TEMI PREMIATI SCUOLE MEDIE SUPERIORI anno 2011


Lavori individuali

 

1° PREMIO

 

Martina Ivančić 

 

motto Elendel
                                                                                                                                  

Classe IV Liceo Scientifico - Matematico Scuola Media Superiore Italiana Rovigno

                                                                                                                     
 Insegnante Maria Sciolis

 

  Motivazione: il candidato ha evidenziato chiaramente la continuità spirituale del popolo italiano dalla romanità ai giorni nostri, con precisi riferimenti biografici ai grandi uomini che hanno caratterizzato lo spirito unitario in momenti difficili. L'elaborato è ben strutturato grazie ad una buona padronanza linguistica, che ben articola nelle varie fasi dell'esposizione. E' indiscutibilmente un elaborato di buona qualità.

 

Che significato ha per te il 150° anniversario dell’Unità d’Italia?

                    L' Unità d'Italia è, troppo spesso, solo un evento su cui s'è posato un dito di polvere che col passare del tempo ha reso opaco il suo peso, la sua importanza e la sua grandezza. Questo concetto è, invece, il sinonimo della rinascita di una terra che dal crollo dell'Impero romano era stata divisa, saccheggiata e dilaniata dai barbari e dagli stranieri. La penisola appenninica, che è il gioiello storico, culturale ed artistico dell'Europa e del mondo, era stata fino al Risorgimento un tesoro profanato, un campo di battaglia, un „convivio“ a cui tutti gli altri popoli avevano potuto abbuffarsi. Lo dicono anche i famosi versi: „Noi fummo da secoli / Calpestati, derisi / Perchè non siam popolo / Perchè siam divisi“. Il sentimento di unità nazionale che era venuto a mancare fino all'Ottocento era insorto allora nel cuore di giovani quali l'autore di questo bellissimo testo, Goffredo Mameli; o in quello di uomini innovativi come Giuseppe Mazzini. Questo senso di amore e di dovere verso la propria terra c'è l'avevano anche Garibaldi, soprannominato Eroe dei due mondi, e il grande statista, il conte di Cavour. Figure grandissime, il cui sacrificio forse non potremo mai capire, perché abbiamo sotto agli occhi l'Italia unita che loro hanno creato, ma non abbiamo vissuto la situazione che c'era prima.

                Sovente non ci interessa della nostra storia e del nostro passato; appunto perché diamo per scontata la fortuna di vivere in un paese democratico e unito. Ma non è così. Bisogna rispettare e onorare le proprie radici, imparare a conoscerle; e solo allora si è in grado di volgersi al futuro. Questi sentimenti, persone come Mameli ce li avevano impressi nel cuore. E Mameli aveva solo vent'anni quando ha scritto il Canto degli Italiani, nel 1847. Ora la domanda è: quanto di questo sentimento c'è nei giovani di oggi? Quanto peso diamo noi, neo-maggiorenni appena usciti dalla „fascia protetta“, alle parole „Unità d'Italia“ e alle persone che hanno fatto la nostra storia, segnato il nostro presente e assicurato il nostro domani?

