalle nostre parti di „Njeguši“ , che è una specialità e un simbolo del buon gusto. Si beve la grappa d' uva, o il vino dalle nostre piantagioni „Vranac“ (e Krstač).È molto importante che questi piatti che si offrono nelle case montenegrine, che si offrono sempre anche valorizzare nei ristoranti montenegrini/per valorizzare il nostro piatto tradizionale.Secondo mentalità dei montenegrini sono molto gentili e sempre fano fatica a presentare il migliore del Montenegro.

Mai non può mancare sul tavolo il prosciutto di „Njeguši“,formaggio,il pane di mais,il for di latte e le uova,cotte.Tutto questo viene servito come antipasto,mentre il primo o il secondo piatto viene preparato. Le specialità cominciano con „Gruševina“ (Il primo latte che si ottiene quando la mucca partorisce),“Popara,priganice,zatop,kalje(Cavollo cotto con la carne), le patate sotto la cenere,agnello nel latte“.Focaccia dal „Crepulja“,grasso di latte e miele.Alcune persone sentiranno l'odore della cucina di nonna mentre leggeranno questo testo e gli torneranno le memorie sull infanzia spensierata. La proposta per valorizzare  „Il migliore nazionale del Mne“ sarebbe: dare l' importanza dei prodotti nazionali del Montenegro, unire le grandi compagnie  e il popolo locale, in modo che le grande ditte, ad esempio “Porto Montenegro”, presenta il cibo tradizionale negli hotel mondiali e negli eventi che organizzano.

Si deve creare il proprio marchio(Brend) e promuoverlo nel mondo.Si dice che l'amore entra attraverso  la bocca e quando si assaggiano  le specialità montenegrine se ne diventa convinti. Ne godete perchè il gusto dei piatti Montenegrini è veramente unico e speciale.


 

3° PREMIO

  motto STUDENTESSE MEDITERRANEE           Sladjana Vukasović, Katarina Bjelanović

Classe IV Scuola Media Superiore “Mladost” Teodo/Tivat, Montenegro
Insegnante: Tamara Božinović

In questo racconto l'amore indiscusso per la Patria si delinea senza false retoriche attraverso una panoramica delle peculiarità locali.

SI Ѐ CONCLUSA DA POCO L'EXPO DI MILANO:TUTTO IL MONDO HA PROPOSTO LE PROPRIE ECCELLENZE NEL CAMPO DELL'ALIMENTAZIONE. VOI COSA PROPORRESTE PER VALORIZZARE QUELLE DEL VOSTRO TERRITORIO?

 Oltre alle sue bellezze naturali,il Montenegro ѐ conosciuto anche dalla cucina ricchissima e delle sue specialità.Ѐ un incontro della cucina mediterranea adatta al nostro territorio e l'autentica cucina settentrionale. Il clima e le culture diversi hanno influenzato e hanno lasciato la traccia alla specificità dei piatti e i loro sapori da cui il nostro paese ѐ riconosciuto nel mondo.

Iniziamo questo viaggio d'alimentazione dalla regione da cui proveniamo,che respira con l'odore di mare e con l'odore di tutto che ne abbandona. Come tutte le civiltà nate alla riva del mare,anche la maggior parte della cucina del sud ѐ basata sul pesce e sui frutti di mare. Le specialità più squisite sono brodetti,vari tipi di risotto(nero,bianco),calamari preparati a modi specifici,baccalà che ѐ un tipico piatto natalizio. Si mangiano altri tipi di pesce con la bietola e le patate da queste parti. Come contorno si usa quasi spesso l'olio di oliva fatto dalle olive raccolte nei nostri olivetti. Hanno un gusto splendido e sono di buona qualità e si può dire che ѐ una goccia d'oliva ѐ una goccia di vita. La città molto riconosciuta dagli oliveti ѐ Bar, dove si trova l'albero d'oliva vecchio duemila anni, in cui onore si organizzano le feste ogni anno, dove si possono comprare molti prodotti d'oliva. Il vecchio detto dice 'il pesce deve nuotare tre volte: in mare,in olio e in vino', che noi ,montenegrini, rispettiamo. Si consuma vino,prodotto nelle piantagioni del Montenegro centrale. Un simbolo d'ospitalità ѐ anche la grappa, fatta da padrone di casa, e la collana di fichi secchi serviti sul tavolo della casa. Viaggiando dal sud verso il nord si mescolano i prodotti che la gente porta con se e poi prepara al modo suo. Nel Montenegro centrale c'ѐ un prodotto particolare - il prosciutto di Njeguši,preparato a un modo specifico che conoscono solo le persone da queste parti.Ѐ un prodotto che si distingue dagli altri nella regione,con cui viene servito il formaggio d'olio,che rappresenta con le salsicce,una carica in più in una catena dei prodotti nella nostra cucina. Si dice che i montenegrini sono ottimi padroni di casa e che sono generosi,  spalancano sempre la porta della loro casa in segno d'ospitalità. Fanno sedere l'ospite alla testa del tavolo e gli offrono il cibo e le bevande migliori. I piatto che non può mancare sul tavolo sono 'priganice' con miele,un dolce che ѐ fatto dalla farina che si frigge in olio. Ѐ una delle usanze tipiche per la regione meridionale. Al nord si producono vari tipi di formaggi(di pecora,mucca,capra),il fior di latte,poi 'cicvara, kačamak,popara'-i piatti tradizionali,preparati con formaggio e latte. Molto spesso si prepara 'raštan', tipo di verdura,con la carne secca  che lo completa con suo gusto e fa una combinazione dei gusti buonissimi. Assaggiando i piatti del nostro paese,facciamo il viaggio nel passato,al focolare,ai versanti delle montagne ma anche all'azzurro magnifico del cielo e del mare. Così si può sentire il modo della preparazione tradizionale delle specialità.

Per conservare il nostro tesoro si dovrebbe avere un accordo che include la protezione dei prodotti alimentari tradizionali e la promozione delle tradizioni culinarie e del patrimonio culturale. Un'altra cosa molto importante che proponiamo ѐ presentare agli alunni in scuole elementari i piatti dei nostri nonni. Anche in tutti i ristoranti si devono preparare e offrire al primo posto le specialità soprannominate.Ѐ bisogno partecipare in tutte le fiere dell'alimentazione mondiali,dove non sono molto conosciuti i nostri prodotti.Si potrebbe fare una raccolta delle ricette dei nostri anziani,che sono un simbolo del nostro paese e della nostra cultura. Così non moriranno e continueranno la sua vita nel mondo moderno e futuro,portandoli da una all'altra generazione.

La cucina montenegrina si sottopone al rilievo e ne prende ciò che la natura offre. Ѐ una destinazione ideale per innamorati veri della natura e per i gourmet. Qui si offre il cibo sano,fatto al modo naturale e organico,l'aria fresca che contribuisce a un'esperienza in più,arricchita con la natura,modo di vivere e costumi. Tutto questo non lascia nessuna persona indifferente, l''odore dei nostri paesaggi e del cibo lasciano senza fiato e svegliano dentro di ognuno la voglia di ritornarci.