                La parola Risorgimento è una parola importante, usata da Alfieri per la prima volta e destinata a essere promossa dalla gioventù italiana. Ad esempio Mazzini, esponente democratico, fondatore della Giovine Italia, voleva un'Italia indipendente e unita che si estendesse dalle Alpi al meridione. Come lui, molti altri insorgevano e rischiavano, non esitando a dare la propria vita nei moti carbonari, in quelli rivoluzionari e nelle Guerre d'Indipendenza. Importanti erano anche gli intellettuali che promuovevano questo tipo di idee. Silvio Pellico pubblicò „Le mie prigioni“. Manzoni, nel coro dell'atto terzo dell'„Adelchi“, scrisse che gli italiani erano un timoroso „volgo disperso“ che viveva tra „atrii muscosi „ e „fori cadenti“. Inoltre, oltre ai letterati c'erano eroi quali Garibaldi, che guidò la spedizione dei Mille e divenne famoso in tutto il mondo come l'incarnazione delle migliori virtù dell'umanità. Grazie a a questi personaggi, la cultura che fino ad allora s'era sviluppata in comuni e signorie a causa di politiche di interesse locale era destinata ad unirsi sotto la stessa bandiera. Una bandiera, quella italiana, i cui colori derivano dalla Divina Commedia, opera del più grande poeta di sempre. Il bianco, il verde e il rosso, infatti, furono i colori con cui Dante descrisse l'apparizione di Beatrice nel Purgatorio. Il tricolore, quindi, ha origini ben più remote dell'Unità d'Italia, appunto perchè l'Italia è l'unico stato che ha avuto prima la cultura e la lingua unitaria, e solo dopo la nazione. La lingua, dicevo, di cui tanto discussero i poeti della scuola siciliana, Dante, Petrarca, Bembo, Machiavelli e molti altri. Una lingua oggi ricchissima che doveva unire gli italiani, allora divisi. Fu con questa lingua che il giovane Mameli scrisse le parole: „Fratelli d'Italia / L'Italia s'è desta / Dell'elmo di Scipio / S'è cinta la testa“, ovvero i primi quattro versi del canto più importante del Risorgimento italiano, oggi Inno d'Italia. Da queste semplici parole si percepisce il desiderio ardente dell'Unità. L'Italia, insomma, s'era svegliata, destata da un lungo incubo in cui era stata depredata, calpestata da piedi stranieri. Si era posta sul capo l'elmo di uno dei più grandi condottieri di tutti i tempi, Publio Cornelio Scipione, che aveva sconfitto Annibale e assicurato così lo sviluppo della cultura occidentale come è stata ed è ancora oggi. Furono proprio queste semplici parole la forza di tutti quei volontari che credevano nei valori di libertà e uguaglianza, nonchè nell'orgoglio che gli avevano tramandato i loro antenati. Una canzone dell'epoca dice appunto: „Addio, mia bella, addio, / L'armata se ne va; / Se non partissi anch'io / Sarebbe una viltà!“

                Questa carrellata di eventi storici e di grandi figure del passato può solo far venire i brividi a chi sente di appartenere a quel popolo. Ma i giovani cosa pensano a riguardo? Quanti ventenni di oggi provano sentimenti come quelli di Mameli e quanti pensano a qualcosa di più serio e più nobile del proprio benessere? Quanti, poi, hanno la sua stessa serietà, maturità e senso civico? Nelle nuove generazioni se ne contano ben pochi di intellettuali veri, o rivoluzionari, o di persone che comunque non siano passive. I giovani di oggi vivono sottoforma di vegetali, di larve che non si interessano di politica, di attualità, di problemi universali. Non discutono di letteratura, non parlano della mafia, non pensano alla fame nel mondo e non interessa loro la guerra in Libia. Il giovane del ventunesimo secolo è troppo spesso una persona ancora immatura che ozia tranquillamente sotto la campana di vetro costruita dai genitori. E cosa può significare allora l'Unità d'Italia ad un giovane di oggi? Semplicemente, niente. Cose ripetute nei telegiornali. Una possibile domanda all'esame di ammissione alla facoltà. Il tema che la professoressa assegna per un compito che verrà odiato perché per scriverlo bisogna ripassarsi un bel pezzo di storia noiosa. Qualcuno infatti non si informerà affatto e scambierà l'Unità d'Italia con la proclamazione della Repubblica, come hanno fatto al telegiornale giorni fa. La verità è che sono pochi quelli che sono culturalmente attivi, oggi. Scarsi sono anche quelli coscienti di essere individui che, una volta finita la scuola, dovranno affrontare una società in cui è importante avere delle idee, un pensiero, almeno una personalità. E la personalità non se la può avere senza storia e radici.

                  Io non vivo in Italia, ma italiana lo sono; la mia casa è l'Istria. La mia scuola è quella della minoranza e vi parlo la mia madrelingua, ma la gente non capisce il mio sentimento di appartenenza ad entrambe le nazioni, quella croata e quella italiana. Io non posso considerarmi né intellettuale, né persona di cultura, né adulta. Sono solo una futura studentessa entusiasta di imparare che si sta formando per la vita. Però so di avere una storia, ne vado fiera e la considero una base per il mio futuro prossimo. L'Unità d'Italia non sono parole vuote e senza senso per me, perché mi sento parte di esse. Io sono nata in uno stato che Italia non è, ma i miei antenati erano cittadini della Serenissima. La mia famiglia ha sempre parlato l'italiano, sia a casa che in piazza. L'Italia se nè andata dall'Istria, ma non per questo non sono italiana; quindi questa festa è anche mia. Non solo, ma le parole poetiche dell'Inno di Mameli mi fanno venire i brividi, sento mia questa cultura, questa letteratura, quest'arte che, pur essendo divisa da me da confini statali, è forse molto più vicina al mio cuore e molto più importante ai miei occhi che a quelli di un giovane che vive a Roma, a Firenze o a Torino. Ritengo, dunque, che l'appartenenza ad un popolo, ad una nazione e a una cultura non dipenda dal luogo in cui si è nato o in cui si vive, ma dal sentimento che si porta dentro. Il 150.esimo anniversario dell'Unità d'Italia è un occasione per ricordarmi ancora una volta che ho delle radici profonde e nobili, e che è importante esserne coscienti e fieri. Una persona che non considera o si interessa del proprio passato, è una persona incompleta che non può affrontare il futuro. Io il mio passato lo tengo bene a mente; è la mia carta d'identità e la mia bussola.

 


 

2° PREMIO

 

    Chiara Bonetti

motto non scholae sed vitae discimus

                                                                                                                                                        

Classe II Ginnasio Scuola Media Superiore Italiana “Leonardo da Vinci” Buie
 

                                                                                                      Insegnante Larisa Degobbis

Motivazione:
Una passeggiata attraverso il paese offre lo spunto per osservare con occhi diversi le case, le piazze, la gente, facendo emergere indelebili tracce del passato e ricordi personali: originale affresco, espresso con sensibilità, in cui si esprime la fierezza di una consapevole appartenenza culturale.

 

Segni di italianità nel territorio in cui vivi 

Stranamente quella mattina mi ero alzata di buonora. Forse perché spinta da uno strano desiderio di conoscenza, o più probabilmente perché non avevo piu sonno. Decisi di uscire.  Era una mattinata come tutte le altre, con quelche nuvola sparsa qua e là che rendeva il cielo meno blu. C'era una brezza leggera che ti faceva rivivere dal caldo soffocante che quella mattina ricopriva Biue come una pentola a pressione. Come ogni sabato mattina, la mia cittadella era un enorme formicaio di persone e automobili, che però, a differenza delle formiche, era un caos totale.

La mia prima destinazione fu la parte vecchia della città. Passando per le contrade, strette e sinuose, notavo i cognomi originari di Buie sulle case abbandonate che qualcuno cerca almeno di rimetterle a nuovo ristrutturandole. Giunta in piazza S. Servolo, notai che avevano appeso la bandiera di Buie in cima ad un enorme palo in legno che veniva sorretto da un anorme pilastro in pietra, conficcato in mezzo alla piazza. La bandiera e il palo in legno erano nuovi, però il pilastro aveva qualche decennio di anni in più e a dimostrarlo stava la figura del Leone di S.Marco incisa nella spessa roccia calcarea. Mi guardai attorno e notai altri due leoni sparsi in giro per la piazza: sul campanile e sulla scuola elementare italiana, ormai abbandonata perché era stata eretta una nuova sede.

Quella mattina Buie per me aveva qualcosa di strano, di diverso, qualcosa che non si poteva osservare concretamente, ma che la si poteva percepire dal profondo. I cinguettii delle rondini rieccheggiavano nelľaria e si vedevano i nidi attaccati sotto i tetti con dentro i piccoli ad aspettare ansiosi il pasto che vaniva consegnato dai genitori.

Tornando giù verso casa incontravo le tipiche vecchiette accovacciate come grasse galline a raccontare in dialetto delle storie di „gossip“, ma anche della loro gioventù sugli enormi massi di pietra posti vicino alle case che servivano come fresche panchine. Passai davanti alla Comunità degli italiani e capii che quelľ edificio era importante, perché era come una seconda casa per me e per tutte le persone italiane a Buie. Lo consideriamo un posto di ritrovo, sempre aperto per poterci accogliere, dove ci si può incontrare e stare assieme.

Al pomeriggio decisi di rimanere a casa, dato che fuori il caldo si era fatto ancor più insopportabile, ma mia zia mi pregò di aiutarla a portare dei fiori al cimitero. Arrivate là, decisi di dare un'occhiata perché in quel posto non è che ci vada molto spesso (per fortuna!). Iniziai a leggere le iscrizioni sui marmi più antichi e compresi che avevano un'importanza immensa. Infatti, le lapidi più vecchie, erano tutte scritte in italiano, ognuna di esse reccontava una storia di una famiglia o di una persona diversa.

È proprio nella nostra ultima dimora che troviamo la maggior parte delle informazioni sul nostro passato e sui nostri avi: sui marmi infatti, è riportata un'intera storia di un popolo, che ormai sta andando scomparendo.

Solo adesso capisco ľimportanza di tutti i discorsi che mi faceva mio nonno su quanto il dialetto e la nostra cultura siano importanti.

Credo che dovremmo essere fieri di parlare ľitaliano e di appartenere ad una nazionalità diversa rispetto al posto in cui residiamo perché, pur essendo una minoranza, rappresentiamo un piccolo squarcio del passato e sta a noi mandare avanti le tradizioni di un popolo così importante.


  3° PREMIO

 

Valentina Vatovec  
 

      motto prepotenza cinematografica, troverò un altro semplice modo per uscirne
 

                Classe III Ginnasio Comunità degli Italiani “Dante Alighieri” Isola d’Istria
                                                                                                                                                
Insegnante
Giorgio Dudine

Motivazione: la brava Valentina ci porta, con un linguaggio sicuramente molto ricercato, in un viaggio lungo le date che hanno contraddistinto l’unità d’Italia. Dal generale scende poi al particolare, alla  condizione della minoranza italiana mettendone in luce le difficoltà, trovando però nel finale uno slancio di ottimismo: “Forza, in piedi Italia!”

 

"Che significato ha per te il 150° anniversario dell’Unità d’Italia" 

VIGE, QUELL'UNITÀ DI UN TEMPO PASSATO

Cavour c'è l'ha messa tutta. Voglio dire, quella sua machiavellica portanza, l'espressione fotogenica davanti ad una pubblicità in bianco e nero, la »Primavera dei popoli« diventata a distanza un autunno deplorevole e le truppe che assumevano a mano a mano un tono diverso di voce. Quegli eserciti fondati su misura, le armate e Garibaldi con i suoi Mille(+1) in sottofondo. Un »BUONGIORNO ALL'ITALIA« mi sembra più che appropriato. Stasera hai da fare? C'è che intendo unirti e fare di te un'omogenea scultura di marmo flessibile senza compromessi né infondate fontane di bugie o programmi privi di coscienza, le mirabolanti avventure delle sette segrete (una doppia confessione). Facciamo un passo indietro (REWIND – in corso il riavvolgimento del rullino), magari due.

 

22 settembre del 1814: convocazione ufficiale del Congresso di Vienna. Parteciparono Austria, Gran Bretagna, Russia e Prussia. Nell'insieme riuscirono a sconfiggere niente di meno che il Magno Napoleone Bonaparte  con l’obiettivo di ripristinare l’assetto politico europeo presente prima delle campagne napoleoniche.

Ok, forse tutto questo è parecchio indietro.

Ma la storia la conosciamo tutti. I grandi personaggi che misero piede e intervennero durante il massacro, lo stupore e la meraviglia per la riuscita di un così tanto atteso evento. L'Unità di anime, la fusione di confini e i fiumi che dal quel momento poterono correre e sviare vivaci, senza barriere, inconsapevoli di tanta speranza assimilata durante il corso dei secoli. Ci si aspettava qualcosa di GRANDE, una penisola che riuscisse a dialogare, a contagiarsi e leccarsi le idee, insieme. Per la prima volta, insieme.

Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele II era proclamato re d’Italia. Dopo l'intenzionata annessione del Veneto grazie all'esito positivo della guerra franco-prussiana e di Roma, ecco che poté chiamarsi per la prima volta, Italia. L'Italia che ci ricoprì successivamente di malcontento e scandali continui. Quell'Italia lì. Dove i sogni erano puri e molto più realizzabili di oggi e l'influenza straripava anche su popoli geograficamente tangibili, come l'adiacente confederazione della Germania del Nord e l'impero Austro-Ungarico, che viveva al tempo, un concessivo dualismo (questa era la storia o per lo meno ciò che volevano farci credere).

L'«unificazione» descriveva a pieno solamente l'annessione di determinati stati resi dipendenti l'uno dall'altro per uno scopo nazionale. Si trattava di un'aggressione terroristica ed emancipata da parte della corona sabauda, una colonizzazione degli stati meridionali (si chiamava appunto »questione meridionale«), che aveva preso come capro espiatorio la Casa dei Borbone delle Due Sicilie. Migliaia di contadini resi schiavi per poter poi condurli più facilmente verso l'arguta strada: una morte crudele e inaccessibile. Tutto ciò accadeva un secolo e mezzo fa, vi erano regimi disumani e per ottenere un titolo, un bel pezzo di territorio occupato, ecco che si sborsava anche l'anima.

Le tracce si riscontrano anche oggi, sono più che evidenti, a distanza di 150 anni. Buon anniversario, com'è che festeggerai, cara Italia?

Le differenze tra Nord e Sud, tra progresso e passato, le ingiustizie, le arretratezze, brigantaggio e i(e)mmigrati.

Le minoranze che hanno sfortunatamente minore visibilità all'interno di uno stato, non riescono a farsi sentire abbastanza. Facendo parte della minoranza italiana in Slovenia, ho un profondo timore per la progressiva perdita della cultura e delle tradizioni annesse al popolo italiano.  Vivo l'Italia sulla mia pelle, pur non abitando dentro ai confini nazionali e sento quest'Unità come una dura roccia all'insaputa del terrore di chi precedentemente a noi, dovette smussare e intorpidirsi le ossa. Di chi muore ogni giorno, anche simbolicamente e quando nessuno ti viene a salvare, c'è ancora tanto da lavorare, credo. L'Italia che piange, che va e che viene e rimane sempre là. Di notte le stelle si impadroniscono della sua lucentezza e ricambiano il riflesso, estraniate, quanto convinte che è solo l'inizio di una storia greve infossata nel ricordo, la più cruda realtà, la conseguenza più ovvia. Siamo ciò che è stato, dobbiamo solo darci delle risposte plausibili e all'altezza di una chiara ed evidente verità, per non rimanere indietro. E intenerirci di fronte ai difetti, cercando gloriosamente la strada che non trascende ai limiti dell'errore. La porta è la parte più lunga di un viaggio, se almeno fosse vero.

»L'Italia che si fa o si muore«, coltivando. C'è una luce in fondo al baratro, basta seguire  il tracciato, tra i drammi peggiori, nonostante gli spigoli e gli sguardi bassi, ci si può rialzare, dietro ci sono mondi interi, non tentennare. Forza, in piedi, Italia.